la citazione della estate del 2025: “La tartaruga, se pur lenta, è la prima a tornare sempre a casa”

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“La tartaruga è l’animale più lento, ma è il primo che torna sempre a casa”, Fabrizio Caramagna

“La tartaruga è l’animale più lento,

ma è il primo che torna sempre a casa”

(Fabrizio Caramagna)

Juno, una piccola tartaruga, e Woody, un gatto rosso vivace, sono diventati protagonisti di un inaspettato legame, in La Stampa

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Juno e Woody, il legame speciale tra una tartaruga e un gatto che ha conquistato tutti – La Stampa

Tutto è iniziato il giorno in cui Juno è arrivata nella sua nuova casa. Woody, il gatto di famiglia, ha subito mostrato un interesse insospettabile per la piccola tartaruga. La sua curiosità si è trasformata presto in una sorta di affetto: ogni mattina, Woody era lì, presente al bagno quotidiano di Juno, osservando con occhi attenti e affettuosi.

Montgomery Sy, Il tempo delle tartarughe. Come l’animale più longevo ci insegna a prenderci cura di noi e del mondo, Aboca, 2025

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TartaRugosa ha letto e scritto di: Andrea Bajani (2025), L’anniversario, Feltrinelli, Milano

A distanza di circa dieci anni – quando nel suo libro Un bene al mondo Bajani guardava al dolore come a un cagnolino che ovunque ti segue, fedele – si delineano in questa sua nuova opera alcune ricorsività: in quel romanzo un dolore non addomesticato del padre che talora si trasforma in violenza incontrollata, una visita della polizia di fronte a una casa devastata dalla sua furia devastatrice, viaggi e tentativi di separazione da quel cane che, in ogni caso, pazientemente attende ritorno. Non si fa mai cenno alla figura materna.

Madre che invece ne L’anniversario compare “sfilettata” dall’ingombro paterno in una serie di passaggi narrativi acuminati:

Se non ho mai scritto di mia madre è perché per farlo va scorporata da mio padre, il che richiede un’attitudine chirurgica specifica, una freddezza della mano. Richiede lentezza e precisione, un bisturi grammaticale. … Scorporare mia madre da mio padre significa, letteralmente, sottrarla all’invasione con cui la figura di mio padre si è imposta sistematicamente al nostro immaginario …

La porzione di mondo che occupava mia madre era così trascurabile da non chiedere udienza. L’ingombro familiare era tutto per mio padre, che si era messo al centro della scena e aveva scritto per così dire la versione unica del romanzo familiare.

Una famiglia apparentemente come tante, appartata, riservata, ma così normale come normali ci vengono descritte le tante famiglie che finiscono sulla cronaca nera dei quotidiani, lasciando sbigottiti ignari vicini, che mai si sarebbero potuti immaginare quelle loro aberranti, tragiche azioni compiute fra le mura domestiche. …

Il racconto è del figlio, che cerca di ricostruire la sua saga familiare iniziando a liberare la voce al decimo anniversario dall’abbandono definitivo della casa dei genitori.

Sono ricordi di dettagli (su cui spesso dichiara non valga la pena di dilungarsi) che, per spiegare la natura dello strappo, emergono in forma implicita, per lasciare spazio a immagini che cercano di svelare come si origina (e persevera senza disinnescarsi) un matrimonio patriarcale.

Se emblematica è la figura del padre, autoritario dal retaggio fascista, carnefice a cui piace atteggiarsi a vittima, è la figura della madre a rivestire il prototipo della donna vessata così “convinta di non valere nulla da desiderarsi lei stessa di essere invisibile”. Due storie molto dissimili: quella del padre, figlio di una famiglia diseredata la cui madre per sopravvivere fa la donna delle pulizie; quella della madre, figlia della piccola borghesia benestante, educata al rispetto, alla riservatezza e allo studio.

Sarà proprio durante gli ultimi due anni del liceo che i due ragazzi si incontrano, ma mentre lei si iscrive all’università, lui, senza ambizioni, corteggia la giovane mettendola incinta per due volte, costringendola quindi ad abbandonare gli studii per diventare la donna che Lui desiderava.

… così mia madre cucinava, faceva le parole crociate e si addormentava sul divano mentre mio padre leggeva.

Quello che mia madre viveva era un patriarcato differente, più vicino a un totalitarismo: mio padre teneva i conti, guidava l’auto, stabiliva le linee dell’educazione di noi figli, si occupava della nostra istruzione, e a lei restava la gestione spicciola del cambio letti, cucina e pulizie.

Timida e sottomessa, rivela da subito la propensione ad assecondare in tutte le forme possibili l’arroganza del marito, come quando – per non arrivare tardi all’appuntamento e non trovando il suo orologio da polso – si presenta trafelata con una grossa sveglia da tavola.

O quando, trovato già chiuso il contatore dell’acqua prima della partenza per le vacanze, lava i denti nello sciacquone del water.

O quando, avvicinandosi l’orario del rientro dal lavoro del marito, congeda velocemente quelle poche amiche con cui, peraltro, fatica a confrontarsi se non per sporadici episodi aneddotici dei figli.

O, ancora, l’accettazione passiva di un’amante del marito- che ne invocava una necessità irrinunciabile – e verso la quale l’atto di ribellione, sollecitato dall’unica residua amica ,innesca una potenziale bomba: dopo aver lasciato un biglietto sul parabrezza dell’auto dell’amante quell’amicizia si dissolve e di quello che successe dopo col marito non è rimasta traccia.

L’amica rimasta era una minaccia all’istituzione totalitaria che lui aveva messo in piedi. Il potere eversivo dell’amica era dato dalla sua disperazione e da un femminismo istintivo, di azioni più che di parole. Il fatto che mia madre scendesse le scale, attraversasse la strada sulle strisce pedonali ed entrasse in un portone differente fu sufficiente per mio padre a percepire il rischio dell’incendio.

Nemmeno un breve periodo quasi felice di lavoro presso un supermercato, in sostituzione di maternità, riesce ad appagare il suo desiderio di autostima e parziale indipendenza economica, anzi diventa ulteriore motivo di umiliazione poiché:

“… l’impiego di commessa venne rubricato come svago, come l’intrattenimento di cui, dal punto di vita di mio padre, lei aveva un po’ misteriosamente manifestato l’esigenza. Fu dunque sottratto di ciò che gli era proprio, l’essere mia madre forza lavoro in cambio di un salario con cui dare il proprio contributo alla nostra famiglia”

Il telefono entra più volte simbolicamente in scena: in primo luogo perché il padre lo rifiuta, probabilmente a causa di un antico episodio di violenza riservato a un cliente mentre, nella capitale, faceva il commesso in una valigeria. In seguito alle minacce di ritorsione, l’allora giovane padre, terrorizzato, aveva deciso di trasferirsi da Roma al nord, lasciando moglie e figli a carico della sua di madre.

Decise allora di lasciare Roma e trasferirsi al nord in attesa di abituarsi alla novità prima di chiamare moglie e figli. La madre, predisposta all’inesistenza, non attecchì mai in quel paese, dove continuò a restare invisibile. Anche l’assenza del telefono, per timore di essere raggiunto dai nemici rendeva totale l’isolamento di mia madre”,

Quando finalmente l’apparecchio entra in casa,

venne intestato a mia madre. La ragione difensiva era identica al divieto precedente: non voleva essere intercettato. Chiunque fosse la persona da cui fuggiva, lui non doveva essere trovato”.

Ma il telefono è altresì immagine di liberazione: lo ritroviamo infatti come strumento privilegiato della psicoterapeuta cui il figlio si rivolge per chiedere aiuto. Chi svolge una professione di aiuto sa infatti che fissare un appuntamento non sempre è sufficiente e, se una persona si sente disperata, il telefono diventa prima fonte di soccorso.

Che il figlio necessiti di aiuto è inequivocabile: quando finalmente decide di allontanarsi da casa per rendersi indipendente, chiamare i genitori al telefono o saltuariamente visitarli in occasione delle feste comandate fa troppo male:

I crampi all’intestino cinque giorni a settimana, la tachicardia lungo la strada verso la provincia, la bottiglia di grappa accanto al telefono d casa per raggiungere l’altra sponda di una conversazione con i miei stordìmenti nel mezzo delle frasi, la necessità di infilare con due mani la chiave nella toppa della loro casa per contrastare il tremito, le dita bianche di paura, gli incubi notturni … tutto questo fino a 41 anni era lo stato delle cose”.

Secondo l’inclinazione dell’autore già emersa nei suoi precedenti romanzi, ci immergiamo nuovamente nella complessità delle dinamiche affettive, con un profondo sguardo introspettivo volto ad indagare senza infingimenti le ripercussioni che la violenza nata da un bisogno d’amore incapace di esprimersi possono generare nelle vere vittime innocenti, i figli delle coppie disfunzionali.

In questa disgraziata famiglia tutti i personaggi (mai identificati da un nome ma dal semplice grado di parentela) vivono il loro trauma:

La madre:

Lui voleva che lei fosse niente per potere, lui, essere qualcosa, e lei voleva essere niente perché essere niente era almeno qualcosa. … Trasformò la vita di sua moglie in un deserto senza vita all’orizzonte, Solo che lei era l’unica in grado di abitarlo, quel deserto, l’unica che aveva espresso una rinuncia così totale, così definitiva, a tutto”.

La sorella:

pensava alle sue faccende. Ci detestava: mio padre perché era un dittatore e me perchè, per quieto vivere, cioè per vigliaccheria, lo blandivo legittimando così il suo potere incontrastato e lasciando lei per giunta sola, quindi impossibilitata ad affrontarlo fino in fondo”.

Il padre:

Attraverso la violenza mio padre pretendeva amore. Il paradosso era che, per mio padre, nonostante fosse lui il colpevole, fosse ovvio essere lui a dover perdonare, in una misteriosa distribuzione a pioggia delle colpe..Era l’unico modo, se non per chiedere perdono, certo per venire assolto. E senza assoluzione si sentiva condannato al baratro assoluto. Questo era il compito implicito di mia madre,. Si faceva perdonare umiliandosi. Aveva dunque quel potere, di proteggerlo dal male che le faceva. O meglio, proteggerlo dal male che faceva a tutti noi”.

Il figlio:

Adesso, riguardando tutto con il dispositivo pensante del romanzo, c’è un elemento che si impone: in ogni scena – mio padre che colpisce il figlio o lo spinge contro il muro – mia madre non compare. O meglio, in ogni scena mia madre guarda altrove. Più che il corpo di mio padre che sovrasta, è quello di lei che si sottrae. Quel sottrarsi,per timidezza o per timore, è quello che mi resta”.

Porre fine a un circolo così avvelenato diventa possibile nell’unico modo scelto dal figlio e ricordato nel decennale dell’anniversario:

Dieci anni fa, quel giorno ho visto i miei genitori per l’ultima volta, Da allora ho messo su un muro inespugnabile, ho messo un oceano di mezzo. Sono stati i dieci anni migliori della mia vita”.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Murakami Haruki (2024), La città e le sue mura incerte, Traduzione di Antonietta Pastore, Einaudi

Da quale parte mi trovavo in realtà? Cioè, quale parte della mia persona, quella di qua o quella di là, era il vero me stesso?

E’ in questo dilemma che Murakami ci trascina, lasciandoci col fiato sospeso sino all’ultima pagina: quale mistero nasconde quella strana città circondata da mura altissime, attraversata da un fiume su cui sorgono tre ponti di pietra e dove, nella piazza principale, domina un orologio senza lancette perché le stagioni mutano ma le ore non le conta nessuno?

Infatti l’orologio non è lì per mostrare l’ora. E’ lì per dire che il tempo non ha senso. Non si è fermato, non ha proprio senso”.

In quella strana città sono proibite le emozioni e non ci sono animali, ma solo uccelli in grado di oltrepassare le mura volando e zoccoli di mandrie di unicorni dal mantello dorato che calpestano le strade lastricate di pietra, gli unici viventi che possono entrare ed uscire dalla città grazie al severo Guardiano che vigila il portone dell’ingresso, quale protettore e regolatore tra mondo interno ed esterno alle mura.

Conosciamo da subito quella città grazie all’acerbo amore adolescenziale tra un lui di 17 anni e una lei sedicenne ( di entrambi non sapremo mai il nome, primo elemento costitutivo dell’identità) che però non è la vera lei, perché quella che compare è solo la sua ombra.

La vera lei, infatti, abita in quella misteriosa città e lavora in una biblioteca molto particolare poiché custodisce, in contenitori a forma di uovo, i sogni degli abitanti espulsi, accessibili solo al Lettore dei Sogni, l’unico in grado di far rivivere i sogni altrui e che potrebbe coincidere con l’amato lui, possessore dei requisiti adatti:

“Il tuo ruolo, nella biblioteca, è proteggere i vecchi sogni allineati sugli scaffali, custodirli con cura. Scegliere quelli che vanno presi, segnare sul registro quelli già letti. Aprire la porta d’ingresso poco prima del tramonto, accendere le lampade, e la stufa nella stagione fredda”.

E’ destino dell’ombra non avere vita durevole: la forte attrazione tra i due ragazzi, mantenuta anche attraverso un cospicuo contatto epistolare, improvvisamente si affievolisce, sbiadisce, fino a scomparire. Dell’ombra di lei non esisterà più traccia, ma il suo ricordo, intenso e doloroso, si impossesserà inesorabilmente, e per sempre, di quel diciassettenne innamorato, modificando la sua esistenza.

Sull’onda della forza dell’amore e alla continua ricerca del luogo immaginario descritto dall’ombra della perduta lei, il giovane protagonista riuscirà, senza nemmeno sapere come, a entrare nella città dalle mura incerte.

Una volta varcata la soglia, però, dovrà accettare le dure regole imposte dal Guardiano:per accedere deve rinunciare alla sua ombra, lasciarsi ferire gli occhi, accettare di non uscire più dalla città.

Queste le condizioni per vivere in quella realtà parallela e diventare Lettore dei Sogni nella biblioteca dove la ragazza effettivamente lavora, ma – scoprirà amaramente – senza conservare alcun ricordo della loro intensa storia d’amore.

Come è possibile vivere un amore non compiuto senza la memoria?

“Una persona senza ricordi possiamo dire che sia la stessa? … A quale dei due mondi volevo appartenere?”

Quando il soggiorno nella città si interrompe e il narrante torna nel mondo reale, il ricordo della ragazza e di ciò che non è potuto essere fra loro due diventa ossessione, impedendogli una crescita sentimentale serena e l’innamoramento di qualcuno diverso da lei.

Seguiamo in un tempo senza linearità lo sviluppo degli eventi, nell’enigmatica e surreale atmosfera di ciò che è già accaduto o è in corso o è nel futuro, sempre accompagnati dalla volontà del narrante di sfuggire alla realtà per trovare la propria identità, il suo vero sé più profondo.

I ricordi si erano allontanati col passare del tempo, oppure non erano mai esistiti? E quelli che conservavo, fino a dove corrispondevano alla realtà, da che punto in poi diventavano fantasie? In quale misura erano fatti davvero accaduti e in quale misura invenzioni?”

Con una perenne “sensazione di essere fuori posto … un insignificante pezzo di ricambio”, diventato adulto, il protagonista decide di abbandonare un insoddisfacente posto di lavoro. Un emblematico sogno lo indurrà a cercare impiego in una biblioteca (Il romanzo racchiude un inno alle biblioteche, ai libri, alla lettura, alla scrittura).

Ho sognato la biblioteca, la vedevo come se l’avessi intorno, in tutti i suoi dettagli. Lavoravo lì. Non era però la biblioteca della città dalle alte mura. Era una biblioteca normale, come ce ne sono ovunque. E sui suoi scaffali non erano allineati vecchi sogni, ma libri fatti di carta, con una copertina”.

In un piccolo paese sperduto fra le montagne, dopo essere stato selezionato per l’incarico dal direttore della biblioteca – l’originale sig. Koyasu vestito con la gonna – scoprirà di interagire con il suo fantasma, visibile solo ai suoi occhi e a quelli della fedele segretaria.

Il Sig. Koyasu ha usato il suo denaro per questa impresa, innanzitutto perché possedere e gestire una biblioteca era da sempre il suo sogno. Creare un posto speciale dall’atmosfera accogliente, radunarvi una gran quantità di libri che gli utenti potessero prendere e leggere in libertà … questo era il piccolo mondo ideale del sig. Koyasu. Anzi, il suo piccolo universo.

Anche il Sig. Koyasu ha alle spalle una drammatica vicenda d’amore: il suo bambino morto per un incidente e il suicidio della moglie spegneranno i suoi desideri e la gioia di vivere, lasciando spazio solo all’amore per i libri e la lettura.

Gli incontri di Koyasu col suo nuovo successore, inizialmente giustificati per aiutarlo ad acquisire il passaggio di informazioni, diventeranno sempre più intimi e il fantasma dovrà rispondere a domande sul perché il protagonista, dopo aver agognato l’ingresso nella città dalle alte mura, la abbandona, guidandolo così verso una migliore comprensione del suo animo:

Tuttavia, da quanto mi ha raccontato, mi verrebbe da pensare: non è che magari, in realtà, lei desiderava tutto quello che le è accaduto? Se è successo, è perché il suo cuore, benché lei non ne fosse consapevole, lo voleva. Anzi, non è vero neanche questo. Lei ha lucidamente deciso, di sua volontà, di restare in quella città enigmatica. Però la sua volontà vera non lo desiderava. In un angolo in fondo al suo cuore lei voleva uscirne e tornare in questo mondo.

In un continuo superamento di confini fra sogno, realtà, fantasmi, ombre parlanti, misteri, oltre al fantasma del bibliotecario incontreremo una barista, anche lei in fuga dal suo passato, e un ragazzo autistico che indossa un’inseparabile felpa col disegno di un sottomarino giallo e la scritta Yellow submarine.

Assisteremo alla faticosa nascita di una relazione fra la barista e il narrante:
Le nostre esperienze di vita avevano molto in comune, così tra lei e me si è creata una certa familiarità. Eravamo due forestieri, due persone sole, arrivate come spinte dal vento in una piccola città tra i monti del Nord. Saremmo riusciti a mettere radici? Anche questo non era sicuro”.

Il freddo, la neve, il gelo, la pioggia, il buio costituiscono spesso il fondale scenografico del romanzo e, nel mondo reale, segnano la cadenza delle stagioni, mentre nella città dalle alte mura, dove il tempo per gli esseri umani è fermo sempre allo stesso punto, sono gli unicorni a ritmare il tempo, morendo stremati dal clima polare durante l’inverno e uccidendosi nei combattimenti per l’accoppiamento durante la primavera.

Un’atmosfera rarefatta permea l’alternarsi di molteplici sentimenti, solitudine, nostalgia, malinconia, memoria, morte: ogni soggetto ha il suo lutto da elaborare, ma senza declinare in uno sbocco distruttivo. Ognuno è alla ricerca di una nuova meta da raggiungere, nel rispetto dei propri limiti. La ricerca della propria identità è il punto focale di ogni attore della storia, che gioca con la propria ombra senza preoccuparsi troppo dei confini tra conscio e inconscio, speranza e illusione, immaginazione, realtà e sogno.

Emerge inoltre, nello stile di Murakami, il tema del doppio: il sé che si riflette nello sguardo dell’altro. In tal senso, che ruolo riveste M**, il ragazzo autistico di circa sedici, diciassette anni?

Anche lui è affascinato dai libri: “si sedeva sempre allo stesso tavolo vicino alla finestra e si metteva subito a leggere con espressione concentrata. A parte voltare pagina ogni tanto, non si muoveva quasi. Nutriva sicuramente un grande passione per i libri”.

Memorizzare ogni contenuto è l’unica grande abilità visibile di M**, considerato che non parla con nessuno e solo a pochi rivolge l’unica domanda relativa alla data di nascita per poter calcolare il giorno della settimana corrispondente alla venuta al mondo (la indovina sempre).

Anche M** si sente fuori posto nel mondo reale e lo dimostrerà disegnando una mappa quasi precisa della città dalle alte mura dove vuol essere accompagnato dal protagonista.

Devo a ogni costo diventare il Lettore dei sogni. Assumerò la carica al tuo posto. E ’l’unica cosa che ti chiedo. … Quindi voglio diventare tutt’uno con te. In tal modo potrei andare a leggere ogni giorno i vecchi sogni, come se fossi te … Diventando tutt’uno con me, sarai te stesso più di prima, in modo più vero e più naturale. Non te ne pentirai, te lo garantisco. E quando penserai che sarà arrivato il momento di andartene, lo potrai fare”.

Rieccoci di nuovo dentro la città dalle alte mura, mura incerte, mura che si spostano autonomamente, perché i confini tra interno ed esterno sono in perenne movimento

Può darsi che una realtà non sia una sola. La realtà è forse qualcosa che noi dobbiamo scegliere fra tante possibilità …cosa è reale e cosa non lo è.? ..esiste davvero un muro divisorio tra la realtà e l’irrealtà?

Nell’incipiente primavera, qualcosa turba il narrante nonostante la buona riuscita della simbiosi con Yellow submarine.

Sembra che qualcosa dentro di me si stia alterando. Ma non capisco di quale alterazione si tratti, che senso abbia tutto questo. Sto brancolando nel buio

E’ giunto il momento della scelta: “se lo si desidera con tutto il cuore” quel contro-mondo oltre le barriere del tempo, popolato da unicorni e da persone senza ombra, né memoria, né curiosità, può essere definitivamente abbandonato. L’ombra, fedelmente in attesa dall’altra parte del muro, è pronta per il ricongiungimento.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Hanif Kureishi (2024), In frantumi, Bompiani, Traduzione di Gioia Guerzoni

Hanif Kureishi è scrittore, drammaturgo, autore di testi teatrali e sceneggiatore di film che abbiamo visto e amato (fra cui My beautiful laundrette, Sammy e Rose vanno a letto), nonché autore di numerosi romanzi adattati a film che hanno ricevuto prestigiosi riconoscimenti.

Due anni fa, nella giornata di Santo Stefano, in vacanza a Roma, cade rovinosamente, riportando gravi lesioni alla colonna vertebrale e perdendo il controllo di gran parte del corpo. Dopo quella caduta Hanif non può più camminare e compiere qualsiasi azione senza l’aiuto altrui.

6 gennaio 2023 – 26. dicembre 2023 è il periodo durante il quale, quotidianamente, suo figlio Carlo e la compagna Isabella sostituiranno le sue mani, scrivendo sotto dettatura i dispacci che Hanif vuole raccontare per descrivere il drastico cambiamento della sua vita.

Esordio amaro, il suo: “io non pensavo al passato quanto al futuro, a tutto quello che mi era stato sottratto, a tutte le cose che volevo fare”. L’odissea che deve attraversare, tuttavia, non è di sola disperazione. Nella sua testimonianza riconosciamo lo stile ironico, pungente, schietto che lo caratterizza e la ricerca, fra alti e bassi, di esercitare la sua creatività, nonostante tutto:

Vorrei che quello che mi è capitato non fosse mai successo, ma non c’è famiglia al mondo che possa sottrarsi alla catastrofe o al disastro. Però da queste pause inaspettate devono nascere nuove occasioni di creatività”.

Quando tutto diventa complicato e non puoi fare nulla, nemmeno grattarti la testa, per vincere la noia dell’immobilità e l’angoscia della paralisi, sarà la forza del ricordo a riempire le ore pesanti della solitudine, soprattutto durante le assenze degli affetti che intorno a lui si prodigano nel corso delle sue degenze nei diversi ospedali:

Gli eventi del passato riemergono apparentemente a caso. Se non hai futuro,il passato viene a trovarti”.

Molti gli aneddoti che si rincorrono pagina dopo pagina. Senza censure e senza mezzi termini, sono frequenti gli episodi dedicati alle cure ricevute, alla professionalità dei vari operatori che lo circondano, alla descrizione delle operazioni più intime che, nei momenti di maggior ottimismo, assumono una tonalità quasi divertente:

Scusatemi un attimo, devo fare il clistere”.

Il mio corpo viene invaso di continuo .. qualcuno mi infila un ago nel braccio, mentre un’altra infermiera mi fa una puntura nella pancia e un terzo mi infila un tubo nel culo. … in un’altra stanza un uomo mi colpisce venti volte in testa con una grande racchetta da ping pong magnetica, che pare mi faccia bene.

Mi hanno toccato più sconosciuti negli ultimi nove mesi che in tutta la mia vita”.

Non mancano però i periodi dello scoramento e della fatica di riconoscere ciò che è diventato:

E’ un’agonia essere me stesso”.

Pakistano, scrittore, storpio, chi sono ora”?

Nella consapevolezza che la nuova condizione probabilmente resterà permanente. Kureishi si aggrappa a quanto più gli è caro: la scrittura e gli episodi dell’infanzia durante i quali, ancor prima di iniziare, aveva già definito la strada da percorrere:

Un giorno, mentre guardavo fuori dalla finestra a scuola, mi sono definito scrittore”.

Riannoda i fili con il passato, riportando alla luce il padre, aspirante romanziere circondato da libri, la depressione della madre, i dibattiti sul significato e la pratica della scrittura, il paragone con la cultura degli anni della ribellione e della contestazione, quando anche lui stesso deve confrontarsi col ruolo di genitore:

-“ho scoperto che la paternità era più catastrofica che meravigliosa” …

Con i miei figli ho passato delle serate divertenti a base di coca, e ci sono amici che prendono l’MDMA con i loro figli … i miei ragazzi però mi hanno introdotto ai funghi allucinogni. …La gente non dovrebbe essere traumatizzata dal sesso o dalle droghe, bisognerebbe insegnare a tutti ad apprezzarle come piaceri fondamentali”

Ora, nella malattia, può confessare a se stesso di essere “orgoglioso di dipendere da persone che mi amano”, poiché l’evento occorso ha sbaragliato la vita di tutta la famiglia, oltre che la propria, e non può non riconoscere che in questa sua tenace lotta per accettare la nuova identità, figli, ex moglie e la nuova compagna (che ha accettato la sua proposta di matrimonio) costituiscono, insieme agli amici, una preziosa e insostituibile rete di sostegno.

In questa sua nuova esistenza fra le corsie degli ospedali scopre inoltre la rivalutazione della conversazione:

Da quando ho avuto l’incidente la mia vita è cambiata, e passo il tempo a parlare con le persone. La conversazione è una cosa inutile nel senso migliore del termine, non ci si guadagna nulla, non offre nessun vantaggio materiale. C’è solo il piacere di star lì con un altro essere umano, di ascoltarlo, di uno scambio effimero che non ha molto altro significato al di là di una gratificazione temporanea condivisa.

Alle persone piace parlare, vogliono raccontare di sé, vogliono che gli altri le conoscano”.

Fra frustrazione e ironia, fra italia e Inghilterra, si avvicina finalmente lo sperato, e al contempo temuto, ritorno a casa, luogo da riadattare per accoglierlo con la sua disabilità, ma privandolo della sicurezza di poter contare in ogni momento sull’apporto professionale degli operatori addetti alle cure.

A casa sarà tutto diverso. Se ci penso mi rendo conto che non sono in grado di fare quasi niente da solo….Quando penso al futuro la portata della mia disabilità mi è sempre più chiara”.

Il diario di Kureishi, di straordinaria forza emotiva, si conclude a un anno esatto dall’incidente, consegnando al lettore un uomo ancora in frantumi -” io non dimentico, che sono ancora un uomo a pezzi con un corpo in frantumi” -. ma la cui vita è illuminata dalla presenza di chi gli vuole bene e che, come lui, si adopera per adattarsi a un qui e ora che non si sa come evolverà:

Cambiamo di continuo, impossibile tornare indietro. Il mio mondo ha preso male una curva mentre prima filava via dritto: è stato distrutto, rifatto e alterato e io non posso farci niente. Ma io non mi voglio lasciar andare: di tutto questo voglio fare qualcosa”.

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TartaRugosa ha letto e scritto di: Laura Imai Messina (2024), Tutti gli indirizzi perduti, Einaudi, Torino

Di Awashima – minuscola isola del Mare interno di Seto – e del suo Ufficio Postale alla Deriva, Laura Imai Messina aveva già accennato nel suo libro Giappone a colori: un ufficio tinto di grigio, il colore della solitudine, destinato a ricevere lettere indirizzate a persone che non le leggeranno mai.

Quel luogo ora ritorna ad avere un ruolo primario nel suo ultimo romanzo, letteralmente divorato, e che, inevitabilmente, mi trascina verso un altro indimenticabile luogo – il telefono del vento – anch’esso diventato sua opera dal titolo Quel che affidiamo al vento.

Prima di addentrarsi nel romanzo, è utile conoscere la storia della nascita: un vecchio ufficio postale ormai in disuso venne ceduto per una manifestazione artistica, nata con l’obiettivo di rivitalizzare le isole sempre più spopolate del Mar del Giappone. Una giovane studentessa dell’Università delle Arti, Saya Kubota, propose di creare un’installazione adibita alla raccolta di tutte le lettere spedite a chi un indirizzo non lo possiede e al loro archivio in cassette postali oscillanti al soffitto che, emettendo il suono delle onde in movimento, avrebbero simulato quello della deriva (da cui il nome di “Ufficio Postale alla Deriva”).

Ogni visitatore avrebbe potuto lasciare un messaggio scritto, ma anche leggere o sfogliare quelli archiviati e, ancora, appropriarsene nel caso avesse percepito un’analogia con la propria storia, diventando quindi simbolicamente il destinatario che quella missiva cercava.

Nakata Katsuhisa è il direttore di questo Ufficio: ha novant’anni e mantiene caparbiamente aperto un luogo destinato ad essere chiuso alla fine della Triennale, per la quale era stato realizzato.

Incredibilmente, infatti, l’Ufficio Postale alla Deriva ha raggiunto una popolarità tale da attraversare tutto il globo: in undici anni di attività sono giunte più di 60.000 lettere dai più disparati contenuti, sensazioni, pensieri, emozioni che vogliono essere narrate anche senza poter essere recapitate all’interlocutore prescelto.

Grazie all’interesse di Laura Imai Messina e alla sua profonda e introspettiva capacità letteraria e poetica, apriamo il suo libro ed arriveremo in questa piccola isola di non più di 150 abitanti nel momento in cui la protagonista Risa vi approda, proritariamente per creare un archivio delle lettere senza indirizzo che si sono accatastate nel corso del tempo – “Awashima è l’indirizzo che ha preso in carica tutti gli indirizzi perduti della terra”, – ma anche perché:

c’era un altro motivo … esisteva la possibilità concreta che ad Awashima fossero arrivate proprio dal suo passato parole indirizzate a lei soltanto”.

Scopriremo lentamente la sua storia: Risa è figlia di un padre postino, scrupoloso e attento affinché nessuna delle lettere andasse perduta, da cui eredita la stessa dedizione in tutto ciò che fa (lo impariamo dalle prime pagine, quando ancora bambina si perde per consegnare una lettera) e di una madre imperfetta, che le ha instillato paure profonde relativamente alla maternità e all’angoscia di diventare lei stessa portatrice della sua malattia psichica, di origine ignota.

Madre cui ha dovuto rinunciare sin da piccola:
La fatica di vivere di sua madre era una cosa che usciva dai cartoni del latte la mattina a colazione, che si depositava insieme alla polvere sui libri di suo padre, qualcosa che ti trovavi nel bel mezzo della cena mentre lei si accasciava con il volto affondato in una minestra, o ancora all’alba quando serviva andare a recuperarla perché vagava da una stanza all’altra con la borsa a tracolla, i piedi scalzi e recitando il proprio nome, data e luogo di nascita come fosse alla frontiera”.

Era però quella stessa madre che l’aveva spinta a “credere che quanto non si vede, non si tocca e non possiede un nome possa essere persino più importante di ciò che invece si vede, si tocca e ha una voce dedicata nel vocabolario … e che è dall’incontro con gli sconosciuti che può nascere lo straordinario”.

Risa, grazie alla professione paterna e alla sua sensibilità, ha sempre avuto un rapporto speciale con le lettere, soprattutto per quelle che, per motivi diversi, erano candidate al macero e da lui salvate, addolorato da quella fine poco gloriosa.

Già da ragazzina gli aveva posto delle domande sulle origini di quegli scritti:

– “Ma perché le persone scrivono queste lettere se poi non c’è nessuno a leggerle? Lo sanno che le lettere non arriveranno da nessuna parte, no?”

– “Sì, lo sanno. Lo fanno perché, immagino, scrivere le fa sentire bene” … “Sono messaggi in bottiglia lanciati senza troppe illusioni nel mare, tutto il senso dello scrivere queste lettere è precisamente scriverle. Scriverle per scriverle, non perché vengano lette”.

Ulteriore obiettivo, pertanto, è portare all’Ufficio Postale anche tutte le lettere mai recapitate, conservate dal padre.

L’incontro con il direttore dell’Ufficio, il novantaduenne Baba, risveglia quelle sensazioni. Lo stupore dell’uomo nel verificare che ogni giorno arrivavano nuove lettere da tutte le parti del mondo gli fa abbandonare l’idea di una ‘stramberia’ letta sui giornali e finita lì, avviandolo ad analoga conclusione del padre di Risa:

“… le persone hanno bisogno di scrivere. Ho capito che, per alcune di loro, farlo coincide con sopravvivere ci sono persone che vivono meglio quando scrivono all’amante perduto, al padre defunto, al figlio malato oppure a se stesse, nel presente o nel passato … i bambini scrivono ai giocattoli che hanno smarrito, o ai compagni con cui hanno litigato, o agli animali di casa quando scompaiono, pongono a se stessi delle domande enormi e apprendono così la morte”.

Leggendo le lettere, Risa entra nella vita di chi le scrive, scopre le interconnessioni, si imbatte in emozioni profonde. Impara anche a conoscere i residenti dell’isola, le loro abitudini, l’attaccamento a un luogo che va sempre più spopolandosi.

Scopre altresì che il tempo sospeso con l’incarico all l’Università si allunga in continuazione, e la causa non è legata esclusivamente alla complessità della catalogazione.

C’è Takuto e la sua scelta di vivere nell’isola per sempre: la sua discrezione non è disgiunta da un’attenzione continua verso Risa e “al suo sguardo interrogativo sulle cose”.

Una relazione che cresce silenziosamente, nonostante le paure inconfessabili di Risa.

Commoventi interludi epistolari compaiono fra i diversi capitoli della storia, aperture di anime verso persone, luoghi, animali, vegetali, oggetti, velati di nostalgia, malinconia, rabbia, perdono, interrogativi, pensieri, ricordi …

Risa riuscirà, alla fine, a ritrovare le tanto desiderate lettere della madre.

Una ricerca e un ritrovamento dolorosi, pagati a duro costo, ma necessari, come succede per ogni transizione incontrata nel cammino della vita.

Da quel pomeriggio di giugno… avvertì soprattutto il desiderio di tornare a catalogare le lettere rimaste inevase e di leggere quelle recapitate all’ufficio postale alla deriva durante quel periodo. L’idea di riprendere l’incarico all’università, invece, la teneva lontana. Non tentò nemmeno un momento di ingannarsi: la vecchia vita era finita”.

Ma la storia non poteva finire senza che un altro cerchio si chiudesse e così, come per incanto, Risa troverà fra la moltitudine di lettere quella inaspettata, quella che parla proprio di lei e a lei, e sulla cui busta compare il nome del mittente. Questa volta l’indirizzo non è andato perduto. Si tratta solo di decidere a quale parte di Risa quel messaggio era rivolto.

p.s.: L’Ufficio Postale alla Deriva è aperto dal 2022 il secondo e quarto sabato di ogni mese dalle 13 alle 16. Se hai qualcosa da scrivere ecco il suo indirizzo: c/o Hyoryu Yubinkyoku 1317-2 Takumacho Awashima, Mitoyo Kagawa 769-1108 Japan