TartaRugosa ha letto e scritto di: Duccio Demetrio (2016), Ingratitudine. La memoria breve della riconoscenza, Raffaello Cortina Editore

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Duccio Demetrio (2016)

Ingratitudine. La memoria breve della riconoscenza

Raffaello Cortina Editore

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Ho selezionato, di questo testo, alcuni passaggi che più si avvicinano ai miei ambiti professionali, non a caso definiti da alcuni “ingrati”, visto che mi occupo di persone malate di demenza e di malati terminali.

Certo sarebbero molte le considerazioni da fare sulle grandi e piccole ingratitudini che nel libro vengono esplorate e che suscitano talvolta cupezza e senso di impotenza.

Per esempio:

L’ingratitudine pubblica, verso la cosa pubblica, è lo specchio di costumi privati senza regole, si trasmette in famiglia come un contagio che inquina le nuove generazioni, dissemina sfiducia collettiva anche quando chi accusa ne abbia approfittato a man bassa.

O ancora, sulle piccole ingratitudini:

sono pressoché invisibili, non degne di nota, ma rappresentano a loro modo una degenerazione dei rapporti ormai così diffusa cui non si fa più caso.

L’inventario comprende i rituali del saluto; l’astensione dei grazie e dei prego fino alla loro totale cancellazione dal vocabolario; il buon uso delle scuse dinanzi all’ammissione di un errore.

Nell’”epoca delle passioni tristi” il sentimento di vivere una situazione di crisi in un sistema più globale di per sé in una crisi che pare irreversibile, annienta la speranza del desiderio e nutre maggiormente l’idea di dover sopravvivere contro una minaccia incombente che ogni ingratitudine giustifica.

Tornando  a quanto annunciato più sopra, mi soffermo sulla citazione di Seneca che apre il capitolo “In fuga dalla memoria”:

– è ingrato chi nega il beneficio ricevuto

– ingrato chi lo dissimula

– più ingrato a volte persino chi lo restituisce (e qui molto stimolante è il pensiero della funzione inversa della gratitudine, ovvero quei casi in cui il beneficato per diminuire il peso del favore ricevuto o ripristinare una situazione di non dipendenza o  evitare che il benefattore si trovi una posizione più alta compie un gesto di finta gratitudine)

– ma il più ingrato di tutti è chi lo dimentica

Su quest’ultima dichiarazione vale la pena di riferirsi non tanto ai veri ingrati che annientano nell’oblio più totale ogni accadimento occorso in loro favore, quanto a chi, purtroppo, nell’oblio ci cade a causa di una malattia.

Scrive Demetrio rispetto allo stare accanto a chi soffre:

La gratitudine diventa qualcosa di più che presto ricondurremo al valore alto della riconoscenza. In tal modo, consentiamo a chi soffre di riconoscersi, talvolta, nella nostra presenza, pur non potendo più riconoscerci, chiamarci per nome, ricordare.

Se la mente di costui, o di costei, è divorata dalla malattia, la nostra invece è chiamata a svolgere il compito di ricordare facendo le veci di una memoria ormai assente del tutto. La vicinanza va offerta senza patteggiamenti, senza compensi di sorta. Questa linea di condotta distingue il non credente virtuoso, l’agnostico, l’ateo da chi si attende una ricompensa, se non in questa terra, in “cielo”.

E, aggiungerei, c’è un altro aspetto che il caregiver aggiunge al suo vicariare alla dimenticanza dell’altro e che può essere anch’esso ricondotto all’alto valore della riconoscenza: scoprire un’altra dimensione del sé, una parte così nascosta che si credeva inesistente, ma che al momento opportuno emerge trasportando in una dimensione che va oltre le difficoltà del quotidiano.

E’ la dimensione del riconoscersi come “oggetto amato”, la possibilità di aver conosciuto e accolto la sofferenza umana, la capacità della restituzione (il dono di averti messo al mondo se sei un figlio, l’aver progettato e costruito un lungo tratto della vita insieme alla persona amata se sei coniuge)

Allora, nello stare accanto, nell’accogliere l’oblio dell’altro molto spesso si riesce a collocare la malattia come qualcosa “cui essere grati”, perché ci si è misurati con l’inconoscibile, perché si è attribuito un diverso valore alla quotidianità, perché ci si trasforma e si diventa più attenti, più sensibili, più capaci di comprendere il prossimo.

Può apparire come flebile tentativo di consolazione, ma nella condizione umana transitare o sostare nella sofferenza orienta verso quel percorso che trascende dalle ingratitudini o dalle gratitudini e che trova la sua più alta manifestazione nella riconoscenza.

Nelle sue esplorazioni Demetrio si sofferma sul terreno della prossimità della morte e nell’analisi del romanzo di Guidano “La disattenzione” commenta l’atteggiamento di coloro che, ingrati cronici, non accettano il proprio riconoscersi nemmeno in prossimità dell’atto finale:

non disdegnano affatto, anche giunti al punto di esalare l’ultimo respiro, per farsi coraggio, di rammentare situazioni ed esperienze che li hanno visti radiosamente compiere quelle che si rifiutarono di definire ingratitudini: semmai adempimenti inevitabili, doveri di stato o aziendali, necessità in nome del bene della famiglia.

Consapevole della limitatezza di rifarsi semplicemente a un proprio osservatorio personale, posso confermare che ovviamente esistono persone che rifuggono le ingratitudini inflitte o negano o distorcono i benefici ricevuti e sono le stesse persone che concludono la loro vita come l’hanno vissuta, con rabbia, prepotenza, ingratitudine verso chi comunque decide di stare loro vicino, operatori compresi.

Per molte altre invece la malattia infausta può diventare fonte di gratitudine.

Molte le scritture autobiografiche (Pia Pera “Al giardino ancora non l’ho detto”, Paush “L’ultima lezione”, Mitch Albom “I miei martedì col professore”, Tiziano Terzani “L’ultimo giro di giostra” e l’elenco diventerebbe molto lungo) che rivelano come la gratitudine si possa sublimare nella riconoscenza che è invece superamento, che è oltre passare, che è una laica spiritualità che ci avvicina all’inconoscibile e al mistero dell’esistere.

Interessante un commento che ho trovato tempo fa in un’intervista a Richard Smith, ex direttore  del British Medical Journal, il quale definisce il tumore come la miglior morte possibile:

Si può dire addio, riflettere sulla propria vita, lasciare un ultimo messaggio, visitare luoghi speciali per l’ultima volta, ascoltare le canzoni preferite, leggere le poesie più amate e prepararsi a godere l’eterno oblio.

Un piccolo pezzo di Pietro Calabrese tratto da “L’albero dei mille anni” ci mette a contatto con la realtà vissuta in quel frangente: Perché pensiamo che il bello e il buono sono sempre “altrove”, lontano da noi. Invece sono qui, davanti a noi, ai nostri piedi, e non ce ne accorgiamo finendo col calpestarli e ucciderli. Perché il buono delle cose non è mai così nascosto da non riuscire a scorgerlo, a vederlo, ad assaporarlo. Perché è bella la vita, bello il sole e il freddo dell’inverno, bellissima una giornata di primavera e dolcemente bello il venticello che l’accompagna. Ma chi si ferma mai a riflettere su queste banalità quotidiane?

Il porre un limite al futuro obbliga a riconsiderare la visione delle cose e, per alcuni, a rimediare al peso delle ingratitudini entrate nello svolgersi dell’esistenza.

Il passaggio più alto, quindi, parte dal “riconoscersi”, prima di poter essere riconoscenti.

Secondo Demetrio la riconoscenza corrisponde alla presa di coscienza del senso del nostro essere gettati nella vita. La necessaria ricerca interiore implica un abbassare la guardia e rovistare nella propria interiorità, riconoscere la colpa, sentire la necessità morale del pentimento e dell’espiazione fino all’attuarsi del riscatto e di una possibile redenzione.

Se questo passaggio spesso è visibile sul letto di morte, ciò non significa che non possa avvenire prima nella vita di ogni individuo.

L’ingratitudine infatti può essere condonata solo nel momento in cui siamo capaci di riconoscere l’irreparabilità e l’incancellabilità dell’errore commesso e disposti ad accoglierlo dentro di noi senza affidarlo all’oblio. Riconciliazione, quindi, non perdono come comoda scorciatoia per l’espiazione delle proprie colpe.

Una piccola riflessione infine sulla coppia di parole accettare/accogliere.

Il termine accettare frequentemente solleva moti di rifiuto o di rabbia, probabilmente perché suscita vissuti di passività o sottomissione. Forse, per raggiungere un compromesso con le nostre debolezze, è meglio utilizzare il termine accoglienza, cioè l’apertura e il fare spazio a qualcosa di imprevisto ma che comunque ci fa sentire attivi e capaci di compiere una scelta su ciò che possiamo far entrare in noi.

La discesa nel sé e il riconoscimento dei nostri stati d’animo negativi o ingrati (secondo Christophe André in “Quattro lezioni di pace interiore”) fa sì che essi:

  • diventino paradossalmente meno dolorosi
  • diventino una fonte d’informazione sulla situazione e le nostre reazioni
  • arricchiscano la nostra esperienza perché corrispondono alla vita vera
  • dimostrino che possiamo sopravvivere ai problemi

Se questo percorso diventa consuetudine nella vita di ogni giorno, forse speranze e desiderio possono trovare nuova linfa e alimentare il futuro degli uomini e della terra.

Se invece il processo individuativo indagato da Jung si manifestasse solo sul limitare della vita, potremmo ottimisticamente affidarci alle le parole di  Emanuele Severino “Il mio ricordo degli eterni”:

Poi, quando la vicenda terrena dell’uomo sarà giunta al proprio compimento, sarà necessario che ognuno faccia esperienza

di tutte le esperienze altrui e che in ognuno appaia la Gioia infinita

che ognuno è nel profondo. Essa oltrepassa ogni dolore sperimentato dall’uomo.

 

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