TartaRugosa ha letto e scritto di: Raffaele Simone (2026), La vita anteriore. Memoria di una generazione, con figure, Editori Laterza

Viviamo in un’epoca all’insegna della velocità.

Resiste la modalità di scandire il tempo vissuto attraverso il conteggio degli anni, destinati ad aggiungere un’unità ad ogni cambio di calendario.

Se sino al secolo scorso la distinzione tra le generazioni sommariamente si riferiva alla differenza tra vecchi e giovani, ora “la conta” si complica, poiché quella che oggi è considerata la generazione silenziosa (1928-1945) – non essendo associata a significativi cambiamenti in campo sociale- vede cedere il passo a una rigorosa classificazione mutante ogni 15 anni.

Una prima linea di confine che inizia nel 1946 e prosegue fino al 1964 è costituita dai boomers, coincidenti con lo sviluppo dell’industrializzazione seguito alla fine della guerra. Da allora troviamo nuovi appellativi:

– la generazione X per i nati dal 1965 al 1980

– i millennials fra il 1981 e il 1996

la generazione Z tra il 1997 e il 2012

– la generazione Alpha fra il 2013 e il 2024

– la generazione Beta fra il 2025 e l’ipotetico 2039

Raffaele Simone (1944) considera:

Alla modernità la mia generazione si è avvicinata superando violenti sobbalzi. Ad ogni nuovo balzo, un tutto veniva sostituito da un altro tutto, diverso quasi in ogni aspetto. … Il Mondo Nuovo si caratterizza per un fatto forse unico nella storia dell’umanità: nulla è oggi come era negli anni in cui quelli della mia generazione erano bambini. E’ cambiato assolutamente tutto. … Da qui il bisogno di raccontare come stavano le cose all’inizio di questo processo e misurare l’immensa differenza tra allora e ora.

Sappiamo della tendenza, a una certa età, a rievocare il passato.

Per TartaRugosa, appartenente alla generazione boomers, sfogliare le pagine di Simone è stato un tuffo in linguaggi e microcosmi ancora presenti nella sua infanzia, sebbene pronti ad accogliere nuovi e desiderati influssi di modernizzazione.

I ricordi evocati da Simone spaziano in più ambiti della quotidianità: la vita scolastica e i sistemi educativi esercitati; la distinzione di genere; la sessualità e i riti di passaggio; la salute, la malattia, l’igiene; il cinema e la televisione; i negozi e l’avvento dei supermercati; gli elettrodomestici; la moda; il galateo; le vacanze; i giochi; la campagna, la città e la distinzione dei ceti. Compaiono foto e nomi di marche e prodotti rimasti in auge per decenni (forse alcuni ancora attuali) e usanze assolutamente sovrapponibili alle reminiscenze di me lettrice.

Fra le righe dei vari capitoli, quando si parla della disciplina scolastica salta subito all’occhio come tale concetto educativo fosse cruciale:

Le punizioni più frequenti erano cinque: la più blanda consisteva nel lancio del cancellino … ben diverso l’altro tipo di punizione col comando “Testa sul banco” o la variante nell’esser mandati dietro la lavagna con la faccia al muro o esser mandati fuori dalla porta sul corridoio. … In cima alle punizioni stavano però i colpi di bacchetta sulle mani (una lunga stecca di legno con le estremità smussate a mò di piccolo bugno) estremamente dolorosi…. L’uso di maltrattare o perfino picchiare i bambini e i ragazzi a scuola era diffuso e tollerato.

Nei miei anni Sessanta vigeva ancora l’alzarsi in classe quando entrava la maestra e come forme di punizione ricordo la cacciata dalla classe e la vergogna di sostare nel corridoio accanto alla porta dell’aula. Altra forma punitiva consisteva nello scrivere sul quaderno intere pagine di osservazioni riprovevoli sul proprio comportamento, oltre alla temutissima nota e l’invito ai genitori di conferire con l’insegnante. A quei tempi il voto di condotta era dirimente e viene da sorridere nel ricordare i segni della matita rossa e blu sui compiti di italiano, dove si tenevano ben distinti il voto di ortografia e il voto di calligrafia. Erano però già stati superati i calamai, di cui restava traccia nel buco circolare che spiccava sulla superficie del banco, il pennino e la carta assorbente.

Decisamente applicata, invece, restava la distinzione fra maschi e femmine. Ricordo la scuola elementare divisa in due entrate: a sinistra si assiepavano i maschietti col grembiule nero e il fiocco azzurro e a destra le bambinette con i grembiuli bianchi e il fiocco rosa. Per queste ultime gli esercizi di ginnastica si svolgevano nell’ampio atrio dell’ingresso, perché la palestra era regno del sesso maschile e l’impossibilità di mescolarsi era così netta che quando arrivai alle medie inferiori (ancora femminili) passavo timorosa accanto a una scuola maschile tenendomi dal lato opposto della strada per evitare ogni possibile contatto anche con lo sguardo. Questa separazione di genere mi accompagnò sino alle superiori (anni Settanta), dove l’unica sede femminile destinata all’insegnamento dell’economia domestica e dell’esperanto aveva introdotto una sperimentale sessione “tecnica” con indirizzo aziendale e linguistico. Non saprei dire se la causa fosse dovuta alla mancanza di iscrizioni, ma dopo il mio primo anno di frequentazione tale scuola venne chiusa, obbligando le future periti aziendali a infinite peregrinazioni alla ricerca di un luogo che le ospitasse. Sfiancate da un numero imprecisato di trasferimenti, gli ultimi due anni furono rivoluzionari: ospiti di un istituto di ragioneria misto!

Restando in ambito scolastico, leggendo le pagine di Simone come non rievocare le “sniffate” della coccoina – una colla dal profumo di mandorle amare che si stendeva sulla carta col pennellino -, le matite colorate della Fila, le Biro con la leggendaria Bic gialla dal cappuccio nero, i quaderni con le copertine di diverso colore, il mitico sussidiario (il mio si chiamava “Occhi aperti sul creato” con una suggestiva copertina raffigurante il viso di due bambini estasiati dal cielo stellato).

Si chiamava così un libro che conteneva piccole dosi di tutte le materie e che si cambiava ogni anno. I capitoli erano intervallati da pagine di raccomandazioni sui buoni comportamenti, la buona educazione, l’onestà, la gentilezza e roba del genere…. Nella cartella era il compagno del libro di lettura, antologia di brani piuttosto futili e poesie da imparare a memoria.

Sempre in tema di letture, scrive Simone:

Per le letture dei ragazzi, perlomeno finché non si arrivava alla scuola superiore, c’era un canone obbligato per molti aspetti asfissiante. … Erano obbligatorie per tutti alcune storie di bambini maltrattati o abbandonati come Piccolo Lord Fauntleroy e Senza famiglia …

Anche nella mia infanzia sotto i dieci anni erano già entrati, oltre ai succitati, Pel di Carota (che mi impressionò tantissimo), il leggendario Cuore col cattivo Franti, e Incompreso, visto anche al cinema, che probabilmente lasciò nella mia coscienza una traccia indelebile.

Come Simone non posso non ricordare Topolino, l’Intrepido, il Monello e, adolescente, sfogliare nella sala del parrucchiere Grand Hotel con i volti bellissimi degli attori di fotoromanzi, le cui foto si scambiavano con le compagne di classe per incollarle sul diario.

Divertente osservare la coincidenza con i giochi di strada. La palla di pezza citata da Simone aveva già lasciato il passo a quella di plastica o di cuoio: se per i maschi era fondamentale per il gioco del calcio, per i gruppetti delle bambine era lo strumento privilegiato nell’esecuzione di una serie di esercizi da effettuare da 1 a 10 e da 10 a 1 senza mai sbagliare per vincere la gara (tirarla contro il muro per riprenderla dopo una giravolta, lanciarla e riafferrarla a occhi chiudi, farla passare sotto una gamba, ecc.). Negli anni Sessanta i bambini giocavano ancora sui marciapiedi, belli larghi perchè molte vie erano a senso unico e quindi non in competizione con il luogo adibito ai passanti. Sotto gli occhi vigili dei negozianti – i supermercati non esistevano – un nugolo vociante si ritrovava dopo i compiti scolastici per giocare a mosca cieca; le belle statuine; un,due, tre stella, mondo, nascondino. Diffuse pure la raccolta delle figurine da incollare sugli album: alcune bustine si trovavano nelle confezioni dei piccoli pandoro Panini, altre presso le edicole. Esisteva inoltre la raccolta delle prime figure di plastica contenute nelle confezioni dei formaggini Mio (ricchi di polifosfati, ma a quei tempi probabilmente non si sapeva) raffiguranti personaggi dei cartoni animati o delle fiabe.

Al capitolo “Lavarsi, curarsi, nutrirsi” l’attenzione dell’autore si sposta sul corpo.

Quando si ammalava, il corpo andava curato. L’usanza degli anni Cinquanta voleva che il medico visitasse i pazienti a domicilio. Faceva palpazioni, chiedeva di tirare fuori la lingua, aveva uno stetoscopio di legno per auscultare il torace. … I medicamenti venivano preparati dai farmacisti in persona, il farmaco si ordinava e poi lo si ritirava sotto forma di bustine di carta bianca accuratamente ripiegate … Siccome gli antibiotici non esistevano le terapie erano spesso blande e quasi palliative.

La visita del dottore nella mia famiglia seguiva un preciso rituale: con timore e rispetto si preparava in anticipo cosa riferire relativamente al proprio malanno; in bagno si faceva trovare accanto al lavandino asciugamani rigorosamente bianchi e una saponetta nuova; si predisponeva infine una busta contenente denaro per il “disturbo”, che dopo un iniziale tentativo di rifiuto il medico incassava.

Analogamente all’esperienza di Simone, permanevano rimedi tramandati dalle generazioni: polentine di semi di lino da posizionare sul petto per sciogliere il catarro; l’uovo sbattuto addizionato da un goccio di marsala per ritemprare il fisico dopo un’influenza; i suffumigi col Vicks Vaporub per il naso chiuso; la magnesia da comprare in drogheria per la cattiva digestione. Ma anche i nomi da lui citati entravano nelle case dei miei anni Settanta: il Formitrol per il mal di gola, la Vegetallumina per le slogature, la Cibalgina per il mal di testa, il callifugo del Dottor Ciccarelli per i calli… Per liberare l’intestino, oltre al clistere, ricordo le zollette Rim col sapore della cotognata e l’olio di vaselina.

Su quest’ultimo tema racconta Simone:

La carta igienica diventò di uso generale solo alla metà degli anni Sessanta. Prima di allora, se i contadini si pulivano nei campi con le foglie di vite, nelle case normali il metodo per pulire il sedere consisteva nel tagliare i giornali quotidiani a rettangoli più o meno uguali e appenderli a un gancio in bagno accanto al wc.

Confermo! Io stessa contribuivo a ritagliare le pagine dei quotidiani quando il gancio era vuoto e ricordo ancora la sgradevolezza di quella carta su una parte del corpo particolarmente sensibile.

Sono veramente infinite le righe del passato in cui perdersi e ritrovarsi. Esilaranti le pagine sulla Comunione:

Quello che ci preoccupava erano le due fasi più delicate: confessarsi e mandare giù l’ostia … Non vedendo peccati nella mia vita di ragazzetto, mi capitò di inventarmi peccati ispirandomi magari alle scene di qualche film o a qualche mia occasionale fantasia.

Ritrovo i miei stessi timori nel tenere l’ostia in bocca e l’attenzione a non masticarla (in fondo era il corpo di Cristo!), nonché gli sforzi compiuti per trovare i peccati da confessare prima di questo evento sacrale (me ne ero preparata una lista che recitavo sempre allo stesso modo: “ho detto qualche bugia”; “ho risposto male alla mamma”; “sono stata disubbidiente”, restando ogni volta interdetta alla richiesta se avevo commesso atti impuri, poiché quando arrivò l’epoca del giocare al dottore temevo di scatenare l’ira del Don nascosto dietro la griglia del confessionale).

Ma il saggio di Simone non è solo un’impareggiabile memoria autobiografica. E’ un trattato antropologico, sociologico, culturale, politico.

Gli anni Ottanta portarono la globalizzazione, i viaggi low cost, i personal computer, le vacanze di massa e le settimane bianche, la droga,la decolonializzazione, la youth culture, la questione ambientale. … Con l’11 settembre 2001 e l’attentato alle Twin Towers arrivarono il terrorismo islamico, i nuovi radicalismi e le migrazioni illegali, lo strapotere delle multinazionali, il crollo del concetto di identità, l’esplodere delle diseguaglianze e l’avvento della mediasfera.

Una riflessione inquietante riguarda il Mondo Nuovo in cui ci stiamo muovendo oggigiorno e per il quale non abbiamo ancora coniato un appellativo definitivo. Ci arrabattiamo come meglio possiamo con la Tecnologia (quella stessa che Emanuele Severino aveva già profeticamente annunciato come nuovo Dio dell’umanità); con un vocabolario impreciso, ulteriore divario fra le generazioni a livello di nuove parole e raffigurazioni esclusivamente visive che sostituiscono il linguaggio verbale; con la promessa miracolosa dell’Intelligenza Artificiale il cui un infinito sapere annienterà la pochezza cerebrale umana; con un dispositivo (“il diavolo in tasca” come Carlo Verdelli definisce il cellulare) diventato protesi del corpo umano, nuova droga tecnologica e condizionatore persino dello sviluppo cognitivo.

E’ necessario quindi ricordare, mettere in fila ordinata i passaggi di come abbiamo raggiunto la modernità e se era questo il mondo che avevamo sperato di vedere dopo la guerra, convinti – in questa parte della Terra – di aver raggiunto la pace.

Se la vita anteriore era la brutta copia di una vita possibile, che speravamo di portare prima o poi in bella copia, la trascrizione in bella ormai non si può più compiere. La vita di oggi è un’altra.

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