TartaRugosa ha letto e scritto di: Giampaolo Nuvolati (2013) L’INTERPRETAZIONE DEI LUOGHI, Firenze, University Press

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Giampaolo Nuvolati  (2013)

L’interpretazione dei luoghi

Firenze, University Press

In questo periodo perseguo, con TartaRugoso, l’arte della flanerie come esperienza di vita (sottotitolo del volume in lettura).

Sono diversi ormai i testi che in questa rubrica si rincorrono su questo tema, nelle sue varianti dedicate al genius loci, ai giardini, alle derive …Così anche questo libro di Nuvolati giunge a proposito e contribuisce con maggior chiarezza a delineare e a modernizzare la figura del flaneur.

Annota l’autore che la parola flaneur ha varie origini e usi:

“Nata intorno alla metà dell’Ottocento per designare dandy, poeti e intellettuali che passeggiando tra la folla delle grandi città ne osservano criticamente i comportamenti, la nozione di flaneur sollecita oggi con forza l’interesse delle scienze sociali e della filosofia, ma anche della letteratura e del cinema, per la capacità di identificare una particolare pratica di viaggio e di esplorazione dei luoghi, di rapporto riflessivo con le persone e gli spazi.

La figura del flaneur può dunque essere considerata da diverse angolazioni: “incarna il desiderio di libertà errabonda dell’individuo imprigionato da vincoli territoriali, ideologici, professionali; la ribellione contro le pratiche consumistiche di massa, specie contro il turismo mordi e fuggi; l’aspirazione ad assaporare la vita secondo ritmi più meditati; il recupero della sensibilità come forma di conoscenza!”, ma sebbene si tenda ad associare tale figura a poeti, artisti e intellettuali, lo spazio urbano può essere abitato da molteplici figure affini. Prima di conoscerle più in dettaglio, mi soffermo su una considerazione interpretativa che Nuvolati espone attraverso l’espressione “flaneur ossimorico”, ovvero le opposte contraddizioni che l’esploratore può incarnare.

Per esempio, essere al contempo puer e senex. Perché nel puer è custodita l’ingenuità del flaneur, la sua voglia di scoprire lo sconosciuto, la voglia di abbandonarsi entusiasticamente al labirinto urbano e però, al contempo, anche quella certa consapevolezza che lo rende saggio nella sua scelta di cosa osservare, nel sapere quando e dove sostare.

Sempre in ambito ossimorico il flaneur è solitario e un po’ malinconico, ma nello stesso tempo cammina nella folla, sfidandola e talvolta sentendosi un po’ sopra di essa.

Qualcuno ritiene che il bighellonare richiami l’ozio? Può darsi, ma è anche vero che la pazienza della perlustrazione, qualche volta vicino alla noia, rappresenti una sospensione in attesa dell’atto creativo (Tacita Dean definisce questo atteggiamento indolenza creativa). La flanerie, infatti, non è solo una forma di contatto lento con la città veloce, ma in genere è seguita da un momento produttivo, di scrittura, di narrazione, di fotografia, “di collezionare pensieri che non sempre seguono una logica, che spaziano da una disciplina all’altra, ricorrendo a più strumenti narrativi, spiazzando il lettore”.

Per non parlare dell’aspetto sociale e sociologico del flaneur … Egli infatti è “colui che grazie alla propria arte guarda la città, ne rielabora i significati e la restituisce a un pubblico più ampio, ma anche agli specialisti che necessitano di uno sguardo diverso, seppur mai definitivo”.

Dunque piedi, occhi e cervello sono le parti maggiormente coinvolte nell’espletare la flanerie: “caratteristica è quella di muoversi a piedi, conciliando tre attività: il camminar lento, l’osservare e l’interpretare ciò che lo sguardo coglie … Camminare nella città rinvia a una condizione di solitudine e di libertà nel rifiutare la velocità e i percorsi imposti dal ritmo urbano e massificato, è la scelta di tempi e pause personali ma, contemporaneamente, rappresenta anche un’apertura verso gli altri”.

Implicitamente fare il flaneur comporta un atteggiamento di pazienza, lentezza e silenzio. E’ solo grazie a queste attitudini che si possono percepire i cinque sensi vissuti dalla città, nonostante il rumore e la frenesia. Nel suo silenzio interiore il flaneur scopre che il luogo non rappresenta più il fondale delle sue azioni, ma diviene esso stesso protagonista, rivelandosi inaspettatamente agli occhi del suo osservatore e svelando l’anima fino allora nascosta. Senza dover necessariamente andare lontano, perché “ognuno ha la propria Parigi o Londra in cui perdersi; sono le nostre città di tutti i giorni che nascondono il loro genius loci misterioso, tra realtà e finzione”.

E, sempre a proposito delle contraddizioni incarnate, la vera sorpresa sta fra le multiformi figure che possiamo declinare nell’essere flaneur, rovistando sia fra presenze “marginali”, sia fra presenze di “élite” o addirittura fra “professioni”.

Nuvolati esamina queste categorie portando alla luce tizi e tali noti agli occhi di tutti coloro che si soffermano a considerare il prossimo che incrociano nelle vie della loro città.

Con TartaRugoso, passeggiando fra i vari crocicchi della città murata, condividiamo l’elenco proposto dal’autore.

Marginalità

- senzatetto e mendicanti che girano per la città cercando giacigli, cibo, luoghi della questua (il censimento che tartarugando potremmo costruire all’interno delle nostre mura è assai variegato e spazia dal “Dio ti benedica, buona giornata”, a “50 centesimi per mangiare”, al semplice gesto del braccio per vendere qualcosa,  al suono di una fisarmonica accompagnato da uno o più languidi sguardi canini)

- pensionati che passeggiano e si appostano vicino a operai al lavoro per dare loro consigli (nel nostro caso l’esempio più evidente è in riva al lago per commentare manovre di imbarcazioni o raccolta di pesca, ma naturalmente non fanno difetto gli osservatori dei vari cantieri aperti)

- bighelloni frequentatori di bar e sale corse perennemente seduti ai tavoli (che suscitano sempre la nostra domanda “ma questi che fanno per vivere?”)

- matti del paese e balordi in perpetuo movimento alla ricerca di compagnia (“farò quella fine”, dice TartaRugoso, guardando all’affaccendato giornaliero trasportatore di libri che incrocia sempre davanti al teatro)

- alcolisti, tossicodipendenti che vanno a zonzo in città chiedendo la questua o alla ricerca di droga (il segreto è di evitarne lo sguardo)

- prostitute in attesa o a passeggio nelle zone di transito dei clienti (non siamo flaneur notturni per cui non ci è dato questo incontro)

- immigrati spaesati alla ricerca di conoscenti e di opportunità di lavoro in alcune zone della città (non nel nostro quartiere, dove invece sembrano abbastanza stabilizzati e abili conoscitori dei servizi sociali)

- studenti fuori sede che girovagano fra una lezione o l’altra nei periodi di pausa dello studio o nelle uscite serali (il lungolago ne è pieno, soprattutto nelle giornate di sole)

Elites

-  ceti particolarmente abbienti che possiedono case di valore in più città dove trascorrere brevi periodi all’anno praticando attività di esplorazione della città congiuntamente all’élite locale e internazionale (nella nostra flanerie lacustre l’attenzione si desta quando vediamo spalancate imposte di ville solitamente chiuse, che dopo qualche giorno tristemente ritornano allo stato silente)

- viaggiatori dei Grand Tour (non ci è dato di incrociarli, data la nostra inesistente passione per questo tipo di turismo)

- new dandies a passeggio per sfoggiare nuovi capi di abbigliamento (idem come sopra)

- turisti intellettualizzati che frequentano musei e mostre (e che ci dimostrano quanto è bella e ambita la nostra città)

L’autore non manca di citare i “provocatori”:

hippies che rifiutano le regole; intellettuali critici nei confronti della società di massa; manifestazioni politiche; musicisti girovaghi. TartaRugoso, per esempio, ha stretto amicizia con il proprietario di due cani (Budino e Guapa), che ha scelto di vivere da barbone scrivendo poesie.

E, ancora, Nuvolati si sofferma su chi si trova a fare flanella per

motivi di lavoro:

poliziotti in perlustrazione di quartieri a rischio; detective sul luogo del delitto; giornalisti impegnati a raccogliere immagini e testimonianze; architetti che sovrintendono la trasformazione di un luogo.

Sicuramente la pratica che preferiamo, TartaRugoso ed io, è quella definita “camminare liberamente in città”, l’amare la città nel suo viverla quotidianamente, soprattutto in questo periodo estivo, quando le piazze (finalmente libere dalle auto) diventano teatri en plein air, stuzzicando la curiosità dell’approfondimento e regalando “quel sentirsi altrove” che corrisponde ai vari sentimenti espressi da film, musiche, mostre, rappresentazioni teatrali, giochi e mimi, monologhi …

La cinepresa in questo caso diventa lo strumento per catturare quei momenti magici e tentare di renderli eterni.

TartaRugoso, su stimolazione di Perec, ha anche tentato la pratica dell’”osservazione da postazione fissa” (in altre parole, tentativi di esaurimento di un luogo), stupendosi dell’effetto strabiliante che lo stesso spazio possa diventare, in diversi momenti della giornata, fonte di trasformazione sociale.

Per ottemperare alle istruzioni fornite da Nuvolati, ci manca solo lo “shadowing”, ovvero “il fare da ombra, il pedinare una persona prescelta lasciando che sia lei a guidarci nella città”, magari sostituendo il pedinato con un altro, in un punto particolare della camminata (shadowing incrociato).

Ma dubito molto che possa diventare un nostro atto sia pur sperimentale: da brava coppia tartarughesca, amiamo la solitudine e preferiamo lasciarci abbracciare dalle visioni dei nostri luoghi, apparentemente i soliti, ma suscitatori di sempre nuove percezioni.

 

CARATTERISTICHE MORFOLOGICHE DA CONSIDERARE PER CAPIRE SE LA NOSTRA È MASCHIO O FEMMINA, di EMANUELA ZERBINATTI

Trovo su “daebyday” questo articolo scritto dalla dott.ssa Emanuela Zerbinatti:

 

Caratteristiche morfologiche da considerare per capire se la nostra è maschio o femmina

  • La grandezza: è una delle differenze tra maschi e femmine più evidenti anche per l’occhio meno esperto. Le femmine sono infatti generalmente più grandi dei maschi. Tanto per intenderci, nelle Testudo hermanni (la specie terrestre più conosciuta), un maschio adulto misura dai 12 ai 16,5 centimetri, mentre la femmina può raggiungere i 20 centimetri. Questa è però la caratteristica che più di tutte risente della possibilità di fare un confronto.
  • Il piastrone: è la parte ventrale del guscio, quella che sta a contatto col terreno. Se la tartaruga è femmina questo sarà piatto, mentre se è maschio sarà concavo. In molte specie di tartarughe terrestri gli ultimi scuti del piastrone, gli scuti anali, formano una “V” più aperta nel maschio rispetto alla femmina.
  • La coda: nel maschio è grossa, robusta, più lunga e appuntita, e con uno sperone all’estremità, mentre quella della femmina è tendenzialmente più corta, piccola e senza particolari rilievi. Nel maschio, inoltre, la cloaca posta più distalmente (più lontana dalla base della coda).
  • Le unghie: il maschio ha le unghie delle zampe anteriori molto lunghe. Nella femmina sono invece più piccole.
  • Il muso: nel maschio è più allungato rispetto alla femmina che ha tratti più tondeggianti.

L’unico vero limite è l’età della vostra tartaruga.

Il piastrone concavo nei maschi di alcune specie, soprattutto di tartarughe terrestri, serve per adattarsi meglio alla forma convessa del carapace della femmina. Nella femmina un piastrone piatto permette di avere più spazio a disposizione per lo sviluppo delle uova. Ciò però significa che questo tipo di differenziazione si manifesta solo nei soggetti adulti, pertanto è impossibile determinare il sesso delle giovani tartarughe.

 

TartaRugosa ha letto e scritto di: Andrée Bella (2014), Socrate in giardino, Passeggiate filosofiche tra gli alberi, Ponte alle Grazie, Salani Editore, Milano

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Andrée Bella (2014)

Socrate in giardino

Passeggiate filosofiche tra gli alberi

Ponte alle Grazie, Salani Editore, Milano

Scheda dell’editore

Non è questione di amare o meno la natura.

La questione riguarda piuttosto l’interrogarsi, il soffermarsi, l’ascoltare e l’ascoltarsi.

Perché ci sono vicende in cui l’uso delle parole può rivelarsi insufficiente, se non inopportuno e inefficace.

Sono le vicende dell’umana sorte legate al mistero, all’insondabile, all’ineffabile che, nella loro presunta individualità, si dispiegano  ad accogliere l’universale e l’eterno.

In quel  vuoto che si forma dentro, nel tempo surreale che può perdere il suo senso,volgere lo sguardo alla natura che ci possiede,  prendersi per mano e accompagnarsi lungo la vita diventa la terapia più profonda per ritrovare se stessi.

Per lo meno, da tartaruga la vedo così, e così la vorrei vivere, nonostante l’obiettiva difficoltà.

Ho imparato due definizioni di vita:

Bios (da cui biografia), che designa la vita legata al nostro nome e alla nostra storia, il cui inizio è sancito dalla data di nascita e la cui fine dalla data di morte.

Zoé (da cui zoologia), che designa la vita universale che ciascuno di noi si porta dentro, intrecciata sì alla bios, ma ben più ampia, una vita senza nome e al di là del pensiero.

Andrée Bella suggerisce di connettere il microcosmo (il proprio agire e il proprio sentire) al macrocosmo (quel tutto senza il quale la vita umana non avrebbe potuto darsi): “A partire da questa prospettiva il senso dell’anima si trova nel mondo e quello del mondo può essere riconosciuto e celebrato nell’anima e i due poli risultano essere indissociabili”.

Perché quindi non ispirarsi agli esercizi dell’antica terapeutica filosofica, grazie ai quali si può tentare di trasformare i propri modi di sentire e pensare?

E’ intorno a questo tema che il sottotitolo del libro “Passeggiate filosofiche tra gli alberi” ci insegna ad essere “sereni e fermi anche di fronte alle avversità, comprese la vecchiaia, la malattia e la morte stessa”, nonché a “vivere concretamente cercando di non smarrirsi nei meandri quotidiani del piccolo, soffocati da abitudini inerti o doveri vuoti”.

La prima passeggiata propone l’esperienza filosofica dell’autunno e le riflessioni mito-botaniche sulla perdita e sulla morte.

Fra noccioli, edere, betulle, è l’incontro con un pino silvestre in difficoltà che maggiormente mi colpisce. Proprio lui, “emblema immaginario di una forza che non soccombe all’arrivo del freddo” è lì, malato e in sofferenza, eppure sa che deve in qualche modo resistere, imparare a sopportare. Il pino dolorante allora evoca questo esercizio “Mettere a fuoco la capacità di resistenza”. “La capacità di resistenza è una cosa diversa da una stanca rassegnazione o dall’atto di ribellione, pur potendo coincidere in parte con l’una o con l’altro. A volte siamo costretti a subire situazioni che non possiamo cambiare. Situazioni difficilissime, malattie gravi, proprie o altrui, licenziamenti ingiusti, incidenti, morti improvvise e premature, inganni e così via. Situazioni per le quali non si vive, ma si sopravvive. … La capacità di resistere, che può avere tratti eroici anche in certi gesti quotidiani, come alzarsi ogni mattina … implica costanza, volontà e fatica. … La fatica può essere foriera di grande felicità, Ma bisogna imparare a sopportarla … Ogni difficoltà superata significa apprendimento, cambiamento.”. Come si può imparare qualcosa se prima non si sperimenta un crollo?

Anche l’incontro con i pioppi neri fortifica l’esercizio,

Narra la leggenda che Fetonte, figlio del dio Sole, riuscì a farsi prestare dal padre il carro di fuoco per poter volare nel cielo, ma la sua incapacità di governare le briglie rischiò di fargli bruciare l’intera terra  e Zeus fu quindi costretto a intervenire e a fulminarlo. Le sorelle Eliadi, vedendo il corpo cadere nel fiume Eridano, iniziarono a piangere senza smettere mai e Zeus, impietosito, le trasformò in pioppi neri. La loro corteccia nera ci ricorda che “bisogna saper guidare il carro, non avvicinarsi troppo al sole e neppure alla terra, saper stare in equilibrio. Il tentativo di trasfigurare il dolore e la sofferenza, di trascendere e trasformare il negativo e di oltrepassare il limite e salire, deve accompagnarsi alla conoscenza permessa dal discendere e dal vedere il limite e la morte”.

La seconda passeggiata celebra le nozze tra acqua e terra, con la bella metafora del “lasciarsi accadere” come i salici disposti in riva al fiume: “Rami che sanno ondeggiare assieme alla corrente, senza spezzarsi, delicati e potenti nell’arginare i fiumi”.

L’esercizio è “Provare a stare con quello che c’è, dentro e fuori, ogni giorno”. “Accettare ciò che si è e si ha o non si ha più … La consapevolezza che è inutile inasprirsi, chiudersi, rifiutare ciò che accade. Inutile pensare che la propria sofferenza sia colpa degli altri o di qualcosa che ci manca”.

Ci vengono in aiuto gli stoici e la loro disciplina dell’assenso: vedere le cose così come sono, cercando di eliminare il giudizio e il pathos che le rende terribili e temibili per noi.

La forza acquatica, ricordiamolo, possiede le sue ombre e i suoi rischi. Possiamo infatti impantanarci nella palude: “quando il saper seguire e adattarsi alle situazioni diventa passività, fino a un’immobilità stagnante e mortifera. Una situazione psichica in cui tutto è annacquato e non ci si può appoggiare a nulla, i contorni si sciolgono e non permettono appigli”.

E’ l’ontano l’albero cui dobbiamo rivolgerci per arginare lo sprofondamento depressivo. Il legno di quest’albero, infatti, non marcisce (il ponte di Rialto poggia su pali di ontano, così come molteplici cattedrali medievali). “Dove l’acqua ristagna, ecco nascere gli ontani a fissare l’azoto dell’aria e a resistere. E’  una necessità di equilibrio e complementarietà, saper lasciare accadere e scegliere, accogliere e decidere, abbandonarsi e sforzarsi, ascoltare e prendere la parola, cedere e proporre, coltivare pace e saper combattere”.

Sempre dagli stoici un altro esercizio: “Inserire ogni oggetto nella catena delle cause”. Serve a ricordare che le cose non possono esistere da sole.

Ecco la quercia e la ghiandaia. La ghiandaia sputa nel terreno le ghiande che porta nel becco, le osserva e le ingoia di nuovo tutte, tranne una, che resta lì nel terreno, pronta a seguire il suo nuovo destino. Fa questa operazione più volte salvando se stessa e la quercia, che si propaga in continuazione. Gli stoici sostenevano che per un singolo fare il bene della comunità equivale anche a fare il proprio bene e invitavano quindi all’esercizio dell’azione al servizio degli altri.

Nella terza passeggiata, dedicata alle nozze tra terra e fuoco, l’esercizio proposto è “Attenzione alla sensazione e alla consapevolezza di essere vivi”. Ovunque. Persino in un parcheggio di città, dove il rapporto con la natura può essere solo immaginato. “L’accaparramento di suolo a fini commerciali, la parcellizzazione pianificata e la privatizzazione, l’aumento dei dispositivi di controllo e l’omogeneizzazione delle attività legate al consumo rendono più difficile abitare felicemente il territorio urbano. … Ma forse esiste, è esistito e sicuramente potrà sopravvivere un desiderio altrettanto intenso di liberarsi di tutto ciò. Un desiderio che mira a costruire vite, strade e case differenti. E’ il desiderio filosofico, un bisogno di trasformazione e miglioramento di sé e del mondo che con il possesso non ha nulla a che vedere”.

Guardiamo dunque quel fico che rompe il cemento e cresce nella crepa del muro. Il fico è il simbolo di illuminazione e conoscenza, della “forza misteriosa che si propaga e si espande. Oltre la morte. Instancabile. Eterna. E’ una volontà umana che cerca perseverante, nonostante il morire, il senso della vita”. Nella sua vitalità ci insegna che per alimentare la fiamma del mondo bisogna andare oltre ai propri interessi. Solo così, misteriosamente, potremo comprendere che soffiando sul fuoco del mondo si soffia su un fuoco che pure è nostro e ci è intimo.

Entusiasmarsi equivale ad avere un “soffio dentro”, cosa che accade ogni volta che respiriamo. Nella natura il respiro è dato dal vento e dal suono che produce soffiando fra gli alberi e “forse bisogna imparare dai pioppi tremuli, imparare a oscillare con il vento. Senza fermarlo, senza imprigionarlo, senza farsi sbatacchiare qua e là”. Ogni città dovrebbe possedere un luogo in cui fermarsi ad ascoltare il canto dei pioppi, un luogo dove “mettersi ad ascoltare la voce del vento. Per addolcire la scansione meccanica dei ritmi quotidiani e la visione ristretta del tempo rigidamente organizzato. Per rimettere  tutto questo nell’orizzonte terrestre, nel succedersi delle stagioni e delle ore geologiche”.

La quarta passeggiata, infine, propone riflessioni mito-botaniche sulla nascita e rinascita: “Essere o non essere. E’ come un glicine che si appoggia a un albero”. “Bisogna comprendere come esercitarsi a rinascere e a innamorarsi. Il memento mori, ricordati che devi morire, si trasforma in memento vivere, ricordati di vivere”.

E ricordarsi di vivere non è poi vicenda così scontata, in quanto l’abitudine può inibire l’esercizio della meraviglia e della sorpresa, precipitandoci nella noia, come già osservava Seneca “Il sole non ha spettatori se non durante le eclissi”. Orfeo, il mitico musico cantore, sceso vivo nell’Ade aveva saputo evocare con il suo canto cosmico la gratitudine per la bellezza di tutto ciò che vive ed è destinato a scomparire. E l’Amor fati di stoica memoria insegna proprio ad innamorarsi di ciò che naturalmente accade, così come enunciava Marco Aurelio: “Non devi cercare di ottenere che gli avvenimenti avvengano come tu vuoi, ma desiderare gli avvenimenti così come avvengono e sarai sereno”.

L’esercizio in questo caso, quindi, è quello di mantenere alta la consapevolezza che non tutto dipende da noiin ciò che ci accade nella vita. Ciò che invece è strettamente dipendente da noi è il nostro modo di vivere e percepire gli eventi che ci capitano. Se qualsiasi cosa ci capiti è consueta e ovvia, allora ricordiamo che amore del fato significa “Amore di una primavera capace di non dimenticare l’autunno. E viceversa di un autunno capace di non dimenticare la primavera … Camminiamo memori di queste alternanze, sereni come coloro che si esercitano a non avere paura di ciò che normalmente si considera negativo. … Stoicamente, camminiamo”.

Imparare pertanto a lasciarsi sbocciare in primavera. Così come il serpente, nella prima giornata di sole, esce dalla propria pelle, pronto per indossarne una nuova.

O, da tartaruga, rivedere l’azzurro del cielo dopo aver contemplato il buio della terra.

… per Giove ! …

TartaRugosa ha letto e scritto di: Paolo Legrenzi (2014), Frugalità, Il Mulino, Bologna

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Paolo Legrenzi (2014)
Frugalità

Il Mulino, Bologna

L’attenzione è stata attirata indubbiamente dal titolo.

Accade, fortunatamente non molto spesso, che nelle dinamiche decisionali che contraddistinguono ogni coppia coniugale quando si deve procedere ad un acquisto impegnativo, si sollevi un’affermazione poco simpatica nei miei confronti, ovvero che sono “avara”. La mia indole tartarughesca ha sempre un sussulto di fronte a questa sentenza. Perché se proprio proprio devo titolarmi di qualcosa, trovo più giusta la parola “frugale”.

Leggendo questo libro ho condiviso molte riflessioni e, a conferma del mio personale sentimento verso me stessa, ho scoperto nell’ultima pagina di aver già provveduto da sola ad applicare il consiglio suggerito, ossia “questa cosa mi serve proprio?”, domanda che previene la successiva “e se facessi a meno di questa cosa?”.

Entrando nel dettaglio di specificare il significato della frugalità, si parte dalla considerazione che un’idea certamente diffusa confonde la frugalità con la povertà, nel senso che sono solo i ricchi che possono rinunciare a qualcosa di superfluo, essendovi i poveri già costretti dalle circostanze. Se quindi essere frugali vuol dire rinunciare all’abbondanza, diventa sicuramente più facile dopo che si è ben sperimentato nell’arco dell’esistenza cosa significa “avere il superfluo”.

Invece, secondo l’autore, la vera sfida è affrontare la frugalità come una scelta a priori, non come un rifiuto di una possibile vita affluente e consumistica.

Elenca quindi una serie di osservazioni:

  1. Frugalità non è povertà. E’ una scelta, non una costrizione
  2. Frugalità non è avarizia. L’avarizia, come la povertà, non è una vera e propria scelta: alla povertà siamo costretti dalle circostanze esterne, all’avarizia dalle nostre ossessioni mentali
  3. Frugalità non è una decisione di risparmio: produce risparmio come effetto collaterale, poiché il rifiuto del superfluo e del consumo spinto favorisce la formazione di quel margine di manovra costituito da soldi non sprecati

Molto eloquente è, a supporto di queste affermazioni, l’esempio della valigia, del viaggio e dell’attrezzatura da portare con sé:

-         il povero ha una valigia piccola in cui sono stipate tutte le cose e dove non c’è spazio  di manovra: se si mette qualcosa di nuovo, bisogna rinunciare a qualcos’altro

-         il ricco ha una valigia grande e piena di cose per trovare sempre quelle giuste per ogni occasione, quindi priva di spazi per aggiungere ulteriori beni

-         il frugale ha una valigia media, ma è stato educato a mettere dentro poche cose, per cui se durante il viaggio trova qualcosa che gli piace può inserirlo senza fatica. La frugalità garantisce che la valigia non sia mai piena zeppa

Dal puto di vista della collocazione storica, la distruzione della frugalità ha avuto inizio nel corso del Novecento con un massiccio e ponderoso processo culturale che vede affermarsi e globalizzarsi la società dei consumi.

L’industria dei prodotti di massa per affermarsi dovette riuscire a imporre bisogni permanenti”, o meglio, seminare desideri irrinunciabili in modo democratico e quindi accessibili a tutti.

“Se si voleva distruggere la frugalità, la leva iniziale doveva consistere nella creazione di oggetti desiderabili, attraenti, di stile, ma soprattutto riconoscibili come prodotti di un’azienda diversa dalle altre … Si trattava poi di propagandarle con tecniche adeguate, così da poter colonizzare prima l’America e poi il mondo”.

Questo principio basato sulla notorietà ha subito dato i suoi frutti;   come non ricordare il predominio di alcune marche su altre ritenute invece insignificanti: Hoover per gli aspirapolveri, Gillette per le lamette dei rasoi, Singer per le macchine da cucire, Maggi per i dadi o Campari per l’aperitivo. (la memoria autobiografica mi rimanda agli anni Sessanta, quando mio padre ricordava a mia madre di comprare assolutamente le Gillette, perché tagliavano meglio; oppure i dadi Maggi che non avevano nulla a che vedere con quelli della Star, pensiero sostenuto anche a distanza di anni da mia suocera; impossibile poi pensare a una macchina da cucire che non fosse “La Singer” e idem per l’aspirapolvere, fino all’arrivo della Folletto).

Un’altra componente dell’antifrugalità riguarda l’aumento dell’offerta, che contribuisce a rendere estremamente labile il confine tra ciò che è frugale e ciò che non lo è.

Scegliere di essere frugali vuol dire oggi fare a meno di molte più cose rispetto a quelle di chi un tempo credeva di aver già scelto di essere frugale”.

I desideri sono realizzabili grazie alla loro commerciabilità attraverso la determinazione dei prezzi. I desideri si possono perciò comprare e vendere.

La frugalità consiste essenzialmente nel rifiutare la corruzione che dipende dal dare un prezzo a qualcosa … Infatti una volta insegnato l’uso della moneta e creato un mercato, l’incanto di una vita frugale scompare per sempre: i prezzi cancellano i sensi di colpa e legittimano quanto una volta era proibito, irrituale o inappropriato”.

Ognuno di noi pertanto può decidere se accedere agli innumerevoli mercati dei desideri e se soddisfare questi desideri in modo frugale oppure optare per il superfluo.

Nell’epoca moderna assistiamo inoltre a una importante svolta linguistica: “quelli che un tempo erano considerati vizi, oggi vengono riclassificati desideri”.

Ma esiste un modo per imparare la frugalità?

L’autore, psicologo, definisce quali siano le “precondizioni cognitive della frugalità”, ovvero: il desiderio di accumulare beni; la paura delle perdite; la capacità di controllare e posticipare i desideri; la capacità di valutare il futuro.

In particolare, sul controllo dei desideri, grande rilevanza assume il compito educativo genitoriale, poiché è da molto piccoli che si impara a controllare i propri desideri e a sfuggire alle tentazioni: “l’educazione alla frugalità è l’architrave di una buona educazione. I bambini più frugali, nel senso che resistono alla tentazione in attesa di ricompense maggiori, sono quelli più coscienziosi e diligenti. Sono proprio coloro che più probabilmente diventeranno adulti di successo”.

Sulla previsione del futuro, la frugalità è indubbiamente una strategia di prevenzione di molti mali, in quanto costituisce una sorta di assicurazione contro l’incertezza del domani e, spesso, diventa anche premessa per il nostro risparmio.

A tal riguardo, riporta una ricerca che dimostra come le persone di mezza età guardino al passato con un misto di rimpianto e nostalgia, credendo di non cambiare più. “Questo errore è un grande freno alla scelta di una vita frugale. La frugalità, infatti, crea un cuscino di sicurezza, un margine di manovra che riteniamo inutile se, giunti alla mezz’età, pensiamo che il futuro sia una replica del passato. In realtà non ci sono mai repliche nella vita e questa è una trappola: il futuro riserva sovente belle sorprese, ma anche brutte”.

In un paese che invecchia non si può non tener conto delle “brutte sorprese”, connesse sempre più spesso alla perdita dell’autonomia. In tal senso la frugalità rende più forti, difendendoci dalla scarsità non solo di soldi, ma anche del tempo e della mancanze di idee.

Allerta infine l’autore che la frugalità non deve essere intesa come rinuncia di oggi in vista di futuri vantaggi domani. Alcuni dati, per esempio, stanno dimostrando che gli italiani sono tornati a risparmiare riducendo i consumi, osservazione questa ben diversa dal sostenere che i consumi calano perché gli italiani non hanno più soldi (“I consumi si sono ridotti di 2,7 miliardi e i risparmi sono aumentati di 4,4 miliardi”).

La domanda conclusiva è quella di interrogarsi se questa nascente frugalità sia solo temporanea, in attesa di una ripresa che scatenerà nuovamente il consumismo, o un segnale di cambiamento di scelta di vita.

Sostiene Legrenzi “la buona frugalità deve essere qualcosa di più di una rinuncia alle tentazioni. I piaceri derivanti da una vita consumistica devono essere sostituiti da altri piaceri. Questo non implica la decrescita economica, ma un nuovo indirizzo nell’uso dei soldi che raccogliamo con le tasse e con i nostri risparmi. In primis dobbiamo pagare i nostri debiti, invece di lasciarli alle prossime generazioni, poi dobbiamo cercare di contribuire al gusto per una vita di riflessione, di ricerca, migliorando i processi educativi e l’istruzione”.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Alberta Basaglia (2014) con Giulietta Raccanelli, Le nuvole di Picasso, Feltrinelli, Milano e “Manicomi” di Davide van de Sfroos

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Alberta Basaglia (2014)

con Giulietta Raccanelli

Le nuvole di Picasso

Feltrinelli, Milano

C’è un passato che ritorna, leggendo queste pagine.

Il fatto che Alberta abbia tre anni e una virgola più di me significa aver vissuto più o meno contemporaneamente eventi, cultura, musica, letture di quegli anni. Gli anni del baby-boom, della risalita economica, ma anche gli anni delle conquiste sociali, delle piccole-grandi rivoluzioni, delle contestazioni.

La differenza è che Alberta questo clima l’ha vissuto da protagonista, anziché da spettatrice.

E’ attraverso lo sguardo di una bambina affetta da coloboma che le sue parole scivolano libere, così come le nuvole vaganti nei cieli azzurri disegnate sulla carta da pacchi.

“Ma tu perché guardi con la testa storta?” “Perché guardo storto? Perché così ci vedo meglio”. Una risposta perfetta, positiva e soddisfacente per il pubblico, ma anche per la bambina curiosa, che dalla sua simile si aspettava solo una cosa semplice come le cinque parole ricevute…. Esistono anche modi semplici per comunicare.

Vedere di sghembo non è certo un impedimento: ho vissuto senza limitazioni. Sono stata lasciata libera di decidere il mio modo di vedere. …La vita dei due genitori che mi erano capitati in sorte era talmente identificata nella loro scelta che tutto rientrava nello stesso calderone: l’idea era che tutti, proprio tutti – maschi, femmine, matti, malati, bambini, bambini malati – dovevano avere una possibilità per poter vivere la loro vita. La malattia c’è, non la si nega, ma il fatto che ci sia non deve impedire alla persona in questione di poter vivere e agli altri intorno di poter stare con lei.

Il passo indietro negli anni è vivido. Ci sono i riferimenti a Pippi Calzelunghe (Pippi, Pippi, Pippi che nome, fa’ un po’ ridere,
ma voi riderete per quello che farò!), agli episodi della Freccia Nera (prime identificazioni adolescenziali nell’eroe Aldo Reggiani e la sua amata, l’esordiente Loretta Goggi), ai cartoni del Carosello (Pallina con la sua coda bionda ballare e lucidare i pavimenti con la cera Solex o per non poter sognare sulla vita sempre rosa con la brava Maria Rosa e sul gigante buono che a detta delle mie compagne pensava sempre lui a tutto), ma anche ai primi prodotti di “lusso” e alla prima versione del centro commerciale: la Standa.

Ma non bastava, per nutrire la mia cultura assetata di pop andavo anche alla Standa. Con l’Adriana e la Marisa giravo tra gli scaffali e ascoltavo il sottofondo sonoro, le canzoni “da Standa” appunto: Twist and shout, Nessuno mi può giudicare, E la pioggia che va, Ventinove settembre. Poi, finalmente, con i punti della Mira Lanza sono arrivati il mangiadischi portatile marrone e una radiolina.  … Nella rivoluzione normale di casa nostra si era così costruito uno spazio accogliente per molti generi diversi. Per Patty Pravo, per Mozart, per le canzoni partigiane, per i canti dei minatori del Sulcis. Lucio battisti invece era escluso dalla nostra familiare hit parade; era troppo alto il rischio di aprire l’inevitabile infinito dibattito su un quesito ai tempi fondamentale: “Ma Battisti è di destra o compagno?”.

Sì, c’è proprio tutto. Solo che per Alberta lo sfondo delle sue nuvole è di grande respiro:

Alla fine la casa si svuotava e iniziava il ticchettio della macchina da scrivere della mamma. Nella penombra sentivo il fumo di sigaretta che fluttuava da una camera all’altra, insieme alle parole di Franco e Franca. …Le loro voci in compagnia delle truppe intellettuali evocate: Marcuse, Sartre, Conolly, Goffmann,. Heidegger, Hegel, Marx, Gramsci. Arrivavano tutti puntuali a darmi la buonanotte. Era la mia ninna-nanna, che durava fino a tarda, tardissima ora… C’è quella teoria che dice che se di notte mentre dormi qualcuno ti legge delle cose, tu alla fine le impari, nel sonno, senza nemmeno rendertene conto. Credo che sia quello che è successo a me.

Scorrendo le pagine l’una dopo l’altra si riesce ad entrare in quelle giornate frenetiche, intense, con il kilt rosso e blu, l’infantile invidia per i vestiti a fiori della Rosa, i maglioni senza cuciture preparati dalla Franca con i gomitoli arrivati dalle matasse stese sulle braccia di Alberta: braccia ben dritte in avanti per tenere tesa la lana tra polso e gomito, movimento leggermente ondulatorio per permettere al filo di scorrere veloce e arrotolarsi per bene e con ritmo in mano alla mamma, davanti a me; io da una parte e lei dall’altra della stanza.

Scene di ordinaria quotidianità, come i viaggi in macchina da Gorizia a Venezia e le interminabili soste di Franco dal rigattiere: Franco si aggirava tra i vecchi mobili impolverati e le tante piccole cose di pessimo gusto che in genere affollano questi luoghi …  Tra tanta paccottiglia, annusato il pezzo che gli interessava, partiva con un lungo, lento, ragionato avvicinamento … sfide lanciate a se stesso per riuscire a portare dalla sua il robivecchi.

Lo stesso Franco che sulla spiaggia, dopo cinque brevi, contemplativi minuti, già scalpita e ridacchiando dice: “Bè, adesso andiamo?”. “Ma se siamo appena arrivati!” … A ripensarci, anche il tempo libero può essere noioso se non riesce a entusiasmarti quanto ti entusiasma il tuo mestiere. Beato lui che si è trovato un lavoro che gli è piaciuto così tanto.

E piano piano arrivano le personalità della Franca e del Franco dell’Alberta e dell’Enrico: Nessuno ci ha mai lasciato “di là” perché “non erano cose da bambini”. In quell’ultimo luminoso piano del palazzo della Provincia, le porte non si chiudevano, le parole ci raggiungevano sempre, da una stanza all’altra, insieme all’odore del fumo di sigaretta, al ticchettio della macchina da scrivere e agli squilli del telefono. Queste diverse presenze erano il mio quotidiano. Questa è stata per me la rivoluzione più normale del mondo.

C’è il caffè del Signor Toni, appuntamento irrinunciabile di ogni sabato:

Poi giù di corsa, perché il signor Toni stava aspettando Franco al bar del piano terra. Era il momento del loro caffè. Non c’era settimana che lo saltassero. … Appena ci vedeva ci salutava con un sorriso mesto e gli occhi tormentati di chi convive con la sofferenza mentale e con le sue numerose crisi. Quelle sedute al tavolino del bar evidentemente funzionavano e sono andate avanti per anni. E per anni lui è riuscito a non smarrirsi … Quelle conversazioni con Franco davanti a un caffè riuscivano a non farlo perdere nei suoi fantasmi … Il papà ci avrebbe raggiunto di lì a neanche un’ora.

C’è la Lettera 22 della Franca:

Un giorno capita che sulla libreria-scrivania della mamma, la sua Olivetti carta da zucchero abbia un foglio scritto quasi per intero che spunta fuori dal rullo gommoso … Riconosco nella storia appena letta tutto il lavorio, tutto il fermento che mi stava attorno. Riconosco i medici entusiasti dell’impresa, quelli che venivano a tavola con noi. … Eccolo qui il ribaltone in corso nelle mura dell’ospedale di papà. La mamma con queste sue righe me lo mostrava attraverso le sue parole … Nel 1982 il libro sarebbe uscito col titolo Manicomio, perché?

E intanto corre l’anno Sessantotto:

Sui muri appena fuori dalle aule comparivano scritte nuove “Voglio essere orfano”. I genitori erano diventati istituzioni da abbattere alla luce del sole. Ma papà mio malgrado, per quegli studenti non era da buttare, anzi. Era considerato uno di loro, perché lui dal ’68 stava a Gorizia a riorganizzare i seicento matti dell’ospedale psichiatrico, a smantellare la sua istituzione, mattone dopo mattone. …Contestarlo sarebbe diventato un lusso solo nostro, molto privato.

La storia che oggi noi conosciamo come Legge Basaglia, Alberta l’annuncia con la parole ascoltate in una mitica trasmissione di quei tempi, TV7, direttamente dalla voce di Sergio Zavoli:

Nel novembre del 1962 l’équipe psichiatrica diretta dal professor Franco Basaglia, apre il primo reparto dell’ospedale e inaugura, anche in Italia, la comunità terapeutica.

E lievi come le nuvole, ci sono anche loro, i matti. Le pareti arancioni e blu del signor Velio,  il signor Carletto in portineria e le signore brutte e grasse ma fresche di parrucchiere, fiere delle loro pettinature da casco e bigodino, la Desolina che ricamava immagini sacre, la Maria che stava silenziosa, quando era tranquilla, Ma anche la Romana di anni 11 e i tanti bambini dimenticati che Alberta troverà nel 1978, diventata grande e decisa, per la sua tesi di laurea, di setacciare cento anni di vita dell’ospedale, dal 1872 al 1972, per scoprire quanti bambini dimenticati in vita e in morte siano passati di lì, per farli uscire da quelle carte ammuffite e per leggere le loro storie. … Sempre invisibili, mischiati ai pazienti adulti. Ero decisa a farmi amici anche loro. Solo così avrei potuto controllare l’angoscia e guadagnarmi la forza di raccontarli.

Vedere di sghembo non è certo un impedimento, quando si decide di alzare i tappeti e mostrare la polvere che c’è sotto nascosta.

“Vede, la cosa importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibile diventa possibile. Dieci, quindici, vent’anni fa era impensabile che un manicomio potesse essere distrutto. Magari i manicomi torneranno a essere chiusi e più chiusi di prima, io non lo so, ma a ogni modo noi abbiamo dimostrato che si può assistere la persona folle in un altro modo e la testimonianza è fondamentale. Non credo che il fatto che un’azione riesca a generalizzarsi voglia dire che si è vinto. Il punto importante è un altro, è che ora si sa cosa si può fare”. Avrebbe detto così mio papà, un anno prima di morire, durante il giro di conferenze in Brasile; era il 28 giugno 1979.

Oggi, 2014.

C’è un passato che ritorna, leggendo le pagine di Alberta. Il mio passato con i “miei” matti, in quel parco che ancora domina la città.

A loro, a Franco, alla Franca e ad Alberta dedico uno dei primi successi di Davide Van De Sfroos e una serie di fotografie in attesa della libertà.

al suono di MANICOMI di Davide Van De Sfroos

per:LE NUVOLE DI PICASSO di Alberta Basaglia, Feltrinelli , 2014. – YouTube.