TartaRugosa ha letto e scritto di: Paolo Legrenzi (2014), Frugalità, Il Mulino, Bologna

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Paolo Legrenzi (2014)
Frugalità

Il Mulino, Bologna

L’attenzione è stata attirata indubbiamente dal titolo.

Accade, fortunatamente non molto spesso, che nelle dinamiche decisionali che contraddistinguono ogni coppia coniugale quando si deve procedere ad un acquisto impegnativo, si sollevi un’affermazione poco simpatica nei miei confronti, ovvero che sono “avara”. La mia indole tartarughesca ha sempre un sussulto di fronte a questa sentenza. Perché se proprio proprio devo titolarmi di qualcosa, trovo più giusta la parola “frugale”.

Leggendo questo libro ho condiviso molte riflessioni e, a conferma del mio personale sentimento verso me stessa, ho scoperto nell’ultima pagina di aver già provveduto da sola ad applicare il consiglio suggerito, ossia “questa cosa mi serve proprio?”, domanda che previene la successiva “e se facessi a meno di questa cosa?”.

Entrando nel dettaglio di specificare il significato della frugalità, si parte dalla considerazione che un’idea certamente diffusa confonde la frugalità con la povertà, nel senso che sono solo i ricchi che possono rinunciare a qualcosa di superfluo, essendovi i poveri già costretti dalle circostanze. Se quindi essere frugali vuol dire rinunciare all’abbondanza, diventa sicuramente più facile dopo che si è ben sperimentato nell’arco dell’esistenza cosa significa “avere il superfluo”.

Invece, secondo l’autore, la vera sfida è affrontare la frugalità come una scelta a priori, non come un rifiuto di una possibile vita affluente e consumistica.

Elenca quindi una serie di osservazioni:

  1. Frugalità non è povertà. E’ una scelta, non una costrizione
  2. Frugalità non è avarizia. L’avarizia, come la povertà, non è una vera e propria scelta: alla povertà siamo costretti dalle circostanze esterne, all’avarizia dalle nostre ossessioni mentali
  3. Frugalità non è una decisione di risparmio: produce risparmio come effetto collaterale, poiché il rifiuto del superfluo e del consumo spinto favorisce la formazione di quel margine di manovra costituito da soldi non sprecati

Molto eloquente è, a supporto di queste affermazioni, l’esempio della valigia, del viaggio e dell’attrezzatura da portare con sé:

–         il povero ha una valigia piccola in cui sono stipate tutte le cose e dove non c’è spazio  di manovra: se si mette qualcosa di nuovo, bisogna rinunciare a qualcos’altro

–         il ricco ha una valigia grande e piena di cose per trovare sempre quelle giuste per ogni occasione, quindi priva di spazi per aggiungere ulteriori beni

–         il frugale ha una valigia media, ma è stato educato a mettere dentro poche cose, per cui se durante il viaggio trova qualcosa che gli piace può inserirlo senza fatica. La frugalità garantisce che la valigia non sia mai piena zeppa

Dal puto di vista della collocazione storica, la distruzione della frugalità ha avuto inizio nel corso del Novecento con un massiccio e ponderoso processo culturale che vede affermarsi e globalizzarsi la società dei consumi.

L’industria dei prodotti di massa per affermarsi dovette riuscire a imporre bisogni permanenti”, o meglio, seminare desideri irrinunciabili in modo democratico e quindi accessibili a tutti.

“Se si voleva distruggere la frugalità, la leva iniziale doveva consistere nella creazione di oggetti desiderabili, attraenti, di stile, ma soprattutto riconoscibili come prodotti di un’azienda diversa dalle altre … Si trattava poi di propagandarle con tecniche adeguate, così da poter colonizzare prima l’America e poi il mondo”.

Questo principio basato sulla notorietà ha subito dato i suoi frutti;   come non ricordare il predominio di alcune marche su altre ritenute invece insignificanti: Hoover per gli aspirapolveri, Gillette per le lamette dei rasoi, Singer per le macchine da cucire, Maggi per i dadi o Campari per l’aperitivo. (la memoria autobiografica mi rimanda agli anni Sessanta, quando mio padre ricordava a mia madre di comprare assolutamente le Gillette, perché tagliavano meglio; oppure i dadi Maggi che non avevano nulla a che vedere con quelli della Star, pensiero sostenuto anche a distanza di anni da mia suocera; impossibile poi pensare a una macchina da cucire che non fosse “La Singer” e idem per l’aspirapolvere, fino all’arrivo della Folletto).

Un’altra componente dell’antifrugalità riguarda l’aumento dell’offerta, che contribuisce a rendere estremamente labile il confine tra ciò che è frugale e ciò che non lo è.

Scegliere di essere frugali vuol dire oggi fare a meno di molte più cose rispetto a quelle di chi un tempo credeva di aver già scelto di essere frugale”.

I desideri sono realizzabili grazie alla loro commerciabilità attraverso la determinazione dei prezzi. I desideri si possono perciò comprare e vendere.

La frugalità consiste essenzialmente nel rifiutare la corruzione che dipende dal dare un prezzo a qualcosa … Infatti una volta insegnato l’uso della moneta e creato un mercato, l’incanto di una vita frugale scompare per sempre: i prezzi cancellano i sensi di colpa e legittimano quanto una volta era proibito, irrituale o inappropriato”.

Ognuno di noi pertanto può decidere se accedere agli innumerevoli mercati dei desideri e se soddisfare questi desideri in modo frugale oppure optare per il superfluo.

Nell’epoca moderna assistiamo inoltre a una importante svolta linguistica: “quelli che un tempo erano considerati vizi, oggi vengono riclassificati desideri”.

Ma esiste un modo per imparare la frugalità?

L’autore, psicologo, definisce quali siano le “precondizioni cognitive della frugalità”, ovvero: il desiderio di accumulare beni; la paura delle perdite; la capacità di controllare e posticipare i desideri; la capacità di valutare il futuro.

In particolare, sul controllo dei desideri, grande rilevanza assume il compito educativo genitoriale, poiché è da molto piccoli che si impara a controllare i propri desideri e a sfuggire alle tentazioni: “l’educazione alla frugalità è l’architrave di una buona educazione. I bambini più frugali, nel senso che resistono alla tentazione in attesa di ricompense maggiori, sono quelli più coscienziosi e diligenti. Sono proprio coloro che più probabilmente diventeranno adulti di successo”.

Sulla previsione del futuro, la frugalità è indubbiamente una strategia di prevenzione di molti mali, in quanto costituisce una sorta di assicurazione contro l’incertezza del domani e, spesso, diventa anche premessa per il nostro risparmio.

A tal riguardo, riporta una ricerca che dimostra come le persone di mezza età guardino al passato con un misto di rimpianto e nostalgia, credendo di non cambiare più. “Questo errore è un grande freno alla scelta di una vita frugale. La frugalità, infatti, crea un cuscino di sicurezza, un margine di manovra che riteniamo inutile se, giunti alla mezz’età, pensiamo che il futuro sia una replica del passato. In realtà non ci sono mai repliche nella vita e questa è una trappola: il futuro riserva sovente belle sorprese, ma anche brutte”.

In un paese che invecchia non si può non tener conto delle “brutte sorprese”, connesse sempre più spesso alla perdita dell’autonomia. In tal senso la frugalità rende più forti, difendendoci dalla scarsità non solo di soldi, ma anche del tempo e della mancanze di idee.

Allerta infine l’autore che la frugalità non deve essere intesa come rinuncia di oggi in vista di futuri vantaggi domani. Alcuni dati, per esempio, stanno dimostrando che gli italiani sono tornati a risparmiare riducendo i consumi, osservazione questa ben diversa dal sostenere che i consumi calano perché gli italiani non hanno più soldi (“I consumi si sono ridotti di 2,7 miliardi e i risparmi sono aumentati di 4,4 miliardi”).

La domanda conclusiva è quella di interrogarsi se questa nascente frugalità sia solo temporanea, in attesa di una ripresa che scatenerà nuovamente il consumismo, o un segnale di cambiamento di scelta di vita.

Sostiene Legrenzi “la buona frugalità deve essere qualcosa di più di una rinuncia alle tentazioni. I piaceri derivanti da una vita consumistica devono essere sostituiti da altri piaceri. Questo non implica la decrescita economica, ma un nuovo indirizzo nell’uso dei soldi che raccogliamo con le tasse e con i nostri risparmi. In primis dobbiamo pagare i nostri debiti, invece di lasciarli alle prossime generazioni, poi dobbiamo cercare di contribuire al gusto per una vita di riflessione, di ricerca, migliorando i processi educativi e l’istruzione”.

Sorgente: TartaRugosa ha letto e scritto di: Paolo Legrenzi (2014), Frugalità, Il Mulino, Bologna | Tracce e Sentieri.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Giovanni Starace (2013) GLI OGGETTI E LA VITA, Donzelli Editore

GLITartaRugosa ha letto e scritto di:

Giovanni Starace (2013), Gli oggetti e la vita, Donzelli Editore

8e53d97dd808482ace5d2450a8cc4ce0_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy

Che io ami la casa è superfluo ricordarlo, giacché me la porto sempre appresso. In questo periodo dell’anno, quando il silenzio attorno si fa greve, è piacevole fare l’inventario delle cose che riempiono la mia dimora.

Amo gli oggetti, amo la casa. Istintivamente questi “esterni” li ho sempre percepiti in perfetta continuità con il mio “interno”, scoprendo molto tempo dopo che “nel percorso evolutivo, gli oggetti svolgono un ruolo primario e disegnano una fenomenologia dell’età con la loro presenza nella vita della persona. Oggetti significanti lungo tutto il percorso di vita sono parte integrante della strutturazione del sé e del mantenimento di un suo assetto sano”.

Nella memoria gli oggetti si fissano non tanto per ciò che sono, quanto per ciò che rappresentano, o hanno rappresentato, in un momento particolare della vita.

Se rispolvero i primi ricordi ci trovo sicuramente pezzi che ora sono scomparsi, come per esempio l’orso bianco e nero che in alcune foto appare alto quanto me (a un anno è facile stabilire queste proporzioni) e del quale a un certo punto si è smarrita la traccia, probabilmente a causa di un intervento sleale di mamma e papà. Ha resistito invece un altro orsacchiottino, Gigetto, che sta nel palmo di una mano e risale ad un acquisto fatto alla fiera degli Obei Obei in una fase dolorosa della vita. A scoppio ritardato, come la psicologia insegna, può ricomparire l’oggetto transazionale: “E’ così quando il bambino sceglie un oggetto specifico per averlo sempre con sé, per raggiungere l’illusione di una presenza materna continuativa. Questi oggetti, definiti da Winnicott transizionali, sono generalmente morbidi e piccoli come un peluche, una copertina, un fazzoletto… Si collocano all’interno di quella esperienza di illusione creativa che rende possibile l’accettazione progressiva della realtà nei suoi caratteri specifici”.

Non è detto che la funzione transizionale si esaurisca esclusivamente con un oggetto specifico. Talvolta anche la manipolazione della materia ottiene lo stesso effetto riparativo del Sé: creare dal nulla un manufatto con le proprie mani o prendersi cura in modo esorbitante di un dato oggetto possono lenire una psiche dolorante: “la cura di essi si sostituisce alla cura di un sé precario e ferito con un beneficio inusitato: si evita un contatto diretto con il dolore mediante un’azione lieve e costruttiva … il contatto con parti meno evolute del sé, incontrate nell’oggetto su cui sono state proiettate, possono essere elaborate con maggiore facilità, poiché in questa trasformazione hanno perso i loro aspetti più aspri”.

Ma gli oggetti sono anche altro: una certezza di continuità dell’esperienza in uno spazio che improvvisamente deve mutare; un segnale che evidenzia il passaggio da un’età all’altra; un racconto della relazione fra lo spazio occupato e chi li possiede: “alcuni passaggi della vita hanno bisogno di essere accompagnati da una nuova disposizione dei luoghi in cui si abita. Sembra difficile poter raggiungere il cambiamento senza aver creato contemporaneamente un habitat che rispecchi lo stato emotivo del momento, i sentimenti prevalenti di quella fase della vita”.

E’ forse questo il motivo per cui è sempre così difficile liberarsi dalle cose quando si cambia luogo di vita. E’ come gettare via una parte di sé, è come ricostruire un’identità nuova e non è casuale che molti disturbi psicopatologici emergano proprio in occasione di un trasloco.
Così come nel caso di elaborazione del lutto. Accade talvolta che chi rimane non riesca a svuotare la casa rimasta priva del suo abitante e, contemporaneamente, desideri che gli oggetti ivi contenuti permangano nello stesso ordine in cui il residente li aveva disposti. In questo caso si parla di lutto complicato, come se il sopravvissuto cercasse di “mantenere in vita il legame con una persona cara, per proteggere l’integrità della memoria, forse anche mantenere vivi frammenti della persona scomparsa. … La conservazione irrinunciabile della totalità degli oggetti nasconde una fragilità oltre che un rapporto irrisolto con la persona cara che è morta. Una relazione che appare imbalsamata insieme alle cose, incapace di svincolarsi da un contatto costante con esse. In questi casi il rapporto con gli oggetti assume il tono dell’immutabilità, dell’inamovibilità; segno di un’identità ancorata a quelle cose e mai distaccata da loro. Gli oggetti appaiono come frammenti sparsi di un sé che cerca strenuamente di restare integro e sempre uguale a se stesso”.

Considerando la permanenza di certi oggetti nella propria abitazione, possiamo affermare che è proprio l’esperienza del lutto a dare parola alle cose, a stimolare una loro venerazione, a conservarle senza una ragione apparente, come se chi, ritrovandosi a contatto con un bene ereditato, dovesse entrare nello spazio di colui che un tempo ne era proprietario e lentamente lo assumesse come proprio. Con la convinzione, però, che proprio quegli oggetti entrati improvvisamente nella nostra vita, siano liberi di costruirsi una nuova storia: “le cose sono lì, ci guardano e ci dicono che sono, indipendentemente da noi, vivono di per sé. E’ vero, le possiamo manipolare, nascondere, rompere, abbellire, ma loro sono altro da quello che vogliamo da loro stesse. Sono la testimonianza più evidente della limitatezza umana, attaccano la nostra onnipotenza”.

Su questo tema, oggetto con identità propria, Starace approfondisce con un ragionamento sociologico relativo al clima culturale della modernità, mettendo in risalto il rischio che un oggetto diventi un’entità priva di coerenza a causa del fenomeno consumistico. “La produzione di massa ha reciso il legame tra gli oggetti e la loro singolarità, in quanto oggetti unici. Sono diventati tutte copie e l’originale si è disperso in esse.  … Se durante i secoli passati le generazioni si succedevano in un ambiente statico di oggetti che sopravvivevano loro, oggi sono le generazioni di oggetti che succedono a un ritmo accelerato nell’ambito di una stessa esistenza individuale. Sono posseduti prima di essere guadagnati, precedono la somma di sforzi e di lavoro necessari al loro uso: secondo una stringente logica consumistica, il godimento anticipa la produzione delle risorse necessarie alla sua realizzazione”.

Ecco quindi che gli oggetti, dotati di una vita propria, usano l’individuo per moltiplicarsi e diffondersi, privando il soggetto di entrare in relazione con i propri effettivi bisogni e costringendolo a consumare a velocità vertiginosa. Si viene quindi a perdere la loro capacità di essere integrati nell’attività psicologica: “gli oggetti transizionali perdono il loro significato profondo per diventare degli oggetti-cose che vivono in nome della loro semplice materialità e sono avulsi da un contatto significativo con la persona”.

Non è facile resistere ad una cultura dominante che propone un sistema di “merci a perdere” da consumare velocemente, dove “il valore dell’oggetto segue le oscillazioni dell’autostima della persona: oggetti potenti soggetti potenti, oggetti svalutati persone svalutate, sempre secondo una logica dell’apparenza e della finzione”.

Forse quello che potrebbe venirci in aiuto per ripristinare un rapporto affettivo con le cose è il sentimento della nostalgia per quella “materia significativa portatrice di reverie: forme che ci fanno toccare il passato, momenti particolari della vita, eventi esclusivi, luoghi domestici, quotidiani, sensazioni irrepetibili … possibilità di vagare nella mente, nella memoria e nel tempo senza necessità alcuna, nel piacere di un ricordo e nel vissuto di qualcosa che è andato, ma che è ancora possibile condividere con altri. Racconto e memoria che si fanno profumo e odore, che entrano nel corpo nel momento in cui l’oggetto viene nominato”.

Guardo l’interno della mia calda tana e sono contenta dell’inverno che sta per arrivare.

Tracce e Sentieri.

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Giovanni Starace (2013), Gli oggetti e la vita, Donzelli Editore

8e53d97dd808482ace5d2450a8cc4ce0_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy

Che io ami la casa è superfluo ricordarlo, giacché me la porto sempre appresso. In questo periodo dell’anno, quando il silenzio attorno si fa greve, è piacevole fare l’inventario delle cose che riempiono la mia dimora.

Amo gli oggetti, amo la casa. Istintivamente questi “esterni” li ho sempre percepiti in perfetta continuità con il mio “interno”, scoprendo molto tempo dopo che “nel percorso evolutivo, gli oggetti svolgono un ruolo primario e disegnano una fenomenologia dell’età con la loro presenza nella vita della persona. Oggetti significanti lungo tutto il percorso di vita sono parte integrante della strutturazione del sé e del mantenimento di un suo assetto sano”.

Nella memoria gli oggetti si fissano non tanto per ciò che sono, quanto per ciò che rappresentano, o hanno rappresentato, in un momento particolare della…

View original post 1.098 altre parole

Ludovica Montoni LA LUNA E’ FATTA DI GIALLO Il perchè dei perchè dei bambini New Press Edizioni, 2014

 

tartarugosa1797

Sorgente: Ludovica Montoni LA LUNA E’ FATTA DI GIALLO Il perchè dei perchè dei bambini New Press,Edizioni, 2014 | Tracce e Sentieri.

lo STARE del tartarugo Giove

IMG_7252 (FILEminimizer)IMG_7253 (FILEminimizer)

TartaRugosa ha letto e scritto di: Gaspare Armato (2011) Il senso storico del flaneur Autorinediti, Napoli

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Gaspare Armato (2011)

Il senso storico del flaneur

Autorinediti,  Napoli

ERMATO3412ERMATO3413

dedica3414

 

Mi sono recentemente imbattuta nella lettura di “Manuale di psicogeografia” di Daniel Vazquez, dove l’autore spiega le tappe che hanno portato, negli anni Cinquanta, alla nascita di questa scienza.

Ho appreso così il concetto di deriva, una pratica che consiste nell’errare per città, strade, quartieri in modo dinamico e frettoloso, allo scopo di osservare come i vari ambienti cambino e come influenzino i comportamenti affettivi umani, nonché di accentuare la contraddizione tra aspettativa di libertà e ostacoli che il territorio urbano pone.

Un capitolo del libro è titolato “La psicogeografia non è flanerie” e qui si spiega che la deriva è un’esperienza completamente diversa da quella condotta dalflaneur, che gira per la città come fosse uno spazio pieno di meraviglie.

L’avanguardista Debord sostiene che la civiltà contemporanea ha precluso le quattro condizioni necessarie al fare flanella: folla, anonimato, tempo di non-lavoro e smarrimento davanti alla merce infatti non sono più attuali.

La folla si è spostata dalla piazza alla fabbrica; l’anonimato non è più garantito dalle nuove ipercontrollanti tecnologie (cellulare, computer, webcam); il non-lavoro si è trasformato in disoccupazione dilagante e quindi incompatibile col lusso della spensieratezza; infine, quanto alla merce, c’è stato un rovesciamento di senso poiché non si esce più per andare a consumare, ma si va a consumare per poter uscire.

Probabile. Però la deriva non ha avuto grande storia. Di definizione in definizione, così abbarbicata all’ideologia e all’iperpoliticismo, ha finito per diventare qualcosa di cui non si sa più bene di che si tratti.

Viceversa, stando al libro di Gaspare Armato, il flaneur resiste e segue i cambiamenti per poterne fare la storia.

E qui ci sta una parentesi autobiografica. Sono tartaruga lenta e primitiva. Ci sono affermazioni che non sempre riesco a capire. Per esempio, i detti popolari. Ancor oggi mi angustia il motto “Non si getta l’acqua sporca col bambino dentro”. Come si fa, dico io, a gettare l’acqua con dentro il bambino? Lo si vede, no? Non è una spugna o una saponetta. Stando agli atti criminali in auge, non ci sarebbe forse da stupirsi così tanto, ma ogni volta che sento queste parole, scatta in me l’interrogativo.

Il secondo modo di dire risale alla mia infanzia. “Muoviti, non stare lì a far flanella”. La flanella è sempre stato un materiale molto amato nella mia famiglia. I miei pigiami e quelli dei miei genitori erano, d’inverno, rigorosamente di flanella. Avevo camicie coloratissime e calde sempre di questo materiale, prima dell’avvento del pile. In campagna, nelle notti ancora fresche e umide di fine maggio, sui letti le lenzuola di flanella evitavano il brivido da contatto al momento del coricamento. Cosa voleva quindi dire, muoviti non fare flanella? Le mie cognizioni riguardo alla materia non si erano troppo spinte in là (ai tempi non c’era Google). La definizione del vocabolario confermava la flanella come tessuto morbido di cotone e, nella mia fantasia, mi ero data la spiegazione che per trasformare il cotone nella blanda peluria flanellosa ci volesse molto tempo d’attesa. Evidentemente sarei rimasta ancor più perplessa se avessi saputo che un ulteriore significato di far flanella è quello di intrattenersi in una casa di tolleranza senza richiedere alcuna prestazione. Probabilmente l’avrei associato al tenero abbraccio delle lenzuola … Fine della parentesi dei ricordi.

Ritorniamo alla figura del flaneur o,.come lo definisce Armato, pedone attento:esce di casa, cammina, girovaga senza una meta e senza orario, una strada tira l’altra, una curiosità approda alla seguente, una conversazione induce ad approfondire uno specifico tema, si immedesima. Eppure lui ne è distaccato, vede il movimento da un angolo del tutto particolare, dal suo angolo culturale, dalla sua inclinazione caratteriale, dalla sua visione storica, dal suo essere un ozioso affaccendato. L’ozio si rivela una condotta più virtuosa del lavoro fisico in sé per sé.

Non è da poco essere flaneur: S’intende di fisiognomica, scruta con attenzione i soggetti di cui è attratto, legge i loro volti, le loro rughe, ne deduce il mestiere, l’origine, ascolta i loro ragionamenti, analizza il modo di muoversi, il passo veloce o lento, deciso o perplesso, a volte segue il loro cammino, a volte si perde fra la folla, a volte ne esce, a volte fugge verso la periferia dove ritrova quella parte di esseri umani che non possono avvicinarsi al nuovo, al lusso, s’immerge nei dedali estremi della città costruita come i labirinti della mente.

Diversamente da quanto sostiene Debord, il flaneur conserva la sua capacità di essere testimone delle mutazioni del suo ambiente di vita “coglie le differenze fra una città in cui si ritrova piacevolmente … e una città che diventa sempre più strumento per vivere meccanicamente, per lavorare, viaggiare, dormire, una città asettica, fredda, priva di passioni”.

Armato considera nelle pagine del suo libro opere letterarie, poetiche, pittoriche che vanno da Baudelaire, a Whitman, a Walser, a Calvino, Pier Paolo Pasolini, tanto per citarne alcuni, fino alle pennellate impressionistiche di Van Gogh, Pissarro, Monet, e poi Guttuso e Saura. Grazie a loro, al loro muoversi, al loro guardare, toccare, odorare, sentire e all’intuizione, nonché sensibilità artistica, si può identificare il passaggio da un’epoca all’altra.

Che poi, avverte Armato, essere flaneur non significa appartenere ad un tempo che non tornerà più.  Anche l’oggi necessita i suoi flaneur. Non è forse flaneur un giornalista? “L’articolista deve scendere in campo, attraversare le vie, accorgersi del movimento, dei sussurrii, delle  inquietudini, deve essere in grado di sviscerare la vera quintessenza per informare sulla realtà di una città che si trasforma da un giorno all’altro, dove l’industrializzazione e la nuova società borghese capitalistica acquistano sempre maggiore forza e la vita nevrotica porta a non essere presenti come si deve.”

Il compito del flaneur,nel suo ozio affaccendato, è quello di scrivere la Storiaattraverso tante piccole storie:  “il pedone attento flanella senza un preciso itinerario, giacchè sa che ogni scoperta ha un valore che alla fine si somma a un altro per completare un insieme”.

E allora scruta, rovista negli archivi, si fa attrarre da piccoli indizi provenienti dalle mura di una casa, si intrattiene in conversazioni con la gente per “ascoltare la vita dalle loro stesse bocche… loro hanno la storia segnata sul volto, nel sangue delle loro vene, hanno un’oralità che bisogna tramandare: lo storico flaneur, lo abbiamo detto, se ne incarica come per destino”. 

Bighellonando fra le numerose citazioni letterarie che ci immergono nello spirito dei luoghi, Armato conclude il suo testo con un serrato pedinamento di un flaneur pistoiese, per seguire i cui passi ci troviamo pian piano a conoscere la bella città toscana. Poi la “preda” sfugge e l’autore dialoga fra sé e sé, sul senso di raccogliere brandelli di storia, sulle sorprese che sfuggono agli occhi disattenti, incapaci di osservare con intensità perché la mente troppo distratta da “idee che non portano da nessuna parte e che spesso non ci appartengono”.

Un piccolo incidente permette il giorno dopo un incontro più ravvicinato fra i due e il gusto di una amabile conversazione: “Confermò ciò che nel mio animo sentivo, che un vero flaneur non ha paura del prossimo, dell’incognito, dello sconosciuto, delle strade cupe e deserte o affollate all’inverosimile, o di trovarsi a parlare con persone che non ha mai incontrato, viceversa, è da tutto ciò che lui trae la sostanza vitale per riflettere, un’energia che lo conduce e induce a confrontarsi con le più disparate religioni … le più disparate mentalità … A lui piace il cambio, la trasformazione, vivere per comprendere il trascorrere del tempo nei segni dei singoli e pur minimi avvenimenti”.

La lettura si chiude quindi con un insegnamento che ha poco a che vedere con le critiche antiromantiche di Debord: è grazie all’uso di tutti i cinque sensi e dell’intuizione che il luogo attraversato ci parla, ci racconta, ci informa, ci tiene coscienti del nostro agire e ci avverte dei pericoli che noi stessi causiamo. Occorre che tutti diventiamo un po’ flaneurs.

Sorgente: TartaRugosa ha letto e scritto di: Gaspare Armato (2011) Il senso storico del flaneur Autorinediti, Napoli | Tracce e Sentieri.

TARTARUGHE, di Anna Bergna

TARTARUGA

Spinge la testa, la inclina di lato.

Le solletico la pelle del collo dov’è più sottile:

non ha altra compagnia,

mi pare indispensabile toccarla.

Penso alla saldatura dentro la corazza.

Legata disarmata

nell’abitacolo di un carro armato.

Ci rifletto stretta sul divano

sotto una coperta che potrei alzare.

Lei si affaccia, stende le zampe,

dietro sporge la coda,

ma dentro non può invitare alcuno:

condannata ad abitare sola la sua casa.

 

TARTARUGA 2

Pare l’evoluzione

abbia lavorato alla corazza

stretta in una cappa di paura.

L’accoppiamento

senza una pancia morbida,

io non capisco come si possa fare.

Senza carezze, come?

 

TARTARUGA 3

Mi cammina tra i piedi,

ma abitiamo lo stesso giardino?

Nell’angolo dove le foglie si sciolgono

ho sepolto il suo vecchio coinquilino:

un coniglio.

Ha un significato per lei?

Sa che la terra e un cimitero?

Vede lampeggiare la freccia?

 

Un mondo leggero il suo,

se e solo crosta di presente.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Andrée Bella (2014) Socrate in giardino, Passeggiate filosofiche tra gli alberi, Ponte alle Grazie, Salani Editore, Milano

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Andrée Bella (2014)

Socrate in giardino

Passeggiate filosofiche tra gli alberi

Ponte alle Grazie, Salani Editore, Milano

socragiardigrande

 

Non è questione di amare o meno la natura.

La questione riguarda piuttosto l’interrogarsi, il soffermarsi, l’ascoltare e l’ascoltarsi.

Perché ci sono vicende in cui l’uso delle parole può rivelarsi insufficiente, se non inopportuno e inefficace.

Sono le vicende dell’umana sorte legate al mistero, all’insondabile, all’ineffabile che, nella loro presunta individualità, si dispiegano  ad accogliere l’universale e l’eterno.

In quel  vuoto che si forma dentro, nel tempo surreale che può perdere il suo senso,volgere lo sguardo alla natura che ci possiede,  prendersi per mano e accompagnarsi lungo la vita diventa la terapia più profonda per ritrovare se stessi.

Per lo meno, da tartaruga la vedo così, e così la vorrei vivere, nonostante l’obiettiva difficoltà.

Ho imparato due definizioni di vita:

Bios (da cui biografia), che designa la vita legata al nostro nome e alla nostra storia, il cui inizio è sancito dalla data di nascita e la cui fine dalla data di morte.

Zoé (da cui zoologia), che designa la vita universale che ciascuno di noi si porta dentro, intrecciata sì alla bios, ma ben più ampia, una vita senza nome e al di là del pensiero.

Andrée Bella suggerisce di connettere il microcosmo (il proprio agire e il proprio sentire) al macrocosmo (quel tutto senza il quale la vita umana non avrebbe potuto darsi): “A partire da questa prospettiva il senso dell’anima si trova nel mondo e quello del mondo può essere riconosciuto e celebrato nell’anima e i due poli risultano essere indissociabili”.

Perché quindi non ispirarsi agli esercizi dell’antica terapeutica filosofica, grazie ai quali si può tentare di trasformare i propri modi di sentire e pensare?

E’ intorno a questo tema che il sottotitolo del libro “Passeggiate filosofiche tra gli alberi” ci insegna ad essere “sereni e fermi anche di fronte alle avversità, comprese la vecchiaia, la malattia e la morte stessa”, nonché a “vivere concretamente cercando di non smarrirsi nei meandri quotidiani del piccolo, soffocati da abitudini inerti o doveri vuoti”.

La prima passeggiata propone l’esperienza filosofica dell’autunno e le riflessioni mito-botaniche sulla perdita e sulla morte.

Fra noccioli, edere, betulle, è l’incontro con un pino silvestre in difficoltà che maggiormente mi colpisce. Proprio lui, “emblema immaginario di una forza che non soccombe all’arrivo del freddo” è lì, malato e in sofferenza, eppure sa che deve in qualche modo resistere, imparare a sopportare. Il pino dolorante allora evoca questo esercizio “Mettere a fuoco la capacità di resistenza”. “La capacità di resistenza è una cosa diversa da una stanca rassegnazione o dall’atto di ribellione, pur potendo coincidere in parte con l’una o con l’altro. A volte siamo costretti a subire situazioni che non possiamo cambiare. Situazioni difficilissime, malattie gravi, proprie o altrui, licenziamenti ingiusti, incidenti, morti improvvise e premature, inganni e così via. Situazioni per le quali non si vive, ma si sopravvive. … La capacità di resistere, che può avere tratti eroici anche in certi gesti quotidiani, come alzarsi ogni mattina … implica costanza, volontà e fatica. … La fatica può essere foriera di grande felicità, Ma bisogna imparare a sopportarla … Ogni difficoltà superata significa apprendimento, cambiamento.”. Come si può imparare qualcosa se prima non si sperimenta un crollo?

Anche l’incontro con i pioppi neri fortifica l’esercizio,

Narra la leggenda che Fetonte, figlio del dio Sole, riuscì a farsi prestare dal padre il carro di fuoco per poter volare nel cielo, ma la sua incapacità di governare le briglie rischiò di fargli bruciare l’intera terra  e Zeus fu quindi costretto a intervenire e a fulminarlo. Le sorelle Eliadi, vedendo il corpo cadere nel fiume Eridano, iniziarono a piangere senza smettere mai e Zeus, impietosito, le trasformò in pioppi neri. La loro corteccia nera ci ricorda che “bisogna saper guidare il carro, non avvicinarsi troppo al sole e neppure alla terra, saper stare in equilibrio. Il tentativo di trasfigurare il dolore e la sofferenza, di trascendere e trasformare il negativo e di oltrepassare il limite e salire, deve accompagnarsi alla conoscenza permessa dal discendere e dal vedere il limite e la morte”.

La seconda passeggiata celebra le nozze tra acqua e terra, con la bella metafora del “lasciarsi accadere” come i salici disposti in riva al fiume: “Rami che sanno ondeggiare assieme alla corrente, senza spezzarsi, delicati e potenti nell’arginare i fiumi”. L’esercizio è “Provare a stare con quello che c’è, dentro e fuori, ogni giorno”. “Accettare ciò che si è e si ha o non si ha più … La consapevolezza che è inutile inasprirsi, chiudersi, rifiutare ciò che accade. Inutile pensare che la propria sofferenza sia colpa degli altri o di qualcosa che ci manca”.

Ci vengono in aiuto gli stoici e la loro disciplina dell’assenso: vedere le cose così come sono, cercando di eliminare il giudizio e il pathos che le rende terribili e temibili per noi.

La forza acquatica, ricordiamolo, possiede le sue ombre e i suoi rischi. Possiamo infatti impantanarci nella palude: “quando il saper seguire e adattarsi alle situazioni diventa passività, fino a un’immobilità stagnante e mortifera. Una situazione psichica in cui tutto è annacquato e non ci si può appoggiare a nulla, i contorni si sciolgono e non permettono appigli”.

E’ l’ontano l’albero cui dobbiamo rivolgerci per arginare lo sprofondamento depressivo. Il legno di quest’albero, infatti, non marcisce (il ponte di Rialto poggia su pali di ontano, così come molteplici cattedrali medievali). “Dove l’acqua ristagna, ecco nascere gli ontani a fissare l’azoto dell’aria e a resistere. E’  una necessità di equilibrio e complementarietà, saper lasciare accadere e scegliere, accogliere e decidere, abbandonarsi e sforzarsi, ascoltare e prendere la parola, cedere e proporre, coltivare pace e saper combattere”.

Sempre dagli stoici un altro esercizio: “Inserire ogni oggetto nella catena delle cause”. Serve a ricordare che le cose non possono esistere da sole.

Ecco la quercia e la ghiandaia. La ghiandaia sputa nel terreno le ghiande che porta nel becco, le osserva e le ingoia di nuovo tutte, tranne una, che resta lì nel terreno, pronta a seguire il suo nuovo destino. Fa questa operazione più volte salvando se stessa e la quercia, che si propaga in continuazione. Gli stoici sostenevano che per un singolo fare il bene della comunità equivale anche a fare il proprio bene e invitavano quindi all’esercizio dell’azione al servizio degli altri.

Nella terza passeggiata, dedicata alle nozze tra terra e fuoco, l’esercizio proposto è “Attenzione alla sensazione e alla consapevolezza di essere vivi”. Ovunque. Persino in un parcheggio di città, dove il rapporto con la natura può essere solo immaginato. “L’accaparramento di suolo a fini commerciali, la parcellizzazione pianificata e la privatizzazione, l’aumento dei dispositivi di controllo e l’omogeneizzazione delle attività legate al consumo rendono più difficile abitare felicemente il territorio urbano. … Ma forse esiste, è esistito e sicuramente potrà sopravvivere un desiderio altrettanto intenso di liberarsi di tutto ciò. Un desiderio che mira a costruire vite, strade e case differenti. E’ il desiderio filosofico, un bisogno di trasformazione e miglioramento di sé e del mondo che con il possesso non ha nulla a che vedere”.

Guardiamo dunque quel fico che rompe il cemento e cresce nella crepa del muro. Il fico è il simbolo di illuminazione e conoscenza, della “forza misteriosa che si propaga e si espande. Oltre la morte. Instancabile. Eterna. E’ una volontà umana che cerca perseverante, nonostante il morire, il senso della vita”. Nella sua vitalità ci insegna che per alimentare la fiamma del mondo bisogna andare oltre ai propri interessi. Solo così, misteriosamente, potremo comprendere che soffiando sul fuoco del mondo si soffia su un fuoco che pure è nostro e ci è intimo.

Entusiasmarsi equivale ad avere un “soffio dentro”, cosa che accade ogni volta che respiriamo. Nella natura il respiro è dato dal vento e dal suono che produce soffiando fra gli alberi e “forse bisogna imparare dai pioppi tremuli, imparare a oscillare con il vento. Senza fermarlo, senza imprigionarlo, senza farsi sbatacchiare qua e là”. Ogni città dovrebbe possedere un luogo in cui fermarsi ad ascoltare il canto dei pioppi, un luogo dove “mettersi ad ascoltare la voce del vento. Per addolcire la scansione meccanica dei ritmi quotidiani e la visione ristretta del tempo rigidamente organizzato. Per rimettere  tutto questo nell’orizzonte terrestre, nel succedersi delle stagioni e delle ore geologiche”.

La quarta passeggiata, infine, propone riflessioni mito-botaniche sulla nascita e rinascita: “Essere o non essere. E’ come un glicine che si appoggia a un albero”. “Bisogna comprendere come esercitarsi a rinascere e a innamorarsi. Il memento mori, ricordati che devi morire, si trasforma in memento vivere, ricordati di vivere”.

E ricordarsi di vivere non è poi vicenda così scontata, in quanto l’abitudine può inibire l’esercizio della meraviglia e della sorpresa, precipitandoci nella noia, come già osservava Seneca “Il sole non ha spettatori se non durante le eclissi”. Orfeo, il mitico musico cantore, sceso vivo nell’Ade aveva saputo evocare con il suo canto cosmico la gratitudine per la bellezza di tutto ciò che vive ed è destinato a scomparire. E l’Amor fati di stoica memoria insegna proprio ad innamorarsi di ciò che naturalmente accade, così come enunciava Marco Aurelio: “Non devi cercare di ottenere che gli avvenimenti avvengano come tu vuoi, ma desiderare gli avvenimenti così come avvengono e sarai sereno”. L’esercizio in questo caso, quindi, è quello di mantenere alta la consapevolezza che non tutto dipende da noi in ciò che ci accade nella vita. Ciò che invece è strettamente dipendente da noi è il nostro modo di vivere e percepire gli eventi che ci capitano. Se qualsiasi cosa ci capiti è consueta e ovvia, allora ricordiamo che amore del fato significa “Amore di una primavera capace di non dimenticare l’autunno. E viceversa di un autunno capace di non dimenticare la primavera … Camminiamo memori di queste alternanze, sereni come coloro che si esercitano a non avere paura di ciò che normalmente si considera negativo. … Stoicamente, camminiamo”.

Imparare pertanto a lasciarsi sbocciare in primavera. Così come il serpente, nella prima giornata di sole, esce dalla propria pelle, pronto per indossarne una nuova.

O, da tartaruga, rivedere l’azzurro del cielo dopo aver contemplato il buio della terra.