TartaRugosa ha letto e scritto di: Raffaele Simone (2026), La vita anteriore. Memoria di una generazione, con figure, Editori Laterza

Viviamo in un’epoca all’insegna della velocità.

Resiste la modalità di scandire il tempo vissuto attraverso il conteggio degli anni, destinati ad aggiungere un’unità ad ogni cambio di calendario.

Se sino al secolo scorso la distinzione tra le generazioni sommariamente si riferiva alla differenza tra vecchi e giovani, ora “la conta” si complica, poiché quella che oggi è considerata la generazione silenziosa (1928-1945) – non essendo associata a significativi cambiamenti in campo sociale- vede cedere il passo a una rigorosa classificazione mutante ogni 15 anni.

Una prima linea di confine che inizia nel 1946 e prosegue fino al 1964 è costituita dai boomers, coincidenti con lo sviluppo dell’industrializzazione seguito alla fine della guerra. Da allora troviamo nuovi appellativi:

– la generazione X per i nati dal 1965 al 1980

– i millennials fra il 1981 e il 1996

la generazione Z tra il 1997 e il 2012

– la generazione Alpha fra il 2013 e il 2024

– la generazione Beta fra il 2025 e l’ipotetico 2039

Raffaele Simone (1944) considera:

Alla modernità la mia generazione si è avvicinata superando violenti sobbalzi. Ad ogni nuovo balzo, un tutto veniva sostituito da un altro tutto, diverso quasi in ogni aspetto. … Il Mondo Nuovo si caratterizza per un fatto forse unico nella storia dell’umanità: nulla è oggi come era negli anni in cui quelli della mia generazione erano bambini. E’ cambiato assolutamente tutto. … Da qui il bisogno di raccontare come stavano le cose all’inizio di questo processo e misurare l’immensa differenza tra allora e ora.

Sappiamo della tendenza, a una certa età, a rievocare il passato.

Per TartaRugosa, appartenente alla generazione boomers, sfogliare le pagine di Simone è stato un tuffo in linguaggi e microcosmi ancora presenti nella sua infanzia, sebbene pronti ad accogliere nuovi e desiderati influssi di modernizzazione.

I ricordi evocati da Simone spaziano in più ambiti della quotidianità: la vita scolastica e i sistemi educativi esercitati; la distinzione di genere; la sessualità e i riti di passaggio; la salute, la malattia, l’igiene; il cinema e la televisione; i negozi e l’avvento dei supermercati; gli elettrodomestici; la moda; il galateo; le vacanze; i giochi; la campagna, la città e la distinzione dei ceti. Compaiono foto e nomi di marche e prodotti rimasti in auge per decenni (forse alcuni ancora attuali) e usanze assolutamente sovrapponibili alle reminiscenze di me lettrice.

Fra le righe dei vari capitoli, quando si parla della disciplina scolastica salta subito all’occhio come tale concetto educativo fosse cruciale:

Le punizioni più frequenti erano cinque: la più blanda consisteva nel lancio del cancellino … ben diverso l’altro tipo di punizione col comando “Testa sul banco” o la variante nell’esser mandati dietro la lavagna con la faccia al muro o esser mandati fuori dalla porta sul corridoio. … In cima alle punizioni stavano però i colpi di bacchetta sulle mani (una lunga stecca di legno con le estremità smussate a mò di piccolo bugno) estremamente dolorosi…. L’uso di maltrattare o perfino picchiare i bambini e i ragazzi a scuola era diffuso e tollerato.

Nei miei anni Sessanta vigeva ancora l’alzarsi in classe quando entrava la maestra e come forme di punizione ricordo la cacciata dalla classe e la vergogna di sostare nel corridoio accanto alla porta dell’aula. Altra forma punitiva consisteva nello scrivere sul quaderno intere pagine di osservazioni riprovevoli sul proprio comportamento, oltre alla temutissima nota e l’invito ai genitori di conferire con l’insegnante. A quei tempi il voto di condotta era dirimente e viene da sorridere nel ricordare i segni della matita rossa e blu sui compiti di italiano, dove si tenevano ben distinti il voto di ortografia e il voto di calligrafia. Erano però già stati superati i calamai, di cui restava traccia nel buco circolare che spiccava sulla superficie del banco, il pennino e la carta assorbente.

Decisamente applicata, invece, restava la distinzione fra maschi e femmine. Ricordo la scuola elementare divisa in due entrate: a sinistra si assiepavano i maschietti col grembiule nero e il fiocco azzurro e a destra le bambinette con i grembiuli bianchi e il fiocco rosa. Per queste ultime gli esercizi di ginnastica si svolgevano nell’ampio atrio dell’ingresso, perché la palestra era regno del sesso maschile e l’impossibilità di mescolarsi era così netta che quando arrivai alle medie inferiori (ancora femminili) passavo timorosa accanto a una scuola maschile tenendomi dal lato opposto della strada per evitare ogni possibile contatto anche con lo sguardo. Questa separazione di genere mi accompagnò sino alle superiori (anni Settanta), dove l’unica sede femminile destinata all’insegnamento dell’economia domestica e dell’esperanto aveva introdotto una sperimentale sessione “tecnica” con indirizzo aziendale e linguistico. Non saprei dire se la causa fosse dovuta alla mancanza di iscrizioni, ma dopo il mio primo anno di frequentazione tale scuola venne chiusa, obbligando le future periti aziendali a infinite peregrinazioni alla ricerca di un luogo che le ospitasse. Sfiancate da un numero imprecisato di trasferimenti, gli ultimi due anni furono rivoluzionari: ospiti di un istituto di ragioneria misto!

Restando in ambito scolastico, leggendo le pagine di Simone come non rievocare le “sniffate” della coccoina – una colla dal profumo di mandorle amare che si stendeva sulla carta col pennellino -, le matite colorate della Fila, le Biro con la leggendaria Bic gialla dal cappuccio nero, i quaderni con le copertine di diverso colore, il mitico sussidiario (il mio si chiamava “Occhi aperti sul creato” con una suggestiva copertina raffigurante il viso di due bambini estasiati dal cielo stellato).

Si chiamava così un libro che conteneva piccole dosi di tutte le materie e che si cambiava ogni anno. I capitoli erano intervallati da pagine di raccomandazioni sui buoni comportamenti, la buona educazione, l’onestà, la gentilezza e roba del genere…. Nella cartella era il compagno del libro di lettura, antologia di brani piuttosto futili e poesie da imparare a memoria.

Sempre in tema di letture, scrive Simone:

Per le letture dei ragazzi, perlomeno finché non si arrivava alla scuola superiore, c’era un canone obbligato per molti aspetti asfissiante. … Erano obbligatorie per tutti alcune storie di bambini maltrattati o abbandonati come Piccolo Lord Fauntleroy e Senza famiglia …

Anche nella mia infanzia sotto i dieci anni erano già entrati, oltre ai succitati, Pel di Carota (che mi impressionò tantissimo), il leggendario Cuore col cattivo Franti, e Incompreso, visto anche al cinema, che probabilmente lasciò nella mia coscienza una traccia indelebile.

Come Simone non posso non ricordare Topolino, l’Intrepido, il Monello e, adolescente, sfogliare nella sala del parrucchiere Grand Hotel con i volti bellissimi degli attori di fotoromanzi, le cui foto si scambiavano con le compagne di classe per incollarle sul diario.

Divertente osservare la coincidenza con i giochi di strada. La palla di pezza citata da Simone aveva già lasciato il passo a quella di plastica o di cuoio: se per i maschi era fondamentale per il gioco del calcio, per i gruppetti delle bambine era lo strumento privilegiato nell’esecuzione di una serie di esercizi da effettuare da 1 a 10 e da 10 a 1 senza mai sbagliare per vincere la gara (tirarla contro il muro per riprenderla dopo una giravolta, lanciarla e riafferrarla a occhi chiudi, farla passare sotto una gamba, ecc.). Negli anni Sessanta i bambini giocavano ancora sui marciapiedi, belli larghi perchè molte vie erano a senso unico e quindi non in competizione con il luogo adibito ai passanti. Sotto gli occhi vigili dei negozianti – i supermercati non esistevano – un nugolo vociante si ritrovava dopo i compiti scolastici per giocare a mosca cieca; le belle statuine; un,due, tre stella, mondo, nascondino. Diffuse pure la raccolta delle figurine da incollare sugli album: alcune bustine si trovavano nelle confezioni dei piccoli pandoro Panini, altre presso le edicole. Esisteva inoltre la raccolta delle prime figure di plastica contenute nelle confezioni dei formaggini Mio (ricchi di polifosfati, ma a quei tempi probabilmente non si sapeva) raffiguranti personaggi dei cartoni animati o delle fiabe.

Al capitolo “Lavarsi, curarsi, nutrirsi” l’attenzione dell’autore si sposta sul corpo.

Quando si ammalava, il corpo andava curato. L’usanza degli anni Cinquanta voleva che il medico visitasse i pazienti a domicilio. Faceva palpazioni, chiedeva di tirare fuori la lingua, aveva uno stetoscopio di legno per auscultare il torace. … I medicamenti venivano preparati dai farmacisti in persona, il farmaco si ordinava e poi lo si ritirava sotto forma di bustine di carta bianca accuratamente ripiegate … Siccome gli antibiotici non esistevano le terapie erano spesso blande e quasi palliative.

La visita del dottore nella mia famiglia seguiva un preciso rituale: con timore e rispetto si preparava in anticipo cosa riferire relativamente al proprio malanno; in bagno si faceva trovare accanto al lavandino asciugamani rigorosamente bianchi e una saponetta nuova; si predisponeva infine una busta contenente denaro per il “disturbo”, che dopo un iniziale tentativo di rifiuto il medico incassava.

Analogamente all’esperienza di Simone, permanevano rimedi tramandati dalle generazioni: polentine di semi di lino da posizionare sul petto per sciogliere il catarro; l’uovo sbattuto addizionato da un goccio di marsala per ritemprare il fisico dopo un’influenza; i suffumigi col Vicks Vaporub per il naso chiuso; la magnesia da comprare in drogheria per la cattiva digestione. Ma anche i nomi da lui citati entravano nelle case dei miei anni Settanta: il Formitrol per il mal di gola, la Vegetallumina per le slogature, la Cibalgina per il mal di testa, il callifugo del Dottor Ciccarelli per i calli… Per liberare l’intestino, oltre al clistere, ricordo le zollette Rim col sapore della cotognata e l’olio di vaselina.

Su quest’ultimo tema racconta Simone:

La carta igienica diventò di uso generale solo alla metà degli anni Sessanta. Prima di allora, se i contadini si pulivano nei campi con le foglie di vite, nelle case normali il metodo per pulire il sedere consisteva nel tagliare i giornali quotidiani a rettangoli più o meno uguali e appenderli a un gancio in bagno accanto al wc.

Confermo! Io stessa contribuivo a ritagliare le pagine dei quotidiani quando il gancio era vuoto e ricordo ancora la sgradevolezza di quella carta su una parte del corpo particolarmente sensibile.

Sono veramente infinite le righe del passato in cui perdersi e ritrovarsi. Esilaranti le pagine sulla Comunione:

Quello che ci preoccupava erano le due fasi più delicate: confessarsi e mandare giù l’ostia … Non vedendo peccati nella mia vita di ragazzetto, mi capitò di inventarmi peccati ispirandomi magari alle scene di qualche film o a qualche mia occasionale fantasia.

Ritrovo i miei stessi timori nel tenere l’ostia in bocca e l’attenzione a non masticarla (in fondo era il corpo di Cristo!), nonché gli sforzi compiuti per trovare i peccati da confessare prima di questo evento sacrale (me ne ero preparata una lista che recitavo sempre allo stesso modo: “ho detto qualche bugia”; “ho risposto male alla mamma”; “sono stata disubbidiente”, restando ogni volta interdetta alla richiesta se avevo commesso atti impuri, poiché quando arrivò l’epoca del giocare al dottore temevo di scatenare l’ira del Don nascosto dietro la griglia del confessionale).

Ma il saggio di Simone non è solo un’impareggiabile memoria autobiografica. E’ un trattato antropologico, sociologico, culturale, politico.

Gli anni Ottanta portarono la globalizzazione, i viaggi low cost, i personal computer, le vacanze di massa e le settimane bianche, la droga,la decolonializzazione, la youth culture, la questione ambientale. … Con l’11 settembre 2001 e l’attentato alle Twin Towers arrivarono il terrorismo islamico, i nuovi radicalismi e le migrazioni illegali, lo strapotere delle multinazionali, il crollo del concetto di identità, l’esplodere delle diseguaglianze e l’avvento della mediasfera.

Una riflessione inquietante riguarda il Mondo Nuovo in cui ci stiamo muovendo oggigiorno e per il quale non abbiamo ancora coniato un appellativo definitivo. Ci arrabattiamo come meglio possiamo con la Tecnologia (quella stessa che Emanuele Severino aveva già profeticamente annunciato come nuovo Dio dell’umanità); con un vocabolario impreciso, ulteriore divario fra le generazioni a livello di nuove parole e raffigurazioni esclusivamente visive che sostituiscono il linguaggio verbale; con la promessa miracolosa dell’Intelligenza Artificiale il cui un infinito sapere annienterà la pochezza cerebrale umana; con un dispositivo (“il diavolo in tasca” come Carlo Verdelli definisce il cellulare) diventato protesi del corpo umano, nuova droga tecnologica e condizionatore persino dello sviluppo cognitivo.

E’ necessario quindi ricordare, mettere in fila ordinata i passaggi di come abbiamo raggiunto la modernità e se era questo il mondo che avevamo sperato di vedere dopo la guerra, convinti – in questa parte della Terra – di aver raggiunto la pace.

Se la vita anteriore era la brutta copia di una vita possibile, che speravamo di portare prima o poi in bella copia, la trascrizione in bella ormai non si può più compiere. La vita di oggi è un’altra.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Gianrico Carofiglio (2026), Viaggio in Italia, Touring Club Italiano, Milano

Le tartarughe, come è risaputo, sono lente, solitarie e longeve.

D’inverno dormono e sognano il passato, immaginando nuovi spazi da esplorare al loro risveglio, chilometri di lenta marcia nel mondo noto e ignoto che le circonda.

Chissà come lo interpretano mentre scoprono, di anno in anno, un suo movimento opposto alla loro indole: veloce, iperconnesso, instabile e mutevole,

L’approccio di Carofiglio nel racconto di undici città italiane rappresenta indubbiamente una flanerie dallo sguardo inclinato, rivolto sia a luoghi insoliti – sfuggenti a chi della fretta fa il proprio emblema – sia, non meno significativo, al tratto socio-politico costitutivo del tessuto di quei quartieri camminati. L’esposizione di quanto osservato è pacata, gentile,rassicurante anche quando intreccia il mistero e l’inquietudine di alcune leggende metropolitane con il ricordo di epoche connotate dal buio di mafia o terrorismo.

Un elogio, soprattutto, alla lentezza, alla sosta, all’ascolto di ciò che ogni luogo può sussurrarti, se hai voglia di arrestare il passo e porgere l’orecchio,

Che godimento quindi ripercorrere città visitate in tempi ormai lontani con suggestioni nuove e accattivanti.

Le tartarughe, come risaputo, sono animali arcaici, impiegano un po’ di tempo a farsi una ragione dei cambiamenti repentini, di masse fameliche di selfie, di immagini che ancora prima di essere messe a fuoco sono destinate a sparire in contenitori virtuali dopo aver ricevuto un “mi piace” distribuito qua e là a casaccio.

Nonostante un’intelligenza forse un po’ ristretta, lo spirito di adattamento della tartarughe è formidabile e riescono a superare questi per loro inconcepibili intoppi proprio utilizzando a modo loro il progresso.

Anche TartaRugosa, (che fatica a sopportare il ritmo convulso del mordi e fuggi, ma necessita di pause per metabolizzare ciò che compare alla sua vista) si è modernizzata e ha accompagnato la lettura del libro con i video dei luoghi che maggiormente l’hanno suggestionata, godendosi in tal modo scoperte fascinose in città amate ed esplorate nel passato e ora rivisitate in una luce diversa.

Come per esempio Palermo:

Cercare di capire Palermo è come cercare di afferrare l’inafferrabile. I suoi leggendari mercati … il più interessante è quello di Borgo Vecchio in un quartiere che è quasi un mondo a parte: disagio, degrado, disoccupazione…Eppure a poca distanza ci sono le palazzine liberty della città elegante, negozi di lusso, il teatro Politeama, i murales… Palermo è esagerata in ogni aspetto, come per esempio l’Orto Botanico, una meta imperdibile.

Eccolo qua, per la gioia dell’anima:

(5079) L’Orto Botanico di Palermo – YouTube

A Napoli invece, la cultura ha riscattato la nomea del quartiere di Scampia, simbolo di incubatore criminale. Sorgono ora al posto di uno degli edifici Le Vele l’università delle scienze infermieristiche e una libreria nel cui catalogo troneggia Stephen King con un suo libro sulla cultura della violenza. Non solo letteratura, ma anche cinema, televisione, teatro, street food fanno di Napoli un autentico palcoscenico in cui si mescolano commedia e tragedia. E se in superficie si dispiegano palazzi, chiese, monumenti, castelli di pregio mondiale, Napoli è una città che si comprende soltanto esplorandone gli inferi.La visita a piedi della Napoli sotterranea è un’esperienza davvero unica. Un vero e proprio viaggio nel tempo dai resti dell’antico acquedotto greco-romano ai rifugi antiaerei della seconda guerra mondiale.

Tappa imperdibile sono le Catacombe di San Gennaro nel rione Sanità:

(5079) Catacombe di San Gennaro a Napoli | Storia, Arte e Viaggio Sotterraneo – YouTube

Sempre immaginando un luogo nella sua dimensione temporale, ecco che Roma: si estende sterminata in una spazio-tempo misurato non in secoli ma in millenni. Anche questa città è lungamente rappresentata al cinema, dove i film girati mostrano tuttora luoghi di straordinaria bellezza e le sale cinematografiche ne sono una testimonianza, dal Nuovo Sacher di Trastevere al Cinema Troisi, al Farnese, all’Azzurro Scipioni che dopo aver rischiato di sparire per sempre è stato ristrutturato e riaperto. E, il più piccolo del mondo, è il Cinema dei Piccoli, dove il pomeriggio proiettano film per bambini, la sera quelli per adulti.

(5080) Il Cinema Dei Piccoli ROMA 15/07/23 – YouTube

A Firenze l’elenco si fa lungo: narrazioni cinematografiche e letterarie, personaggi illustri, luoghi ed edifici,la stessa città è bene patrimonio dell’umanità nella lista Unesco, la città con la più alta concentrazione di opere d’arte nel mondo.

Non meno caratteristica è la concentrazione dei maestri artigiani, la cui storia risale allo sviluppo economico nel Medioevo giungendo fino ai giorni nostri.

Come per esempio la bottega Filistrucchi, discendente di una famiglia che da trecento anni produce parrucche:

(5081) Filistrucchi: dal 1720 a Firenze un’eccellenza in trucco e parrucche – YouTube

Bologna è conosciuta come la città dei portici, anche questi dichiarati patrimonio dell’Unesco. Per capire la loro origine vale la pena guardare questo filmato del 1954 “Guida per camminare all’ombra” di Renzo Renzi:

Bologna, Portici Unesco: il docufilm del 1954 con la voce di Sergio Zavoli | Corriere TV

https://video.corrieredibologna.corriere.it/bologna-portici-unesco-docufilm-1954-la-voce-sergio-zavoli/4d9b4d20-f094-11eb-a11a-240a3101d54a

Poi ovviamente ci sono le ombre. Sotto gli stessi portici in cui si cammina gioiosamente nel 2002 le Brigate Rosse assassinarono Marco Biagi. Nei decenni passati a Bologna sono accaduti i fatti criminali più gravi del dopoguerra: la strage alla stazione del 2 agosto e i delitti della Uno Bianca.

Bologna, come contrappeso, è fra le città italiane con più alto tasso di cittadinanza attiva, con oltre 570 associazioni e una forte diffusione di istituzioni no profit (l’Antoniano di Bologna, sede dello Zecchino d’Oro, nasce nel 1953 come mensa per poveri).

La protagonista di Venezia è l’acqua. L’acqua che sale, che si insinua, che corrode i mattoni e l’anima e che rende impossibile la vita ai piani bassi. Malinconica, decadente e struggente, la sua bellezza oggetto di una predazione turistica asfissiante la obbliga a spopolarsi: un esodo silenzioso, spinto dall’aumento degli affitti, dalle seconde case per turisti, dalla difficoltà di abitare una città che sembra sempre più progettata per gli altri.

La più affascinante è la Venezia lontana dal rumore di Piazza San Marco. Calle Varisco, per esempio, è la calle più stretta della città.Il passaggio, ristretto fino a 53 cm., è possibile solo in fila indiana.

Altra città emblematica è Milano: conosciuta come città pericolosa, del crimine dilagante, di reati commessi dagli immigrati è al tempo stesso la città più moderna ed europea d’Italia. Nonostante ciò è anche la città con il più grande numero di storie di fantasmi: lo spettro di Porta Genova, la Carlina del Duomo, la Dama Velata del Parco Sempione. Lo spettro di Bianca Maria Gaspardone del Castello Sforzesco, le streghe del Parco Vetra. E inaspettati luoghi segreti, come per esempio la sala d’attesa reale dei Savoia, passaggio segreto della Stazione Centrale

Anche a Torino le cose più interessanti sono quelle meno visibili. Per esempio la “Fetta di polenta” ideata da Antonelli, meno nota della Mole Antonelliana, progettata per sfruttare l’altezza in uno spaccato volumetrico su base triangolare, con stanze triangolari e arredi triangolari:

https://www.museotorino.it/view/s/abf01b826074462abb075c610f88c230

E poi la Torino sociale: il Distretto Barolo è un vero e proprio ecosistema composto da 14 edifici in cui operano centinaia di volontari che garantisce servizi, assistenza, solidarietà a centinaia di persone ogni anno.

(5152) Il Distretto Barolo – Housing sociale a Torino – YouTube

Un’altra città di contrasti è Genova con le sue polarità fra antico e modernismo. Sul versante della modernità ricordiamo il ponte Genova San Giorgio progettato da Renzo Piano dopo il crollo del Ponte Morandi avvenuto nel 2018.

Dell’antico invece i suggestivi vicoli e le mulattiere con le botteghe storiche che a Genova sono una vera istituzione: farmacie, librerie, cartolerie, negozi di generi alimentari.

Da ricordare e visitare la drogheria Torielli di Via San Bermardo:

(5229) Botteghe storiche: Drogheria M. Torielli – Genova – YouTube

Termina così il mio viaggio italiano senza stress, code, spintoni, fretta. Ora può arrivare una nuova primavera.

“La tartaruga è l’animale più lento, ma è il primo che torna sempre a casa”, Fabrizio Caramagna

“La tartaruga è l’animale più lento,

ma è il primo che torna sempre a casa”

(Fabrizio Caramagna)

TartaRugosa ha letto e scritto di: Andrea Bajani (2025), L’anniversario, Feltrinelli, Milano

A distanza di circa dieci anni – quando nel suo libro Un bene al mondo Bajani guardava al dolore come a un cagnolino che ovunque ti segue, fedele – si delineano in questa sua nuova opera alcune ricorsività: in quel romanzo un dolore non addomesticato del padre che talora si trasforma in violenza incontrollata, una visita della polizia di fronte a una casa devastata dalla sua furia devastatrice, viaggi e tentativi di separazione da quel cane che, in ogni caso, pazientemente attende ritorno. Non si fa mai cenno alla figura materna.

Madre che invece ne L’anniversario compare “sfilettata” dall’ingombro paterno in una serie di passaggi narrativi acuminati:

Se non ho mai scritto di mia madre è perché per farlo va scorporata da mio padre, il che richiede un’attitudine chirurgica specifica, una freddezza della mano. Richiede lentezza e precisione, un bisturi grammaticale. … Scorporare mia madre da mio padre significa, letteralmente, sottrarla all’invasione con cui la figura di mio padre si è imposta sistematicamente al nostro immaginario …

La porzione di mondo che occupava mia madre era così trascurabile da non chiedere udienza. L’ingombro familiare era tutto per mio padre, che si era messo al centro della scena e aveva scritto per così dire la versione unica del romanzo familiare.

Una famiglia apparentemente come tante, appartata, riservata, ma così normale come normali ci vengono descritte le tante famiglie che finiscono sulla cronaca nera dei quotidiani, lasciando sbigottiti ignari vicini, che mai si sarebbero potuti immaginare quelle loro aberranti, tragiche azioni compiute fra le mura domestiche. …

Il racconto è del figlio, che cerca di ricostruire la sua saga familiare iniziando a liberare la voce al decimo anniversario dall’abbandono definitivo della casa dei genitori.

Sono ricordi di dettagli (su cui spesso dichiara non valga la pena di dilungarsi) che, per spiegare la natura dello strappo, emergono in forma implicita, per lasciare spazio a immagini che cercano di svelare come si origina (e persevera senza disinnescarsi) un matrimonio patriarcale.

Se emblematica è la figura del padre, autoritario dal retaggio fascista, carnefice a cui piace atteggiarsi a vittima, è la figura della madre a rivestire il prototipo della donna vessata così “convinta di non valere nulla da desiderarsi lei stessa di essere invisibile”. Due storie molto dissimili: quella del padre, figlio di una famiglia diseredata la cui madre per sopravvivere fa la donna delle pulizie; quella della madre, figlia della piccola borghesia benestante, educata al rispetto, alla riservatezza e allo studio.

Sarà proprio durante gli ultimi due anni del liceo che i due ragazzi si incontrano, ma mentre lei si iscrive all’università, lui, senza ambizioni, corteggia la giovane mettendola incinta per due volte, costringendola quindi ad abbandonare gli studii per diventare la donna che Lui desiderava.

… così mia madre cucinava, faceva le parole crociate e si addormentava sul divano mentre mio padre leggeva.

Quello che mia madre viveva era un patriarcato differente, più vicino a un totalitarismo: mio padre teneva i conti, guidava l’auto, stabiliva le linee dell’educazione di noi figli, si occupava della nostra istruzione, e a lei restava la gestione spicciola del cambio letti, cucina e pulizie.

Timida e sottomessa, rivela da subito la propensione ad assecondare in tutte le forme possibili l’arroganza del marito, come quando – per non arrivare tardi all’appuntamento e non trovando il suo orologio da polso – si presenta trafelata con una grossa sveglia da tavola.

O quando, trovato già chiuso il contatore dell’acqua prima della partenza per le vacanze, lava i denti nello sciacquone del water.

O quando, avvicinandosi l’orario del rientro dal lavoro del marito, congeda velocemente quelle poche amiche con cui, peraltro, fatica a confrontarsi se non per sporadici episodi aneddotici dei figli.

O, ancora, l’accettazione passiva di un’amante del marito- che ne invocava una necessità irrinunciabile – e verso la quale l’atto di ribellione, sollecitato dall’unica residua amica ,innesca una potenziale bomba: dopo aver lasciato un biglietto sul parabrezza dell’auto dell’amante quell’amicizia si dissolve e di quello che successe dopo col marito non è rimasta traccia.

L’amica rimasta era una minaccia all’istituzione totalitaria che lui aveva messo in piedi. Il potere eversivo dell’amica era dato dalla sua disperazione e da un femminismo istintivo, di azioni più che di parole. Il fatto che mia madre scendesse le scale, attraversasse la strada sulle strisce pedonali ed entrasse in un portone differente fu sufficiente per mio padre a percepire il rischio dell’incendio.

Nemmeno un breve periodo quasi felice di lavoro presso un supermercato, in sostituzione di maternità, riesce ad appagare il suo desiderio di autostima e parziale indipendenza economica, anzi diventa ulteriore motivo di umiliazione poiché:

“… l’impiego di commessa venne rubricato come svago, come l’intrattenimento di cui, dal punto di vita di mio padre, lei aveva un po’ misteriosamente manifestato l’esigenza. Fu dunque sottratto di ciò che gli era proprio, l’essere mia madre forza lavoro in cambio di un salario con cui dare il proprio contributo alla nostra famiglia”

Il telefono entra più volte simbolicamente in scena: in primo luogo perché il padre lo rifiuta, probabilmente a causa di un antico episodio di violenza riservato a un cliente mentre, nella capitale, faceva il commesso in una valigeria. In seguito alle minacce di ritorsione, l’allora giovane padre, terrorizzato, aveva deciso di trasferirsi da Roma al nord, lasciando moglie e figli a carico della sua di madre.

Decise allora di lasciare Roma e trasferirsi al nord in attesa di abituarsi alla novità prima di chiamare moglie e figli. La madre, predisposta all’inesistenza, non attecchì mai in quel paese, dove continuò a restare invisibile. Anche l’assenza del telefono, per timore di essere raggiunto dai nemici rendeva totale l’isolamento di mia madre”,

Quando finalmente l’apparecchio entra in casa,

venne intestato a mia madre. La ragione difensiva era identica al divieto precedente: non voleva essere intercettato. Chiunque fosse la persona da cui fuggiva, lui non doveva essere trovato”.

Ma il telefono è altresì immagine di liberazione: lo ritroviamo infatti come strumento privilegiato della psicoterapeuta cui il figlio si rivolge per chiedere aiuto. Chi svolge una professione di aiuto sa infatti che fissare un appuntamento non sempre è sufficiente e, se una persona si sente disperata, il telefono diventa prima fonte di soccorso.

Che il figlio necessiti di aiuto è inequivocabile: quando finalmente decide di allontanarsi da casa per rendersi indipendente, chiamare i genitori al telefono o saltuariamente visitarli in occasione delle feste comandate fa troppo male:

I crampi all’intestino cinque giorni a settimana, la tachicardia lungo la strada verso la provincia, la bottiglia di grappa accanto al telefono d casa per raggiungere l’altra sponda di una conversazione con i miei stordìmenti nel mezzo delle frasi, la necessità di infilare con due mani la chiave nella toppa della loro casa per contrastare il tremito, le dita bianche di paura, gli incubi notturni … tutto questo fino a 41 anni era lo stato delle cose”.

Secondo l’inclinazione dell’autore già emersa nei suoi precedenti romanzi, ci immergiamo nuovamente nella complessità delle dinamiche affettive, con un profondo sguardo introspettivo volto ad indagare senza infingimenti le ripercussioni che la violenza nata da un bisogno d’amore incapace di esprimersi possono generare nelle vere vittime innocenti, i figli delle coppie disfunzionali.

In questa disgraziata famiglia tutti i personaggi (mai identificati da un nome ma dal semplice grado di parentela) vivono il loro trauma:

La madre:

Lui voleva che lei fosse niente per potere, lui, essere qualcosa, e lei voleva essere niente perché essere niente era almeno qualcosa. … Trasformò la vita di sua moglie in un deserto senza vita all’orizzonte, Solo che lei era l’unica in grado di abitarlo, quel deserto, l’unica che aveva espresso una rinuncia così totale, così definitiva, a tutto”.

La sorella:

pensava alle sue faccende. Ci detestava: mio padre perché era un dittatore e me perchè, per quieto vivere, cioè per vigliaccheria, lo blandivo legittimando così il suo potere incontrastato e lasciando lei per giunta sola, quindi impossibilitata ad affrontarlo fino in fondo”.

Il padre:

Attraverso la violenza mio padre pretendeva amore. Il paradosso era che, per mio padre, nonostante fosse lui il colpevole, fosse ovvio essere lui a dover perdonare, in una misteriosa distribuzione a pioggia delle colpe..Era l’unico modo, se non per chiedere perdono, certo per venire assolto. E senza assoluzione si sentiva condannato al baratro assoluto. Questo era il compito implicito di mia madre,. Si faceva perdonare umiliandosi. Aveva dunque quel potere, di proteggerlo dal male che le faceva. O meglio, proteggerlo dal male che faceva a tutti noi”.

Il figlio:

Adesso, riguardando tutto con il dispositivo pensante del romanzo, c’è un elemento che si impone: in ogni scena – mio padre che colpisce il figlio o lo spinge contro il muro – mia madre non compare. O meglio, in ogni scena mia madre guarda altrove. Più che il corpo di mio padre che sovrasta, è quello di lei che si sottrae. Quel sottrarsi,per timidezza o per timore, è quello che mi resta”.

Porre fine a un circolo così avvelenato diventa possibile nell’unico modo scelto dal figlio e ricordato nel decennale dell’anniversario:

Dieci anni fa, quel giorno ho visto i miei genitori per l’ultima volta, Da allora ho messo su un muro inespugnabile, ho messo un oceano di mezzo. Sono stati i dieci anni migliori della mia vita”.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Murakami Haruki (2024), La città e le sue mura incerte, Traduzione di Antonietta Pastore, Einaudi

Da quale parte mi trovavo in realtà? Cioè, quale parte della mia persona, quella di qua o quella di là, era il vero me stesso?

E’ in questo dilemma che Murakami ci trascina, lasciandoci col fiato sospeso sino all’ultima pagina: quale mistero nasconde quella strana città circondata da mura altissime, attraversata da un fiume su cui sorgono tre ponti di pietra e dove, nella piazza principale, domina un orologio senza lancette perché le stagioni mutano ma le ore non le conta nessuno?

Infatti l’orologio non è lì per mostrare l’ora. E’ lì per dire che il tempo non ha senso. Non si è fermato, non ha proprio senso”.

In quella strana città sono proibite le emozioni e non ci sono animali, ma solo uccelli in grado di oltrepassare le mura volando e zoccoli di mandrie di unicorni dal mantello dorato che calpestano le strade lastricate di pietra, gli unici viventi che possono entrare ed uscire dalla città grazie al severo Guardiano che vigila il portone dell’ingresso, quale protettore e regolatore tra mondo interno ed esterno alle mura.

Conosciamo da subito quella città grazie all’acerbo amore adolescenziale tra un lui di 17 anni e una lei sedicenne ( di entrambi non sapremo mai il nome, primo elemento costitutivo dell’identità) che però non è la vera lei, perché quella che compare è solo la sua ombra.

La vera lei, infatti, abita in quella misteriosa città e lavora in una biblioteca molto particolare poiché custodisce, in contenitori a forma di uovo, i sogni degli abitanti espulsi, accessibili solo al Lettore dei Sogni, l’unico in grado di far rivivere i sogni altrui e che potrebbe coincidere con l’amato lui, possessore dei requisiti adatti:

“Il tuo ruolo, nella biblioteca, è proteggere i vecchi sogni allineati sugli scaffali, custodirli con cura. Scegliere quelli che vanno presi, segnare sul registro quelli già letti. Aprire la porta d’ingresso poco prima del tramonto, accendere le lampade, e la stufa nella stagione fredda”.

E’ destino dell’ombra non avere vita durevole: la forte attrazione tra i due ragazzi, mantenuta anche attraverso un cospicuo contatto epistolare, improvvisamente si affievolisce, sbiadisce, fino a scomparire. Dell’ombra di lei non esisterà più traccia, ma il suo ricordo, intenso e doloroso, si impossesserà inesorabilmente, e per sempre, di quel diciassettenne innamorato, modificando la sua esistenza.

Sull’onda della forza dell’amore e alla continua ricerca del luogo immaginario descritto dall’ombra della perduta lei, il giovane protagonista riuscirà, senza nemmeno sapere come, a entrare nella città dalle mura incerte.

Una volta varcata la soglia, però, dovrà accettare le dure regole imposte dal Guardiano:per accedere deve rinunciare alla sua ombra, lasciarsi ferire gli occhi, accettare di non uscire più dalla città.

Queste le condizioni per vivere in quella realtà parallela e diventare Lettore dei Sogni nella biblioteca dove la ragazza effettivamente lavora, ma – scoprirà amaramente – senza conservare alcun ricordo della loro intensa storia d’amore.

Come è possibile vivere un amore non compiuto senza la memoria?

“Una persona senza ricordi possiamo dire che sia la stessa? … A quale dei due mondi volevo appartenere?”

Quando il soggiorno nella città si interrompe e il narrante torna nel mondo reale, il ricordo della ragazza e di ciò che non è potuto essere fra loro due diventa ossessione, impedendogli una crescita sentimentale serena e l’innamoramento di qualcuno diverso da lei.

Seguiamo in un tempo senza linearità lo sviluppo degli eventi, nell’enigmatica e surreale atmosfera di ciò che è già accaduto o è in corso o è nel futuro, sempre accompagnati dalla volontà del narrante di sfuggire alla realtà per trovare la propria identità, il suo vero sé più profondo.

I ricordi si erano allontanati col passare del tempo, oppure non erano mai esistiti? E quelli che conservavo, fino a dove corrispondevano alla realtà, da che punto in poi diventavano fantasie? In quale misura erano fatti davvero accaduti e in quale misura invenzioni?”

Con una perenne “sensazione di essere fuori posto … un insignificante pezzo di ricambio”, diventato adulto, il protagonista decide di abbandonare un insoddisfacente posto di lavoro. Un emblematico sogno lo indurrà a cercare impiego in una biblioteca (Il romanzo racchiude un inno alle biblioteche, ai libri, alla lettura, alla scrittura).

Ho sognato la biblioteca, la vedevo come se l’avessi intorno, in tutti i suoi dettagli. Lavoravo lì. Non era però la biblioteca della città dalle alte mura. Era una biblioteca normale, come ce ne sono ovunque. E sui suoi scaffali non erano allineati vecchi sogni, ma libri fatti di carta, con una copertina”.

In un piccolo paese sperduto fra le montagne, dopo essere stato selezionato per l’incarico dal direttore della biblioteca – l’originale sig. Koyasu vestito con la gonna – scoprirà di interagire con il suo fantasma, visibile solo ai suoi occhi e a quelli della fedele segretaria.

Il Sig. Koyasu ha usato il suo denaro per questa impresa, innanzitutto perché possedere e gestire una biblioteca era da sempre il suo sogno. Creare un posto speciale dall’atmosfera accogliente, radunarvi una gran quantità di libri che gli utenti potessero prendere e leggere in libertà … questo era il piccolo mondo ideale del sig. Koyasu. Anzi, il suo piccolo universo.

Anche il Sig. Koyasu ha alle spalle una drammatica vicenda d’amore: il suo bambino morto per un incidente e il suicidio della moglie spegneranno i suoi desideri e la gioia di vivere, lasciando spazio solo all’amore per i libri e la lettura.

Gli incontri di Koyasu col suo nuovo successore, inizialmente giustificati per aiutarlo ad acquisire il passaggio di informazioni, diventeranno sempre più intimi e il fantasma dovrà rispondere a domande sul perché il protagonista, dopo aver agognato l’ingresso nella città dalle alte mura, la abbandona, guidandolo così verso una migliore comprensione del suo animo:

Tuttavia, da quanto mi ha raccontato, mi verrebbe da pensare: non è che magari, in realtà, lei desiderava tutto quello che le è accaduto? Se è successo, è perché il suo cuore, benché lei non ne fosse consapevole, lo voleva. Anzi, non è vero neanche questo. Lei ha lucidamente deciso, di sua volontà, di restare in quella città enigmatica. Però la sua volontà vera non lo desiderava. In un angolo in fondo al suo cuore lei voleva uscirne e tornare in questo mondo.

In un continuo superamento di confini fra sogno, realtà, fantasmi, ombre parlanti, misteri, oltre al fantasma del bibliotecario incontreremo una barista, anche lei in fuga dal suo passato, e un ragazzo autistico che indossa un’inseparabile felpa col disegno di un sottomarino giallo e la scritta Yellow submarine.

Assisteremo alla faticosa nascita di una relazione fra la barista e il narrante:
Le nostre esperienze di vita avevano molto in comune, così tra lei e me si è creata una certa familiarità. Eravamo due forestieri, due persone sole, arrivate come spinte dal vento in una piccola città tra i monti del Nord. Saremmo riusciti a mettere radici? Anche questo non era sicuro”.

Il freddo, la neve, il gelo, la pioggia, il buio costituiscono spesso il fondale scenografico del romanzo e, nel mondo reale, segnano la cadenza delle stagioni, mentre nella città dalle alte mura, dove il tempo per gli esseri umani è fermo sempre allo stesso punto, sono gli unicorni a ritmare il tempo, morendo stremati dal clima polare durante l’inverno e uccidendosi nei combattimenti per l’accoppiamento durante la primavera.

Un’atmosfera rarefatta permea l’alternarsi di molteplici sentimenti, solitudine, nostalgia, malinconia, memoria, morte: ogni soggetto ha il suo lutto da elaborare, ma senza declinare in uno sbocco distruttivo. Ognuno è alla ricerca di una nuova meta da raggiungere, nel rispetto dei propri limiti. La ricerca della propria identità è il punto focale di ogni attore della storia, che gioca con la propria ombra senza preoccuparsi troppo dei confini tra conscio e inconscio, speranza e illusione, immaginazione, realtà e sogno.

Emerge inoltre, nello stile di Murakami, il tema del doppio: il sé che si riflette nello sguardo dell’altro. In tal senso, che ruolo riveste M**, il ragazzo autistico di circa sedici, diciassette anni?

Anche lui è affascinato dai libri: “si sedeva sempre allo stesso tavolo vicino alla finestra e si metteva subito a leggere con espressione concentrata. A parte voltare pagina ogni tanto, non si muoveva quasi. Nutriva sicuramente un grande passione per i libri”.

Memorizzare ogni contenuto è l’unica grande abilità visibile di M**, considerato che non parla con nessuno e solo a pochi rivolge l’unica domanda relativa alla data di nascita per poter calcolare il giorno della settimana corrispondente alla venuta al mondo (la indovina sempre).

Anche M** si sente fuori posto nel mondo reale e lo dimostrerà disegnando una mappa quasi precisa della città dalle alte mura dove vuol essere accompagnato dal protagonista.

Devo a ogni costo diventare il Lettore dei sogni. Assumerò la carica al tuo posto. E ’l’unica cosa che ti chiedo. … Quindi voglio diventare tutt’uno con te. In tal modo potrei andare a leggere ogni giorno i vecchi sogni, come se fossi te … Diventando tutt’uno con me, sarai te stesso più di prima, in modo più vero e più naturale. Non te ne pentirai, te lo garantisco. E quando penserai che sarà arrivato il momento di andartene, lo potrai fare”.

Rieccoci di nuovo dentro la città dalle alte mura, mura incerte, mura che si spostano autonomamente, perché i confini tra interno ed esterno sono in perenne movimento

Può darsi che una realtà non sia una sola. La realtà è forse qualcosa che noi dobbiamo scegliere fra tante possibilità …cosa è reale e cosa non lo è.? ..esiste davvero un muro divisorio tra la realtà e l’irrealtà?

Nell’incipiente primavera, qualcosa turba il narrante nonostante la buona riuscita della simbiosi con Yellow submarine.

Sembra che qualcosa dentro di me si stia alterando. Ma non capisco di quale alterazione si tratti, che senso abbia tutto questo. Sto brancolando nel buio

E’ giunto il momento della scelta: “se lo si desidera con tutto il cuore” quel contro-mondo oltre le barriere del tempo, popolato da unicorni e da persone senza ombra, né memoria, né curiosità, può essere definitivamente abbandonato. L’ombra, fedelmente in attesa dall’altra parte del muro, è pronta per il ricongiungimento.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Hanif Kureishi (2024), In frantumi, Bompiani, Traduzione di Gioia Guerzoni

Hanif Kureishi è scrittore, drammaturgo, autore di testi teatrali e sceneggiatore di film che abbiamo visto e amato (fra cui My beautiful laundrette, Sammy e Rose vanno a letto), nonché autore di numerosi romanzi adattati a film che hanno ricevuto prestigiosi riconoscimenti.

Due anni fa, nella giornata di Santo Stefano, in vacanza a Roma, cade rovinosamente, riportando gravi lesioni alla colonna vertebrale e perdendo il controllo di gran parte del corpo. Dopo quella caduta Hanif non può più camminare e compiere qualsiasi azione senza l’aiuto altrui.

6 gennaio 2023 – 26. dicembre 2023 è il periodo durante il quale, quotidianamente, suo figlio Carlo e la compagna Isabella sostituiranno le sue mani, scrivendo sotto dettatura i dispacci che Hanif vuole raccontare per descrivere il drastico cambiamento della sua vita.

Esordio amaro, il suo: “io non pensavo al passato quanto al futuro, a tutto quello che mi era stato sottratto, a tutte le cose che volevo fare”. L’odissea che deve attraversare, tuttavia, non è di sola disperazione. Nella sua testimonianza riconosciamo lo stile ironico, pungente, schietto che lo caratterizza e la ricerca, fra alti e bassi, di esercitare la sua creatività, nonostante tutto:

Vorrei che quello che mi è capitato non fosse mai successo, ma non c’è famiglia al mondo che possa sottrarsi alla catastrofe o al disastro. Però da queste pause inaspettate devono nascere nuove occasioni di creatività”.

Quando tutto diventa complicato e non puoi fare nulla, nemmeno grattarti la testa, per vincere la noia dell’immobilità e l’angoscia della paralisi, sarà la forza del ricordo a riempire le ore pesanti della solitudine, soprattutto durante le assenze degli affetti che intorno a lui si prodigano nel corso delle sue degenze nei diversi ospedali:

Gli eventi del passato riemergono apparentemente a caso. Se non hai futuro,il passato viene a trovarti”.

Molti gli aneddoti che si rincorrono pagina dopo pagina. Senza censure e senza mezzi termini, sono frequenti gli episodi dedicati alle cure ricevute, alla professionalità dei vari operatori che lo circondano, alla descrizione delle operazioni più intime che, nei momenti di maggior ottimismo, assumono una tonalità quasi divertente:

Scusatemi un attimo, devo fare il clistere”.

Il mio corpo viene invaso di continuo .. qualcuno mi infila un ago nel braccio, mentre un’altra infermiera mi fa una puntura nella pancia e un terzo mi infila un tubo nel culo. … in un’altra stanza un uomo mi colpisce venti volte in testa con una grande racchetta da ping pong magnetica, che pare mi faccia bene.

Mi hanno toccato più sconosciuti negli ultimi nove mesi che in tutta la mia vita”.

Non mancano però i periodi dello scoramento e della fatica di riconoscere ciò che è diventato:

E’ un’agonia essere me stesso”.

Pakistano, scrittore, storpio, chi sono ora”?

Nella consapevolezza che la nuova condizione probabilmente resterà permanente. Kureishi si aggrappa a quanto più gli è caro: la scrittura e gli episodi dell’infanzia durante i quali, ancor prima di iniziare, aveva già definito la strada da percorrere:

Un giorno, mentre guardavo fuori dalla finestra a scuola, mi sono definito scrittore”.

Riannoda i fili con il passato, riportando alla luce il padre, aspirante romanziere circondato da libri, la depressione della madre, i dibattiti sul significato e la pratica della scrittura, il paragone con la cultura degli anni della ribellione e della contestazione, quando anche lui stesso deve confrontarsi col ruolo di genitore:

-“ho scoperto che la paternità era più catastrofica che meravigliosa” …

Con i miei figli ho passato delle serate divertenti a base di coca, e ci sono amici che prendono l’MDMA con i loro figli … i miei ragazzi però mi hanno introdotto ai funghi allucinogni. …La gente non dovrebbe essere traumatizzata dal sesso o dalle droghe, bisognerebbe insegnare a tutti ad apprezzarle come piaceri fondamentali”

Ora, nella malattia, può confessare a se stesso di essere “orgoglioso di dipendere da persone che mi amano”, poiché l’evento occorso ha sbaragliato la vita di tutta la famiglia, oltre che la propria, e non può non riconoscere che in questa sua tenace lotta per accettare la nuova identità, figli, ex moglie e la nuova compagna (che ha accettato la sua proposta di matrimonio) costituiscono, insieme agli amici, una preziosa e insostituibile rete di sostegno.

In questa sua nuova esistenza fra le corsie degli ospedali scopre inoltre la rivalutazione della conversazione:

Da quando ho avuto l’incidente la mia vita è cambiata, e passo il tempo a parlare con le persone. La conversazione è una cosa inutile nel senso migliore del termine, non ci si guadagna nulla, non offre nessun vantaggio materiale. C’è solo il piacere di star lì con un altro essere umano, di ascoltarlo, di uno scambio effimero che non ha molto altro significato al di là di una gratificazione temporanea condivisa.

Alle persone piace parlare, vogliono raccontare di sé, vogliono che gli altri le conoscano”.

Fra frustrazione e ironia, fra italia e Inghilterra, si avvicina finalmente lo sperato, e al contempo temuto, ritorno a casa, luogo da riadattare per accoglierlo con la sua disabilità, ma privandolo della sicurezza di poter contare in ogni momento sull’apporto professionale degli operatori addetti alle cure.

A casa sarà tutto diverso. Se ci penso mi rendo conto che non sono in grado di fare quasi niente da solo….Quando penso al futuro la portata della mia disabilità mi è sempre più chiara”.

Il diario di Kureishi, di straordinaria forza emotiva, si conclude a un anno esatto dall’incidente, consegnando al lettore un uomo ancora in frantumi -” io non dimentico, che sono ancora un uomo a pezzi con un corpo in frantumi” -. ma la cui vita è illuminata dalla presenza di chi gli vuole bene e che, come lui, si adopera per adattarsi a un qui e ora che non si sa come evolverà:

Cambiamo di continuo, impossibile tornare indietro. Il mio mondo ha preso male una curva mentre prima filava via dritto: è stato distrutto, rifatto e alterato e io non posso farci niente. Ma io non mi voglio lasciar andare: di tutto questo voglio fare qualcosa”.

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TartaRugosa ha letto e scritto di: Laura Imai Messina (2024), Tutti gli indirizzi perduti, Einaudi, Torino

Di Awashima – minuscola isola del Mare interno di Seto – e del suo Ufficio Postale alla Deriva, Laura Imai Messina aveva già accennato nel suo libro Giappone a colori: un ufficio tinto di grigio, il colore della solitudine, destinato a ricevere lettere indirizzate a persone che non le leggeranno mai.

Quel luogo ora ritorna ad avere un ruolo primario nel suo ultimo romanzo, letteralmente divorato, e che, inevitabilmente, mi trascina verso un altro indimenticabile luogo – il telefono del vento – anch’esso diventato sua opera dal titolo Quel che affidiamo al vento.

Prima di addentrarsi nel romanzo, è utile conoscere la storia della nascita: un vecchio ufficio postale ormai in disuso venne ceduto per una manifestazione artistica, nata con l’obiettivo di rivitalizzare le isole sempre più spopolate del Mar del Giappone. Una giovane studentessa dell’Università delle Arti, Saya Kubota, propose di creare un’installazione adibita alla raccolta di tutte le lettere spedite a chi un indirizzo non lo possiede e al loro archivio in cassette postali oscillanti al soffitto che, emettendo il suono delle onde in movimento, avrebbero simulato quello della deriva (da cui il nome di “Ufficio Postale alla Deriva”).

Ogni visitatore avrebbe potuto lasciare un messaggio scritto, ma anche leggere o sfogliare quelli archiviati e, ancora, appropriarsene nel caso avesse percepito un’analogia con la propria storia, diventando quindi simbolicamente il destinatario che quella missiva cercava.

Nakata Katsuhisa è il direttore di questo Ufficio: ha novant’anni e mantiene caparbiamente aperto un luogo destinato ad essere chiuso alla fine della Triennale, per la quale era stato realizzato.

Incredibilmente, infatti, l’Ufficio Postale alla Deriva ha raggiunto una popolarità tale da attraversare tutto il globo: in undici anni di attività sono giunte più di 60.000 lettere dai più disparati contenuti, sensazioni, pensieri, emozioni che vogliono essere narrate anche senza poter essere recapitate all’interlocutore prescelto.

Grazie all’interesse di Laura Imai Messina e alla sua profonda e introspettiva capacità letteraria e poetica, apriamo il suo libro ed arriveremo in questa piccola isola di non più di 150 abitanti nel momento in cui la protagonista Risa vi approda, proritariamente per creare un archivio delle lettere senza indirizzo che si sono accatastate nel corso del tempo – “Awashima è l’indirizzo che ha preso in carica tutti gli indirizzi perduti della terra”, – ma anche perché:

c’era un altro motivo … esisteva la possibilità concreta che ad Awashima fossero arrivate proprio dal suo passato parole indirizzate a lei soltanto”.

Scopriremo lentamente la sua storia: Risa è figlia di un padre postino, scrupoloso e attento affinché nessuna delle lettere andasse perduta, da cui eredita la stessa dedizione in tutto ciò che fa (lo impariamo dalle prime pagine, quando ancora bambina si perde per consegnare una lettera) e di una madre imperfetta, che le ha instillato paure profonde relativamente alla maternità e all’angoscia di diventare lei stessa portatrice della sua malattia psichica, di origine ignota.

Madre cui ha dovuto rinunciare sin da piccola:
La fatica di vivere di sua madre era una cosa che usciva dai cartoni del latte la mattina a colazione, che si depositava insieme alla polvere sui libri di suo padre, qualcosa che ti trovavi nel bel mezzo della cena mentre lei si accasciava con il volto affondato in una minestra, o ancora all’alba quando serviva andare a recuperarla perché vagava da una stanza all’altra con la borsa a tracolla, i piedi scalzi e recitando il proprio nome, data e luogo di nascita come fosse alla frontiera”.

Era però quella stessa madre che l’aveva spinta a “credere che quanto non si vede, non si tocca e non possiede un nome possa essere persino più importante di ciò che invece si vede, si tocca e ha una voce dedicata nel vocabolario … e che è dall’incontro con gli sconosciuti che può nascere lo straordinario”.

Risa, grazie alla professione paterna e alla sua sensibilità, ha sempre avuto un rapporto speciale con le lettere, soprattutto per quelle che, per motivi diversi, erano candidate al macero e da lui salvate, addolorato da quella fine poco gloriosa.

Già da ragazzina gli aveva posto delle domande sulle origini di quegli scritti:

– “Ma perché le persone scrivono queste lettere se poi non c’è nessuno a leggerle? Lo sanno che le lettere non arriveranno da nessuna parte, no?”

– “Sì, lo sanno. Lo fanno perché, immagino, scrivere le fa sentire bene” … “Sono messaggi in bottiglia lanciati senza troppe illusioni nel mare, tutto il senso dello scrivere queste lettere è precisamente scriverle. Scriverle per scriverle, non perché vengano lette”.

Ulteriore obiettivo, pertanto, è portare all’Ufficio Postale anche tutte le lettere mai recapitate, conservate dal padre.

L’incontro con il direttore dell’Ufficio, il novantaduenne Baba, risveglia quelle sensazioni. Lo stupore dell’uomo nel verificare che ogni giorno arrivavano nuove lettere da tutte le parti del mondo gli fa abbandonare l’idea di una ‘stramberia’ letta sui giornali e finita lì, avviandolo ad analoga conclusione del padre di Risa:

“… le persone hanno bisogno di scrivere. Ho capito che, per alcune di loro, farlo coincide con sopravvivere ci sono persone che vivono meglio quando scrivono all’amante perduto, al padre defunto, al figlio malato oppure a se stesse, nel presente o nel passato … i bambini scrivono ai giocattoli che hanno smarrito, o ai compagni con cui hanno litigato, o agli animali di casa quando scompaiono, pongono a se stessi delle domande enormi e apprendono così la morte”.

Leggendo le lettere, Risa entra nella vita di chi le scrive, scopre le interconnessioni, si imbatte in emozioni profonde. Impara anche a conoscere i residenti dell’isola, le loro abitudini, l’attaccamento a un luogo che va sempre più spopolandosi.

Scopre altresì che il tempo sospeso con l’incarico all l’Università si allunga in continuazione, e la causa non è legata esclusivamente alla complessità della catalogazione.

C’è Takuto e la sua scelta di vivere nell’isola per sempre: la sua discrezione non è disgiunta da un’attenzione continua verso Risa e “al suo sguardo interrogativo sulle cose”.

Una relazione che cresce silenziosamente, nonostante le paure inconfessabili di Risa.

Commoventi interludi epistolari compaiono fra i diversi capitoli della storia, aperture di anime verso persone, luoghi, animali, vegetali, oggetti, velati di nostalgia, malinconia, rabbia, perdono, interrogativi, pensieri, ricordi …

Risa riuscirà, alla fine, a ritrovare le tanto desiderate lettere della madre.

Una ricerca e un ritrovamento dolorosi, pagati a duro costo, ma necessari, come succede per ogni transizione incontrata nel cammino della vita.

Da quel pomeriggio di giugno… avvertì soprattutto il desiderio di tornare a catalogare le lettere rimaste inevase e di leggere quelle recapitate all’ufficio postale alla deriva durante quel periodo. L’idea di riprendere l’incarico all’università, invece, la teneva lontana. Non tentò nemmeno un momento di ingannarsi: la vecchia vita era finita”.

Ma la storia non poteva finire senza che un altro cerchio si chiudesse e così, come per incanto, Risa troverà fra la moltitudine di lettere quella inaspettata, quella che parla proprio di lei e a lei, e sulla cui busta compare il nome del mittente. Questa volta l’indirizzo non è andato perduto. Si tratta solo di decidere a quale parte di Risa quel messaggio era rivolto.

p.s.: L’Ufficio Postale alla Deriva è aperto dal 2022 il secondo e quarto sabato di ogni mese dalle 13 alle 16. Se hai qualcosa da scrivere ecco il suo indirizzo: c/o Hyoryu Yubinkyoku 1317-2 Takumacho Awashima, Mitoyo Kagawa 769-1108 Japan

Tartarugosa ha letto e scritto di: Vittorio Lingiardi (2024), Corpo, umano, Einaudi, Torino

Essere un corpo, avere un corpo.

Il corpo, il nostro Io, il nostro primo Tu, come scrive Lingiardi, specificando le sue intenzioni nel realizzare quest’opera:

Ho voluto attraversare il corpo, organo per organo, per costruire una creatura composita e personale, fatta con le mie curiosità, le mie conoscenze, le mie idiosincrasie”.

E l’attraversamento si traduce in una danza leggiadra fra organi, parti, apparati minuziosamente scandagliati non solo dal punto di vista anatomico, fisiologico e patologico, ma impreziositi anche con “immagini-sensazioni-sostanze” suscitate dalle suggestioni di una moltitudine di dettagli mutuati da poesia, letteratura, musica, arte, cinema, mitologia, leggende, ricordi personali che guideranno “lo sguardo dove non guardiamo, ma dove appare il sorprendente e abita lo stupore”.

Da non trascurare inoltre la ricerca storica, antropologica e politica che ha caratterizzato l’evoluzione del corpo nel corso dei secoli, un autentico viaggio nelle sue perenni trasformazioni e percezioni. Un corpo reale e tangibile: ipercontrollato, giudicato, modificato o, viceversa, un corpo destinato a svanire: ripudiato, desiderato diverso nelle disforie di genere, virtualizzato. Un corpo alla ricerca del suo “essere” in tutte le teorie filosofiche e psicologiche generatesi intorno al rapporto tra mente e corpo.

Il mondo sensoriale inizia a formarsi ancor prima della nascita….Una volta nati, sono le sensazioni fisiche a definire il rapporto con noi stessi e ciò che ci circonda….la nostra esperienza del corpo, inoltre, è influenzata dalle aspettative e dalle esperienze di chi ci ha cresciuto, dalle nostre identificazioni e interiorizzazioni Per questo possiamo dire che il nostro corpo è anche la storia di chi ci ha preceduto”.

Non inganni la poderosa lista elencata nella sezione “Il corpo dettagliato” dove, nell’ordine, si susseguono: cuore, pelle, seno, occhi, naso, lingua, bocca, orecchie, polmoni, stomaco, fegato, intestino, mani, piedi, capelli, utero, genitali, prostata, vescica, reni, protesi, ossa, muscoli, sangue e cervello. Non è la frammentazione a cui oggigiorno ci obbliga la medicina tecnologica e che lo stesso Lingiardi considera come grave limitazione del lavoro di cura:

A prevalere, oggi, è una medicina iperspecialistica e burocratizzata, dove il corpo intero svanisce per lasciar posto alle singole parti. Ma quando le parti sono curate come separate, quasi non comunicanti e non riunite nella mente del medico, il rischio è perdere di vista il compito della professione: che è curare il malato, non solo la malattia”.

L’intento dell’autore, piuttosto, è di esplorare e farci conoscere quella meraviglia di “laboratorio alchemico capace di apparizioni infinite: è anatomico, fisiopatologico, etnologco, sociale, politico, religioso, artistico, estetico, sensuale, nudo, vestito, danzante, sessuale, giovane,maturo, anziano, piccolo, grande, energico, debole, stanco, malato, sufficientemente sano”.

Solo qualche piccola sosta per assaporare il profumo della sua indagine:

E’ la pelle il confine tra mondo esterno e mondo interno, involucro prezioso che custodisce piccoli tesori e che dai tempi più antichi è stata sempre oggetto d cure cosmetiche (creme, lavande, oli), di atti decorativi (scarificazioni, tatuaggi, body art), ma anche di atti lesionistici nel tentativo di sostituire il dolore fisico a qello mentale.

Non da meno, nel collegare il dentro al fuori, sono gli occhi, organi della consoscenza che possono connettere il visibile all’invisibile, (non per nulla il termine insight da sight=vista è fondamento della comprensione psicoanaltica).

Singolare scoprire che Plinio il Vecchio collocava nelle orecchie la sede della memoria (tirare le orecchie nel giorno del compleanno per ricordare il numero di anni trascorsi, fare l’orecchio alla pagina del libro in lettura per ricordarci dove siamo arrivati).

Se mangi troppo duole, altrettanto se non mangi affatto”. Parlando dello stomaco si rinforza l’idea che cibarsi, oltre a necessità fisica, è anche dimensione identitaria e socioculturale (anoressia, bulimia, binge eating in campo patologico; persone vegetariane, vegane, grandi digiunatori, fruttariane, crudiste in campo culturale.)

Emblematiche le pagine dedicate all’intestino, “l’organo che dialoga in continuazione col nostro cervello .. fino a diventare ipersensibile, persino irritabile”, sulla cui funzione evacuativa Freud costruisce la fase anale dello sviluppo psichico, dove il neonato mostra particolare interesse per la propria cacca – possibilità di donare oltre che ricevere – creando i presupposti, se a tale fase resta fissato, di conservare un carattere anale (ordine, igiene, controllo, avarizia).

Particolarmente simbolici i capelli: “di sacrificio o di forza, giovinezza o vecchiaia, i capelli sono un veicolo potente di comunicazione sociale”, (capelli lunghi negli anni della contestazione, crani lucidi come effetto della chemioterapia, ciuffi tagliati in segno di solidarietà all’iraniana Masha Amini, uccisa perché non indossava correttamente l’hijab, gli skinheads rossi e anarchici dei quartieri degradati delle città inglesi).

Troviamo l’utero che, da genesi dei sintomi isterici, è attuamente al centro dell’attenzione dell’espressione “utero in affitto” La gestazione per altri è etica? E’ traumatica? Riflette Lingiardi: “La donna e il suo corpo pongono domande a cui nessuna, tantomeno nessuno, può rispondere visceralmente … Viviamo in un’epoca complicata, con corpi contesi tra ideologia e tecnologia. Definire cosa è un corpo, quali sono i suoi confini fisici e tecnici è sempre più difficile”.

Pensiero quest’ultimo, che si affaccia anche alla voce protesi, da considerare come parte integrante di sé grazie anche ai prodigiosi avanzamenti della tecnica: se lenti a contatto, apparecchi acustici, parrucche, dentiere, arti in titanio, valvole cardiache supportano i corrispettivi organi fisici, viene da chiedersi se in tale elenco ormai si possa aggiungere anche lo smartphone come protesi della memoria.

Ultimo, volutamente, è il cervello, direttore d’orchestra di tutti gli strumenti precedentemente considerati: “Laboratorio infinito, pieno di stanze e anfratti, il cervello è un organo del sistema nervoso centrale. Ancora in gran parte misterioso, mette in movimento i muscoli, coordina gli organi, è la sede di pensieri, emozioni, ricordi – e di tanti dolori”.

Corposo: non trovo parola più confacente per definire il nuovo lavoro di Lingiardi. Grazie al suo incredibile assemblaggio dovuto all’applicazione del diffractive reading, è praticamente impossibile resistere e non essere contagiati dal suo stesso entusiasmo:

Citazioni e bibliografie finiscono per costruire dentro di noi un paesaggio al quale non solo è impossibile sottrarsi, ma in cui è bello naufragare”.

Ritrovare e conoscere il proprio corpo nelle diffuse interazioni testuali di svariate discipline è emozionante, ironico, doloroso, coinvolgente e appassionante.

Un monito alla doppia tendenza in atto nei corpi contemporanei:

il progressivo svanire, sia come immediatezza nelle relazioni quotidiane sia come tangibilità della corporatura sociale …e la loro crescente presenza sia come oggetti di attenzione continua (estetica o mediatica), sia come teatro di somatizzazioni e disagi”.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Delphine De Vigan (2019), Le gratitudini, Traduzione di Margherita Botto, Einaudi, Torino

Invecchiare è imparare a perdere”.

Lo pensa Jérome, l’ortofonista che segue Michka per cercare di contrastare l’afasia che la perseguita. Che scherzo del destino per un persona che delle parole ha fatto il suo mestiere di correttrice di bozze!

Come spesso accade, invecchiando, le cose che prima funzionavano, poi non funzionano più.

Le piccole difficoltà che tuttavia non impediscono di abitare il proprio spazio vitale si fanno più impervie e, inevitabilmente, se sei sola e vecchia, devi decidere di affidarti a mani che non sono più le tue.

Di questo epilogo se ne rattrista Marie, l’altra protagonista della storia, vicina di casa e legata a Michka da un rapporto quasi filiale, essendo stata spesso da lei ospitata da piccina a causa di inadeguate cure materne. Marie è perfettamente consapevole del decisivo ruolo rivestito da Michka nel proprio percorso evolutivo e, alla luce di un tempo diventato ormai breve, rimpiange di non averla ringraziata abbastanza.

Grazie, un termine a volte complicato da esternare.

Gratis“, invece, sarà la parola sostitutiva usata frequentemente da Michka, il cui linguaggio storpiato trascina il lettore in una gara di comprensione di ciò che la nuova ospite della struttura residenziale riesce ancora a comunicare. “Fa pena = va bene“, impareremo a decodificare, inseguendola nella quotidianità reale e nell’immaginazione dove, in visioni oniriche, diventa vittima di un’insensibile direttrice che la tratta alla stregua di un oggetto di marketing.

I suoi sogni li raccontava più volte. Con varianti. O perché il ricordo a poco a poco si precisava o perché lei aggiungeva qualche particolare che riteneva più incisivo, in modo che noi – noi, in grado di andare e venire come ci pareva, noi pienamente padroni delle nostre capacità – potessimo capire la sensazione di terrore che la travolgeva.

Michka sa di aver mollato gli ormeggi. Simpatizza con Jérome di cui, più che gli esercizietti riabilitativi, vuol indagare la storia del suo passato e del rapporto conflittuale col padre. Sa che per lei esistono poche possibilità di recupero:

Ma io me ne invischio dei sin … dei coì … Capisci, è la parola vera che si squaglia. E poi tutta questa roba non serve a niente, so benissimo come andrà. Alla fine non ci sarà più niente, niente più parole, capisci, oppure una cosa qualsiasi, per riempire il vuoto. Ci pensi? Un monospazio … un monoglotto da vecchiaccia, tutta sola …”.

Anche dal punto di vista di Jérome impariamo che cosa significa lavorare a contatto con le perdite, le battaglie che si intraprendono per arrestare l’ineluttabile, la focosa resistenza alla resa incondizionata.

“ … il suo eloquio si è fatto più lento, più sinuoso, a volte si blocca nel bel mezzo delle frasi, completamente smarrita … Imparo a seguire il filo del suo pensiero . Sono sconfitto. Lo so. Conosco questo punto di non ritorno. … Però non devo mollare. Mai e poi mai. Altrimenti sarà ancora peggio. In caduta libera. Bisogna combattere. Non cedere niente. Né una sillaba, né una consonante”.

Sono pagine eloquenti, quelle della vecchiaia patologica. Eppure pervase dallo spirito di “ciò che resta”, o, come afferma James Hillman, dalla forza del carattere che alberga nell’ultima fase della vita. Michka combatte contro i suoi fantasmi notturni, le dipartite dei nuovi compagni di vita, le inesorabili ricadute. A disposisizione, nel cassetto del comodino, si accumulano le pastiglie delle ore ventidue, ultimo segnale di autodeterminazione che Jérome fatica ad accettare e che Michka così giustifica:

E’ solo per essere libra …capisci? Solo saperlo. Che è fossibile … andare. Finché c’é ancora vento”.

Il silenzio e la stanchezza sono incombenti, ma restano i conti da chiudere col passato e la voglia di mutare il destino di chi le sta accanto così amorevolmente. Con un linguaggio che diventa sempre più incomprensibile, Michka non demorde e continua ad informarsi sul futuro di Marie e Jérome e ad insistere sulla ricomposizione di legami interrotti.

Non trascura nemmeno il desiderio più recondito di ringraziare chi, nel suo di passato, l’ha salvata dalla deportazione. Perchè, alla fine, il bilancio deve essere chiuso senza lasciare conti in sospeso e questo sarà l’ultimo, immane sforzo in cui Michka si cimenta, vincendo quella battaglia che ogni giorno ricominciava da zero

Perchè gratis è la parola che ci lascia andare tranquilli: “Aveva un’aria serena. Il volto era disteso. Sembrava che si fosse addormentata così, con la certezza di non risvegliarsi”.

Dedicato alle Michka di tutti i giorni che vivono con convinzione il tempo che resta.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Michiko Aoyama (2022), Finché non aprirai quel libro, Traduzione di Daniela Guarino, Garzanti, Milano

Cinque storie ruotano intorno alla Hatory Community House, un Centro che tutti vorremmo nel nostro quartiere, con offerte di tutti i generi per studio, approfondimenti, svago e, soprattutto, una bibliotecaria sempre disponibile a fare una ricerca selezionata in base a quel che si cerca.

La signora Komachi è una signora speciale:

una donna più che grassa, grossa. Mento e collo erano un tutt’uno … sulla cima della testa se ne stava placido un piccolo chignon in cui era infilato uno spillone dal quale pendevano tre grappoli di eleganti fiorellini bianchi. … Il suo modo di parlare possedeva un calore avvolgente e sulle ginocchia teneva una piccola scatola arancione scuro di un prodotto di grande successo della ditta dolciaria Kuremiyado, dei biscotti morbidi a forma di cupoletta”.

Un particolare, quest’ultimo, ricorrente in tutte le storie, poiché quella scatola non contiene più i dolcetti, ma è stata trasformata in portacucito contenente gli attrezzi per costruire oggetti di lana cardata. Un passatempo in attesa dei clienti? No, la peculiarità della signora Komachi è quella di porre domande precise al suo interlocutore, digitare con velocità supersonica sulla tastiera del computer per la ricerca dei testi, consegnare una lista dettagliata di libri inerenti all’argomento desiderato (l’ultimo libro è sempre riferito a qualcosa che non c’entra nulla con la richiesta), consegnarla al cliente unitamente al “supplemento”, per l’appunto l’oggetto di lana cardata (incontreremo una padella, un gatto, un mappamondo, un aereo, un granchio) che rivestirà un significato profondo nelle evoluzioni dei cambiamenti dei protagonisti,

Conosciamoli, nella loro diversità e in diverse tappe dell’esistenza, sono tutti accomunati da un’insoddisfazione più o meno latente per ciò che riempie o non riempie la loro vita e alla ricerca – percepita quasi impossibile – di una trasformazione:

Tomoka, di 21 anni, fa la commessa nel reparto abbigliamento dell’ipermercato Eden perché è l’unico che le ha offerto un impiego.

Vorrebbe cambiare, ma non sa bene nemmeno lei cosa fare di preciso. Confrontandosi con il collega Kiriyama (felice del suo lavoro di commesso nel reparto occhiali), si accorge di non aver approfondito utili competenze specifiche (patente, lingua straniera, informatica) e decide quindi di iscriversi al corso di informatica offerto dalla Hatory House, usufruendo della consulenza della bibliotecaria e stupendosi non poco quando sulla lista appaiono i libri relativi al funzionamento del programma Office e, come ultimo, Guri e Gura. libro illustrato con la storia di due topolini di campagna e il supplemento di lana cardata costituito da una padella.

Ryo, di 35 anni, contabile in un’azienda di mobili, affascinato sin da studente da un negozio di antiquariato. “Ogni volta che mi trovavo in quello spazio riuscivo a dimenticare per un po’ le complicazioni della vita quotidiana. Le cose seccanti accadute a scuola, le prediche di mia madre, le ansie riguardo al futuro”. E’ fidanzato con Hina, che raccoglie frammenti di vetro, conchiglie e stelle marine trasportati dal mare e li trasforma in piccoli gioielli. Questa sua passione sarà il pretesto per iscriversi alla Community House e frequentare con Ryo il corso “Incontrarsi con i minerali”. Da questa esperienza fa capolino il sogno di Ryo, aprire un negozio di antiquariato. Anche per lui l’incontro con la signora Komachi, tutta intenta a punzecchiare con un ago una cosa morbidatondeggiante (le forme si creano infilzando ripetutamente un ago in un batuffolo di lana). La scena si ripete e alla domanda di libri che spieghino come aprire un’attività, a una velocità che non si riesce a vedere le dita, ecco apparire la lista e, come ultimo testo, “Il giardiniere curioso”, unito al simpatico omaggio del supplemento: un gatto di soffice lana cardata.

Natsumi, di 40 anni, ex redattrice di un magazine dove ha freneticamente lavorato finché è rimasta incinta e pur continuando a prestare la sua attività fino quasi allo scadere della gravidanza e rinunciando al congedo di maternità, quando riprende l’incarico le viene annunciato dal caporedattore il trasferimento in segreteria: “Ma scusa, è troppo faticoso fare il lavoro di redazione e al contempo crescere un bambino, no?”. Amareggiata per il mancato riconoscimento del suo impegno di tanti anni, mentre passeggia con la figlioletta Natsumi entra nella Community House dove sa esserci uno spazio giochi per i bimbi e, nel frattempo, cerca libri illustrati per la piccina. Ovviamente dalla signora Komachi, cui confida con delusione le difficoltà: “Da quando è nata mia figlia non faccio che trovarmi in strade senza uscita. Sono irritata per il fatto che non posso fare ciò che voglio, e penso che non è così che doveva essere. E’ vero che mia figlia è importantissima, ma crescere un bambino si è rivelato molto più duro di quanto avessi immaginato”. Ed ecco che dalle dita magiche di Kamachi esce una lista di libri adatti per bambini e all’ultimo posto “La porta della luna”, accompagnato dal supplemento raffigurante un mappamondo.

Hiroya, di 30 anni, disoccupato e vergognoso di esserlo, entra in contatto con la Community House grazie all’incarico ricevuto dalla madre di acquistare dei prodotti ortofrutticoli venduti direttamente dai produttori al market ogni tre mesi. Imbattendosi in un pupazzetto eseguito dalla signora Kamachi e messo accanto a un cartellino scritto a mano, cercherà l’autrice, con la quale scopre di avere identica passione per i manga. Hiroya ha frequentato una suola di grafica “Poi però mi sono inceppato nella ricerca di un lavoro. E’ stato impossibile ottenere un lavoro da illustratore del tipo che volevo fare io e non avevo nemmeno idea di come scegliere un impiego temporaneo in un’azienda che si occupasse di altro. … la ricerca di un impiego non è andata a buon fine e anche i lavoretti part-time non continuo a farli a lungo, attualmente persisto nella condizione di nullafacente”. Per Hiroya non ci saranno titoli adatti a sostituire i manga già letti da bambino e , con sua sorpresa, la lista digitata dalla bibliotecaria indicherà un solo testo: “Evoluzione. Un catalogo per immagini. Il mondo che videro Darwin e gli altri”. Come supplemento, un piccolo aereo dal corpo grigio e le ali bianche. Sfogliando i ricordi, Hiroya troverà un biglietto scritto da lui su invito del professore di scuola sull’ immaginarsi dopo vent’anni: “Disegnerò illustrazioni che resteranno nel cuore della gente”. Il catalogo diventerà per Hiroya un ottimo stuzzicante dell’estro creativo e nella Community House, luogo così vicino e mai considerato, si aprirà un nuovo futuro anche lavorativo sia come sostituto dell’addetta alle pulizie sia come creativo per illustrazioni del giornalino locale o poster per i numerosi eventi della Community.

Infine conosciamo Masao, di 65 anni e pensionato in crisi. “Ora che non ero più un impiegato d’azienda non ero più riconosciuto dalla società come suo membro. … Tutte le frequentazioni che avevo avuto erano soltanto legate al lavoro. Pensare che ci ho lavorato per quarantadue anni”. Per inciso, Masao ha lavorato alla Kuremiyado, la ditta che fabbrica gli Honey Dome, i dolcetti la cui scatola era diventata il portacucito della signora Komachi. La moglie di Masao gli suggerisce di iscriversi a un corso di Go, iniziato presso la Commnity House dove lei insegna informatica. E sarà proprio questo argomento a far incrociare le strade di Masao e della bibliotecaria che, oltre a consegnargli una lista di libri sul funzionamento del Go, inserisce un libro di poesie “Genge e la rana” col supplemento di lana cardata raffigurante un granchio.

Nell’ultima storia si intrecceranno incontri già precedentemente conosciuti, dandoci la gioia di costatare come tutto si tiene intorno alla Community House e, non ultimo, svelando quale straordinaria tecnica avesse la signora Komachi nello scegliere i supplementi così adatti ai suoi interlocutori.. “A caso … Voi tutti trovate da soli un senso al supplemento che io vi regalo. E lo stesso vale per i libri. Cose che non c’entrano nulla con lo scopo dell’autore e le parole che questi ha scritto, è poi chi le legge a legarle a sé con un filo, a ricavarne qualcosa che è soltanto suo”.

Un libro ottimista che testimonia come è sempre possibile cambiare strada e come una fine possa preludere a un nuovo inizio, senza fretta, ascoltando le proprie inclinazioni, lasciandosi andare senza opporre resistenza.