Tartarughe: dei, ninfe e muse

Giove, Melissa e Calliope

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Il dio Giove (Zeus) è stato allevato dalle ninfe nella grotta di Creta e nutrito dalla capra Amaltea. Si narra che un giorno, mentre si divertiva a cavalcare la sua nutrice, si attaccò a lei con molta forza e le spezzò un corno.

Fu la giovane ninfa Melissa che si prese a cuore la povera capra e ne curò la ferita. Giove, per ringraziare Melissa, prese il corno spezzato e glielo regalò, promettendole che da quel corno sarebbe scaturito tutto ciò che il suo possessore avesse desiderato (cornucopia, o corno dell’abbondanza).

Melissa è una ninfa della mitologia greca e il suo nome ha il significato di “produttrice di miele”, ossia di ape. Le ninfe sono le divinità minori della natura e il loro aspetto è di bellissime fanciulle eternamente giovani.

Calliope è una delle nove Muse che, nella mitologia greca, rappresentavano l’ideale supremo dell’Arte.

Calliope, figlia di Zeus e di Mnemosine, è considerata la musa della poesia, in particolare di quella epica. E’ la maggiore e la più saggia delle Muse, nonché la più sicura di sé. I suoi simboli sono lo stilo e le tavolette di cera e infatti viene spesso rappresentata con in mano una tavoletta su cui scrivere.

Magico Giove 

Non ho voluto mai scrivere di questo argomento, nonostante tutti fossero a conoscenza dell’accaduto.

Sfogliando l’agenda 2014, il 10 luglio dedicato ai lavori dell’orto è stata l’ultima data in cui Giove condivideva lo spazio del giardino.

Il 14 luglio scrivo: “Non abbiamo visto Giove”. Il 16 luglio scrivo: “Giove è proprio sparito”.

Poi basta, il riferimento a Giove è completamente svanito, proprio com’era successo a Giove stesso.

Non che fosse scomparso dai miei pensieri, naturalmente.

Quell’estate così piovosa e fredda riapriva quotidianamente l’inquietante possibilità che, per difendersi, Giove si fosse sprofondato nella terra. Per sempre.

Ma poi sorgevano altri mille dubbi. Che fosse riuscito ancora una volta a sorpassare la barriera col giardino confinante e da lì ulteriormente migrato verso inesplorati territori?

Non saprei quantificare le volte che, appiattita al suolo, ho verificato la tenuta delle decine di metri di rete collocate da TartaRugoso: tutto a posto.

E se invece fosse riuscito a salire, grazie al muschio, il gradino più alto che conduce al corridoio di ingresso, dove sotto la siepe di lauroceraso non c’è alcuna protezione? Ho letteralmente nuotato fra le frasche del cespuglio per cercare di sporgermi sull’altro giardino sottostante e controllare se fosse lì. Niente.

Più il tempo passava, più diventava remota la speranza di rivederlo. E comunque, in agosto, quasi quotidianamente lo sguardo correva lungo la mulattiera che conduce al parcheggio, nella vana ipotesi che si fosse nascosto in qualche angolo boschivo o in qualche cespo di tarassaco. Macchè.

Certamente tutt’altro che rassegnata e con profonda tristezza mi sono preparata all’autunno sintonizzandomi su due possibilità:

  • una fuga andata a buon fine (qualcuno l’ha trovato nomade e se l’è portato nella sua casa, oppure da sé medesimo si è trovato un anfratto selvatico a lui confacente)
  • un sotterramento di riparo diventato tombale (tutte le ricerche fatte su Internet non mi hanno però mai permesso di verificare se a luglio una tartaruga si potesse interrare per un letargo anticipato).

Quest’anno sapevo che sarebbe stata una primavera diversa. Eppure dopo 18 anni, nelle miti domeniche di marzo con una temperatura ben al di sopra delle medie stagionali, non ho mai potuto rinunciare a guardare sotto il pino (suo luogo di letargo) o di sobbalzare a un fruscio di fuga di lucertola. Ogni anno Giove riappariva misteriosamente come quando si rifugiava nel suo letto invernale ed era sempre una gioia.

Scema, mi dicevo, non c’è. Non c’è più. Fattene una ragione.

Poi il 23 aprile 2015 mentre io e TartaRugoso siamo al computer, arriva il seguente messaggio via mail da M., mamma di D., che si è premurata immediatamente di riferire:

Trovata tartaruga nel giardino del vicino stop momentaneamente prigioniera in casa in attesa di essere liberata stop 

Se i liberatori volessero chiarimenti telefonare a D.

Nel giro di 10 minuti una serie di telefonate con D. (impagabile per la sua sensibilità e cortesia) e un appuntamento per le 18.30 con lo squisito ritrovatore di Giove, un geometra che del tutto casualmente quel pomeriggio aveva effettuato un sopralluogo nella “la casa dei francesi” e, aprendo la porta, si era ritrovato davanti proprio lui, Giove.

Mai tragitto fu più ambivalente: da un lato la straordinaria felicità per il miracoloso evento, dall’altro il timore di ritrovare Giove solo in tempo per assistere alla sua morte.

La “casa dei francesi”, infatti, è un luogo disabitato, con un angusto terrapieno dove di fatto non ci cresce proprio niente, se non edera e piccoli palmizi. Il fatto che il geometra l’avesse trovato dentro la casa diroccata, inoltre, mi faceva sospettare che Giove fosse in qualche modo sopravvissuto lì, senza mai poter né bere né mangiare.

Vederlo col guscio e il muso chiazzato di bianco oscurava la gioia di tenerlo ancora fra le mani.

Decidiamo subito di non lasciarlo in giardino ma di portarlo in appartamento in città per un bagnetto caldo di reidratazione e per fissare un appuntamento col suo veterinario.

Venerdì 24 la rassicurazione che ci attendiamo: Giove sta bene e, del resto, come potrebbe essere altrimenti visto che le tartarughe sono fra i pochi animali arcaici che hanno saputo resistere nel corso di millenni? Sembra quasi che il veterinario desse per scontato il suo stato di salute: “E’ sufficiente che ci sia anche un solo filo di qualsiasi erba e le tartarughe ce la fanno”.

Sabato 25 Festa della Liberazione: Giove torna nel suo habitat e se ne rende immediatamente conto. Nonostante l’aspetto non propriamente ottimale, una lentezza esasperata e un digiuno ostinato nella casa di città, appena viene posato sulla terra si avventa su un pezzo di pomodoro e qualche buccia di mela ignorate il giorno prima.

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A questo punto riconsideriamo il terrazzamento da dove Giove per forza deve essere fuggito. La rete è a posto; non ci sono buchi. Il mio occhio vigile comunque nota che nell’angolo proprio al di sopra del terrapieno della casa dei francesi la rete è un po’ piegata all’ingiù, intrecciata a tralci di edera. La supposizione è quindi che Giove, in posizione verticale come spesso gli capita quando vuole scalare sassi e gradini bassi, si sia aggrappato al fusto dell’edera e da lì scavalcato la reticella, andando a scivolare al piano sottostante.

Prossimamente TartaRugoso interverrà ancora su quel punto. Il tempo freddo e piovoso di questi giorni ci lascia sperare che blocchi l’indomito rettile, anche se, a questo punto, sapremmo dove andare a guardare.

Che dire d’altro? Non so quale sarà il prossimo futuro di Giove. So solo che la coincidenza di casualità, sincronicità, gentilezza, empatia, solidarietà sono stati buoni ingredienti per compiere questo miracolo.

Bentornato Giove e, un po’ in ritardo, buon 2015!

TartaRugosa ha letto e scritto di: Francesco Piccolo (2015), MOMENTI DI TRASCURABILE INFELICITA’, Einaudi

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Francesco Piccolo (2015)

MOMENTI DI TRASCURABILE INFELICITA’

Einaudi

Scheda editore Einaudi

A pagina 75 Piccolo scrive questo momento di trascurabile infelicità:

Tutte le volte che mi diranno: era meglio “Momenti di trascurabile felicità” 

Già. Piccolo ha prodotto la versione complementare del suo precedente libro. Non saprei da che parte schierarmi. Quella volta mi ero divertita a riconoscere quanti momenti simili fanno parte della vita di tutti, compresa la  mia, e questa volta pure.

Ciò che per me resta insostituibile è la voglia di prendersi in giro, di saper ridere di sé e delle proprie minuscole nefandezze. Quelle cose che in genere si raccontano degli altri presentandole come difetti, nascondendo accuratamente che quei difetti sono anche nostri.

Piccolo provoca su di me un effetto contagioso: anche questa volta infatti non ho saputo rinunciare al rispecchiamento di alcune piccole e condivise infelicità, che qui mi diverto a ricordare.

Francesco Piccolo

Quando una bambina … si avvicinò a mia figlia a un campo scuola e indicandomi le disse: ma quello è tuo nonno?  Ma non tanto questo, quanto l’entusiasmo incontenibile di mia figla

TartaRugosa

Quando faccio il gruppo con le mie anziane e loro mi dicono: “E’ ancora tanto giovane!” e poi arriva un’ausiliaria che guardandomi chiede: “E’ un’ospite nuova?”

Francesco Piccolo

Per tutta la vita … ho subito questa frustrazione. Da bambino, la domenica o nei giorni festivi; da adulto, alle cene con gli amici. Quando abbiamo finito di mangiare, è il momento dei dolci, delle panne, delle ricotte, della cioccolata. Dei mignon, delle torte, dei cannoli. … Quando  ero piccolo, e adesso che sono grande, chiedevo e chiedo: posso andare a prendere i dolci? … Sempre, da quando ho avuto il dono della parola, della comprensione, fino a ora, mi hanno risposto: aspetta. … Non ho mai  capito perché bisogna aspettare per mangiare i dolce; eppure bisogna sempre aspettare.

TartaRugosa

Sono golosa e previdente. Se porto io il dolce, lo scelgo secondo i miei gusti e lo attendo con felicità; se invece non lo porto, immagino che l’ospite, o qualcun altro, abbia provveduto. Per cui mi riservo, durante il pasto, anche lo spazio per quella zuccherosa aggiunta finale. Mi tranquillizzo quando a tavola un lui o una lei lo ricorda: “C’è il dolce dopo”. E’ quel dopo che diventa difficile da pronosticare. L’esperienza mi ha insegnato che se è pranzo, il dolce slitta alla merenda; se invece è cena quasi tutti – non previdenti come la sottoscritta – dicono “Ho mangiato troppo. Piuttosto che il dolce, meglio un buon caffè”. E io che non bevo mai caffè e che mi sono tenuta leggera, li maledico silenziosamente.

Francesco Piccolo

Il fatto di non sapere se la luce del frigorifero, quando l’hai chiuso, si spegne veramente.

TartaRugosa

E’ successo recentemente: spalanco la porta del frigo e lo trovo al buio. Dico a TartaRugoso: “Temo che il frigo sia rotto. Non fa né luce, né rumore”. Ancora in pigiama restiamo tutti e due con le orecchie attaccate all’elettrodomestico, finché, dopo qualche minuto, un leggero ronzio segnala residui di vita. Imparo così: a) la luce del frigorifero si può spegnere anche se aperto; b) la lampadina si può cambiare; c) l’infelicità si può trasformare rapidamente in felicità.

Francesco Piccolo

Tento di arrivare con lo scooter al semaforo lentamente, così scatta il verde e io non devo fermarmi ma soprattutto non devo mettere il piede a terra.

Rallento, rallento, arrivo davanti a tutti, sono quasi fermo, cerco di tenere ancora un po’ l’equilibrio. Sono fermo. Non ce l’ho fatta. Metto il piede a terra. E, appena metto il piede a terra, scatta il verde.

TartaRugosa

Sull’autobus in un incrocio problematico della mia città.

La durata del semaforo verde consente il passaggio di 4 o 5 auto al massimo da sud verso nord, mentre nella traiettoria est-ovest il tempo è molto più prolungato. Puntualmente quando l’autobus dopo già una certa attesa riparte, guardo speranzosa la luce verde e incito, mentalmente, l’autista: “Dai, forza, dai, accelera che ce la fai!”. Naturalmente scatta subito il giallo. Qualche volta l’autista passa lo stesso, ma di solito no. E io malinconicamente attendo il nuovo verde.

Francesco Piccolo

Quando a casa mi dicono che non posso usare quello shampoo – che significa che è troppo buono per me.

TartaRugosa

A casa nostra invece è il miele. TartaRugoso reclama: “Non capisco perché il miele è solo un tuo diritto” e se ne prende un cucchiaione che a me basterebbe cinque volte.

Francesco Piccolo

Piove. Quando hai finalmente l’ombrello che funziona .. c’è qualcuno accanto a te che ha l’ombrello rotto…. Quindi devi accompagnarlo tu. Per l’intero tragitto continuerete a cambiarvi di posto … continuerete a dire: forse è meglio che lo tengo io; e quando lo tieni tu fai sempre in modo da coprire lui che te stesso, per non essere maleducato. … Alla fine dirà: forse è meglio se lo tengo io. E tu glielo dai e poi cominci a dire: alzalo, abbassalo, spostalo …

TartaRugosa

La stessa identica cosa con TartaRugoso che però a un certo punto si arrabbia,  mi molla, accelera il passo e si bagna tutto.

Francesco Piccolo

Negli alberghi, sei nel bagno, ti fai una doccia … all’improvviso ti ritrovi nel bel mezzo della questione della salvezza del pianeta. … C’è un cartello che ti supplica di resistere, di tenere ancora un giorno gli asciugamani che hai usato, e se lo farai, ci sono buone probabilità di salvare il pianeta. Conservi senz’altro gli asciugamani ancora per un giorno. Ma rimani sconcertato da quanto sia facile – sarebbe stato facile salvarlo, il pianeta.

TartaRugosa

Non vado mai in alberghi di lusso. A ben pensarci non vado quasi mai in albergo. Può però capitare che in occasione di qualche convegno usufruisca di un 4 stelle come forma di compenso per l’attività di relatrice. Il guaio più devastante è che non so mai come aprire la porta della camera (non c’è la chiave)  e accendere la luce (non c’è l’interruttore). Per precauzione porto sempre una piccola pila in viaggio. Quanto agli asciugamani, ne trovo sempre un numero così spropositato che faccio fatica a capire il riuso.

Francesco Piccolo 

Quando dicono che il rimedio omeopatico ti fa prima peggiorare, però dopo piano piano migliori.

TartaRugosa

Infatti quando il sintomo non peggiora mi viene la paura che non guarirò mai.

Francesco Piccolo

Sono un antireazionario. Credo nel progresso e credo che tutto migliori, sempre. …segretamente, so che una cosa non c’è,ma sono anche sicuro che nessuno me lo proporrà mai come argomento di discussione. Il cavatappi. Ne hanno inventati tantissimi … Ogni volta che qualcuno te ne mostra uno nuovo, ti spiega come funziona e sembra una meraviglia del progresso scientifico, Poi lo posiziona sulla bottiglia di vino e funziona e non funziona. … E alla fine, l’unica soluzione è di andare in cucina a cercare il vecchio cavatappi.

TartaRugosa

Immancabilmente alla fiera di Pasqua TartaRugoso scopre sempre un nuovo esemplare di cavatappi da sfoggiare nelle cene estive in giardino. Altrettanto immancabilmente qualcuno degli ospiti incaricato di aprire la bottiglia chiede: “Ma non c’è un cavatappi normale?” E mentre vado a prendere il buon cavatappi con le braccine, getto quello nuovo insieme all’altra ventina di esemplari accumulati negli anni e che non saprò mai come utilizzare.

Due momenti personali di trascurabile infelicità di TartaRugosa

Abito in un condominio dal riscaldamento centralizzato. Non sono quindi io a poter determinare come, quando e se accendere la caldaia. E così ogni anno si ripete lo stesso copione: arriva un’ondata di caldo nel mese di marzo, fuori si boccheggia e tutti dicono: “Non è normale, sembra giugno”. Il termometro dell’appartamento, totalmente esposto al sole, segna 26 gradi. Di notte le finestre restano spalancate.

Poi, a metà aprile, quando il regolamento impone la chiusura del riscaldamento, inevitabilmente arriva l’ondata di aria fredda. Sugli attaccapanni ricompaiono giacconi e maglioncini e il termometro di casa scende a 17 gradi.

L’infelicità forse  più grande è della portinaia che ascolta le lamentele di tutti i condomini cui risponde “Non dipende da me. E’ la legge. Riferitelo all’amministratore”.

Da quando sul mio piccolo balcone è comparso (ad opera di TartaRugoso) un vascone per fare l’orto in città, verso la fine di marzo, speranzosa dei poteri della temperatura mite, metto a dimora 18 piantine di insalata. E’ bello vederle crescere senza interferenze di formiche, lumache e merli. Di solito dopo una quarantina di giorni il vascone è di un verde rigoglioso e florido. E’ veramente una sofferenza procedere all’espianto. Il primo anno dell’esperienza, quasi metà delle insalate è andata “in fiore” perché mi dispiaceva raccoglierle …

Galleria

la forza dei legami di vicinato di luogo: RITROVATO IL TARTARUGO GIOVE, scomparso dal luglio 2014 (10 mesi fa!), 23 aprile 2015

Questa galleria contiene 8 immagini.

Originally posted on COATESA SUL LARIO … e dintorni:
gentile *** , siamo appena tornati da nesso, dove con squisita cortesia il geom. *** ci ha portati nella casetta dei francesi. ora il tartarugo giove è qui a como in appartamento. ci sembra…

Luigi Pirandelllo, Una giornata – La tartaruga, da Luigi Pirandello Novelle per un anno, a cura di Mario Costanzo, Premessa di Giovanni Macchia, I Meridiani vol. III, Arnoldo Mondadori editore, Milano1990

Subito allora Mister Myshkow ritira dall’ajuola la tartaruga che non s’è mossa.

– M’hanno detto che porta fortuna, – soggiunge sorridente. – Non vorreste prenderla voi? Ve la offro.

Quello si scrolla furiosamente e con impero gli accenna di levarglisi dai piedi.

Ed ecco ora di nuovo Mister Myshkow con quella tartaruga in mano, in grande imbarazzo. Oh Dio, potrebbe lasciarla dovunque, anche in mezzo alla strada, appena fuori della vista di quel poliziotto che l’ha guardato così male, evidentemente perché non ha creduto ai gravi motivi di famiglia. Tutt’a un tratto, si ferma al baleno di un’idea. Sì, è senza dubbio un pretesto, per la moglie, quella tartaruga, e levato di mezzo questo, lei ne troverà subito un altro; ma difficilmente potrà trovarne uno più ridicolo di questo e che più di questo possa darle torto davanti al giudice e a tutti quanti. Sarebbe sciocco, dunque, non valersene. Lì per lì decide di rientrare in casa con la tartaruga.

Trova la moglie nel salotto. Senza dirle nulla si china e le posa davanti sul tappeto la tartaruga, là, come un ciottolo.

La moglie balza in piedi, corre in camera, gli si ripresenta col cappellino in capo.

– Dirò al giudice che alla compagnia di vostra moglie preferite quella della vostra tartaruga.

E se ne va.

Come se la bestiola dal tappeto l’abbia intesa, sfodera di scatto i quattro zampini, la coda e la testa e dondolando, quasi ballando, si muove per il salotto.

Mister Myshkow non può fare a meno di rallegrarsene, ma timidamente; batte le mani piano piano, e gli pare, guardandola, di dover riconoscere, ma senza esserne proprio convinto:

– La fortuna! La fortuna!

 

 tutto il racconto qui

Luigi Pirandelllo, Una giornata – La tartaruga.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Hanns-Josef Orthell (2012), Scrivere idee, Zanichelli

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Hanns-Josef Orthell (2012)

Scrivere idee, Zanichelli

Da quando TartaRugoso insegue l’arte della scrittura autobiografica la nostra casa si è ulteriormente riempita di libri che sviluppano tale argomento.

Ovviamente non potevo restare insensibile a questo evento.

Mi sono quindi immersa in questo delizioso libretto il cui obiettivo principale riguarda i possibili stili di annotare idee. Al lettore scegliere quale destinazione dare loro: diario di appunti, brogliaccio per catturare spunti creativi, scaletta su cui costruire un racconto, stimoli per liberarsi dall’ansia di iniziare una pagina bianca.

L’abitudine dell’annotazione, antica quanto l’uomo, si consolida soprattutto a partire dalla metà dell’Ottocento, quando la scrittura non doveva restare un passo indietro alle nuove tecniche di riproduzione della realtà (fotografia, cinema, arti) e, pertanto, scrivani e scrittori si impegnavano a ricercare nuove forme di descrizione della natura, delle città, delle cose e delle persone:

Raffinavano la lingua scarnificandola, in modo che reagisse anche ai particolari più insignificanti delle cose. Nel loro laboratorio creavano parole nuove e frasi smozzicate, le testavano, scartavano, modificavano di continuo Proprio l’incompiutezza, la provvisorietà e il disordine di questa forma di scrittura erano riconosciuti come qualcosa di positivo. Il fine del laboratorio di scrittura non era l’opera, ma il laboratorio stesso, che si era sostituito all’opera.

Sulla base di questa premessa Orthell aiuta a perfezionare le capacità di osservazione e percezione grazie all’ausilio di brani offerti da grandi scrittori che, per l’appunto, adottano stili differenziati nelle annotazioni figurative, di emozioni, di passioni.

Inizia con la descrizione di come progettare un testo attraverso le annotazioni di base simulando l’uso di registrazione, webcam, fotografia, indagine, dialogo; prosegue con l’approfondimento delle annotazioni figurative (ritratti, disegni, precisione, esperimenti) e delle annotazioni di emozioni e passioni (ricordi, finzioni, valvola di sfogo, enigmi poetici); conclude con le spiegazioni relative alle annotazioni classiche quali citazioni, brogliaccio, note scritte di buon’ora.

Divertente scoprire le attitudini di scrittori magari già conosciuti, ma che inseriti in questo dispiegamento risaltano ancora di più per le loro caratteristiche.

E’ l’esempio dell’amato George Perec, giustamente citato nel capitolo delle annotazioni “come una registrazione”. Infatti l’intento di Perec in “Tentativi di esaurimento di un luogo” sarebbe quello di creare una sorta di archivio di tutto ciò che si è verificato in un tempo e in un luogo determinati, per ritrarre un unico, inconfondibile scenario parigino.

Ciò che si può apprendere dalla sua lettura è che i dettagli apparentemente scritti come una registrazione, in realtà possono diventare fase embrionale di uno studio che analizza l’ambiente, con lo sguardo rivolto a forme ripetitive di comportamento e con la possibilità di trasformarsi in un primo materiale grezzo da cui sviluppare una narrazione più o meno romanzesca.

Nel capitolo “come una webcam” è il turno di Waltraud Schwab che si cimenta nella “cattura” di un particolare momento della vita berlinese, segnando con pochi tratti e poche righe un determinato episodio della quotidianità: sono soprattutto webcam ambientate in spazi chiusi e focalizzate sul comportamento di persone che diventano brevi racconti o efficaci microdrammi.

Peter Wehrli, invece, sceglie uno stile di annotazione simile a una fotografia, ovvero esprimere con una frase tutto ciò che avrebbe potuto cogliere con uno scatto fotografico. In tal senso la lingua deve suscitare la stessa sensazione di velocità e precisione, un effetto raggiungibile con l’uso di un’unica frase (istantanee letterarie).

Di Emile Zola e del  suo “Il ventre di Parigi” colpiscono gli appunti relativi all’anticipata ricerca di dettagli potenzialmente rilevanti, ma ancora non ben identificati per un futuro ruolo nel nascente romanzo. Zola adotta quindi lo stile dell’”indagatore”, scrivendo accuratamente ogni dettaglio colto nel mercato di Les Halles: letti con attenzione, i precisissimi appunti di Zola testimoniano la ricerca di un’ispirazione, che all’inizio manca di un obiettivo, ma che poi diventa sempre più intensa. Improvvisamente un dettaglio esce dal contesto, si staglia vivido e lascia dietro di sé tracce che si intersecheranno, tessendo una fitta trama e mettendo in relazione i diversi spazi.

Nella parte centrata sulle annotazioni figurative, sono venuta a conoscenza di Teofrasto di Ereso (371-287 a.C.), uno fra i più dotati discepoli di Aristotele.

Decisamente antesignano, nel suo libretto “I caratteri”, Teofrasto delinea una trentina di caratteri come se fossero “ritratti di una galleria”, facendo emergere dalle sue pazienti osservazioni materiale composto da persone (come il barbiere, il calzolaio e il salumiere), cose (le scarpe e i salumi) e azioni (come tagliarsi i capelli o cantare nel bagno) che rappresentano il corrispettivo carattere…. Si viene a creare lentamente un caleidoscopio composto da tante singole osservazioni che offrono un’immagine concreta e sfaccettata del personaggio.

Nella capacità di annotare con precisione,  Orthell cita Francis Ponge e “Il quaderno della pineta”. I brani scelti evidenziano il caratteristico movimento di chi passeggia in una pineta: tronchi grandi, non c’è sottobosco, il suolo è un fitto e uniforme tappeto di aghi, qualche roccia. Ne deriva con grande precisione l’effetto di un ambiente con una sua atmosfera, un suo profumo, una sua musicalità. L’abilità senza pari di tali descrizioni consiste nell’incredibile precisione dello sguardo, cui corrisponde la precisione della parola.

La scrittura dei ricordi (autobiografia) trova in Roland Barthes un efficace esponente. Il libro scelto è “Dove lei non è. Diario di lutto” costituito da una serie di appunti che verranno editati solo dopo la morte di Barthes.

Gli appunti del diario sono composti solo da poche frasi o da annotazioni scarse, prove di verbi o aggettivi che le abbelliscano. Questa stringatezza mostra in modo molto chiaro cosa devono fermare esattamente: un riflesso momentaneo del lutto, un istante costituito da nient’altro che una profonda disperazione. .. L’intero mondo di questi appunti tratta, con un’attenzione rigorosa e instancabile, di un’esacerbazione del lutto che non accenna ad affievolirsi, ma la cui forza sembra doversi trasformare lentamente in qualcosa di meno paralizzante.

Classica e allettante la proposta di utilizzare le citazioni per potenziare una scrittura personale. In questo caso viene in aiuto Walter Benjamin che, per sviluppare una grande opera filosofica su Parigi, raccolse migliaia di annotazioni estrapolate da citazioni raccolte nei testi disponibili presso le biblioteche di diversi Paesi. Le singole annotazioni non venivano scritte su quaderni, ma su foglietti o schede che potevano essere ordinati di continuo in base al tema trattato. Così il sapere era facile da reperire e sempre in movimento.

Benjamin, ricordato per la flanerie, dimostra come sia possibile svincolarsi dalle citazioni raccolte da testi di riferimento per originare un proprio pensiero sempre più chiaro e autonomo.

Chi scrive, copia, all’inizio in modo passivo, i brani che lo colpiscono. E’ lui a decidere cosa e quanto deve essere citato, indirizzando attraverso queste prime decisioni il futuro percorso della riflessione. L’autore potrà effettuare dei tagli e spostare o modificare leggermente alcune parole. Possiamo persino immaginare che alla fine giochi con le citazioni in assoluta libertà e che dopo un po’ possa anche dimenticare con quali stava giocando, così che i passi estratti e le annotazioni formeranno un testo originale, le cui tracce iniziali si riconosceranno solo con difficoltà, o non si distingueranno affatto.

Giacomo Leopardi e il suo Zibaldone sono invece portati come esempio delle annotazioni in forma di brogliaccio.

In questa raccolta caotica di scritti gli appunti di Leopardi coprono un campo di interessi vastissimo (filosofia, estetica, linguistica, letteratura, storia antica, religione cristiana, ecc.) e accompagnano sia le sue creazioni poetiche , sia le sue riflessioni filosofiche o erudite.

Orthell, in questo caso, esorta il potenziale scrittore a fare il seguente esercizio:

Annotate, senza pensarci troppo, una lista di parole che vi piacciono o trovate poetiche. In un secondo momento, provate a riflettere sul perché vi piacciono e, una volta capita la ragione, provate pensare ad altre parole che appartengono alla stessa famiglia.

Tanti sono comunque gli esercizi che l’autore propone per far sì che quella della annotazione diventi vera arte. Infatti sostiene che annotare è lo stimolante ideale delle capacità intellettuali, la caffeina letteraria per eccellenza.

Forse anche per questo motivo sarà a tutti utile prendere come esempio l’attitudine di Paul Valéry di scrivere tra le quattro e le otto del mattino (“annotare di buon’ora”)!

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Ludovica Montoni LA LUNA E’ FATTA DI GIALLO Il perchè dei perchè dei bambini New Press,Edizioni, 2014

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