TartaRugosa ha letto e scritto di: Giampaolo Nuvolati (2013), L’interpretazione dei luoghi, Firenze, University Press

Sono diversi ormai i testi che in questa rubrica si rincorrono su questo tema, nelle sue varianti dedicate al genius loci, ai giardini, alle derive …Così anche questo libro di Nuvolati giunge a proposito e contribuisce con maggior chiarezza a delineare e a modernizzare la figura del flaneur.

Annota l’autore che la parola flaneur ha varie origini e usi:

Nata intorno alla metà dell’Ottocento per designare dandy, poeti e intellettuali che passeggiando tra la folla delle grandi città ne osservano criticamente i comportamenti, la nozione di flaneur sollecita oggi con forza l’interesse delle scienze sociali e della filosofia, ma anche della letteratura e del cinema, per la capacità di identificare una particolare pratica di viaggio e di esplorazione dei luoghi, di rapporto riflessivo con le persone e gli spazi.

La figura del flaneur può dunque essere considerata da diverse angolazioni: “incarna il desiderio di libertà errabonda dell’individuo imprigionato da vincoli territoriali, ideologici, professionali; la ribellione contro le pratiche consumistiche di massa, specie contro il turismo mordi e fuggi; l’aspirazione ad assaporare la vita secondo ritmi più meditati; il recupero della sensibilità come forma di conoscenza!”, ma sebbene si tenda ad associare tale figura a poeti, artisti e intellettuali, lo spazio urbano può essere abitato da molteplici figure affini. Prima di conoscerle più in dettaglio, mi soffermo su una considerazione interpretativa che Nuvolati espone attraverso l’espressione “flaneur ossimorico”, ovvero le opposte contraddizioni che l’esploratore può incarnare.

Per esempio, essere al contempo puer e senex. Perché nel puer è custodita l’ingenuità del flaneur, la sua voglia di scoprire lo sconosciuto, la voglia di abbandonarsi entusiasticamente al labirinto urbano e però, al contempo, anche quella certa consapevolezza che lo rende saggio nella sua scelta di cosa osservare, nel sapere quando e dove sostare.

Sempre in ambito ossimorico il flaneur è solitario e un po’ malinconico, ma nello stesso tempo cammina nella folla, sfidandola e talvolta sentendosi un po’ sopra di essa.

Qualcuno ritiene che il bighellonare richiami l’ozio? Può darsi, ma è anche vero che la pazienza della perlustrazione, qualche volta vicino alla noia, rappresenti una sospensione in attesa dell’atto creativo (Tacita Dean definisce questo atteggiamento indolenza creativa). La flanerie, infatti, non è solo una forma di contatto lento con la città veloce, ma in genere è seguita da un momento produttivo, di scrittura, di narrazione, di fotografia, “di collezionare pensieri che non sempre seguono una logica, che spaziano da una disciplina all’altra, ricorrendo a più strumenti narrativi, spiazzando il lettore”.

Per non parlare dell’aspetto sociale e sociologico del flaneur … Egli infatti è “colui che grazie alla propria arte guarda la città, ne rielabora i significati e la restituisce a un pubblico più ampio, ma anche agli specialisti che necessitano di uno sguardo diverso, seppur mai definitivo”.

Dunque piedi, occhi e cervello sono le parti maggiormente coinvolte nell’espletare la flanerie: “caratteristica è quella di muoversi a piedi, conciliando tre attività: il camminar lento, l’osservare e l’interpretare ciò che lo sguardo coglie … Camminare nella città rinvia a una condizione di solitudine e di libertà nel rifiutare la velocità e i percorsi imposti dal ritmo urbano e massificato, è la scelta di tempi e pause personali ma, contemporaneamente, rappresenta anche un’apertura verso gli altri”.

Implicitamente fare il flaneur comporta un atteggiamento di pazienza, lentezza e silenzio. E’ solo grazie a queste attitudini che si possono percepire i cinque sensi vissuti dalla città, nonostante il rumore e la frenesia. Nel suo silenzio interiore il flaneur scopre che il luogo non rappresenta più il fondale delle sue azioni, ma diviene esso stesso protagonista, rivelandosi inaspettatamente agli occhi del suo osservatore e svelando l’anima fino allora nascosta. Senza dover necessariamente andare lontano, perché “ognuno ha la propria Parigi o Londra in cui perdersi; sono le nostre città di tutti i giorni che nascondono il loro genius loci misterioso, tra realtà e finzione”.

E, sempre a proposito delle contraddizioni incarnate, la vera sorpresa sta fra le multiformi figure che possiamo declinare nell’essere flaneur, rovistando sia fra presenze “marginali”, sia fra presenze di “élite” o addirittura fra “professioni”.

Nuvolati esamina queste categorie portando alla luce tizi e tali noti agli occhi di tutti coloro che si soffermano a considerare il prossimo che incrociano nelle vie della loro città:

Marginalità

– senzatetto e mendicanti che girano per la città cercando giacigli, cibo, luoghi della questua

– pensionati che passeggiano e, provetti umarél, si appostano vicino a operai al lavoro per dare loro consigli

– bighelloni frequentatori di bar perennemente seduti ai tavoli o, invisibili, nelle sale giochi aperte h 24.

– matti del paese e balordi in perpetuo movimento alla ricerca di compagnia

– alcolisti, tossicodipendenti che vanno a zonzo in città chiedendo la questua o alla ricerca di droga

– immigrati spaesati alla ricerca di conoscenti e di opportunità di lavoro in alcune zone della città

– studenti fuori sede che girovagano fra una lezione o l’altra nei periodi di pausa dello studio o nelle uscite serali

Elites

– ceti particolarmente abbienti che possiedono case di valore in più città dove trascorrere brevi periodi all’anno praticando attività di esplorazione della città congiuntamente all’élite locale e internazionale

– viaggiatori dei Grand Tour, clienti fagocitati da spa e hotel super lusso

– new dandies a passeggio per sfoggiare nuovi capi di abbigliamento

– turisti intellettualizzati che frequentano musei e mostre, seguendo affannati la bandierina della guida che li scorta

L’autore non manca di citare i “provocatori”:

hippies che rifiutano le regole; intellettuali critici nei confronti della società di massa; manifestazioni politiche; musicisti girovaghi.

E, ancora, Nuvolati si sofferma su chi si trova a fare flanella per motivi di lavoro:

poliziotti in perlustrazione di quartieri a rischio; detective sul luogo del delitto; giornalisti impegnati a raccogliere immagini e testimonianze; architetti che sovrintendono la trasformazione di un luogo.

Affascinante, su imitazione di Perec, la pratica dell’”osservazione da postazione fissa” (in altre parole, tentativi di esaurimento di un luogo), grazie all’effetto strabiliante che lo stesso spazio possa diventare, in diversi momenti della giornata, fonte di trasformazione sociale.

Autentica scoperta per lasciarsi abbracciare dalla visione dei propri luoghi, apparentemente i soliti, ma suscitatori di sempre nuove percezioni.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Camila Fabbri (2024), Sani e salvi, EdizioniAdirlab, Napoli, Traduzione di Alberto Montalto

Il realismo magico, caro alla letteratura latinoamericana, mi ha sempre affascinato, probabilmente perché rappresenta un sano contrappunto alla razionalità che guida le mie azioni e sospende, lasciandola galleggiare nelle nuvole, la ricerca compulsiva di una causa.

Attirata da una recensione intrigante, ho quindi ordinato il libro di Camila -poliedrica donna argentina trentacinquenne scrittrice, drammaturga, sceneggiatrice, regista e attrice – il cui titolo spagnolo Estamos a salvo è decisamente più incisivo di quello adottato nella versione italiana.

I racconti (diciassette) hanno tutti in esergo una citazione iniziale tratta da “Documentario Nat Geo” e “Documentario Nat Geo Wild” che introduce al tema trattato nella narrazione relativa.

Con un linguaggio scarno, asciutto, essenziale, Camila ci trascina così dalla visione realistica del mondo in una dimensione attraversata da elementi misteriosi, surreali, dall’effetto straniante, intrecciati, (si può solo intuire tra le righe) alla denuncia di una terra travagliata dalla disparità tra ricchezza e povertà, dall’autoritarismo di un governo totalitario, dai desaparecidos, da famiglie disfunzionali, nonché da quell’imprevedibile inatteso che può sconvolgere l’omeostasi dell’esistenza.

In I rischi che corriamo, a seguito della notizia scientifica che una cellula madre nella scissione subisce più danni della cellula figlia, troviamo una donna depressa in cura psichiatrica il cui pensiero va alla sorella, prossima all’asportazione dell’utero “perché al suo interno è spuntato qualcosa, come quelle erbacce che spuntano sui balconi,sui tetti dei palazzi assai vecchi, luoghi che nessuno guarda più”. La donna depressa vive con la madre, le cui parole non ha voglia di ascoltare perché trova più interessante scrutare sui social le fotografie delle pettinature delle colleghe o le pance ingravidate delle amiche. Pensa all’utero che la madre ancora possiede, dove lei e la sorella si sono formate, il luogo della loro prima casa. E di quella madre, scopriamo essere stata picchiata dal marito. In terra (sa che non sarà l’ultima volta) viene vista dalla figlioletta preoccupata, quella stessa che sta per perdere l‘utero. Nel terrazzo della casa ci sono tante piante che crescono cercando la luce. “Lo fanno in silenzio, senza dirlo a nessuno. Senza attirare troppo l’attenzione”. Quando dopo l’anestesia la sorella si risveglierà ci sarà di nuovo quell’immagine della madre sdraiata per terra e allora chiamerà aiuto. Un’infermiera la rassicurerà, proteggendola. Così potrà rialzarsi in piedi e camminare più leggera, anche se i brutti ricordi non spariscono. “I loro corpi non saranno mai interi”.

In John Sullivan compare il tema del bullismo. Il pugile Sullivan, ultimo campione di boxe a mani nude, parla da un poster appeso al muro rivolgendosi a un ragazzotto grasso e nero che viene picchiato nel cortile della scuola da tre compagne. Gli fornisce “consigli sull’uso corretto del corpo, sulle tattiche per cadere in piedi e parare i colpi con le mani”. Gli dice che “bastava solo sedersi e parlare, proprio come stava facendo lui ora, stampato su un poster attaccato con del nastro adesivo sulla carta da parati del soggiorno”. Il ragazzotto soprannominato “palmi bianchi” dalle tre ragazze bianche, magre e slanciate, avanzerà verso di loro con i pugni chiusi, spaventandole. Poi le inviterà a pranzo a nome di suo padre (il donatore del poster) e ne osserverà lo stupore quando, una volta entrate, constateranno che la sua casa somiglia molto alla loro. Sono sedute tutte e tre sul divano. “Le vedo di schiena e, davanti a loro, il poster di John Sullivan … Credo che riescano a parlare con John perché muovono la bocca tutte e tre … Non le avevo mai viste così, raccolte sull’arredamento di casa mia, a parlare con un poster appeso al muro”.

In Piante senza tutori davanti all’asilo tre donne, diventate amiche durante le attese dell’uscita dei loro bimbi di quattro anni, appaiono in confidenza e facenti gruppo a sé. Parlano chi bene chi male della direttrice dell’asilo. Una quarta madre le osserva, pensando di non rivolgere loro la parola, ma ascoltando interessata i racconti sui pidocchi che possono infestare la testa dei bambini. Improvvisamente si accorge del tempo trascorso: mai tardata così tanto l’uscita dei bambini. Alcuni genitori si spazientiscono, la tensione sale, “Bussavano a turno alla porta perché avevano i pugni arrossati, ormai vicinissimi al sanguinamento”. Dopo parecchio tempo la porta si apre e la direttrice, avanti con gli anni, “si affacciò in tutta la sua figura e ci guardò dritto negli occhi, come una strega d’altri tempi”. Con passi secchi e ritmici dalla porta dell’asilo escono ragazzi e ragazze trentenni. “quelle persone adulte erano i nostri figli, ma cresciuti, trasformati, vissuti … Ce n’era voluto prima che l’asilo aprisse le sue porte, ma alla fine aveva provveduto. Ci aveva restituito la nostra prole”.

L’esergo di Geografia nazionale “Sul nostro pianeta vivono quasi sette miliardi di persone” è un buon preludio per introdurre il panico di Cintia manifestatosi alla notizia che quel giorno, in tutto il pianeta, non era morto nessuno. L’apprensione è così alta e violenta che Cintia non riesce nemmeno a condurre una videochiamata con la sorella e l’amato nipotino, sorpresi dal suo atteggiamento. In preda al totale spaesamento nel vedere tutto il mondo intento a celebrare il giorno della vita, Cintia “prese il portafoglio, contò i soldi, si infilò le scarpe da ginnastica e uscì … la cosa migliore da fare in quel clima in cui la gente eccedeva, era chiudere la porta di casa e cambiare per sempre la serratura”.

Si inanellano altri racconti che, in assenza di temporalità, parlano delle relazioni, ma anche di stupefacenti incroci, tra i protagonisti e vari animali – caimani, gatti, cani, tigri, dinosauri –; alcuni invece fotografano incredibili metamorfosi, aggressioni per futili motivi, sparizioni, maternità in età avanzata, vecchiaia, morti sfiorate per puro caso.

Caratteristica comune delle vicende è che l’elemento magico dell’accadimento irreale può essere solo accettato: i personaggi coinvolti non si chiedono troppe spiegazioni, non se ne stupiscono, semplicemente lo vivono.

Spesso sorpresi a fare i conti col decidere da che parte stare nelle pieghe della vita quotidiana, ognuno di questi incisivi testimoni solitari non soccombe all’ineluttabilità delle minacce e, nella potenza di una non-azione, in un crescendo di mondi fantasticati, stranianti e talvolta contraddittori, dimostra che è possibile resistere.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Alice Munro (2014), Il percorso dell’amore, Traduzione di Susanna Basso, Einaudi, Torino

IN RICORDO DI ALICE, CHE MOLTI DEI MIEI GIORNI HA ACCOMPAGNATO.

La memoria è il modo in cui raccontiamo a noi stessi le nostre storie, e ne raccontiamo agli altri una versione in qualche modo diversa … capire come cambia la memoria nel tempo, i diversi inganni che inventa nelle diverse età della vita …

Che birichina può essere la memoria, anche quando riguarda la nostra stessa vita :))

Il fatto è che quando aggiungiamo nuovi anni al nostro esistere diventa più facile modificare il significato dei ricordi, dando loro una nuova realtà che può celare omissioni, ricostruzioni, deformazioni, perfezionamenti della vera scena vissuta.

Vi è mai capitato, per esempio, di rivedere a distanza di decenni un luogo della vostra infanzia e di percepirlo drasticamente “rimpicciolito” rispetto alla grandiosità che un tempo lontano rivestiva?

O ancora, di inserire in un racconto di saga familiare qualche caratteristica narrata da altre voci che però sembra corrispondere a una vostra precisa presenza proprio nel momento in cui quell’evento accadeva?

O, con tutta onestà, di confidare a un amico qualche travaglio interiore soffermandosi maggiormente su aspetti che evidenziano una propria ragione, piuttosto che l’esposizione oggettiva dei fatti avvenuti?

O di distinguere in modo confuso dove collocare esattamente il ricordo che ci viene a trovare, se in contemporanea non viene offerto un aggancio di riferimento sicuro?

Munro ben conosce i meccanismi di una memoria che non è mai così affidabile come la si vorrebbe credere e ne sono testimonianza i mirabili incisi che spesso affiorano nelle trame delle storie che scrive.

Ed ecco che nel racconto “Il percorso dell’amore”, che dà il titolo al libro in lettura, a un certo punto Fame, nel visitare con un amico la vecchia casa d’infanzia radicalmente mutata dopo la sua vendita, dice a Bob mentre guarda la vecchia stufa a legna: “Una volta mia madre ha bruciato tremila dollari dentro quella stufa”. Alla legittima curiosità dell’interlocutore e all’osservazione che i soldi sono sempre il punto centrale, Fame replica: “No. Il punto è che mio padre glielo lasciò fare. Mio padre restò lì a guardare senza protestare mai. E se qualcuno avesse cercato di fermarla, lui l’avrebbe difesa. Io lo considero un gesto d’amore”.

Due pagine dopo: “Mio padre non è mai stato in cucina a guardare mia madre consegnare le banconote alle fiamme. … Ma allora perché rivedo la scena con tanta chiarezza, esattamente come la raccontai a Bob … Mio padre accanto al tavolo … mia madre alimenta scrupolosamente il fuoco con le banconote … e mio padre … sembra proteggerla”. Una delle due considera il gesto naturale e necessario e l’altra è convinta che l’importante sia garantire a quella persona la libertà di procedere. Capiscono che altri possono pensarla diversamente. Non li riguarda. “… Faccio molta fatica a credere di essermi inventata tutto. Sembra talmente vero da essere vero: è quello che credo sul loro conto. … Ho smesso in compenso di raccontare la storia. … Non ho smesso soltanto perché, a rigor di termini, non era vera. Ma perché ho capito che dovevo rinunciare ad aspettarmi che la gente condividesse il mio punto di vista.

Una distorsione della memoria per confermare il percorso dell’amore?

Lichene”. Chi non ha mai vissuto, assistito, sognato, immaginato un tradimento? Una storia così reale da sembrare uno spaccato di una delle tante serie di spettacoli televisivi in cui i protagonisti sono i concorrenti della vita. In Lichene un rapporto uomo/donna durato ventuno anni, continua nonostante gli otto anni trascorsi dalla separazione.

Sono donna, come potrei non partecipare a favore di Stella, “una donna piccola e grassa, bianca di capelli, in jeans e maglietta sporca. Sotto, non porta nulla che sostenga o contenga qualsiasi parte del corpo…”, che ha saputo reinventarsi la vita da sola, i figli lontani, in una vecchia cascina bisognosa di restauro con piccolo orto cintato: ”Ci sono piante che sta rinvasando e i barattoli (di marmellata) di cui parlava… C’è l’attrezzatura per il vino e infine, nel lungo soggiorno che affaccia sul lago, la sua macchina da scrivere, circondata da mucchi di libri e pile di carta. … Oltre la Società storica, aggiunge, frequenta un gruppo di lettura drammatica, un coro parrocchiale, l’associazione vinificatori, nonché un circolo di persone che organizzano a turno cene informali a prezzo fisso”.

E come non chiedersi che cosa ancora la lega a David, presuntuoso presenile che da sempre è a caccia di avventure diverse che alimentino il suo demon interno di Non Amare le Donne?

La sventurata di turno che sta per essere scaricata, Catherine, confida nell’immediata complicità femminile che si instaura con Stella – grazie anche all’effetto chimico dello psicofarmaco che usa – “ci sarà un cambiamento nella mia vita. Sono innamorata di David, ma mi sono sepolta dentro questo amore per troppo tempo”.

E David nel frattempo sventaglia una foto al limite della pornografia della nuova preda, giovane, eccitante, lussuriosa. Una sferzata di energia che l’ha persino indotto a tingersi i capelli. E’ una bestia in calore, David. Cerca la giovane ragazza telefonicamente e ansima, suda, si eccita nel non trovarla perché sa che questo corrisponde a un suo tradimento. Una sgualdrina, in fondo, ecco che cos’è.

Non suscita certo pena David, anche di fronte alla sua ammissione che è disposto ad accettare di tutto per sopportare il suo struggimento interiore “Questi accessi di desiderio e dipendenza, venerazione e attaccamento morboso, queste trasformazioni terrificanti sebbene auspicate, non sono vero amore. … Prima o poi, se Dina (l’attuale amante) permetterà alla propria maschera di incrinarsi, lui sarà costretto ad andare oltre. E comunque lo dovrà fare lo stesso: dovrà andare oltre.

Sì, direi che ci sono tutti gli elementi per manifestare solidarietà verso Stella, quando finalmente gli dice”non si potrebbe cercare di tagliar corto adesso?”.

Che garanzia può infatti offrire un uomo che guarda alla ex-moglie come virtuosa complice delle sue nefandezze solo perché è l’unica a “portarsi il fardello non solo di vecchi segreti sessuali, ma anche delle elucubrazioni su Dio che lo tenevano sveglio nel cuore della notte, dei suoi vari dolori al petto di natura psicosomatica, delle sue difficoltà di digestione, dei suoi piani di evasione” a tal punto che “Si era gonfiata, con tutto quello che sapeva”.

Ma il percorso dell’amore segue viottoli impervi: “Un tempo si scambiavano battute amare e cattive e fingevano, pronunciandole, di trovarle vagamente spassose, sincere, quasi cordiali. Adesso il tono fasullo di allora si è depositato sul fondo, insinuandosi negli interstizi di ogni sentimento acuto, perciò l’amarezza, sebbene identica, risulta stantia, formale, superflua”.

E in fondo, al novantetreenne padre di Stella “la visita di un uomo (in casa di riposo) conta di più”, anche se “agli occhi del suocero, David non avrebbe mai cessato di essere qualcuno che sta imparando a diventare un uomo, e che potrebbe non farcela mai”.

Saggia Stella. Non si è ripiegata sulla crocifissione del genere maschile “Chi è lei in fondo per dire che cosa di David è artefatto e che cosa no?” , ma ha abbracciato se stessa sino a far strizzare la vitalità che in tempi precedenti infastidiva il marito: ”Le sue impetuose impazienze ad esempio, le esagerazioni, quel modo innocente e scherzoso di andare a caccia di comprensione”.

Un amore non finisce in base al semplice on-off di un interruttore, ma è complicato dividere in due le responsabilità dell’affievolimento dell’illuminazione. Per entrambi tuttavia il futuro si apre.

Le finestre sono aperte, la casa piacevolmente in ordine, e una gustosa zuppa di pesce sobbolle sul fornello” e lo sguardo è rivolto “ai giorni e notti che lei ininterrottamente manda avanti”.

Chi al contrario è afflitto dal Non Amore “deve fare a meno della comprensione altrui, rinunciare alla dignità, contenere i danni”. Come il lichene esposto al sole: “Il nero è diventato grigio, la tinta arida e tenue di un vegetale misteriosamente nutrito dalle rocce”.

Grazie Alic, che silenziosamente te ne sei andata, seguendo il misterioso percorso della tua memoria.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Gianna Schelotto (2010), Un uomo purché sia, Mondadori

Agosto, moglie mia non ti conosco, recita un vecchio detto popolare dove il marito, libero da moglie e figli spediti in qualche dove di villeggiatura, addolcisce e compensa il peso del lavoro necessario al sostentamento della famiglia con effimeri flirt estivi, nell’infinito gioco del maschio cacciatore e sciupafemmine.

Interessante analizzare la “preda” della questione, intesa non come la moglie offesa, ingannata e tradita,quanto l’amante corteggiata, adulata e cercata poco oltre lo scadere dell’estate.

Donne “girasole” è la bella definizione adottata da Gianna Schelotto per descrivere quelle ”amanti eternamente deluse … non soltanto perché girano da sole, ma anche perché hanno fatto degli uomini gli astri intorno ai quali ruotare, svalutando tutto il resto”.

La nota psicologa specializzata in terapia della coppia e collaboratrice per numerosi quotidiani e settimanali, presenta in questo libro alcune storie di donne e dei loro amori infelici, della ostinata pervicacia con cui inseguono progetti amorosi destinati al fallimento e l’immancabile coazione ad iniziare storie nuove con epiloghi già tristemente conosciuti.

In questi ultimi scorci di tempo, la donna occidentale, nonostante la sua accresciuta consapevolezza e libertà, pare essere diventata più sola e meno preparata a “medicare” ferite affettive vissute nelle fasi più precoci della sua vita.

Diventare grandi significa imparare a costruirsi autonomia e autosufficienza, condizioni che a loro volta richiedono capacità di elaborare distacchi e separazioni da figure esterne affettivamente importanti. Se questo meccanismo si inceppa “si fa intenso il bisogno di aggrapparsi a qualcuno, e la ricerca di un amore diventa l’unico illusorio antidoto contro il progressivo venire meno dell’autostima … le donne girasole a poco a poco svalutano se stesse e, poiché si piacciono sempre meno, diventa più forte il bisogno di trasformarsi in persone diverse e di adeguarsi alle aspettative che attribuiscono al compagno del momento. Per piacere a lui si inventano, come camaleonti, nuovi comportamenti e nuove maschere”.

Giulia, una delle protagoniste, conferma questa diagnosi: “La mania di avere un compagno a ogni costo mi impediva di essere me stessa … Dei miei bisogni non mi curavo, mi sembravano inopportuni e marginali. Li sacrificavo alla convinzione di vivere amori unici e irripetibili … Pur di accaparrarmi un uomo, mi trasformavo come un camaleonte”.

Lucida pure la classificazione che Giulia enumera delle tipologie in cui facilmente si imbattono le donne girasole: la categoria degli sposati, degli ammammati, dei carrieristi.

Della prima fanno parte quegli uomini che hanno necessità di nuovi stimoli, che non sanno inventare nuovi scenari in una vita coniugale improvvisamente percepita scialba e banale, e che presto si accorgono che anche l’eccitazione della novità è soggetta a un fisiologico declino, soprattutto se l’amante, dopo essersi sbizzarrita nelle più fantasiose modalità seduttive, inizia a chiedere il conto sul piano della stabilità del rapporto.

Gli “ammammati” sono coloro che antepongono la genitrice a qualsiasi decisione li riguardi: “Sai, secondo la mamma …”; “Alla mamma dispiacerebbe …” “Mamma dice che sarebbe meglio se…”.

I carrieristi, infine, sono così concentrati ad inseguire aerei, appuntamenti, riunioni che già considerano un successo quando in uno scampolo di tempo o un’anonima stanza d’albergo riescono a fare, piuttosto che a dare, l’amore per l’altra.

Oltre a quelle di Giulia, incontriamo le avventure sfiorite di altre donne, alcune non più giovani, altre con un aspetto fisico non esaltante, altre belle ed intelligenti o, a loro volta, carrieriste ed “arrivate” sul piano professionale.

Queste figlie del nostro tempo così diverse eppure così uguali alle donne di sempre nella sofferenza di non riuscire a trovare il compagno giusto: “Ma perché?” si chiedono incredule “Perché tutte hanno un compagno e io no? Perché nessuno mi vuole? Che cosa ho che non va?”.

C’è anche una voce maschile, Gianni, che testimonia in quanto parte in causa, le reiterate bugie di Teresa sull’amore provato per lui che servono solo da coperture ad altri inseguimenti amorosi paralleli. Anche in questo caso, Teresa, come tante altre, “non si ama, e per questo non sa farsi amare … Gianni perde valore ai suoi occhi nel momento in cui si dice innamorato di lei. Un uomo che può amare una persona di poco conto quale lei è, dev’essere a sua volta di poco conto”.

Per queste vicende sentimentali non è l’agosto ad essere determinante. Nelle signore insicure e nelle loro voci narranti traspare l’incapacità di prendere distanza dai fallimenti che punteggiano i giorni di chiunque, in quell’interminabile altalena mossa dalla forza delle emozioni e dalla resistenza della ragione a saperle accogliere.

Suggerisce Schelotto: “Conta confrontarsi con quello che si è, cercando di affrancarsi da ciò che ieri ci ha fatto male … Non si può bloccare la propria vita nella prigione dei rimpianti, dei risentimenti e delle attese deluse. E’ importante, invece, prendere in mano le redini di sé e affrontare una realtà non deformata dalla propria paura di vivere”.

Un uomo purchè sia non potrà mai riparare un’immagine femminile ferita o spezzata. Gli oggetti senza valore vengono gettati via e le donne girasole sono molto abili a proiettare sul maschio paure ancestrali e bisogni di riconoscimento.

Ma quando il sole cede il posto alla luna, la gigantesca corolla del girasole non sa più dove voltarsi e tristemente abbassa lo sguardo, confidando in un immutato quanto speranzoso domani.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Jonah Lehrer (2008), Proust era un neuroscienziato, Traduzione di Susanna Bourlot, Codice Edizioni, Torino

Un ricercatore scientifico trascorre lunghi periodi della sua professione aspettando. Le sperimentazioni condotte per scomporre, verificare, pesare, misurare, quantificare richiedono operazioni durevoli e ripetitive e, soprattutto, tempo.

Così il giovane neuroscienziato Jonah Lehrer impiega lo scorrere dell’attesa nella lettura. Traendone interessanti scoperte.

La posta in gioco è alta. L’obiettivo di comprendere il funzionamento del cervello ha sempre accompagnato l’essere umano nel corso della storia, ma è in epoca piuttosto recente che la tecnologia ha messo a disposizione strumenti efficaci per indagare là dove il mistero era insondabile, introducendo meccanismi sofisticati per ridurre l’insieme nelle sue singole parti. Ecco quindi che la scienza e la cultura ad essa correlata hanno sempre classificato come inattendibili i risultati non sottoponibili a scomposizione e misurazione.

Per contro, l’arte ha percorso il cammino opposto, dando risalto, nelle sue opere, al senso dell’esperienza e all’immaterialità della coscienza.

Lehrer si sofferma proprio su questa contrapposizione tra arte e scienza. Il riduzionismo di quest’ultima non potrà mai spiegare come noi possiamo fare esperienza del mondo, originando il paradosso che “l’unica realtà che la scienza non può ridurre è l’unica realtà che mai conosceremo”.

Ma, tornando all’arte, non si può certo affermare che essa sia insensibile al condizionamento della disciplina scientifica propria dell’epoca relativa. Gli otto artisti selezionati dall’autore si collocano tra la metà del XIX secolo e l’inizio del XX e il criterio della scelta è coinciso con un fatto clamoroso: le loro opere e la loro immaginazione anticiparono con indubbia precisione scoperte compiute dalle neuroscienze in un periodo successivo.

La nostra materia è aggrovigliata con il nostro spirito” e i metodi per esplorarla possono essere diversi. “Marcel Proust passava le giornate a letto, rimuginando sul passato; Paul Cézanne poteve contemplare una mela per ore; Auguste Escoffier stava cercando solo di compiacere i suoi clienti; Igor Stravinskij stava cercando di non compiacere i suoi clienti; a Gertrude Stein piaceva giocare con le parole. .. Walt Whitman studiava manuali di anatomia cerebrale; George Eliot leggeva Darwin e Maxwell; Virginia Wolf si documentava sulla biologia della malattia mentale”.

Per TartaRugosa particolarmente gustoso e divertente è il capitolo dedicato a Escoffier, il celebre chef inventore del brodo di vitello. “Usava i fondi di cottura per nobilitare il comune sauté. Per conferire al piatto un gusto profondo e intenso. Dopo aver cotto la carne in un tegame rovente.. la toglieva dal fuoco e la lasciava riposare, mentre la padella sporca, piena di grasso delizioso e di braciole di carne, veniva deglassata. La deglassatura era il segreto del suo successo. …Un pezzo di carne viene cotta a fuoco vivo – così da ottenere una crosticina (reazione di Maillard) ben abbrustolita, cioè aminoacidi che caramellano e si amalgamano – e poi si aggiunge un liquido, per esempio un ricco brodo di vitello. Mentre evapora, il liquido ammorbidisce la fronde, i pezzetti di proteine attaccati al fondo della padella (la deglassatura facilitava anche la vita al lavapiatti). La fronde disciolta è ciò che dà alle salse di Escoffier la loro divina profondità; è ciò che rende il beouf bourguignon, bourguignon”.

Ai tempi di Escoffier la scienza attribuiva alla lingua solo quattro sapori: dolce, salato, amaro e aspro. Ma la ricetta del fondo bruno del gastronomo non aveva nulla a che fare con questi gusti. La definizione di quel sapore così allettante ci arriva niente meno che dal Giappone : umami (squisito) e dall’ostinato Ikeda che dedicò gran parte della sua ricerca alla caccia di questo gusto sconosciuto.

Dopo anni di chimica solitaria, Ikeda trovò la sua molecola. Era l’acido glutammico, il precursore dell’L-glutammato. … L’acido glutammico è di per sé insapore. Solo quando la proteina si degrada in seguito a cottura, fermentazione o maturazione al sole le molecole degenrano nell’L-glutammato, un aminoacido che la lingua può assaporare”. Per acquisire l’umami, il glutammato doveva essere legato a una molecola stabile che la lingua potesse apprezzare: il sale.

Ma questa scoperta passò sotto silenzio.”L’umami, dissero gli scienziati occidentali, è una teoria oziosa .. una sciocca idea riguardante quel nonsoche definito squisitezza. … Così, mentre i cuochi di tutto il mondo continuavano a basare la loro intera cucina sul dshi, sul Parmigiano reggiano, sulla salsa di pomodoro, sul brodo di carne e sulla salsa di soia (tutte potenti fonti di L-glutammato), la scienza insisteva nel difendere, con un’ingenuità che non aveva nulla di scientifico, i quattro gusti, non uno di più”.

Dobbiamo attendere il 2000 e la biologia molecolare per avvalorare il nuovo gusto: sulla lingua esistono due distinti recettori che possono percepire solo il glutammato e gli L-aminoacidi. “Diversamente dai gusti dolce, aspro, amaro e salato, che sono percepiti l’uno in relazione all’altro .. l’umami viene percepito di per sé”.

Anche un’altra scoperta fu inavvertitamente fatta da Escoffier: servendo il cibo caldo diede evidenza all’importanza dell’olfatto. “Quando mangiamo, l’aria circola attraverso la bocca e sale per le vie nasali, dove le particelle gassose del cibo caldo si legano a più di dieci milioni di recettori olfattivi schierati in un’area non più grande di un francobollo. …il bulbo olfattivo è inondato dal feedback proveniente dalle aree cerebrali superiori. Questo feedback modula e perfeziona di continuo le informazioni raccolte dai recettori dell’odore. Un team di scienziati di Oxford ha mostrato quanto una semplice etichetta verbale possa alterare ciò che pensiamo ci stia dicendo il nostro naso. Se al soggetto di un esperimento viene data dell’aria inodore da annusare, ma gli viene detto che profuma di fontina, le sue aree olfattive si accendono di famelico desiderio. Ma quando la stessa aria viene presentata con l’etichetta “odore corporale”, il soggetto spegne involontariamente le aree olfattive del cervello. Sebbene la sensazione non sia cambiata – si tratta sempre di aria purificata – la mente ha corretto totalmente la propria risposta olfattiva. Senza saperlo inganniamo noi stessi.

Ad Escoffier poco importava della nostra realtà neurologica.

A dimostrazione che quello che sperimentiamo non è quello che percepiamo e che l’esperienza è ciò che capita quando le sensazioni vengono interpretate dal cervello soggettivo, basti pensare all’intuito dello chef su questo aspetto psicologico: “I suoi ristoranti si fondavano sul potere della suggestione. Lo chef insisteva che i suoi piatti avessero dei nomi eleganti e che fossero serviti su vassoi d’argento placcati d’oro. Le porcellane venivano da Limoge, i bicchieri da vino dall’Austria e la sua formidabile collezione di posate lucenti dalle aste di proprietà nobiliari. Escoffier non serviva bistecca al sugo, serviva filet de bopeuf Richelieu. Faceva indossare lo smoking ai suoi camerieri e sovrintendeva alla decorazione rococò della sua sala da pranzo. Un piatto perfetto, del resto, esigeva una disposizione d’animo perfetta. Pur passando diciotto ore al giorno dietro un fornello incandescentr, a creare le sue collezioni di salse, Escoffier capì che quello che gustiamo è in definitiva un’idea, e che le nostre sensazioni sono influenzate dal contesto”.

E infatti, che sarebbe il mio pranzo vegetale senza l’accompagnamento di colori e profumi carezzati dal vento?

TartaRugosa ha letto e scritto di: Peter Mayle (1989), Un anno in Provenza, Traduzione di Enrica Castellani, EDT Edizioni di Torino

C’è qualcosa di magico in questa regione posta al sud della Francia. Il ricordo risale al giugno di tanti anni fa, in un periodo buio e triste fatto di dolore e sconfitta.

Visitare in quel periodo la Provenza è stata una delle esperienze più intense provate a dispetto del malessere dell’anima.

Probabilmente grazie ai colori, ai profumi, al clima secco e ventoso, alla luce intensa e calda. Una vertigine di viola di sconfinati campi di lavanda, di rosso di papaveri capolineggianti in ogni dove, di giallo di girasoli impazziti di luce, di verde di cipressi e di vigneti gonfi di grappoli ancora acerbi …

Lo stesso fascino provato davanti a tele di grandi artisti, che in Provenza hanno saputo trovare, leggere e interpretare impressioni seducenti e fascinose. Van Gogh, Picasso, Cézanne, Gauguin, Nina Simone. Nella diversità delle loro storie, il tratto comune dell’essere attraversati da un luogo che parla ai geni creativi un linguaggio tutto suo.

E in questo tempo di ppimavera è bello rivisitare la campagna provenzale, oltre che con la memoria, con il diario di una simpatica coppia inglese che decide di trasferirsi in questo angolo di mondo, narrando avventure e disavventure capitate durante il loro insediamento.

Dalle pagine emergono tutti i tratti forti di caratteri e temperamenti che hanno dovuto adattarsi – e la natura a loro – alle intemperanze della campagna battuta dal vento, al rapido cambio delle temperature, al sole e al clima secco del periodo estivo.

Provenza … tutto qui è talmente sanguigno! Le temperature vanno da oltre trenta gradi a venti sotto zero, raggiungendo perciò massimi livelli opposti. La pioggia, quando arriva, cade con tale violenza da far sprofondare le strade e chiudere le autostrade. Il Mistral è un vento brutale ed estenuante, terribile d’inverno, aspro e secco l’estate. Il cibo è violento e le erbe profumate sono in grado di provocare un’indigestione in persone abituate a una dieta più tranquilla. Il vino giovane inganna, perché invita a bere, ma spesso ha una gradazione alcolica più forte di quello vecchio, al quale ci si avvicina con maggior cautela.”

C’è poi da aggiungere la condivisione di un’esperienza analoga alla mia: il cittadino che si improvvisa campagnolo e la scoperta della genuinità della comunità locale. Tante righe mi suscitano il sorriso perché le vicende descritte molto assomigliano alle mie, impegnata in estate a rispondere alle più disparate esigenze della vecchia casa che mi ospita e a riscoprire il valore di un gesto, di una parola, di uno sguardo, da chi, diversamente da te, sa come affrontare incidenti di casa e di campo con maggior avvedutezza e spirito di iniziativa.

Il vicinato … assume in campagna un’importanza che non ha in città. … In campagna, lontani dalla casa più prossima magari mezzo chilometro, i vostri vicini fanno parte della vostra vita e voi della loro. Se vi capita di essere stranieri con un tocco di esotismo, siete osservati con più interesse del solito. Se poi, per di più avete occupato un podere agricolo di vecchia data, vi renderete subito conto che i vostri atteggiamenti e le vostre decisioni hanno una precisa ripercussione sul benessere di un’altra famiglia”.

Quando due uomini si ritrovano, il meno che fanno è darsi una stretta di mano; ma se hanno le mani occupate, vi tenderanno almeno il mignolo da afferrare e, se sono sporche o bagnate, vi offriranno l’avambraccio o il gomito. … Ma un’amicizia più stretta richiede maggiori dimostrazioni d’affetto. … si afferravano per le spalle, si davano manate sulla schiena, pugni sulle reni, pizzicotti alle guance. Quando un Provenzale è proprio contento di vederti, non è raro il caso che tu esca dalle sue grinfie con qualche graffio, anche se di poco conto. … Terminati i primi convenevoli, può iniziare la conversazione. Si posano le sporte per la spesa o i pacchetti, si legano i cani alla gamba del tavolo, si appoggiano le bici o gli attrezzi al muro più vicino: tutte cose necessarie, perché, per ogni seria e soddisfacente chiacchierata, le due mani devono essere pronte a fornire una sottolineatura visibile, a concludere opinioni non ben definite, a rafforzare il discorso o semplicemente a ornare un discorso che, col semplice moto delle labbra, per i Provenzali non è sufficientemente corposo”.

La dimensione del tempo, in campagna, è diversa da quella di città. Non che la vita sia meno faticosa, tutt’altro. E’ proprio una questione di ritmo: salvo rare eccezioni, nulla è così urgente da non poter attendere il suo giusto momento. Il rapporto con l’artigiano, qualsiasi sia la sua specializzazione, è ciò che meglio rappresenta questo concetto:

Avevamo capito che il tempo, in Provenza, è molto elastico, anche se esattamente definito: un petit quart d’heure significa primo o poi nella giornata; demain, primo o poi nella settimana; il lasso di tempo più elastico di tutti era une quinzaine, che può voler dire tre settimane, due mesi o anche l’anno prossimo, ma mai, in nessun modo, quindici giorni”.

Il contatto con la natura, il desiderio di un rapporto più prossimo al paesaggio, la riscoperta di sapori naturali, innesca anche nuove dinamiche con chi ti sta attorno in città e con il quale hai voglia di apprezzare la gioia campestre, salvo affollamenti non previsti …

“… i Londinesi cominciarono a far progetti per le ferie ed era strano come tanti di tali progetti comprendessero la Provenza… Con crescente regolarità cominciò a squillare il telefono … Prima di tutto ci chiedevano se rimanevamo a casa per Pasqua, o nel mese di maggio, o per il periodo che andava bene per loro.. … Era difficile sentirsi lusingati da tale improvviso entusiasmo al pensiero di vederci , da noi ignorato finché eravamo in Inghilterra … Raccontavamo ad altri venuti ad abitare in Provenza che eravamo minacciati di invasione: tutti erano passati attraverso la stessa esperienza. Dopo si impara a dir di no.

Il maggior problema, quando ce ne rendemmo conto, dipendeva dal fatto che i nostri ospiti erano in vacanza, e noi no. Ci alzavamo alle sette, mentre loro stavano a letto fino alle dieci o alle undici, terminando a volte la colazione giusto in tempo per fare una nuotatina prima di pranzo. Noi lavoravamo mentre loro prendevano il sole. Ristorati da un pisolino pomeridiano, emergevano la sera, dandosi alla vita sociale, mentre noi ci addormentavamo sull’insalata. Mia moglie, che aveva un istinto innato per l’ospitalità e temeva che gli ospiti non mangiassero a sufficienza, passava ore in cucina, e a tarda notte ancora eravamo occupati a lavare piatti”.

D’estate forse non ci si bada più di tanto, ma nelle incursioni invernali presso case del vicinato o spiando negli orti autunnali, si scopre che d’inverno, quando il lavoro della terra è meno assillante, molta attenzione viene dedicata al cibo

La cucina invernale, in Provenza, è fatta di specialità contadine, preparate per penetrarvi nelle ossa, per darvi calorie e forza, e spedirvi a letto a pancia piena. Non è un cibo elegante, al modo in cui lo sono le vivande artisticamente presentate nei ristoranti … ma non c’è niente di meglio, in una notte gelida, quando il Mistral vi assale a rasoiate. …Una, anzi tre, pizze fatte in casa … tre paté: di coniglio, di cinghiale e di tordo … una terrine di proporzioni gigantesche a base di maiale e marc … saucissons costellati di grani di pepe, cipolline dolci in salsa di pomodoro fresco … fettine di magret … interi tronchi, intere zampe coperti di un sugo di santoreggia, con un contorno di funghi selvatici. … e poi l’insalata verde con dadini di pane fritto in aglio e olio di oliva .. dolce di pasta di mandorle e panna”.

Celebrare con la buona tavola, in fondo, è il modo migliore per fare bilanci con la fatica di piegare la terra ai tuoi voleri, poiché non c’è momento in cui ci si possa davvero rilassare di fronte alle proprie opere di coltivatori: “In ognuno dei mesi precedenti aveva espresso la stessa minacciosa osservazione a proposito del tempo, con tono rassegnato e lamentoso dei contadini di tutto il mondo, quando vi parlano del duro lavoro richiesto per ricavare il sostentamento dalle fatiche dei campi. Le condizioni non sono mai favorevoli: pioggia, vento, sole, erbacce, parassiti, governo, c’è sempre qualcosa che non va, ed essi mostrano un perverso piacere nel loro pessimismo”.

Il tempo della nuova vita, per la coppia inglese, ridefinisce la percezione e la durata delle stagioni: “No, non ci annoiavamo, non ne avevamo il tempo. Ogni giorno trovavamo qualcosa d’interessante e divertente nella vita da contadini; inoltre ci divertivamo ai graduali cambiamenti della casa, per adattarla al nostro modo di vivere. C’era da progettare il giardino e decidere che cosa piantarvi. C’era il campo delle boules da costruire, da impratichirsi con la nuova lingua, da scoprire paesi, vigne e mercati … I giorni correvano già abbastanza veloci così, senza altre distrazioni, e ce n’erano tante di queste”.

Insomma, tanti e divertenti sono gli aneddoti e le descrizioni che si rincorrono nel testo. Una lettura che allieta in forma leggera un pomeriggio di languido ozio, in cui il libro che tieni in mano può ripiegarsi sul petto in attesa che gli occhi si riaprino e riprendano la lettura interrotta.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Domenico Starnone (2024), Il vecchio al mare, Einaudi, Torino

Che cosa cerca Nicola tutti i giorni sul bagnasciuga – la sabbia ancora calda d’estate – con i suoi ottantadue anni, il cappello, un borsone, la sedia pieghevole sulle spalle, un quaderno e una matita?

Che cosa rincorre con qualche balzo barcollante e i palpiti forsennati del cuore, abbagliato da una fuggente presenza dai contorni dorati cui dare un nome che non viene?

Scrittore, Nicola lascia credere di esercitare le più strane professioni che gli altri gli attribuiscono, forse perché lui stesso non sa bene cosa credere di se stesso, di chi è stato, di chi è diventato, di chi ha amato, se ha amato.

Fluttuano i ricordi accompagnati dal rumore del mare e dai personaggi che via via intessono le sue giornate: Lu, giovane commessa esperta rematrice di canoa – un po’ più sprovveduta in campo sentimentale – con un ex marito, il piccolo figlio Ninì che crede alle piovre giganti, un nuovo amante; Evelina, la proprietaria di una boutique, moglie infelice di Silvestro, muscoloso e disonesto imbonitore commerciale, nonché instancabile seduttore: varie donne già attempate che cercano una nuova giovinezza tra la folla di abiti appesi alle stampelle e i manichini vestiti con eleganza nel negozio di Evelina. Personaggi da osservare e raccontare nelle loro solitudini e nei piccoli intrighi che pagina dopo pagina disvelano la vita della piccola comunità.

Su tutti incombe come un fantasma il ricordo della madre di Nicola, mai dimenticata, scomparsa troppo precocemente e che lo ha fatto sentire prestissimo a rischio di umiliazione e abbandono.

E’ Lu, la più giovane di quel nuovo universo femminile, colei che raggruma dentro di sé le ombre delle donne del suo passato, di cui tuttavia nessuna ha mai avuto niente a che fare con la madre, che ancora predomina nella sua memoria:

Ora stavo cercando soltanto di estrarre dal corpo di Lu una madre viva, vivacissima ben diversa da quella prossima a morire orribilmente. Desideravo una madre senza malattia, sotto i trent’anni, di radiazione benevola, capace di suscitare invidia e poi addomesticarla mutandola in simpatia e affetto”.

E’ Rosa, la madre defunta, che ora Nicola riplasma seduto per ore nella boutique di Evelina contemplando l’indaffarato traffico delle clienti nei camerini?

Per quasi due ore ho spiato il viavai di streetwear, di total black oversize, di spalle cadenti, di giacche e pantaloni rosa shocking,

mentre vorticano nella sua testa i vocaboli di quando Rosa, sarta,

aveva messo su un negozietto che chiamava butik: taffetà, shantung di seta bordò, pizzo di tulle, il raso azzurro sintetico, lo sciffòn di seta bianco, le paillettes di bronzo e l’organza””.

Ancora, che cosa cerca Nicola acquistando da Silvestro un kayak, regalando a Lu lussuosi capi d’abbigliamento, accondiscendendo ai baci appassionati di Evelina, cercando nella notte insonne oggetti preziosi sperduti nella sabbia col rabdomante di Maurizio?

Cerca forse il sé bambino nascosto in quella sfuggevole figurina dai contorni dorati, impalpabile, indescrivibile, inesorabilmente lontana?

Un uomo di ottantadue anni, quattro figli, sei nipoti, a bordo di un kayak gonfiabile, ma in realtà, a pochi metri dalla battigia stava navigando un io ancora infantile che da parecchi decenni aveva trovato l modo di proteggersi mentendo a se stesso e su se stesso, combinandosi e scombinandosi a ciclo continuo con figure e figurine fatte di parole senza grandi ambizioni

Nei tramonti accesi dal rosso, le giornate scivolano insieme alla malinconia del passato e della vita, pur persistendo un costante desiderio di voler provare a tirare fuori, nonostante l’abbandono delle forze, le ultime energie, quelle energie che, paradossalmente, non gli hanno impedito di scadere nella mediocrità in ogni scelta compiuta.

Nei confronti dello smacco della scrittura:

Dopo i vent’anni mi sono scoperto inadeguato e allora, per combattere il dispiacere, mi sono ricavato una piccola nicchia di consapevole medietà. Mi sono detto se non ho le qualità necessarie per le cose grandi, mi concentro sulle piccole. E così ho assemblato fino ad oggi donnette e ometti senza fisica, e astrofisica, senza algebra e chimica, senza scienza della propria anima e di quella altrui, senza sguardo lungo di fuori e di dentro, soprattutto senza un sentire accalorato . Non so cosa mi abbia spinto a passare gran parte del mio tempo così, evitando di puntare in alto, ma non rassegnandomi mai del tutto al basso”.

Nei confronti degli innamoramenti, così sapientemente e scientemente raffreddati dopo la loro folgorante insorgenza:

“aI tanti sì gioiosi del primo innamoramento, ai tanti sì affettuosi dell’infanzia dei figli, è seguito inevitabilmente un lungo no rabbioso, poi gelido, fino alle tante piccole desolate separazioni. Prometti molto, ma mantieni poco.”

Ogni giorno su quella spiaggia Nicola avverte qualcosa che sta andando via per sempre, lasciando al suo posto l’imbarazzo di un organismo ottantenne ancora sfacciatamente vivo che, nel respiro di un’esistenza inframmezzata a ipocrisia, inadeguatezza, sotterfugi, è poco incline ad arrendersi alla finitudine:

“Calma, dunque, non devo eccedere, vediamo cosa accadrà domani. E se domani non dovesse accadere niente, ho ancora un po’ di tempo, riproverò”.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Valentina Furlanetto (2024), Cento giorni che non torno. Storie di pazzia, di ribellione e di libertà, Edizioni Laterza (BA)

Mi soffermo sul titolo e rifletto sulla duplice veste della parola cento: “Cento giorni che non torno” è la frase sospirata da Rosa durante il suo internamento in manicomio e cento sono gli anni trascorsi dalla nascita di Franco Basaglia, che con la sua tenace lotta si batté affinché quella istituzione fosse totalmente e definitivamente chiusa.

E’ proprio lo scandaglio della vita di queste due persone che fanno del libro-inchiesta di Furlanetto una lettura fondante per riannodare le tappe in cui un’ipotetica utopia poté trasformarsi in realtà. Tali sono il coinvolgimento, la passione e la meticolosità dell’autrice che attraverso le sue parole, vivide e senza censure, ti pare di essere accompagnatrice di quegli anni, o forse è solo il risvegliarsi di analoghe rimembranze del tempo in cui i cancelli si aprivano e insieme ad altri pure io mi trovavo a cercare nuovi cammini di senso.

Siamo catapultati quindi nell’intreccio di due esistenze: quella di Basaglia e della sua lotta per rivoluzionare l’aberrante cultura di allontanamento di coloro che, anche per futili motivi, risultavano essere ingombranti al perbenismo imperante e quella di Rosa, una donna cresciuta non lontana da lui e che, a causa di un grave trauma cerebrale provocato da un incidente d’auto, trascorrerà gran parte della vita adulta fuori e dentro dal manicomio, mostrandoci ciò che dentro quelle mura accade: dosi massicce di psicofarmaci, elettroshock, insulinoterapia, lobotomia, totale assenza di diritti civili.

A Rosa è stato somministrato più volte l’elettroshock: la scarica elettrica fluiva dalla testa ai piedi lasciandola tramortita e inebetita. Sentiva ogni cosa, Rosa: la scossa elettrica che attraversava il cervello, il dolore lancinante, il corpo che perdeva il controllo, l’urina che usciva involontariamente, l’umiliazione di essere trattata come un animale …Guarita? Mai.

Le due vite parallele attraversano gli stessi eventi che caratterizzano il Novecento, povertà, guerra, crescita economica. Pur essendo coetanei e respirando la stessa aria, Franco e Rosa sono però molto lontani per cultura, condizione sociale, economica, e destino.

Rosa non fa una vita comoda, campare non è facile, la famiglia ha pochi mezzi e le privazioni di guerra si fanno sentire … Franco Basaglia studia perché è maschio e perché la sua condizione sociale glielo permette.

Furlanetto descrive la sua ricerca del passato di Rosa con lo sguardo della contemporaneità e con lo spirito affranto di chi, leggendo le centinaia di cartelle cliniche archiviate nei diversi manicomi italiani, coglie il tragico destino comune degli “sgraditi”, siano uomini, ma soprattutto donne:

“… per le donne era più facile che certi comportamenti, considerati sediziosi, non conformi o sessualmente sfacciati, fossero censurati e puniti. … Nell’elenco delle motivazioni di ricovero, nelle cartelle cliniche rientrano “Non aiuta nelle faccende domestiche”, “instabilità di carattere”, “erotomania”, “discinta”, “traditrice”, “esce di casa ogni ora”, “si rifiuta di dormire col marito” “non vuole avere figli”, “non acconsente a sposarsi”, “rapporti sessuali occasionali”, “ruba”, “stravagante”, “ballava e cantava per strada e in casa”.

Pagine e pagine in cui, insieme al racconto delle tribolazioni di Rosa, si intersecano le storie di folli che folli non sono, ma lo diventano fra quelle mura iatrogene, che anziché curare provocano danni irreversibili. Si riportano citazioni dalle cartelle dove vengono scrupolosamente appuntate le osservazioni delle infinite pratiche sperimentali atte a sanare menti bizzarre che, con gli occhi di oggi, non esiteremmo a definire torture sadiche, ciniche, brutali, senza umanità.

Sullo sfondo, il calendario della storia segna i vari eventi che si susseguono intorno ai luoghi di segregazione, nel cui interno tutto è immobile e inascoltato.

Basaglia, iscritto alla facoltà Medicina a Padova e gettato in carcere per manifestazioni antifasciste, avrà la possibilità di meditare sulle istituzioni in generale, arrivando alla costatazione che

L’uomo e il carcere erano, in realtà, il carceriere e il carcerato e l’uno e l’altro avevano perso ogni qualità umana … Tredici anni dopo la laurea, diventato direttore di un manicomio, la stessa sensazione con una differenza, quello che entra in questa istituzione definita ospedaliera, non assume il ruolo di malato, ma di internato che deve espiare una colpa della quale non conosce le caratteristiche, né la condanna, né la durata della sua espiazione”.

Da questo pensiero Franco Basaglia inizia a gettare i primi semi della sua rivoluzione, scompigliando le regole di un’ideologia medica esercitata come alibi per legalizzare una violenza senza controllo: via i camici, via le gerarchie,le inferriate, via il potere lasciato in mano esclusivamente agli infermieri (le cui caratteristiche dovevano essere di sana e robusta costituzione per il corpo a corpo con gli agitati). Inizia il grande processo scientifico e culturale di spostare un paradigma biologico-manicomiale a un paradigma bio-psico-sociale.

La grande intuizione di Basaglia fu quella di iniziare a pensare al paziente non solo come a un “pazzo”,ma come a una persona, che ha bisogno di cure. ma anche di cibo, di una casa, di un lavoro, degli affetti. …Basaglia non era un antipsichiatra, non negava la malattia mentale, ma non la riconduceva ad un ambito solo biologico”.

Parallelamente il progresso della ricerca farmacologica favorisce la messa in discussione dell’intero sistema manicomiale e la volontà di restituire alle persone internate i diritti di malato e, più in generale, di cittadinanza.

Le cose iniziano a cambiare, Negli anni Settanta Trieste (giunta di centrosinistra presieduta dal democristiano Zanetti) diventa il laboratorio di una nuova cultura e Basaglia,con l’appoggio di Zanetti, presenta il suo programma:

le porte dei padiglioni si aprono, nei reparti si eliminano i mezzi di contenzione e le terapie di shock, i ricoverati diventano “ospiti” …Nel 1974 nasce la Cooperativa dei lavoratori uniti dell’ospedale psichiatrico, i malati escono e vivono la città non solo come malati,ma anche come lavoratori”.

E’ il 1978: in Parlamento viene approvata la legge 180 che permette la chiusura dei manicomi.

E Basaglia come vive questo traguardo?

L’autrice ricorda un elemento dai più non conosciuto:

L’approvazione della legge non fu priva di ostacoli e Basaglia non voleva questa norma che tutti conosciamo come legge Basaglia e invece non è neppure firmata da lui, perplesso su molti punti. Non era soddisfatto, avrebbe voluto un’elaborazione più lunga, avrebbe voluto curare di più certi dettagli che non lo convincevano, come ad esempio l’introduzione dei servizi psichiatrici di diagnosi e cura all’interno degli ospedali generali.

La sua idea sempre sostenne che del manicomio si può fare a meno, purché si venga accompagnati”,

Nel 1980 Franco Basaglia muore per un tumore cerebrale,

Furlanetto prosegue stando al passo del tempo che da quella riforma trascorre, arrivando ai nostri giorni dove, sempre di più, non si può parlare di una politica nazionale per la psichiatria, bensì di differenti strategie (alcune virtuose, altre inesistenti) operate delle singole Regioni per la lentissima deistituzionalizzazione dei ricoverati.

Approfondisce il tema dei farmaci, l’uso prevalente del DSM Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, il ritorno dell’elettroshock, l’effetto combinato di disturbo mentale e uso di droghe, i nuovi orizzonti delle terapie magnetiche.

Dopo aver ridato vita a Franco e svelato i segreti di Rosa, Valentina Furlanetto conclude il suo accuratissimo lavoro con queste parole:

penso che per alcuni aspetti in un secolo non è cambiato nulla: chi è diverso, povero, lento, emarginato, bizzarro, strano per molti va normalizzato, o rimosso, cancellato, messo nel recinto perché non è funzionale alla corsa del mondo, alle nostre aspettative, alla velocità di tutti gli altri. Lo facevamo con gli ospedali psichiatrici, continuiamo a farlo con le cliniche private, con le fasce per legare i malati, con i TSO violenti, con le molecole che costruiscono manicomi chimici lì dove un tempo c’erano quelli di calce e mattoni”.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Serena Banzato (2023), Cammina, vivi, amati. Pillole per ripartire un passo alla volta, Piemme, Milano

Noi tartarughe amiamo camminare: nella nostra lentezza l’atto del cammino è un’esperienza che ci rende libere, a dispetto del lungo sonno che sospende la nostra attività per buona parte dell’anno.

Strada facendo allarghiamo anche il campo dei nostri pensieri, inanelliamo fantasie, sogni, progetti, ci imbattiamo in incontri inattesi. Lo abbiamo imparato da David Thoreau che, dopo due anni vissuti nella foresta in luoghi difficili da percorrere, sostenne come “vi sia nella natura un sottile magnetismo che sa indicare la strada giusta”.

La filosofia del cammino diventa così una sorta di educazione permanente da caricare di significati, un’esperienza intimamente vissuta che tende a cambiarci e a sottrarci alla fretta che governa l’attuale vita sociale.

Ne fornisce inconfutabile testimonianza l’opera di Annabel Streets “Sul camminare” (Add Editore, 2023): nelle sue cinquantadue proposte (idealmente una a settimana) intreccia moto, mente e corpo in originali passeggiate effettuate in luoghi e condizioni meteorologiche diverse esaminando i benefici che un cammino lento o veloce, in condizioni più o meno facilitanti, può apportare al nostro spirito.

C’è anche chi, del cammino, ne fa un’esperienza spirituale, trovando nel pellegrinaggio il vero obiettivo di riflessività e introversione.

Serena Banzato, psicologa dello sport e psicoterapeuta, parte con la compagna Laura realizzando il suo sogno di intraprendere il Cammino di Santiago:

E’ stato un viaggio che ho scelto di fare per abbandonare simbolicamente le mie abitudini, le mie comodità, smetterla di adagiarmi, abituarmi a usare le mappe, spegnere il cellulare, non affidarmi alla cara e vecchia tecnologia e imparare a comunicare quello di cui avevo bisogno. … Ricercare la tranquillità fa parte della nostra natura, ma il rischio a volte è quello di vivere sempre con il pilota automatico, mentre nella vita, a volte, se si vuole fare un passo avanti bisogna provare a perdere l’equilibrio, anche solo per un attimo”.

Essere psicologi talvolta corrisponde ad essere “spugne emotive”: aiutare l’Altro sprona ad assorbire storie, difficoltà, conflitti, disperazione e, come una spugna imbibita, se non si strizza il contenuto, tutta quella ricettività può trasformarsi in zavorra.

Serena, nella prima parte del suo racconto autobiografico “Cammina” analizza proprio le zavorre che ognuno carica su di sé nel corso della propria esistenza, partendo prima di tutto da se stessa.

Leggendo le sue parole, non troviamo impossibile ripescare dentro di noi analoghe situazioni. Il senso di colpa, il desiderio di compiacere, i rimorsi, le relazioni tossiche, l’ansia, i pregiudizi, le negatività, l’inseguimento di un corpo perfetto, la sfiducia, il non saper stare da soli.

Scrive Serena:

Il cammino per me è capitato proprio nel momento in cui ne avevo più bisogno, un periodo molto difficile in cui avevo perso l’orientamento a causa di diverse scelte sbagliate, avevo un contratto a tempo indeterminato … ma una cooperativa in cui mi trovavo malissimo; stavo scrivendo la mia tesi in psicologia clinica … ma il percorso mi sembrava infinito; avevo appena iniziato una relazione sentimentale … ma da mamma single avevo paura di non potermi permettere quel rischio”.

Pochi accenni, ma significativi per comprendere il desiderio di Serena di sfruttare l’esperienza del cammino per non stare ferma e, chilometro dopo chilometro, mettere a fuoco cosa non funziona nella quotidianità, cercare una nuova strada, una deviazione da un percorso non soddisfacente, liberarsi dalle paure, reinventarsi.

Il piccolo figlio Nathan, pur provocandole un senso di colpa per essere stato affidato ai nonni, non costituisce un impedimento alla sua partenza, poiché, come ogni psicoterapeuta conosce, per essere buoni genitori è importante ritagliare spazi per se stessi per ritrovare un equilibrio percepito ora precario.

E’ importante dedicare del tempo libero a sondare i nostri desideri, mettere alla prova i nostri bisogni e le nostre passioni ed esplorare nuovi obiettivi, altrimenti il rischio è quello di seguire sempre il volere degli altri”.

Nella seconda sessione “Vivi” c’è l’incontro con l’imprevedibile, quello che la vita all’improvviso può presentarti, sfuggendo al tuo controllo.

Pare una banale vescica al piede, più che giustificabile con i chilometri macinati quotidianamente , ma quella vescicola scatena un dolore sproporzionato, costringendo Serena a fermarsi. Sarà la compagna Laura a provvedere al suo ricovero ospedaliero là, al confine coi Pirenei, dove i medici scopriranno che quella ferita è stata porta d’ingresso di un batterio raro che ha provocato una gravissima infezione, portandola in fin di vita.

Non mi sarei mai immaginata che la mia avventura sul Cammino di Santiago potesse trasformarsi in un calvario in un battito di ciglia, mi ero immaginata tutto un altro viaggio, fatto di momenti di silenzio, di preghiera ma anche grandi emozioni e invece, pochi giorni dopo la mia partenza, mi sono trovata a dover accettare la possibilità di dover dire addio alla vita”.

La vita non è più uguale a prima: si susseguono numerose operazioni dolorosissima, La sua gamba non funziona più, il dolore cronico resta attaccato come un compagno fedele. Eppure Serena desidera scrivere questo libro affinché altri, oltre a lei stessa, possano trovare spunti per come diventare “guerrieri della vita” (come la definisce il fratello Davide nell’emozionante prefazione),

Cosa ho imparato?” si chiede:

– a vivere tutta la vita che posso

– ad accettare ciò che non si può cambiare

– a dare un senso alle cicatrici

Per raggiungere tutto ciò è necessario tempo, un tempo che può farsi improvvisamente breve perché la vita non è illimitata e quindi è fondamentale, quando si è in salute, ricordarselo e vivere intensamente ogni momento e abituandoci a mettere a fuoco le priorità della vita.

Dopo le operazioni non sono più tornata come prima, né a livello fisico, né a livello mentale, poiché il trauma che ho vissuto mi ha reso diversa. Eppure è proprio così che ho scoperto che le matite spezzate scrivono ancora, che questa nuova me, anche se zoppicante e superstite di tale sofferenza, ha ancora tanto da dare al mondo e vuole farlo”.

Serena incita chiunque si trovi in situazioni percepite come insormontabili a cercare dentro di sé i motivi per non mollare poiché la resistenza al cambiamento aggiunge solo frustrazione a frustrazione e il rimanere incagliati a ciò che non può più tornare come prima equivale a mummificare l’esistenza, mentre ogni nuova possibilità è respiro e vita.

Non ultimo, nella terza parte del libro, l’imperativo è Amati!:

impara a volerti bene, a essere paziente con le tue ferite, a provare tenerezza per i tuoi errori e lati scomodi, a costruire un dialogo interno affettuoso con cui, guardandoti allo specchio, ti rassicuri e conforti”.

Allacciarsi le scarpe e ripartire è sempre possibile.

Oggi Serena è un’atleta paralimpica e accanto al piccolo Nathan si è aggiunto Santiago, desiderato e amato nella nuova seconda vita di Serena e Laura.

Tartarugosa ha letto e scritto di: Simone De Beauvoir (2020), Traduzione di Isabella Mattazzi, Le inseparabili, Ponte alle Grazie

Accade, nell’età infantile, di misurarsi con i propri pari e di sviluppare amicizie intense, considerate inespugnabili, uniche, ineguagliabili.

E’ l’età dell’assoluto, dove l’Altro diventa modello di comparazione per conoscere la vita e i suoi accadimenti, le emozioni, gli istinti, le pulsioni, i valori, le credenze.

Talvolta, crescendo, quelle certezze sfumano, lasciando la dolcezza del ricordo o l’imbarazzo di una delusione o di una invidia.

Ma talvolta accade che, crescendo, il legame amicale si rafforzi, incidendo prepotentemente sulla formazione della propria identità, scardinando vincoli e imposizioni dettati dall’epoca e dall’ambiente familiare.

In questo scritto pubblicato postumo si narra dell’amicizia di Sylvie (Simone) e Andrée (l’amica Zaza già conosciuta nel testo Memorie di una ragazza perbene) nata sui banchi della scuola cattolica frequentata da entrambe:

Mi diressi verso il mio sgabello e vidi che il posto accanto al mio era occupato da una bambina sconosciuta: una bruna, dalle guance scavate, che mi sembrò molto più piccola di me. I suoi occhi scuri e brillanti mi fissavano intensi.

Da subito scatta un’affinità profonda tra Sylvie e Andrée (che si daranno sempre rigorosamente del lei) le cui provenienze sociali e familiari sono molto diverse, di origini modeste la prima, ricca e rigidamente cattolica la seconda.

Sylvie avverte immediatamente un trasporto totale verso quella ragazzina che la insegue nel suo essere la prima della classe e che mostra, pur in bella maniera, uno spirito ribelle e un certo grado criticabile di libertà:

Non era certo una bambina di strada, come potevano permetterle di girare da sola? Sua madre ignorava forse il pericolo delle caramelle avvelenate, degli aghi infetti?

In breve tempo le due bambine diventano inseparabili e il loro rapporto privilegiato si riconosce nella condivisione dei pensieri, della cultura, degli interrogativi sul senso della vita, la religione, i sentimenti. Gli altri ne sono esclusi, confinati nella loro iniquità culturale e nell’appartenenza a uno stile di vita frivolo e borghese.

Per entrambe il bisogno di non separarsi è evidente, ma in Sylvie la necessità della presenza dell’amica e il trasporto irrefrenabile dei sentimenti si appalesano proprio quando, in occasione delle vacanze estive, avverte un senso di vuoto indefinibile che, con dolore, scoprirà non corrisposto da Andrée, lontana dal nutrire verso di lei un identico desiderio di unicità.

“Non esiste solo lo studio nella vita”

dichiara la tredicenne Andrée, scatenando la reazione di Sylvie:

Avrei voluto protestare: “Non esiste solo lo studio per me. C’è anche lei, Andrée”. Mi dicevo con angoscia: nei libri le persone si fanno dichiarazioni d’amore, di odio, osano raccontare tutto quanto passa loro per la testa; perché nella vita vera non è possibile?

La famiglia di Andrée non vede di buon occhio la relazione fra le due ragazzine e scopriremo presto che l’invidiata libertà di Andrée è solo apparente e relegata ai pochi anni dell’infanzia. Man mano che cresce, infatti, emerge la figura castrante della madre – cui la figlia mostra una devozione totale – tesa a frenare ogni pulsione e a dirigere le scelte sessuali della figlia secondo la propria frustrata mentalità (una donna è destinata o al matrimonio o al convento).

A tal punto che inviterà Sylvie nella casa di vacanze estiva all’unico scopo di arginare la sofferenza della figlia per la proibizione di vedere l’amichetto del cuore Bernard.

“E’ fuori questione che Andrée e Bernard si sposino, per questo ho dovuto vietare ad Andrée di vederlo”.

L’intimità delle confidenze fra le inseparabili si approfondisce, Andrée confessa i suoi sentimenti verso il ragazzino con cui ha scambiato alcuni baci (rivelati alla madre), ma ciò che più colpisce è la giustificazione che dà alla proibizione:

Bisogna capirla ” disse “deve prendersi cura della mia anima”.

Ecco svelarsi una Andrée avviluppata nei lacci perversi di un’assillante moralità cattolica che lentamente soffocheranno la sua individualità.

I ruoli si ribaltano, Sylvie proseguirà gli studi e quando presenterà il compagno Pascal all’amica, ne accetterà il reciproco innamoramento:

Dopo la seconda volta li lasciai soli e in seguito si incontrarono spesso senza di me. Non ero gelosa. Dalla notte in cui nella cucina di Béthary avevo confessato ad Andrée quanto fosse importante per me, aveva iniziato a esserlo un po’ meno. Tenevo sempre enormemente a lei, ma adesso c’era anche il resto del mondo, e c’ero io: lei non era più il mio tutto.

Ma la libertà è una conquista non alla portata di tutti. Nuovamente l’intromissione della madre soffoca i sentimenti dell’amore nascente e così, di fronte a un’attonita Sylvie, ora è Andrée a cercare nell’amica una fonte di sostegno e conferme:

La mamma dice che se Pascal avesse seriamente intenzione di sposarmi, mi presenterebbe alla sua famiglia; dal momento che si rifiuta non rimane che tagliar corto. Mamma ha detto una cosa curiosa: “Ti conosco bene; sei mia figlia, carne della mia carne; non sei abbastanza forte perché io possa lasciarti esposta alle tentazioni; se tu dovessi cedere, mi meriterei che il peccato ricadesse su di me,

Già annuncio della futura scrittrice antesignana del femminismo, vediamo Sylvie-Simone impegnata nel tentativo di convincere Pascal a ufficializzare il suo amore, ma il ragazzo, a sua volta prigioniero di un’ottusità cattolica benpensante, replicherà senza indugio:

L’intimità di un fidanzamento non è facile da vivere per un cristiano. Andrée è una donna vera, una donna di carne Anche se non vi cediamo, le tentazioni saranno presenti in noi a ogni istante: questo genere di ossessione è già di per sé un peccato”…

Stretta nelle maglie degli obblighi e degli impegni familiari – cui cerca di sottrarsi arrivando persino all’autolesionismo – privata di quella solitudine necessaria per studiare, pensare, suonare e incontrare l’amica, Andrée precipita in un gorgo senza fine e morirà tragicamente all’età di soli ventidue anni, con una discutibile diagnosi di encefalite virale esplosa nel momento in cui trova il coraggio di dichiarare al padre di Pascal l’amore per suo figlio.

Esplicativo il pensiero di Sylvie sul destino dell’amica:

D’un tratto ricapitolai quella che era stata la vita per Andrée negli ultimi cinque anni. Lo strazio della sua rottura con Bernard, la delusione nello scoprire la verità sul mondo in cui viveva; la lotta contro la madre per avere il diritto di agire secondo il suo cuore e la sua coscienza; tutte le sue vittorie erano avvelenate dal rimorso e in ogni suo piccolo desiderio sospettava sempre che fosse nascosto un peccato. … intravedevo abissi che Andrée non mi aveva svelato, ma che certe sue parole mii avevano fatto presagire.

Nella postfazione, Sylvie, la figlia di Simone De Beauvoir, racconterà la genesi di questa pubblicazione e di Zaza scriverà:

E’ morta perché ha cercato di essere se stessa e la si è convinta che questa pretesa fosse un male”.