TartaRugosa ha letto e scritto di: Andrea Bajani (2021), Il libro delle case, Feltrinelli,Milano

Gaston Bachelard, filosofo francese, definisce la casa come uno spazio che racchiude e comprime il tempo attraverso la memoria e l’immaginazione. E’ questo spazio ancestrale che diventa eco e contenitore dei valori di intimità custoditi nel nostro mondo interiore. E’ fra queste mura che si raccolgono i quattro elementi della vita terrestre acqua, terra, aria, fuoco, agenti intermediari fra mondo esterno e interno

Tanto più gli anni scorrono, tanto più il legame con essa si rinforza, fino a farla diventare topografia del nostro essere intimo, allacciata ai ricordi, allo svolgimento della nostra vita, alla memoria della famiglia.

E’ finalmente giunto in libreria l’ultima fatica letteraria di Andrea Bajani, scrittore da me molto amato, che fa parlare l’esperienza della vita attraverso le case, tutte diverse nel ritrovarsi fra le pagine dove poggiano le fondamenta, ognuna connotata da una caratteristica, da una collocazione, da un’appartenenza, da un’esperienza, da un’emozione.

Case che si susseguono saltellando nell’arco temporale come succede ai ricordi, che si affacciano ora a un passato molto remoto con sguardo infantile, ora con gli occhi da adolescente sgranati sul mondo, ora con riflessività più matura legata all’adultità. E in questo andirivieni tra una casa e l’altra trovano domicilio dolori, unioni, separazioni, amicizie, turbamenti, traslochi, eventi.

Case che ci parlano del dentro e del fuori, affrescando pareti, porte e finestre con affondi sentimentali, biografici, ecologici, sociali, economici nonché storici relativi allo scavalco fra l’ultimo quarto del Novecento e il primo ventennio del Duemila.

Case che non equivalgono a semplici planimetrie, ma ci prendono per mano e ci conducono dentro storie di crescita, nello stesso modo in cui siamo soliti quando rievochiamo fasi della vita segnate da specifiche esperienze, inesorabilmente influenzate dall’epoca attraversata nel diventare grandi.

Case, quindi, che riguardano un’infinità di situazioni e dove anche specifici oggetti di arredamento o di utilizzo quotidiano vengono presentati quali involucri protettivi dell’Io che contengono.

Ma anche case che riportano a eventi tragici, a episodi che hanno segnato la vita politica e culturale dei nostri tempi.

Bajani pennella una suggestiva poetica dello spazio che incolla alla lettura, sorprendendo anche per le incredibili incursioni in un inanimato ricco di empatia.

Confesso: sono molto parziale e mi risulta difficile segnalare citazioni a supporto del magico mood in cui sono trascinata.

Riporto pertanto solo alcuni stralci per me suggestivi e virtuosi.

Varcare la soglia di quelle case è come entrare nel paese delle meraviglie, dove già la targhetta d’ingresso evoca visioni e dove gli umani che le abitano restano solo pronomi o gradi di parentela .

Casa delle parole

Quando entra nella casa delle parole, si toglie le scarpe e le lascia accanto alla porta, parallele. Se è estate, toglie anche i calzini e li infila nello spazio che era occupato dai suoi piedi.

Quando si sfila dalle scarpe e illumina lo schermo del computer, Io si 1rasferisce in un mondo dove Moglie non esiste.

Tutti i giorni, afferra il capo della corda di parole che vede nello schermo, ci si aggrappa e scende giù puntando i piedi nudi contro il muro bianco del suo monitor, fino a sparire in basso, nella luce. (…)al tramonto torna indietro: si aggrappa alla corda di parole e, puntando di nuovo i piedi contro la parete, si tira su metro dopo metro. Fino a raggiungere la superficie, e ricomparire, oltre il rettangolo luminoso del computer, nello studio.

Casa del persempre

La casa del persempre è a struttura circolare, ha la forma e la natura di un anello nuziale. In quanto ritrovato architettonico è tra quelli tecnologicamente più avanzati: scompare dentro un palmo, può stare in una tasca. La misura esatta della Casa del persempre, in cui Io abita felice, è dunque una circonferenza (…). Si aggiungano pochi dettagli sull’interno. Soffitto e pavimento sono la stessa curvatura: non c’è soluzione di continuità tra ciò che sta sopra e ciò che è sotto. E’ un unico flusso, è spazio in eterno movimento: ogni millimetro rincorre il precedente, senza una vera intenzione di passarlo. Il futuro è il pifferaio dietro cui sfila ogni minuto già trascorso. (…) Dentro non c’è altro, perché è Io il vero arredo della casa.

Casa della voce

Può ospitare una persona in verticale, due al massimo se insieme a un adulto c’è un bambino. E’, nei fatti, un parallelepipedo di plastica, un cassone con al centro un telefono a gettoni. Il che significa una cornetta appesa a un gancio, a una pulsantiera, e una fessura per inserire le monete. (…) Incorniciata dal cassone verticale, è messa in piazza l’espressione fisca del sentimento. Dentro quel teatro passano amori laceranti, liti ereditarie, racconti della buonanotte, richieste di riscatti, nomi di bambini appena nati, voti presi a scuola.

Casa della dispersione

Potrebbe sembrare una discarica, se non fosse per il relativo buono stato degli oggetti e degli arredi. (…) tutto qui è pronto a essere venduto e dunque a ritornare in uso. (…) Stoccato dentro uno spazio di all’incirca mille metri quadri, illuminato dalla luce glaciale dei neon allungati sul soffitto, sta il residuato di centinaia di vite precedenti, poi disassemblate, disposte dentro il capannone e messe in vendita a un prezzo umiliante rispetto al suo valore. Ogni oggetto porta un cartellino con sopra scritto a pennarello una cifra mille volte ribassata e cancellata e poi riscritta con l’unico obiettivo di essere venduta e liquidata.

Casa degli appunti

E’ una casa delle parole semovente, è dove la sua attività si è trasferita, Io non ci entra ogni mattina, ma apre la porta quando vuole. Tecnicamente è un taccuino. Ha 81 pagine e quindi altrettanti appartamenti.

Gli appunti sono frasi malandate, vivono di pura sussistenza. Sono sbilenche, malconce, nessuno le farebbe abitare dentro un libro.

L’entrata è unica, ha un portone sobrio. E’ di cartone, di colore nero. (…) Essendo gli spazi assegnati per odine di arrivo, è naturale che ogni alloggio ospiti appunti che hanno, con gli altri, poco a che spartire. Ma la convivenza non è mai stata un gran problema. Qualcuno a volte tira una riga per ricavarsi un proprio spazio, ma per lo più si vive in pace.

E poi tante altre cui chiedere ospitalità.

Non ultimo, c’è la mia celebrazione. All’inizio, qua e là citata e verso il termine appare anche Tartaruga. Ma a lei dedico post a parte, perché che TartaRugosa sarei se non le dessi la giusta rilevanza che merita!

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