TartaRugosa ha letto e scritto di: Remo Bodei (2009), La vita delle cose, Laterza editore

Nella mia vita professionale, il termine “anomia” sta ad indicare l’incapacità a denominare gli oggetti e in genere è un inquietante segnale di problema cognitivo: “dammi quella cosa lì…, come si chiama?…”

Se risalgo a epoche più remote, la parola “cosa” era assai contestata dalla mia severa maestra Adriana, capace di abbassare di due voti il tema assegnato o la prova orale sostenuta, qualora tale “cosa” osasse fare una temeraria comparsa.

Con che piacere quindi immergermi nella lettura di Bodei e trovare che “Il significato di ‘cosa’ è più ampio di quello di ‘oggetto’, giacchè comprende anche persone o ideali e, più in generale, tutto ciò che interessa e sta a cuore …L’italiano ‘cosa’ (e i suoi correlati nelle lingue romanze) è la contrazione del latino causa, ossia di ciò che riteniamo talmente importante e coinvolgente da mobilitarci in sua difesa”.

Sempre etimologicamente ragionando, la parola oggetto (da obicere, gettare contro, porre innanzi) è ciò che si contrappone al soggetto, mentre le cose rappresentano un investimento affettivo e duraturo.

Sono i nostri rapporti con le cose che forniscono consistenza alla nostra identità. La dimensione oggettiva della cosa deve diventare soggettiva, e questo implica una responsabilità di ognuno di noi a farci interpreti e “trasmettitori” di ciò che miliardi di uomini hanno lasciato al mondo sotto forma di opere, non solo come prodotto, ma anche come sostanza e materia: pietra, argilla, marmo, legno …

Salvare solo la natura oggettiva della cosa, implica un rischio tragico: “non solo le cose, ma la storia stessa si riduce in gran parte a mera oggettività pietrificata, ad accumulo di dati e oggetti non mediati dalla coscienza e non illuminati dalla decifrazione e dalla contestualizzazione del loro senso. In che modo le nuove generazioni saranno capaci di comprendere i messaggi lasciati nelle cose dalle generazioni precedenti, sottraendoli al naufragio dell’oblio o al destino dell’insignificanza e ricollegandoli, con le dovute mediazioni, alle proprie vicende e alla propria sensibilità?”

Come possono le cose avere anima se la tendenza odierna è orientata soprattutto alla produzione di oggetti che vengono già progettati, ancorché prodotti, per essere facilmente sostituibili, soffermandosi più sul concetto di obsolescenza, che su quello di durata? Quindi un rapporto con le cose effimero, veloce, privo di affezione : “Nel nostro mondo è inevitabile che il panorama degli oggetti muti rapidamente, che una ‘generazione’ di modelli sempre nuovi o alla moda sostituisca e sospinga i precedenti nell’oblio: che computer più elaborati rendano rapidamente obsoleti quelli fabbricati pochi anni prima o che i forni elettrici o a microonde prendano il posto del focolare, dove ardeva il ceppo e lo spiedo veniva fatto girare a mano”.

E se le cose un tempo assorbivano gli investimenti affettivi e cognitivi, anche oggi possiamo verificare la comparsa di un sentimento di nostalgia che ci conduce a desiderare quell’autenticità ormai quasi sparita.

Chissà. Magari è perché stiamo maturando la consapevolezza che forse siamo gli “ultimi” ad aver sperimentato materie, forme, gusti, valori ..

Riesco a commuovermi alla visione di illustrazioni d’epoca.

Oggetti i più disparati mi suscitano profonde emozioni e una voglia di contatto, di manipolazione, di stimolazione completa dei sensi.

Parlo di ogni oggetto che per me è sacralmente diventato cosa: arredi, capi d’abbigliamento, copertine di libri o dischi 45 giri, astucci, borse, coperte patchwork, maglioni di lana, scialli, fotografie sbiadite, pentole di rame, case di bambole, bambole di pezza … “L’atmosfera larica (larico nel senso della divinità della casa) della casa custodiva e favoriva la trasformazione degli oggetti in cose e, con la sua sacrale intimità, attribuiva decoro e rispettabilità ai proprietari”.

E l’emozione sempre si lega al ricordo: di un ambiente, di un luogo, di una relazione, di un’amicizia, di un sapore, di un gioco, di una difficoltà … via via tante mattonelle che poste una sopra l’altra edificano la mia personale costruzione di essere vivente.

Come sostiene Bodei, purtroppo, al tempo attuale gli oggetti non sono più unici: la loro produzione avviene in serie e sono destinati a diventare cosa solo “per effetto della pubblicità, che li circonda di una lucente aureola in grado di distogliere spesso lo sguardo dall’affidabilità intrinseca del prodotto”.


Che sia davvero solo l’arte capace di salvare l’ancoraggio delle cose alla nostra memoria? “Il pittore sa vedere il mondo in maniera più articolata e profonda di coloro che non hanno mai esercitato e affinato quello sguardo che in tutti noi, comunque, avvolge, palpa, sposta le cose visibili. Un simile sguardo … costruisce situazioni in cui le cose stesse sembrano parlare e guardarci, tanto che non si sa più chi vede e chi è visto: non si può dire se è lo sguardo o sono le cose a comandare . … Nei quadri “l’oggetto diventa ora soggetto … rendendosi autonomo e trasformandosi in cosa che ci sta a cuore, non è più quello che ci sta di fronte come ostacolo da superare o alterità da inglobare. Non dobbiamo più sottometterlo, proprio perché l’arte stessa lo sottrae al consumo immediato e alla lotta. … Le cose vengono trasportate in un altro spazio, sospese nel tempo e messe, per quanto possibile, al riparo dall’oblio, dal decadimento e dalla morte”.

Ma esiste un altro modo per riscattare le cose da un ruolo anonimo e inerte.

E qui ci aiuta la filosofia.

Più amiamo una singola cosa, più amiamo il mondo. “Le cose ci spingono a dare ascolto alla realtà, a farla entrare in noi aprendo le finestre della psiche, così da areare una interiorità altrimenti asfitttica”.

Gli oggetti diventano cose quando entriamo in un rapporto profondo con esse, quando ci interroghiamo sulle loro origini, sui materiali con cui sono costruite, sul motivo dell’uso, sulla loro collocazione spazio-temporale: maggiore è il numero delle domande che ci poniamo nei loro confronti, migliore sarà la capacità di entrare in sintonia col mondo e dare un senso alla storia e agli esseri umani abitatori del tempo.

La curiosità ci spingerà a sviluppare un atteggiamento di cura e di volontà di sapere: “una bambola di pezza o di porcellana può condurci, con l’immaginazione e con l’indagine, a situarla in un periodo che precede la scoperta della plastica, a inquadrarla nella storia dei giocattoli, a ragionare sulla diversa educazione delle femmine rispetto ai maschi oppure a ricordare episodi di vita familiare”.

Dobbiamo restituire alle cose il loro diritto alla vita e questo può accadere solo se rispettiamo determinate condizioni: “se le lasciamo sussistere accanto e assieme a noi senza volerle assorbire; se congiungono le nostre vite a quelle degli altri; … se rinunciamo a privilegiare rapporti di esclusivo possesso, accaparramento e dominio sugli oggetti; … se passiamo dalla cultura dello spreco a un rapporto sobrio ed essenziale con le cose; …”.

Conclude Bodei: “La decisione di conoscere e aver cura di alcune cose, senza precludersi la comprensione delle altre, implica non solo un atteggiamento di costante attenzione al mondo e alle persone, una volontà di sapere e un desiderio di amare, ma anche un ethos (e perfino una presa di posizione politica) per contribuire a fare una respublica della società toccataci in sorte”.

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