TartaRugosa ha letto e scritto di: Murakami Haruki (2015), La strana biblioteca, Traduzione di Antonietta Pastore. Illustrato da Lorenzo Ceccotti Einaudi

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Murakami Haruki (2015)

La strana biblioteca

Traduzione di Antonietta Pastore

Illustrato da Lorenzo Ceccotti

Einaudi

murakami4567

 

Il racconto di Murakami Haruki si legge d’un fiato, presi dalla curiosità di inseguire l’intricato percorso che la via della conoscenza può determinare.

Indubbiamente la voglia di sapere del Ragazzo è insolita. Non sa quanto gli costerà questo suo indagare sul sistema di riscossione delle imposte vigente durante l’Impero ottomano.

Al vecchio brillarono gli occhi … Interessante, molto interessante”.

I libroni che il Vecchio gli consegna possono essere consultati esclusivamente all’interno della biblioteca.

La sala di lettura, confinata al termine di una scala molto lunga, può essere raggiunta dopo una serie di biforcazioni, ora a destra ora a sinistra, che solo il Vecchio conosce.

L’Uomo-pecora che li riceve sa subito cosa rispondere alla domanda del Ragazzo: “Scusi un attimo, signor Uomo-pecora! Non è mica una cella, questa, per caso?. Certo che lo è!, rispose lui.”

Il ragazzo ha solo un mese a disposizione per imparare a memoria quei grossi tomi.

Del Ragazzo sappiamo che è stato ben educato a obbedire, a non rifiutare mai un invito e a gioire delle soddisfazioni altrui; che la sua mamma va in ansia se non lo vede tornare a casa puntuale; che tale ansia è anche determinata dal fatto che il Ragazzo, quando era bambino, è stato morso da un cane molto feroce.

La permanenza in quella cella, però, non assomiglia a una punizione restrittiva.

Portate di cibo delizioso gli vengono fornite da una Ragazzina dolce e bellissima. L’Uomo-pecora che vigila su di lui è severo solo perché teme crudeli punizioni da parte del Vecchio. L’impossibile compito di mandare a memoria quegli enormi tre tomi è in realtà molto accessibile, poiché il Ragazzo diventa lui stesso il collettore delle tasse turco Ibn Armut Hasir.

In una certa misura il soggiorno nella sala di lettura/cella parrebbe fiabesca, non fosse per alcune condizioni date. L’una è che il mondo al di fuori continua e quindi il Ragazzo pensa alla madre preoccupata per il suo mancato rientro e alla possibilità che non dia da mangiare al suo storno.

L’altra, ben più inquietante, è che a missione compiuta, terminato il mese e appreso tutto ciò che i volumi hanno da spiegare, il Vecchio gli segherà la parte superiore del cranio e il suo cervello verrà succhiato.

“- Signor Uomo-pecora, perchè quel vecchio vuole mangiare il mio cervello?

– Perché i cervelli pieni di conoscenze sono squisiti, ecco perché. Sono cremosi. E al tempo stesso granulosi.

– Ma è una cosa mostruosa! Dal punto di vista di chi è succhiato, ovviamente.

– Sì, ma è una cosa che succede in tutte le biblioteche. Più o meno”.

Arriva la notte di luna nuova, quella che “porta via tante cose”.

In quella notte si può tentare la possibilità di fuggire, perché il Ragazzo, la Ragazzina e l’Uomo-pecora desiderano tornare nel mondo.

La fregatura, con i labirinti, è che soltanto alla fine sai se hai preso la strada giusta. Se scopri che ti sei sbagliato, di solito è troppo tardi per tornare indietro. Questo è il problema con i labirinti”.

Tuttavia l’impresa sembra riuscire, peccato che dopo il tortuoso tragitto a piedi nudi (perché le scarpe nuove scricchiolano troppo) lungo le biforcazioni e le porte che si aprono e si chiudono, ancora una volta si debba transitare dalla stanza 107, proprio là dove tutto era iniziato e dove stavolta non c’è solo il Vecchio, ma anche il feroce cane che ha aggredito il Ragazzo quando era bambino. Il cane, fra i denti, stringe lo storno.

Dopo alcuni colpi di scena, finalmente la fuga è riuscita e il Ragazzo torna a casa.

C’è la madre, c’è la colazione sul tavolo apparecchiato, ma non c’è lo storno e non c’è una richiesta di spiegazioni per la sua sparizione.

Dopo quell’accadimento il Ragazzo non va più alla biblioteca civica.

Mi succede di pensare a quelle belle scarpe che ho lasciato là sotto. E all’uomo-pecora e alla bellissima ragazza senza voce. Ma è accaduto veramente? In tutta onestà, non posso esserne sicuro, Ciò che so con certezza è che ho perso le mie scarpe e il mio amato storno”.

Quando la mamma muore, il Ragazzo resta proprio solo. Perché non ci sono più la mamma, le scarpe, lo storno, la Ragazza e l’Uomo-pecora: “Quando sono solo, il buio intorno a me si fa molto profondo. Come in una notte di luna nuova”.

Dal buio della profondità della tana, TartaRugosa medita sulle fasi della luna.

murakami4568

murakami4567

 

TartaRugosa ha letto e scritto di: Pia Pera (2016), Al giardino ancora non l’ho detto, Ponte alle Grazie

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Pia Pera (2016)

Al giardino ancora non l’ho detto

Ponte alle Grazie

piatto-pia-pera

 

E’ alle parole di Emily Dickinson che si ispira il titolo di questo libro, l’ultimo di Pia Pera.

” Al giardino ancora non l’ho detto – / non ce la farei. / Nemmeno ho la forza adesso / di confessarlo all’ape. / Non ne farò parola per strada – / le vetrine mi guarderebbero fisso – / che una tanto timida – tanto ignara / abbia l’audacia di morire. / Non devono saperlo le colline – / dove ho tanto vagabondato – / né va detto alle foreste amanti – / il giorno che me ne andrò – /e non lo si sussurri a tavola – / né si accenni sbadati, en passant, / che qualcuno oggi / penetrerà dentro l’Ignoto. ”

La scrittrice, maggiormente conosciuta per i suoi testi sui giardini, in queste pagine prende congedo dalla sua tenuta, nella campagna di Lucca.

Una sorta di diario non-diario: che il tempo scorre lo capisci dalla descrizione delle fioriture, delle messe a dimora di bulbi, rose e cespugli, dalle operazioni dettate dal susseguirsi delle stagioni.

E dai cambiamenti corporei che Pia descrive sia fisicamente, sia attraversando biografie di altre persone che si sono trovate in analoga situazione.

In questo soliloquio a flusso continuo emergono intrecci di varia natura: filosofici, poetici, letterari, autobiografici, tutti improntati alla presa di coscienza della propria finitudine, ma con un’apertura di orizzonte verso lo spazio più amato, il proprio giardino.

“Vale sempre la pena di piantare un giardino, poco importa se di tempo ne resta poco, se tutto vacilla e la morte avanza. Vale sempre la pena di trasformare uno spazio di terra in un posto accogliente, un luogo dove ci sia più vita”.

E’ un monologo denso, che non risparmia al lettore la partecipazione alle perdite narrate, talvolta con lucida razionalità, altre con nostalgia, altre con misto di speranza e investimento nei diversi tipi di cure.

“E’ cresciuta l’empatia. La consapevolezza che, non diversamente da una pianta, io pure subisco i danni delle intemperie, posso seccare, appassire, perdere pezzi, e soprattutto non muovermi come vorrei.

Mi trovo io stessa in balia. Questo ispira un sentimento di fratellanza col giardino, acuisce la sensazione di farne parte. Altrettanto indifesa, altrettanto mortale.

Forse non è così terribile che le forze lentamente scemino. Andarsene bisogna pure in qualche modo. Chi come me vive in solitudine fatica a rendersi conto che arriva il momento di cedere il passo, che la vita è fatta di fasi e non si resta identici fino alla fine”.

Il giardino è vita. Il giardino ha bisogno di cure. Le forze che si assottigliano sono per Pia fonte di preoccupazione, perché dove non c’è più dialogo tra uomo e paesaggio, la natura irrompe e se ne appropria. L’apprensione per il proprio futuro comprende anche la consapevolezza che ci sarà un inevitabile abbandono della manutenzione necessaria e questo tradimento il giardino ancora non lo conosce.

Pure esiste al tempo stesso un rispecchiamento, un desiderio di reciprocità:

“Non sono più il giardiniere. Sono pianta tra le piante, anche di me bisogna prendersi cura. Cosa è cambiato rispetto a prima? Innaffiavo, scavavo, pacciamavo, seminavo, coglievo, rastrellavo, potavo, bruciavo, concimavo, ramavo,tagliavo l’erba. Ora nulla di tutto questo. Passeggio, guardo, valuto, dico cosa fare, ma soprattutto: mi viene preparato da mangiare, mi viene servito a tavola, vengono lavate e stirate le mie cose, vengo accompagnata in auto. Comincio a somigliare sempre più a una pianta di cui bisogna prendersi cura, divento sorella di tutto quanto vive nel giardino, parte di questa sconfinata materia di cui ignoro confini e profondità”.

Lentamente mutano le prospettive:

“La malattia si distingue in questo: impone un’accelerazione a un processo di perdita che, semplicemente invecchiando, resterebbe impercettibile.

Forse questo bisogna fare nel tempo che resta. Non disperderlo in tentativi vani, ma concentrarsi e sfrondare. Più che mai sfrondare. Accettare serenamente la fine”.

Insieme a Pia viviamo momenti bui, le altalene delle remissioni e delle riacutizzazioni, il travaglio della scelta di eterogenei approcci di cura: i farmaci sperimentali, il Qi Gong, l’agopuntura, l’ayurveda, il bombardamento dei vari consigli forniti dalle testimonianze di altri malati sui poteri di improbabili guaritori, la ricerca delle energie elettromagnetiche nocive nel luogo domestico, il tentativo della terapia chelante. Tutto ciò a sua volta associato all’irrompere del sospetto di essere in mano a ciarlatani imbroglioni e alle decisioni prese all’ultimo minuto di sottrarsi o offrirsi a proposte terapeutiche non convenzionali.

Non solo le trasformazioni del corpo, ma della casa, degli spostamenti degli oggetti, dei libri da eliminare, della gioia per l’arrivo della carrozzina.

“Siamo noi a scegliere, di volta in volta, come vivere quanto ci viene dato. Questo imprevisto: a me la scelta tra farne un momento di frustrazione, o uno spiraglio di libera contemplazione nell’ora forse più bella del giorno, sospesa com’è tra il buio e la luce”.

Pur avendo scelto di vivere da sola, Pia riceve spesso visite e confidenze di amici lontani e vicini con cui condividere ricordi di viaggi, riflessioni sul pensiero buddhista, spostamenti verso studi medici, racconti di altre persone che come lei, hanno amato un giardino e a esso hanno dovuto dire addio.

Filosofi, poeti e scrittori lasciano le loro tracce in questo accompagnamento di sé.

Gradualmente, nella sua casa e nella sua terra, fanno comparsa figure di aiuto:“Quanto mi piace dire agli altri cosa devono fare. Ci voleva da ammalarsi, per scoprire quanto dare disposizioni sia in fondo più gratificante di una faticosa autosufficienza”.

Non è un percorso facile. Pia non pensava di morire a sessant’anni e spesso le piaceva immaginarsi vecchia, con le rughe e i capelli bianchi. Quando la malattia irrompe, però, bisogna fare appello a ciò che rimane e a come è possibile sfruttarlo al massimo e quando anche queste ultime capacità si dissolvono, la meditazione aiuta a tenere sotto controllo paura e terrore nel momento più cupo, quello della notte.

La revisione del proprio esistere si ancora alla similitudine delle stagioni:“Sul finire dell’inverno è sempre il mandorlo il primo a fiorire, adesso è il momento del susino. I meli non ancora, i ciliegi non ancora. Non sboccia tutto insieme, così ciascuno si gode il suo momento di gloria,ognuno a turno può esercitare la sua attrattiva ..Mi piacerebbe facessero così anche gli umani, che si accontentassero di primeggiare nel momento del loro massimo fulgore e accettassero poi di restarsene discretamente in disparte”.

Man mano che le possibilità del corpo si restringono, una nuova dimensione si apre:

“Adesso il giardino è il grembo in cui passo questo tempo fisicamente poco attivo in un senso di pace, serenità. E’ quello che vedo dalla finestra, quando sono sdraiata sul divano a leggere.  .. Il giardiniere e la morte si configura allora così: il rifugiarsi in un luogo ove morire non sia aspro.

E’ tutto di una bellezza, una grazia, un’armonia, che mi sorprendo a desiderare di vedere un’altra primavera ancora, e a pensare: che strano che adesso che ne dubito, che non lo do per scontato, il mondo mi appaia incredibilmente ricco di meraviglie”.

Il 26 luglio 2016 Pia se ne va.

TartaRugosa, nel suo giardino, aveva da poco finito di leggere quelle che sono diventate le sue memorie.

TartaRugosa ha letto e scritto di: ANDREA BAJANI (2016), Un bene al mondo Einaudi, Torino

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Andrea Bajani (2016)

Un bene al mondo

Einaudi, Torino

978880621315med

Se qualcuno ti chiedesse di dare un volto al dolore, o di descriverne l’odore, o di raccontare la sua forma, o di definirne il colore, che cosa sceglieresti con una sola parola?

E’ una domanda che mi sono posta rincorsa da migliaia di parole sparse nell’aria, non sempre sicure della loro destinazione, ma soltanto vogliose di essere dette. Perché, come scrive Bajani, “una parola, se non ha nessuno a cui dire una cosa, smette di vivere”.

Sul dolore molto si narra, con rabbia, con inquietudine, con disperazione, con frenesia, con disillusione, con saggezza, con ricordo e volontà.

Nell’esperienza personale, tuttavia, mentre si convive con esso in tempo reale, si fa una certa fatica a essere accoglienti e riconoscenti nei suoi confronti.

Il dolore è quella roba dal cui abbraccio vorresti scioglierti e al cui strazio sottrarti. Invano.

Bajani prova invece a guardarlo direttamente, dandogli un’identità ben precisa perché, anche se tu non lo sai, il dolore può già venirti a trovare quando sei nella culla, “la mamma era un’ombra grande distesa su un letto, il dolore un’ombra più piccola che lui cercava di mettere a fuoco. Il dolore gli faceva solletico ai piedi, e il bambino apriva la bocca e rideva”.

Ecco quindi che il dolore diventa un compagno di vita fedele, è felice di starti accanto, conosce tutto di te, ti ama e ti protegge.

Il dolore,qui, nel bambino,  simbolicamente assume la forma del cane. “Il dolore si porta a passeggio nei boschi, cosicché possa incontrare altri dolori, annusarli, riconoscerli e scodinzolare, oppure evitarli perché troppo ringhiosi”.

Questo l’esordio:

C’era un bambino che aveva un dolore da cui non voleva mai separarsi. Se lo portava dappertutto, ci attraversava il paese per andare a scuola tutte le mattine. Quando arrivava in classe,  il dolore si accucciava ai suoi piedi e per cinque ore se ne stava senza fiatare … Quando arrivava a casa … stendeva una tovaglia sul tavolo e mangiava. Il dolore montava sulla sedia accanto, e mentre mangiava, il bambino lo accarezzava. Quando c’erano i genitori, invece , il dolore stava tra i piedi del suo padrone. Di tanto in tanto, il bambino faceva sparire la mano sotto il tavolo e gli offriva un pezzo di pane. Il dolore  avvicinava il muso alla mano, e dopo gli leccava le dita”.

Il dolore del bambino ci appare un dolore docile, morbido, quieto.

Ma c’è anche il dolore grosso del padre che “difficilmente riusciva a tenerlo al guinzaglio. Perciò spesso si liberava con uno strappo e aggrediva chiunque gli passasse vicino. Apriva le fauci, latrava e dopo si sentiva l’urlo di chi era stato colpito”.

La violenza esiste. Esiste il male. Entrambi talvolta possono essere immaginati altrove, anche se troppo spesso si assopiscono dentro le pareti di casa.

Il paese dove vivevano il bambino, il suo dolore e i suoi genitori era un posto che non stava da nessuna parte … era tagliato in due dai binari del treno … Oltre i binari ci andava solo la polizia. Là abitavano dolori anche più feroci. Il bambino andava oltre i binari. Nonostante facesse paura a tutti, al bambino quel mondo sembrava abitato solo da persone gentili”.

Forse perché là, oltre i binari, abita anche la bambina sottile col suo dolore piccolo e spelacchiato che però quando esce lascia dall’altra parte della ferrovia, perché tanto sa che l’avrebbe subito ritrovato al ritorno.

Ma quello sarebbe stato il loro segreto e ogni volta il bambino non dice niente a nessuno “perché un segreto mostrato a tante persone è un segreto che muore”.

E proprio là, dove c’è la ferrovia con il cartello blu della stazione con scritto il nome del paese, era bello poter pensare che “un giorno sarebbero stati lì ad aspettare, pronti a partire. Sarebbero andati anche loro oltre il confine, anche se di quello che c’era dopo non sapevano niente”.

In quel luogo, nell’illusione, prendono forma le lettere mai scritte alla bambina sottile, per acchiappare con lei il sogno di salire sul treno e varcare il confine. Lì, in quelle lettere scritte solo col pensiero “il dolore era più allegro, e tutti e due gli occhi sorridevano quando il treno sfrecciava

Nella storia del bambino, anche il dolore feroce si può addomesticare. Quello del padre era molto grosso, per questo lo affida al figlio, visto che è così bravo con il proprio. Così il bambino aggancia il collare al suo guinzaglio e lo porta fuori.

I dolori del padre e del figlio per la prima volta giocarono insieme. Il dolore del padre era maldestro e forse era la prima volta che giocava davvero. Si alzava di poco da terra e subito ricadeva più pesante e affannato. Eppure alla fine il beneficio fu grande. Correre dietro gli uccelli, inseguire le farfalle che fingevano di essere foglie, fece venire al dolore del padre un muso più mite”.

Il dolore qualche volta scappa, cerca un’altra strada, un’altra casa da abitare, ma è complicato accettare la separazione: “Per molto tempo il dolore non si fece vedere, ma non abbandonò mai il suo padrone. Perché se è vero che il bambino non poteva vivere senza il suo dolore, era vero anche l’inverso: senza il bambino il dolore era un’ombra che girava per strada. .. Per questo, e nonostante ciò era successo, il dolore non avrebbe mai lasciato il bambino. Lo seguiva da lontano quando lo vedeva camminare in paese, e ogni sera dormiva sotto il suo balcone”.

Come tutti i dolori, anche il dolore del padre ha bisogno del suo vero padrone e quando il bambino glielo restituisce per uscire di casa, quando rientra trova una cosa brutta: “una signora disse che doveva farsi coraggio perché dentro c’era la polizia …Il poliziotto gli spiegò che non era successo niente di irreparabile. Era soltanto il dolore del padre che aveva avuto una crisi… disse di stare tranquillo perché avevano chiuso il padre e il suo dolore dentro una stanza”.

Cosa può fare il bambino se non diventare conchiglia in fondo all’abisso e aspettare?

Quella notte …trattenne il respiro e saltò … e scivolò fino in fondo all’abisso … prese la conchiglia tra le dita … Tornò verso la superficie lasciandosi trasportare…Sfondò il mare con un respiro che si spalancò e gli sembrò di respirare tutto il cielo … Di fronte c’era la casa … e tutto fu come era sempre stato, e tutto fu di nuovo per la prima volta”.

Ci si potrebbe domandare come va a finire questa storia.
Cosa ne è del bambino, del suo viaggio che va oltre il confine.

Cosa ne è della bambina sottile che rimane nel paese, oltre la ferrovia.

Cosa ne è delle parole disordinate che volano in una tormenta di suoni, in infinite lettere iniziate con un “caro” e una “cara”.

Cosa ne è del loro amore, delle loro paure, dei loro fedeli dolori.

Cosa ne è del fatto che non sono più bambini, ma adulti.

Ma nelle vie della città che è una qualsiasi città e del paese che non si sa dove sia, pure appaiono le stesse cose di sempre: le piazze, le chiese, le scuole, i negozi, i cimiteri, le stazioni.

Dentro quelle stazioni arrivano e partono treni e dentro i treni persone salgono e scendono, ma nella loro solitudine non sono mai veramente soli, perché il dolore sempre li accompagna tutti.

Qualche volta si allontana, ma poi ritorna perché ha bisogno di qualcuno che si occupi sul serio di lui.

Come la lettura delle parole scivolate nelle pagine di questo libro che, in un tempo senza tempo e in uno spazio senza spazio, a volte un po’ distanti, a volte appiccicate addosso, chiedono di essere abbracciate e amate perché vivono in ognuno di noi.

TartaRugosa ha letto e scritto di: David Le Breton (2016), FUGGIRE DA SE’. Una tentazione contemporanea, Traduzione di Maria Gregorio, Raffaello Cortina Editore

TartaRugosa ha letto e scritto di:

David Le Breton (2016)

Fuggire da sé. Una tentazione contemporanea

Traduzione di Maria Gregorio

Raffaello Cortina Editore

brfeton4205

A poco più di sei anni, davanti allo schermo della televisione dello zio Crippa, Carosello mi raccontava le scenette della buona notte. Una in particolare mi stupiva, forse perché in quel tempo della crescita stavo apprendendo le costanti raccomandazioni di porre attenzione alle macchina quando attraversavo la strada. Così l’immagine di Ernesto Calindri che, contro il logorio della vita moderna, si beveva un Cynar seduto al tavolino in mezzo a sfreccianti automobili, mi faceva sorgere mille interrogativi sulla sua obbedienza, nonché sicurezza.

Circa mezzo secolo dopo, questo aneddotico tentativo di sfuggire allo stress non è più funzionale e l’uomo contemporaneo è costretto a cercare nuove soluzioni.

Il libro dell’antropologo e sociologo Le Breton è un affascinante trattato delle possibilità agite dall’individuo per far fronte alla modernità del nuovo assetto sociale che, in tempi estremamente rapidi, si è trovato improvvisamente intorno.

“In una società dove dominano flessibilità, urgenza, velocità, concorrenza, efficienza, essere se stessi non è più cosa ovvia, poiché diventa necessario rigenerarsi di continuo, adeguarsi alle circostanze, assumere autonomia, mantenersi all’altezza. … Non è più sufficiente nascere e crescere … occorre costruire se stessi di continuo, tenersi in perenne movimento, dare un significato alla vita, puntellare la propria attività con certi valori”.

Uno stile di vita che non sempre facilita la tenuta. Biancore è il termine che Le Breton adotta per definire la presa di distanza che ognuno di noi ben conosce quando il mondo ci diventa una coperta pesante addosso.

Il biancore è la risposta che l’individuo dà alla sensazione di essere saturo, troppo carico. E’ la ricerca di un rapporto attenuato con gli altri: è la resistenza da opporre agli imperativi di costruirsi un’identità nel contesto dell’individualismo democratico delle nostre società. Tra il legame sociale e il nulla si delinea un territorio intermedio, una maniera di ‘fare il morto’ per un breve momento”.

Desideroso di immergersi nella conoscenza dei tentativi di fuga da sé, lo scrittore delinea un tracciato possibile nelle diversi fasi della vita, perché non esiste un momento preciso in cui lo staccarsi temporaneamente dalla propria soggettività si manifesta. Lo dimostrano i molteplici esempi di letteratura citati, le vicende di cronaca, la psicopatologia, tutte le suggestive prove di annientamento che non portano alla morte sicura, ma allo sforzo di riavvicinarsi a se stessi (dopo il biancore) coniugando più o meno felicemente le condizioni sociali e quelle affettive.

Le misure da adottare sono mirabilmente descritte nei diversi capitoli del libro.

Essere presenti senza più esserlo, per esempio, è un bisogno che emerge quando è necessario disinvestire un mondo oppressivo, quando si è stanchi di apparire come gli altri ti obbligano a essere, quando si aspira all’invisibilità, a vivere a minima. Ne sono stati prove viventi nel proprio modo di esistere Emily Dickinson e Robert Walser. Ma anche l’impiegato Bartleby uscito dalla penna di Melville o l’uomo che dorme di Perec o, ancora, gli eteronimi di Pessoa che, per essere nessuno, ricorre al trucco di moltiplicarsi.

Sonno, stanchezza, depressione, personalità multiple, ludodipendenza sono altrettanti modi per scomparire in forma discreta.

Il sonno è un rifugio per non esserci più, protegge dall’impegno in un mondo percepito come troppo aspro. … Dormire è un’astuzia per sottrarsi al dovere di farsi sempre carico della propria esistenza”.

Il costante sforzo di dimostrare di essere capace di agire da solo diventa terreno fertile per fare attecchire e sviluppare la depressione: “l’individuo è come espulso dalla vita, non si riconosce più e diventa altrettanto irriconoscibile per chi lo circonda. Scompare in forma tragica e dolorosa con l’acuta consapevolezza di rimanere se stesso pur essendo ormai deprivato di ogni potere, al punto che la sua esistenza di prima gli appare come un paradiso perduto, ormai inaccessibile. … pagando il prezzo di una lunga sofferenza, l’individuo ‘fa il morto’ per non morire, pur non provando più piacere di vivere”.

L’adolescenza, per antonomasia, è l’età in cui si ha maggior difficoltà nel riconoscersi nella propria pelle. Mancandogli il tempo di aver maturato la storia di sé, l’adolescente non riesce a relativizzare la propria sofferenza e crede che lo stato delle cose non possa mai più modificarsi. Un buon sotterfugio per scappare da sé è il contatto virtuale: “Sulla rete è possibile diventare chiunque, e perfino moltiplicare le improbabili figure di persone che si potrebbe essere. … Il virtuale non è un nulla quanto, semmai, un’assenza rispetto al mondo delle relazioni sociali a vantaggio di quelle digitali, quindi senza voce né volto”.

Di grande interesse, oltre all’illustrazione di altre possibili forme di fuga del giovane adulto, è la spiegazione fornita dall’autore sulla scomparsa nell’altro, ovvero l’adesione a una setta o a forme di integralismo religioso. “Le tecniche di reclutamento sfruttano il disorientamento, la sensazione di insignificanza, la desocializzazione e, per i gruppi che sconfinano nel terrorismo, il risentimento, l’odio per l’altro, considerato responsabile di ogni male … L’adesione del giovane affiliato poggia sulla sicura convinzione che le idee proposte siano quelle giuste, sulla seduzione esercitata da un’altra recluta che descrive in maniera esaltante l’esistenza comune o l’imminente accesso al paradiso in virtù di un’azione clamorosa”.

Anche la vecchiaia, in fondo, è una spossessione progressiva, “un lento ritrarsi che si traduce anche nella scomparsa di vecchi amici, parenti o vicini di casa; vengono meno le precedenti responsabilità professionali e subentrano nuove invalidità. … Da un colpo al narcisismo all’altro l’esistenza finisce per essere di peso”. La forma più drammatica di disinvestimento dal mondo e da sé, considera Le Breton, è la demenza. “Quando la persona non riesce più a intessere il racconto che garantisce la coerenza della vita, la sua storia sprofonda come se un narratore non ricordasse più il proprio testo. …La memoria si spezzetta in frammenti che nulla più tiene insieme. Ciò che non vede più non esiste più. … Estranea a se stessa e ai suoi cari, ridotta a qualche formula, qualche gesto, priva di memoria, la persona entra in una no man’s land”.

Un altro avvincente capitolo è dedicato alla sparizione senza lasciare traccia di sé. Dalla costatazione che talvolta anche un semplice viaggio risulta vantaggioso per scrollarsi di dosso impegni, responsabilità o anche vincoli familiari, l’autore arriva a considerare alcuni casi di persone che hanno deciso di organizzare scientemente la loro sparizione scegliendo “di cancellarsi dalla rete dei rapporti e ricominciando a rivivere in un orizzonte diverso. Liberarsi dai vecchi impegni diventando un’altra persona, in un’altra regione, un altro paese, un altro continente, modificando il proprio stato civile o anche mantenendolo, nel caso in cui le probabilità di essere ritrovati siano scarse”. Cita inoltre come esempio alcuni casi letterari di Pirandello, Simenon, Auster, per chi fosse attirato da questo tentativo di comportamento.

Sicuramente nel suo libro Le Breton analizza i modi più estremi di cercare il biancore: la maggioranza degli individui non vi incappa, per fortuna.

Ciò non toglie che la nostra identità è fragile: “La sensazione di essere un sé unico, solido, con i piedi ben piantati per terra, è una finzione personale che gli altri devono costantemente corroborare con maggiore o minore buona volontà. L’individuo rinasce di continuo” ed è questo il motivo per cui il biancore va giudicato positivamente e perseguito con equilibrio.

Il biancore, in genere, non è uno stato durevole, quanto un rifugio più o meno prolungato, una sorta di camera di decompressione”.

Tartarugosa, dal suo letargo, sottoscrive felicemente convinta.

LIONELLO SOZZI (2011),  Gli spazi dell’anima. Immagini d’interiorità nella cultura occidentale, Bollati Boringhieri

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Lionello Sozzi (2011)

Gli spazi dell’anima, Bollati Boringhieri

Dove abita la nostra anima? Dove la cerchiamo? Come ce la rappresentiamo?

Immaginando di interloquire con essa, il nostro dialogo interiore è reso maggiormente semplice dall’incontro di particolari spazi esteriori, evocatori di vibrazioni interne e di impressioni intime non sperimentate altrove.

 

Nella letteratura, l’anima – piuttosto che il tempo – predilige uno spazio per manifestarsi e la ricerca o lo svelamento di questo luogo è un caleidoscopio immenso di immagini, quasi a contrastare la natura effimera e non tangibile che l’anima riveste, per accoglierla e proteggerla in rifugi concreti e visibili.

 

Nei nostri spazi circostanti, allora, l’anima si apparta e con essa la nostra vita interiore, sia con una spinta ascensionale verso l’infinito universale o con una discesa verso il buio profondo e sconosciuto, o sia in uno spazio aperto o in uno spazio chiuso dove orizzontalità e verticalità si incrociano in una vorticosa danza, specchio delle nostre variegate emozioni.

 

L’intento – assai riuscito – di Lionello Sozzi è proprio quello di offrirci una pluralità di luoghi scelti dalla letteratura narrativa e poetica, nei quali la polisemia delle voci sia eco di quelle nostre più intime: “la letteratura non è un patrimonio esterno a noi, puramente libresco: essa risolve in armonia e bellezza le nostre voci più intime, poeti e scrittori sanno tradurre in poesia le immagini del mondo perché sanno che corrispondono a realtà presenti in tutti, a valori che l’uomo abitualmente dimentica ma che poi, nei momenti privilegiati della lettura, dell’osservazione o dell’ascolto, grazie cioè al tramite della creazione poetica e artistica, gioiosamente riscopre”.

Dunque un viaggio verso l’interiorità grazie ad esplorazioni negli anfratti o nelle infinità più singolari: caverne e miniere, celle e nascondigli, retrobotteghe, gusci di conchiglia, acqua, fuoco, fiori, foglie.

 

E per me, TartaRugosa rannicchiata nel suo guscio, è estasiante incontrare in queste pagine esigue dimensioni pullulanti di operosità e progettazione:  “alludiamo all’idea di un alveare che diventa simbolo, insieme, di intensa frequentazione e di assidua operosità. … L’alveare: il luogo composto, a sua volta, di minuscole cellette, ciascuna destinata a un pensiero, a un ricordo, a una preghiera, a un progetto, ma anche il luogo in cui si distilla il miele, il luogo cioè in cui l’anima umana ricava, da tutto ciò che ha visto, udito e assorbito nel mondo, i suoi esiti creativi più trasparenti e sostanziosi”.

 

Ancora, trascorrendo i mesi più freddi protetta dalla terra  fra le radici del grande albero, mi riconosco in queste parole: “La scelta di chiudere con un muro invalicabile il proprio spazio interiore è metafora della volontà di non prestarsi all’invadenza del mondo, di negare ogni accesso alla volgarità, di non divulgare e sperperare la propria ricchezza, forse anche di non cedere al fascino di sensazioni troppo vive: esse, dice Bonstetten, cancellano a poco a poco la percezione che abbiamo dell’intimo spazio della nostra chambre obscure e nuocciono, così, alla conoscenza di noi stessi. Per conoscerci a fondo dobbiamo non annullare le sensazioni che ci procurano gli oggetti a noi esterni, ma disporre, tra noi ed essi, se non un muro che finirebbe con l’annullarle, perlomeno la cortina di un protettivo ripensamento”.

Sì, decisamente amo di più le zone anguste e protette. Le estensioni ampie mi intimoriscono, probabilmente perché non riesco ad abbracciarle nello sguardo o a percorrerle col mio lento cammino. Anche una camera può contenere  la possibilità di un viaggio interiore: “lo spazio circoscritto, il ristretto orizzonte della camera hanno un po’ la funzione della siepe leopardiana, sono il limite che fa scoprire per necessaria compensazione l’infinito e l’eterno. Fra quattro pareti, infatti, l’io si scopre infinito come gli spazi interminati nella cui dimensione, fra breve, si muoverà l’anima romantica … La vista, dalla finestrella della stanza, di un cielo stellato, o anche solo il volo di un insetto, il profumo dell’aria, una sorta di indefinibile incanto sembra che contengano e traducano un’idea inesplicabile di immortalità”.

 

E poi io sono creatura di terra, più incline quindi alle pratiche terrene che agli umori spirituali. Ben vengano quindi le parole di Montaigne sulla sua idea laica dell’intimo retrobottega: “bisogna riservarsi un retrobottega tutto nostro, del tutto indipendente, nel quale stabilire la nostra vera libertà”.

Il fascino dei retrobottega appartiene alla mia infanzia. Vivevo in una portineria di un palazzo sul cui cortile interno, oltre alla saracinesche dei garage, si affacciavano le porte dei retrobottega di una latteria, di un bar e di un fruttivendolo. Era curioso per il mio sguardo di bambina entrare dalla via  in negozi che poi sbucavano sul retro con un panorama totalmente diverso da quello che vedevo quando accompagnavo mia madre a fare la spesa.  Sozzi , ricordando Montaigne,  esprime un mio sentimento che attraverso questa lettura riprende forma: “Al lettore dei Saggi piace l’immagine del retrobottega perché, nella sua apparenza ruvida e mercantile, essa lo riconduce a ricordi d’infanzia, al tempo in cui egli si recava nelle botteghe del quartiere .. e,curioso e ammaliato, intravedeva, al di là di usci o tende invalicabili, la ricchezza, la profusione, lo stupendo disordine di un retrobottega immerso nell’oscurità. Opulenza di spazi segreti, di tenebrosi ricettacoli: già allora forse avvertiva che quegli spazi assumevano un valore simbolico, che erano immagini di beni concupiti, di sogni impossibili, che facevano scoprire in qualche modo il contrasto tra le luci del negozio e l’ombra di quel ripostiglio, tra l’ordine e la linda geometria del primo e la confusione che s’intravedeva nel secondo, tra la sobria, modesta prevedibile disposizione degli oggetti che caratterizzava la bottega vera e propria, e la sregolata farragine, l’ammucchiata profusione di merce che s’indovinava, tra anguste e penetranti sentori, nel locale retrostante”. Oh sì! Il mistero di ciò che si nascondeva dietro un vetro opaco o una tenda spessa solleticava la mia fantasia, poiché sapevo che dietro a quel divisorio si conduceva una vita attiva, visto e considerato che ci stavano bambini suppergiù della mia stessa età. Ma non era la loro abitazione, era uno stare sospeso con molte scarse possibilità di condividere con altri coetanei quell’ambiente di divieto. Le madri infatti impedivano l’accesso dalla porta che dava sul cortile, impegnate probabilmente a nascondere il disordine o i piani di appoggio di fortuna mezzi sepolti dallo stoccaggio di prodotti che non trovavano spazio – o che servivano da scorta – negli scaffali del negozio antistante.

 

Riflette Sozzi: “Leggendo i testi che largamente citiamo, il lettore potrà a volte considerarli troppo noti e scontati, altre volte aggiungerà i riferimenti e le citazioni che potranno occasionalmente tornargli alla memoria … ma dovrebbe soprattutto, così almeno speriamo, riuscire in qualche modo a ritrovare se stesso, a recuperare qualche zona più in ombra del suo orizzonte interiore. Che è poi, riteniamo, una delle cosiddette “funzioni” della letteratura, e certo non l’ultima”.

Obiettivo raggiunto.

Sorgente: Lionello Sozzi (2011) Gli spazi dell’anima, Bollati Boringhieri | Tracce e Sentieri.

sozzi3538