TartaRugosa ha letto e scritto di: Michela Murgia (2009), Accabadora, Einaudi, Torino

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Michela Murgia (2009)

Accabadora

Einaudi, Torino

Capita talvolta di portarsi addosso un nome che già prefigura un destino.

Chissà se nell’immaginazione di una Bonaria Urrai bambina il peso di quel “Bonaria” custodiva la traccia di ciò che sarebbe successo nella sua vita, nelle sue scelte, nelle sue azioni.

Perché qui troviamo un’altra bambina, Maria, quarta figlia non desiderata di Anna Teresa Listru, che in un giorno di luglio con una sporta di uova fresche e prezzemolo, saluta la madre e insieme ad una Bonaria già avanti nell’età imbocca la nuova strada verso un futuro difficilmente pensabile per lei che per prima si era sempre considerata “l’ultima”.

Fill’e anima”, sarà da quel momento per tutto il paese:

Lei è Maria”. E quell’essere semplicemente Maria doveva bastare a quanti avessero voluto capirne di più. La gente di Soreni ci aveva messo un po’, ma alla fine aveva afferrato l’antifona di quella misteriosa liturgia, e tutt’a un tratto era come se fosse stato sempre così, anima e fill’e anima, un modo meno colpevole di essere madre e figlia”.

Che si sa, la gente di paese ha sempre motivi di cui parlare o sparlare fin tanto che qualcosa di nuovo non accade e sposta l’attenzione sull’ultimo evento. E in quei di Soreni la tradizione è custodita gelosamente. I segreti si nutrono di quel non dire che è come se fosse detto, di quel sapere mal nascosto e costruito su credenze arcaiche, tessute di rituali magici e convinzioni superstiziose. Una cultura primitiva, ma non per questo totalmente priva di morale.

Ha chiesto lui di me?”

No, non parla più da settimane. Ma io a mio padre lo capisco”

…”Uscite tutti”

Rimasta sola con il vecchio, lo esaminò. Bonaria gli prese la mano scarna tastando con attenzione il polso e l’avambraccio, e qualcosa in quel contatto le strappò un sussulto. Il vecchio emise un verso rauco “Chiamata ti hanno, alla fine”.

Malgrado la sua debolezza, il sussurro del vecchio non si perse nello scialle e Bonaria Urrai lo udì perfettamente. Fuori c’era la famiglia che attendeva pregando, ma l’accabadora non ci mise nemmeno il tempo di un Pater ave gloria per uscire dalla camera del vecchio, avendo cura di lasciarsi aperta la porta alle spalle.

Antonia Vargiu, per avermi chiamata senza motivo, siate maledetti voi tutti presenti. ..Sai benissimo che tuo padre non è morente, non è nemmeno vicino al suo giorno. Dagli da mangiare, piuttosto. Se muore per fame, tu non addormentarti più”.

Perché Bonaria, oltre che sarta, è anche questo: l’accabadora, l’ultima madre che pietosamente dà la morte quando il patimento impone un’agonia troppo grande per essere sopportato. E’ appena quindicenne quando assiste alle mosse di questo mestiere nella casa di una giovane puerpera colpita da emorragia: “Quando la stessa donna aveva chiesto la grazia, le altre avevano agito per lei in un clima di condivisa naturalezza, dove atto illecito sarebbe parso piuttosto il non far nulla”.

In quella terra aspra e chiusa, dopo che la liberazione della casa da ogni oggetto benedetto non era sufficiente a lasciar andare il sofferente, ecco che l’accabadora nel buio della notte, avvolta nel lungo scialle di lana, calava come ultima ombra per esortare il respiro finale.

Maria questo non lo sa e lo scoprirà ad un prezzo molto caro, quando il suo crescere è più che mai confuso tra i sogni di bambina e i desideri di donna ancora acerba.

Succede che nella vigna dei Bastia, durante la raccolta dei grappoli profumati, un lamento rompa la gaia baldanza dei giovani impegnati nel faticoso lavoro. Proviene da un muretto, uno di quei confini fatti “a secco in basalto nero, ciascuno con il suo astio a tenerlo su”. “Nicola Bastia esaminava la base del muretto esplorando attento le fessure tra i massi. … Dopo qualche minuto si alzò da terra brusco come c’era finito, e con uno strano sguardo cercò gli occhi del padre “Hanno spostato il confine”.

Dopo aver disfatto il muretto in pochi minuti “Il piccolo sacco di juta comparve dal punto più interno del muro. Nicola estrasse l’arresoja dalla tasca sotto gli sguardi tesi del padre e della madre. La lama lacerò la stoffa … rivelando quello che si agitava debolmente nel sacchetto. Era un cucciolo di cane. Vedendo con cosa era stato legato e sepolto, il segno della croce stavolta se lo fecero tutti. Persino Nicola”.

In quella terra in cui “la parola giustizia veniva pronunciata solo quando c’erano da evocare cieche persecuzioni contro qualcuno”, la maledizione di una fattura non poteva essere perdonata. E Nicola cerca la vendetta, ma non sempre la vendetta è giusta come la si crede. Nicola perderà una gamba e, per la sua età, il suo carattere e temperamento, questo costo è troppo alto da tollerare.

La notte di Ognissanti, la porta delle case viene lasciata aperta per la cena delle anime.

Quella notte, Andria, fratello di Nicola, si appresta a controllare quale anima entrerà a bere l’acquavite lasciata sul tavolo e a prendere il tabacco trinciato “così avrebbe saputo cosa rispondere a Maria, quando diceva che le anime non andavano in giro a tormentare nessuno”.

E sarà quella la notte in cui Bonaria, per la prima volta avrà il dubbio “di non essere capace di distinguere tra la pietà e il delitto .. quando negli occhi di Nicola Bastiu aveva letto la determinazione di chi cerca disperatamente non la pace, ma un complice”.

E’ arrivato il momento della verità nel drammatico confronto tra Maria e Bonaria:

(Andria) Dice che vi ha visto stanotte entrargli in camera e soffocarlo con un cuscino”…

Me lo ha chiesto lui”…

Nella mente di Maria la verità si fece chiara improvvisamente, e nell’istante stesso in cui la realizzava, la figlia di Anna Teresa e Sisinnio Listru seppe con certezza chi era la donna che le stava davanti.…

L’ultima. Io sono stata l’ultima madre che alcuni hanno visto” …Quando parlò, Bonaria seppe che non c’erano più spazi per capire.

Per me siete stata la prima, e se mi chiedeste di morire, io non sarei capace di uccidervi solo perché è quello che volete” …

Quando verrà il momento, Maria, scoprirai cose di te che non conosci ancora” …

Non verrà quel momento…io voglio andare via da voi … Subito. Domani stesso”.

Farsi accabadora dei propri ricordi non è impresa facile. Rinascere una terza volta ancor meno. Maria, a Torino, si inventa una vita nuova come bambinaia di due ragazzini ricchi e viziati, da conquistare a poco a poco, entrando nelle viscere delle loro storie, frugando nel nero e nel dolore più cupo, perché a volte, per comprendere la propria disperazione, si rende necessario scoprire quella degli altri.

I ricordi non muoiono a comando, “lentamente tornarono a uno a uno, visi, voci e luoghi dell’infanzia in cui era cresciuta, e Maria si scoprì ad abitarli senza chiedere permesso”.

Poi tre fatti: una lettera complicata da aprire, un sentimento represso venuto alla luce, la riscossione del debito del fill’e anima.

In quella terra sarda da cui era partita, Maria ritorna e reincontra una Bonaria il cui “corpo era diventato così delicato che anche un semplice massaggio sarebbe stato sufficiente a sbriciolarle le ossa ormai fragilissime”. Un ammonimento riaffiora:

Farai tante scelte nella vita che non ti piacerà fare, e le farai anche tu perchè vanno fatte, come tutti”.

Non si riesce a morire per protezione o per colpa.

Il primo motivo è abbastanza semplice da verificare: “Tolse tutti i quadretti a soggetto religioso dai muri della camera, recuperò le immaginette dalle pagine dei libri e dal fondo dei cassetti … soprattutto portò via la palma benedetta della settimana santa appesa dietro la porta … La vecchia non indossava scapolari o altri oggetti che potessero trattenerla, tranne la catenina del battesimo, che Maria ebbe cura di sfilarle dal collo con delicatezza, mentre l’altra la fissava senza una protesta.”

Non successe niente.

La colpa è fatto più complicato; è più oscura e alberga in tutte le anime, abbarbicata com’è all’azione e al pensiero. Bonaria, Maria, Andria: un incontro comune, un parlare interrotto, una paura di scoprire e scoprirsi, una necessità di ritrovarsi.

L’anima ha voglia di perdono, ma non sempre si sente libera di andare da sola. Ha bisogno di un gesto, di un tocco leggero, di sentirsi accompagnata da chi ha amato.

Anima e fill’e anima, infine, riprendono a parlare lo stesso, misterioso, linguaggio del bene.

P.S.

Mentre scrivo sento il messaggio del suicidio di Mario Monicelli e sono ancora emozionata dal racconto di settimana scorsa di Roberto Saviano sulla storia d’amore di Piero e Mina Welby.

Situazioni limite, ma proprio per questo risposte ancor più significative di fronte al nuovo imperante tabù della morte (o forse della vita?).

Tabù perché si cerca con ogni mezzo di non far entrare la morte nella storia del vivere, nuovo perché è cambiata la modalità per osteggiare il trapasso. A voler continuamente allontanare la linea di confine tra l’al di qua e l’al di là si ottiene la rovinosa conseguenza di non sapere più a quale dei due mondi si appartiene.

La “macchina umana” è il nuovo mostro tecnologico che ne risulta, dove il respiro diventa bombola, dove il battito diventa pompa, dove lo sguardo diventa monitor, dove il contatto diventa guanto, dove la parola diventa numero.

Non si riesce a morire per protezione o per colpa. Difficile comprendere l’esatta collocazione di questo nuovo prodotto umano.

Grazie a Monica per il dono di Accabadora.

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