TartaRugosa ha letto e scritto di: Daniel Schachter (2001), I sette peccati della memoria. Come la mente dimentica e ricorda. Traduzione di Cristiana Mennella. Mondadori

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Daniel Schachter (2001)

I sette peccati della memoria. Come la mente dimentica e ricorda

Traduzione di Cristiana Mennella

Mondadori

1760229

Terminati lo studio e il lavoro di scrittura, finalmente la scrivania è ritornata in ordine. Archiviati i libri consultati, mi soffermo su Schachter, direttore del dipartimento di Psicologia dell’università di Harvard e già brillante autore di altri testi sulla memoria.

I sette peccati della memoria” è un saggio, ma contemporaneamente un testo divulgativo che, sulla base della volontà di chi l’ha scritto, classifica il mondo complesso della memoria in una forma accessibile a ogni categoria di lettori, mescolando scienza ed esperienza e, soprattutto, agendo da specchio sui nostri “personali peccati” di questa importante funzione cognitiva.

Leggendolo ci si può anche divertire, oltre che a meditare sulle manchevolezze di cui talvolta non ci accorgiamo o di cui ci preoccupiamo in eccesso o, per contro, sottovalutiamo.

Partendo dalla domanda sul come, quando e perché la memoria può crearci problemi, Schachter riflette sulla sua ventennale esperienza di studioso e arriva a individuare una chiave interpretativa che aiuta a districarsi nel labirinto degli scherzi della memoria, anzi delle memorie.

La mia ipotesi è che le disfunzioni mnestiche si possano suddividere in sette grandi trasgressioni: labilità, distrazione, blocco, errata attribuzione, suggestionabilità, distorsione e persistenza. Come i sette peccati capitali, quelli della memoria fanno parte della vita quotidiana e portano guai”.

Il peccato della labilità colpisce maggiormente i young old, i giovani vecchi intorno alla sessantina e li accompagna negli anni a seguire. Man mano che il tempo passa subentra l’oblio: “con il tempo i particolari diventano sfocati e si moltiplicano le interferenze di successive esperienze simili. Ecco quindi che facciamo sempre più affidamento sull’essenziale del ricordo, cercando di ricostruirne i particolari per inferenza e addirittura tirando a indovinare. La labilità comporta un progressivo passaggio dalle descrizioni dettagliate alle ricostruzioni generiche”.

Le variazioni individuali naturalmente sono variabili, poiché anche influenzate dalle circostanze successive alla nascita del ricordo. Che i vecchi amino raccontare spesso gli stessi episodi, potrà annoiare l’ascoltatore, ma sicuramente costituisce per loro un costante ripasso che permette di far riaffiorare quell’evento con una certa precisione, liberandolo dal rischio della labilità. Probabilmente, sarà un ricordo legato a qualcosa di emotivamente importante, essendo l’emozione fondamentale per l’archiviazione dell’esperienza.

L’autore non si limita a elencare i peccati: per ciascuno di essi fornisce una dettagliata spiegazione scientifica legata al funzionamento cerebrale e suggerisce anche opportuni rimedi per contrastarli. Per esempio, quanto più associamo alle situazioni rappresentazioni visive – una mnemotecnica vecchia di duemila anni – tanto più sarà facile salvarle dalla dimenticanza.

Il peccato della distrazione ci invita a ricordare che l’attenzione è il primo ingrediente per la conservazione della memoria: se siamo assorbiti da una telenovela alla TV è probabile che dimentichiamo di spegnere il gas o non registriamo la raccomandazione che ci viene data da qualcuno della famiglia. Consoliamoci, non stiamo perdendo la memoria, più semplicemente pecchiamo di un’attenzione insufficiente al momento della codifica dell’evento. Quindi, per superare questo ostacolo, Schachter invita a utilizzare la memoria prospettica creando promemoria scritti adeguati: “quando annotiamo qualcosa, tutte le informazioni pertinenti sono disponibili nella memoria di lavoro, ma per evitare di non riconoscere poi quanto si è scritto occorre trasferire quanti più dettagli possibili dalla memoria di lavoro al promemoria scritto”. Per evitare, come capita a me e a TartaRugoso, la fatidica domanda mentre si agita un foglietto: “Ma secondo te a che cosa si riferisce?”.

Il peccato di blocco è quello universalmente conosciuto come “ce l’ho sulla punta della lingua”. In questo caso l’informazione non è svanita dalla memoria: è annidata chissà dove pronta a riaffacciarsi con qualche altro suggerimento, ma non è disponibile quando serve. Il blocco è esasperante perché sapete con certezza di poter ritrovare l’informazione, ma allo stesso tempo non ci riuscite. Il non insistere nella ricerca a volte è la cosa migliore perché così lasciamo libera la mente di svincolarsi dall’attenzione conscia e quindi pronta a lavorare in forma autonoma per il recupero. E’ diffuso infatti il fenomeno che la parola cercata riemerga quando siamo impegnati in tutt’altro, facendoci esultare anche se fuori tempo. Di altra natura invece è il blocco conseguente a un’esperienza traumatica, per intenderci il concetto freudiano di rimozione, la cui origine non è ancora compresa ma su cui la neurodiagnostica sta lavorando soprattutto indagando la regione frontale del cervello.

Il peccato di errata attribuzione si verifica quando si ascrive un ricordo a una fonte o a un contesto sbagliati. E’ un peccato che ha ripercussioni in ambito forense: il testimone oculare può riportare pericolosi errori di attribuzione, riferendo informazioni delle quali è convinto siano avvenute in un certo luogo e in una certa ora, mentre invece si riferiscono ad altri momenti. O riconoscere un volto credendo di averlo visto sul luogo dell’incidente, mentre lo si è incrociato in un altro contesto. O, ancora, a distanza di un po’ di tempo dalla prima testimonianza, non essere più sicuro di alcuni dettagli denunciati. Si tratta di una confusione di mancato assemblaggio: “quando si verifica l’evento, l’oggetto rimane slegato dal suo contesto preciso. Il mancato assemblaggio può creare confusione tra gli eventi realmente vissuti e quelli solo pensati o immaginati”. Altrettanto emblematica è la criptomnesia che si verifica quando un individuo riproduce o pensa o suona scritti o idee o canzoni di altri, attribuendoli a se stesso (plagio involontario).

A dare mano forte a questo peccato, si può associare quello della suggestionabilità, ovvero la tendenza a incorporare nei propri ricordi informazioni fuorvianti che provengono da fonti esterne: da altre persone, da materiali scritti o immagini, addirittura dai mezzi di informazione.

Per restare in ambito processuale, domande tendenziose possono influenzare il teste, virando la sua risposta a quella che si desidera realmente ottenere. La cosa diventa ancor più preoccupante con i bambini in età prescolare: insistere con interrogatori o porre domande-suggerimento di un certo tipo può indurre a un racconto non veritiero a causa della debolezza dei sistemi mnestici infantili: Sempre più studi di laboratorio indicano che i bambini faticano a situare il ricordo, vale a dire dove e quando è avvenuto un particolare episodio. Interrogati più volte, cominceranno a crederlo familiare solo perché è stato tirato in ballo spesso. Non ricordando nel dettaglio da dove provenga il senso di familiarità, i piccoli cominciano a mescolare pezzi di episodi passati, o addirittura a introdurre elementi immaginari.

Il peccato di distorsione dà come risultato la produzione di una versione falsata di un episodio o di un pezzo della propria vita perché sottopone alla visione attuale quanto è accaduto in quel passato. La distorsione, in sintesi, dimostra la difficoltà di scindere il ricordo di “come eravamo” dalla valutazione presente di “come siamo”. Questo per esempio può avvenire quando esageriamo i problemi attraversati, oppure l’attribuzione a se stessi solo di successi, scartando i fallimenti. Nel caso del giudizio a posteriori, invece, prevale l’impulso di ricostruire un passato sulla base delle informazioni che nel frattempo si sono accumulate. “L’ho sempre saputo” è più facile da dirsi col senno di poi che al momento in cui accade una circostanza.

Infine, il peccato di persistenza viene giudicato dall’autore come il più invalidante in quanto trova terreno fertile nella depressione e nella ruminazione (tendenza a rimuginare su un pensiero fisso). Al contrario della labilità, della distrazione e del blocco, che implicano l’oblio di informazioni o di eventi che vorremmo ricordare, la persistenza ci porta a ricordare quello che vorremmo tanto dimenticare. Succede a tutti che di fronte a certi eventi della vita restiamo incollati al dolore e al pensiero fisso di quello che è successo (un fallimento, un insuccesso, un lutto, una separazione), ma poi col tempo il dolore si attenua: in età anziana addirittura si tende ad allontanare le emozioni negative a favore di quelle positive. Le persone con un’emotività sana cesseranno di lasciarsi ossessionare dai ricordi dolorosi, mentre i soggetti con uno schema di sé negativo saranno maggiormente inclini a imprimere ben bene e in forma duratura i ricordi delle esperienze negative sino a diventare patologici.

Schachter non ci parla dei sette peccati in forma solo di vizio: sottolinea che ad essi possono essere associate anche virtù.

Nel caso della persistenza, il ricordo preciso di dove è avvenuto un pericolo e che cosa sia successo può fungere come evitamento di un fatto analogo.

Nel caso della labilità, si può considerare l’oblio che interviene col passare del tempo come “effetto pulitore”: inutile serbare informazioni che rimangono inutilizzate per lunghi periodi. Analogamente si può considerare che anche per il blocco e la distrazione sia meglio togliere che aggiungere: un sistema dipendente dall’elaborazione codificherà in maniera approfondita soltanto gli episodi importanti che quindi torneranno in mente con più facilità. Quelli che passano inosservati senza mettere in moto la codifica elaborativa saranno di poco conto e quindi inutili da ricordare.

E se l’errata attribuzione si verifica quando sfuggono i dettagli di un’esperienza, si potrà ragionevolmente considerare che ricordare solo il senso generale può anch’esso essere una risorsa perché ci permetterà ugualmente di trarne vantaggio a discapito dei particolari inessenziali.

Richiamando il fatto che la distorsione è un effetto del bisogno di autostima, un’alta opinione di sé sembra favorire la salute mentale anziché minarla. Le persone che indulgono nelle illusioni positive rendono bene in molti aspetti della loro vita. I depressi invece rendono tutt’altro che bene.

A ben pensarci quindi non si può non concordare con Schachter quando afferma che i sette peccati non sono semplici seccature da minimizzare o evitare, ma spiegano in che modo la memoria attinge al passato per informare il presente, preserva elementi dell’esperienza attuale per servirsene in futuro, ci consente di tornare indietro nel tempo quando lo desideriamo.

Ognuno quindi si consoli: peccare (di memoria) fa bene.

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