TartaRugosa ha letto e scritto di: Francesco Ghiaccio, Marco D’Amore (2015), Un posto sicuro, Sperling & Kupfer

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Francesco Ghiaccio, Marco D’Amore (2015),

Un posto sicuro,

Sperling & Kupfer

postosicuro

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La narrazione è un modo di ricordare e di fare memoria, tanto più importante quando l’atto del raccontare va oltre l’accadimento personale e porta alla luce un passato che, sia pure in forme diverse, è più che mai attuale e riguarda l’intera umanità.

La vicenda che si svolge a Casale Monferrato, infatti, è una visione parziale: la lavorazione dell’amianto non è solo un fatto italiano, ora che gran parte della sua produzione si è spostata in Cina, Brasile, Russia, India.

A Casale l’Eternit è sopravissuta fino al 1986 la più grande fabbrica italiana dove hanno trovato occupazione oltre duemila dipendenti, attirati dal posto sicuro, una retribuzione migliore di altre occupazioni  e la speranza di costruire un futuro di benessere.

L’XI° Festival del Cinema di Como, iniziato proprio ieri con questo film del regista Ghiaccio, ha molti pregi, tra cui anche quello di ospitare registi e attori che possono raccontare la nascita della loro opera, le motivazioni, le difficoltà, le aspirazioni.

“Un posto sicuro” non è un film da cassetta e gli ostacoli da superare sono stati molti, ma l’obiettivo di Francesco Ghiaccio e dell’attore Marco D’Amore di porsi davanti a un passato tragico e di maturare la consapevolezza che bisogna opporsi all’oblio è motivo più che sufficiente per lanciare l’invito allo spettatore di acquisire conoscenza su una vicenda dolorosa, sottovalutata e, peggio ancora, rimasta senza giustizia.

Lo strumento scelto va ben al di là della mera accusa sui danni dell’amianto e la lista impressionante di cifre delle vittime che ancora oggi continua.

E’ il racconto di una storia che coinvolge il rapporto spezzato di un padre e un figlio che solo la malattia condurrà al ricongiungimento.

Ma è anche un racconto che mette in evidenza profondi aspetti psicologici: la reazione alla malattia; la revisione del ruolo genitoriale; la progettualità del morente; la rabbia di chi resta; la resilienza come capacità di evolversi positivamente anche di fronte a eventi catastrofici: l’umorismo come elemento determinante per non essere schiacciati dalla depressione; la narrazione emozionale come momento auto terapeutico per superare l’insoddisfazione esistenziale.

Luca, figlio trentenne di Eduardo, da piccolo, esattamente come suo padre, scopre l’amore per la recita e lo coltiva frequentando la scuola di recitazione e aspirando a calcare il palcoscenico. Ma qualcosa non va nei suoi giri in diverse città e si ritrova di nuovo nella città natale  a sbarcare il lunario con impieghi temporanei di animatore di feste “Faccio dei numeri da pagliaccio, delle gag … posso fare imitazioni, posso cantare … sì … tutte le canzoni che vuole” con la solitudine e la delusione in corpo, addolcite da un uso smodato di alcool e una casa in disordine come i suoi pensieri.
Quando un incontro femminile sembra dare sollievo alla sua esistenza, una telefonata notturna lo avvisa del ricovero ospedaliero del padre, figura con cui ha tagliato i rapporti da anni e verso la quale non nutre alcun affetto filiale.

Cionondimeno si presenta in corsia, dove viene avvertito delle condizioni fisiche di Eduardo: mesotelioma avanzato per il quale è ormai sconsigliato l’uso di chemioterapia.

L’incontro fra i due uomini è tutt’altro che semplice: ognuno cova dentro sé rancori, abbandoni e incomprensioni. Eduardo non apprezza le scelte precarie del figlio su cui probabilmente proiettava il suo disegno personale di successo teatrale; Luca rimugina un’adolescenza costellata dall’assenza del padre e dall’infelicità della madre, alla cui morte ha assistito da solo.

L’accorciarsi del tempo che resta e il ritrovamento inizialmente non gradito del figlio innescano in Eduardo profondi cambiamenti: riflettere sulla propria esistenza e sulle mancanze affettive suscitate solo dal desiderio di lavorare e di affermarsi in fabbrica per garantire stabilità e sicurezza alla famiglia “Non sono stato un padre, non sono stato un marito, ho lavorato tutta la vita là dentro e il risultato è che siamo due estranei”; scoprirsi Padre di fronte alle debolezze del figlio e comprendere l’importanza di rappresentare una guida nella costruzione di un progetto possibile “Torna a recitare, eri bravo. Una volta sono venuto a vederti in teatro … Me ne sono andato prima che riaccendessero le luci” “Se tu hai sentito che questo spettacolo è la cosa giusta per te, fallo. Fallo o ti ritroverai un giorno con il rimpianto di non averci provato”; ritrovare l’entusiasmo per la recita e rendersi artefice del recupero della sala parrocchiale in disuso per ripristinare l’antico teatro di paese; utilizzare il ricordo della polvere bianca come simbolo di punto di arrivo di aspirazioni per un futuro solido “C’è stato un periodo in cui eravamo più di duemila operai. Eravamo orgogliosi di lavorare qui, ne andavamo fieri; tutti volevano entrare all’Eternit perché lo stipendio era più alto rispetto a quello delle altre fabbriche, c’era chi si faceva raccomandare o addirittura pagava per essere assunto”; recuperare amici e colleghi per tessere insieme il peso che il ricordo del passato ha gettato sulle loro spalle; sollecitare il compito della testimonianza con tutti i mezzi possibili “Si contavano quasi duemila morti soltanto nella città di Casale. Il calcolo partiva dagli anni Sessanta, quando la notizia aveva cominciato a fare scalpore, ma chissà quanti ne erano morti dalla fondazione della fabbrica nel 1906, senza che il mesotelioma venisse diagnosticato La fabbrica aveva chiuso nell’86, ma ogni anno a Casale si contavano ancora cinquanta, cinquantacinque morti. Un numero che era destinato a crescere sino al 2020 quando, forse, avrebbe iniziato a diminuire. Più di millecinquecento i morti in Italia ogni anno”.

Per Luca il percorso è più difficile e altalenante. C’è la paura di mantenere un rapporto amoroso con Raffaella che più volte caccia via, sdegnando solo apparentemente un’offerta di aiuto; c’è l’incontro misterioso con la fisicità fragile del padre e i gesti della cura nei momenti più critici “Quando Luca fece per abbassare la maglia del pigiama per sistemarla sul ventre, Eduardo allargò le braccia e le poggiò dietro la schiena del figlio, come in un abbraccio. Stettero così per qualche istante, poi Luca si accorse che suo padre lo stava osservando con gli occhi pieni di riconoscenza e amore. Non ricordava di averlo mai visto così. Istintivamente posò la mano sulla testa di Eduardo per sistemargli i capelli. Una carezza che lo rese padre di suo padre”.; c’è il desiderio di dare voce alla sua rabbia inscenando una rappresentazione teatrale di cui però non è del tutto convinto; c’è il timore di aver contratto la stessa malattia del padre mentre un attacco di panico gli taglia il respiro; c’è il dolore del tempo gettato nella smoderatezza; c’è la voglia di rimettersi in gioco dopo la distruzione del materiale raccolto per lo spettacolo; c’è la scoperta che gli altri sono importanti se dai loro ascolto e se sai accogliere le loro vite.

Una storia pesante e leggera che lascia il segno per il messaggio che trasmette, perché il racconto non è solo fiction, ma è realtà vera, sia pure nascosta sotto altri nomi.

Perché Francesco e Marco ci hanno creduto e vogliono tenere vivo il ricordo con ogni mezzo: cinema, teatro e pure libro che nasce subito dopo la realizzazione del film.

Perché nello sforzo del ricordare non entra solo la recriminazione e l’accusa, ma l’avvertimento che si possono fare grandi gesti di educazione positiva al futuro di adulti e di giovani, che forse di questo problema non hanno mai sentito parlare se non in modo superficiale.

Perché è solo entrando nel vivo delle storie che puoi smettere di dire “Non ne sapevo niente” e stupirti delle conseguenze.

Un film e un libro sulla memoria profondamente vitali perché esprimono l’inclinazione dell’errare, il disincanto delle facili certezze e la fatica della riparazione.

Per questo è importante dare loro il necessario credito e farli entrare anche nella nostra individuale memoria.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Marlen Haushofer, LA PARETE, Edizioni E/O, 1^ edizione 1992, Roma, pp. 285, Traduzione dal tedesco di Ingrid Harbeck

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Marlen Haushofer,

LA PARETE,

Edizioni E/O, 1^ edizione 1992, Roma, pp. 285,

Traduzione dal tedesco di Ingrid Harbeck

parete

Quarant’anni, una gita in montagna, la vita che nel giro di poche ore si trasforma.

Un romanzo particolare che ad una prima lettura veloce e un po’ superficiale aveva ostinatamente catturato il mio pensiero sulle origini di quella parete misteriosa che sconvolge il destino della protagonista.

Una seconda lettura, invece, mi ha trascinato nella storia di questa donna di cui non si sa il nome (“Nessuno mi chiama con questo nome, dunque non esiste più”). Solo che è vedova e madre di due figlie.

Pochissime informazioni emergeranno della sua vita precedente a quell’incredibile pomeriggio che l’ha invece costretta, dopo due anni, a scrivere ciò che ha scritto: “Mi sono imposta questo compito per impedirmi di fissare il crepuscolo e di aver paura. Perché ho paura … La sola cosa che conta è scrivere, e non esistendo più altri discorsi, devo tener vivo questo monologo senza fine”.

Quello che invece è chiaro fin da subito è l’entità della tragedia, le cui cause non saranno mai svelate, se non attraverso sporadiche supposizioni assolutamente non verificabili.

Lo sconcertante avvenimento è che dopo la partenza dallo chalet di montagna di Luise, cognata, e Hugo, marito di Luise, per raggiungere il paese ed effettuare ordinarie incombenze, non vi sarà più il loro ritorno.

La protagonista col cane Lince il mattino seguente si incamminano nei pressi e apprendiamo dalla donna: “ …Girai attorno a una catasta di legna che mi ostruiva la vista, e lì trovai il cane seduto che gemeva. Dal muso gli colava della bava rossa … dopo pochi passi urtai con violenza la fronte, e indietreggiai barcollando … Tre volte mi alzai per convincermi che lì., a tre metri di distanza, ci fosse veramente qualcosa di invisibile, freddo, liscio a impedirmi di proseguire il cammino … La parete non era solo invisibile, ma anche infrangibile, data l’incredibile furia con cui i tronchi e le pietre l’avevano colpita”.

Il dilemma sull’origine della parete lascia lentamente spazio ad un’altra questione: costrizione o conquista di una nuova libertà? “Per dieci giorni mi ero stordita di lavoro, ma la parete stava sempre lì, e nessuno era venuto a prendermi. Non mi restava che affrontare finalmente la realtà … E naturalmente potevo restare qui e tentare di sopravvivere … Se oggi ripenso alla donna di prima, quella donna col piccolo mento che si affannava tanto per apparire più giovane, provo poca simpatia per lei”.

Ciò che si vede al di là della parete è solo evocatore di morte. Il mondo si è fermato. Ma dall’altra parte una donna vive e scopre una nuova se stessa grazie “alle piccole eccentricità di Hugo”, la compagnia di un cane, una mucca gravida e una gatta, un sacchetto di fagioli e patate “il tesoro più prezioso per il futuro”.

Come per tutti i processi di trasformazione, però, il costo è alto.

Occorre recuperare capacità sopite, organizzare il presente senza trascurare soluzioni ingegnose per affrontare il futuro, traslare la cura di sé attraverso la responsabilità della cura degli altri pochi essere viventi a lei vicini “ignoro cosa sarebbe successo, se la responsabilità per le mie bestie non mi avesse costretto a sbrigare perlomeno i lavori indispensabili”. Tutti gesti quotidiani essenziali, faticosi, dolorosi.

La natura è dura, aspra, spietata.

Pagina dopo pagina partecipi alla soddisfazione per le conquiste strappate con le unghie e alla disperazione per le perdite non previste, non prevedibili, non evitabili.

“La parete mi ha costretto a iniziare una vita tutta nuova, ma le cose che mi toccano veramente sono rimaste identiche a prima: la nascita, la morte, le stagioni, la crescita e il declino”.

Alcune critiche parlano di questa donna come di un Robinson Crosué al femminile.

Indubbiamente siamo al cospetto di un romanzo centrato sulle potenzialità del femminile, fortemente simbolico e di grande ricchezza psicologica.

La partita rimane aperta “… compresi di non potermene andare … Non potevo fuggire e piantare in asso i miei animali … Qualcosa di radicato nella mia natura mi rendeva impossibile abbandonare ciò che mi era stato affidato”.

La parete così irruente nelle prime pagine del diario, lentamente si dilegua nella narrazione fino ad essere presentata come “una cosa né viva, né morta, in verità non mi riguarda affatto per questo non la sogno”.

Ma tu lettore sai che esiste, così invisibile e così ostile.

Forse è proprio il sapere di quella parete che mi ha lasciato un senso di amarezza. O forse la cornacchia bianca, che tenta di chiudere il testo con un messaggio di speranza.

O forse ancora il sapere che nelle transizioni ci sei sempre immersa: “A volte desidererei non essere gravata dal peso della decisione. … Ma sono un essere umano e posso pensare e agire solo come tale”. Così sia.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Alan Bennett (5^ edizione 2006), La signora nel furgone, Piccola Biblioteca Adelphi, Traduzione di Giulia Arborio Mella

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Alan Bennett (5^ edizione 2006),

La signora nel furgone, Piccola Biblioteca Adelphi,

Traduzione di Giulia Arborio Mella

 

C’è modo e modo di guardare alla vita. C’è chi si arrovella alla ricerca del senso – sia esso del tempo, dello spazio, del valore che conta, dell’esistere, del trapassare – facendo continuamente i conti col “sistema” cui appartiene.

C’è chi, come ad esempio Miss Shepherd, vive la vita secondo la propria volontà, senza eccessive mediazioni o complicate negoziazioni dettate dai condizionamenti culturali.


Come spesso accade, modificare la prospettiva del punto di vista può alterare o sconvolgere la tradizionale visuale. Può, per esempio, indurre a pensare a nuove formule dei concetti di esistenza, di libertà, di integrazione.

Chi sono? Dove vado? Cosa faccio? Miss S. ha le idee molto chiare su come agire e affrontare i problemi e, con una punta di orgoglio, nonostante le apparenze, non dubita sulle proprie condizioni di privilegio: “Magari mi hanno preso per una vecchia barbona. Lei … era un gradino più su della miseria e riteneva che una delle sue responsabilità nei confronti della società fosse quello di intercedere peri poveretti”.

Nelle scoppiettanti pagine di Bennett, tra le annotazioni diaristiche che l’autore fissa a memoria dell’arrivo del furgone della sessantenne Miss. S. nel suo giardino, emergono uno stile di vita e una percezione della qualità ben più radiose del contemporaneo medio, sempre pronto a rimuginare e a misurarsi con ciò che ancora non possiede.

Conosciamo dunque Miss S. nel suo furgone ridipinto di giallo simile a un impiastro “di uova strapazzate o di crema pasticcera grumosa”. Lei, il problema della sicurezza, l’ha risolto spostando progressivamente il suo furgone dalla strada al giardino di Bennett, appianando anche, con soluzioni fantasiose, l’approvvigionamento di luce e riscaldamento.

E il furgone, di per sé, non è l’unico mezzo di cui dispone. La sua passione per il suo personale tipo di guida le fanno accumulare un discreto “parco-mezzi”: una macchina Mini subito rubata; una Reliant Robin comperata con i risparmi del sussidio; due sedie a rotelle; un passeggino pieghevole; un passeggino pieghevole a due posti.

Miss S. è donna e come tale non del tutto indifferente al guardaroba; la scelta fra gli indumenti proposti dall’assistente sociale è però incentrata sulle reali necessità. Così lei può vantare un discreto assortimento di “gonne telescopiche … spesso allungate più volte, semplicemente cucendo una striscia di stoffa intorno all’orlo, senza particolare attenzione per gli accostamenti” abbinate all’alternanza “di ciabatte di pezza marrone con un paio di décolleté nere”. Più sorprendente e assortita invece l’indimenticabile cappelliera: “un berretto nero da ferroviere con visiera lunga; il berrettino da baseball di Charlie Brown; un cestino di paglia ottagonale assicurato al mento con una sciarpa di chiffon e un pezzetto di cartone per visiera; un pezzo di scatola di cornflakes che le fa da visiera, assicurato da una sciarpa di voile color lavanda; un berretto dell’Afrika Korps preso dall’usato militare; un berretto da golfista; foulards di varie tinte”.

Quanto all’ igiene e alla cosmesi: “quelle bottigliette di whisky? Il Bell’s …non è che lo bevo … lo uso per le frizioni. …la carta igienica …La uso per pulirmi la faccia”. Sì, forse qualche progresso da fare per l’uso del gabinetto, quella “complicata procedura di cui faceva parte il lancio mattutino di sacchetti di plastica fuori dal furgone”.

Ma in fondo ben altro merita considerazione. Per esempio offrire aiuto a Mrs. Tatcher sull’economia “Non vorrei essere pagata, visto che ho il sussidio … Io lo so che cosa ci vuole, è semplicissimo: Giustizia”. E in politica? Fervente anticomunista, Miss. S “nutriva una viscerale avversione per il Mercato Comune … in mancanza di un partito che le fosse del tutto congeniale fondò il proprio, il Fidelis Party”. E per ciò che riguarda il suo rapporto con Dio “E’ uno strano miscuglio di fede tradizionale e pensiero positivo e nonostante i falliti tentativi di prendere il velo – perché “troppo litigiosa”, comunque lei è “assicurata in paradiso”.

Quindici anni passeranno nel giardino di Bennett e arriverà anche il momento in cui Miss S. sente il bisogno di una chiaccherata con i servizi sociali. Con la consueta concretezza comprende che l’età e l’indebolimento della malattia la inducono ad usufruire del centro anziani per almeno un bagno e una visita. “A poco a poco Miss. B. la convince a uscire e a spostarsi sulla sedia a rotelle. I piedi gonfi sono striati di merda, e un brandello di carta igienica aderisce a una caviglia incrostata. … Fa un po’ di storie per controllare che il furgone sia ben chiuso … mentre va via ha intorno come un’aura di signorilità”.

Il ritorno sarà l’ultimo. “Sdraiata fra lenzuola candide poggiate sul cumulo di pattume di cui trabocca il furgono, così verrà trovata il mattino dopo. Morta”.

Le ultime pagine sono dedicate alle riflessioni di Bennett e ai suoi interrogativi sul perché Miss S. avesse deciso di vivere così. E rovistando alla ricerca della busta che Miss S. gli aveva raccomandato “continuai a imbattermi in oggetti che mi facevano pensare che “vivere così” non fosse molto diverso da come vivono tutti”. Che in fondo collocarsi nella curva gaussiana della normalità è solo un concetto statistico e diventa complicato stabilire con esattezza la differenza tra la deviazione standard e la campana centrale.

C’è chi si lascia caricare addosso le sovrastruture addebitando ad esse infelicità ed insoddisfazione. C’è chi, come Miss S. per esempio, non ha avuto bisogno di ideologie per vivere a tutto tondo la sua indipendenza.

Una felice e complementare combinazione con il racconto “Mandami a dire” dell’omonimo testo di Roveredo.

Il terrario: spazio vitale delle tartarughe di terra

Le tartarughe di terra necessitano di un terrario asciutto e molto spazioso con un substrato profondo almeno 25 cm, composto da terriccio, sabbia e argilla e, qualora non fosse presente la luce solare diretta, una lampada specifica che emetta raggi UV-B, importantissimi nei processi che servono a fissare il calcio della corazza.

Alcune specie, come le Testudo hermanniTestudo graecaeTestudo horsfieldi, possono essere allevate all’aperto durante il periodo estivo, quando la temperatura di notte non scede sotto i 18°C.

Il recinto dev’essere spazioso e offrire sia posti al sole che all’ombra. Una tartaruga da terra adulta ha bisogno di uno spazio di almeno 2 mq, se le tartarughe sono più di una, si dovrà aumentare lo spazio di conseguenza.
E’ di vitale importanza creare una zona d’ombra con arbusti o una piccola tettoia dove possano rifugiarsi le tartarughe durante la pioggia o per difendersi dalle calde giornate estive e allestire una piccola pozza d’acqua facilmente accessibile e non più profonda di 2-3 cm.

Devono essere protette dagli altri animali (cani, gatti,…) e avere cura di interare parzialmente, per almeno 40 cm, il materiale utilizzato per la recinzione (rete o lastre di ardesia) al fine di evitare che le tartarughe, scavando, possano evadere.

Possono essere anche lasciate libere nel giardino a condizioni che:
– il giardino sia recintato in modo tale che non possano fuggire;
– delle eventuali scale che scendono non sono loro accessibili;
– l’orto sia recintato (altrimenti diventa una loro fonte di nutrimento);
– non siano piante velenose e non si faccia uso di anticrittogamici o altri veleni (contro lumache, topi,…);
– non siano presenti oggetti che, cadendo, possano schiacciarle;
– un eventuale laghetto sia recintato (annegherebbero).

Con l’arrivo del freddo è invece necessario porle a “svernare” in un luogo molto tranquillo, freddo ma protetto dal gelo. Può essere sufficiente una semplice cassetta in legno o un cartone riempito con torba e/o foglie inumidite. Gli animali riposeranno dall’autunno fino alla primavera.
I rettili in letargo sono completamente indifesi e devono essere protetti sia dai roditori che dai gatti.

In primavera, dopo il risveglio degli animali dal letargo, verrà fatto loro un bagno in acqua tiepida. Il livello dell’acqua dovrà essere molto basso permettendo loro di tenere la testa fuori dall’acqua senza sforzi. durante questo primo bagno la tartaruga beve tanta acqua.

da Viridea.it

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Amos Oz (2005),

D’un tratto nel folto del bosco, Feltrinelli

oz

Triste è essere bambini e poter solo immaginare, attraverso il ricordo degli adulti o illustrazioni appese alle pareti dell’aula della scuola, chi sono gli animali.

E oscuro è il mistero del bosco, in cui, una notte, tutta la fauna vivente scomparve.

La minaccia scende con il buio e ovunque aleggia il presagio che, con l’avanzare delle tenebre, bisogna ben proteggersi nelle proprie case.

Chi sfida il folto del bosco, incauto, ne sarà punito, come è accaduto a Nimi che, dopo la sua prima incursione, ha sostituito la parola con il nitrito.

Si mormora, nel paese, della cupa presenza di Nehi, demone del bosco, unico responsabile della cattura e del rapimento di tutti gli animali, bestie e bestiole che un tempo allietavano le case, i prati, il fiume e il vento del paese.

Realtà o leggenda?

I bambini così crescono, sentendo raccontare e poi negare, poiché, in fondo, il sapore della fiaba incanta o spaventa, ma la realtà è sempre un’altra cosa.

E chi si ostina a rievocare troppo o a diffondere una descrizione troppo minuziosa di un animale o di un verso o di un’orma, viene zittito e guardato con sospetto.

Ma nelle storie c’è sempre qualcuno che sfida la congiura del silenzio.

Così Mati e Maya vogliono indagare, guardando in faccia la propria paura, ma ugualmente pronti a carpire il segreto del bosco.

In un avventuroso viaggio verso la conquista dell’ignoto, rincontrano Nimi e, sorpresa!, ha ripreso a parlare. O meglio, non aveva mai smesso. Piuttosto il suo “nitrillo” corrispondeva ad una scelta di rottura verso chi lo canzonava e lo offendeva solo perché affermava di sentire i suoni degli animali.

Il cammino prosegue sempre più intricato e tortuoso, a ridosso del fiume.

Mati, il ragazzo, vorrebbe tornare indietro, ma Maya è ostinata e decisa.

Si va avanti.

E in un giorno che non lascia incedere la notte, avviene l’incontro con Nehi, il demone del bosco.

Dal suo racconto, Mati e Maya apprendono la “sua” verità, così simile a quella di Nimi.

Anche Nehi, da piccolo, aveva appreso e sviluppato il linguaggio degli animali: il cagnesco, il micioliano, l’equese, il mucchese, il moschese … e gli adulti lo guardavano con sospetto ed imbarazzo. Persino i genitori non avevano ostacolato il suo vagabondare nel bosco, finchè Nehi aveva deciso che quella sarebbe stata la sua nuova dimora. E gli animali … avevano compiuto la stessa scelta, stabilendosi con lui.

E questa potrebbe essere la storia.

Una separazione, un distacco dai propri simili poiché percepiti come ottusi, malevoli, insensibili. L’adozione di uno stile di vita più aereo, pacifico, sereno, di un contatto primordiale con la natura, ed il suo addestramento a non essere più crudele e nefasta.

Ma l’autore è Amos Oz.

Come nel romanzo Una storia d’amore e di tenebra, ritorna ancora una volta l’appassionata e disperata ricerca di ritrovare uno spazio di dialogo.

Nella storia D’un tratto nel folto del bosco la metafora che traspare è daccapo la frattura tra il popolo israeliano e palestinese e il desiderio di lanciare una traiettoria di riavvicinamento, unito alla paura del rinnovo del tormento, dell’ostilità e dell’incomprensione.

Per questo quando Mati e Maya interrogano Nehi prospettandogli la gioia, per il loro paese, di riappropriarsi di ciò che hanno perduto grazie ad un suo ritorno, Nehi non potrà che invocare: “Parlate loro. Parlate a quelli che offendono e anche a quelli che tormentano e a quelli che sono contenti di far del male agli altri. Parlate, voi due, a chiunque sia disposto ad ascoltare. Cercate di parlare persino a quelli che prendono in giro voi, che non vi degnano che del loro disprezzo. Nan badateci, continuate a tentare di parlare”.

E il meditabondo rientro verso casa di Mati e Maya, il continuo incalzare del nome di tutti coloro che dovranno essere informati, il timore di essere beffeggiati e comunque la reciproca promessa di riuscire a dialogare, concludono con la parola “Domani” la speranza di intravedere un possibile disegno di unione.

George: la tartaruga quasi estinta

estintaPer richiamare l’attenzio ne sulle specie in pericolo, esistono animali più fotogenici di una tartaruga, an che gigante, delle Galapagos. Marrone scuro, sgraziato, lo sguardo spento e l’espressione arcigna di chi ha perso la dentie ra, George non ha un fisico da Icona, ma è l’unico superstite di Geochelone nigra abingdonii, una sottospecie che, salvo miracolo della scienza, si estin guerà con lui.

Negli anni Venti, scrive Henry Nicholls, i suoi si mili popolavano ancora l’isola della Pinta, venivano uccisi per la carne o per sport, e catturati vivi a centinaia per rifornire, con uno o due sopravvissuti al trauma, collezioni pubbliche e private. Sembrava che fossero estinti quando nel 1971 uno stu­dioso di chiocciole avvistò Ge orge senza intuirne la rarità. Mesi dopo ne parlò a cena con uno specialista,il bestione venne trasferito al centro di ricerca Charles Darwin, nell’isola di Santa Cruz.

Risultò avere tra i 30 e i 50 anni. Era un giovane in buona salute, restava da trovargli compagne con le quali avvia re un programma di riproduzio ne e di ripopolamento, come al tri già realizzati con successo.

Nicholls racconta l’arrivo dall’America Latina delle tarta rughe antenate, l’esodo da all’isola all’altra, il sorprenden te tragitto fino a Pinta, la più di­stante dall’approdo, la diaspo ra in zoo e musei. Dopo una ri cerca nella biblioteca e nei depositi del Museo di Storia naturale di Londra per procurarsi altre fonti storiche oltre a Darwin, parte «con una copia sgualcita della seconda edizio ne de II Viaggio di un naturali sta intorno al mondo» per un’indagine sul campo. Rifa il viag gio di George (e in parte quello della Beagle), parla con i suoi custodi e con i ricercatori che tentano di salvare la fauna e la flora locale.

Ci riusciranno? Le Galapagos sono protette da trattati intenazionali e da leg­gi ecuadoregne  ma aumenta no i turisti, gli immigrati clan destini, gli animali d’alleva mento, le coltivazioni. L’am biente a disposizione delle spe cie autoctone si trasforma e si riduce: tra chi vuoi preservarlo, ammirarlo o sfruttarlo per necessità, ci sono conflitti, tal volta armati. Nel 1995, i pesca­tori di frodo marciano contro il Centro Darwin, brandiscono cartelli con la scritta «!Muerte al Solitario Jorge!», cercano di rapirlo, incendiano alcuni edifi ci per protestare contro il divie to di rastrellare le oloturie dai fondali.

Rimaste in poche an che loro, valgono una fortuna nei Paesi dove quei «cetrioli di mare» dalla forma allusiva so no ritenuti afrodisiaci. Ironia della sorte, sono appena falliti tutti gli sforzi per risvegliare interesse di George verso femmine imparentate che vengo no portate nel suo lussuoso re cinto. Per quattro mesi, una stu dentessa svizzera prova a mas saggiargli ogni giorno l’organo sotto la coda. Purtroppo rien tra in Europa per il dottorato proprio quando la diffidenza iniziale di George si trasforma in gradimento.

Nicholls esaminale alterna tive e le scarta. Semmai si riu scisse a ottenere sperma da George, non si saprebbe come praticare una qualche forma di fecondazione assistita a una femmina senza farle rischiare la vita. La clonazione con il me todo Dolly è esclusa: le rettili non hanno un utero nel quale impiantare un ovulo feconda to e nessuno sa come ricreare un uovo intero, guscio com preso, da mettere in incubatri ce.

Henry Nicholls, George il solitario. La vita e gli amori di un’icona della sopravvivenza, traduzione di Giuliana Olivero, Codice, Torino, 2008, p. 204

in Sylvie Coyaud, La tartaruga quasi estinta

Possa la mia vita essere come una tartaruga

Mentre percorro la strada della vita, possano i miei passi essere come quelli di una tartaruga, fermi e sicuri. Non importa quale ostacolo si trovi sul suo cammino, troverà alla fine un modo per aggirarlo, sopra o sotto.

E se una persona sventata la sollevasse e la deponesse di nuovo rivolta dalla parte opposta, si girerà sempre, troverà la via originaria, e si dirigerà verso la sua meta.

Possa essre coperta come una tartaruga da una corazza solida, tonda e impermeabile, che mi protegga dai colpi e dai lividi della vita e mi offra un riparo dalle tempeste; e se mai dovessi cadere sul dorso, possa esserci sempre un amico che mi rimetta dolcemente in piedi.

Possa la mia pelle essere come quella di una tartaruga, spessa e coriacea, così che le parole dure dette con rabbia non feriscano il cuore. Possa il mio cuore essere come le zampe e gli artigli di una tartaruga, solidi e robusti; e non importa quanto possa essere duro, secco o sassoso il terreno, sarò sempre in grado di scavarlo e piantarvi i semi della felicità, della pace e dell’appagamento. E tutti i semi che pianterò nella mia vita possano crescere e fiorire e portare frutti meravigliosi.

E da ultimo, possano i miei occhi essere come quelli di una tartaruga, brillanti e vivaci, che non guardano mai indietro alle nuvole minacciose radunate alle sue spalle, ma sempre avanti a un futuro roseo e brillante.

dalla Newsletter del British Chelonia Group