Storia di un bicchiere di cristallo Racconto per bimbi dagli anni 4 agli anni 6 Riproduzione; 8-12-1965

TartaRugosa legge TartaRugosa

L’inverno è finito e l’aria tiepida di primavera stimola alla pulizia della tana.

Tutto intorno è ormai fiorito e anche Giove, appiattito fra i fusti dell’enorme cespuglio di margherite gialle, con il muso appena appena  affacciato e gli occhi vigili, segnala che è ora di darsi da fare.

Inauguro quindi oggi l’apertura dell’Argomento  “Pagine dal passato”.

Non so bene come sia giunta a questa idea. Forse una spintarella è arrivata anche dagli ultimi post di dodo e ale, ma a dire il vero è da un po’ che ci meditavo, nel buio della profondità invernale.

Uno dei tanti progetti che si accumulano nel campo delle intenzioni e lì restano, in attesa del tempo propizio.

E fra le varie intenzioni, scelgo quella più facile: rileggere e ricopiare antiche pagine che provengono dal passato. Di TartaRugosa.

Così, nel rispolvero della scrivania, spazzate le pile dei testi che si sono succedute in questi mesi secondo i ritmi di TartaRugoso, ora appare il raccoglitore di cartone rosso, sul cui dorso un’etichetta preparata con la dymo  annuncia “Scritti”.

Da parecchi lustri vengono lì gelosamente custoditi fogli, quaderni, cartellette, libricini prodotti da TartaRugosa, nel periodo compreso tra infanzia (aurea) e adolescenza (oscura).

E’ singolare rivisitare con gli occhi da adulti le premesse e le promesse embrionali. Sono infatti già presenti tutti quei segni che, se fossero stati colti a tempo debito, forse avrebbero determinato un altro destino. Sliding-doors? Serendipity? Mah!

Lascio per il momento da parte gli svolgimenti dei temi delle prime classi elementari (archiviati nel cubotto di legno in soggiorno) e inizio con il primo scritto “impegnativo” della seconda elementare.

A quel tempo vigeva ancora l’esame di passaggio alla terza e la prova di italiano rivestiva la sua importanza. I compiti a casa riguardavano esercizi di grammatica, di vocabolario, di prosa, di sintesi, di dettatura. A scuola ero incantata dalla bravura della mia maestra (più o meno cinquantenne) e dalla sua capacità di incantarci con storie e racconti.

Il testo di lettura mi pare fosse titolato “Ore liete” e raccoglieva brani antologici tratti  da libri per bambini, nonché storie, filastrocche stagionali, poesie, rime e giochi di parole in grado di arricchire fantasia e competenza linguistica  dei piccoli cervelli in fase evolutiva. Passione coltivata anche a casa: i miei amici preferiti erano i libri di fiabe che arrivavano in grande quantità sotto forma di regali o come prestito dalla biblioteca.

Del racconto che segue potrei ora riconoscere alcune “citazioni”: il cofanetto di tre volumi della Bibbia illustrata per i piccoli; le fiabe del  brutto anatroccolo, dei tre porcellini,  di pollicino e del soldatino di piombo; Gian Burrasca e i gendarmi di Pinocchio.

Della memoria autobiografica riconosco invece:  alcuni modi di dire dialettali (i miei genitori talvolta fra di loro conversavano in dialetto friulano e “buono come il pane” era una frase tipica); i cardellini dello zio Crippa; il servizio di tazzine per le bambole in una scatola dal coperchio trasparente; il criceto che mi sarebbe arrivato solo qualche anno dopo poiché mio padre destava i “topi” (e infatti fu poi dato via per i disastri combinati); i viaggi in treno verso Udine con cambio a Venezia ; l’antipatia per le vacanze fatte con le zie; le difficoltà di socializzazione all’inizio della scuola; il concetto del “perdono” che rendeva i bambini buoni e li preservava dall’odio (reminiscenze dell’asilo presso le suore che avevo voluto subito abbandonare, forse perché non trovavo coerenza fra l’insegnamento religioso e il comportamento delle donne velate).

Una certezza/incertezza: la data di stesura è quella indicata, ma la ricopiatura no. Le pagine utilizzate infatti sono quelle di quarta e quinta elementare.

In prima avevo una calligrafia pessima. Temo anche nelle classi successive.

Il doppio voto sul foglio di quinterno del compito in classe riguardava contenuto e calligrafia. Quest’ultimo era sempre una sofferenza e la maestra suggeriva esercizio, esercizio, esercizio.

Chissà. Forse la “rilegatura a libretto” corrisponde a un esercizio di “copiatura in bella”, derivata dall’abitudine di fare una prima stesura in brutta (su cui si poteva pasticciare) per poi ricopiare appunto in “bella”.

A quei tempi non avevo ancora scoperto le parole ristampa e nuova edizione ….perciò la data finale (e di eventuali correzioni) rimane un mistero.

Storia di un bicchiere di cristallo

Racconto per bimbi dagli anni 4 agli anni 6

Riproduzione; 8-12-1965

IMG_3386 IMG_3387 IMG_3388 IMG_3389 IMG_3390

Era un bicchiere come tanti altri, ma ebbe un passato burrascoso, che i suoi compagni stentavano a crederci, quando lo raccontava. Era appena costruito, che ebbe già un’avventura formidabile. Piccolo come era, si pensò di metterlo in un servizio di porcellana, ma dopo cambiarono idea e lo misero in uno di cristallo, dove fece molte conoscenze, non a tutti però era simpatico, e si assicurava ogni notte con Dio, di farlo volare nel regno dei Cieli, dove soltanto lì sarebbe stato felice. E una notte sognò …

Suoni e canti di angeli accoglievano il suo arrivo, cammina e cammina, si trovò d’innanzi al cospetto di Dio, e lo ringraziò di tanta felicità provata mai così.

Ma ad un certo punto si risvegliò e come al solito si trovò nella scatola buia dove non filtrava nemmeno un filino di luce. Ad un tratto Cristallino (nome del nostro amico) ebbe un’idea terribile: fuggire.

Con tutte le sue forze, aprì la scatola, un attimo di silenzio … era andata bene; si guardò intorno e visto che nessuno lo spiava, sgaiottolò  fuori, e si mise a correre a perdifiato.

Ma purtroppo c’era sì uno che lo spiava, ed era il suo peggior nemico: Porcellano, che svegliò tutti i suoi compagni, i quali si dettero subito all’inseguimento del povero Cristallino, che poteva considerarsi morto quando vide una casetta, subito s’intrufolò dentro lasciando ad un palmo di naso i suoi inseguitori. Ma i suoi guai non erano finiti, una vispa bambina di cinque anni lo prese di malumore e lo scaraventò nel laghetto che era poco distante dalla casetta. Povero Cristallino! Era tutto fradicio e tutto bagnato.

Fortunatamente era sicuro di non aver nessuno che lo seguiva.

Cristallino camminò cinque giorni e cinque notti, senza sapere dove metteva i piedi, finché non venne accolto da una bambina buona come il pane, che si chiamava Lori. Lori desiderava da tempo un bicchiere bello come Cristallino, perché lo voleva regalare per il compleanno della sua bambola. Così Cristallino fece conoscenza con una bella bambola, buona come Lori, e si chiamava Donatella.

Al primo sguardo si può notare che è una figura fragile e delicata, si può considerare sui due anni, un visino magro e lievemente sciupato alle gote, ornato di ciocche bionde lunghe fino alla vita. Eh! sì, per Cristallino era un onore far da servo alla leggiadra bambola.

Cristallino stava con Donatella, Donatella con Lori e così tutti e tre messi insieme formavano un trio inseparabile.

Passarono due anni, che Lori dovette partire per Venezia, chiamata da sua zia Elisa, e naturalmente portò con sé Donatella e Cristallino. Durante il viaggio, Cristallino fece conoscenza con due topolini bianchi e due cardellini.

Così Cristallino e i suoi amici ne combinarono una veramente grossa. Viaggiavano, appunto, in treno, quando videro una maniglia penzolare nel vuoto. Il primo impulso fu quello di tirare quella strana cosa, e, unite tutte le loro forze, la tirarono, ci fu un sobbalzo … il treno si era fermato.

Un tumulto salì nel cuore delle persone, che si erano fatte attorno ai carabinieri e all’infermiere giunti nel  frattempo. Per Lori e Donatella le cose si mettevano male, molto male. Le guardie, giunte nello scompartimento in cui era stato dato l’allarme, trovarono Lori molto spaventata: – Dunque – dissero con voce arcigna – sei tu che  ti diverti a dare l’allarme, eh!. – No – disse la povera Lori, stringendosi al cuore Donatella – non sono stata io, non è colpa mia, io non c’entro -. – Poche storie – ripresero le guardie – ti conviene confessare altrimenti saranno guai -.

- Aspettate qua, – intervenì Cristallino, rivolto ai suoi amici – vedrò io di sistemare ogni cosa -.Cristallino salì all’orecchio di Lori e, poiché ella comprendeva ogni cosa di quanto dicesse, le chiarì la faccenda. – Ecco, – si difese Lori – è stato il mio Cristallino con i suoi amici a tirare la maniglia. – Io non ci credo, – disse il primo carabiniere – ma, poiché ho il cuore tenero per questa volta la affido al vento, ma la prossima volta la pagherai cara -.

Così detto, le guardie e l’infermiere, ritornarono indietro, attendendo il prossimo segnale di allarme.

Lori, tanto buona, perdonò subito Cristallino e si diede la briga di consegnare gli animaletti ai legittimi proprietari.

Cristallino, poi, se ne resto mogio, mogio, fino a quando furono arrivati.

La zia Elisa raccolse molto volentieri Lori e Donatella, ma non così Cristallino, perché lo cacciò fuori malamente.

Povero bicchiere indifeso!

Cristallino vagabondò per giorni e giorni, e, proprio quando non ce la faceva più, incontrò un bicchiere, e, indovinate chi era?

Sì, avete indovinato, era proprio Porcellano, che anticamente era il suo peggior amico.

Ad uno, ad uno, ritrovò i suoi cattivi compagni, e, naturalmente, li perdonò tutti.

Insieme, trovarono una siepe e lì presero alloggio.

Erano grandi amici, ormai, e decisero di non separarsi mai più.

Cristallino, ogni tanto, pensava alla buona Lori e alla simpatica Donatella, e avrebbe voluto volentieri essere con loro, ma non voleva correre rischi, e grattacapi.

Passarono i giorni, i mesi, gli anni, Cristallino e i suoi amici non invecchiavano mai, infatti là nella siepe, stavano insieme, raccontandosi a turno le loro avventure.

Finalmente venne l’estate, la meravigliosa estate, e una sera Cristallino e i suoi amici si logorarono, e i mille cristalli che si innalzavano nel cielo, vi finiranno di raccontare le loro avventure passate.

Fine

Finito di stampare: 28-12-1965

 

Le tartarughe potrebbero raccontare … di Gibran

Le tartarughe

potrebbero raccontare, delle strade,

più di quanto non potrebbero le lepri

Kahlil Gibran, Sabbia e spuma, 1926

TartaRugosa ha letto e scritto di: Gaston Bachelard (1975) La poetica dello spazio, Traduzione di Ettore Catalano, Edizione Dedalo Bari

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Gaston Bachelard (1975)
La poetica dello spazio

Traduzione di Ettore Catalano

Edizione Dedalo Bari

bachelard

Il 2014 è anche la ricorrenza dei 130 anni dalla data di nascita di gaston Bachelard, a mio avviso il filosofo più affascinante e sorprendente del Novecento.

Ne parlo come ne fossi una grande esperta, in realtà non è così. Non ho mai affrontato i suoi testi scientifici che hanno caratterizzato la prima fase della sua vita (doppia laurea, prima in Matematica e poi in Filosofia), ma sono rimasta folgorata da quelli seguiti alla sua svolta di interesse, ovvero da quando ha iniziato a dedicarsi alla “poétique de la rèverie ”, intesa come situazione in cui l’individuo si abbandona alla propria immaginazione.
La rèverie (parola difficilmente traducibile nella lingua italiana: fantasticheria, sogno, immaginazione fantastica) si distingue dal sogno per il fatto che la coscienza dell’ io è attiva.

Le sue meditazioni coinvolgono i quattro elementi materiali fuoco, aria, acqua, terra, dalla cui concretezza possono derivare infinite immaginazioni oniriche e poetiche.

Bachelard diventa pertanto un simbolo della conciliazione fra ragione e immaginazione, fra scienza e poesia. Considerando l’immaginazione antecedente al pensiero, l’una è complementare all’altro e l’essere umano deva saperle distinguere e alternarle nel corso della propria vita, come si fa con il giorno (impegno diurno) e con la notte (l’intimo riposo del sognatore).

L’immagine poetica è sempre un po’ al di sopra del linguaggio significante. Il verso ha sempre un moto, è veicolo di espressioni di linguaggio, la parola parla. La poesia contiene una felicità qualunque sia  il dramma che deve illuminare. … Il poeta crea immagini non vissute. Con la poesia vivi il non-vissuto

Da brava TartaRugosa, non potevo certo restare indifferente all’elemento che più mi appartiene: la terra, lo spazio, il luogo.

Per Bachelard vivere lo spazio significa sentirsi parte di esso, sentire la sua voce, il suo “battito”, il suo respiro. Lo spazio colto dall’immaginazione non può restare spazio indifferente.

E da questa riflessione inizia il suo viaggio alla ricerca dell’intimità degli spazi felici, primo fra tutti la casa.

Ricordandoci delle case e delle camere noi impariamo a dimorare in noi stessi. … La casa è il nostro angolo di mondo. E’ uno dei più potenti elementi di integrazione per i pensieri, i ricordi e i sogni dell’uomo. … Quando si sogna la casa natale, si partecipa al calore primordiale, al paradiso materiale. … Per conoscere l’intimità dobbiamo darle una localizzazione spaziale

Ed ecco quindi che Bachelard si addentra nella casa: Più la casa è complicata (corridoi, soffitti, angoli) più i nostri ricordi hanno rifugi sempre meglio caratterizzati.

I valori del “riparo” sono così profondamente radicati nell’inconscio che li si ritrova semplicemente evocandoli, piuttosto che descrivendoli.

Quando parlo per esempio della casa della mia infanzia, mi pongo in un’immaginazione sognante in cui mi riposo nel mio passato. Solo io posso evocare l’odore dell’uva che secca sul graticcio, al di là di qualsiasi descrizione approfondita.

Ci sono quindi forti connessioni con la propria autobiografia, poiché è questo il compito del poeta:

Il lettore che ‘legge una casa’, dischiude una porta alla reverie, poiché a un certo punto non leggerà più quella casa, ma rivedrà la sua, l’angolo dei suoi ricordi più preziosi.

Il filosofo descrive la “verticalità” della casa, dove il tetto rappresenta la razionalità (vedo il chiaro del cielo, la geometria delle travi del tetto, domino dall’alto), mentre la cantina rappresenta l’irrazionalità (il buio, la potenza del sotterraneo, la paura  dell’oscurità).

Si inoltra poi all’interno della casa, soffermandosi in particolare su alcuni oggetti:

le cose che stanno nella casa, cassetti, armadi, cassapanche: quanta psicologia si cela dietro le loro serrature! Un cassetto chiuso non mostra immagini, può essere pensato: ma questo ci costringe a sua volta a creare immagini sul ‘pieno’ che crediamo di pensare.

Eccolo quindi paragonare a veri e propri organi della vita psicologica segreta: l’armadio con i ripiani, il secretaire con i cassetti, la cassapanca con il doppiofondo.

Nell’armadio vive un ordine che protegge tutta la casa da un disordine senza limiti.

Nel cofanetto si trovano le cose indimenticabili: la memoria dell’immemoriale.

Nei cassetti e nelle cassapanche si nascondono i segreti.

Prosegue poi con altre forme dell’abitare: il nido e il guscio: entrambi esigono che ci facciamo più piccoli, ma, in fondo, rannicchiarsi appartiene all’abitare intimo.

Il nido è l’immagine del riposo, della tranquillità. In genere si associa con la casa semplice.

Pur essendo precario, ci dà l’idea della sicurezza, perché è mimetizzato dal fogliame, non lo si vede a una prima occhiata, ben nascosto com’è fra il verde.

Così, contemplando il nido, giungiamo all’origine di una fiducia nel mondo, “un appello alla fiducia cosmica”.

La nostra casa, dice Bachelard, è un nido nel mondo.

L’esperienza dell’ostilità del mondo viene più tardi, quando usciamo dal nido.

Il guscio, invece racchiude sia la “durezza”, sia la “mollezza”.

L’immagine poetica è fortissima: “la vita inizia girandosi e non slanciandosi”. Il guscio viene formato a cerchi concentrici, se pensiamo a quello della chiocciola.

Inoltre, bisogna essere soli per poter abitare un guscio: si acconsente cioè alla solitudine.

Poteva mancare il guscio della tartaruga? Certo che no! Però in una chiave che ribalta completamente una certa visione del mondo, come è opportuno accada attraverso la reverie. Tutto parte da uno scritto di Giuseppe Ungaretti, che nelle pagine di un suo diario di viaggio commenta un’incisione vista nella casa del poeta Franz Hellens dove “un artista aveva espresso la rabbia del lupo che, gettatosi su una tartaruga ritrattasi nella sua corazza ossea, diventa pazzo per non poter saziare la propria fame”.

Non vorrei sembrare parziale o banale (Quelli che si abbandonano alla sonnolenza della funzione fabulatrice non sconvolgeranno il gioco delle vecchie immagini infantili, godranno senza dubbio del dispetto dell’animale malvagio e rideranno, di nascosto, con la tartaruga rientrata nel suo rifugio), ma in questo caso non ce la faccio proprio a condividere lo slancio dell’immaginazione prodotta nei pensieri di Bachelard. Nella sua costruzione fantasticata su questo episodio, infatti, propone questa immagine: Il lupo viene da lontano, è tutto magro e la lingua pende di rossa febbre. Improvvisamente esce da un cespuglio la tartaruga, pietanza ricercata da tutti i ghiottoni della terra. Con un balzo, il lupo è sulla preda, ma la tartaruga, cui la natura ha concesso una singolare velocità nel far rientrare nella sua casa testa, zampe e coda, è più svelta del lupo. Per l‘affamato lupo, essa è ormai solo una pietra sul sentiero.

Continua Bachelard, dopo  aver dichiarato che pur non piacendogli i lupi, forse, per una volta, la tartaruga avrebbe dovuto lasciarlo fare: è necessario che il fenomenologo si racconti da sé la favola del lupo e della tartaruga, è necessario che egli innalzi il dramma al livello cosmico e mediti sulla-fame-nel-mondo  … più semplicemente che il fenomenologo abbia, per un istante, viscere di lupo, davanti alla preda che diventa pietra.

Va poi oltre, Bachelarde dal guscio passa ad analizzare gli angoli, connotandoli alla caratteristica dell’immobilità (stare nell’angolo). Ma anche tale immagine può essere carica di poesia:

Leonardo da Vinci consigliava ai pittori in difetto di ispirazione, davanti alla natura, di guardare con occhio sognatore le fessure di un vecchio muro! Chi non ha visto la carta del nuovo continente in qualche linea che appare sul soffitto? Il poeta sa tutto questo, ma, per dire a suo modo che cosa sono questi universi creati dal caso, ai confini di un disegno e di una reverie, egli va ad abitarli trovando un angolo in cui fermarsi in quel mondo che è un soffitto screpolato.

Si sofferma poi sulla miniatura e sulla sua capacità di contenere in sé spazi sterminati. La rappresentazione miniaturizzata serve a comunicare agli altri le proprie immagini: io possiedo il mondo tanto meglio quanto più riesco a miniaturizzarlo. … Il grande viene fuori dal piccolo. La miniatura è una abitazione della grandezza.

Ma la reverie conduce anche all’immensità, ovvero fuori dal mondo circostante, nell’infinito, dove lo spazio si estende senza limite. Attraverso l’immensità i due spazi, quello dell’intimità e quello del mondo, diventano consonanti: Quando si approfondisce la grande solitudine dell’uomo, le due immensità si toccano e si confondono.
Naturalmente tutto quanto scritto è una visione parziale di ciò che mi ha affascinato e colpito.

La reverie poetica resta per me una grande creatrice di simboli, poiché partendo da immagini materiali arriva a  dilatarle a dismisura, caricandole non solo di valori soggettivi, ma anche di risonanze universali e archetipiche.

Rincorre infine la dialettica del fuori e del dentro e della fenomenologia del rotondo e io mi lascio prendere da questa doppia reverie sull’immagine della Porta che dal dentro porta al fuori, e viceversa:

La porta è tutto un cosmo del Socchiuso. E’ almeno un’immagine principe, l’origine stessa di una reverie in cui si accumulano desideri e tentazioni, la tentazione di aprire l’essere nel suo intimo, il desiderio di conquistare tutti gli esseri reticenti. La porta schematizza due possibilità notevoli, che classificano nettamente due tipi di reverse. A volte, eccola ben chiusa, sbarrata con il paletto o col catenaccio: a volte eccola aperta, cioè spalancata. Ma giungono le ore dell’immaginazione più sensibile. Nelle notti di maggio, quando tante porte sono chiuse, ve ne è una appena socchiusa. Sarà sufficiente spingere con molta dolcezza! I cardini sono ben oliati. Si disegna allora un destino.

Adotta o regala l’adozione di una tartaruga marina

Adotta o regala l’adozione di una tartaruga marina ed aiuterai i Centri Recupero CTS, da anni impegnati nello studio e nella conservazione di questi animali a rischio d’estinzione. Subito in regalo regalo il kit d’adozione o il wallpaper e il certificato di adozione dell’animale scelto.

vai a:

http://adozioni.cts.it/campagnadozioni.cfm

ALZHEIMER E CINEMA. TRE FILM PER SVILUPPARE RESILIENZA tratto da: Luciana Quaia (2012) Intime erranze Il familiare curante, l’Alzheimer, la resilienza autobiografica, Nodo Libri, Como

ALZHEIMER E CINEMA. TRE FILM PER SVILUPPARE RESILIENZA

tratto da: Luciana Quaia (2012) Intime erranze Il familiare curante, l’Alzheimer, la resilienza autobiografica, Nodo Libri, Como

Entrare in una sala cinematografica e lasciarsi immergere nel silenzio che scende quando le luci si spengono, mentre lo sguardo viene catturato dalle prime immagini in movimento e la potenza musicale avvolge l’udito, equivale ad entrare in un’altra dimensione.

In questo “andare altrove” offerto dal tempo della durata del film accadono delle cose: a fronte di esperienze artificiali (suoni, inquadrature, immagini, colori pensati e scelti dal regista) le immagini ci formano e ci trasformano perché esplorano, con storie verosimili e personaggi realistici,  la totalità dell’esperienza del vivente e della sua perenne ricerca del senso della vita.

Il film, dunque, non è solo visione di sequenze di fotogrammi, ma diretta esperienza del rapporto esistente tra la nostra storia personale e la storia che ci viene raccontata.

La proiezione sullo schermo incarna così la nostra stessa identità, suscita emozioni, produce reazioni, crea collegamenti tra immaginario e reale.

La fusione che avviene tra realtà dello spettatore e realtà filmica, può influenzare il modo di pensare e di sentire dello spettatore, inducendo anche all’adozione di nuovi modelli comportamentali e riformulazione dei propri schemi mentali.

[ …]  Il cinema ha attinto ampiamente praticamente da tutti gli aspetti possibili dell’esistenza. Non poteva quindi mancare l’appuntamento con la drammaticità della demenza, tema su cui la macchina narrativa sta producendo da anni parecchie opere.

Ho scelto questi tre film perché, a mio giudizio, possiedono notevole impatto emotivo e carattere formativo nel presentare personaggi e  vicende assai simili, per concretezza e talvolta crudezza, alle situazioni relative alla cura e gestione del malato.

In talune scene poetiche non si scade mai nel sentimentalismo: il dolore rimane dolore, la perdita rimane perdita, ma le tre pellicole insegnano come l’eroe di turno possa acquisire la piena consapevolezza di che cos’è la sua vita e accettare la necessità del cambiamento, subendo quindi una positiva trasformazione.

La strada per Galveston (p. 157-164) presenta il prendersi cura del malato all’interno del domicilio.

Lontano da lei (p. 165-170) testimonia la complicata e tormentata decisione di delegare il processo di cura all’istituzione.

Una sconfinata giovinezza (p. 171-178) vive la storia d’amore di una coppia in balia dei ritorni di un  passato che invalidano quelli del presente.

Il proponimento è, dopo la visione, staccarsi dall’influsso delle immagini in movimento per cercare le tracce affini alle storie degli spettatori, stimolandoli a uscire dal proprio nascondiglio e rivelare le assonanze scoperte con la loro storia attuale. Terminata l’oscillazione tra finzione e realtà, l’ancoraggio al gruppo per iniziare a raccontarsi ancora una volta produce scambio, crescita e sviluppo personale. Può essere la semplice verbalizzazione del ritorno sulle scene appena viste oppure un lavoro più accurato di scrittura per confrontare le prove affrontate sullo schermo con i propri comportamenti [… ]

ai Tartarugosi

Crede di andare verso il nulla:

IMG_3130

e, invece è già a Casa

IMG_3131

 

 

TartaRugosa ha letto e scritto di: Graziella Bernabò (2012) Per troppa vita che ho nel sangue Antonia Pozzi e la sua poesia, Ancora Editrice, Milano

 TartaRugosa ha letto e scritto di: 

Graziella Bernabò (2012)

Per troppa vita che ho nel sangue

Antonia Pozzi e la sua poesia

Ancora Editrice, Milano 

E’ passato un anno e poco più dalla celebrazione del centenario della nascita di Antonia Pozzi (febbraio 1912). Questo libro giace sul mio tavolino dall’anno scorso, a conferma della proverbiale lentezza della mia specie.

Ma ora, in queste tetre e buie giornate invernali, è momento di riprenderlo in mano e rileggerlo con quel turbamento suscitato forse da un titolo così contradditorio “per troppa vita che ho nel sangue”, così lontano dall’idea che a soli 26 anni (3 dicembre 1938) Antonia abbia deciso di abbandonare la scena della vita.

D’altronde le biografie servono proprio a mettere in luce passaggi significativi per tentare di capire il mistero che ognuno di noi nasconde.

Spiegare le ragioni di un suicidio non è mai affare agevole. Scrive Bernabò: “Far dipendere la sua decisione finale semplicemente da una delusione amorosa significherebbe non capire la complessità e la profondità del suo dramma … Antonia avvertiva in sé una straordinaria energia vitale ed era portata ad esprimerla, nella vita come nell’arte, ma si accorgeva della difficoltà di viverla appieno in un universo raggelante”.

Per tentare di comprendere meglio occorre quindi contestualizzare l’epoca della sua esistenza e la cultura di quei tempi.

Antonia appartiene a una famiglia colta, raffinata e benestante: padre avvocato, madre contessa appassionata d’arte e di musica, nonno noto storico, nonna – nipote di Tommaso Grossi -vivace e sensibile, dai quali assorbe un appassionante e costante desiderio di apprendere. Accanto agli studi classici coltiva pertanto le sue passioni per la musica, il disegno, la scultura, le lingue straniere, gli sport del tennis, nuoto, equitazione, sci, alpinismo.

In particolare “l’amore per la montagna e le scalate non si risolse per Antonia in un semplice fatto sportivo, ma ebbe sempre un significato esistenziale profondo, fu cioè una ricerca, a volte anche ai limiti del sacrificio (aveva una debolezza congenita degli arti che le rendeva difficile arrampicarsi), di essenzialità, purezza e forza”.

Il suo luogo maggiormente amato è Pasturo, un piccolissimo paese ai piedi della Grigna “Quando dico che qui sono le mie radici non faccio solo un’immagine poetica. Perchè ad ogni ritorno fra questi muri, fra queste cose fedeli e uguali, di volta in volta ho deposto e chiarificato a me stessa i miei pensieri, i miei sentimenti più veri”. (Ed è proprio ai piedi delle sue mamme montagne che Antonia oggi riposa, secondo la sua volontà).

Apparentemente dunque la sua infanzia, costellata da figure parentali positive, è colorata di rosa. Ma Antonia ha troppa vita nel sangue e un padre che, pur agevolando ogni sua passione e aspirando a una sua emancipazione, resta controllore e censore di entusiasmi troppo accesi, “col comprensibile desiderio di proteggere dalla tempeste della vita una creatura tanto sensibile e vibrante qual era la figlia”.

La sua presenza decisionista si rivela in modo emblematico in occasione del giovanile innamoramento di Antonia verso Antonio Maria Cervi. Siamo nel 1927. Antonia frequenta la prima liceo e inizia a dedicarsi con assiduità alla poesia: “La poesia ha questo compito sublime di prendere tutto il dolore che ci spumeggia e ci romba nell’anima e di placarlo, di trasfigurarlo nella suprema calma dell’arte, così come sfociano i fiumi nella vastità celeste del mare. La poesia è una catarsi del dolore, così come l’immensità della morte è una catarsi della vita”.

Rimane affascinata dal professore di greco e latino e dalla passione con cui trasmette i suoi saperi ai giovani allievi, curandosi della loro formazione e approfondendo la loro cultura persino con regali di libri di alto contenuto a chi raggiungeva risultati brillanti. La sua natura evidentemente ha molte affinità con quella di Antonia (amore per la conoscenza, la poesia, l’arte, il bene, il bello). Questo fascino diventa presto amore, fortemente ostacolato dal padre “un uomo ambizioso come lui non avrebbe potuto aderire facilmente a un matrimonio non particolarmente prestigioso dell’unica figlia … le ragioni della sua opposizione erano prima di tutto la forte differenza di età e il fatto che Antonio Maria Cervi era meridionale e in quanto tale poco accetto alla buona società milanese degli anni Trenta”.

Il professor Cervi, di alta integrità morale, fu sempre estremamente corretto nei rapporti che ebbe con le sue allieve e anche quando si legò maggiormente ad Antonia, il suo sentimento rimase in gran parte quello di fratello maggiore, piuttosto che di amante. “Forse, a causa delle notevole differenza di età e di educazione, il suo affetto per lei acquistava alcune connotazioni paterne e tradizionaliste, che lo spingevano a trascurare il valore della passionalità e, più in generale, dell’emozionalità femminile di lei”.

Nel 1930 Antonia frequenta presso la Regia Università di Milano la facoltà di lettere e filosofia dove incontra maestri illustri e frequenta nuove importanti amicizie, fra cui Remo Cantoni, Dino Formaggio, Vittorio Sereni. Di questo periodo sono numerose le poesie dove Antonia racconta la sua travagliata storia d’amore che esplode drammaticamente nel 1931. In quell’estate infatti Antonia viene mandata dal padre in Inghilterra con la scusa di migliorare la conoscenza della lingua inglese, ma in realtà per essere allontanata dal professor Cervi che, offeso dal comportamento dimostrato nei suoi confronti, non incoraggia certamente la prosecuzione di quel rapporto. “Entrambi gli uomini della vita di Antonia, il padre e l’amato, rientravano in fondo in uno stesso sistema rigidamente patriarcale (tipico dell’Italia dell’epoca) che voleva ricondurla a una sorta di ordine: quello della figlia emancipata, ma ligia ai doveri del suo rango sociale, nel caso del padre; quello della sposa-madre portatrice di valori tradizionali nel caso di Cervi, con l’aggiunta, oltre tutto, dell’idea di una maternità di Antonia che gli restituisse il fratello morto Annunzio….Antonia andò incontro a una terribile crisi pur di non venir meno ai doveri verso di loro e per cercare di conciliarli, con il risultato di scontentare entrambi e di esaurire le proprie energie. … Ecco che allora i suoi veri e complessi desideri, le sue autentiche parole erano destinate a restare soffocate, e si delineava in lei l’idea della morte come restitutrice di serenità. Soltanto nella poesia poteva esplodere il suo desiderio di autenticità e di una libera ricerca di sé”.

Gli anni 1934 e 1935 sono riempiti da viaggi (Sicilia, Grecia, Africa mediterranea, Austria, Germania) e dalla scrittura della tesi su Flaubert.

La relazione con Cervi è definitivamente tramontata, pur lasciando ampia traccia nel poetare di Antonia.

Il lavoro sulla tesi e l’influenza di Banfi spingono Antonia ad accarezzare il progetto di passare dalla poesia alla prosa: “L’idea di per sé non sarebbe stata strana, conteneva anzi una progettualità interessante che avrebbe fatto capolino nelle ultime composizioni di Antonia, decisamente aperte al sociale; ma diventava negativa in quanto l’autrice, a causa dei giudizi negativi sui suoi versi ricevuti da Banfi e da Paci, viveva la sua vocazione poetica con una sorta di senso di colpa e si sentiva quasi delegittimata nel coltivarla … Tuttavia continuava a perdere energia, illudendosi di potersi volgere disinvoltamente alla prosa realistica, il che non le era molto congeniale e, forse, contribuì a deprimerla. Certo era ben lontana dal sospettare di essere giunta nella poesia a esiti di grande originalità. Solo molto più tardi tali risultati sarebbero stati valorizzati fino in fondo come fervida testimonianza di un momento particolarmente inquieto della cultura italiana ed europea e, nello stesso tempo, di un’autonoma voce di donna in un contesto intellettuale per il resto sostanzialmente maschile”.

Le sue poesie del 1935 mostrano una nuova illusione amorosa con Remo Cantoni e il mancato riconoscimento della sua poesia da parte dell’ambiente banfiano.

Forse per questo motivo nell’anno successivo, 1936, la produzione poetica cala e Antonia cerca una nuova ricostruzione di sé dedicandosi con intensità allo studio, allo sport, ai viaggi. Diventa anche più sistematico il gusto per la fotografia che “la porta a ricercare una solidità dell’esistente, e a ricercarla in un mondo semplice, contadino o montano che sia; essa diventa una forma di relazione affettiva col mondo nella quale Antonia esprime insieme l’angoscia-fascino della morte e l’amore per la vita”.

Il 1937 vede l’affacciarsi di una nuova amicizia con Dino Formaggio, grazie al quale Antonia scopre il quartiere operaio di Piazzale Corvetto. La sua poesia attraversa una nuova stagione “più complessa e originale, con una più ampia apertura alla realtà storica e sociale del suo tempo … un’apertura per lei dolorosa, a causa del contatto con un mondo di grande miseria e desolazione, ma in parte anche vitale, perché consona al suo essere più profondo, proteso fervidamente verso gli altri e verso una concreta realizzazione di sé nella vita pratica”.

E questa vitalità sembra accompagnarla nella progettazione dei nuovi impegni: ottiene una cattedra per l’insegnamento di materie letterarie presso l’Istituto Tecnico Schiaparelli, intraprende azioni di impegno sociale a favore dei poveri in compagnia dell’amica Lucia, intensifica la sua attività fotografica che andava di pari passo con la sua nuova ispirazione realistica.

Ma sono di quei tempi anche il progredire della violenza razzista di Mussolini e del regime fascista oramai allineati sulle posizioni della Germania nazista. Nel novembre 1938 circa cento professori ebrei furono allontanati dalle università italiane.

Antonia doveva sentirsi sempre più estranea all’ambiente familiare e, nello stesso tempo poco capita, per la sua collocazione sociale, dai compagni. Si affezionò ancora più a Dino. Scambiò forse l’estroversione e la cordialità dell’amico per qualcosa di più intenso, e ricominciò a sognare un avvenire di sposa e di madre”. Desiderio anche questa volta disatteso da Dino, il quale accettava null’altro che un forte rapporto di amicizia.

Questo è il quadro di quei tempi: lo scandire del trascorrere degli anni e la storia del primo Novecento è significativo per allargare lo sguardo sui disagi esistenziali di una donna e di un’epoca.
Sintetizza Bernabò a proposito della personalità di Antonia: “Certo una forte inquietudine, congiunta con un senso di insicurezza e, a volte, di inferiorità rispetto alla disinvoltura, reale o apparente, da lei percepita negli altri; un evidente desiderio di conferme affettive esterne, che la portava a caricare i rapporti privilegiati di forti aspettative, con una conseguente facilità alle delusioni e a uno spiccato senso di abbandono, una frequente tendenza al sogno; una sensibilità fuori del comune, che la spingeva ad assorbire la sofferenza umana e a farsene carico, vivendola frequentemente con un senso di colpa per la propria appartenenza sociale elevata. … La sensibilissima Antonia doveva sentirsi stretta tra l’aspirazione a un protagonismo culturale e letterario e il desiderio, invece, di una vita più semplice, all’insegna di quel sogno di felicità domestica che in quell’epoca pareva inevitabilmente connessa con il destino femminile…. Aspirava a esistere intera in un mondo che invece la voleva restringere nel ruolo tradizionale della ragazza della buona società … oppure la accettava solo in quanto mera ripetitrice di una cultura che, per quanto aperta e moderna rispetto ai tempi, le precludeva un’autentica emozionalità di donna e una vera espressione personale”.

Per troppa vita che ho nel sangue

tremo

nel vasto inverno

La potenzialità umana e artistica di Antonia, di straordinaria intensità, non trovando al suo manifestarsi un adeguato riconoscimento diventa probabilmente una delle cause della sua tragedia esistenziale, come se quella troppa vita implodesse dentro di lei, svuotandola e portandola a cercare nel vasto inverno un’altra felicità.