LIONELLO SOZZI (2011),  Gli spazi dell’anima. Immagini d’interiorità nella cultura occidentale, Bollati Boringhieri

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Lionello Sozzi (2011)

Gli spazi dell’anima, Bollati Boringhieri

Dove abita la nostra anima? Dove la cerchiamo? Come ce la rappresentiamo?

Immaginando di interloquire con essa, il nostro dialogo interiore è reso maggiormente semplice dall’incontro di particolari spazi esteriori, evocatori di vibrazioni interne e di impressioni intime non sperimentate altrove.

 

Nella letteratura, l’anima – piuttosto che il tempo – predilige uno spazio per manifestarsi e la ricerca o lo svelamento di questo luogo è un caleidoscopio immenso di immagini, quasi a contrastare la natura effimera e non tangibile che l’anima riveste, per accoglierla e proteggerla in rifugi concreti e visibili.

 

Nei nostri spazi circostanti, allora, l’anima si apparta e con essa la nostra vita interiore, sia con una spinta ascensionale verso l’infinito universale o con una discesa verso il buio profondo e sconosciuto, o sia in uno spazio aperto o in uno spazio chiuso dove orizzontalità e verticalità si incrociano in una vorticosa danza, specchio delle nostre variegate emozioni.

 

L’intento – assai riuscito – di Lionello Sozzi è proprio quello di offrirci una pluralità di luoghi scelti dalla letteratura narrativa e poetica, nei quali la polisemia delle voci sia eco di quelle nostre più intime: “la letteratura non è un patrimonio esterno a noi, puramente libresco: essa risolve in armonia e bellezza le nostre voci più intime, poeti e scrittori sanno tradurre in poesia le immagini del mondo perché sanno che corrispondono a realtà presenti in tutti, a valori che l’uomo abitualmente dimentica ma che poi, nei momenti privilegiati della lettura, dell’osservazione o dell’ascolto, grazie cioè al tramite della creazione poetica e artistica, gioiosamente riscopre”.

Dunque un viaggio verso l’interiorità grazie ad esplorazioni negli anfratti o nelle infinità più singolari: caverne e miniere, celle e nascondigli, retrobotteghe, gusci di conchiglia, acqua, fuoco, fiori, foglie.

 

E per me, TartaRugosa rannicchiata nel suo guscio, è estasiante incontrare in queste pagine esigue dimensioni pullulanti di operosità e progettazione:  “alludiamo all’idea di un alveare che diventa simbolo, insieme, di intensa frequentazione e di assidua operosità. … L’alveare: il luogo composto, a sua volta, di minuscole cellette, ciascuna destinata a un pensiero, a un ricordo, a una preghiera, a un progetto, ma anche il luogo in cui si distilla il miele, il luogo cioè in cui l’anima umana ricava, da tutto ciò che ha visto, udito e assorbito nel mondo, i suoi esiti creativi più trasparenti e sostanziosi”.

 

Ancora, trascorrendo i mesi più freddi protetta dalla terra  fra le radici del grande albero, mi riconosco in queste parole: “La scelta di chiudere con un muro invalicabile il proprio spazio interiore è metafora della volontà di non prestarsi all’invadenza del mondo, di negare ogni accesso alla volgarità, di non divulgare e sperperare la propria ricchezza, forse anche di non cedere al fascino di sensazioni troppo vive: esse, dice Bonstetten, cancellano a poco a poco la percezione che abbiamo dell’intimo spazio della nostra chambre obscure e nuocciono, così, alla conoscenza di noi stessi. Per conoscerci a fondo dobbiamo non annullare le sensazioni che ci procurano gli oggetti a noi esterni, ma disporre, tra noi ed essi, se non un muro che finirebbe con l’annullarle, perlomeno la cortina di un protettivo ripensamento”.

Sì, decisamente amo di più le zone anguste e protette. Le estensioni ampie mi intimoriscono, probabilmente perché non riesco ad abbracciarle nello sguardo o a percorrerle col mio lento cammino. Anche una camera può contenere  la possibilità di un viaggio interiore: “lo spazio circoscritto, il ristretto orizzonte della camera hanno un po’ la funzione della siepe leopardiana, sono il limite che fa scoprire per necessaria compensazione l’infinito e l’eterno. Fra quattro pareti, infatti, l’io si scopre infinito come gli spazi interminati nella cui dimensione, fra breve, si muoverà l’anima romantica … La vista, dalla finestrella della stanza, di un cielo stellato, o anche solo il volo di un insetto, il profumo dell’aria, una sorta di indefinibile incanto sembra che contengano e traducano un’idea inesplicabile di immortalità”.

 

E poi io sono creatura di terra, più incline quindi alle pratiche terrene che agli umori spirituali. Ben vengano quindi le parole di Montaigne sulla sua idea laica dell’intimo retrobottega: “bisogna riservarsi un retrobottega tutto nostro, del tutto indipendente, nel quale stabilire la nostra vera libertà”.

Il fascino dei retrobottega appartiene alla mia infanzia. Vivevo in una portineria di un palazzo sul cui cortile interno, oltre alla saracinesche dei garage, si affacciavano le porte dei retrobottega di una latteria, di un bar e di un fruttivendolo. Era curioso per il mio sguardo di bambina entrare dalla via  in negozi che poi sbucavano sul retro con un panorama totalmente diverso da quello che vedevo quando accompagnavo mia madre a fare la spesa.  Sozzi , ricordando Montaigne,  esprime un mio sentimento che attraverso questa lettura riprende forma: “Al lettore dei Saggi piace l’immagine del retrobottega perché, nella sua apparenza ruvida e mercantile, essa lo riconduce a ricordi d’infanzia, al tempo in cui egli si recava nelle botteghe del quartiere .. e,curioso e ammaliato, intravedeva, al di là di usci o tende invalicabili, la ricchezza, la profusione, lo stupendo disordine di un retrobottega immerso nell’oscurità. Opulenza di spazi segreti, di tenebrosi ricettacoli: già allora forse avvertiva che quegli spazi assumevano un valore simbolico, che erano immagini di beni concupiti, di sogni impossibili, che facevano scoprire in qualche modo il contrasto tra le luci del negozio e l’ombra di quel ripostiglio, tra l’ordine e la linda geometria del primo e la confusione che s’intravedeva nel secondo, tra la sobria, modesta prevedibile disposizione degli oggetti che caratterizzava la bottega vera e propria, e la sregolata farragine, l’ammucchiata profusione di merce che s’indovinava, tra anguste e penetranti sentori, nel locale retrostante”. Oh sì! Il mistero di ciò che si nascondeva dietro un vetro opaco o una tenda spessa solleticava la mia fantasia, poiché sapevo che dietro a quel divisorio si conduceva una vita attiva, visto e considerato che ci stavano bambini suppergiù della mia stessa età. Ma non era la loro abitazione, era uno stare sospeso con molte scarse possibilità di condividere con altri coetanei quell’ambiente di divieto. Le madri infatti impedivano l’accesso dalla porta che dava sul cortile, impegnate probabilmente a nascondere il disordine o i piani di appoggio di fortuna mezzi sepolti dallo stoccaggio di prodotti che non trovavano spazio – o che servivano da scorta – negli scaffali del negozio antistante.

 

Riflette Sozzi: “Leggendo i testi che largamente citiamo, il lettore potrà a volte considerarli troppo noti e scontati, altre volte aggiungerà i riferimenti e le citazioni che potranno occasionalmente tornargli alla memoria … ma dovrebbe soprattutto, così almeno speriamo, riuscire in qualche modo a ritrovare se stesso, a recuperare qualche zona più in ombra del suo orizzonte interiore. Che è poi, riteniamo, una delle cosiddette “funzioni” della letteratura, e certo non l’ultima”.

Obiettivo raggiunto.

Sorgente: Lionello Sozzi (2011) Gli spazi dell’anima, Bollati Boringhieri | Tracce e Sentieri.

sozzi3538

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