TartaRugosa ha letto e scritto di Valentina Parrella (2008), Lo spazio bianco, Einaudi

Alcune opere attraggono già dalla copertina e dal titolo, e la mano indugia prima di entrare nella storia rannicchiata fra le pagine.

Quello “spazio bianco” mi riporta sui banchi di scuola e, a onor del vero, anche allo stile attuale, quando la penna sostituisce il tasto del computer. “Non scrivere tutto così addossato, lascia più spazio, le parole devono respirare” raccomandava la maestra prima, la professoressa poi.

Credevo di aver posto rimedio quando, come oggetto transazionale, utilizzavo la stilografica con un pennino molto sottile. La vergatura affilata restituiva la luminosità del bianco del foglio intorno … Non c’è stato esame scritto che non sia stato tracciato da quel pennino.

Mi piace lasciar scorrere la mente fra le associazioni, catena inesauribile di immagini che disegnano i luoghi interiori: lo spazio bianco è una sottrazione, è un respiro, è una pausa, è un’attesa, è mettere una distanza, è spostare lo sguardo da un vicino a un lontano, è prendere tempo, è un riverbero, è un vuoto, è una pennellata di luce quando c’è il buio intorno, è un andare a capo, è una vertigine, è un foglio da scrivere, è un frammento di eterno.

Spazio bianco è un nuovo inizio …

Nella storia di Maria improvvisamente la vita si sospende.

Quella figlia “arrivata quando nessuno se l’aspettava più … da un amore distratto, … un padre che l’aveva lasciata là, con il sapore del caffè in bocca, e un’ecografia sotto il braccio”, ebbene quella figlia decide di prendersi spazio nella vita troppo presto per potercela fare da sola.

Il fatto è che mia figlia Irene stava morendo, o stava nascendo, non ho capito bene: per quaranta giorni è stato come nominare la stessa condizione. …Quando avevo detto morendo erano saltati su, tutti, gli amici, i parenti, i colleghi, scuotevano la testa, allargavano le palpebre, poi sorridevano: e lì lo sapevo che stavano per partire cinque minuti di ridefinizione del significante, seguiti da inviti a cene e prime d’opera. Per abbreviare i tempi ho cercato di usare sempre l’altro sinonimo: nascendo. E così loro, tutti, ci hanno creduto. Li rassicurava. … L’altra cosa è stata appunto questo: che mia figlia Irene stava morendo e io non ho potuto dirlo a nessuno”.

Quali, quanti, come sono gli spazi bianchi del tempo di una madre accanto all’incubatrice, nel tentativo sempre diverso di dare una risposta a quella domanda proferita dal medico: “La bambina nascerà sicuramente viva, ma potrebbe morire subito, o sopravvivere con gravi handicap, oppure stare bene, lei lo sa?”

Spazio bianco come l’assenza di una presenza

Non ho neppure capito bene se Irene mi mancava, la notte. Non avevo mai conosciuto la sua presenza e ora mi toccava un’assenza che non sapevo riconoscere. La cercavo in come me la sarei immaginata, e non potevo. Non potevo guardare la parete della camera da letto e proiettarci l’immagine di una culla, finchè il suo unico spazio era dentro la terapia intensiva. Io non avevo immagini”.

Spazio bianco come la nuvoletta che sparisce

“… una psicologia d’oltreoceano lavorava svelta per noi, e veniva applicata, e portava nel reparto nuvolette rosa o azzurre con i nomi del bambini scritti a penna tra i sorrisi festosi del primario. Uno dei calcoli che tornava, era che una nuvoletta su quattro spariva”.

Spazio bianco come il sangue nello spazio cavo

“- … Abbiamo fatto a sua figlia un’ecografia dalla fontanella, abbiamo trovato un’emorragia.

Dove?

Intraventricolare. E’ una cosa molto comune nei nati pretermine.

Che significa?

Dipende; il sangue è in uno spazio cavo. Potrebbe fermarsi lì e assorbirsi. Oppure, se le pareti del cervello si sono dilatate … insomma: dirà la prima parola a dieci mesi? Camminerà a un anno? Signora saranno tutti progressi”.

Spazio bianco come il dileguarsi del ricordo

“Stai tranquilla: i bambini della terapia intensiva non ricordano nulla. L’unica cosa che gli resta è un dolore sordo al tallone, da dove gli fanno i prelievi. Un’ipersensibilità”.

Spazio bianco come il tempo dell’attesa

La dottoressa chiamava una madre e le annunciava che … avrebbero tentato di staccare il bambino dalla macchina, dargli autonomia di respiro. … Non sono buona ad aspettare. Aspettare senza sapere è stata la più grande incapacità della mia vita. Nell’attesa ho avuto lo spazio per costruire enormi impalcature di significato, e dieci minuti dopo farle crollare, per mia stessa mano”.

Spazio bianco come i giri intorno alle cose buone

Con le cose buone della vita io non ero mai stata indulgente. Forse credevo di più alle sconfitte, sapevo affrontarle meglio: erano come le temevo, cioè come le avevo immaginate. Intorno alle cose buone facevo dei lunghi giri larghi tenendo sempre gli occhi altrove”.

Spazio bianco come lo spazio del non respiro

Ogni volta che Irene succhiava troppo forte, il latte le colava nella trachea e il suo torace non aveva la forza di tossirlo fuori: semplicemente si bloccava. Smetteva di respirare fino alla cianosi … Me la rimettevano in braccio e io, dopo averla quasi uccisa, dovevo ricominciare”.

Spazio bianco come i 15 giorni per acquistare il corredo

“ – devo comprare una culla

– …

Una culla con le ruote voglio dire; un carrozzino, un fasciatoio, forse lo sterilizza biberon e un sapone neutro, pure, penso. Mi serve un catalogo Chicco e delle lenzuola, piccole.

Quanto tempo hai?

Più o meno quindici giorni.

Ce la possiamo fare, perfino con i tuoi gusti”.

Maria insegna “materie letterarie in una scuola serale. Prima-terza media a giganteschi camionisti che faticano a infilarsi nei banchi”.

Irene sarebbe dovuta nascere a giugno, dopo l’esame. Ha mantenuto la promessa.

E a giugno Maria è lì, nell’aula magna, nel giorno della prova d’italiano. Signori dalle teste brizzolate scrivono composti. Di molti conosciamo un po’ la storia, vite marginali, smarriti stranieri, gente di cui “avevamo smesso di occuparci di visti e permessi di soggiorno, quando avevamo capito che a essere fiscali ci si sarebbero svuotate le classi”.

Spazio bianco come un nuovo inizio

“- Professoré.

– Sto pensando.

– Io devo scrivere altre due pagine, al presente, che è un presente nuovo.

Ho capito.

– Mettici uno spazio bianco e ricomincia a scrivere quello che vuoi.

Ma si può fare?

– Sì, lascia un rigo in bianco e ricomincia sotto”.

Sul grande schermo, nel 2009, il film dal titolo omonimo realizzato da Francesca Comencini, con Margherita Buy.

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