la Tartarugosa di Stefania

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TartaRugosa ha letto e scritto di: Gian Piero Quaglino (2015) Meglio un cane Raffaello Cortina, Milano

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Gian Piero Quaglino (2015)

Meglio un cane

Raffaello Cortina, Milano

 

Se ne sono andate a breve distanza l’una dall’altra, prima Briciola, poi Peggy.

Inaspettatamente la prima; con positivi segnali di ripresa la seconda, poi purtroppo cessati senza preventive avvisaglie.

In contemporanea è comparso sulla scrivania questo nuovo libro di Quaglino, noto psicologo della formazione la cui attenzione è da tempo rivolta ad una forma di apprendimento proiettato sulla riscoperta di sé come mezzo per cercare il senso di ciò che ci accade.

Probabilmente in questa direzione si inserisce molto bene il rapporto uomo/cane, animale questo molto speciale per lo studioso, così come ci racconta grazie alla citazione di numerosi miti, racconti e poesie che avvalorano la convinzione che un cane “è per sempre”.

Non stupisce quindi che fra i suoi ringraziamenti rientrino anche i detrattori del cane, coloro che non sanno, non capiscono, non accettano che l’uomo possa amare un cane: “Grazie a tutti i detrattori del cane. In loro abita un piccolo lupo, e quando l’ultimo di quei lupi sarà addomesticato dal cane, nessuno se la prenderà più con i cani”. E siccome la strada è ancora lunghissima, fino a quel giorno potremo continuare a dire “Meglio un cane”.

Che l’accanimento esista, considera Quaglino, lo si ricava anche da molteplici espressioni comuni: “dare del cane a qualcuno non è, esattamente, come fargli un complimento”e poi un freddo cane, un tempo da cani, un cibo da cani, un lavoro da cani, solo come un cane, per citare quelle più note.

Ma l’intenzione dell’autore è ben altra, ovvero un’approfondita ricerca sul significato del profondo rapporto che unisce questi due esseri viventi partendo dalla domanda “E’ nato prima l’uomo o il cane?”. E’ al mito che il quesito viene posto con sorprendenti risposte “il cane è l’antenato dell’uomo nel senso letterale del termine … il suo apripista, il suo battistrada”.

Secondo gli indigeni delle Isole Hawaii il cane viene generato poco prima del giorno, nelle ultime ombre della notte: “la venuta del cane è in quel punto, lungo quella linea sottile in cui il passato sta per entrare nel buio e il futuro per uscirne fuori. In quel punto, in quella terra di nessuno, che è una frontiera, che è una soglia … La soglia è però anche un punto di passaggio: un tramite, un giunto, un mezzo”.

Gli Apache Jicarilla del Nuovo Messico generano il cane con gli ultimi bagliori del tramonto e delle prime luci del mattino affinché possa proteggere gli uomini sia durante il giorno, sia durante la notte.

Così il cane, animale di soglia e di ombra, “saprà accompagnarci, scortarci e guidarci in ogni transito, passaggio, attraversamento fra un tempo e un altro, tra un mondo e un altro. Da una parte il cane vigilerà sul possibile smarrimento di chi si trova nelle ore incerte e dall’altra anticiperà, cioè pre-vedrà e pre-sentirà, i nostri passi.”

Su come invece sia avvenuto l’incontro tra l’uomo e il cane, più forte della scienza è ancora il mito che indubbiamente sancisce che “è il cane che ha deciso di stare con l’uomo e la scelta del cane è irrevocabile ed è una scelta per la vita… Il cane si è insediato su quella soglia di cui è l’animale per eccellenza … ha tracciato il confine al cui interno è comparso l’uomo”.

Con solida determinazione e inesauribile ricchezza di fonti, Quaglino sostiene che l’amore provato dal cane verso l’uomo è un amore speciale, anzi assoluto.

Un amore assoluto è un amore limpido e innocente, sincero e puro. E’ un amore che non giudica e non calcola, non finge e non mente … E’ proprio questo l’amore speciale del cane. E’ l’amore come dovrebbe essere, nella sua versione originale e originaria. … E’ un amore compatto e solido, non lisciato o spianato dalla corrente continua della modernità liquida: ha tutti i segni, i solchi e le rughe del tempo … è un amore che non si liquida: non va in fallimento né in saldo, non è al ribasso né in offerta … Insomma è l’amore assoluto com’è: inalterabile, inossidabile, incorruttibile e non trasferibile, non commerciabile, non alienabile. Punto e basta”.

L’amore assoluto è la fedeltà, una prerogativa inequivocabile del cane, così come spesso viene illustrato non solo nelle fiction (film e romanzi), ma pure nelle cronache della quotidianità dove commuovono i racconti di spericolati salvataggi, di ritrovamenti quasi impossibili, di accompagnamento durante la malattia, della morte stessa del cane affranto dalla perdita del suo padrone.

Il cane è fedele almeno il doppio di quanto mai possa esserlo un uomo. Il cane è fedele fino in fondo perché è fedele alla sua stessa fedeltà. Per quanto sia l’animale del limite e del chiaroscuro, quando si tratta di fedeltà non ci sono per lui né limitazioni né sfumature … La fedeltà non la si afferra se non si arriva a possedere l’essenza della capacità di rapporto”.

In questa sua fedeltà il cane sa dare prova di sé anche nel misurarsi coi sentimenti del proprio padrone, dimostrando la sua innata empatia e la sua discreta devozione che diventa “presa in carico” delle pene di chi gli sta accanto.

Il cane ha veramente una prodigiosa virtù antidepressiva … il cane sa fare la cosa più difficile quando si tratta di empatia, cioè della capacità di comprendere i sentimenti degli altri, di immedesimarsi in loro, di sentire e provare quello che gli altri sentono e provano, quello che li rende felici e soprattutto quello che li rende infelici: il cane sa tenere la soglia in modo così magistrale, così spontaneo e naturale, che c’è da dubitare fortemente che mai un uomo ci arrivi, ci possa o ci sappia arrivare”.

Totalmente da condividere pertanto l’opinione di Sir Walter Scott che, per esorcizzare la sofferenza provata per la scomparsa di un cane, scrive:

Ho pensato qualche volta al perché ai cani tocchi una vita così breve e mi sono quasi convinto che sia per la compassione che hanno per gli uomini; perché se noi soffriamo così tanto per la perdita di un cane dopo una vita in comune di dieci o dodici anni, cosa potrebbe accadere se vivessero il doppio di quel tempo?”.

E come non aderire anche all’invocazione di Emily che, dopo la morte del suo amatissimo Terranova Carlo (l’unica presenza ammessa nella sua stanza mentre scriveva poesie), rivolge al suo precettore Thomas Wentworth:” Carlo è morto, adesso mi farà lei da guida?”

E proprio in tema di compianto, commozione e pena per la sparizione dell’amato quattro zampe, ci giungono le parole dello psicologo, vero linimento per l’anima:

Proviamo a pensare. Proviamo a pensare che il cane che ci lascia ci ha lasciato esattamente lì dove lui è sempre stato: su quella soglia e in quell’ombra di cui è stato e sempre sarà l’animale per eccellenza. Noi non comprendiamo come si stia lì, esattamente noi abbiamo bisogno del nostro centro e della nostra lucidità. Il dolore ci confonde e ci disorienta. Non abbiamo dimestichezza di soglia e di ombre. Abbiamo preferito evitarle. Non siamo preparati. E’ vero, il cane ha provato a insegnarcelo, ma non si sa se abbiamo capito bene … La memoria c’è. La memoria resta. Questa memoria è strana … Sembra parlarci come il cane non è mai riuscito a fare … E’ un modo di parlare così amorevole e così compassionevole. E’ di tenerezza infinita. Scopriamo, con una certa sorpresa, che la memoria del cane che ci ha lasciato è veramente speciale. Come è stato il suo amore, appunto. E scopriamo, con una sorpresa ancora più grande, di amare questa memoria. Di amarla proprio per l’amore che abbiamo ricevuto dal cane. Nessun altro cane, no. Restiamo fedeli a lui. Dobbiamo restare fedeli a lui. Se faremo così, se resteremo fedeli a lui e alla sua memoria, pensiamo, lui sicuramente capirà e apprezzerà. Sì, lui capirà e apprezzerà. Ma non approverà. L’amore è una cosa. La fedeltà è un’altra. Lui non farebbe mai confusione. E anche noi dovremmo evitarlo. Se volessimo veramente restargli fedeli, ci direbbe il cane, dovremmo cercarne un altro. Ecco quello che ci direbbe. Ecco quello che lui intenderebbe per amore”.

Dedicato a Briciola e Peggy che continuano ad osservarci dalla loro soglia.

 

TartaRugosa ha letto e scritto di: Francesco Piccolo (2015) MOMENTI DI TRASCURABILE INFELICITA’ Einaudi, 26 aprile 2015

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Francesco Piccolo (2015)

MOMENTI DI TRASCURABILE INFELICITA’

Einaudi

Scheda editore Einaudi

A pagina 75 Piccolo scrive questo momento di trascurabile infelicità:

Tutte le volte che mi diranno: era meglio “Momenti di trascurabile felicità” 

Già. Piccolo ha prodotto la versione complementare del suo precedente libro. Non saprei da che parte schierarmi. Quella volta mi ero divertita a riconoscere quanti momenti simili fanno parte della vita di tutti, compresa la  mia, e questa volta pure.

Ciò che per me resta insostituibile è la voglia di prendersi in giro, di saper ridere di sé e delle proprie minuscole nefandezze. Quelle cose che in genere si raccontano degli altri presentandole come difetti, nascondendo accuratamente che quei difetti sono anche nostri.

Piccolo provoca su di me un effetto contagioso: anche questa volta infatti non ho saputo rinunciare al rispecchiamento di alcune piccole e condivise infelicità, che qui mi diverto a ricordare.

Francesco Piccolo

Quando una bambina … si avvicinò a mia figlia a un campo scuola e indicandomi le disse: ma quello è tuo nonno?  Ma non tanto questo, quanto l’entusiasmo incontenibile di mia figla

TartaRugosa

Quando faccio il gruppo con le mie anziane e loro mi dicono: “E’ ancora tanto giovane!” e poi arriva un’ausiliaria che guardandomi chiede: “E’ un’ospite nuova?”

Francesco Piccolo

Per tutta la vita … ho subito questa frustrazione. Da bambino, la domenica o nei giorni festivi; da adulto, alle cene con gli amici. Quando abbiamo finito di mangiare, è il momento dei dolci, delle panne, delle ricotte, della cioccolata. Dei mignon, delle torte, dei cannoli. … Quando  ero piccolo, e adesso che sono grande, chiedevo e chiedo: posso andare a prendere i dolci? … Sempre, da quando ho avuto il dono della parola, della comprensione, fino a ora, mi hanno risposto: aspetta. … Non ho mai  capito perché bisogna aspettare per mangiare i dolce; eppure bisogna sempre aspettare.

TartaRugosa

Sono golosa e previdente. Se porto io il dolce, lo scelgo secondo i miei gusti e lo attendo con felicità; se invece non lo porto, immagino che l’ospite, o qualcun altro, abbia provveduto. Per cui mi riservo, durante il pasto, anche lo spazio per quella zuccherosa aggiunta finale. Mi tranquillizzo quando a tavola un lui o una lei lo ricorda: “C’è il dolce dopo”. E’ quel dopo che diventa difficile da pronosticare. L’esperienza mi ha insegnato che se è pranzo, il dolce slitta alla merenda; se invece è cena quasi tutti – non previdenti come la sottoscritta – dicono “Ho mangiato troppo. Piuttosto che il dolce, meglio un buon caffè”. E io che non bevo mai caffè e che mi sono tenuta leggera, li maledico silenziosamente.

Francesco Piccolo

Il fatto di non sapere se la luce del frigorifero, quando l’hai chiuso, si spegne veramente.

TartaRugosa

E’ successo recentemente: spalanco la porta del frigo e lo trovo al buio. Dico a TartaRugoso: “Temo che il frigo sia rotto. Non fa né luce, né rumore”. Ancora in pigiama restiamo tutti e due con le orecchie attaccate all’elettrodomestico, finché, dopo qualche minuto, un leggero ronzio segnala residui di vita. Imparo così: a) la luce del frigorifero si può spegnere anche se aperto; b) la lampadina si può cambiare; c) l’infelicità si può trasformare rapidamente in felicità.

Francesco Piccolo

Tento di arrivare con lo scooter al semaforo lentamente, così scatta il verde e io non devo fermarmi ma soprattutto non devo mettere il piede a terra.

Rallento, rallento, arrivo davanti a tutti, sono quasi fermo, cerco di tenere ancora un po’ l’equilibrio. Sono fermo. Non ce l’ho fatta. Metto il piede a terra. E, appena metto il piede a terra, scatta il verde.

TartaRugosa

Sull’autobus in un incrocio problematico della mia città.

La durata del semaforo verde consente il passaggio di 4 o 5 auto al massimo da sud verso nord, mentre nella traiettoria est-ovest il tempo è molto più prolungato. Puntualmente quando l’autobus dopo già una certa attesa riparte, guardo speranzosa la luce verde e incito, mentalmente, l’autista: “Dai, forza, dai, accelera che ce la fai!”. Naturalmente scatta subito il giallo. Qualche volta l’autista passa lo stesso, ma di solito no. E io malinconicamente attendo il nuovo verde.

Francesco Piccolo

Quando a casa mi dicono che non posso usare quello shampoo – che significa che è troppo buono per me.

TartaRugosa

A casa nostra invece è il miele. TartaRugoso reclama: “Non capisco perché il miele è solo un tuo diritto” e se ne prende un cucchiaione che a me basterebbe cinque volte.

Francesco Piccolo

Piove. Quando hai finalmente l’ombrello che funziona .. c’è qualcuno accanto a te che ha l’ombrello rotto…. Quindi devi accompagnarlo tu. Per l’intero tragitto continuerete a cambiarvi di posto … continuerete a dire: forse è meglio che lo tengo io; e quando lo tieni tu fai sempre in modo da coprire lui che te stesso, per non essere maleducato. … Alla fine dirà: forse è meglio se lo tengo io. E tu glielo dai e poi cominci a dire: alzalo, abbassalo, spostalo …

TartaRugosa

La stessa identica cosa con TartaRugoso che però a un certo punto si arrabbia,  mi molla, accelera il passo e si bagna tutto.

Francesco Piccolo

Negli alberghi, sei nel bagno, ti fai una doccia … all’improvviso ti ritrovi nel bel mezzo della questione della salvezza del pianeta. … C’è un cartello che ti supplica di resistere, di tenere ancora un giorno gli asciugamani che hai usato, e se lo farai, ci sono buone probabilità di salvare il pianeta. Conservi senz’altro gli asciugamani ancora per un giorno. Ma rimani sconcertato da quanto sia facile – sarebbe stato facile salvarlo, il pianeta.

TartaRugosa

Non vado mai in alberghi di lusso. A ben pensarci non vado quasi mai in albergo. Può però capitare che in occasione di qualche convegno usufruisca di un 4 stelle come forma di compenso per l’attività di relatrice. Il guaio più devastante è che non so mai come aprire la porta della camera (non c’è la chiave)  e accendere la luce (non c’è l’interruttore). Per precauzione porto sempre una piccola pila in viaggio. Quanto agli asciugamani, ne trovo sempre un numero così spropositato che faccio fatica a capire il riuso.

Francesco Piccolo 

Quando dicono che il rimedio omeopatico ti fa prima peggiorare, però dopo piano piano migliori.

TartaRugosa

Infatti quando il sintomo non peggiora mi viene la paura che non guarirò mai.

Francesco Piccolo

Sono un antireazionario. Credo nel progresso e credo che tutto migliori, sempre. …segretamente, so che una cosa non c’è,ma sono anche sicuro che nessuno me lo proporrà mai come argomento di discussione. Il cavatappi. Ne hanno inventati tantissimi … Ogni volta che qualcuno te ne mostra uno nuovo, ti spiega come funziona e sembra una meraviglia del progresso scientifico, Poi lo posiziona sulla bottiglia di vino e funziona e non funziona. … E alla fine, l’unica soluzione è di andare in cucina a cercare il vecchio cavatappi.

TartaRugosa

Immancabilmente alla fiera di Pasqua TartaRugoso scopre sempre un nuovo esemplare di cavatappi da sfoggiare nelle cene estive in giardino. Altrettanto immancabilmente qualcuno degli ospiti incaricato di aprire la bottiglia chiede: “Ma non c’è un cavatappi normale?” E mentre vado a prendere il buon cavatappi con le braccine, getto quello nuovo insieme all’altra ventina di esemplari accumulati negli anni e che non saprò mai come utilizzare.

Due momenti personali di trascurabile infelicità di TartaRugosa

Abito in un condominio dal riscaldamento centralizzato. Non sono quindi io a poter determinare come, quando e se accendere la caldaia. E così ogni anno si ripete lo stesso copione: arriva un’ondata di caldo nel mese di marzo, fuori si boccheggia e tutti dicono: “Non è normale, sembra giugno”. Il termometro dell’appartamento, totalmente esposto al sole, segna 26 gradi. Di notte le finestre restano spalancate.

Poi, a metà aprile, quando il regolamento impone la chiusura del riscaldamento, inevitabilmente arriva l’ondata di aria fredda. Sugli attaccapanni ricompaiono giacconi e maglioncini e il termometro di casa scende a 17 gradi.

L’infelicità forse  più grande è della portinaia che ascolta le lamentele di tutti i condomini cui risponde “Non dipende da me. E’ la legge. Riferitelo all’amministratore”.

Da quando sul mio piccolo balcone è comparso (ad opera di TartaRugoso) un vascone per fare l’orto in città, verso la fine di marzo, speranzosa dei poteri della temperatura mite, metto a dimora 18 piantine di insalata. E’ bello vederle crescere senza interferenze di formiche, lumache e merli. Di solito dopo una quarantina di giorni il vascone è di un verde rigoglioso e florido. E’ veramente una sofferenza procedere all’espianto. Il primo anno dell’esperienza, quasi metà delle insalate è andata “in fiore” perché mi dispiaceva raccoglierle …