ANCHE LE COSE NEL LORO PICCOLO SI INCAZZANO   Il self-help degli arrabbiati (da una seduta di gruppo)

Conduttore: 

“ … perché è importante dare voce alla propria rabbia, non tenerla costretta e avvinghiata dentro di sé.

Amici, non dobbiamo permettere alla rabbia di farla da padrona.

Riprendiamoci la nostra esistenza. Urliamo la nostra ira, la nostra furia, la nostra collera.

Non lasciamo che la rabbia lasci all’immaginazione solo la schiuma del mare.

Svecchiamo questo luogo comune d’altri tempi: diamole altri motivi, altre esche, altri pretesti. Facciamo conoscere i nostri sentimenti, affinché un giorno tutti possano sentirsi legittimati nell’affermare “sono furibondo come un thermos”.

Forza! Chi vuole iniziare? Chi per primo racconta una delle sue rabbie peggiori?”

 

L’inviperito cavolo: 

“Se devo strillare la mia rabbia, ebbene sì, è ora di finirla di dire che sotto di me nascono i bambini. Siamo nel 2015, per Dio. E la rivoluzione sessuale è passata da un pezzo”.

 

Interviene la raffinata farina:

“Almeno a te aggiungono qualcosa, cosa dovrei dire io, invece, che vedo sottrarre una parte preziosa dei miei nutrimenti? Altroché non arrabbiarsi! A causa dei persecutori del glutine vedo la mia povera polvere bianca deprivata già all’origine, quando gli sventurati chicchi di frumento vengono messi in soluzioni acquose, macinati e trasformati in amido da separare da ciò che resterà di me”.

 

Prende coraggio l’introverso thermos:

“Il momento più rabbioso della mia vita è stato quando sono stato usato come pappagallo. Ve lo immaginate sentirsi pisciare dentro per verificare se la pipì dopo due minuti manteneva la temperatura a 37 gradi?”

 

La formica stizzita: 

“Non parlarmi di caldo … sapessi la rabbia di essere passata alla storia perché sono più risparmiatrice della cicala, mentre la vera, dura fatica è lavorare e sopportare il suo chiassoso e interminabile frinio nelle giornate di sole cocente!”.

 

L’inflessibile ghiaccio: 

“Beh, se la mettiamo in termini di gradi, cosa dovrei dire io quando mi sento definire bollente? Alla faccia delle figure retoriche. Da gelarle tutti”.

 

“Non credo valga la pena arrabbiarsi per un ossimoro. Invece per me la rabbia, quella autentica, è legata allo sdegno di sentirmi cambiare identità ed essere spacciato per vera pelle, quando invece sono di pura plastica e non ho mai avuto sulla coscienza vitelli, serpenti, tartarughe o coccodrilli” – sbotta il portafogli animalista.

 

“Ah certo, come ti capiamo” – condividono i flessuosi capelli – “succede anche a noi la stessa cosa quanto sentiamo decantare la nostra bellezza e al botta e risposta ‘Sono naturali? Ma, certamente!’ vorremmo sbraitare: ma per favore, non ne possiamo più di extension, tinte, meches e colpi di sole!”.

 

La meditabonda tristezza:

“Caro portafogli, hai un bel dire che non vale la pena di arrabbiarsi per un ossimoro. Ma io sono un’emozione del tutto opposta alla gioia e alla felicità. Per cui come non fremere di irritazione al cantare di un tal De Gregori ‘quell’allegra tristezza che ci hai…’”.

 

Il giornale intellettuale:

“Rabbia per rabbia, non sopporto quando mi appallottolano, mi immergono nell’acqua e mi ficcano dentro le scarpe per mantenerle più larghe e morbide. Vi rendete conto? Io che nasco per arricchire la testa, finisco per dare sollievo ai piedi”.

 

“Io invece mi infurio quando devo fare da pilastro al ponte” – spiega il molare ricoperto – “di punto in bianco mi trapanano e mi riducono a un moncone per poi mettermi sopra un vestito di ceramica”.

 

Conduttore:

“E tu placido, non hai nulla da dire?”

“Sulla rabbia? Ho ascoltato tutti con attenzione e, filosoficamente, vorrei trasmettervi il mio insegnamento: io non conosco la rabbia, perché quando ci sono io non c’è la rabbia e quando c’è la rabbia non ci sono io …”.

TartaRugosa ha letto e scritto di: PIERRE BAYARD (2007), Come parlare di un libro senza averlo mai letto, Excelsior 1881, Milano (traduzione di Anita Maria Mazzoli)

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Pierre Bayard (2007)

Come parlare di un libro senza averlo mai letto

Excelsior 1881, Milano

(traduzione di Anita Maria Mazzoli)

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Non leggo mai libri che devo recensire; non vorrei rimanerne influenzato(Oscar Wilde)

E’ stata una frase che mi ha fatto sobbalzare, guscio compreso.

Che vengo qui a fare, se non per raccontare a modo mio quel che leggo? Per una tartaruga lenta come me, c’è voluto un po’ di tempo per capire come si fa a parlare di qualcosa che non si conosce in maniera erudita, appropriata e soprattutto convincente per chi ascolta. Bayard non mi ha convinto del tutto, ma in alcune parti del suo ragionamento sì, eccome.

Ecco gli assiomi della non-lettura, secondo l’autore:

1)     Avere una visione d’insieme

principio fondamentale perché “leggere un libro intero è una perdita di tempo … e l’interesse troppo vivo per un libro porta ad escludere tutti gli altri”. Questo assioma è molto rassicurante per un’ossessiva come me, che quando si trova a tu per tu con un libro non perde una riga, note comprese (il che rallenta ulteriormente il mio tempo). Oltretutto l’impresa è a dir poco gigantesca. Pur leggendo poco, un numero sempre maggiore di persone scrive, e inseguire il ritmo non è facile, soprattutto quando la pila di libri si accatasta, l’altezza diventa vertiginosa e il rischio del crollo rasenta la mia sicurezza. A quel punto, inspiegabilmente, TartaRugoso provvede a ristabilire livelli di accettabilità e, per il motto “Occhio non vede, cuore non duole” posso finalmente riprendere la mia abitudine di dedicarmi ad un unico testo, senza troppo soffrire per la perdita. Devo cambiare però abitudine, perché Bayard sostiene che la cultura è soprattutto una questione di orientamento: “non aver letto un libro non ha alcuna importanza per la persona colta … perché è spesso in grado di conoscerne la collocazione, vale a dire il modo in cui si situa rispetto agli altri libri”.

La non-lettura diventa quindi “una vera e propria attività, che consente nell’organizzarsi in proporzione alla vastità dei libri, al fine di non lasciarsi sommergere da essi”. Conoscere la relazione che un libro ha con altri libri significa saperne di più che averlo letto.

2)     Orientarsi rapidamente all’interno di un libro

Secondo l’autore, sfogliare i libri senza leggerli evita di perdersi nei dettagli e “qualsiasi lettura troppo attenta, se non addirittura qualunque lettura, è un impedimento al possesso approfondito del suo oggetto”. A questo punto suggerisce due tecniche per lo sfogliare:

  • lineare: si parte dall’inizio, si saltano righe e pagine e ci si dirige verso la fine
  • circolare: lo sfogliare è disordinato, si saltella da una parte all’altra del libro e non se ne conclude la lettura

Questi modi di procedere sono molto più efficaci di chi passa magari ore infinite su un libro, decidendo poi di non concluderne la lettura

3)  Sentire cosa gli altri ne dicono

Moltissimi libri di cui siamo portati a parlare non sono mai passati effettivamente per le nostre mani, ma il modo in cui gli altri ce ne parlano, ci permette di farci un’idea di ciò che contengono”.

Passato il primo momento di sbigottimento, devo ammettere che alcune osservazioni sono valide, in quanto le ho potuto direttamente verificare suTartaRugoso, che si è molto rinforzato nel suo stile dopo questa lettura. In effetti per lui questi tre assiomi funzionano alla grande. Nella visione d’insieme delle librerie, lui sa sempre al primo colpo dove si colloca un testo, quali gli stanno accanto, l’argomento che tratta, nonché, spesso, la casa editrice e l’anno di pubblicazione.

Per il secondo punto, basta che io prenda un libro precedentemente letto (non letto??) da lui per notare quanto segue: sottolineature, parole  chiave a margine, asterischi nelle prime pagine, poi il testo torna ad essere intonso per rivivacizzarsi alla fine. Elementi più che sufficienti per parlare del contenuto per ore.

Quanto al terzo assioma, ho ancora nelle orecchie una sua brillante recensione di un libro corposo assolutamente non letto, ma di cui mi ero premurata io a fargli notare alcuni passaggi interessanti.

Bayard ha evidentemente ragione. Però, aggiungo io, se si tratta di un romanzo giallo, questo sistema di non leggere fa perdere tutto il fascino della scoperta dell’indizio, salvo accontentarsi di andare subito alla fine e, attraverso la quarta di copertina, assemblare sufficienti informazioni per raccontare la vicenda a chi non la conosce.

Un’altra disquisizione importante fatta da Bayard riguarda il caso della dimenticanza. Un libro può essere letto con estrema attenzione e poi dimenticato. “Non conserviamo nella nostra memoria dei libri omogenei, ma dei frammenti strappati a letture parziali, spesso mescolati gli uni agli altri, e per di più rielaborati dai nostri personali fantasmi”. Afferma, citando Montaigne, che noi dimentichiamo una percentuale altissima dei libri che abbiamo letto per davvero e in forma completa, anzi di essi ci formiamo una specie di immagine interiore costituita non tanto di quello che vi era veramente scritto, bensì di cosa ci ha suscitato nella mente.. Ecco quindi il fenomeno della de-lettura: “un movimento fatto al tempo stesso di scomparsa e di offuscamento dei riferimenti, che trasforma i libri, spesso ridotti al solo titolo o a qualche pagina approssimativa, in vaghe ombre che scivolano sulla superficie della nostra coscienza”. E anche in questo caso devo dargli ragione. L’evanescenza della memoria, dopo un po’ di anni, fa sì che nel riprendere in mano un libro si abbia la sensazione di non averlo letto, se non in alcuni passaggi che ci hanno particolarmente emozionato.

L’autore prosegue dando pure indicazioni di situazioni in cui il non-lettore deve parlare di libri che non ha letto. Quella più divertente è quando questo evento accade davanti alla persona che è autrice del libro stesso.

Molto diplomaticamente Bayard suggerisce: “parlarne bene senza entrare nei dettagli. L’autore non si aspetta affatto un riassunto o un commento argomentato dal suo libro: egli si aspetta solamente che gli si dica di avere apprezzato ciò che ha scritto”. Sarebbe comunque interessante che qualcuno si prendesse la briga di fare un elenco dei libri che per davvero vale la pena di non leggere, neppure secondo i criteri sin qui evidenziati.

Verso la fine (e questo, se uno avesse seguito le istruzioni date, avrebbe veramente risparmiato un bel po’ di tempo) si capisce la vera natura di Bayard, che oltre ad essere professore di letteratura francese, è anche psicanalista.

Non è tanto il libro come tale ad esistere, ma l’insieme di una situazione di comunicazione in cui esso circola e si modifica … è un oggetto mobile … che subisce variazioni sensibili in funzione degli scambi che si producono riguardo ad esso”.

Secondo Bayard “i libri di cui parliamo non sono solo i libri reali che un’immaginaria lettura integrale ritroverebbe nella loro materialità oggettiva, ma anche dei libri-fantasma che sorgono all’incrocio delle virtualità inespresse di ogni libro e del nostro inconscio”.

Questo significa che in ogni libro che leggiamo sarà maggiore la forza espressa dall’inconscio, piuttosto che la precisione della lettura.

Un buon lettore fa una traversata di libri, dato che sa che ciascuno di essi è portatore di una parte di se stesso e può aprirgli una strada … L’invenzione del libro di cui ci si è appropriati, in qualsiasi contesto di parola e scrittura, sarà tanto più credibile quanto più sarà condotto dalla verità del soggetto e inscritto nel prolungamento del suo universo interiore”.

Quindi una nuova forma per sviluppare creatività e immaginazione sarebbe quella di insegnare che un libro si reinventa a ogni lettura e che in ogni libro il lettore debba metterci innanzi tutto del suo.

Nessuna paura dunque a parlare con convinzione di qualcosa che “immaginiamo”: sarà la nostra abilità a renderla coerente con  il contenuto che si suppone che quel testo abbia e il gioco è fatto. Ammesso che i professori-educatori possiedano la stessa tolleranza di Bayard.

Il quale, a supporto di quanto afferma, cita opere letterarie di Musil, Valéry, Eco, Montaigne, Greene, Siniac, Murray, Lodge, Balzac, Soseki, Wilde, in una forma così dettagliata e minuziosa da contraddire se stesso.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Duccio Demetrio (2016), Ingratitudine. La memoria breve della riconoscenza, Raffaello Cortina Editore

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Duccio Demetrio (2016)

Ingratitudine. La memoria breve della riconoscenza

Raffaello Cortina Editore

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Ho selezionato, di questo testo, alcuni passaggi che più si avvicinano ai miei ambiti professionali, non a caso definiti da alcuni “ingrati”, visto che mi occupo di persone malate di demenza e di malati terminali.

Certo sarebbero molte le considerazioni da fare sulle grandi e piccole ingratitudini che nel libro vengono esplorate e che suscitano talvolta cupezza e senso di impotenza.

Per esempio:

L’ingratitudine pubblica, verso la cosa pubblica, è lo specchio di costumi privati senza regole, si trasmette in famiglia come un contagio che inquina le nuove generazioni, dissemina sfiducia collettiva anche quando chi accusa ne abbia approfittato a man bassa.

O ancora, sulle piccole ingratitudini:

sono pressoché invisibili, non degne di nota, ma rappresentano a loro modo una degenerazione dei rapporti ormai così diffusa cui non si fa più caso.

L’inventario comprende i rituali del saluto; l’astensione dei grazie e dei prego fino alla loro totale cancellazione dal vocabolario; il buon uso delle scuse dinanzi all’ammissione di un errore.

Nell’”epoca delle passioni tristi” il sentimento di vivere una situazione di crisi in un sistema più globale di per sé in una crisi che pare irreversibile, annienta la speranza del desiderio e nutre maggiormente l’idea di dover sopravvivere contro una minaccia incombente che ogni ingratitudine giustifica.

Tornando  a quanto annunciato più sopra, mi soffermo sulla citazione di Seneca che apre il capitolo “In fuga dalla memoria”:

– è ingrato chi nega il beneficio ricevuto

– ingrato chi lo dissimula

– più ingrato a volte persino chi lo restituisce (e qui molto stimolante è il pensiero della funzione inversa della gratitudine, ovvero quei casi in cui il beneficato per diminuire il peso del favore ricevuto o ripristinare una situazione di non dipendenza o  evitare che il benefattore si trovi una posizione più alta compie un gesto di finta gratitudine)

– ma il più ingrato di tutti è chi lo dimentica

Su quest’ultima dichiarazione vale la pena di riferirsi non tanto ai veri ingrati che annientano nell’oblio più totale ogni accadimento occorso in loro favore, quanto a chi, purtroppo, nell’oblio ci cade a causa di una malattia.

Scrive Demetrio rispetto allo stare accanto a chi soffre:

La gratitudine diventa qualcosa di più che presto ricondurremo al valore alto della riconoscenza. In tal modo, consentiamo a chi soffre di riconoscersi, talvolta, nella nostra presenza, pur non potendo più riconoscerci, chiamarci per nome, ricordare.

Se la mente di costui, o di costei, è divorata dalla malattia, la nostra invece è chiamata a svolgere il compito di ricordare facendo le veci di una memoria ormai assente del tutto. La vicinanza va offerta senza patteggiamenti, senza compensi di sorta. Questa linea di condotta distingue il non credente virtuoso, l’agnostico, l’ateo da chi si attende una ricompensa, se non in questa terra, in “cielo”.

E, aggiungerei, c’è un altro aspetto che il caregiver aggiunge al suo vicariare alla dimenticanza dell’altro e che può essere anch’esso ricondotto all’alto valore della riconoscenza: scoprire un’altra dimensione del sé, una parte così nascosta che si credeva inesistente, ma che al momento opportuno emerge trasportando in una dimensione che va oltre le difficoltà del quotidiano.

E’ la dimensione del riconoscersi come “oggetto amato”, la possibilità di aver conosciuto e accolto la sofferenza umana, la capacità della restituzione (il dono di averti messo al mondo se sei un figlio, l’aver progettato e costruito un lungo tratto della vita insieme alla persona amata se sei coniuge)

Allora, nello stare accanto, nell’accogliere l’oblio dell’altro molto spesso si riesce a collocare la malattia come qualcosa “cui essere grati”, perché ci si è misurati con l’inconoscibile, perché si è attribuito un diverso valore alla quotidianità, perché ci si trasforma e si diventa più attenti, più sensibili, più capaci di comprendere il prossimo.

Può apparire come flebile tentativo di consolazione, ma nella condizione umana transitare o sostare nella sofferenza orienta verso quel percorso che trascende dalle ingratitudini o dalle gratitudini e che trova la sua più alta manifestazione nella riconoscenza.

Nelle sue esplorazioni Demetrio si sofferma sul terreno della prossimità della morte e nell’analisi del romanzo di Guidano “La disattenzione” commenta l’atteggiamento di coloro che, ingrati cronici, non accettano il proprio riconoscersi nemmeno in prossimità dell’atto finale:

non disdegnano affatto, anche giunti al punto di esalare l’ultimo respiro, per farsi coraggio, di rammentare situazioni ed esperienze che li hanno visti radiosamente compiere quelle che si rifiutarono di definire ingratitudini: semmai adempimenti inevitabili, doveri di stato o aziendali, necessità in nome del bene della famiglia.

Consapevole della limitatezza di rifarsi semplicemente a un proprio osservatorio personale, posso confermare che ovviamente esistono persone che rifuggono le ingratitudini inflitte o negano o distorcono i benefici ricevuti e sono le stesse persone che concludono la loro vita come l’hanno vissuta, con rabbia, prepotenza, ingratitudine verso chi comunque decide di stare loro vicino, operatori compresi.

Per molte altre invece la malattia infausta può diventare fonte di gratitudine.

Molte le scritture autobiografiche (Pia Pera “Al giardino ancora non l’ho detto”, Paush “L’ultima lezione”, Mitch Albom “I miei martedì col professore”, Tiziano Terzani “L’ultimo giro di giostra” e l’elenco diventerebbe molto lungo) che rivelano come la gratitudine si possa sublimare nella riconoscenza che è invece superamento, che è oltre passare, che è una laica spiritualità che ci avvicina all’inconoscibile e al mistero dell’esistere.

Interessante un commento che ho trovato tempo fa in un’intervista a Richard Smith, ex direttore  del British Medical Journal, il quale definisce il tumore come la miglior morte possibile:

Si può dire addio, riflettere sulla propria vita, lasciare un ultimo messaggio, visitare luoghi speciali per l’ultima volta, ascoltare le canzoni preferite, leggere le poesie più amate e prepararsi a godere l’eterno oblio.

Un piccolo pezzo di Pietro Calabrese tratto da “L’albero dei mille anni” ci mette a contatto con la realtà vissuta in quel frangente: Perché pensiamo che il bello e il buono sono sempre “altrove”, lontano da noi. Invece sono qui, davanti a noi, ai nostri piedi, e non ce ne accorgiamo finendo col calpestarli e ucciderli. Perché il buono delle cose non è mai così nascosto da non riuscire a scorgerlo, a vederlo, ad assaporarlo. Perché è bella la vita, bello il sole e il freddo dell’inverno, bellissima una giornata di primavera e dolcemente bello il venticello che l’accompagna. Ma chi si ferma mai a riflettere su queste banalità quotidiane?

Il porre un limite al futuro obbliga a riconsiderare la visione delle cose e, per alcuni, a rimediare al peso delle ingratitudini entrate nello svolgersi dell’esistenza.

Il passaggio più alto, quindi, parte dal “riconoscersi”, prima di poter essere riconoscenti.

Secondo Demetrio la riconoscenza corrisponde alla presa di coscienza del senso del nostro essere gettati nella vita. La necessaria ricerca interiore implica un abbassare la guardia e rovistare nella propria interiorità, riconoscere la colpa, sentire la necessità morale del pentimento e dell’espiazione fino all’attuarsi del riscatto e di una possibile redenzione.

Se questo passaggio spesso è visibile sul letto di morte, ciò non significa che non possa avvenire prima nella vita di ogni individuo.

L’ingratitudine infatti può essere condonata solo nel momento in cui siamo capaci di riconoscere l’irreparabilità e l’incancellabilità dell’errore commesso e disposti ad accoglierlo dentro di noi senza affidarlo all’oblio. Riconciliazione, quindi, non perdono come comoda scorciatoia per l’espiazione delle proprie colpe.

Una piccola riflessione infine sulla coppia di parole accettare/accogliere.

Il termine accettare frequentemente solleva moti di rifiuto o di rabbia, probabilmente perché suscita vissuti di passività o sottomissione. Forse, per raggiungere un compromesso con le nostre debolezze, è meglio utilizzare il termine accoglienza, cioè l’apertura e il fare spazio a qualcosa di imprevisto ma che comunque ci fa sentire attivi e capaci di compiere una scelta su ciò che possiamo far entrare in noi.

La discesa nel sé e il riconoscimento dei nostri stati d’animo negativi o ingrati (secondo Christophe André in “Quattro lezioni di pace interiore”) fa sì che essi:

  • diventino paradossalmente meno dolorosi
  • diventino una fonte d’informazione sulla situazione e le nostre reazioni
  • arricchiscano la nostra esperienza perché corrispondono alla vita vera
  • dimostrino che possiamo sopravvivere ai problemi

Se questo percorso diventa consuetudine nella vita di ogni giorno, forse speranze e desiderio possono trovare nuova linfa e alimentare il futuro degli uomini e della terra.

Se invece il processo individuativo indagato da Jung si manifestasse solo sul limitare della vita, potremmo ottimisticamente affidarci alle le parole di  Emanuele Severino “Il mio ricordo degli eterni”:

Poi, quando la vicenda terrena dell’uomo sarà giunta al proprio compimento, sarà necessario che ognuno faccia esperienza

di tutte le esperienze altrui e che in ognuno appaia la Gioia infinita

che ognuno è nel profondo. Essa oltrepassa ogni dolore sperimentato dall’uomo.

 

LA TARTARUGA ROSSA (2016) – di Michael Dudok de Wit. Film Animazione, Francia, Belgio, 2016

Su un’isola deserta, la vita di un naufrago è scandita da misteriose apparizioni di una splendida tartaruga rossa, creatura dell’oceano imponente e rispettata. Un animale solitario e pacifico per definizione, portatore di irresistibile fascino e mistero: per lunghi periodi, infatti, scompare nell’immensità dell’oceano. Numerosi, inoltre, i racconti di unioni tra esseri umani e animali nella cultura giapponese: persino la nonna del primo imperatore, narra la leggenda, aveva le sembianze di uno squalo.

ABBR. E OVVERO “L’ANATEMA DELLA PAROLA”

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E’ giunto il momento di metterci un punto. Nel senso del punto fermo, quello che chiude un periodo prima di passare ad altro argomento.

Non il punto che non è seguito dalla maiuscola, che non richiede di inserire uno spazio, che gioca ad alternarsi fra singole lettere. Odio quel tipo di punto.

Attenta alla mia stessa essenza e brucia ogni mia libertà.

Potrò, finalmente, dar voce ai miei diritti? Di esistere, di allungarmi, di estendermi, di stiracchiarmi, di dispiegarmi, di srotolarmi nelle mie diverse lunghezze senza dover più incespicare nei punti che mi (s)troncano o sentirmi contratta in un’accozzaglia dura e impronunciabile di consonanti troppo promiscue?

Senza dovermi scervellare per capire se s.s. sta per strada statale, sua santità o Schutz-staffein; se p.s sta per pubblica sicurezza, post-scriptum o previdenza sociale, se a.c. sta per anno corrente, avanti Cristo o assegno circolare?

Basta. Reclamo il ritorno e la vicinanza degli amici virgola e punto e virgola, del punto esclamativo e di quello interrogativo, i buoni, vecchi e cari segni di interpunzione utili a regolare il mio suono e quello delle mie sorelle che con me costruiscono il senso delle frasi, del discorso, del linguaggio.

Voglio ritornare a essere tutta, intera, globale e illimitata.

Esigo la rotondità della a e della o, l’esilità della i, l’occhiello della e, la pervietà della u.

Pretendo il mio potere definitorio e la chiarezza di ciò che esprimo, senza ricorrere a barbarismi, sigle o acronimi che deturpano il valore del mio sussistere.

Basta una volta per tutte all’osceno utilizzo delle parentesi, quelle che un tempo racchiudevano i puntini di sospensione atti a segnalare, per citare un esempio, l’omissione di un passo all’interno di una citazione.

Da quando sono arrivate le insulse faccine che presumono di raffigurare le espressioni facciali umane, le sagge parentesi sono diventate rappresentanti di sensazione emotiva, anteposte o postposte ai due punti, ai trattini, a singole lettere alfabetiche o apostrofi.

:’-) piango amaramente. No, anzi, macché 😦 sono proprio contrariata.

Cedere il passo a segni grafici per raccontare l’inesauribile gamma delle emozioni?

S’, proprio loro, le emozioni, vita e colore della nostra esistenza, così inattese e impreviste, fugaci e mutevoli nelle loro variabili sfumature, fonti di impaccio o di  ispirazione sia negli abissi della disperazione che nelle vertigini della speranza.

ç_ç per dire triste? E come la  mettiamo con le diverse varianti della tristezza? Come disegniamo parole come pena, dolore, cupezza, malinconia, autocommiserazione, afflizione?

E’ solo la parola che dipinge, rischiara, rabbuia, intensifica, indebolisce, accentua, attenua, spiega e interpreta la complessità degli eventi e dei vissuti.

E non mi vengano a raccontare che le emoticon hanno rivoluzionato il modo di scrivere e di comunicare, solo perché hanno l’obiettivo di raggiungere l’empatia del faccia a faccia nelle tastiere informatiche.

Non mi si dica, per favore, che i nativi digitali sanno andare dritti al cuore , senza dilungarsi in sorpassate sfumature lessicali e semantiche.

Solo io, la parola, posso raccontare.

Solo io, la parola, posso rivelare.

Solo io, la parola, posso essere parlata o scritta.

Solo io, la parola, nel momento in cui sono detta, letta o scritta, divento creatura vivente, pulsante, eterna.

Senza interruzioni, senza blocchi, senza annullare l’attesa.

Mi amo. Forse sono egocentrica, o forse un po’ senile. Vivo nel rimpianto delle tavolette di cera, dei rotoli di papiro, dei fogli di carta.

Sono vecchia, ma non voglio morire.

Gioca con me, uomo, e condividi la mia protesta. Urlami:

“Ti guardo con riguardo”.

“Dò un senso al tuo dissenso”.

“Mi gusto il tuo disgusto”.

“Fiuto il tuo rifiuto”.

Riprenditi la parola, per favore. Fammi ancora sentire unica, insostituibile, preziosa.

Perché finché ci sono io, ci sarai anche tu.

Indissolubilmente uniti prima che il tuo cervello diventi un definitivo ammasso di neurochip.