Ludovica Montoni LA LUNA E’ FATTA DI GIALLO Il perchè dei perchè dei bambini New Press Edizioni, 2014

 

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lo STARE del tartarugo Giove

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TartaRugosa ha letto e scritto di: Gaspare Armato (2011) Il senso storico del flaneur Autorinediti, Napoli

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Gaspare Armato (2011)

Il senso storico del flaneur

Autorinediti,  Napoli

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Mi sono recentemente imbattuta nella lettura di “Manuale di psicogeografia” di Daniel Vazquez, dove l’autore spiega le tappe che hanno portato, negli anni Cinquanta, alla nascita di questa scienza.

Ho appreso così il concetto di deriva, una pratica che consiste nell’errare per città, strade, quartieri in modo dinamico e frettoloso, allo scopo di osservare come i vari ambienti cambino e come influenzino i comportamenti affettivi umani, nonché di accentuare la contraddizione tra aspettativa di libertà e ostacoli che il territorio urbano pone.

Un capitolo del libro è titolato “La psicogeografia non è flanerie” e qui si spiega che la deriva è un’esperienza completamente diversa da quella condotta dalflaneur, che gira per la città come fosse uno spazio pieno di meraviglie.

L’avanguardista Debord sostiene che la civiltà contemporanea ha precluso le quattro condizioni necessarie al fare flanella: folla, anonimato, tempo di non-lavoro e smarrimento davanti alla merce infatti non sono più attuali.

La folla si è spostata dalla piazza alla fabbrica; l’anonimato non è più garantito dalle nuove ipercontrollanti tecnologie (cellulare, computer, webcam); il non-lavoro si è trasformato in disoccupazione dilagante e quindi incompatibile col lusso della spensieratezza; infine, quanto alla merce, c’è stato un rovesciamento di senso poiché non si esce più per andare a consumare, ma si va a consumare per poter uscire.

Probabile. Però la deriva non ha avuto grande storia. Di definizione in definizione, così abbarbicata all’ideologia e all’iperpoliticismo, ha finito per diventare qualcosa di cui non si sa più bene di che si tratti.

Viceversa, stando al libro di Gaspare Armato, il flaneur resiste e segue i cambiamenti per poterne fare la storia.

E qui ci sta una parentesi autobiografica. Sono tartaruga lenta e primitiva. Ci sono affermazioni che non sempre riesco a capire. Per esempio, i detti popolari. Ancor oggi mi angustia il motto “Non si getta l’acqua sporca col bambino dentro”. Come si fa, dico io, a gettare l’acqua con dentro il bambino? Lo si vede, no? Non è una spugna o una saponetta. Stando agli atti criminali in auge, non ci sarebbe forse da stupirsi così tanto, ma ogni volta che sento queste parole, scatta in me l’interrogativo.

Il secondo modo di dire risale alla mia infanzia. “Muoviti, non stare lì a far flanella”. La flanella è sempre stato un materiale molto amato nella mia famiglia. I miei pigiami e quelli dei miei genitori erano, d’inverno, rigorosamente di flanella. Avevo camicie coloratissime e calde sempre di questo materiale, prima dell’avvento del pile. In campagna, nelle notti ancora fresche e umide di fine maggio, sui letti le lenzuola di flanella evitavano il brivido da contatto al momento del coricamento. Cosa voleva quindi dire, muoviti non fare flanella? Le mie cognizioni riguardo alla materia non si erano troppo spinte in là (ai tempi non c’era Google). La definizione del vocabolario confermava la flanella come tessuto morbido di cotone e, nella mia fantasia, mi ero data la spiegazione che per trasformare il cotone nella blanda peluria flanellosa ci volesse molto tempo d’attesa. Evidentemente sarei rimasta ancor più perplessa se avessi saputo che un ulteriore significato di far flanella è quello di intrattenersi in una casa di tolleranza senza richiedere alcuna prestazione. Probabilmente l’avrei associato al tenero abbraccio delle lenzuola … Fine della parentesi dei ricordi.

Ritorniamo alla figura del flaneur o,.come lo definisce Armato, pedone attento:esce di casa, cammina, girovaga senza una meta e senza orario, una strada tira l’altra, una curiosità approda alla seguente, una conversazione induce ad approfondire uno specifico tema, si immedesima. Eppure lui ne è distaccato, vede il movimento da un angolo del tutto particolare, dal suo angolo culturale, dalla sua inclinazione caratteriale, dalla sua visione storica, dal suo essere un ozioso affaccendato. L’ozio si rivela una condotta più virtuosa del lavoro fisico in sé per sé.

Non è da poco essere flaneur: S’intende di fisiognomica, scruta con attenzione i soggetti di cui è attratto, legge i loro volti, le loro rughe, ne deduce il mestiere, l’origine, ascolta i loro ragionamenti, analizza il modo di muoversi, il passo veloce o lento, deciso o perplesso, a volte segue il loro cammino, a volte si perde fra la folla, a volte ne esce, a volte fugge verso la periferia dove ritrova quella parte di esseri umani che non possono avvicinarsi al nuovo, al lusso, s’immerge nei dedali estremi della città costruita come i labirinti della mente.

Diversamente da quanto sostiene Debord, il flaneur conserva la sua capacità di essere testimone delle mutazioni del suo ambiente di vita “coglie le differenze fra una città in cui si ritrova piacevolmente … e una città che diventa sempre più strumento per vivere meccanicamente, per lavorare, viaggiare, dormire, una città asettica, fredda, priva di passioni”.

Armato considera nelle pagine del suo libro opere letterarie, poetiche, pittoriche che vanno da Baudelaire, a Whitman, a Walser, a Calvino, Pier Paolo Pasolini, tanto per citarne alcuni, fino alle pennellate impressionistiche di Van Gogh, Pissarro, Monet, e poi Guttuso e Saura. Grazie a loro, al loro muoversi, al loro guardare, toccare, odorare, sentire e all’intuizione, nonché sensibilità artistica, si può identificare il passaggio da un’epoca all’altra.

Che poi, avverte Armato, essere flaneur non significa appartenere ad un tempo che non tornerà più.  Anche l’oggi necessita i suoi flaneur. Non è forse flaneur un giornalista? “L’articolista deve scendere in campo, attraversare le vie, accorgersi del movimento, dei sussurrii, delle  inquietudini, deve essere in grado di sviscerare la vera quintessenza per informare sulla realtà di una città che si trasforma da un giorno all’altro, dove l’industrializzazione e la nuova società borghese capitalistica acquistano sempre maggiore forza e la vita nevrotica porta a non essere presenti come si deve.”

Il compito del flaneur,nel suo ozio affaccendato, è quello di scrivere la Storiaattraverso tante piccole storie:  “il pedone attento flanella senza un preciso itinerario, giacchè sa che ogni scoperta ha un valore che alla fine si somma a un altro per completare un insieme”.

E allora scruta, rovista negli archivi, si fa attrarre da piccoli indizi provenienti dalle mura di una casa, si intrattiene in conversazioni con la gente per “ascoltare la vita dalle loro stesse bocche… loro hanno la storia segnata sul volto, nel sangue delle loro vene, hanno un’oralità che bisogna tramandare: lo storico flaneur, lo abbiamo detto, se ne incarica come per destino”. 

Bighellonando fra le numerose citazioni letterarie che ci immergono nello spirito dei luoghi, Armato conclude il suo testo con un serrato pedinamento di un flaneur pistoiese, per seguire i cui passi ci troviamo pian piano a conoscere la bella città toscana. Poi la “preda” sfugge e l’autore dialoga fra sé e sé, sul senso di raccogliere brandelli di storia, sulle sorprese che sfuggono agli occhi disattenti, incapaci di osservare con intensità perché la mente troppo distratta da “idee che non portano da nessuna parte e che spesso non ci appartengono”.

Un piccolo incidente permette il giorno dopo un incontro più ravvicinato fra i due e il gusto di una amabile conversazione: “Confermò ciò che nel mio animo sentivo, che un vero flaneur non ha paura del prossimo, dell’incognito, dello sconosciuto, delle strade cupe e deserte o affollate all’inverosimile, o di trovarsi a parlare con persone che non ha mai incontrato, viceversa, è da tutto ciò che lui trae la sostanza vitale per riflettere, un’energia che lo conduce e induce a confrontarsi con le più disparate religioni … le più disparate mentalità … A lui piace il cambio, la trasformazione, vivere per comprendere il trascorrere del tempo nei segni dei singoli e pur minimi avvenimenti”.

La lettura si chiude quindi con un insegnamento che ha poco a che vedere con le critiche antiromantiche di Debord: è grazie all’uso di tutti i cinque sensi e dell’intuizione che il luogo attraversato ci parla, ci racconta, ci informa, ci tiene coscienti del nostro agire e ci avverte dei pericoli che noi stessi causiamo. Occorre che tutti diventiamo un po’ flaneurs.

Sorgente: TartaRugosa ha letto e scritto di: Gaspare Armato (2011) Il senso storico del flaneur Autorinediti, Napoli | Tracce e Sentieri.

TARTARUGHE, di Anna Bergna

TARTARUGA

Spinge la testa, la inclina di lato.

Le solletico la pelle del collo dov’è più sottile:

non ha altra compagnia,

mi pare indispensabile toccarla.

Penso alla saldatura dentro la corazza.

Legata disarmata

nell’abitacolo di un carro armato.

Ci rifletto stretta sul divano

sotto una coperta che potrei alzare.

Lei si affaccia, stende le zampe,

dietro sporge la coda,

ma dentro non può invitare alcuno:

condannata ad abitare sola la sua casa.

 

TARTARUGA 2

Pare l’evoluzione

abbia lavorato alla corazza

stretta in una cappa di paura.

L’accoppiamento

senza una pancia morbida,

io non capisco come si possa fare.

Senza carezze, come?

 

TARTARUGA 3

Mi cammina tra i piedi,

ma abitiamo lo stesso giardino?

Nell’angolo dove le foglie si sciolgono

ho sepolto il suo vecchio coinquilino:

un coniglio.

Ha un significato per lei?

Sa che la terra e un cimitero?

Vede lampeggiare la freccia?

 

Un mondo leggero il suo,

se e solo crosta di presente.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Andrée Bella (2014) Socrate in giardino, Passeggiate filosofiche tra gli alberi, Ponte alle Grazie, Salani Editore, Milano

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Andrée Bella (2014)

Socrate in giardino

Passeggiate filosofiche tra gli alberi

Ponte alle Grazie, Salani Editore, Milano

socragiardigrande

 

Non è questione di amare o meno la natura.

La questione riguarda piuttosto l’interrogarsi, il soffermarsi, l’ascoltare e l’ascoltarsi.

Perché ci sono vicende in cui l’uso delle parole può rivelarsi insufficiente, se non inopportuno e inefficace.

Sono le vicende dell’umana sorte legate al mistero, all’insondabile, all’ineffabile che, nella loro presunta individualità, si dispiegano  ad accogliere l’universale e l’eterno.

In quel  vuoto che si forma dentro, nel tempo surreale che può perdere il suo senso,volgere lo sguardo alla natura che ci possiede,  prendersi per mano e accompagnarsi lungo la vita diventa la terapia più profonda per ritrovare se stessi.

Per lo meno, da tartaruga la vedo così, e così la vorrei vivere, nonostante l’obiettiva difficoltà.

Ho imparato due definizioni di vita:

Bios (da cui biografia), che designa la vita legata al nostro nome e alla nostra storia, il cui inizio è sancito dalla data di nascita e la cui fine dalla data di morte.

Zoé (da cui zoologia), che designa la vita universale che ciascuno di noi si porta dentro, intrecciata sì alla bios, ma ben più ampia, una vita senza nome e al di là del pensiero.

Andrée Bella suggerisce di connettere il microcosmo (il proprio agire e il proprio sentire) al macrocosmo (quel tutto senza il quale la vita umana non avrebbe potuto darsi): “A partire da questa prospettiva il senso dell’anima si trova nel mondo e quello del mondo può essere riconosciuto e celebrato nell’anima e i due poli risultano essere indissociabili”.

Perché quindi non ispirarsi agli esercizi dell’antica terapeutica filosofica, grazie ai quali si può tentare di trasformare i propri modi di sentire e pensare?

E’ intorno a questo tema che il sottotitolo del libro “Passeggiate filosofiche tra gli alberi” ci insegna ad essere “sereni e fermi anche di fronte alle avversità, comprese la vecchiaia, la malattia e la morte stessa”, nonché a “vivere concretamente cercando di non smarrirsi nei meandri quotidiani del piccolo, soffocati da abitudini inerti o doveri vuoti”.

La prima passeggiata propone l’esperienza filosofica dell’autunno e le riflessioni mito-botaniche sulla perdita e sulla morte.

Fra noccioli, edere, betulle, è l’incontro con un pino silvestre in difficoltà che maggiormente mi colpisce. Proprio lui, “emblema immaginario di una forza che non soccombe all’arrivo del freddo” è lì, malato e in sofferenza, eppure sa che deve in qualche modo resistere, imparare a sopportare. Il pino dolorante allora evoca questo esercizio “Mettere a fuoco la capacità di resistenza”. “La capacità di resistenza è una cosa diversa da una stanca rassegnazione o dall’atto di ribellione, pur potendo coincidere in parte con l’una o con l’altro. A volte siamo costretti a subire situazioni che non possiamo cambiare. Situazioni difficilissime, malattie gravi, proprie o altrui, licenziamenti ingiusti, incidenti, morti improvvise e premature, inganni e così via. Situazioni per le quali non si vive, ma si sopravvive. … La capacità di resistere, che può avere tratti eroici anche in certi gesti quotidiani, come alzarsi ogni mattina … implica costanza, volontà e fatica. … La fatica può essere foriera di grande felicità, Ma bisogna imparare a sopportarla … Ogni difficoltà superata significa apprendimento, cambiamento.”. Come si può imparare qualcosa se prima non si sperimenta un crollo?

Anche l’incontro con i pioppi neri fortifica l’esercizio,

Narra la leggenda che Fetonte, figlio del dio Sole, riuscì a farsi prestare dal padre il carro di fuoco per poter volare nel cielo, ma la sua incapacità di governare le briglie rischiò di fargli bruciare l’intera terra  e Zeus fu quindi costretto a intervenire e a fulminarlo. Le sorelle Eliadi, vedendo il corpo cadere nel fiume Eridano, iniziarono a piangere senza smettere mai e Zeus, impietosito, le trasformò in pioppi neri. La loro corteccia nera ci ricorda che “bisogna saper guidare il carro, non avvicinarsi troppo al sole e neppure alla terra, saper stare in equilibrio. Il tentativo di trasfigurare il dolore e la sofferenza, di trascendere e trasformare il negativo e di oltrepassare il limite e salire, deve accompagnarsi alla conoscenza permessa dal discendere e dal vedere il limite e la morte”.

La seconda passeggiata celebra le nozze tra acqua e terra, con la bella metafora del “lasciarsi accadere” come i salici disposti in riva al fiume: “Rami che sanno ondeggiare assieme alla corrente, senza spezzarsi, delicati e potenti nell’arginare i fiumi”. L’esercizio è “Provare a stare con quello che c’è, dentro e fuori, ogni giorno”. “Accettare ciò che si è e si ha o non si ha più … La consapevolezza che è inutile inasprirsi, chiudersi, rifiutare ciò che accade. Inutile pensare che la propria sofferenza sia colpa degli altri o di qualcosa che ci manca”.

Ci vengono in aiuto gli stoici e la loro disciplina dell’assenso: vedere le cose così come sono, cercando di eliminare il giudizio e il pathos che le rende terribili e temibili per noi.

La forza acquatica, ricordiamolo, possiede le sue ombre e i suoi rischi. Possiamo infatti impantanarci nella palude: “quando il saper seguire e adattarsi alle situazioni diventa passività, fino a un’immobilità stagnante e mortifera. Una situazione psichica in cui tutto è annacquato e non ci si può appoggiare a nulla, i contorni si sciolgono e non permettono appigli”.

E’ l’ontano l’albero cui dobbiamo rivolgerci per arginare lo sprofondamento depressivo. Il legno di quest’albero, infatti, non marcisce (il ponte di Rialto poggia su pali di ontano, così come molteplici cattedrali medievali). “Dove l’acqua ristagna, ecco nascere gli ontani a fissare l’azoto dell’aria e a resistere. E’  una necessità di equilibrio e complementarietà, saper lasciare accadere e scegliere, accogliere e decidere, abbandonarsi e sforzarsi, ascoltare e prendere la parola, cedere e proporre, coltivare pace e saper combattere”.

Sempre dagli stoici un altro esercizio: “Inserire ogni oggetto nella catena delle cause”. Serve a ricordare che le cose non possono esistere da sole.

Ecco la quercia e la ghiandaia. La ghiandaia sputa nel terreno le ghiande che porta nel becco, le osserva e le ingoia di nuovo tutte, tranne una, che resta lì nel terreno, pronta a seguire il suo nuovo destino. Fa questa operazione più volte salvando se stessa e la quercia, che si propaga in continuazione. Gli stoici sostenevano che per un singolo fare il bene della comunità equivale anche a fare il proprio bene e invitavano quindi all’esercizio dell’azione al servizio degli altri.

Nella terza passeggiata, dedicata alle nozze tra terra e fuoco, l’esercizio proposto è “Attenzione alla sensazione e alla consapevolezza di essere vivi”. Ovunque. Persino in un parcheggio di città, dove il rapporto con la natura può essere solo immaginato. “L’accaparramento di suolo a fini commerciali, la parcellizzazione pianificata e la privatizzazione, l’aumento dei dispositivi di controllo e l’omogeneizzazione delle attività legate al consumo rendono più difficile abitare felicemente il territorio urbano. … Ma forse esiste, è esistito e sicuramente potrà sopravvivere un desiderio altrettanto intenso di liberarsi di tutto ciò. Un desiderio che mira a costruire vite, strade e case differenti. E’ il desiderio filosofico, un bisogno di trasformazione e miglioramento di sé e del mondo che con il possesso non ha nulla a che vedere”.

Guardiamo dunque quel fico che rompe il cemento e cresce nella crepa del muro. Il fico è il simbolo di illuminazione e conoscenza, della “forza misteriosa che si propaga e si espande. Oltre la morte. Instancabile. Eterna. E’ una volontà umana che cerca perseverante, nonostante il morire, il senso della vita”. Nella sua vitalità ci insegna che per alimentare la fiamma del mondo bisogna andare oltre ai propri interessi. Solo così, misteriosamente, potremo comprendere che soffiando sul fuoco del mondo si soffia su un fuoco che pure è nostro e ci è intimo.

Entusiasmarsi equivale ad avere un “soffio dentro”, cosa che accade ogni volta che respiriamo. Nella natura il respiro è dato dal vento e dal suono che produce soffiando fra gli alberi e “forse bisogna imparare dai pioppi tremuli, imparare a oscillare con il vento. Senza fermarlo, senza imprigionarlo, senza farsi sbatacchiare qua e là”. Ogni città dovrebbe possedere un luogo in cui fermarsi ad ascoltare il canto dei pioppi, un luogo dove “mettersi ad ascoltare la voce del vento. Per addolcire la scansione meccanica dei ritmi quotidiani e la visione ristretta del tempo rigidamente organizzato. Per rimettere  tutto questo nell’orizzonte terrestre, nel succedersi delle stagioni e delle ore geologiche”.

La quarta passeggiata, infine, propone riflessioni mito-botaniche sulla nascita e rinascita: “Essere o non essere. E’ come un glicine che si appoggia a un albero”. “Bisogna comprendere come esercitarsi a rinascere e a innamorarsi. Il memento mori, ricordati che devi morire, si trasforma in memento vivere, ricordati di vivere”.

E ricordarsi di vivere non è poi vicenda così scontata, in quanto l’abitudine può inibire l’esercizio della meraviglia e della sorpresa, precipitandoci nella noia, come già osservava Seneca “Il sole non ha spettatori se non durante le eclissi”. Orfeo, il mitico musico cantore, sceso vivo nell’Ade aveva saputo evocare con il suo canto cosmico la gratitudine per la bellezza di tutto ciò che vive ed è destinato a scomparire. E l’Amor fati di stoica memoria insegna proprio ad innamorarsi di ciò che naturalmente accade, così come enunciava Marco Aurelio: “Non devi cercare di ottenere che gli avvenimenti avvengano come tu vuoi, ma desiderare gli avvenimenti così come avvengono e sarai sereno”. L’esercizio in questo caso, quindi, è quello di mantenere alta la consapevolezza che non tutto dipende da noi in ciò che ci accade nella vita. Ciò che invece è strettamente dipendente da noi è il nostro modo di vivere e percepire gli eventi che ci capitano. Se qualsiasi cosa ci capiti è consueta e ovvia, allora ricordiamo che amore del fato significa “Amore di una primavera capace di non dimenticare l’autunno. E viceversa di un autunno capace di non dimenticare la primavera … Camminiamo memori di queste alternanze, sereni come coloro che si esercitano a non avere paura di ciò che normalmente si considera negativo. … Stoicamente, camminiamo”.

Imparare pertanto a lasciarsi sbocciare in primavera. Così come il serpente, nella prima giornata di sole, esce dalla propria pelle, pronto per indossarne una nuova.

O, da tartaruga, rivedere l’azzurro del cielo dopo aver contemplato il buio della terra.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Stephen King (2000), La tempesta del secolo, Sperling &Kupfer, Traduzione di Tullio Dobner

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Stephen King (2000)

La tempesta del secolo, Sperling &Kupfer

Traduzione di Tullio Dobner

tempesta

Questa volta Stephen King non lascia via di scampo: questa volta vince proprio il Male.

Siamo a Little Tall Island, una piccola isola davanti alla costa del Maine, un luogo che già conosciamo per avervi incontrato Dolores Claiborne, del cui marito più volte nel libro si ricorda la misteriosa morte.

E’ una piccola comunità che fa vanto della propria coesione e della propria capacità di conservare i segreti per fronteggiare i rigori di una natura ostile, soprattutto in quel 1989, quando dalla TV viene dato annuncio dell’arrivo della tempesta del secolo: “Venti da uragano lungo la costa del Maine e sulle isole … quando comincerà a cadere la neve l’intensità della precipitazione crescerà velocissimamente … Diciamo che l’entità delle precipitazioni sarà straordinaria. Un metro? Probabile. Due? Possibile anche questo”.

Affascinati anche dalla modalità narrativa – praticamente la diretta sceneggiatura di quello che diventerà un film televisivo – seguiamo pietrificati il parallelo avvicendarsi dei tre giorni di tormenta e il diabolico piano di Linoge, il Male vestito da mostro.

Mentre larghe falde di neve si infittiscono sempre più, avvolgendo dapprima strade, poi auto e furgoni, infine case e negozi, ombre di orrore si allungano nelle tenebre della notte che cala.

Le storie delle famiglie della comunità, nuclei compatti di amore ed affetto, iniziano a mostrare incrinature sottili che presto si aprono in larghe crepe, dove precipita quell’integrità di idea di famiglia perfetta.

Il primo omicidio non resta a lungo misterioso. Linoge ha voglia di essere arrestato. Fa parte del suo piano informare tutti da subito sul perché è lì: DATEMI QUELLO CHE VOGLIO E ME NE VADO.

Fuori la tempesta infuria e l’orribile presagio che mai più nulla sarà come prima è anche il cedimento del faro, simbolo di luce e orientamento.

Linoge è la diabolica creatura che proietta e contemporaneamente rispecchia il fondo buio della coscienza, là dove si ha paura di guardare.

Le scene orrorifiche che il Satana perpetra celano gli scheletri sepolti nelle storie degli apparentemente tranquilli abitanti dell’isola.

La presenza del Male come prodotto delle responsabilità individuali emerge come per incanto grazie alla sapiente regia di Linoge che SA e CONOSCE i segreti di ognuno e se ne arma le mani: “L’isola è piena di adulteri, pedofili, ladri, intemperanti, assassini, prepotenti, farabutti e avidi idioti. Io li conosco tutti … nato nel vizio, morto nel supplizio. Nato nel peccato, a entrare sia invitato”.

Mosse da una forza superiore e incontrollabile, delicate e sensibili creature soggiogate da vendetta, rancore, delusione, invidia che annebbiano vista e coscienza,  diventano attori di raccapriccio e terrore, di omicidi crudeli ed efferati, punizioni terribili per peccati commessi e mai confessati.

Linoge, presentificazione del Male e della Cattiva Coscienza, porta agli uomini della comunità il suo messaggio: “Io ho vissuto a lungo, migliaia di anni, ma non sono un dio e nemmeno uno degli immortali … Calcherò ancora qualche suolo quando voi sarete sotto terra. Ma dal punto di vista della mia esistenza personale, mi resta poco tempo … Voglio qualcuno da allevare e istruire; qualcuno a cui passare tutto quello che ho imparato e tutto ciò che so; voglio qualcuno che porti avanti il mio lavoro quando io non potrò più farlo … Voglio un bambino. Uno degli otto che dormono là dietro. Non m’importa quale, sono tutti uguali ai miei occhi. Datemi quello che voglio, datemelo spontaneamente, e andrò via. … Negatemelo e i sogni che avete fatto la notte scorsa si avvereranno. I bambini cadranno dal cielo, voi andrete a gettarvi nell’oceano, a due a due, e quando la tempesta sarà finita, troveranno quest’isola vuota, deserta”.

Il Male non può permettersi di svanire senza lasciare eredi.

Sono ancora i bambini innocenti ad essere vittime del Male, irretiti dai suoi giochi e dalle sue magie, dalla testa del suo bastone che da cane lupo con la bocca insaguinata può trasformarsi in cane affettuoso, festosa guida nel cielo azzurro dietro cui Linoge vola tenendo per mano due bambini, a loro volta uniti ad altri due, fino a formare una larga V.

Se il Male sente di essere a fine corsa, deve continuare a nutrirsi, e non è detto che la vittima sacrificale se ne dispiaccia: se allevata dalla tenera età, un giorno potrà persino chiamarlo padre …

“Datemi quello che voglio …” la realtà del sacrificio di un figlio è più insopportabile di qualsiasi altro scenario, ma l’alternativa (la scomparsa di tutti) è un’atrocità  tragicamente superiore ad ogni tipo di incubo.

Quanto possono ancora sopportare gli abitanti di Little Tall Island?

Mike Anderson, lo sceriffo, è l’unico che disperatamente tenta di resistere, di ricompattare le forze di ognuno: “Opporglisi, uno di fianco all’altro, spalla a spalla. Dirgli di no in una voce sola. Fare quello che c’è scritto sulla porta attraverso la quale passiamo per entrare qui dentro, avere fede in Dio e ciascuno nel suo prossimo. E allora … forse … se ne andrà. Come sempre se ne vanno le tempeste, quando hanno esaurito la loro energia”.

C’è un fascino misterioso e malato nel guardare in faccia il Male.

Qualcosa che attrae e ipnotizza.

Andy: “Che scelta abbiamo. Che cos’altro possiamo fare?”

Tavia: “Tu parli come se avesse intenzione di uccidere il bambino, Mike … Come se fosse una sorta di … di sacrificio umano. A me è sembrata piuttosto una specie di adozione”.

Jonas: “Anzi, gli promette lunga vita. Se gli si vuole credere, naturalmente. E dopo aver visto io … il fatto è che io gli credo”.

Per Mike il dolore è insopportabile, folle, senza senso. Il cerchio composto della piccola comunità si sfalda e anche Molly, sua moglie, gli è contraria: “Non ci siamo mai tirati indietro davanti ai nostri doveri, Michael. Abbiamo partecipato a tutti i momenti della vita di quest’isola e ne faremo parte anche questa volta”.

Nessuno può contrastare Linoge. Ciò che hanno visto ha fatto loro capire che la sua forza soprannaturale ha la possibilità di sovvertire il corso degli eventi secondo un preciso disegno di distruzione.

Meglio accettare il mostruoso aut-aut. La pallina nera resterà fra le mani di Molly, segno che il prescelto da Linoge diventerà proprio il figlioletto di Molly e Mike.

E Linoge ringrazia.

“Avete fatto una cosa difficile, amici miei, ma a dispetto di quanto possa avervi detto lo sceriffo, è anche una cosa buona. La cosa giusta. La sola cosa, in realtà, che avrebbero potuto fare persone responsabili e amorevoli, date le circostanze”.

I segreti hanno bisogno di qualcuno che li ascolti, perché se rimangono prigionieri nel cuore di chi li vive, non potrà esserci salvezza.

Mike lascia l’isola e, a distanza di anni, coosceremo l’evoluzione dei personaggi incontrati durante la famosa tempesta del secolo.

Diversamente da altri romanzi di King, qui non siamo in presenza della favola che oppone il Bene al Male. Qui la paura del nostro tempo prende il sopravvento, è come se il mondo si svelasse a se stesso tirando fuori l’Ombra annidata nei gesti più banali, nelle pareti della casa, nei sotterranei della città.

E’ un romanzo senza speranza: infine il Male ce l’ha fatta a venire a regnare sulla Terra.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Ian McEwan (2005), SABATO, Einaudi, Traduzione di Susanna Basso

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Ian McEwan (2005)

SABATO, Einaudi

Traduzione di Susanna Basso

sabato

 

Una costante tensione pervade Henry – “quarantotto anni, e già in pieno sonno alle nove e mezza di un venerdì sera; ecco che cosa significa professionalità al giorno d’oggi” – da quando, quel sabato, nell’avvicinarsi della luce del giorno, una strana euforia lo cattura e lo porta alla finestra, da dove assisterà ad un atterraggio di emergenza di un aereo in fiamme.

Così inizia quella sua mattina, incupita dall’ansia di capire e di sapere che cosa sta succedendo su quell’aereo, ora che nella memoria ancora ben impresso rimane l’11 settembre che ha mutato la storia.

Una tensione che si dilata nell’attesa della comunicazione del fatto ai notiziari televisivi e che non si allenta quando si annuncia  che la causa è dovuta ad un incendio determinato da un guasto elettrico a bordo, “una notizia che ha deluso le aspettative – neanche un malvagio, nemmeno un morto” perché ormai così gira il mondo e nulla è più sicuro e vien da dubitare persino sugli incidenti tecnici.

Questo è il “dopo” dell’11 settembre e nel trascorrere delle ore di quel sabato l’ombra  di quel tragico avvenimento spesso ritornerà a far capolino nei dubbi, nelle discussioni, nello stile decisionale di questo affermato neurochirurgo che si prepara a vivere una giornata  in cui più eventi debbono incastrarsi per godersi l’ordine domenicale.

La famiglia Perowne, londinese, organizza il sabato nel rispetto dei ruoli, tempi e aspettative di ogni singolo suo membro.

Vari ingredienti fanno da contesto: intreccio e scontro generazionale, pressione del clima storico-politico contemporaneo, scienza e bioetica, dubbi dell’età di mezzo. Tutto avvolto in un freddo febbraio londinese in un susseguirsi di scenari esterni ed interni: la piazza, la manifestazione, il campo di squash, l’ospedale, la casa di riposo, l’agiata residenza privata.

I gesti e i pensieri di Henry ci accompagnano in questo spaccato di storia familiare che pur nel rocambolesco sviluppo di sole ventiquattro ore ci permette di capire come la famiglia Perowne abbia saputo coniugare al proprio interno prestigio, affermazione, carriera, comprensione, affetti durevoli nonostante le singole, comprensibili, diverse visioni del mondo.

Henry, un affermato neurochirurgo e Rosalind, una brillante avvocatessa, fidata e fedele compagna: “del resto, in una ambiziosa mezza età, spesso sembra non esistere altro che il lavoro … in assenza del lavoro può addirittura sembrare che non ci sia niente, che Henry e Rosalind Perowne non siano niente”.

E poi Theo, il figlio adolescente immerso nella musica, sicura promessa del suo futuro e Daisy, la giovane figlia diventata improvvisamente donna e i suoi premi letterari, quasi certa eredità del nonno materno John Grammaticus, geloso custode dei segreti della poesia e del poetare.

Già, i figli: per Henry la tensione è rivolta alla difficoltà di essere genitori, alle perplessità nel comprendere le possibili influenze sullo sviluppo del loro carattere e del loro atteggiamento verso la vita: “Ma ciò che davvero determina il genere di persone che sta per arrrivare nella nostra vita è l’incontro di quel singolo spermatozoo con quel singolo ovulo, e il modo in cui saranno scelte le carte dai rispettivi mazzi, come verranno mescolate, tagliate e distribuite al momento della ricombinazione”.

E  c’è anche Lilian, l’anziana madre che “aveva dedicato la vita alla casa, ai riti quotidiani di lustrare, spolverare, pulire e riordinare … E’ sicuramente a causa sua che Henry si sente a proprio agio in sala operatoria .. col pavimento tirato a cera, gli strumenti chirurgici in acciaio sistemati in file parallele su un vassoio sterile…”. Ora è stata rapita dall’Alzheimer e “ci volle un giorno per smantellare la sua vita” dopo averla condotta in casa di riposo.

In quel sabato, giornata in cui il “tempo risulta sempre interrotto, non soltanto da missioni e incombenze famigliari e sportive, ma anche dall’inquietudine che deriva da queste settimanali isole d’ozio” l’agenda si preannuncia densa di attività.

Ma può accadere che in una giornata come il sabato le strade si riempino di centinaia e centinaia di persone per dimostrare “di avere molto a cuore la vita degli iracheni … senza che nessuna di quelle persone sia stata torturata dal regime, o conosca e ami qualcuno che lo sia stato, e neppure sappia granché perfino dei luoghi in questione”.

Può anche accadere, quel sabato, che “lo schianto di uno specchietto tranciato insieme allo stridore di lamiere sfregate mentre due auto contemporaneamente si immettono in un corridoio largo abbastanza ad accoglierne una soltanto” non sia un incidente di poco conto, ma rappresenti il punto di avvio di una drammatica escalation, con risvolti imprevedibili, essendo uno dei due guidatori una persona colpita da una grave patologia neurodegenerativa quale il morbo di Huntington.

Una giornata, quel sabato, che Henry ha programmato a misura: la partita di squash col collega anestesista Jay Strauss – “detestano perdere tutte e due”; la spesa per la cena a base di pesce in occasione del rientro della primogenita e del suocero; la visita alla madre in casa di riposo, ben sapendo che “lei non lo aspetta e non resterebbe delusa se lui non si presentasse”; la partecipazione alla prova del concerto del figlio, perché “Theo suona come un angelo … e l’orgoglio per il proprio figlio – inseparabile dal piacere che gli procura la musica stessa – si manifesta con la sensazione di una stretta al torace, non lontana dal dolore fisico”.

Le ore del sabato scivolano e la gioia per il rientro della figlia si scontra con la tensione per l’inevitabile discussione sulla manifestazione e sull’ipotetico esito dell’invasione americana in Iraq. E’ così difficile per Henry schierarsi a tutto tondo o con i pacifisti o con i sostenitori degli Stati Uniti. Conflitto acceso, duro, dove il peso dell’età e lo spettro dello scorrere del tempo conducono ad una più pacata interpretazione degli accadimenti, diversamente dalla veemenza ideologica di quegli stessi pacifisti che manifestano per poter “revocare l’intervento prima che sia troppo tardi”.  “Dio ci scampi dagli utopisti, uomini pieni di zelo e sicuri del cammino verso l’ordine sociale e perfetto. Eccoli di nuovo, totalitaristi sotto altre spoglie, innocui e isolati adesso, ma in costante crescita e pieni di rabbia e smaniosi di un ennesimo bagno di sangue”.

Un padre in netto contrasto con la figlia che quasi non crede alla per lei nuova versione paterna: “Di genocidi e torture, di fosse comuni, apparati di sicurezza e totalitarismi criminali, la generazione dell’i-Pod non vuole sentirne parlare. Che niente venga a turbare il loro mondo di sballo da ecstasy, voli a prezzi stracciati e reality show … L’Islam radicale detesta la vostra libertà”.

Insomma, un sabato laborioso ed impegnativo.

A cui si aggiunge la tensione sotterranea per quel banale incidente d’auto e quella diagnosi formulata a colpo d’occhio, destinati a diventare per Henry la fiammella che alimenterà lunghe e dolorose riflessioni sul senso della vita, sulle decisioni politiche, sull’etica della cura, sull’elogio del dubbio , il non senso della vendetta, la probabilità del perdono.

Giacchè tutto sembra precipitare quando, al momento della cena di quel sabato,  il giovane malato e i suoi accoliti faranno irruzione nell’abitazione di Henry, tenendo Rosalind sotto minaccia di un coltello: “Il fatto che Baxter sia qui è logico, ovvio …Ma certo! Quasi tutti gli elementi della sua giornata si trovano riuniti qui, manca solo che compaiano sua madre e Joy Strauss con la racchetta da squash”. “Ma come ha potuto non capire che è pericoloso umiliare un uomo emotivamente labile come Baxter? Il tutto per scampare a un pestaggio e arrivare in tempo utile alla partita di squash”.

I colpi di scena per sbrogliare l’oscura scena non mancheranno di sollevare altri indugi ed interrogativi nell’ Henry professionista, così rinomato e così in balia della scelta fra sé umano e sé difensore della vita.

“Perché a dispetto di tutti i progressi recenti, ancora non si è scoperto come questo approssimativo chilogrammo di cellule ben protette codifichi di fatto le informazioni, come custodisca esperienze, sogni, ricordi e propositi … Ma i limiti dell’arte, cioè della neurochirurgia allo stato attuale delle cose, sono piuttosto inequivocabili: di fronte a questi codici sconosciuti, a questo fitto e geniale circuito, lui e i suoi colleghi possono offrire giusto la competenza di un intervento idraulico”.

Quel sabato infine volge al termine, lasciando il ricordo di come “le conseguenze di un atto possano sfuggire al nostro controllo e generare altri eventi, ulteriori conseguenze fino a trascinarci in situazioni che mai ci saremmo sognati di scegliere”.

Sabato, una giornata che scivolerà dentro il giorno che segue, pur nella consapevolezza che “nessuna domenica contiene la stessa promessa né l’energia del giorno che la precede”.

Sabato, metafora del giorno del dubbio, età dell’incertezza, obbligo di procedere.