TartaRugosa ha letto e scritto di: Alessandro Baricco (2021), Quel che stavamo cercando. 33 frammenti, Feltrinelli, Milano

Si può condividere o criticare i contenuti e la forma scelti da Baricco per guardare alla pandemia come evento che trascende il virus e si spinge verso confini ignoti.

Si possono leggere i suoi frammenti come visioni oniriche o coglierli come lame taglienti per valicare frontiere scomode.

Si può decidere di darne un’interpretazione psicanalitica o semplicemente lasciarsi trasportare nel continente insidioso della profondità morale.

Leggo queste sue righe private nel giorno in cui si dà notizia di una bambina di dieci anni che, chiusa in bagno, si stringe la cintura dell’accappatoio intono al collo per aderire al black out challenge (sfida di soffocamento estremo) lanciata da Tik Tok fino a morirne.

Ancor più, alla luce di questo evento, la reverie di Baricco non può lasciare indifferenti e, incamminandosi nel suo tracciato, meglio si comprende come l’autore abbia potuto dare alla Pandemia sembianze di creatura mitica, figura in cui una comunità di viventi organizza il materiale caotico delle proprie paure, convinzioni, memorie o sogni.

Il mito nasce, cresce e si diffonde con gesti, cause e tempi che, se pur complesso da spiegare, gli consente di imporsi sino a raggiungere una tale statura da essere elevato quasi a divinità, Nel caso della creatura mitica Pandemia, i prodromi del suo assemblaggio, a posteriori, sono visibili in numerosi segni: innocui eventi sportivi, profili social apparentemente insignificanti, governi fragili, giornali sull’orlo del fallimento, semplici aeroporti, anni di politica sanitaria, il pensare di innumerevoli intellettuali, comportamenti sociali radicati nelle più antiche tradizioni, App improvvisamente utilissime, il ritorno sulla scena degli esperti, il silenzioso esserci dei giganti dell’economia digitale … un contagio delle menti prima che dei corpi.

La deflagrazione è stata subito fragorosa e rapida, non così dissimile dalla crescita del cosmo digitale in cui ci muoviamo, nuovo universo di senso che, sotto forma di una rivoluzione epocale, sta ridefinendo anche un nuovo tipo di uomo (multipli i riferimenti al saggio The Game)

Ma come ha potuto, la Pandemia, essere così forte e veloce?

Baricco attribuisce questa possibilità all’acquisizione, in una sorta di volontà maggioritaria, di tre abilità:

1. una capacità di calcolo vertiginoso

2. un sistema a bassissima densità e quindi percorribile ad altissime velocità da qualsiasi vettore;

3. un motore narrativo a trazione integrale, in cui chiunque – chiunque – può produrre storie.

Ravvisa poi una seconda risposta che è più difficile da accettare: per contenere tutta quella forza, la figura mitica della Pandemia doveva essere sospinta da una corrente di desiderio immane. O da un bisogno gigantesco di pronunciare qualcosa. O da una diffusissima urgenza di dare suono a uno strazio intollerabile. Adesso possiamo anche scegliere di considerarla come una semplice emergenza sanitaria. Ma come non capire, invece, che è un urlo?

Un mito, scrive Baricco, non produce ordine, ma definizione: è un libro mastro dove dare e avere non producono un risultato finale, ma tanti risultati possibili.

Gli umani hanno trovato nella Pandemia l’elettrizzante accadere di qualcosa che spezza, interrompe, ricomincia, termina.

Al pari della civiltà digitale, resa possibile da piccoli focolai isolati che in rapidi tempi si sono aggregati per contagio, anche la Pandemia ha usato la stessa tattica. Possiamo quindi considerarla geneticamente digitale nei modi, nella struttura, nel suo modo di evolversi, nella sua velocità, nella sua semplicità quasi infantile.

Il fatto è che i sistemi adottati per governarla si basano su intelligenze novecentesche, mostrando un’inettitudine incapace di stare al passo con un prodotto figlio dell’era digitale. Questa nuova figura mitica sta mettendo in evidenza il tramonto di tutti i Saperi; ancor più in imbarazzo risalta la scienza come “sapere utile”: più la scienza rivendica la correttezza del proprio metodo … più distoglie i riflettori dal vero problema: i processi, obsoleti, che reggono, come uno scheletro, il flusso di quel metodo.

Siamo rimasti senza Saperi, perchè ci siamo affidati a un solo sapere, quello scientifico, che si è arrotolato su se stesso, irrigidito da processi obsoleti e da schematismi inadatti al Game. O lo liberiamo al più presto da se stesso, dice la Pandemia, o diventerà fede pura, mistica: attesa messianica di un vaccino.

Quante domande scomode di fronte a questa creatura mitica: casuale il rigore chirurgico con cui sfalcia la popolazione più fragile? Ci sfiora forse la consapevolezza di vivere troppo a lungo? E tutti i numeri legati alla salute finanziaria di una contabilità retta dal PIL dove sono finiti?

E’ come se la Pandemia avesse svuotato quei numeri di qualsiasi significato, smontando una connessione tra la gara per la ricchezza e il senso del lavoro che da tempo si sopportava con l’ottusa mitezza di animali da soma. Che evidentemente covavano una loro sconcertante vendetta.

E ancora: quale rapporto ambivalente sta mostrando verso il Potere? Da una parte lo rivitalizza e gli restituisce il dominio di salvatore, un Potere che decreta, calcola, prescrive, punisce e che si presenta come unica certezza valida a porsi davanti al nemico per sbaragliarlo. Dall’altra invita ognuno a “pensare l’impensabile” per riconoscere il Potere come portatore di possibilità: si affaccia l’ipotesi che un collasso controllato, seguito da una ricostruzione con tecniche prima impensate, sia l’unico sistema per interrompere la degenerazione cronica del nostro edificio-mondo … ogni utopia cresce sulle macerie di un passato … ogni vita è frutto di un lutto.

Quel che stavamo cercando: si può dire che quasi tutte le scelte, di ogni tipo, fatte dagli umani negli ultimi cinquant’anni sembrano fatte apposta per creare le condizioni di una pandemia. Non necessariamente negativa, o mortale, e sicuramente non confinata nei limiti angusti di un evento sanitario.

Che cosa cerchiamo in questa creatura mitica di cui, più o meno inconsapevolmente, ci prendiamo quotidiana cura?

Sarebbe tragico considerare un castigo la malattia che uccide, ma sarà imperdonabile pensare, da ora in poi, che una sorta di immunità ci tiene al riparo dalle conseguenze di ciò che facciamo. Così, nelle corsie in cui si moriva soli senza sapere di cosa, noi abbiamo disegnato la sintesi mitica di un nostro possibile destino, per costringerci a guardarlo, a temerlo, a dirlo, forse a fermarlo.

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