PANE TARTARUGA

PANE TARTARUGA

Tartarughe


 

 

 

 

 

INGREDIENTI

400 gr di farina 00
1 bustina di lievito di birra
10 gr di zucchero
1 cucchiaino di sale
4 cucchiai di olio d’oliva
225-250 ml di acqua tiepida

Mescolare la farina con il lievito di birra in una terrina. Fare una buca in mezzo e versare lo zucchero, il sale e l’olio. Aggiungere un po’ per volta l’acqua tiepida e lavorare l’impasto per una decina di minuti. Quando l’impasto risulterà liscio e levigato lasciarlo lievitare per circa 1 ora, coprendo la terrina con uno strofinaccio umido.

Dividere poi l’impasto in due parti, formando due pagnotte e lasciare lievitare ancora per 1 ora.

Spennellare poi la superficie delle due pagnotte con un pò d’acqua, e fare delle incisioni a forma di grata, in modo da simulare il disegno del guscio della tartaruga.

Cuocere in forno a 220° per 20-25 minuti, finché le pagnotte appariranno dorate.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Irvin D.Yalom (2014) IL DONO DELLA TERAPIA Traduzione di Paola Costa Neri Pozza Editore

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Irvin D.Yalom (2014)

Il dono della terapia

Traduzione di Paola Costa

Neri Pozza Editore

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Prima o poi arriva il momento di guardarsi indietro per rivedere la strada percorsa. E’ un processo che non ha una data precisa, ma grosso modo si affaccia nella seconda metà della vita, quando si allunga il periodo vissuto rispetto al’indeterminatezza del tempo che resta.

L’età della maturità (o della maturazione) è proprio quella che dovrebbe consentire una ponderata serie di bilanci a distanza di sicurezza dall’impeto furioso della giovinezza e dall’esposizione non sempre protetta delle emozioni.

Se questo di norma è un processo attuato dalla maggior parte degli esseri umani, diventa ancora più significativo per coloro che esercitano una professione centrata sul lavoro di cura, qualsiasi essa sia. L’incontro con l’altro, infatti, quando inserito in una cornice di presa in carico, accresce la sensibilità e la conoscenza di sé, sviluppando la propensione ad interrogarsi e a rimettersi in discussione. Questo fenomeno diventa più visibile con il trascorrere del tempo. C’è chi in vecchiaia trova vantaggio nello scrivere di sé e della propria esperienza a scopo didattico, c’è chi utilizza le storie per raccontarne altre in trame narrative e formative, c’è chi riesamina il proprio agire con maggior completezza, consapevolezza e chiarezza e ne vuol fare dono alle nuove leve. Lo psichiatra psicoterapeuta Yalom riassume tutte queste posizioni e si dà un preciso compito: a settantasette anni offrire, a chi intraprende il lavoro di cura, una ricognizione di alcuni aspetti salienti osservati nella relazione malato-terapeuta durante i suoi quarantacinque anni di pratica clinica.

Scrive infatti nell’introduzione: E’ scoraggiante rendersi conto che sto entrando in una fase avanzata della vita. Le mie mete, i miei interessi, le mie ambizioni stanno prevedibilmente cambiando. Erik Erikson, nel suo studio sul ciclo della vita, definisce questo stadio tardivo dell’esistenza con il termine generatività, intendendo una fase post-narcisistica in cui l’attenzione si sposta dall’espansione del sé verso la cura e la preoccupazione per le generazioni a venire. … Il suo concetto mi sembra corretto. Voglio trasmettere quello che ho imparato. E il più presto possibile.

Lo fa con la giusta preoccupazione di chi osserva un dilagante settarismo e dogmatismo nel campo della psicoterapia, come se una tecnica o una diagnosi fossero sufficienti a restituire benessere, se non guarigione, alle grandi questioni ultime dell’essere umano: la morte, la solitudine, il significato della vita e la libertà.

Credo che la tecnica sia di qualche aiuto quando deriva dall’incontro unico fra il terapeuta e il paziente nel qui-e-ora della relazione.

Yalom nell’affrontare il compito di aggiornare il suo testo non rinnega la posizione assunta negli anni precedenti verso i temi fondanti: la crucialità del rapporto, l’autosvelamento, l’essenza del qui-e-ora, la sensibilità verso i temi esistenziali, l’importanza dei sogni.

Definisce il proprio approccio con il termine di “psicoterapia esistenziale” poichè convinto che all’origine del conflitto interiore rivesta grande significato anche il confronto con ‘i dati di fatto’ dell’esistenza, fattori che influenzano profondamente la natura della relazione tra il terapeuta e il paziente e influiscono su ogni singola seduta. Nel mirino, quindi, si devono inserire gli avvenimenti immediati che accadono durante la seduta perché i problemi interpersonali del paziente si manifesteranno ben presto a colori vivaci anche nel qui-e-ora del rapporto terapeutico.

Secondo l’esperienza dell’autore, il qui-e-ora diventa ottimo strumento per intervenire nella relazione, a patto naturalmente che il terapeuta si consideri una sorta di “compagno di viaggio”, mettendosi quindi in gioco, sottoponendo innanzi tutto se stesso a una terapia per eliminare i propri punti ciechi e utilizzando l’autosvelamento ogni qualvolta si dimostrasse necessario: E’ controproducente che il terapeuta rimanga opaco e nascosto al paziente. Ci sono tutte le ragioni per rivelarsi al paziente e nessuna buona ragione per nascondersi. …Stabilire una relazione autentica con i pazienti, per sua stessa natura, richiede di abbandonare il potere del triumvirato magia, mistero e autorità. … Per impegnarsi in un rapporto genuino con il proprio paziente è necessario rivelare i propri sentimenti nei suoi confronti nel presente immediato.

L’accurata descrizione di alcuni casi permette l’approfondimento di concetti e parole chiave che caratterizzano ogni processo di cura: essere un sostegno; “guardare dal finestrino del paziente” ovvero assumere un atteggiamento empatico e contemporaneamente insegnarlo anche al proprio assistito; ricordarsi che si può essere terapeuti per molti pazienti, ma che il paziente ha come riferimento un solo terapeuta e deve perciò rivestire un’unicità di interesse; avere l’umiltà di mostrare i propri errori, poiché tutti possono sbagliare; impegnarsi a costruire un rapporto “insieme” che diventerà il vero agente del cambiamento.

Di fondamentale importanza, inoltre, è evitare di cadere nell’asimmetria di potere fra chi cura e chi è curato. A tale proposito Yalom cita l’accresciuta efficacia del guaritore ferito analizzata da Jung  e riporta personali considerazioni autobiografiche: i guaritori feriti sono efficaci perché sono maggiormente in grado di provare empatia per le ferite del paziente; forse è perché partecipano in modo più  profondo e personale al concetto curativo. So di avere, moltissime volte, iniziato un’ora di terapia in uno stato di inquietudine personale e di averla terminata sentendomi molto meglio, pur senza commenti espliciti sul mio stato d’animo. Credo che l’aiuto mi sia arrivato in varie forme. Qualche volta è il semplice risultato di essere efficiente nel mio lavoro, di sentirmi meglio con me stesso attraverso l’uso delle mie abilità ed esperienze per aiutare un altro. A volte deriva dall’essere tirato fuori da me stesso e messo in contatto con un altro. L’interazione intima è sempre salutare.

Allo stesso tempo, però, è necessario porre attenzione ai rischi emotivi del mestiere quali la solitudine, l’ansia e la frustrazione: le sedute con i pazienti sono imbevute di intimità, ma è una forma di intimità che non fornisce il nutrimento e il rinnovamento che derivano da rapporti profondi e affettuosi con gli amici e la famiglia …. Troppo spesso noi terapeuti trascuriamo i nostri rapporti personali. Il nostro lavoro diviene la nostra vita. Alla fine della giornata lavorativa, dopo aver dato tanto di noi stessi, ci sentiamo svuotati dal desiderio di ulteriori rapporti. Inoltre i pazienti sono così grati, così adoranti, così idealizzanti che corriamo il rischio di apprezzare meno i membri della famiglia e gli amici, poiché meno disposti a riconoscere la nostra onniscienza ed eccellenza in tutte le cose

Chi dell’autore conosce anche il romanzo “La cura Schopenhauer”, non troverà insolite le sue riflessioni filosofiche sulla morte e sul come parlare della morte, evento che lo psichiatra sente più vicino al suo destino personale e che soprattutto ha affrontato nelle terapie di gruppo e nei rapporti con i malati terminali.

Filosofiche anche le parole sul significato della vita: Noi esseri umani sembriamo creature sempre alla ricerca di un significato per tutto che hanno avuto la sfortuna di essere gettati in un mondo privo di un significato intrinseco. Uno dei nostri compiti più importanti è quello di inventarci un significato abbastanza forte da sostenere la vita e attuare la manovra disonesta di negare il fatto che siamo noi gli artefici di questa invenzione. Così ci convinciamo che invece era lì che ci aspettava. La nostra continua ricerca di sistemi ricchi di significati sostanziali spesso ci fa precipitare in crisi di significato. … Molti pensano che i progetti significativi assumano un valore più profondo, più potente, se trascendono loro stessi – cioè se sono diretti a qualcosa o qualcuno al di fuori di sé, come l’amore per una causa, una persona, un’entità divina.

Il compito del terapeuta, in questo caso, è l’identificazione e la rimozione degli ostacoli che impediscono di impegnarsi su qualcosa che si reputa significativo, poiché è proprio quell’impegno che servirà a dare senso al trascorrere dei propri giorni. Ma ancor più illuminante è il riferimento all’insegnamento del Buddha: ci si deve immergere nel fiume della vita e lasciare che la domanda scorra via da sola.

Ampio spazio viene dedicato inoltre all’assunzione di responsabilità, altro punto nodale di conflitti interiori: Finchè i pazienti persistono nel credere che i loro problemi più importanti sono il risultato di qualcosa che è al di fuori del loro controllo – le azioni di altre persone, i nervi, le ingiustizie sociali, i geni – noi terapeuti veniamo limitati in ciò che possiamo offrire….Se speriamo di ottenere un cambiamento terapeutico più significativo, dobbiamo incoraggiarli ad assumersi la loro parte di responsabilità – cioè a rendersi conto di come contribuiscono in prima persona alla propria sofferenza. Compito non certo facile e veloce di fronte a resistenze pervicaci, ma i consigli forniti supportati da esempi clinici evidenziano l’importanza di: non prendere decisioni al posto del paziente; concentrarsi sulle resistenze che impediscono il processo decisionale; stimolare la consapevolezza offrendo consigli; facilitare le prese di decisioni.

Non mancano dettagli su situazioni che si possono verificare durante lo svolgimento della terapia quali toccare il paziente, accogliere le lacrime, controllare le pulsioni sessuali, leggere i sogni … materiali che certo stimolano guida e ispirazione, ma che rispecchiano soprattutto l’elaborazione di idee e tecniche che Yalom ha trovato utili nell’esercizio della propria professione.

L’autenticità introspettiva e la volontà di “seminare” spontaneità e creatività all’interno di un rapporto d’aiuto è testimoniato dalle sue seguenti parole: non considerate i miei interventi personali come una specifica ricetta procedurale; essi rappresentano la mia prospettiva e il tentativo di guardarmi dentro per trovare il mio proprio stile e la mia propria voce.

TartaRugosa legge TartaRugosa Il ragazzo in gabbia Riproduzione: 4-2-1967 (per la serie “Pagine dal passato”)

TartaRugosa legge TartaRugosa

Il ragazzo in gabbia

Riproduzione: 4-2-1967

(per la serie “Pagine dal passato”)

Erano per me gli anni catturati dal fascino dei racconti dei nativi americani, del problema della schiavitù negli Stati Uniti, della lettura di “Ragazzo negro” di Wright. Ero ancora ignara del fatto che poco successivamente avrei amato lo sceneggiato Radici e il film Via col vento.

La passione della scrittura continuava attraverso le ricerche proposte dalla scuola elementare, lo svolgimento dei temi, i riassunti delle letture a casa. Sono grata alla mia maestra Adriana (che ormai non sarà più abitatrice di questa terra) per la sua severità, la sua rigorosità, la sua instancabile solerzia nell’insistere sulla ricchezza di vocabolario e sull’uso corretto della grammatica attraverso valanghe di compiti per le vacanze che riempivano quotidianamente i pomeriggi estivi.

In ordine cronologico, dopo “Storia di un bicchiere di cristallo” estraggo dal mio raccoglitore rosso “Il ragazzo in gabbia”. Il nome di Serino in realtà mi riporta alla memoria un bambino pakistano giunto con i genitori e il fratello più piccolo nel palazzo allora abitato. Era mio coetaneo e non sapeva l’italiano, per cui il padre mi aveva chiesto se alla sera, dopo cena, potevo seguirlo nella lettura del libro scolastico. Surena (il vero nome) era più piccolo di me di statura, aveva uno sguardo penetrante e l’atteggiamento di un piccolo mulo testardo: stava col capo chino sul testo da leggere e ripeteva con scrupolosa veemenza le correzioni da me fatte. Da bambina qual ero, una volta mi sono permessa di accarezzare i suoi capelli neri per complimentarmi del lavoro svolto, ma lui mi aveva cacciato la mano dicendomi che non era un bambino piccolo come Sina (il fratellino).

Oltre a questo spaccato autobiografico, non escludo che alla stesura di questo racconto abbiano contribuito le suggestioni di un libro per bambini centrato su Ulisse (l’anno successivo avrei goduto e spesso imitato le meravigliose espressioni facciali e vocali di Giuseppe Ungaretti nella presentazione delle puntate dello sceneggiato televisivo Odissea) e l’influenza di De Amicis e del suo Dagli Appennini alle Ande (a quei tempi il libro Cuore era un must sin dalla prima elementare).

A posteriori, rileggendomi, riconosco anche l’interessante elaborazione della delusione e del dolore provati quando, nei miei esperimenti di osservatrice, cercavo (incantata dai racconti paterni e dei suoi ricordi giovanili) il metodo migliore per addestrare il mio lucherino  ad uscire a comando dalla gabbia per invitarlo a stare in mia compagnia in forma diversa. Il lucherino seguì le istruzioni, ma decise di andarsene fuori dalla finestra aperta e per tutto il pomeriggio svolazzò nei dintorni, come incerto sul da farsi. Non lo rividi più e naturalmente mi beccai anche la sgridata di mio padre.

Dovettero passare due buoni anni prima di possedere nuovamente una coppia di bengalini. A freno controllavo il desiderio di aprire lo sportellino per imitare lo zio Crippa, il quale lasciava volare in soggiorno i suoi cardellini.

I miei otto anni erano autenticamente felici, come spesso accade ai bambini amati e liberi di poter scoprire giorno dopo giorno le novità del mondo.

Ma ecco la storia di Pietro, il ragazzo in gabbia.

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Nel paese di Pietro vi era da qualche giorno una grande agitazione. Era infatti arrivata una famiglia da un posto molto lontano: dall’Africa. Avevano preso una casa proprio vicina a quella di Pietro, così lui era stato il primo a conoscere il figlio di loro: Serino.

Serino aveva dodici anni, proprio come Pietro.

I due bambini fecero in fretta a stringere amicizia, così Pietro, nel giro di pochi giorni, lo presentò a tutti gli altri suoi amici.

Era bello stare con Serino,  perché sapeva raccontare tante belle storie del suo paese natio.

Ogni giorno il gruppo dei bambini andava a giocare ai giardinetti, poi essi si sedevano in circolo su di un prato e incitavano Serino a raccontare un’altra delle sue meravigliose storie.

E stavano tutti in silenzio quando Serino narrava la caccia ai leoni, alle tigri, i suoni del tam-tam, le danze notturne intorno al fuoco.

Nessuno si accorgeva del tempo che passava e solo quando le prime ombre della sera calavano, i bambini si alzavano e correvano veloci verso casa, temendo i rimproveri delle rispettive madri.

Pietro e Serino  tornavano sempre insieme poiché abitavano nello stesso palazzo e, dopo cena, si incontravano nuovamente.

Fu proprio durante una di queste serate che Pietro apprese da Serino una cosa addirittura fantastica.

Vicino al suo paese d’origine e precisamente su di un’isola, viveva una tribù di strani abitanti: i Trigamboni.

Serino non li aveva mai visti, così come nessun altro uomo del suo tempo, ma, secondo antiche dicerie, essi esistevano veramente.

Erano delle creature mostruose, alte quanto tre uomini messi uno sopra all’altro ed avevano ben tre gambe.

Nessuno aveva mai osato sbarcare  su quell’isola sulla quale sorgeva un altissimo monte che impediva di vedere ciò che avveniva al di là di esso.

Pietro rimase profondamente scosso da quell’incredibile racconto e la stessa notte fece orribili sogni sulla tribù dei Trigamboni.

Ma Pietro era un ragazzino terribilmente curioso e nei successivi giorni fu tormentato dallo stesso spasmodico desiderio: quello di vedere e conoscere i Trigamboni.

E pensa e ripensa, un bel giorno prese la sua decisione.

Ne parlò con Serino che, dopo averlo ascoltato attentamente, lo guardò stupefatto.

-Tu … tu voi andare sull’isola dei … dei Trigamboni? – balbettò infine.

- Sì. La cosa ti stupisce tanto? E perché non vuoi venire con me?-

- Ma stai scherzando, vero? –

- Niente affatto. Me ne andrò solo, se tu hai paura di accompagnarmi. A me, il coraggio non manca! –

Serino iniziava a pensare che il suo amico fosse improvvisamente impazzito.

Ma Pietro diceva proprio sul serio. All’insaputa di tutti raccolse un po’ della sua biancheria riponendola nella cartella di scuola, qualcosa da mangiare e il suo salvadanaio.

Poi, dopo aver minacciato Serino di indescrivibili torture se avesse osato rivelare a qualcuno il motivo della sua fuga, partì.

Certo che il viaggio non era semplice.

L’Africa era lontano e Pietro non sapeva di andare incontro a mille pericoli.

A casa, quando i genitori seppero della sua fuga, lo fecero cercare invano: Pietro sembrava essersi dissolto nel nulla.

Quest’ultimo aveva intrapreso il suo lungo cammino con una certa baldanza, ben sapendo però che avrebbe incontrato non poche difficoltà.

E valicò monti e colline, sorpassò immense pianure, attraversò fiumi e laghi. Compì i più svariati mestieri per guadagnarsi il pane quotidiano, ma nonostante tutte le fatiche che ogni giorno doveva affrontare, nulla sembrava farlo desistere dal suo scopo.

Gli occorsero ben tre anni prima di arrivare alla tanto sospirata meta, e durante questi anni Pietro vide molte città, molti paesi, conobbe tanta gente, buona e cattiva, imparò ad esprimersi in diverse lingue e apprese costumi e tradizioni di ogni popolo che incontrava.

Ma nessuno sapeva fornirgli spiegazioni sui Trigamboni.

Chi diceva di non averli mai sentiti nominare, chi gli rideva in faccia dicendo che erano tutte fantasie, chi si spaventava e non voleva dirgli nulla.

Pietro incominciava a credere che i Trigamboni non esistessero veramente e, quando stava per perdere tutte le speranze, ecco che incontrò un uomo vecchio, vecchissimo, che gli chiese dove stava andando.

- Sto cercando la tribù dei Trigamboni, ma nessuno vuole dirmi dove essi siano – piagnucolò Pietro.

- Sei certo di volerli veramente raggiungere? – chiese il vecchio.

- Sì. Sono già trascorsi tre anni da quando me ne sono andata da casa per partire alla ricerca di questo popolo. –

- Ma non sai che il tuo potrebbe essere un viaggio senza ritorno? –

- Non m’importa. Non avrò pace finchè non li troverò. –

- Sei proprio un ragazzo testardo. Quanti anni hai? –

- Ormai quindici. Ne avevo solo dodici quando sono partito. –

- E sei venuto fin qui da solo? –

- Sì, nessuno mi ha voluto accompagnare. –

- Bene, sei più coraggioso di quanto pensassi. Se vuoi, ti posso suggerire io la strada per raggiungere l’isola dei Trigamboni –

- Davvero? La prego, mi aiuti! –

Il vecchio condusse Pietro in cima ad una collina.

- Vedi quella massa nera laggiù in fondo? -

- Sì, ma è molto lontana! -

- Già, non ti sarà facile arrivarvi, ma se a te la buona volontà non manca … -

- Ah no! Ormai sono giunto all’ultima tappa. Sarei uno sciocco se mi fermassi proprio all’ultimo ostacolo! –

- Bene, ragazzo mio. Ti faccio tanti auguri. Addio e buona fortuna. — Addio e grazie di tutto. –

E così Pietro armato di tutta la sua buona volontà si accinge a raggiungere la tanto sospirata isola. Gli occorsero ben tre settimane per approdare su quella terra circondata dal mare e un intero mese per passare dall’altra parte dell’altissimo monte.

Ma finalmente il suo lunghissimo viaggio ebbe termine. Poteva ora conoscere la tribù dei Trigamboni.

Erano veramente mostruosi. Così alti! I loro capi erano rapati, senza un’ombra di capelli. Le fattezze del volto erano totalmente inespressive e i loro corpi erano massicci, sgraziati.

Ma il particolare più raccapricciante erano le loro tre gambe, simili agli alberi maestri di una nave.

Pietro, quando li vide, si sentì percorrere da un brivido. Il suo primo impulso fu quello di fuggire da quell’orribile luogo e ritornare nella sua piccolissima, ma sicura casa. Ma ormai era troppo tardi.

Un Trigambone bambino l’aveva avvistato. Per fortuna era un bambino! Pietro accanto a lui sembrava poco più di una formica!

Il bambino si inginocchiò e lo prese, non molto delicatamente, fra le sue mani. Poi corse dal padre.

- Papà, papà, guarda che strano animale ho trovato! –

- Fa un po’ vedere .. ah, ah! Ma quello è un uomo! –

- Un uomo? Dunque è questo un uomo? Com’è brutto! –

Pietro ebbe un moto di stizza e pensò: – Senti chi parla! -

Il piccolo Trigambone sembrava molto soddisfatto della sua nuova scoperta e non terminava di contemplare la sua vittima.

Portò in giro il povero Pietro come un trofeo, lo mostrò ai suoi amici e a tutti i Trigamboni che incontrava.

La giornata, in quel modo, trascorse molto velocemente e quando venne la sera, il bambino, per tema che  il suo nuovo giocattolo fuggisse, lo rinchiuse in una gabbia.
E così il povero Pietro si trovò carcerato fra quattro pareti di sbarre. E per giunta, con lo stomaco vuoto!

Infatti a nessuno era passato per la mente di nutrirlo.

Pietro si sentiva molto scoraggiato e quella notte non riuscì a chiudere occhio. Cercò in tutti i modi di evadere da quella gabbia, ma i suoi tentativi risultarono inutili. In che guaio si era cacciato! Che cosa gli sarebbe successo in seguito? Se avesse dato retta a Serino e non fosse mai partito!

Intanto un nuovo giorno era nato.

Il suo padrone arrivò presto, canterellando. Non lo tirò fuori dalla gabbia, ma in compenso gli porse due scodellini, di cui uno conteneva un liquido lattiginoso e l’altro una poltiglia più densa di un colore verdastro.

Pietro guardò sconcertato quello che avrebbe dovuto rappresentare il suo pasto, poi, facendosi coraggio, assaggiò il contenuto dei due recipienti. Pareva di mangiare fanghiglia.

Ma Pietro aveva fame e spazzò in un battibaleno qual cibo che, di commestibile, aveva ben poco.

Come si annoiava Pietro in quella gabbia! Più che andare in su e in giù non poteva. Il suo pensiero corse all’uccellino chiuso in una gabbia simile alla sua, anche se di proporzioni più ridotte, che rallegrava col suo canto la casa dove aveva sempre vissuto.

Decise che, se sarebbe uscito vivo da lì, appena tornata a casa, lo avrebbe liberato.

Che noia! Che noia! Almeno lo avessero fatto uscire! Avrebbe potuto guardare come si svolgeva la vita in quella maledetta isola. E invece, relegato com’era, in quell’angolo buio, non poteva proprio vedere niente.

Ben presto però ritornò il piccolo Trigambone che, di ottimo umore, lo tirò fuori dalla gabbia e, sedendolo sul palmo della mano, lo portò a spasso. Pietro guardava intorno a sé, sgranando gli occhi.

Com’era tutto differente dai paesi che aveva attraversato!

Non esistevano case, ma immense grotte in cui vivevano intere famiglie di Trigamboni.

Questi abitanti conducevano una vita molto tranquilla, chi sedeva sui massi di pietra, chi mangiava quella stessa poltiglia di cui si era nutrito Pietro, chi parlava, chi faceva assolutamente nulla.

- Una vita piuttosto monotona – pensò Pietro.

Altri bambini raggiunsero il Trigambone che reggeva Pietro.

Egli divenne presto il trastullo generale. Gli venivano fatti fare i più disparati esercizi nel corso dei quali Pietro si fece piuttosto male. Ma anche l’uomo-giocattolo, pur essendo una divertentissima novità, venne rapidamente a noia a quei bambini.

Pietro quindi fu rimesso in gabbia, portato a casa e posto nel solito angolo buio. E lì purtroppo vi rimase per parecchi giorni.

Tutti sembravano essersi dimenticati del povero Pietro che viveva ore di vero terrore. La fame lo torturava e più le ore trascorrevano, più la paura della morte si avvicinava. Inutili i tentativi di far qualcosa, perché non c’era proprio niente da fare.

Gli ritornarono alla mente ricordi che ormai parevano lontanissimi: i volti dei familiari, degli amici, il lungo viaggio, il vecchio che gli aveva dato l’ultima informazione.

Di nuovo si rimproverò, si accusò, si maledisse, si ritenne pazzo, poi, quando lo sfogo si placò, si sedette in un angolino della gabbia e, disperato, attese la fine.

Fine che però non giunse perché la mamma di Pietro entrò nella sua cameretta interrompendo il sogno.

Che sospiro di sollievo che ebbe il ragazzo quando si rese conto  che era stato solo un brutto sogno!

Probabilmente i racconti di Serino, la sera prima, erano stati più fantasiosi del solito e Pietro ne era stato colpito.

Si alzò felice e si accinse a recarsi dall’amico per raccontargli quell’incredibile sogno che l’aveva fatto tanto penare.

Avvertì la madre che usciva e quindi passò dalla cucina per avviarsi verso la porta d’ingresso.

Mentre attraversava il locale udì un trillo festoso. Alzò lo sguardo e vide la gabbia dell’uccellino. Rammentò il sogno e, senza indugio, si sollevò sulle punte dei piedi e aprì lo sportellino della gabbia.

L’uccello smise di cinguettare, sporse il capino quasi incredulo e poi spiccò il volo, uscendo dalla finestra aperta.

La mamma di Pietro guardò il figlio stupefatta.

- Vedi mamma, credo proprio che non ci sia niente di più terribile per qualsiasi creatura vivente, di quella di sentirsi serrato fra quattro pareti di sbarre. –

Poi fischiettando uscì di casa, completamente soddisfatto.

 

Fine

TartaRugosa ha letto e scritto di: Giampaolo Nuvolati (2013) L’INTERPRETAZIONE DEI LUOGHI, Firenze, University Press

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Giampaolo Nuvolati  (2013)

L’interpretazione dei luoghi

Firenze, University Press

In questo periodo perseguo, con TartaRugoso, l’arte della flanerie come esperienza di vita (sottotitolo del volume in lettura).

Sono diversi ormai i testi che in questa rubrica si rincorrono su questo tema, nelle sue varianti dedicate al genius loci, ai giardini, alle derive …Così anche questo libro di Nuvolati giunge a proposito e contribuisce con maggior chiarezza a delineare e a modernizzare la figura del flaneur.

Annota l’autore che la parola flaneur ha varie origini e usi:

“Nata intorno alla metà dell’Ottocento per designare dandy, poeti e intellettuali che passeggiando tra la folla delle grandi città ne osservano criticamente i comportamenti, la nozione di flaneur sollecita oggi con forza l’interesse delle scienze sociali e della filosofia, ma anche della letteratura e del cinema, per la capacità di identificare una particolare pratica di viaggio e di esplorazione dei luoghi, di rapporto riflessivo con le persone e gli spazi.

La figura del flaneur può dunque essere considerata da diverse angolazioni: “incarna il desiderio di libertà errabonda dell’individuo imprigionato da vincoli territoriali, ideologici, professionali; la ribellione contro le pratiche consumistiche di massa, specie contro il turismo mordi e fuggi; l’aspirazione ad assaporare la vita secondo ritmi più meditati; il recupero della sensibilità come forma di conoscenza!”, ma sebbene si tenda ad associare tale figura a poeti, artisti e intellettuali, lo spazio urbano può essere abitato da molteplici figure affini. Prima di conoscerle più in dettaglio, mi soffermo su una considerazione interpretativa che Nuvolati espone attraverso l’espressione “flaneur ossimorico”, ovvero le opposte contraddizioni che l’esploratore può incarnare.

Per esempio, essere al contempo puer e senex. Perché nel puer è custodita l’ingenuità del flaneur, la sua voglia di scoprire lo sconosciuto, la voglia di abbandonarsi entusiasticamente al labirinto urbano e però, al contempo, anche quella certa consapevolezza che lo rende saggio nella sua scelta di cosa osservare, nel sapere quando e dove sostare.

Sempre in ambito ossimorico il flaneur è solitario e un po’ malinconico, ma nello stesso tempo cammina nella folla, sfidandola e talvolta sentendosi un po’ sopra di essa.

Qualcuno ritiene che il bighellonare richiami l’ozio? Può darsi, ma è anche vero che la pazienza della perlustrazione, qualche volta vicino alla noia, rappresenti una sospensione in attesa dell’atto creativo (Tacita Dean definisce questo atteggiamento indolenza creativa). La flanerie, infatti, non è solo una forma di contatto lento con la città veloce, ma in genere è seguita da un momento produttivo, di scrittura, di narrazione, di fotografia, “di collezionare pensieri che non sempre seguono una logica, che spaziano da una disciplina all’altra, ricorrendo a più strumenti narrativi, spiazzando il lettore”.

Per non parlare dell’aspetto sociale e sociologico del flaneur … Egli infatti è “colui che grazie alla propria arte guarda la città, ne rielabora i significati e la restituisce a un pubblico più ampio, ma anche agli specialisti che necessitano di uno sguardo diverso, seppur mai definitivo”.

Dunque piedi, occhi e cervello sono le parti maggiormente coinvolte nell’espletare la flanerie: “caratteristica è quella di muoversi a piedi, conciliando tre attività: il camminar lento, l’osservare e l’interpretare ciò che lo sguardo coglie … Camminare nella città rinvia a una condizione di solitudine e di libertà nel rifiutare la velocità e i percorsi imposti dal ritmo urbano e massificato, è la scelta di tempi e pause personali ma, contemporaneamente, rappresenta anche un’apertura verso gli altri”.

Implicitamente fare il flaneur comporta un atteggiamento di pazienza, lentezza e silenzio. E’ solo grazie a queste attitudini che si possono percepire i cinque sensi vissuti dalla città, nonostante il rumore e la frenesia. Nel suo silenzio interiore il flaneur scopre che il luogo non rappresenta più il fondale delle sue azioni, ma diviene esso stesso protagonista, rivelandosi inaspettatamente agli occhi del suo osservatore e svelando l’anima fino allora nascosta. Senza dover necessariamente andare lontano, perché “ognuno ha la propria Parigi o Londra in cui perdersi; sono le nostre città di tutti i giorni che nascondono il loro genius loci misterioso, tra realtà e finzione”.

E, sempre a proposito delle contraddizioni incarnate, la vera sorpresa sta fra le multiformi figure che possiamo declinare nell’essere flaneur, rovistando sia fra presenze “marginali”, sia fra presenze di “élite” o addirittura fra “professioni”.

Nuvolati esamina queste categorie portando alla luce tizi e tali noti agli occhi di tutti coloro che si soffermano a considerare il prossimo che incrociano nelle vie della loro città.

Con TartaRugoso, passeggiando fra i vari crocicchi della città murata, condividiamo l’elenco proposto dal’autore.

Marginalità

- senzatetto e mendicanti che girano per la città cercando giacigli, cibo, luoghi della questua (il censimento che tartarugando potremmo costruire all’interno delle nostre mura è assai variegato e spazia dal “Dio ti benedica, buona giornata”, a “50 centesimi per mangiare”, al semplice gesto del braccio per vendere qualcosa,  al suono di una fisarmonica accompagnato da uno o più languidi sguardi canini)

- pensionati che passeggiano e si appostano vicino a operai al lavoro per dare loro consigli (nel nostro caso l’esempio più evidente è in riva al lago per commentare manovre di imbarcazioni o raccolta di pesca, ma naturalmente non fanno difetto gli osservatori dei vari cantieri aperti)

- bighelloni frequentatori di bar e sale corse perennemente seduti ai tavoli (che suscitano sempre la nostra domanda “ma questi che fanno per vivere?”)

- matti del paese e balordi in perpetuo movimento alla ricerca di compagnia (“farò quella fine”, dice TartaRugoso, guardando all’affaccendato giornaliero trasportatore di libri che incrocia sempre davanti al teatro)

- alcolisti, tossicodipendenti che vanno a zonzo in città chiedendo la questua o alla ricerca di droga (il segreto è di evitarne lo sguardo)

- prostitute in attesa o a passeggio nelle zone di transito dei clienti (non siamo flaneur notturni per cui non ci è dato questo incontro)

- immigrati spaesati alla ricerca di conoscenti e di opportunità di lavoro in alcune zone della città (non nel nostro quartiere, dove invece sembrano abbastanza stabilizzati e abili conoscitori dei servizi sociali)

- studenti fuori sede che girovagano fra una lezione o l’altra nei periodi di pausa dello studio o nelle uscite serali (il lungolago ne è pieno, soprattutto nelle giornate di sole)

Elites

-  ceti particolarmente abbienti che possiedono case di valore in più città dove trascorrere brevi periodi all’anno praticando attività di esplorazione della città congiuntamente all’élite locale e internazionale (nella nostra flanerie lacustre l’attenzione si desta quando vediamo spalancate imposte di ville solitamente chiuse, che dopo qualche giorno tristemente ritornano allo stato silente)

- viaggiatori dei Grand Tour (non ci è dato di incrociarli, data la nostra inesistente passione per questo tipo di turismo)

- new dandies a passeggio per sfoggiare nuovi capi di abbigliamento (idem come sopra)

- turisti intellettualizzati che frequentano musei e mostre (e che ci dimostrano quanto è bella e ambita la nostra città)

L’autore non manca di citare i “provocatori”:

hippies che rifiutano le regole; intellettuali critici nei confronti della società di massa; manifestazioni politiche; musicisti girovaghi. TartaRugoso, per esempio, ha stretto amicizia con il proprietario di due cani (Budino e Guapa), che ha scelto di vivere da barbone scrivendo poesie.

E, ancora, Nuvolati si sofferma su chi si trova a fare flanella per

motivi di lavoro:

poliziotti in perlustrazione di quartieri a rischio; detective sul luogo del delitto; giornalisti impegnati a raccogliere immagini e testimonianze; architetti che sovrintendono la trasformazione di un luogo.

Sicuramente la pratica che preferiamo, TartaRugoso ed io, è quella definita “camminare liberamente in città”, l’amare la città nel suo viverla quotidianamente, soprattutto in questo periodo estivo, quando le piazze (finalmente libere dalle auto) diventano teatri en plein air, stuzzicando la curiosità dell’approfondimento e regalando “quel sentirsi altrove” che corrisponde ai vari sentimenti espressi da film, musiche, mostre, rappresentazioni teatrali, giochi e mimi, monologhi …

La cinepresa in questo caso diventa lo strumento per catturare quei momenti magici e tentare di renderli eterni.

TartaRugoso, su stimolazione di Perec, ha anche tentato la pratica dell’”osservazione da postazione fissa” (in altre parole, tentativi di esaurimento di un luogo), stupendosi dell’effetto strabiliante che lo stesso spazio possa diventare, in diversi momenti della giornata, fonte di trasformazione sociale.

Per ottemperare alle istruzioni fornite da Nuvolati, ci manca solo lo “shadowing”, ovvero “il fare da ombra, il pedinare una persona prescelta lasciando che sia lei a guidarci nella città”, magari sostituendo il pedinato con un altro, in un punto particolare della camminata (shadowing incrociato).

Ma dubito molto che possa diventare un nostro atto sia pur sperimentale: da brava coppia tartarughesca, amiamo la solitudine e preferiamo lasciarci abbracciare dalle visioni dei nostri luoghi, apparentemente i soliti, ma suscitatori di sempre nuove percezioni.

 

CARATTERISTICHE MORFOLOGICHE DA CONSIDERARE PER CAPIRE SE LA NOSTRA È MASCHIO O FEMMINA, di EMANUELA ZERBINATTI

Trovo su “daebyday” questo articolo scritto dalla dott.ssa Emanuela Zerbinatti:

 

Caratteristiche morfologiche da considerare per capire se la nostra è maschio o femmina

  • La grandezza: è una delle differenze tra maschi e femmine più evidenti anche per l’occhio meno esperto. Le femmine sono infatti generalmente più grandi dei maschi. Tanto per intenderci, nelle Testudo hermanni (la specie terrestre più conosciuta), un maschio adulto misura dai 12 ai 16,5 centimetri, mentre la femmina può raggiungere i 20 centimetri. Questa è però la caratteristica che più di tutte risente della possibilità di fare un confronto.
  • Il piastrone: è la parte ventrale del guscio, quella che sta a contatto col terreno. Se la tartaruga è femmina questo sarà piatto, mentre se è maschio sarà concavo. In molte specie di tartarughe terrestri gli ultimi scuti del piastrone, gli scuti anali, formano una “V” più aperta nel maschio rispetto alla femmina.
  • La coda: nel maschio è grossa, robusta, più lunga e appuntita, e con uno sperone all’estremità, mentre quella della femmina è tendenzialmente più corta, piccola e senza particolari rilievi. Nel maschio, inoltre, la cloaca posta più distalmente (più lontana dalla base della coda).
  • Le unghie: il maschio ha le unghie delle zampe anteriori molto lunghe. Nella femmina sono invece più piccole.
  • Il muso: nel maschio è più allungato rispetto alla femmina che ha tratti più tondeggianti.

L’unico vero limite è l’età della vostra tartaruga.

Il piastrone concavo nei maschi di alcune specie, soprattutto di tartarughe terrestri, serve per adattarsi meglio alla forma convessa del carapace della femmina. Nella femmina un piastrone piatto permette di avere più spazio a disposizione per lo sviluppo delle uova. Ciò però significa che questo tipo di differenziazione si manifesta solo nei soggetti adulti, pertanto è impossibile determinare il sesso delle giovani tartarughe.

 

TartaRugosa ha letto e scritto di: Andrée Bella (2014), Socrate in giardino, Passeggiate filosofiche tra gli alberi, Ponte alle Grazie, Salani Editore, Milano

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Andrée Bella (2014)

Socrate in giardino

Passeggiate filosofiche tra gli alberi

Ponte alle Grazie, Salani Editore, Milano

Scheda dell’editore

Non è questione di amare o meno la natura.

La questione riguarda piuttosto l’interrogarsi, il soffermarsi, l’ascoltare e l’ascoltarsi.

Perché ci sono vicende in cui l’uso delle parole può rivelarsi insufficiente, se non inopportuno e inefficace.

Sono le vicende dell’umana sorte legate al mistero, all’insondabile, all’ineffabile che, nella loro presunta individualità, si dispiegano  ad accogliere l’universale e l’eterno.

In quel  vuoto che si forma dentro, nel tempo surreale che può perdere il suo senso,volgere lo sguardo alla natura che ci possiede,  prendersi per mano e accompagnarsi lungo la vita diventa la terapia più profonda per ritrovare se stessi.

Per lo meno, da tartaruga la vedo così, e così la vorrei vivere, nonostante l’obiettiva difficoltà.

Ho imparato due definizioni di vita:

Bios (da cui biografia), che designa la vita legata al nostro nome e alla nostra storia, il cui inizio è sancito dalla data di nascita e la cui fine dalla data di morte.

Zoé (da cui zoologia), che designa la vita universale che ciascuno di noi si porta dentro, intrecciata sì alla bios, ma ben più ampia, una vita senza nome e al di là del pensiero.

Andrée Bella suggerisce di connettere il microcosmo (il proprio agire e il proprio sentire) al macrocosmo (quel tutto senza il quale la vita umana non avrebbe potuto darsi): “A partire da questa prospettiva il senso dell’anima si trova nel mondo e quello del mondo può essere riconosciuto e celebrato nell’anima e i due poli risultano essere indissociabili”.

Perché quindi non ispirarsi agli esercizi dell’antica terapeutica filosofica, grazie ai quali si può tentare di trasformare i propri modi di sentire e pensare?

E’ intorno a questo tema che il sottotitolo del libro “Passeggiate filosofiche tra gli alberi” ci insegna ad essere “sereni e fermi anche di fronte alle avversità, comprese la vecchiaia, la malattia e la morte stessa”, nonché a “vivere concretamente cercando di non smarrirsi nei meandri quotidiani del piccolo, soffocati da abitudini inerti o doveri vuoti”.

La prima passeggiata propone l’esperienza filosofica dell’autunno e le riflessioni mito-botaniche sulla perdita e sulla morte.

Fra noccioli, edere, betulle, è l’incontro con un pino silvestre in difficoltà che maggiormente mi colpisce. Proprio lui, “emblema immaginario di una forza che non soccombe all’arrivo del freddo” è lì, malato e in sofferenza, eppure sa che deve in qualche modo resistere, imparare a sopportare. Il pino dolorante allora evoca questo esercizio “Mettere a fuoco la capacità di resistenza”. “La capacità di resistenza è una cosa diversa da una stanca rassegnazione o dall’atto di ribellione, pur potendo coincidere in parte con l’una o con l’altro. A volte siamo costretti a subire situazioni che non possiamo cambiare. Situazioni difficilissime, malattie gravi, proprie o altrui, licenziamenti ingiusti, incidenti, morti improvvise e premature, inganni e così via. Situazioni per le quali non si vive, ma si sopravvive. … La capacità di resistere, che può avere tratti eroici anche in certi gesti quotidiani, come alzarsi ogni mattina … implica costanza, volontà e fatica. … La fatica può essere foriera di grande felicità, Ma bisogna imparare a sopportarla … Ogni difficoltà superata significa apprendimento, cambiamento.”. Come si può imparare qualcosa se prima non si sperimenta un crollo?

Anche l’incontro con i pioppi neri fortifica l’esercizio,

Narra la leggenda che Fetonte, figlio del dio Sole, riuscì a farsi prestare dal padre il carro di fuoco per poter volare nel cielo, ma la sua incapacità di governare le briglie rischiò di fargli bruciare l’intera terra  e Zeus fu quindi costretto a intervenire e a fulminarlo. Le sorelle Eliadi, vedendo il corpo cadere nel fiume Eridano, iniziarono a piangere senza smettere mai e Zeus, impietosito, le trasformò in pioppi neri. La loro corteccia nera ci ricorda che “bisogna saper guidare il carro, non avvicinarsi troppo al sole e neppure alla terra, saper stare in equilibrio. Il tentativo di trasfigurare il dolore e la sofferenza, di trascendere e trasformare il negativo e di oltrepassare il limite e salire, deve accompagnarsi alla conoscenza permessa dal discendere e dal vedere il limite e la morte”.

La seconda passeggiata celebra le nozze tra acqua e terra, con la bella metafora del “lasciarsi accadere” come i salici disposti in riva al fiume: “Rami che sanno ondeggiare assieme alla corrente, senza spezzarsi, delicati e potenti nell’arginare i fiumi”.

L’esercizio è “Provare a stare con quello che c’è, dentro e fuori, ogni giorno”. “Accettare ciò che si è e si ha o non si ha più … La consapevolezza che è inutile inasprirsi, chiudersi, rifiutare ciò che accade. Inutile pensare che la propria sofferenza sia colpa degli altri o di qualcosa che ci manca”.

Ci vengono in aiuto gli stoici e la loro disciplina dell’assenso: vedere le cose così come sono, cercando di eliminare il giudizio e il pathos che le rende terribili e temibili per noi.

La forza acquatica, ricordiamolo, possiede le sue ombre e i suoi rischi. Possiamo infatti impantanarci nella palude: “quando il saper seguire e adattarsi alle situazioni diventa passività, fino a un’immobilità stagnante e mortifera. Una situazione psichica in cui tutto è annacquato e non ci si può appoggiare a nulla, i contorni si sciolgono e non permettono appigli”.

E’ l’ontano l’albero cui dobbiamo rivolgerci per arginare lo sprofondamento depressivo. Il legno di quest’albero, infatti, non marcisce (il ponte di Rialto poggia su pali di ontano, così come molteplici cattedrali medievali). “Dove l’acqua ristagna, ecco nascere gli ontani a fissare l’azoto dell’aria e a resistere. E’  una necessità di equilibrio e complementarietà, saper lasciare accadere e scegliere, accogliere e decidere, abbandonarsi e sforzarsi, ascoltare e prendere la parola, cedere e proporre, coltivare pace e saper combattere”.

Sempre dagli stoici un altro esercizio: “Inserire ogni oggetto nella catena delle cause”. Serve a ricordare che le cose non possono esistere da sole.

Ecco la quercia e la ghiandaia. La ghiandaia sputa nel terreno le ghiande che porta nel becco, le osserva e le ingoia di nuovo tutte, tranne una, che resta lì nel terreno, pronta a seguire il suo nuovo destino. Fa questa operazione più volte salvando se stessa e la quercia, che si propaga in continuazione. Gli stoici sostenevano che per un singolo fare il bene della comunità equivale anche a fare il proprio bene e invitavano quindi all’esercizio dell’azione al servizio degli altri.

Nella terza passeggiata, dedicata alle nozze tra terra e fuoco, l’esercizio proposto è “Attenzione alla sensazione e alla consapevolezza di essere vivi”. Ovunque. Persino in un parcheggio di città, dove il rapporto con la natura può essere solo immaginato. “L’accaparramento di suolo a fini commerciali, la parcellizzazione pianificata e la privatizzazione, l’aumento dei dispositivi di controllo e l’omogeneizzazione delle attività legate al consumo rendono più difficile abitare felicemente il territorio urbano. … Ma forse esiste, è esistito e sicuramente potrà sopravvivere un desiderio altrettanto intenso di liberarsi di tutto ciò. Un desiderio che mira a costruire vite, strade e case differenti. E’ il desiderio filosofico, un bisogno di trasformazione e miglioramento di sé e del mondo che con il possesso non ha nulla a che vedere”.

Guardiamo dunque quel fico che rompe il cemento e cresce nella crepa del muro. Il fico è il simbolo di illuminazione e conoscenza, della “forza misteriosa che si propaga e si espande. Oltre la morte. Instancabile. Eterna. E’ una volontà umana che cerca perseverante, nonostante il morire, il senso della vita”. Nella sua vitalità ci insegna che per alimentare la fiamma del mondo bisogna andare oltre ai propri interessi. Solo così, misteriosamente, potremo comprendere che soffiando sul fuoco del mondo si soffia su un fuoco che pure è nostro e ci è intimo.

Entusiasmarsi equivale ad avere un “soffio dentro”, cosa che accade ogni volta che respiriamo. Nella natura il respiro è dato dal vento e dal suono che produce soffiando fra gli alberi e “forse bisogna imparare dai pioppi tremuli, imparare a oscillare con il vento. Senza fermarlo, senza imprigionarlo, senza farsi sbatacchiare qua e là”. Ogni città dovrebbe possedere un luogo in cui fermarsi ad ascoltare il canto dei pioppi, un luogo dove “mettersi ad ascoltare la voce del vento. Per addolcire la scansione meccanica dei ritmi quotidiani e la visione ristretta del tempo rigidamente organizzato. Per rimettere  tutto questo nell’orizzonte terrestre, nel succedersi delle stagioni e delle ore geologiche”.

La quarta passeggiata, infine, propone riflessioni mito-botaniche sulla nascita e rinascita: “Essere o non essere. E’ come un glicine che si appoggia a un albero”. “Bisogna comprendere come esercitarsi a rinascere e a innamorarsi. Il memento mori, ricordati che devi morire, si trasforma in memento vivere, ricordati di vivere”.

E ricordarsi di vivere non è poi vicenda così scontata, in quanto l’abitudine può inibire l’esercizio della meraviglia e della sorpresa, precipitandoci nella noia, come già osservava Seneca “Il sole non ha spettatori se non durante le eclissi”. Orfeo, il mitico musico cantore, sceso vivo nell’Ade aveva saputo evocare con il suo canto cosmico la gratitudine per la bellezza di tutto ciò che vive ed è destinato a scomparire. E l’Amor fati di stoica memoria insegna proprio ad innamorarsi di ciò che naturalmente accade, così come enunciava Marco Aurelio: “Non devi cercare di ottenere che gli avvenimenti avvengano come tu vuoi, ma desiderare gli avvenimenti così come avvengono e sarai sereno”.

L’esercizio in questo caso, quindi, è quello di mantenere alta la consapevolezza che non tutto dipende da noiin ciò che ci accade nella vita. Ciò che invece è strettamente dipendente da noi è il nostro modo di vivere e percepire gli eventi che ci capitano. Se qualsiasi cosa ci capiti è consueta e ovvia, allora ricordiamo che amore del fato significa “Amore di una primavera capace di non dimenticare l’autunno. E viceversa di un autunno capace di non dimenticare la primavera … Camminiamo memori di queste alternanze, sereni come coloro che si esercitano a non avere paura di ciò che normalmente si considera negativo. … Stoicamente, camminiamo”.

Imparare pertanto a lasciarsi sbocciare in primavera. Così come il serpente, nella prima giornata di sole, esce dalla propria pelle, pronto per indossarne una nuova.

O, da tartaruga, rivedere l’azzurro del cielo dopo aver contemplato il buio della terra.

… per Giove ! …