TartaRugosa ha letto e scritto di: Simon Winchester (2018), Il professore e il pazzo, Traduzione di Maria Cristini Leardini, Adelphi Edizioni, Milano

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Simon Winchester (2018)

Il professore e il pazzo

Traduzione di Maria Cristini Leardini

Adelphi Edizioni, Milano

 

Mi chiedo perché io sia sempre così attratta dalle storie ambientate nell’Inghilterra vittoriana. Non conosco la Gran Bretagna e la sua capitale, eppure nei film, come nei libri, la fantasia e l’immaginazione mi trascinano nelle strade fumose, caligginose, nebbiose, maggiormente in periferia, dove industrie, case, fiumiciattoli e destini malfamati si intersecano con le contraddizioni e le divisioni sociali, povertà e filantropia, furti e riscatti, espedienti e ricchezza. E’ indubbio che ci sia lo zampino di Charles Dickens e dei suoi monumentali romanzi sociali; insieme a lui altri grandi come Robert Louis Stevenson, Arthur Conan Doyle e, più tardi, in versione femminile, le sorelle Bronte. Jane Austen, Virginia Woolf avranno sicuramente lasciato il segno nei miei viaggi interiori.

Un altro quesito riguarda il perché sia il film sia questo libro di Winchester mi abbiano letteralmente stregata e trascinata nel vortice della storia delle parole.

Su quest’ultimo, forse, una spiegazione (direbbe TartaRugoso) è legata al mio desiderio di controllo, ma di fatto tutto ciò che ha a che fare con le liste, gli elenchi, le classificazioni, mi affascina.

Il Professore e il Pazzo non è solo la storia dei suoi due principali artefici, il Prof. James Murrray, responsabile e direttore editoriale del progetto, e il Dr. William Minor, internato nel manicomio di Broadmoor, principale collaboratore nella costruzione dell’Oxford English Dictionary.

Il vero protagonista è lui, il dizionario, o meglio, le parole che contiene.

Nato per volontà dell’esclusiva Philological Society di Londra ci vollero più di settant’anni per creare i dodici mastodontici volumi che formavano la prima edizione di quello che sarebbe diventato il grande Oxford English Dictionary (OED). Fu portato a termine nel 1928; negli anni successivi ci furono cinque supplementi e poi, mezzo secolo dopo, una seconda edizione che integrava la prima e tutti i volumi supplementari in una nuova serie di venti volumi.

Per la mia probabile latente ossessività l’elemento più fascinoso è la ricerca del significato di ogni parola (origini, storia e trasformazioni) attraverso l’uso di citazioni che dimostravano esattamente come era stata usata una parola nel corso dei secoli, quali sottili variazioni aveva subito nelle sue sfumature di significato, nell’ortografia o nella pronuncia e, cosa forse ancor più importante, come e più esattamente quando era entrata per la prima volta nella lingua.

L’urgenza di un così ambizioso progetto derivava dal fatto che in un’epoca pullulante di intensa attività intellettuale, i pochi dizionari esistenti erano piuttosto modesti e imperfetti: quando William Shakespeare scriveva le sue opere, non poteva verificare l’esattezza di parole insolite, non avrebbe trovato nessun libro che gli dicesse se la parola che aveva scelto era scritta correttamente, se l’aveva scelta bene, e se l’aveva usata nel modo giusto e nel punto giusto.

Imperdonabile. Anche in considerazione che l’espansione geografica di quegli anni stava portando la lingua inglese a diventare internazionale e quindi necessitava di essere meglio conosciuta e, soprattutto, per una forma di orgoglio nazionale, non si poteva essere inferiori a italiani, francesi e tedeschi già molto avanti per la salvaguardia del proprio patrimonio linguistico (in Italia l’Accademia della Crusca risale al 1582).

Anche l’Inghilterra doveva munirsi di un dizionario il cui fulcro fosse la storia dell’arco di esistenza di ogni singola parola, una sua biografia corredata di atto di nascita che mostrasse dove era stata usata per la prima volta.

E’ un assioma che esistano tre alternative per stilare un elenco di parole. Si possono registrare le parole che si sentono. Si possono copiare le parole da altri dizionari già esistenti. Oppure si può leggere e poi, nel più scrupoloso dei modi, registrare tutte le parole che si sono lette, selezionarle e disporle in un elenco.

Di questo incarico fu ritenuto idoneo James Murray, le cui competenze vengono da lui stesso così descritte: La filologia è stata per tutta la vita il mio campo di ricerca favorito, possiedo una padronanza generale della lingua e della letteratura delle classi ariane e siro-arabiche; delle lingue romanze italiano, francese, catalano, spagnolo, latino e in misura minore portoghese, valdese, provenzale e vari dialetti; un’accettabile familiarità con l’olandese, tedesco, francese e occasionalmente fiammingo, danese. So un po’ di celtico e al momento sono impegnato con lo slavo, avendo raggiunto una soddisfacente conoscenza del russo.

Di certo il candidato ideale per il conferimento del contratto, accettato il quale Murray prese due decisioni: costruire lo Scriptorium, piccolo edificio in cui si sarebbe riunito con i suoi collaboratori per curare l’edizione del dizionario; scrivere un appello a tutti i lettori di lingua inglese per arruolare un corposo numero di volontari che leggessero e segnalassero le parole ritenute valevoli di essere inserite nel dizionario.

L’appello inserito nei giornali, riviste, libri raggiunse, fra gli altri, anche il manicomio criminale di Broadmoor, nel Berkshare, e capitò nelle mani di William Minor, lì ricoverato da otto anni, in seguito a un omicidio di un passante da lui ritenuto suo persecutore.

Soffriva di manie di persecuzione, è vero; ma era un uomo sensibile e intelligente, laureato a Yale, istruito e curioso. Era, si capisce, incredibilmente ansioso di avere qualcosa di utile da fare, qualcosa che potesse occupare le settimane e i mesi e gli anni e i decenni che gli si prospettavano.

Nel libro sono minuziosamente descritte le storie di vita di entrambi questi due uomini. Particolarmente emblematica la vicenda esistenziale dell’americano Minor, l’insorgenza e l’evoluzione della sua malattia che lo porterà a gesti autolesionisti drammatici e che troverà in Murray un fedele amico, pronto a sostenere la sua causa di rimpatrio negli Stati Uniti.

La trama che seguo, però, è centrata sul metodo della costruzione dell’opera letteraria e sicuramente, senza l’ausilio del Dr. Minor, forse il destino della stessa sarebbe stata ben diversa.

Quando si parla di metodo, anche la follia può rivelarsi utile. Ecco come Minor riuscì a non disperdersi fra i rivoli della monumentale ricerca e a diventare, seppur a distanza, fondamentale sostegno per l’edificazione del dizionario, già in crisi alla lettera A:

Prese da un cassetto quattro fogli di carta bianca e una boccetta di inchiostro nero e scelse la penna dal pennino più sottile. Piegò i fogli in due formando un quaderno, un fascicolo di otto pagine. … Ogniqualvolta incontrava una parola di suo interesse, la trascriveva in caratteri minuscoli, quasi microscopici, nella giusta posizione all’interno del quaderno che aveva creato. … La scrisse nella prima colonna, e decise di inserire la parola e il relativo numero di pagina a circa un terzo dell’altezza. La posizione era precisa e il motivo era che Minor era certo di trovare, prima o poi, un’altra parola interessante che iniziasse con la stessa lettera, e quindi calcolava la possibilità che venisse inserita o prima o dopo la parola già scritta e,dopo l’inserimento, lasciava un po’ di spazio nell’eventualità di incontrare un’altra parola che iniziasse con la stessa lettera. .. Parola dopo parola, ciascuna con l’ortografia esatta, la posizione nel quaderno perfettamente appropriata, la pagina del libro in cui si trovava riportata con precisione, la lista cresceva e cresceva.

Questo metodo di lavoro, totalmente diverso da quello degli altri, lo mise in grado di poter rispondere prontamente alle richieste provenienti da Murray: ricevuta la parola ricercata, non aveva altro da fare che controllare la sua esistenza nella lista (e quasi sempre l’aveva già selezionata), risalire alle fonti, ricopiare la biografia di quella specifica parola e spedirla allo Scriptorium (la parola Art sarebbe stato il suo primo cimento).

Allo Scriptorium, dove arrivavano un migliaio di schede al giorno, un impiegato divideva il contenuto di ogni mazzetto in base all’ordine alfabetico, un altro divideva le parole in base alle varie parti del discorso cui appartenevano e infine un altro controllava che le citazioni fossero disposte in ordine cronologico. Un redattore provvedeva a suddividere i significati della parola secondo le varie sfumature assunte nel corso della sua esistenza e scriveva la definizione.

Nel 1928 l’annuncio finale del suo completamento:

Dodici ponderosi volumi; 414.825 parole definite; 1.827.306 citazioni esemplificative utilizzate, decine di migliaia delle quali offerte dal solo William Minor. Messi l’uno accanto all’altro, i caratteri coprono 286 chilometri, ovvero la distanza che separa Londra da Manchester. Scartando tutti i segni di interpunzione e tutti gli spazi, ci sono ben 227.779.589 tra lettere e numeri.

Ad ogni nuovo capitolo è entusiasmante imbattersi in esergo in una voce originale dell’OED che introduce all’argomento ivi trattato.

E, ci credereste?, naturalmente in vendita su Amazon in versione Nuovo o Usato con l’unico rammarico dei commentatori sul peso eccessivo …

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