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aspettando lentamente Natale

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TartaRugosa ha letto e scritto di: Cinzia Bellotti (2014), Ti guardo e mi chiedo. Io, mamma e il terzo incomodo di nome Alzheimer, New Press, Cermenate (CO)

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Cinzia Bellotti (2014)

Ti guardo e mi chiedo.

Io, mamma e il terzo incomodo di nome Alzheimer

New Press, Cermenate (CO)

vai alla scheda dell’editore Newpress

Non è la prima volta che parlo di Alzheimer su queste pagine. E’ già successo con Alice Munro, Pupi Avati, Luciana Quaia.

Ben venga quindi anche questo libro scritto direttamente da una familiare, una figlia che si è cimentata per un periodo piuttosto lungo sia con la malattia che ha colpito sua madre, sia con se stessa, alla ricerca di un nuovo equilibrio in tale tormentata vicenda.

Già il titolo predispone a intuire il processo trasformativo necessario: “ti guardo” come sforzo di capire che cosa all’altro da sé sta succedendo e “mi chiedo” come impegno a capirsi e adeguarsi alla nuova esistenza.

Perché Cinzia per stare accanto a sua madre ha fatto una scelta precisa: All’inizio del 2000 nutrivo il forte sospetto che mia madre fosse stata colpita dal morbi di Alzheimer, ma vivendo all’estero non potevo avere un riscontro a livello quotidiano. Nelle mie brevi soste in Italia notavo un continuo peggioramento della sua memoria, ma nulla di più. Decisi di tornare in Italia nel 2001 in seguito a un lungo periodo di maturazione …

Io amo la “scrittura di sé” e questo racconto dimostra ancora una volta come lo scrivere la propria storia serva a stabilire connessioni tra gli eventi che accadono e a cercare di riempire le zone di vuoto e di mistero che man mano si presentano, come se il poterle tracciare su un foglio aiutasse finalmente a riconoscerle, dare loro un nome e infine renderle dicibili.

L’Alzheimer è una patologia che scuote, spariglia e scompiglia, scardina ogni punto di riferimento sia della medicina, sia delle relazioni interpersonali: si ha modo di osservare come una persona smetta di essere quella che abbiamo conosciuto nel corso degli anni e diventi altro.

La comunicazione della diagnosi arriva a Cinzia in modo chiaro e crudo:

E’ in una fase lieve che sarà seguita da un livello moderato e da uno severo. Avrà già notato un deficit di memoria legato a un impoverimento delle funzioni cognitive, come il linguaggio e il senso di orientamento. Progressivamente arriveranno anche alterazioni comportamentali. Nella fase avanzata della malattia la perdita della capacità di scrivere, leggere e utilizzare correttamente i vocaboli impedirà di mantenere il ritmo abituale di vita. Ci potranno essere fasi di aggressività fisica, verbale, allucinazioni, depressioni, vagabondaggi e deliri durante tutta la durata della patologia. Nella fase avanzata anche l’attività motoria potrà essere compromessa, fino ad arrivare a una difficoltà di masticazione e deglutizione.

Così è il terzo incomodo di nome Alzheimer: inguaribile, di lunga durata, in perenne trasformazione involutiva, irreversibile. A questo deve adattarsi chi sta accanto alla persona che ne è colpita, cercando di accogliere nel nuovo vocabolario parole come imprevedibilità, imponderabilità, ingestibilità.

E, naturalmente, saper riconoscere e affrontare bisogni fino a qual momento sconosciuti, perché tale è la situazione avvertita quando ci si trova ingabbiati nella penosa oscillazione che dal “pieno” del nostro stare ci conduce al “vuoto” di ciò che ci viene sottratto.

Il problema è che la malattia, oltre ai malati veri e propri, colpisce in maniera collaterale anche i nuclei familiari che si prendono cura dei pazienti. Il trauma emotivo e il peso che devono portare possono procurare conseguenze anche gravi sul loro stato di salute generale. …

Prendersi cura di un malato di Alzheimer è un lavoro al quale ci si dedica generalmente a tempo pieno … Conciliare il ruolo di “assistente sanitaria” non qualificata con i tempi del proprio lavoro risulta particolarmente oneroso …

Il totale dei vari addendi è lungo: problemi economici, facendo un calcolo veloce mi sentii afferrare dal terrore: 500-600 euro per un centro diurno, un’eventuale badante sui 1000-1100 euro al mese più contributi e ferie, l’affitto,le spese, il cibo … le cose non si mettevano decisamente bene …; sociali, ci si sente soli … ci si sente impotenti; etici, non vorrei trovarmi nella situazione di decidere per te o per nessuno …;  psicologici, per oltre tre anni io e mio fratello, la badante e le rispettive famiglie siamo stati schiacciati dal peso di un impegno psicologico massacrante, che ci ha visti coinvolti in tutti gli aspetti dell’assistenza … abbiamo appreso strada facendo pregiudicando, in alcuni casi, la nostra salute mentale e fisica.

Che fare, come reagire, che peso dare alle proprie paure, come arrivare all’altro che si sta perdendo?

Cinzia scrive, osserva i comportamenti, si pone domande, riflette.

Considera che esistono due mondi: il proprio e quello della madre, due mondi possibili da accettare solo nel momento in cui cercare a tutti i costi una ragione perché ciò succede diventa superfluo. Occorre, pur con difficoltà, vivere la vita come si presenta. Quanto e cosa succeda dentro di te, nessuno lo sa. Possiamo solo tentare di immaginarlo, tu certo non sei più in grado di spiegarcelo.

Essere dentro “in situazione” vuol dire anche assumere una visione di ciò che è possibile fare e di ciò che invece è impossibile controllare, in quanto taluni accadimenti semplicemente arrivano, indipendentemente dalla tua volontà.

L’Alzheimer è uno di questi. La vita ci propone eventi che o decidiamo di far entrare nella sfera del possibile o ne restiamo talmente tramortiti da non avere più energia per continuare.

In questo Cinzia propone, senza dichiararlo esplicitamente, l’atteggiamento resiliente, ovvero quella predisposizione di entrare nella propria storia sapendo cogliere, oltre alla fatica, anche il trampolino di crescita e di nuove opportunità.

Purtroppo non siamo noi a decidere quello che succederà in futuro, possiamo solo limitarci a prendere quello che arriva. Nella tua diversità devo imparare ad accettarti

Mi hai dato una lezione di vita importantissima, confermandomi con la tua presenza che ci si deve impegnare a vivere come se fosse l’ultima volta che lo possiamo fare.

Rabbia, rancore, risentimento, colpa e rimpianti soggiogano e lasciano senza via di scampo.

Introspezione, interazione con chi ti sta intorno, iniziativa e umorismo facilitano invece la costruzione di una nuova relazione: Quando non capivo i tuoi comportamenti, ho imparato ad accettarti e ad apprezzarti per come sei.

La mamma di Cinzia ha l’Alzheimer e Cinzia è con la sua mamma con l’Alzheimer: insieme continuano a vivere nel meglio delle loro possibilità, utilizzando anche le risorse che la comunità mette a disposizione, casa di riposo compresa.

Concedersi delle tregue non è egoismo ma voler bene a se stessi, è la necessità di dare spazio alle proprie esigenze, di ricaricare le batterie consumate per far sì che i momenti spesi con chi ci circonda tornino ad essere di qualità. Bisogna assolutamente evitare la trappola del senso del dovere, che obbliga a uno stoicismo forzato, dannoso per tutti perché rende insopportabile la vicinanza del malato creando un senso di inadeguatezza nel malato stesso e in chi condivide la situazione.

Non vi è colpa nella malattia, è meglio usare le risorse per cercare soluzioni … e se non si riesce a rispettare l’impegno preso, pazienza, si deve alzare la mano per chiedere aiuto, evitando così di sentirsi sminuiti perché è inutile e nocivo.

Questo e altro fa parte della storia di Cinzia e il suo racconto scivola lieve fra le pagine, lasciando spazio alla positività dell’esperienza (pur riconoscendone le difficoltà)  e insegnando che anche quando sembra di essere ruzzolati in un baratro, un appiglio per risalire si trova sempre se si tengono gli occhi bene aperti, un po’ più in là del precipizio.


Il libro è stato presentato a Como in questa occasione:

Sabato 29 novembre alle 15, presso la Rsa “Le Camelie” (fondazione Ca’ d’Industria), di COMO (via Bignanico 20) presentazione del libro di CINZIA BELLOTTI, Ti guardo e mi chiedo. Io, mamma e il terzo incomodo di nome Alzheimer (New Press Edizioni) con Natascia Gamba, voce narrante e Luciana Quaia, psicologa; Fulvio Rosa al pianoforte

 

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Tartarughe e crisi di case

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TartaRugosa ha letto e scritto di: Philip Roth (2010) L’UMILIAZIONE, Einaudi Traduzione di Vincenzo Mantovani

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Philip Roth (2010)

L’UMILIAZIONE, Einaudi

Traduzione di Vincenzo Mantovani

978885840157GRA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sulla quarta di copertina l’indicazione “Roth aggiunge un altro inquietante tassello all’opera dei suoi ultimi anni”.

Ci sono degli argomenti “scomodi” da affrontare nella scrittura e la parola suicidio colpisce sempre per la brutalità che esprime e per il tormento così difficile da comprendere e da condividere nella sua scelta finale.

Simon Axler, il protagonista, inizia un soliloquio fra sé e sé rispetto al crollo esistenziale che avverte quando, del tutto inaspettata, compare la sua incapacità di recitare. A più di sessant’anni può capitare di avere qualche inciampo, ma questa volta è diverso: il grande attore “vedeva il proprio crollo con la stessa lucidità con cui si vedeva recitare. … Non sapeva come passare da un minuto all’altro, era come se la mente gi si stesse liquefacendo, aveva il terrore di stare da solo, non riusciva a dormire più di due o tre ore per notte, mangiava appena, ogni giorno pensava di ammazzarsi con l’arma che aveva in solaio – un fucile a pompa Remington che teneva nella casa isolata per autodifesa – e nondimeno gli sembrava tutta una commedia, una commedia recitata male. Quando reciti la parte di uno che sta crollando, la tua interpretazione ha un ordine e una coerenza; quando la persona che vedi crollare sei tu, e quella che stai recitando è la tua fine, è tutta un’altra cosa, una cosa spaventosa e terrorizzante”.

Questo l’antefatto: scoprire che l’attore recitante altrui ruoli non sta più rappresentando una finzione, ma la sua stessa indesiderata prigione. “La mattina se ne stava a letto per ore ma, invece di nascondersi da quel ruolo, recitava quel ruolo. E quando finalmente si alzava, l’unica cosa a cui riusciva a pensare era il suicidio, e non la sua simulazione. Un uomo che voleva vivere nella parte di un uomo che voleva morire”.

Capita che improvvisamente nella vita giungano simultanei smottamenti nelle variabili più significative: lavoro, affetti, salute … ma, nella maggior parte dei casi, la precarietà che ne deriva può costituire un nuovo punto di partenza per scoprire uno sconosciuto Sé. Se ciò non accade, le crepe aperte difficilmente riescono a sostenere l’intera impalcatura del corpo e della mente.

La forza inaudita che serve per programmare la propria fine richiede tempo e pensiero. Simon Axler, alla sola idea di “salire le scale che portavano in solaio, caricare il fucile, mettersi la canna in bocca” preferisce telefonare al medico “per chiedergli di provvedere al suo ricovero in una clinica psichiatrica quel giorno stesso”.

Qui “ogni ora di veglia era riempita di attività e appuntamenti per evitare che i pazienti si ritirassero nelle proprie stanze a stendersi sul letto depressi e infelici o si intrattenessero fra loro per parlare dei modi in cui avevano cercato di uccidersi”.

Ed è proprio nella clinica psichiatrica che fra le storie “degli antichi temi della letteratura drammatica: incesto, tradimento, crudeltà, vendetta, gelosia, rivalità, desiderio, perdita, disonore, lutto”, le sedute individuali e di gruppo, le terapie antidepressive, Simon si ritrova ad apprendere la storia di Sybil Van Buren, una bruna trentacinquenne divorata dal rimorso e dalla colpa di non essere stata capace di reagire di fronte a un’orrenda visione e di averne addirittura messo in dubbio la veridicità.

Il quarto giorno mi ero convinta di aver immaginato tutto, e due settimane dopo, mentre Alison era a scuola e lui al lavoro, ho tirato fuori il vino, il Valium e il sacchetto di plastica .. ricordo che non c’era più aria e mi sono affrettata a strapparmi il sacchetto. E non so cosa rimpiango di più: se avere tentato di farlo e non esserci riuscita. … L’unica cosa che voglio fare adesso è sparargli””. Queste le considerazioni della giovane mamma che aveva trovato il suo secondo marito con la testa affondata fra le gambe della figlia di otto anni e accettato la sua debole difesa di “cercare la causa di un prurito lamentato dalla piccina”.

L’uscita dalla clinica non necessariamente riconsegna alla società una persona completamente risorta, ma per lo meno accarezza l’auspicio di riposizionarla sul cammino interrotto dalla crisi.

Simon Axler ora è di nuovo a casa, seduto di fronte al suo agente che tenta di rassicurarlo: “la memoria diventa un grande motivo di ansia per gli attori di teatro che arrivano ai sessanta o settant’anni. Un tempo potevi imparare a memoria un copione in una giornata: ora sei fortunato se in una giornata impari una pagina”.

L’idea del suicidio è un’idea sottile, pervasiva, che ti entra dentro e lavora implacabile. Per un attore della fama di Simon, è facile far scorrere nella memoria i drammi in cui c’è un personaggio che si uccide. “Hedda in Hedda Gabler, Giulia nella Signorina Giulia, Fedra in Ippolito, Giocasta in Edipo Re, quasi tutti in Antigone, Willy Loman in Morte di un commesso viaggiatore … Cassio e Bruto in Giulio Cesare, Gonerilla in Re Lear, Ivanov in Ivanov … E quell’elenco sbalorditivo comprendeva solo opere in cui lui aveva recitato almeno una volta. Ce n’erano altre, molte altre. … Si prefisse di rileggere quelle opere. Sì, doveva affrontare a viso aperto quanto c’era di più spaventoso. Nessuno doveva poter dire che non ci aveva riflettuto a fondo”.

Poi accade un evento nuovo: un incontro col femminile, un femminile insolito, una lesbica quarantenne figlia di attori conosciuti da Simon molti anni prima sulla scena.

Eros e Thanatos si ammiccano. Simon si accende di desiderio, Peegen decide che dopo l’esperienza lesbica ha voglia di un uomo, “quell’uomo, quell’attore che aveva venticinque anni più di lei ed era amico della sua famiglia da decenni”.

Potere del sesso e dell’amore … “presto lui non ebbe più la sensazione di essere rimasto solo al mondo, solo e senza il suo talento. Era felice: una sensazione inattesa. … C’era lui. C’era lei. Le possibilità di entrambi erano drasticamente cambiate”.

I giochi sessuali, l’intimità ritrovata, il desiderio di un nuovo inizio rimbalzano nella testa di Simon, a dispetto delle critiche dei genitori di Peegen per quell’eccessiva differenza di età, della visita dell’amante delusa di Peegen che lo allerta sul suo indomabile carattere, delle scappatelle confessate dalla stessa Peegen, forse orfana della sua inclinazione primaria a favore delle donne.

Nonostante ciò, l’illusione del ritorno ad una vita normale si affaccia con prepotenza, lasciando a Simon il suono di parole pronunciate solo nella fantasia: “Se dobbiamo continuare, io voglio tre cose. Voglio che ti fai operare alla schiena. Voglio che riprendi la tua carriera. Voglio che mi metti incinta”.

Ma il peso delle parole non dette possono avere comunque effetti strabilianti. “La iella era finita. Finiti i tormenti che aveva voluto infliggersi da sé. Aveva ritrovato la fiducia, il dolore se n’era andato, l’abominevole paura era sparita e tutte le cose che aveva perso erano tornate al loro posto. La ricostruzione di una vita era iniziata quando si era innamorato di Peegen Stapleford”. Finalmente la sconfitta dell’umiliazione.

Simon intraprende una serie di visite per capire quali possano essere, alla sua età, i rischi di concepire figli non sani e si rivede nuovamente a calcare le scene, questa volta senza esitazioni e senza flessioni.

Visioni eteree, fluide, vaporose. Deve assolutamente raccontarlo a Peegen quando tornerà a casa, in quella stessa casa dove pochi giorni prima si era orgiasticamente consumato un incontro a tre, quegli “allettanti giochi che molte coppie fanno per eccitarsi e divertirsi”.

Il mondo irreale fantasticato stride nella realtà vera, nella voce di Peegen che gli annuncia “Siamo alla fine … Non è quello che voglio. Ho commesso un errore”… “Lei andò via con la sua auto e il crollo di Axler durò cinque minuti, un crollo prodotto da una caduta che si era voluto e da cui non restava ormai possibilità di ripresa”.

L’idea del suicidio è un’idea sottile, pervasiva, che ti entra dentro e lavora implacabile; “i fallimenti erano suoi, come la sconcertante biografia sulla quale era impalato” questo è il pensiero di Simon dopo l’ennesima umiliazione per la telefonata fatta ai genitori di Peegen per urlare la propria rabbia.

E Sybil Van Buren? Sul periodico della contea era apparso un articolo che raccontava di un famoso chirurgo plastico ucciso a colpi di arma da fuoco dalla moglie da cui era separato. Sybil assume le sembianze di un esempio di coraggio “Se lei è stata capace di farlo, posso farlo anch’io!”.

Come può un uomo decidere di uccidersi?

Questa volta non vince l’uomo capace di scendere le scale del solaio e telefonare di nuovo al medico per il ricovero.

Questa volta predomina l’uomo attore. “A venticinque anni quando, da vero fenomeno teatrale, riusciva in tutto ciò che tentava e otteneva tutto ciò che voleva, aveva interpretato l’aspirante giovane scrittore di Cechov che si sente un completo fallito, un uomo ridotto alla disperazione dalle sconfitte nel lavoro e in amore”.

Il fatto è che Konstantin Gavrilovic si è sparato” l’ultimo biglietto trovato accanto al cadavere dell’umiliato Simon.

PANE TARTARUGA

PANE TARTARUGA

Tartarughe


 

 

 

 

 

INGREDIENTI

400 gr di farina 00
1 bustina di lievito di birra
10 gr di zucchero
1 cucchiaino di sale
4 cucchiai di olio d’oliva
225-250 ml di acqua tiepida

Mescolare la farina con il lievito di birra in una terrina. Fare una buca in mezzo e versare lo zucchero, il sale e l’olio. Aggiungere un po’ per volta l’acqua tiepida e lavorare l’impasto per una decina di minuti. Quando l’impasto risulterà liscio e levigato lasciarlo lievitare per circa 1 ora, coprendo la terrina con uno strofinaccio umido.

Dividere poi l’impasto in due parti, formando due pagnotte e lasciare lievitare ancora per 1 ora.

Spennellare poi la superficie delle due pagnotte con un pò d’acqua, e fare delle incisioni a forma di grata, in modo da simulare il disegno del guscio della tartaruga.

Cuocere in forno a 220° per 20-25 minuti, finché le pagnotte appariranno dorate.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Irvin D.Yalom (2014) IL DONO DELLA TERAPIA Traduzione di Paola Costa Neri Pozza Editore

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Irvin D.Yalom (2014)

Il dono della terapia

Traduzione di Paola Costa

Neri Pozza Editore

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Prima o poi arriva il momento di guardarsi indietro per rivedere la strada percorsa. E’ un processo che non ha una data precisa, ma grosso modo si affaccia nella seconda metà della vita, quando si allunga il periodo vissuto rispetto al’indeterminatezza del tempo che resta.

L’età della maturità (o della maturazione) è proprio quella che dovrebbe consentire una ponderata serie di bilanci a distanza di sicurezza dall’impeto furioso della giovinezza e dall’esposizione non sempre protetta delle emozioni.

Se questo di norma è un processo attuato dalla maggior parte degli esseri umani, diventa ancora più significativo per coloro che esercitano una professione centrata sul lavoro di cura, qualsiasi essa sia. L’incontro con l’altro, infatti, quando inserito in una cornice di presa in carico, accresce la sensibilità e la conoscenza di sé, sviluppando la propensione ad interrogarsi e a rimettersi in discussione. Questo fenomeno diventa più visibile con il trascorrere del tempo. C’è chi in vecchiaia trova vantaggio nello scrivere di sé e della propria esperienza a scopo didattico, c’è chi utilizza le storie per raccontarne altre in trame narrative e formative, c’è chi riesamina il proprio agire con maggior completezza, consapevolezza e chiarezza e ne vuol fare dono alle nuove leve. Lo psichiatra psicoterapeuta Yalom riassume tutte queste posizioni e si dà un preciso compito: a settantasette anni offrire, a chi intraprende il lavoro di cura, una ricognizione di alcuni aspetti salienti osservati nella relazione malato-terapeuta durante i suoi quarantacinque anni di pratica clinica.

Scrive infatti nell’introduzione: E’ scoraggiante rendersi conto che sto entrando in una fase avanzata della vita. Le mie mete, i miei interessi, le mie ambizioni stanno prevedibilmente cambiando. Erik Erikson, nel suo studio sul ciclo della vita, definisce questo stadio tardivo dell’esistenza con il termine generatività, intendendo una fase post-narcisistica in cui l’attenzione si sposta dall’espansione del sé verso la cura e la preoccupazione per le generazioni a venire. … Il suo concetto mi sembra corretto. Voglio trasmettere quello che ho imparato. E il più presto possibile.

Lo fa con la giusta preoccupazione di chi osserva un dilagante settarismo e dogmatismo nel campo della psicoterapia, come se una tecnica o una diagnosi fossero sufficienti a restituire benessere, se non guarigione, alle grandi questioni ultime dell’essere umano: la morte, la solitudine, il significato della vita e la libertà.

Credo che la tecnica sia di qualche aiuto quando deriva dall’incontro unico fra il terapeuta e il paziente nel qui-e-ora della relazione.

Yalom nell’affrontare il compito di aggiornare il suo testo non rinnega la posizione assunta negli anni precedenti verso i temi fondanti: la crucialità del rapporto, l’autosvelamento, l’essenza del qui-e-ora, la sensibilità verso i temi esistenziali, l’importanza dei sogni.

Definisce il proprio approccio con il termine di “psicoterapia esistenziale” poichè convinto che all’origine del conflitto interiore rivesta grande significato anche il confronto con ‘i dati di fatto’ dell’esistenza, fattori che influenzano profondamente la natura della relazione tra il terapeuta e il paziente e influiscono su ogni singola seduta. Nel mirino, quindi, si devono inserire gli avvenimenti immediati che accadono durante la seduta perché i problemi interpersonali del paziente si manifesteranno ben presto a colori vivaci anche nel qui-e-ora del rapporto terapeutico.

Secondo l’esperienza dell’autore, il qui-e-ora diventa ottimo strumento per intervenire nella relazione, a patto naturalmente che il terapeuta si consideri una sorta di “compagno di viaggio”, mettendosi quindi in gioco, sottoponendo innanzi tutto se stesso a una terapia per eliminare i propri punti ciechi e utilizzando l’autosvelamento ogni qualvolta si dimostrasse necessario: E’ controproducente che il terapeuta rimanga opaco e nascosto al paziente. Ci sono tutte le ragioni per rivelarsi al paziente e nessuna buona ragione per nascondersi. …Stabilire una relazione autentica con i pazienti, per sua stessa natura, richiede di abbandonare il potere del triumvirato magia, mistero e autorità. … Per impegnarsi in un rapporto genuino con il proprio paziente è necessario rivelare i propri sentimenti nei suoi confronti nel presente immediato.

L’accurata descrizione di alcuni casi permette l’approfondimento di concetti e parole chiave che caratterizzano ogni processo di cura: essere un sostegno; “guardare dal finestrino del paziente” ovvero assumere un atteggiamento empatico e contemporaneamente insegnarlo anche al proprio assistito; ricordarsi che si può essere terapeuti per molti pazienti, ma che il paziente ha come riferimento un solo terapeuta e deve perciò rivestire un’unicità di interesse; avere l’umiltà di mostrare i propri errori, poiché tutti possono sbagliare; impegnarsi a costruire un rapporto “insieme” che diventerà il vero agente del cambiamento.

Di fondamentale importanza, inoltre, è evitare di cadere nell’asimmetria di potere fra chi cura e chi è curato. A tale proposito Yalom cita l’accresciuta efficacia del guaritore ferito analizzata da Jung  e riporta personali considerazioni autobiografiche: i guaritori feriti sono efficaci perché sono maggiormente in grado di provare empatia per le ferite del paziente; forse è perché partecipano in modo più  profondo e personale al concetto curativo. So di avere, moltissime volte, iniziato un’ora di terapia in uno stato di inquietudine personale e di averla terminata sentendomi molto meglio, pur senza commenti espliciti sul mio stato d’animo. Credo che l’aiuto mi sia arrivato in varie forme. Qualche volta è il semplice risultato di essere efficiente nel mio lavoro, di sentirmi meglio con me stesso attraverso l’uso delle mie abilità ed esperienze per aiutare un altro. A volte deriva dall’essere tirato fuori da me stesso e messo in contatto con un altro. L’interazione intima è sempre salutare.

Allo stesso tempo, però, è necessario porre attenzione ai rischi emotivi del mestiere quali la solitudine, l’ansia e la frustrazione: le sedute con i pazienti sono imbevute di intimità, ma è una forma di intimità che non fornisce il nutrimento e il rinnovamento che derivano da rapporti profondi e affettuosi con gli amici e la famiglia …. Troppo spesso noi terapeuti trascuriamo i nostri rapporti personali. Il nostro lavoro diviene la nostra vita. Alla fine della giornata lavorativa, dopo aver dato tanto di noi stessi, ci sentiamo svuotati dal desiderio di ulteriori rapporti. Inoltre i pazienti sono così grati, così adoranti, così idealizzanti che corriamo il rischio di apprezzare meno i membri della famiglia e gli amici, poiché meno disposti a riconoscere la nostra onniscienza ed eccellenza in tutte le cose

Chi dell’autore conosce anche il romanzo “La cura Schopenhauer”, non troverà insolite le sue riflessioni filosofiche sulla morte e sul come parlare della morte, evento che lo psichiatra sente più vicino al suo destino personale e che soprattutto ha affrontato nelle terapie di gruppo e nei rapporti con i malati terminali.

Filosofiche anche le parole sul significato della vita: Noi esseri umani sembriamo creature sempre alla ricerca di un significato per tutto che hanno avuto la sfortuna di essere gettati in un mondo privo di un significato intrinseco. Uno dei nostri compiti più importanti è quello di inventarci un significato abbastanza forte da sostenere la vita e attuare la manovra disonesta di negare il fatto che siamo noi gli artefici di questa invenzione. Così ci convinciamo che invece era lì che ci aspettava. La nostra continua ricerca di sistemi ricchi di significati sostanziali spesso ci fa precipitare in crisi di significato. … Molti pensano che i progetti significativi assumano un valore più profondo, più potente, se trascendono loro stessi – cioè se sono diretti a qualcosa o qualcuno al di fuori di sé, come l’amore per una causa, una persona, un’entità divina.

Il compito del terapeuta, in questo caso, è l’identificazione e la rimozione degli ostacoli che impediscono di impegnarsi su qualcosa che si reputa significativo, poiché è proprio quell’impegno che servirà a dare senso al trascorrere dei propri giorni. Ma ancor più illuminante è il riferimento all’insegnamento del Buddha: ci si deve immergere nel fiume della vita e lasciare che la domanda scorra via da sola.

Ampio spazio viene dedicato inoltre all’assunzione di responsabilità, altro punto nodale di conflitti interiori: Finchè i pazienti persistono nel credere che i loro problemi più importanti sono il risultato di qualcosa che è al di fuori del loro controllo – le azioni di altre persone, i nervi, le ingiustizie sociali, i geni – noi terapeuti veniamo limitati in ciò che possiamo offrire….Se speriamo di ottenere un cambiamento terapeutico più significativo, dobbiamo incoraggiarli ad assumersi la loro parte di responsabilità – cioè a rendersi conto di come contribuiscono in prima persona alla propria sofferenza. Compito non certo facile e veloce di fronte a resistenze pervicaci, ma i consigli forniti supportati da esempi clinici evidenziano l’importanza di: non prendere decisioni al posto del paziente; concentrarsi sulle resistenze che impediscono il processo decisionale; stimolare la consapevolezza offrendo consigli; facilitare le prese di decisioni.

Non mancano dettagli su situazioni che si possono verificare durante lo svolgimento della terapia quali toccare il paziente, accogliere le lacrime, controllare le pulsioni sessuali, leggere i sogni … materiali che certo stimolano guida e ispirazione, ma che rispecchiano soprattutto l’elaborazione di idee e tecniche che Yalom ha trovato utili nell’esercizio della propria professione.

L’autenticità introspettiva e la volontà di “seminare” spontaneità e creatività all’interno di un rapporto d’aiuto è testimoniato dalle sue seguenti parole: non considerate i miei interventi personali come una specifica ricetta procedurale; essi rappresentano la mia prospettiva e il tentativo di guardarmi dentro per trovare il mio proprio stile e la mia propria voce.

TartaRugosa legge TartaRugosa Il ragazzo in gabbia Riproduzione: 4-2-1967 (per la serie “Pagine dal passato”)

TartaRugosa legge TartaRugosa

Il ragazzo in gabbia

Riproduzione: 4-2-1967

(per la serie “Pagine dal passato”)

Erano per me gli anni catturati dal fascino dei racconti dei nativi americani, del problema della schiavitù negli Stati Uniti, della lettura di “Ragazzo negro” di Wright. Ero ancora ignara del fatto che poco successivamente avrei amato lo sceneggiato Radici e il film Via col vento.

La passione della scrittura continuava attraverso le ricerche proposte dalla scuola elementare, lo svolgimento dei temi, i riassunti delle letture a casa. Sono grata alla mia maestra Adriana (che ormai non sarà più abitatrice di questa terra) per la sua severità, la sua rigorosità, la sua instancabile solerzia nell’insistere sulla ricchezza di vocabolario e sull’uso corretto della grammatica attraverso valanghe di compiti per le vacanze che riempivano quotidianamente i pomeriggi estivi.

In ordine cronologico, dopo “Storia di un bicchiere di cristallo” estraggo dal mio raccoglitore rosso “Il ragazzo in gabbia”. Il nome di Serino in realtà mi riporta alla memoria un bambino pakistano giunto con i genitori e il fratello più piccolo nel palazzo allora abitato. Era mio coetaneo e non sapeva l’italiano, per cui il padre mi aveva chiesto se alla sera, dopo cena, potevo seguirlo nella lettura del libro scolastico. Surena (il vero nome) era più piccolo di me di statura, aveva uno sguardo penetrante e l’atteggiamento di un piccolo mulo testardo: stava col capo chino sul testo da leggere e ripeteva con scrupolosa veemenza le correzioni da me fatte. Da bambina qual ero, una volta mi sono permessa di accarezzare i suoi capelli neri per complimentarmi del lavoro svolto, ma lui mi aveva cacciato la mano dicendomi che non era un bambino piccolo come Sina (il fratellino).

Oltre a questo spaccato autobiografico, non escludo che alla stesura di questo racconto abbiano contribuito le suggestioni di un libro per bambini centrato su Ulisse (l’anno successivo avrei goduto e spesso imitato le meravigliose espressioni facciali e vocali di Giuseppe Ungaretti nella presentazione delle puntate dello sceneggiato televisivo Odissea) e l’influenza di De Amicis e del suo Dagli Appennini alle Ande (a quei tempi il libro Cuore era un must sin dalla prima elementare).

A posteriori, rileggendomi, riconosco anche l’interessante elaborazione della delusione e del dolore provati quando, nei miei esperimenti di osservatrice, cercavo (incantata dai racconti paterni e dei suoi ricordi giovanili) il metodo migliore per addestrare il mio lucherino  ad uscire a comando dalla gabbia per invitarlo a stare in mia compagnia in forma diversa. Il lucherino seguì le istruzioni, ma decise di andarsene fuori dalla finestra aperta e per tutto il pomeriggio svolazzò nei dintorni, come incerto sul da farsi. Non lo rividi più e naturalmente mi beccai anche la sgridata di mio padre.

Dovettero passare due buoni anni prima di possedere nuovamente una coppia di bengalini. A freno controllavo il desiderio di aprire lo sportellino per imitare lo zio Crippa, il quale lasciava volare in soggiorno i suoi cardellini.

I miei otto anni erano autenticamente felici, come spesso accade ai bambini amati e liberi di poter scoprire giorno dopo giorno le novità del mondo.

Ma ecco la storia di Pietro, il ragazzo in gabbia.

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Nel paese di Pietro vi era da qualche giorno una grande agitazione. Era infatti arrivata una famiglia da un posto molto lontano: dall’Africa. Avevano preso una casa proprio vicina a quella di Pietro, così lui era stato il primo a conoscere il figlio di loro: Serino.

Serino aveva dodici anni, proprio come Pietro.

I due bambini fecero in fretta a stringere amicizia, così Pietro, nel giro di pochi giorni, lo presentò a tutti gli altri suoi amici.

Era bello stare con Serino,  perché sapeva raccontare tante belle storie del suo paese natio.

Ogni giorno il gruppo dei bambini andava a giocare ai giardinetti, poi essi si sedevano in circolo su di un prato e incitavano Serino a raccontare un’altra delle sue meravigliose storie.

E stavano tutti in silenzio quando Serino narrava la caccia ai leoni, alle tigri, i suoni del tam-tam, le danze notturne intorno al fuoco.

Nessuno si accorgeva del tempo che passava e solo quando le prime ombre della sera calavano, i bambini si alzavano e correvano veloci verso casa, temendo i rimproveri delle rispettive madri.

Pietro e Serino  tornavano sempre insieme poiché abitavano nello stesso palazzo e, dopo cena, si incontravano nuovamente.

Fu proprio durante una di queste serate che Pietro apprese da Serino una cosa addirittura fantastica.

Vicino al suo paese d’origine e precisamente su di un’isola, viveva una tribù di strani abitanti: i Trigamboni.

Serino non li aveva mai visti, così come nessun altro uomo del suo tempo, ma, secondo antiche dicerie, essi esistevano veramente.

Erano delle creature mostruose, alte quanto tre uomini messi uno sopra all’altro ed avevano ben tre gambe.

Nessuno aveva mai osato sbarcare  su quell’isola sulla quale sorgeva un altissimo monte che impediva di vedere ciò che avveniva al di là di esso.

Pietro rimase profondamente scosso da quell’incredibile racconto e la stessa notte fece orribili sogni sulla tribù dei Trigamboni.

Ma Pietro era un ragazzino terribilmente curioso e nei successivi giorni fu tormentato dallo stesso spasmodico desiderio: quello di vedere e conoscere i Trigamboni.

E pensa e ripensa, un bel giorno prese la sua decisione.

Ne parlò con Serino che, dopo averlo ascoltato attentamente, lo guardò stupefatto.

-Tu … tu voi andare sull’isola dei … dei Trigamboni? – balbettò infine.

- Sì. La cosa ti stupisce tanto? E perché non vuoi venire con me?-

- Ma stai scherzando, vero? –

- Niente affatto. Me ne andrò solo, se tu hai paura di accompagnarmi. A me, il coraggio non manca! –

Serino iniziava a pensare che il suo amico fosse improvvisamente impazzito.

Ma Pietro diceva proprio sul serio. All’insaputa di tutti raccolse un po’ della sua biancheria riponendola nella cartella di scuola, qualcosa da mangiare e il suo salvadanaio.

Poi, dopo aver minacciato Serino di indescrivibili torture se avesse osato rivelare a qualcuno il motivo della sua fuga, partì.

Certo che il viaggio non era semplice.

L’Africa era lontano e Pietro non sapeva di andare incontro a mille pericoli.

A casa, quando i genitori seppero della sua fuga, lo fecero cercare invano: Pietro sembrava essersi dissolto nel nulla.

Quest’ultimo aveva intrapreso il suo lungo cammino con una certa baldanza, ben sapendo però che avrebbe incontrato non poche difficoltà.

E valicò monti e colline, sorpassò immense pianure, attraversò fiumi e laghi. Compì i più svariati mestieri per guadagnarsi il pane quotidiano, ma nonostante tutte le fatiche che ogni giorno doveva affrontare, nulla sembrava farlo desistere dal suo scopo.

Gli occorsero ben tre anni prima di arrivare alla tanto sospirata meta, e durante questi anni Pietro vide molte città, molti paesi, conobbe tanta gente, buona e cattiva, imparò ad esprimersi in diverse lingue e apprese costumi e tradizioni di ogni popolo che incontrava.

Ma nessuno sapeva fornirgli spiegazioni sui Trigamboni.

Chi diceva di non averli mai sentiti nominare, chi gli rideva in faccia dicendo che erano tutte fantasie, chi si spaventava e non voleva dirgli nulla.

Pietro incominciava a credere che i Trigamboni non esistessero veramente e, quando stava per perdere tutte le speranze, ecco che incontrò un uomo vecchio, vecchissimo, che gli chiese dove stava andando.

- Sto cercando la tribù dei Trigamboni, ma nessuno vuole dirmi dove essi siano – piagnucolò Pietro.

- Sei certo di volerli veramente raggiungere? – chiese il vecchio.

- Sì. Sono già trascorsi tre anni da quando me ne sono andata da casa per partire alla ricerca di questo popolo. –

- Ma non sai che il tuo potrebbe essere un viaggio senza ritorno? –

- Non m’importa. Non avrò pace finchè non li troverò. –

- Sei proprio un ragazzo testardo. Quanti anni hai? –

- Ormai quindici. Ne avevo solo dodici quando sono partito. –

- E sei venuto fin qui da solo? –

- Sì, nessuno mi ha voluto accompagnare. –

- Bene, sei più coraggioso di quanto pensassi. Se vuoi, ti posso suggerire io la strada per raggiungere l’isola dei Trigamboni –

- Davvero? La prego, mi aiuti! –

Il vecchio condusse Pietro in cima ad una collina.

- Vedi quella massa nera laggiù in fondo? -

- Sì, ma è molto lontana! -

- Già, non ti sarà facile arrivarvi, ma se a te la buona volontà non manca … -

- Ah no! Ormai sono giunto all’ultima tappa. Sarei uno sciocco se mi fermassi proprio all’ultimo ostacolo! –

- Bene, ragazzo mio. Ti faccio tanti auguri. Addio e buona fortuna. — Addio e grazie di tutto. –

E così Pietro armato di tutta la sua buona volontà si accinge a raggiungere la tanto sospirata isola. Gli occorsero ben tre settimane per approdare su quella terra circondata dal mare e un intero mese per passare dall’altra parte dell’altissimo monte.

Ma finalmente il suo lunghissimo viaggio ebbe termine. Poteva ora conoscere la tribù dei Trigamboni.

Erano veramente mostruosi. Così alti! I loro capi erano rapati, senza un’ombra di capelli. Le fattezze del volto erano totalmente inespressive e i loro corpi erano massicci, sgraziati.

Ma il particolare più raccapricciante erano le loro tre gambe, simili agli alberi maestri di una nave.

Pietro, quando li vide, si sentì percorrere da un brivido. Il suo primo impulso fu quello di fuggire da quell’orribile luogo e ritornare nella sua piccolissima, ma sicura casa. Ma ormai era troppo tardi.

Un Trigambone bambino l’aveva avvistato. Per fortuna era un bambino! Pietro accanto a lui sembrava poco più di una formica!

Il bambino si inginocchiò e lo prese, non molto delicatamente, fra le sue mani. Poi corse dal padre.

- Papà, papà, guarda che strano animale ho trovato! –

- Fa un po’ vedere .. ah, ah! Ma quello è un uomo! –

- Un uomo? Dunque è questo un uomo? Com’è brutto! –

Pietro ebbe un moto di stizza e pensò: – Senti chi parla! -

Il piccolo Trigambone sembrava molto soddisfatto della sua nuova scoperta e non terminava di contemplare la sua vittima.

Portò in giro il povero Pietro come un trofeo, lo mostrò ai suoi amici e a tutti i Trigamboni che incontrava.

La giornata, in quel modo, trascorse molto velocemente e quando venne la sera, il bambino, per tema che  il suo nuovo giocattolo fuggisse, lo rinchiuse in una gabbia.
E così il povero Pietro si trovò carcerato fra quattro pareti di sbarre. E per giunta, con lo stomaco vuoto!

Infatti a nessuno era passato per la mente di nutrirlo.

Pietro si sentiva molto scoraggiato e quella notte non riuscì a chiudere occhio. Cercò in tutti i modi di evadere da quella gabbia, ma i suoi tentativi risultarono inutili. In che guaio si era cacciato! Che cosa gli sarebbe successo in seguito? Se avesse dato retta a Serino e non fosse mai partito!

Intanto un nuovo giorno era nato.

Il suo padrone arrivò presto, canterellando. Non lo tirò fuori dalla gabbia, ma in compenso gli porse due scodellini, di cui uno conteneva un liquido lattiginoso e l’altro una poltiglia più densa di un colore verdastro.

Pietro guardò sconcertato quello che avrebbe dovuto rappresentare il suo pasto, poi, facendosi coraggio, assaggiò il contenuto dei due recipienti. Pareva di mangiare fanghiglia.

Ma Pietro aveva fame e spazzò in un battibaleno qual cibo che, di commestibile, aveva ben poco.

Come si annoiava Pietro in quella gabbia! Più che andare in su e in giù non poteva. Il suo pensiero corse all’uccellino chiuso in una gabbia simile alla sua, anche se di proporzioni più ridotte, che rallegrava col suo canto la casa dove aveva sempre vissuto.

Decise che, se sarebbe uscito vivo da lì, appena tornata a casa, lo avrebbe liberato.

Che noia! Che noia! Almeno lo avessero fatto uscire! Avrebbe potuto guardare come si svolgeva la vita in quella maledetta isola. E invece, relegato com’era, in quell’angolo buio, non poteva proprio vedere niente.

Ben presto però ritornò il piccolo Trigambone che, di ottimo umore, lo tirò fuori dalla gabbia e, sedendolo sul palmo della mano, lo portò a spasso. Pietro guardava intorno a sé, sgranando gli occhi.

Com’era tutto differente dai paesi che aveva attraversato!

Non esistevano case, ma immense grotte in cui vivevano intere famiglie di Trigamboni.

Questi abitanti conducevano una vita molto tranquilla, chi sedeva sui massi di pietra, chi mangiava quella stessa poltiglia di cui si era nutrito Pietro, chi parlava, chi faceva assolutamente nulla.

- Una vita piuttosto monotona – pensò Pietro.

Altri bambini raggiunsero il Trigambone che reggeva Pietro.

Egli divenne presto il trastullo generale. Gli venivano fatti fare i più disparati esercizi nel corso dei quali Pietro si fece piuttosto male. Ma anche l’uomo-giocattolo, pur essendo una divertentissima novità, venne rapidamente a noia a quei bambini.

Pietro quindi fu rimesso in gabbia, portato a casa e posto nel solito angolo buio. E lì purtroppo vi rimase per parecchi giorni.

Tutti sembravano essersi dimenticati del povero Pietro che viveva ore di vero terrore. La fame lo torturava e più le ore trascorrevano, più la paura della morte si avvicinava. Inutili i tentativi di far qualcosa, perché non c’era proprio niente da fare.

Gli ritornarono alla mente ricordi che ormai parevano lontanissimi: i volti dei familiari, degli amici, il lungo viaggio, il vecchio che gli aveva dato l’ultima informazione.

Di nuovo si rimproverò, si accusò, si maledisse, si ritenne pazzo, poi, quando lo sfogo si placò, si sedette in un angolino della gabbia e, disperato, attese la fine.

Fine che però non giunse perché la mamma di Pietro entrò nella sua cameretta interrompendo il sogno.

Che sospiro di sollievo che ebbe il ragazzo quando si rese conto  che era stato solo un brutto sogno!

Probabilmente i racconti di Serino, la sera prima, erano stati più fantasiosi del solito e Pietro ne era stato colpito.

Si alzò felice e si accinse a recarsi dall’amico per raccontargli quell’incredibile sogno che l’aveva fatto tanto penare.

Avvertì la madre che usciva e quindi passò dalla cucina per avviarsi verso la porta d’ingresso.

Mentre attraversava il locale udì un trillo festoso. Alzò lo sguardo e vide la gabbia dell’uccellino. Rammentò il sogno e, senza indugio, si sollevò sulle punte dei piedi e aprì lo sportellino della gabbia.

L’uccello smise di cinguettare, sporse il capino quasi incredulo e poi spiccò il volo, uscendo dalla finestra aperta.

La mamma di Pietro guardò il figlio stupefatta.

- Vedi mamma, credo proprio che non ci sia niente di più terribile per qualsiasi creatura vivente, di quella di sentirsi serrato fra quattro pareti di sbarre. –

Poi fischiettando uscì di casa, completamente soddisfatto.

 

Fine