TartaRugosa ha letto e scritto di: Fredrik Backman (2018), L’uomo che metteva in ordine il mondo, Mondadori. Traduzione di Anna Airoldi

Ebbene sì, le vacanze di Natale di quest’anno hanno salutato una TartaRugosa trasgressiva: prima il piacere, poi il dovere.

In effetti la pila di libri sulla scrivania che, accanto a quelli di studio e di lavoro, cresceva di giorno in giorno era una tentazione troppo grossa per resistere. E così dal 20 dicembre a Santo Stefano, più che mai ritirata nel mio guscio, ho macinato pagine su pagine. E sono stata punita. Dall’influenza.

Ora che le vacanze sono finite, mi ritrovo con la stessa lunga lista di cose da fare stilata al loro inizio (opportunamente accompagnata dalla mitica frase “Mi ci dedicherò durante le feste”), ma non sono pentita. In vecchiaia anche le tartarughe diventano un po’ incoscienti.

Dei libri divorati, alcuni sono stati un piacevole passatempo, altri decisamente più incisivi. Perché, gira e rigira, nonostante tutto, si sono rivelati quelli più attinenti alle mie tematiche professionali.

Nella mia proverbiale lentezza, non potendo scriverne di ognuno, tenterò di estrapolare quanto meno delle chiavi che, in forma differente, ruotano al racconto che più mi ha emozionato e che dà il titolo a questo post.

Le chiavi sono “relazioni”, “morte” ,“elaborazione del lutto”, “tempo”.

Il testo di Vittorio LingiardiIo, tu, noi, Vivere con se stessi, l’altro, gli altri” rappresenta lo sfondo su cui si stagliano i romanzi di Pierre LemaitreIl colore dell’incendio”, di Sandro VeronesiIl colibrì” e, appunto, questo di Fredrik Backman.

Rispondono, sia pur in maniera differenziata, ad alcune domande che lo psichiatra si pone: “Come si può vivere con gli altri se non si riesce a convivere con se stessi? Come organizzare in modo coerente la propria esistenza senza cedere alla tentazione della rigidità?”. “Ogni giorno ci imbattiamo in noi stessi … Vogliamo cose diverse, spesso incompatibili: avventura e sicurezza, solitudine e compagnia, fermezza e patteggiamento, parola e silenzio”.

Nei patchwork narrativi qui trattati, tutti i protagonisti devono affrontare emozioni e dolori utilizzando i propri meccanismi vicendevolmente difensivi e proiettivi.

Madeleine Péricourt, ne “Il cuore dell’incendio”, è la protagonista che, ai tempi del primo dopoguerra, si trova improvvisamente a gestire l’impero finanziario della famiglia dopo la morte del padre e un inatteso e sorprendente incidente del figlioletto. La madre – siamo all’inizio degli anni Trenta – deve fare i conti con personaggi che si scopriranno sordidi, corrotti e in corsa per il potere: o soccombere, o difendersi a spada tratta grazie a machiavellici intrighi, in cui le orchestrazioni e le scelte effettuate sovvertiranno i destini di molti uomini.

La convivenza che Madeleine deve garantire a se stessa sarà alimentata da uno spietato spirito di vendetta sempre in bilico tra morale e desiderio, che tuttavia le consentirà di sopravvivere e di superare i dolori del passato: “Madeleine rimase per un po’ a fissare il tavolo, il bicchiere, il giornale. Era già esausta per quello che si apprestava a fare. La sua morale e gli scrupoli che provava la spingevano a desistere, mentre la collera e il risentimento la inducevano a farlo. Cedette al rancore, come sempre”.

Marco Carrera, ne “Il colibrì”, ci accompagna nella sua saga familiare come farebbe il colibrì, capace di volare indietro: nonostante tutto sembri precipitarlo in un fondo sempre più buio, nell’apparente immobilismo Marco dimostra che si può sopravvivere anche restando fermi, esattamente come le ali del colibrì che freneticamente battono per tenerlo sospeso nell’aria e fargli conquistare la sopravvivenza.

Attraverso la parola e il racconto – come suggerisce Lingiardi, per fare pace con se stessi il modo migliore è raccontarsi “raccontarsi per ritrovarsi”– Marco ripercorre pezzi interi della propria esistenza costellata di eventi tragici, rimpianti e relazioni interrotte . Svilupperà resilienza risalendo all’indietro fino alle origini della sua storia e scoprendo l’illusoria felicità del padre e della madre; il dramma esistenziale della sorella; l’amore nascosto del fratello per la stessa donna che amerà clandestinamente e platonicamente per tutta la vita; la follia della moglie e l’investitura della figlia come promessa di una nuova generazione capace di sopravvivere alle rovine di quella vecchia.

Arriviamo infine al nostro protagonista principale: Mr. Ove, l’uomo che non poteva fare a meno di mettere in ordine il mondo. Mi piace prima ricordare il “Noi” di Lingiardi che considera il tema della convivenza sociale in serio pericolo e che ritiene come unica soluzione possibile, per evitare lo sbriciolamento del vivere insieme, “un’instancabile azione quotidiana per il noi”.

Mr. Ove apparentemente sembrerebbe molto lontano da questo atteggiamento: misantropo, estremamente parsimonioso, abitudinario, solitario e asociale, facilmente irascibile, tenacemente e morbosamente attaccato al rispetto delle regole, “un vicino amaro come una medicina”. (mamma mia, quante di queste caratteristiche ho trovato anche in me!)

Incomprensibilmente, date le peculiarità del carattere, una giovane, intelligente, socievole e bella donna, Sonja, si innamora di lui e i due si sposano. La perdita della moglie, troppo prematura, getta nello sconforto Mr. Ove, che non sa più che farsene della propria vita e decide di farla finita. Nella sua meticolosità e nel suo desiderio che anche dopo la sua scomparsa tutto resti nell’ordine più assoluto, Mr. Ove pianifica con estrema precisione ogni dettaglio per il gesto estremo. E lo fa per quattro volte. Una volta col gancio e col trapano per potersi impiccare; una volta col tubo di scappamento dell’automobile per morire asfissiato; una volta tentando di gettarsi dalla banchina della stazione per finire sotto il treno; una volta con un vecchio fucile per sparsi un colpo in testa.

Ma quel maledetto Noi incombe sulle sue strategie, portando lentamente nelle pagine della storia incredibili personaggi – assolutamente insopportabili per Mr. Ove – che impediranno ogni volta l’attuazione del piano di suicidio.

Perchè dipanando la storia di Mr. Ove si scoprirà che oltre a un difetto congenito (il suo cuore è più grande del normale), quelli che sembrano difetti sono la dimostrazione di un cuore grande anche nelle azioni di solidarietà verso i bisogni (incapacità o imbecillità della gente che non sa fare più niente, a detta di Ove) degli altri.

Durante questa lettura si ride e si piange. Il divertimento è legato alla capacità della scrittura di farti immedesimare nelle varie situazioni rocambolesche, in cui da un’iniziale antipatia precipiti nel riconoscimento della grandezza valoriale che abita Mr. Ove, scoprendo le sue aperture verso i temi più graffianti della complessa modernità.

Ci si commuove per la caparbia ostinazione di ricerca di confronto che Ove ha con la tomba di sua moglie: non esiste episodio che non venga da lui raccontato al suo cospetto per immaginarne le possibili reazioni di approvazione o diniego, a richiamo di quel “tu” espresso da Lingiardi: “Riconoscere il “tu” significa sposare un principio di organizzazione psichica che mi permette sia di conoscere la mente dell’altro come fonte di intenzione e di iniziativa, sia di sentirmi conosciuto”.La loro è stata una vera e profonda relazione amorosa.

Ci si intenerisce per il rapporto col gatto randagio che, come tutti gli animali, ha subito riconosciuto dietro la ruvidezza di quell’uomo un porto sicuro e mette in pratica tutte le mosse possibili per ottenere ciò che vuole: non separarsi mai da lui.

Si piange perché la maschera del burbero solitario in realtà svela una forte dimensione sociale: quando, per altre vie, la morte sopraggiunge davvero la collettività si scopre orfana di un vero maestro di vita. “Al funerale si presentarono più di trecento persone”.

Mr. Ove (En man som heter Ove) è un film del 2015  diretto da Hannes Holm Paese di produzione: Svezia

E’ grazie alla visione del film che sono approdata alla lettura del libro.

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