TartaRugosa ha letto e scritto di: Niccolò Ammaniti (2026), Il custode, Einaudi, Torino

Secondo Jung l’inconscio collettivo è il contenitore psichico universale, ovvero lo spazio in cui si riversano i modelli universali della psiche umana che si manifestano in sogni, miti e culture di tutto il mondo.

In particolare, il mito insegna che sfidare la vita umana richiede ad ogni vivente di impegnarsi per proprio conto e in proprio modo per vincere le paure e adattarsi al mondo.

In questo suo ultimo romanzo Ammaniti mescola thriller, mitologia, fantasy e antropologia, trascinando il lettore in un vortice emozionale e interrogandolo sulla potenza della tradizione, il desiderio di emancipazione adolescenziale, la forza dell’amore, il costo della libertà.

Siamo in Sicilia, a Triscina, un paesino dove

le centinaia di casette sono costruite una sull’altra, senza strade e piani regolatori, senza fogne e permessi, senza progetti o disegni. Ognuno è architetto e operaio e se la fa come gli pare”.

Qui abita in un seminterrato la famiglia Vesciaveo costituita da mamma Agata, il figlio tredicenne Nilo e zia Rosi. La loro attività ufficiale è rivendere il marmo, ma è solo una copertura di traffici loschi e illegali di connivenza con la mafia. I tre vivono in una casa in cui qualcuno deve essere sempre presente per vigilare il bagno, stanza dove è rinchiusa con tre lucchetti una strana presenza che è impossibile incontrare senza una mascherina sugli occhi. Nessuno deve sapere dell’esistenza di questo elemento arcaico tramandato di generazione in generazione e capace di intervenire sull’eliminazione di personaggi scomodi.

In un servizio al telegiornale si dice che Triscina è il paese dove la gente scompare. Ci è venuta pure la Sciarelli. …

Il marmo è protagonista sin dalle prime pagine quando uno sfortunato ciclista cui è toccato di assistere a un omicidio, viene condotto vivo nella casa di Agata e ne esce trasformato in statua di marmo.

Il processo di pietrificazione era istantaneo e probabilmente indolore. I meschini, quando li chiudevamo nel bagno, per un attimo gridavano e poi si zittivano di botto, segno che erano marmo”.

Che legame c’è fra questo evento e l’abitatore del bagno? Il vincolo di mantenere vivi insegnamenti derivanti dal passato a discapito dell’avanzare della modernità o l’immagine della pietrificazione come impossibilità di cambiamento?

Medusa, in greco antico, corrisponde a “custode”. Il mito narra di una ragazza bellissima affidata dai genitori al tempio di Atena perché ne custodisse il fuoco. Superato l’esame e confermato il voto di restare vergine, quando entrò nel tempio come sacerdotessa Medusa fu notata da Poseidone, il quale se ne innamorò e dopo aver tentato invano di sedurla, la violentò. Atena li scoprì e poiché amava Poseidone, si vendicò scegliendo Medusa come vittima e trasformandola in un mostro: i suoi bei lunghi capelli si mutarono in serpi e il suo sguardo diventò capace di pietrificare chiunque la guardasse negli occhi.

E’ lei la creatura che cammina nervosamente nel bagno, è lei che deve essere custodita come simbolo di legame tra generazioni, ma anche come simbolo di un male cui non ci si può sottrarre.

Che vita faceva là dentro, tra la vasca da bagno e il bidé e una finestrella dove il sole si infilava per pochi attimi?”

ed è Agata che spiega a Nilo l’origine di quel segreto:

Clio, una delle Muse che proteggeva Medusa – si innamorò di Fidia che apparteneva alla nobile famiglia dei Vaskiabeos da cui noi Vasciaveo discendiamo. Fidia sognava di diventare scultore, ma non era così capace. La musa, per conquistarlo, gli regalò Medusa, che gli permise di diventare il più famoso artista dell’antichità. L’arrivo dei cristiani impedì i culti pagani. Fu messa una taglia sulla testa di Medusa ma la mia famiglia la nascose in una botte e la portò in Sicilia. Da allora sono passati millecinquecento anni. L’abbiamo curata e protetta, lavata e aiutata a fare la muta, come i serpenti”.

Nilo, suo malgrado, si ritrova a crescere passivamente in quel pezzetto di terra come studente mediocre a scuola e cantore discreto in un coro. Lo accompagna un indiscutibile imperativo materno cui tiene fede senza interrogarsi troppo sul perché:

scordati gli amici, scordati i viaggi, il mondo inizia e finisce a Triscina, noi abbiamo un compito, occuparci della cosa nel bagno.

A scombinare quell’unica realtà possibile ci pensa l’arrivo di una giovane donna con la figlioletta. Affitteranno un appartamentino di Agata (che con quello arrotonda le finanze della famiglia):

L’appartamento da affittare spoglio, senza quadri… le sedie di plastica, i mobili scadenti di Mondo Convenienza con gli angoli sbeccati che mostravano il truciolato di cui erano fatti … ogni cosa improntata all’economia.

Si tratta di Arianna, donna disinibita e seduttiva star su Onlyfans, e di Saskia, adolescente che intreccia subito un rapporto di amicizia con Nilo (la destinazione delle due in questo buco di mondo è legata all’attesa del padre di Saskia, il ciclista conosciuto all’avvio di tutta la vicenda).

Per Nilo è un’autentica folgorazione. Il confronto fra una consolidata e ferrea tradizione trasmessa da più generazioni e i nuovi possibili modi di interpretare l’esistenza agitano i suoi giorni e le sue notti. Ha tredici anni e deve interpretare confusamente le sue prime pulsioni sessuali e l’ardore di un sentimento mai conosciuto prima. Una cosa è certa: il claustrofobico seminterrato dove sinora è cresciuto diventa soffocante: catturato dal corpo e dalle movenze erotiche di Arianna, dopo un bacio sbadato, si scopre inesorabilmente – e non corrisposto – innamorato di una donna che vuole seguire ovunque, diventando il suo paladino.

La senti la libertà? …Mamma e figlia potevano stare qui come a Bogotà. Nessuna regola, ruolo, ordine, libere di essere felici o infelici, arrabbiate, pigre, di non andare a scuola, di non lavorare, di spogliarsi senza vergogna e di andare al mare quando nessuno ci andava,

Inevitabilmente affiorano quesiti su una famiglia ora percepita come luogo di dipendenza e di minaccia, sul senso di quell’obbligo alla custodia e sul prezzo dei suoi sacrifici per ottemperare alle opprimenti richieste della madre.

Medusa era chiusa con tre lucchetti, ma questo non voleva dire che dovevo esserlo pure io. Io avevo una vita. E invece c’erano mille regole da rispettare. Niente viaggi, niente amici, niente musica moderna, niente profumi e deodoranti, niente social. Ma che era? Alcatraz? Tutti appresso Medusa. Proprio a me doveva capitare questo destino?”.

In questa scoperta di prospettive alternative, Nilo deve fare i conti con le inconciliabili polarità tipiche dell’adolescenza: illusione e delusione; amore e odio; libertà e costrizione; emancipazione e conservatorismo; attrazione e repulsione.

Tra il susseguirsi di vicende più o meno scabrose Nilo si arrabatta a cercare la sua personale verità anche relativamente al rapporto con Medusa;

Ma secondo te mi vuole bene?

Certo che ti vuole bene

Anche se non mi conosce?

Ti conosce, ti conosce. … Ti conosce da quando sei nato”.

Ancora una volta i temi archetipici del mito mostrano la loro permanente vitalità e quell’alone fantastico che li contiene riguarda Nilo molto da vicino, quando, impegnandosi per proprio conto, va a fondo di ciò che vuole veramente sapere e sentendo le mani di Medusa scivolare sulle sue palpebre serrate, le schiude.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Raffaele Simone (2026), La vita anteriore. Memoria di una generazione, con figure, Editori Laterza

Viviamo in un’epoca all’insegna della velocità.

Resiste la modalità di scandire il tempo vissuto attraverso il conteggio degli anni, destinati ad aggiungere un’unità ad ogni cambio di calendario.

Se sino al secolo scorso la distinzione tra le generazioni sommariamente si riferiva alla differenza tra vecchi e giovani, ora “la conta” si complica, poiché quella che oggi è considerata la generazione silenziosa (1928-1945) – non essendo associata a significativi cambiamenti in campo sociale- vede cedere il passo a una rigorosa classificazione mutante ogni 15 anni.

Una prima linea di confine che inizia nel 1946 e prosegue fino al 1964 è costituita dai boomers, coincidenti con lo sviluppo dell’industrializzazione seguito alla fine della guerra. Da allora troviamo nuovi appellativi:

– la generazione X per i nati dal 1965 al 1980

– i millennials fra il 1981 e il 1996

la generazione Z tra il 1997 e il 2012

– la generazione Alpha fra il 2013 e il 2024

– la generazione Beta fra il 2025 e l’ipotetico 2039

Raffaele Simone (1944) considera:

Alla modernità la mia generazione si è avvicinata superando violenti sobbalzi. Ad ogni nuovo balzo, un tutto veniva sostituito da un altro tutto, diverso quasi in ogni aspetto. … Il Mondo Nuovo si caratterizza per un fatto forse unico nella storia dell’umanità: nulla è oggi come era negli anni in cui quelli della mia generazione erano bambini. E’ cambiato assolutamente tutto. … Da qui il bisogno di raccontare come stavano le cose all’inizio di questo processo e misurare l’immensa differenza tra allora e ora.

Sappiamo della tendenza, a una certa età, a rievocare il passato.

Per TartaRugosa, appartenente alla generazione boomers, sfogliare le pagine di Simone è stato un tuffo in linguaggi e microcosmi ancora presenti nella sua infanzia, sebbene pronti ad accogliere nuovi e desiderati influssi di modernizzazione.

I ricordi evocati da Simone spaziano in più ambiti della quotidianità: la vita scolastica e i sistemi educativi esercitati; la distinzione di genere; la sessualità e i riti di passaggio; la salute, la malattia, l’igiene; il cinema e la televisione; i negozi e l’avvento dei supermercati; gli elettrodomestici; la moda; il galateo; le vacanze; i giochi; la campagna, la città e la distinzione dei ceti. Compaiono foto e nomi di marche e prodotti rimasti in auge per decenni (forse alcuni ancora attuali) e usanze assolutamente sovrapponibili alle reminiscenze di me lettrice.

Fra le righe dei vari capitoli, quando si parla della disciplina scolastica salta subito all’occhio come tale concetto educativo fosse cruciale:

Le punizioni più frequenti erano cinque: la più blanda consisteva nel lancio del cancellino … ben diverso l’altro tipo di punizione col comando “Testa sul banco” o la variante nell’esser mandati dietro la lavagna con la faccia al muro o esser mandati fuori dalla porta sul corridoio. … In cima alle punizioni stavano però i colpi di bacchetta sulle mani (una lunga stecca di legno con le estremità smussate a mò di piccolo bugno) estremamente dolorosi…. L’uso di maltrattare o perfino picchiare i bambini e i ragazzi a scuola era diffuso e tollerato.

Nei miei anni Sessanta vigeva ancora l’alzarsi in classe quando entrava la maestra e come forme di punizione ricordo la cacciata dalla classe e la vergogna di sostare nel corridoio accanto alla porta dell’aula. Altra forma punitiva consisteva nello scrivere sul quaderno intere pagine di osservazioni riprovevoli sul proprio comportamento, oltre alla temutissima nota e l’invito ai genitori di conferire con l’insegnante. A quei tempi il voto di condotta era dirimente e viene da sorridere nel ricordare i segni della matita rossa e blu sui compiti di italiano, dove si tenevano ben distinti il voto di ortografia e il voto di calligrafia. Erano però già stati superati i calamai, di cui restava traccia nel buco circolare che spiccava sulla superficie del banco, il pennino e la carta assorbente.

Decisamente applicata, invece, restava la distinzione fra maschi e femmine. Ricordo la scuola elementare divisa in due entrate: a sinistra si assiepavano i maschietti col grembiule nero e il fiocco azzurro e a destra le bambinette con i grembiuli bianchi e il fiocco rosa. Per queste ultime gli esercizi di ginnastica si svolgevano nell’ampio atrio dell’ingresso, perché la palestra era regno del sesso maschile e l’impossibilità di mescolarsi era così netta che quando arrivai alle medie inferiori (ancora femminili) passavo timorosa accanto a una scuola maschile tenendomi dal lato opposto della strada per evitare ogni possibile contatto anche con lo sguardo. Questa separazione di genere mi accompagnò sino alle superiori (anni Settanta), dove l’unica sede femminile destinata all’insegnamento dell’economia domestica e dell’esperanto aveva introdotto una sperimentale sessione “tecnica” con indirizzo aziendale e linguistico. Non saprei dire se la causa fosse dovuta alla mancanza di iscrizioni, ma dopo il mio primo anno di frequentazione tale scuola venne chiusa, obbligando le future periti aziendali a infinite peregrinazioni alla ricerca di un luogo che le ospitasse. Sfiancate da un numero imprecisato di trasferimenti, gli ultimi due anni furono rivoluzionari: ospiti di un istituto di ragioneria misto!

Restando in ambito scolastico, leggendo le pagine di Simone come non rievocare le “sniffate” della coccoina – una colla dal profumo di mandorle amare che si stendeva sulla carta col pennellino -, le matite colorate della Fila, le Biro con la leggendaria Bic gialla dal cappuccio nero, i quaderni con le copertine di diverso colore, il mitico sussidiario (il mio si chiamava “Occhi aperti sul creato” con una suggestiva copertina raffigurante il viso di due bambini estasiati dal cielo stellato).

Si chiamava così un libro che conteneva piccole dosi di tutte le materie e che si cambiava ogni anno. I capitoli erano intervallati da pagine di raccomandazioni sui buoni comportamenti, la buona educazione, l’onestà, la gentilezza e roba del genere…. Nella cartella era il compagno del libro di lettura, antologia di brani piuttosto futili e poesie da imparare a memoria.

Sempre in tema di letture, scrive Simone:

Per le letture dei ragazzi, perlomeno finché non si arrivava alla scuola superiore, c’era un canone obbligato per molti aspetti asfissiante. … Erano obbligatorie per tutti alcune storie di bambini maltrattati o abbandonati come Piccolo Lord Fauntleroy e Senza famiglia …

Anche nella mia infanzia sotto i dieci anni erano già entrati, oltre ai succitati, Pel di Carota (che mi impressionò tantissimo), il leggendario Cuore col cattivo Franti, e Incompreso, visto anche al cinema, che probabilmente lasciò nella mia coscienza una traccia indelebile.

Come Simone non posso non ricordare Topolino, l’Intrepido, il Monello e, adolescente, sfogliare nella sala del parrucchiere Grand Hotel con i volti bellissimi degli attori di fotoromanzi, le cui foto si scambiavano con le compagne di classe per incollarle sul diario.

Divertente osservare la coincidenza con i giochi di strada. La palla di pezza citata da Simone aveva già lasciato il passo a quella di plastica o di cuoio: se per i maschi era fondamentale per il gioco del calcio, per i gruppetti delle bambine era lo strumento privilegiato nell’esecuzione di una serie di esercizi da effettuare da 1 a 10 e da 10 a 1 senza mai sbagliare per vincere la gara (tirarla contro il muro per riprenderla dopo una giravolta, lanciarla e riafferrarla a occhi chiudi, farla passare sotto una gamba, ecc.). Negli anni Sessanta i bambini giocavano ancora sui marciapiedi, belli larghi perchè molte vie erano a senso unico e quindi non in competizione con il luogo adibito ai passanti. Sotto gli occhi vigili dei negozianti – i supermercati non esistevano – un nugolo vociante si ritrovava dopo i compiti scolastici per giocare a mosca cieca; le belle statuine; un,due, tre stella, mondo, nascondino. Diffuse pure la raccolta delle figurine da incollare sugli album: alcune bustine si trovavano nelle confezioni dei piccoli pandoro Panini, altre presso le edicole. Esisteva inoltre la raccolta delle prime figure di plastica contenute nelle confezioni dei formaggini Mio (ricchi di polifosfati, ma a quei tempi probabilmente non si sapeva) raffiguranti personaggi dei cartoni animati o delle fiabe.

Al capitolo “Lavarsi, curarsi, nutrirsi” l’attenzione dell’autore si sposta sul corpo.

Quando si ammalava, il corpo andava curato. L’usanza degli anni Cinquanta voleva che il medico visitasse i pazienti a domicilio. Faceva palpazioni, chiedeva di tirare fuori la lingua, aveva uno stetoscopio di legno per auscultare il torace. … I medicamenti venivano preparati dai farmacisti in persona, il farmaco si ordinava e poi lo si ritirava sotto forma di bustine di carta bianca accuratamente ripiegate … Siccome gli antibiotici non esistevano le terapie erano spesso blande e quasi palliative.

La visita del dottore nella mia famiglia seguiva un preciso rituale: con timore e rispetto si preparava in anticipo cosa riferire relativamente al proprio malanno; in bagno si faceva trovare accanto al lavandino asciugamani rigorosamente bianchi e una saponetta nuova; si predisponeva infine una busta contenente denaro per il “disturbo”, che dopo un iniziale tentativo di rifiuto il medico incassava.

Analogamente all’esperienza di Simone, permanevano rimedi tramandati dalle generazioni: polentine di semi di lino da posizionare sul petto per sciogliere il catarro; l’uovo sbattuto addizionato da un goccio di marsala per ritemprare il fisico dopo un’influenza; i suffumigi col Vicks Vaporub per il naso chiuso; la magnesia da comprare in drogheria per la cattiva digestione. Ma anche i nomi da lui citati entravano nelle case dei miei anni Settanta: il Formitrol per il mal di gola, la Vegetallumina per le slogature, la Cibalgina per il mal di testa, il callifugo del Dottor Ciccarelli per i calli… Per liberare l’intestino, oltre al clistere, ricordo le zollette Rim col sapore della cotognata e l’olio di vaselina.

Su quest’ultimo tema racconta Simone:

La carta igienica diventò di uso generale solo alla metà degli anni Sessanta. Prima di allora, se i contadini si pulivano nei campi con le foglie di vite, nelle case normali il metodo per pulire il sedere consisteva nel tagliare i giornali quotidiani a rettangoli più o meno uguali e appenderli a un gancio in bagno accanto al wc.

Confermo! Io stessa contribuivo a ritagliare le pagine dei quotidiani quando il gancio era vuoto e ricordo ancora la sgradevolezza di quella carta su una parte del corpo particolarmente sensibile.

Sono veramente infinite le righe del passato in cui perdersi e ritrovarsi. Esilaranti le pagine sulla Comunione:

Quello che ci preoccupava erano le due fasi più delicate: confessarsi e mandare giù l’ostia … Non vedendo peccati nella mia vita di ragazzetto, mi capitò di inventarmi peccati ispirandomi magari alle scene di qualche film o a qualche mia occasionale fantasia.

Ritrovo i miei stessi timori nel tenere l’ostia in bocca e l’attenzione a non masticarla (in fondo era il corpo di Cristo!), nonché gli sforzi compiuti per trovare i peccati da confessare prima di questo evento sacrale (me ne ero preparata una lista che recitavo sempre allo stesso modo: “ho detto qualche bugia”; “ho risposto male alla mamma”; “sono stata disubbidiente”, restando ogni volta interdetta alla richiesta se avevo commesso atti impuri, poiché quando arrivò l’epoca del giocare al dottore temevo di scatenare l’ira del Don nascosto dietro la griglia del confessionale).

Ma il saggio di Simone non è solo un’impareggiabile memoria autobiografica. E’ un trattato antropologico, sociologico, culturale, politico.

Gli anni Ottanta portarono la globalizzazione, i viaggi low cost, i personal computer, le vacanze di massa e le settimane bianche, la droga,la decolonializzazione, la youth culture, la questione ambientale. … Con l’11 settembre 2001 e l’attentato alle Twin Towers arrivarono il terrorismo islamico, i nuovi radicalismi e le migrazioni illegali, lo strapotere delle multinazionali, il crollo del concetto di identità, l’esplodere delle diseguaglianze e l’avvento della mediasfera.

Una riflessione inquietante riguarda il Mondo Nuovo in cui ci stiamo muovendo oggigiorno e per il quale non abbiamo ancora coniato un appellativo definitivo. Ci arrabattiamo come meglio possiamo con la Tecnologia (quella stessa che Emanuele Severino aveva già profeticamente annunciato come nuovo Dio dell’umanità); con un vocabolario impreciso, ulteriore divario fra le generazioni a livello di nuove parole e raffigurazioni esclusivamente visive che sostituiscono il linguaggio verbale; con la promessa miracolosa dell’Intelligenza Artificiale il cui un infinito sapere annienterà la pochezza cerebrale umana; con un dispositivo (“il diavolo in tasca” come Carlo Verdelli definisce il cellulare) diventato protesi del corpo umano, nuova droga tecnologica e condizionatore persino dello sviluppo cognitivo.

E’ necessario quindi ricordare, mettere in fila ordinata i passaggi di come abbiamo raggiunto la modernità e se era questo il mondo che avevamo sperato di vedere dopo la guerra, convinti – in questa parte della Terra – di aver raggiunto la pace.

Se la vita anteriore era la brutta copia di una vita possibile, che speravamo di portare prima o poi in bella copia, la trascrizione in bella ormai non si può più compiere. La vita di oggi è un’altra.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Gianrico Carofiglio (2026), Viaggio in Italia, Touring Club Italiano, Milano

Le tartarughe, come è risaputo, sono lente, solitarie e longeve.

D’inverno dormono e sognano il passato, immaginando nuovi spazi da esplorare al loro risveglio, chilometri di lenta marcia nel mondo noto e ignoto che le circonda.

Chissà come lo interpretano mentre scoprono, di anno in anno, un suo movimento opposto alla loro indole: veloce, iperconnesso, instabile e mutevole,

L’approccio di Carofiglio nel racconto di undici città italiane rappresenta indubbiamente una flanerie dallo sguardo inclinato, rivolto sia a luoghi insoliti – sfuggenti a chi della fretta fa il proprio emblema – sia, non meno significativo, al tratto socio-politico costitutivo del tessuto di quei quartieri camminati. L’esposizione di quanto osservato è pacata, gentile,rassicurante anche quando intreccia il mistero e l’inquietudine di alcune leggende metropolitane con il ricordo di epoche connotate dal buio di mafia o terrorismo.

Un elogio, soprattutto, alla lentezza, alla sosta, all’ascolto di ciò che ogni luogo può sussurrarti, se hai voglia di arrestare il passo e porgere l’orecchio,

Che godimento quindi ripercorrere città visitate in tempi ormai lontani con suggestioni nuove e accattivanti.

Le tartarughe, come risaputo, sono animali arcaici, impiegano un po’ di tempo a farsi una ragione dei cambiamenti repentini, di masse fameliche di selfie, di immagini che ancora prima di essere messe a fuoco sono destinate a sparire in contenitori virtuali dopo aver ricevuto un “mi piace” distribuito qua e là a casaccio.

Nonostante un’intelligenza forse un po’ ristretta, lo spirito di adattamento della tartarughe è formidabile e riescono a superare questi per loro inconcepibili intoppi proprio utilizzando a modo loro il progresso.

Anche TartaRugosa, (che fatica a sopportare il ritmo convulso del mordi e fuggi, ma necessita di pause per metabolizzare ciò che compare alla sua vista) si è modernizzata e ha accompagnato la lettura del libro con i video dei luoghi che maggiormente l’hanno suggestionata, godendosi in tal modo scoperte fascinose in città amate ed esplorate nel passato e ora rivisitate in una luce diversa.

Come per esempio Palermo:

Cercare di capire Palermo è come cercare di afferrare l’inafferrabile. I suoi leggendari mercati … il più interessante è quello di Borgo Vecchio in un quartiere che è quasi un mondo a parte: disagio, degrado, disoccupazione…Eppure a poca distanza ci sono le palazzine liberty della città elegante, negozi di lusso, il teatro Politeama, i murales… Palermo è esagerata in ogni aspetto, come per esempio l’Orto Botanico, una meta imperdibile.

Eccolo qua, per la gioia dell’anima:

(5079) L’Orto Botanico di Palermo – YouTube

A Napoli invece, la cultura ha riscattato la nomea del quartiere di Scampia, simbolo di incubatore criminale. Sorgono ora al posto di uno degli edifici Le Vele l’università delle scienze infermieristiche e una libreria nel cui catalogo troneggia Stephen King con un suo libro sulla cultura della violenza. Non solo letteratura, ma anche cinema, televisione, teatro, street food fanno di Napoli un autentico palcoscenico in cui si mescolano commedia e tragedia. E se in superficie si dispiegano palazzi, chiese, monumenti, castelli di pregio mondiale, Napoli è una città che si comprende soltanto esplorandone gli inferi.La visita a piedi della Napoli sotterranea è un’esperienza davvero unica. Un vero e proprio viaggio nel tempo dai resti dell’antico acquedotto greco-romano ai rifugi antiaerei della seconda guerra mondiale.

Tappa imperdibile sono le Catacombe di San Gennaro nel rione Sanità:

(5079) Catacombe di San Gennaro a Napoli | Storia, Arte e Viaggio Sotterraneo – YouTube

Sempre immaginando un luogo nella sua dimensione temporale, ecco che Roma: si estende sterminata in una spazio-tempo misurato non in secoli ma in millenni. Anche questa città è lungamente rappresentata al cinema, dove i film girati mostrano tuttora luoghi di straordinaria bellezza e le sale cinematografiche ne sono una testimonianza, dal Nuovo Sacher di Trastevere al Cinema Troisi, al Farnese, all’Azzurro Scipioni che dopo aver rischiato di sparire per sempre è stato ristrutturato e riaperto. E, il più piccolo del mondo, è il Cinema dei Piccoli, dove il pomeriggio proiettano film per bambini, la sera quelli per adulti.

(5080) Il Cinema Dei Piccoli ROMA 15/07/23 – YouTube

A Firenze l’elenco si fa lungo: narrazioni cinematografiche e letterarie, personaggi illustri, luoghi ed edifici,la stessa città è bene patrimonio dell’umanità nella lista Unesco, la città con la più alta concentrazione di opere d’arte nel mondo.

Non meno caratteristica è la concentrazione dei maestri artigiani, la cui storia risale allo sviluppo economico nel Medioevo giungendo fino ai giorni nostri.

Come per esempio la bottega Filistrucchi, discendente di una famiglia che da trecento anni produce parrucche:

(5081) Filistrucchi: dal 1720 a Firenze un’eccellenza in trucco e parrucche – YouTube

Bologna è conosciuta come la città dei portici, anche questi dichiarati patrimonio dell’Unesco. Per capire la loro origine vale la pena guardare questo filmato del 1954 “Guida per camminare all’ombra” di Renzo Renzi:

Bologna, Portici Unesco: il docufilm del 1954 con la voce di Sergio Zavoli | Corriere TV

https://video.corrieredibologna.corriere.it/bologna-portici-unesco-docufilm-1954-la-voce-sergio-zavoli/4d9b4d20-f094-11eb-a11a-240a3101d54a

Poi ovviamente ci sono le ombre. Sotto gli stessi portici in cui si cammina gioiosamente nel 2002 le Brigate Rosse assassinarono Marco Biagi. Nei decenni passati a Bologna sono accaduti i fatti criminali più gravi del dopoguerra: la strage alla stazione del 2 agosto e i delitti della Uno Bianca.

Bologna, come contrappeso, è fra le città italiane con più alto tasso di cittadinanza attiva, con oltre 570 associazioni e una forte diffusione di istituzioni no profit (l’Antoniano di Bologna, sede dello Zecchino d’Oro, nasce nel 1953 come mensa per poveri).

La protagonista di Venezia è l’acqua. L’acqua che sale, che si insinua, che corrode i mattoni e l’anima e che rende impossibile la vita ai piani bassi. Malinconica, decadente e struggente, la sua bellezza oggetto di una predazione turistica asfissiante la obbliga a spopolarsi: un esodo silenzioso, spinto dall’aumento degli affitti, dalle seconde case per turisti, dalla difficoltà di abitare una città che sembra sempre più progettata per gli altri.

La più affascinante è la Venezia lontana dal rumore di Piazza San Marco. Calle Varisco, per esempio, è la calle più stretta della città.Il passaggio, ristretto fino a 53 cm., è possibile solo in fila indiana.

Altra città emblematica è Milano: conosciuta come città pericolosa, del crimine dilagante, di reati commessi dagli immigrati è al tempo stesso la città più moderna ed europea d’Italia. Nonostante ciò è anche la città con il più grande numero di storie di fantasmi: lo spettro di Porta Genova, la Carlina del Duomo, la Dama Velata del Parco Sempione. Lo spettro di Bianca Maria Gaspardone del Castello Sforzesco, le streghe del Parco Vetra. E inaspettati luoghi segreti, come per esempio la sala d’attesa reale dei Savoia, passaggio segreto della Stazione Centrale

Anche a Torino le cose più interessanti sono quelle meno visibili. Per esempio la “Fetta di polenta” ideata da Antonelli, meno nota della Mole Antonelliana, progettata per sfruttare l’altezza in uno spaccato volumetrico su base triangolare, con stanze triangolari e arredi triangolari:

https://www.museotorino.it/view/s/abf01b826074462abb075c610f88c230

E poi la Torino sociale: il Distretto Barolo è un vero e proprio ecosistema composto da 14 edifici in cui operano centinaia di volontari che garantisce servizi, assistenza, solidarietà a centinaia di persone ogni anno.

(5152) Il Distretto Barolo – Housing sociale a Torino – YouTube

Un’altra città di contrasti è Genova con le sue polarità fra antico e modernismo. Sul versante della modernità ricordiamo il ponte Genova San Giorgio progettato da Renzo Piano dopo il crollo del Ponte Morandi avvenuto nel 2018.

Dell’antico invece i suggestivi vicoli e le mulattiere con le botteghe storiche che a Genova sono una vera istituzione: farmacie, librerie, cartolerie, negozi di generi alimentari.

Da ricordare e visitare la drogheria Torielli di Via San Bermardo:

(5229) Botteghe storiche: Drogheria M. Torielli – Genova – YouTube

Termina così il mio viaggio italiano senza stress, code, spintoni, fretta. Ora può arrivare una nuova primavera.

la citazione della estate del 2025: “La tartaruga, se pur lenta, è la prima a tornare sempre a casa”

vai a:

“La tartaruga è l’animale più lento, ma è il primo che torna sempre a casa”, Fabrizio Caramagna

“La tartaruga è l’animale più lento,

ma è il primo che torna sempre a casa”

(Fabrizio Caramagna)

Il progetto di vita delle tartarughine CORA, MAYA, e GEA

Cora, Maia, Gea: bonne chance !

Juno, una piccola tartaruga, e Woody, un gatto rosso vivace, sono diventati protagonisti di un inaspettato legame, in La Stampa

vai al video:

Juno e Woody, il legame speciale tra una tartaruga e un gatto che ha conquistato tutti – La Stampa

Tutto è iniziato il giorno in cui Juno è arrivata nella sua nuova casa. Woody, il gatto di famiglia, ha subito mostrato un interesse insospettabile per la piccola tartaruga. La sua curiosità si è trasformata presto in una sorta di affetto: ogni mattina, Woody era lì, presente al bagno quotidiano di Juno, osservando con occhi attenti e affettuosi.

Montgomery Sy, Il tempo delle tartarughe. Come l’animale più longevo ci insegna a prenderci cura di noi e del mondo, Aboca, 2025

vai a:

TartaRugosa ha letto e scritto di: Andrea Bajani (2025), L’anniversario, Feltrinelli, Milano

A distanza di circa dieci anni – quando nel suo libro Un bene al mondo Bajani guardava al dolore come a un cagnolino che ovunque ti segue, fedele – si delineano in questa sua nuova opera alcune ricorsività: in quel romanzo un dolore non addomesticato del padre che talora si trasforma in violenza incontrollata, una visita della polizia di fronte a una casa devastata dalla sua furia devastatrice, viaggi e tentativi di separazione da quel cane che, in ogni caso, pazientemente attende ritorno. Non si fa mai cenno alla figura materna.

Madre che invece ne L’anniversario compare “sfilettata” dall’ingombro paterno in una serie di passaggi narrativi acuminati:

Se non ho mai scritto di mia madre è perché per farlo va scorporata da mio padre, il che richiede un’attitudine chirurgica specifica, una freddezza della mano. Richiede lentezza e precisione, un bisturi grammaticale. … Scorporare mia madre da mio padre significa, letteralmente, sottrarla all’invasione con cui la figura di mio padre si è imposta sistematicamente al nostro immaginario …

La porzione di mondo che occupava mia madre era così trascurabile da non chiedere udienza. L’ingombro familiare era tutto per mio padre, che si era messo al centro della scena e aveva scritto per così dire la versione unica del romanzo familiare.

Una famiglia apparentemente come tante, appartata, riservata, ma così normale come normali ci vengono descritte le tante famiglie che finiscono sulla cronaca nera dei quotidiani, lasciando sbigottiti ignari vicini, che mai si sarebbero potuti immaginare quelle loro aberranti, tragiche azioni compiute fra le mura domestiche. …

Il racconto è del figlio, che cerca di ricostruire la sua saga familiare iniziando a liberare la voce al decimo anniversario dall’abbandono definitivo della casa dei genitori.

Sono ricordi di dettagli (su cui spesso dichiara non valga la pena di dilungarsi) che, per spiegare la natura dello strappo, emergono in forma implicita, per lasciare spazio a immagini che cercano di svelare come si origina (e persevera senza disinnescarsi) un matrimonio patriarcale.

Se emblematica è la figura del padre, autoritario dal retaggio fascista, carnefice a cui piace atteggiarsi a vittima, è la figura della madre a rivestire il prototipo della donna vessata così “convinta di non valere nulla da desiderarsi lei stessa di essere invisibile”. Due storie molto dissimili: quella del padre, figlio di una famiglia diseredata la cui madre per sopravvivere fa la donna delle pulizie; quella della madre, figlia della piccola borghesia benestante, educata al rispetto, alla riservatezza e allo studio.

Sarà proprio durante gli ultimi due anni del liceo che i due ragazzi si incontrano, ma mentre lei si iscrive all’università, lui, senza ambizioni, corteggia la giovane mettendola incinta per due volte, costringendola quindi ad abbandonare gli studii per diventare la donna che Lui desiderava.

… così mia madre cucinava, faceva le parole crociate e si addormentava sul divano mentre mio padre leggeva.

Quello che mia madre viveva era un patriarcato differente, più vicino a un totalitarismo: mio padre teneva i conti, guidava l’auto, stabiliva le linee dell’educazione di noi figli, si occupava della nostra istruzione, e a lei restava la gestione spicciola del cambio letti, cucina e pulizie.

Timida e sottomessa, rivela da subito la propensione ad assecondare in tutte le forme possibili l’arroganza del marito, come quando – per non arrivare tardi all’appuntamento e non trovando il suo orologio da polso – si presenta trafelata con una grossa sveglia da tavola.

O quando, trovato già chiuso il contatore dell’acqua prima della partenza per le vacanze, lava i denti nello sciacquone del water.

O quando, avvicinandosi l’orario del rientro dal lavoro del marito, congeda velocemente quelle poche amiche con cui, peraltro, fatica a confrontarsi se non per sporadici episodi aneddotici dei figli.

O, ancora, l’accettazione passiva di un’amante del marito- che ne invocava una necessità irrinunciabile – e verso la quale l’atto di ribellione, sollecitato dall’unica residua amica ,innesca una potenziale bomba: dopo aver lasciato un biglietto sul parabrezza dell’auto dell’amante quell’amicizia si dissolve e di quello che successe dopo col marito non è rimasta traccia.

L’amica rimasta era una minaccia all’istituzione totalitaria che lui aveva messo in piedi. Il potere eversivo dell’amica era dato dalla sua disperazione e da un femminismo istintivo, di azioni più che di parole. Il fatto che mia madre scendesse le scale, attraversasse la strada sulle strisce pedonali ed entrasse in un portone differente fu sufficiente per mio padre a percepire il rischio dell’incendio.

Nemmeno un breve periodo quasi felice di lavoro presso un supermercato, in sostituzione di maternità, riesce ad appagare il suo desiderio di autostima e parziale indipendenza economica, anzi diventa ulteriore motivo di umiliazione poiché:

“… l’impiego di commessa venne rubricato come svago, come l’intrattenimento di cui, dal punto di vita di mio padre, lei aveva un po’ misteriosamente manifestato l’esigenza. Fu dunque sottratto di ciò che gli era proprio, l’essere mia madre forza lavoro in cambio di un salario con cui dare il proprio contributo alla nostra famiglia”

Il telefono entra più volte simbolicamente in scena: in primo luogo perché il padre lo rifiuta, probabilmente a causa di un antico episodio di violenza riservato a un cliente mentre, nella capitale, faceva il commesso in una valigeria. In seguito alle minacce di ritorsione, l’allora giovane padre, terrorizzato, aveva deciso di trasferirsi da Roma al nord, lasciando moglie e figli a carico della sua di madre.

Decise allora di lasciare Roma e trasferirsi al nord in attesa di abituarsi alla novità prima di chiamare moglie e figli. La madre, predisposta all’inesistenza, non attecchì mai in quel paese, dove continuò a restare invisibile. Anche l’assenza del telefono, per timore di essere raggiunto dai nemici rendeva totale l’isolamento di mia madre”,

Quando finalmente l’apparecchio entra in casa,

venne intestato a mia madre. La ragione difensiva era identica al divieto precedente: non voleva essere intercettato. Chiunque fosse la persona da cui fuggiva, lui non doveva essere trovato”.

Ma il telefono è altresì immagine di liberazione: lo ritroviamo infatti come strumento privilegiato della psicoterapeuta cui il figlio si rivolge per chiedere aiuto. Chi svolge una professione di aiuto sa infatti che fissare un appuntamento non sempre è sufficiente e, se una persona si sente disperata, il telefono diventa prima fonte di soccorso.

Che il figlio necessiti di aiuto è inequivocabile: quando finalmente decide di allontanarsi da casa per rendersi indipendente, chiamare i genitori al telefono o saltuariamente visitarli in occasione delle feste comandate fa troppo male:

I crampi all’intestino cinque giorni a settimana, la tachicardia lungo la strada verso la provincia, la bottiglia di grappa accanto al telefono d casa per raggiungere l’altra sponda di una conversazione con i miei stordìmenti nel mezzo delle frasi, la necessità di infilare con due mani la chiave nella toppa della loro casa per contrastare il tremito, le dita bianche di paura, gli incubi notturni … tutto questo fino a 41 anni era lo stato delle cose”.

Secondo l’inclinazione dell’autore già emersa nei suoi precedenti romanzi, ci immergiamo nuovamente nella complessità delle dinamiche affettive, con un profondo sguardo introspettivo volto ad indagare senza infingimenti le ripercussioni che la violenza nata da un bisogno d’amore incapace di esprimersi possono generare nelle vere vittime innocenti, i figli delle coppie disfunzionali.

In questa disgraziata famiglia tutti i personaggi (mai identificati da un nome ma dal semplice grado di parentela) vivono il loro trauma:

La madre:

Lui voleva che lei fosse niente per potere, lui, essere qualcosa, e lei voleva essere niente perché essere niente era almeno qualcosa. … Trasformò la vita di sua moglie in un deserto senza vita all’orizzonte, Solo che lei era l’unica in grado di abitarlo, quel deserto, l’unica che aveva espresso una rinuncia così totale, così definitiva, a tutto”.

La sorella:

pensava alle sue faccende. Ci detestava: mio padre perché era un dittatore e me perchè, per quieto vivere, cioè per vigliaccheria, lo blandivo legittimando così il suo potere incontrastato e lasciando lei per giunta sola, quindi impossibilitata ad affrontarlo fino in fondo”.

Il padre:

Attraverso la violenza mio padre pretendeva amore. Il paradosso era che, per mio padre, nonostante fosse lui il colpevole, fosse ovvio essere lui a dover perdonare, in una misteriosa distribuzione a pioggia delle colpe..Era l’unico modo, se non per chiedere perdono, certo per venire assolto. E senza assoluzione si sentiva condannato al baratro assoluto. Questo era il compito implicito di mia madre,. Si faceva perdonare umiliandosi. Aveva dunque quel potere, di proteggerlo dal male che le faceva. O meglio, proteggerlo dal male che faceva a tutti noi”.

Il figlio:

Adesso, riguardando tutto con il dispositivo pensante del romanzo, c’è un elemento che si impone: in ogni scena – mio padre che colpisce il figlio o lo spinge contro il muro – mia madre non compare. O meglio, in ogni scena mia madre guarda altrove. Più che il corpo di mio padre che sovrasta, è quello di lei che si sottrae. Quel sottrarsi,per timidezza o per timore, è quello che mi resta”.

Porre fine a un circolo così avvelenato diventa possibile nell’unico modo scelto dal figlio e ricordato nel decennale dell’anniversario:

Dieci anni fa, quel giorno ho visto i miei genitori per l’ultima volta, Da allora ho messo su un muro inespugnabile, ho messo un oceano di mezzo. Sono stati i dieci anni migliori della mia vita”.