TartaRugosa ha letto e scritto di: Alberta Basaglia (2014) con Giulietta Raccanelli Le nuvole di Picasso Feltrinelli, Milano

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Alberta Basaglia (2014)

con Giulietta Raccanelli

Le nuvole di Picasso

Feltrinelli, Milano

C’è un passato che ritorna, leggendo queste pagine.

Il fatto che Alberta abbia tre anni e una virgola più di me significa aver vissuto più o meno contemporaneamente eventi, cultura, musica, letture di quegli anni. Gli anni del baby-boom, della risalita economica, ma anche gli anni delle conquiste sociali, delle piccole-grandi rivoluzioni, delle contestazioni.

La differenza è che Alberta questo clima l’ha vissuto da protagonista, anziché da spettatrice.

E’ attraverso lo sguardo di una bambina affetta da coloboma che le sue parole scivolano libere, così come le nuvole vaganti nei cieli azzurri disegnate sulla carta da pacchi.

“Ma tu perché guardi con la testa storta?” “Perché guardo storto? Perché così ci vedo meglio”. Una risposta perfetta, positiva e soddisfacente per il pubblico, ma anche per la bambina curiosa, che dalla sua simile si aspettava solo una cosa semplice come le cinque parole ricevute…. Esistono anche modi semplici per comunicare.

Vedere di sghembo non è certo un impedimento: ho vissuto senza limitazioni. Sono stata lasciata libera di decidere il mio modo di vedere. …La vita dei due genitori che mi erano capitati in sorte era talmente identificata nella loro scelta che tutto rientrava nello stesso calderone: l’idea era che tutti, proprio tutti – maschi, femmine, matti, malati, bambini, bambini malati – dovevano avere una possibilità per poter vivere la loro vita. La malattia c’è, non la si nega, ma il fatto che ci sia non deve impedire alla persona in questione di poter vivere e agli altri intorno di poter stare con lei.

Il passo indietro negli anni è vivido. Ci sono i riferimenti a Pippi Calzelunghe (Pippi, Pippi, Pippi che nome, fa’ un po’ ridere,
ma voi riderete per quello che farò!), agli episodi della Freccia Nera (prime identificazioni adolescenziali nell’eroe Aldo Reggiani e la sua amata, l’esordiente Loretta Goggi), ai cartoni del Carosello (Pallina con la sua coda bionda ballare e lucidare i pavimenti con la cera Solex o per non poter sognare sulla vita sempre rosa con la brava Maria Rosa e sul gigante buono che a detta delle mie compagne pensava sempre lui a tutto), ma anche ai primi prodotti di “lusso” e alla prima versione del centro commerciale: la Standa.

Ma non bastava, per nutrire la mia cultura assetata di pop andavo anche alla Standa. Con l’Adriana e la Marisa giravo tra gli scaffali e ascoltavo il sottofondo sonoro, le canzoni “da Standa” appunto: Twist and shout, Nessuno mi può giudicare, E la pioggia che va, Ventinove settembre. Poi, finalmente, con i punti della Mira Lanza sono arrivati il mangiadischi portatile marrone e una radiolina.  … Nella rivoluzione normale di casa nostra si era così costruito uno spazio accogliente per molti generi diversi. Per Patty Pravo, per Mozart, per le canzoni partigiane, per i canti dei minatori del Sulcis. Lucio battisti invece era escluso dalla nostra familiare hit parade; era troppo alto il rischio di aprire l’inevitabile infinito dibattito su un quesito ai tempi fondamentale: “Ma Battisti è di destra o compagno?”.

Sì, c’è proprio tutto. Solo che per Alberta lo sfondo delle sue nuvole è di grande respiro:

Alla fine la casa si svuotava e iniziava il ticchettio della macchina da scrivere della mamma. Nella penombra sentivo il fumo di sigaretta che fluttuava da una camera all’altra, insieme alle parole di Franco e Franca. …Le loro voci in compagnia delle truppe intellettuali evocate: Marcuse, Sartre, Conolly, Goffmann,. Heidegger, Hegel, Marx, Gramsci. Arrivavano tutti puntuali a darmi la buonanotte. Era la mia ninna-nanna, che durava fino a tarda, tardissima ora… C’è quella teoria che dice che se di notte mentre dormi qualcuno ti legge delle cose, tu alla fine le impari, nel sonno, senza nemmeno rendertene conto. Credo che sia quello che è successo a me.

Scorrendo le pagine l’una dopo l’altra si riesce ad entrare in quelle giornate frenetiche, intense, con il kilt rosso e blu, l’infantile invidia per i vestiti a fiori della Rosa, i maglioni senza cuciture preparati dalla Franca con i gomitoli arrivati dalle matasse stese sulle braccia di Alberta: braccia ben dritte in avanti per tenere tesa la lana tra polso e gomito, movimento leggermente ondulatorio per permettere al filo di scorrere veloce e arrotolarsi per bene e con ritmo in mano alla mamma, davanti a me; io da una parte e lei dall’altra della stanza.

Scene di ordinaria quotidianità, come i viaggi in macchina da Gorizia a Venezia e le interminabili soste di Franco dal rigattiere: Franco si aggirava tra i vecchi mobili impolverati e le tante piccole cose di pessimo gusto che in genere affollano questi luoghi …  Tra tanta paccottiglia, annusato il pezzo che gli interessava, partiva con un lungo, lento, ragionato avvicinamento … sfide lanciate a se stesso per riuscire a portare dalla sua il robivecchi.

Lo stesso Franco che sulla spiaggia, dopo cinque brevi, contemplativi minuti, già scalpita e ridacchiando dice: “Bè, adesso andiamo?”. “Ma se siamo appena arrivati!” … A ripensarci, anche il tempo libero può essere noioso se non riesce a entusiasmarti quanto ti entusiasma il tuo mestiere. Beato lui che si è trovato un lavoro che gli è piaciuto così tanto.

E piano piano arrivano le personalità della Franca e del Franco dell’Alberta e dell’Enrico: Nessuno ci ha mai lasciato “di là” perché “non erano cose da bambini”. In quell’ultimo luminoso piano del palazzo della Provincia, le porte non si chiudevano, le parole ci raggiungevano sempre, da una stanza all’altra, insieme all’odore del fumo di sigaretta, al ticchettio della macchina da scrivere e agli squilli del telefono. Queste diverse presenze erano il mio quotidiano. Questa è stata per me la rivoluzione più normale del mondo.

C’è il caffè del Signor Toni, appuntamento irrinunciabile di ogni sabato:

Poi giù di corsa, perché il signor Toni stava aspettando Franco al bar del piano terra. Era il momento del loro caffè. Non c’era settimana che lo saltassero. … Appena ci vedeva ci salutava con un sorriso mesto e gli occhi tormentati di chi convive con la sofferenza mentale e con le sue numerose crisi. Quelle sedute al tavolino del bar evidentemente funzionavano e sono andate avanti per anni. E per anni lui è riuscito a non smarrirsi … Quelle conversazioni con Franco davanti a un caffè riuscivano a non farlo perdere nei suoi fantasmi … Il papà ci avrebbe raggiunto di lì a neanche un’ora.

C’è la Lettera 22 della Franca:

Un giorno capita che sulla libreria-scrivania della mamma, la sua Olivetti carta da zucchero abbia un foglio scritto quasi per intero che spunta fuori dal rullo gommoso … Riconosco nella storia appena letta tutto il lavorio, tutto il fermento che mi stava attorno. Riconosco i medici entusiasti dell’impresa, quelli che venivano a tavola con noi. … Eccolo qui il ribaltone in corso nelle mura dell’ospedale di papà. La mamma con queste sue righe me lo mostrava attraverso le sue parole … Nel 1982 il libro sarebbe uscito col titolo Manicomio, perché?

E intanto corre l’anno Sessantotto:

Sui muri appena fuori dalle aule comparivano scritte nuove “Voglio essere orfano”. I genitori erano diventati istituzioni da abbattere alla luce del sole. Ma papà mio malgrado, per quegli studenti non era da buttare, anzi. Era considerato uno di loro, perché lui dal ’68 stava a Gorizia a riorganizzare i seicento matti dell’ospedale psichiatrico, a smantellare la sua istituzione, mattone dopo mattone. …Contestarlo sarebbe diventato un lusso solo nostro, molto privato.

La storia che oggi noi conosciamo come Legge Basaglia, Alberta l’annuncia con la parole ascoltate in una mitica trasmissione di quei tempi, TV7, direttamente dalla voce di Sergio Zavoli:

Nel novembre del 1962 l’équipe psichiatrica diretta dal professor Franco Basaglia, apre il primo reparto dell’ospedale e inaugura, anche in Italia, la comunità terapeutica.

E lievi come le nuvole, ci sono anche loro, i matti. Le pareti arancioni e blu del signor Velio,  il signor Carletto in portineria e le signore brutte e grasse ma fresche di parrucchiere, fiere delle loro pettinature da casco e bigodino, la Desolina che ricamava immagini sacre, la Maria che stava silenziosa, quando era tranquilla, Ma anche la Romana di anni 11 e i tanti bambini dimenticati che Alberta troverà nel 1978, diventata grande e decisa, per la sua tesi di laurea, di setacciare cento anni di vita dell’ospedale, dal 1872 al 1972, per scoprire quanti bambini dimenticati in vita e in morte siano passati di lì, per farli uscire da quelle carte ammuffite e per leggere le loro storie. … Sempre invisibili, mischiati ai pazienti adulti. Ero decisa a farmi amici anche loro. Solo così avrei potuto controllare l’angoscia e guadagnarmi la forza di raccontarli.

Vedere di sghembo non è certo un impedimento, quando si decide di alzare i tappeti e mostrare la polvere che c’è sotto nascosta.

“Vede, la cosa importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibile diventa possibile. Dieci, quindici, vent’anni fa era impensabile che un manicomio potesse essere distrutto. Magari i manicomi torneranno a essere chiusi e più chiusi di prima, io non lo so, ma a ogni modo noi abbiamo dimostrato che si può assistere la persona folle in un altro modo e la testimonianza è fondamentale. Non credo che il fatto che un’azione riesca a generalizzarsi voglia dire che si è vinto. Il punto importante è un altro, è che ora si sa cosa si può fare”. Avrebbe detto così mio papà, un anno prima di morire, durante il giro di conferenze in Brasile; era il 28 giugno 1979.

Oggi, 2014.

C’è un passato che ritorna, leggendo le pagine di Alberta. Il mio passato con i “miei” matti, in quel parco che ancora domina la città.

A loro, a Franco, alla Franca e ad Alberta dedico uno dei primi successi di Davide Van De Sfroos e una serie di fotografie in attesa della libertà.

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