TartaRugosa ha letto e scritto di: Andrés Barba (2015), Ha smesso di piovere ( Ha dejado del llover), Traduzione di Federica Niola, Einaudi, Torino

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Andrés Barba, (2015)

Ha smesso di piovere

Traduzione di Federica Niola

Einaudi, Torino

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Storie di crescita che nulla hanno concesso nel mettere a nudo i complicati rapporti tra genitori e figli. Tutti e quattro i racconti, infatti, si imperniano sulla difficoltà di diventare grandi quando alle spalle si trascinano figure materne e paterne egoiste ed egocentriche, presenze a volte troppo presenti o troppo assenti ma che, in entrambi i casi, condizionano scelte e caratteri.

Eppure in queste storie le difficoltà vengono attraversate con lucida consapevolezza, senza illusioni o falsi convincimenti,  per approdare, infine, all’essenza del titolo del libro “Ha smesso di piovere”.

Accettazione è il termine che mi viene da adottare per definire il fil rouge dei personaggi che animano i fatti del quotidiano, qui raccontati con una sensibilità che da tempo non incontravo in uno scrittore maschio.

Accettazione che non fa assumere atteggiamenti di ripicca, rivalsa o vendetta.

Accettazione che non alimenta il colore della depressione o della rinuncia.

Accettazione che non comporta scelte di abbandono o di separazione.

Semplicemente accettazione del fatto che la vita è anche il risultato di chi ci ha cresciuto, che ha vissuto prima di noi e che ha elaborato il senso della vita in una forma che non è propriamente corrispondente a ciò che si vorrebbe.

Racconti dunque di formazione, di presa di coscienza che dopo la bufera il sole può tornare a illuminare il cielo e che anche gli scossoni possono declinarsi in amore e comprensione dell’altro.

 

Accettazione la  troviamo in Paternità, dove incontriamo il bellissimo protagonista bambino che supera il casting di una pubblicità televisiva trascinato da una madre che da subito si prefigura come concentrato di ambizione e sfrenato egocentrismo. Una madre che trasuda voglia di successo a qualunque costo. Chissà di questa voglia che cosa passa al figlio quando incontra di sorpresa il successo come musicista: “Lui non si faceva illusioni perché conosceva bene il mondo della musica, ma in quegli anni si era  goduto il suo successo minore come chi ha vinto inaspettatamente la lotteria: sperperando tutto”.

Così come di sorpresa scopre che anche la ragazza di cui si innamora è molto ricca, quella stessa ragazza che glielo ha tenuto nascosto, mentre, senza esitazioni, gli ha rivelato che diventerà padre. Già, diventare padre mentre la compagna prende distanza da lui: “Le cose non sono come me le ero immaginate. Questa non è la vita che voglio. … Ho parlato con i miei  genitori. Credo che tornerò a casa. Per il momento. Vuoi che ti avvisi per il parto?”.

Diventare padre non è più un’idea astratta: lo capisce bene mentre stringe fra le braccia il suo bambino. Suo e di Sonia. “Glielo mise tra le braccia. Era di una bruttezza e di una piccolezza sorprendenti. La prima cosa che lui notò fu la sua leggerezza, una leggerezza strana, come se fosse soltanto il frutto di una sensazione. … Come si faceva conoscenza con un neonato? L’unica cosa che sapeva di lui era che si trovava lì, vedeva che si sforzava, adesso che era sveglio, di delimitare il proprio corpo, di addomesticarlo. Comprendeva, anche se era ancora a un passo dal provarla davvero, un’emozione che faceva parte di un sistema amoroso che sino allora non aveva mai conosciuto. … Aveva ancora il neonato in braccio, sentiva il suo tiepido calore e la sua estraneità”.

Un bambino che non serve a riavvicinare i rispettivi nuclei familiari, anche se la nonna paterna riesce a brigare al punto tale da ottenere una visita al nipotino:  “… il bambino aveva avuto paura della nonna sin dall’inizio.. Paura e rifiuto, paura e ribrezzo forse. La madre si era avventata sul bambino con una disperazione così poco contenuta che lo aveva terrorizzato sin dal primo istante e Antòn aveva reagito male. … Lui provava compassione … in quel momento sua madre aveva cinquantasei anni …era sgradevole e commovente e difficile vedere  che gli anni non l’avevano placata per nulla e che la sua natura eccentrica la portava a desiderare di sopravvivere più ansiosamente che mai, a cercare un senso, a perseverare con ostinazione “.

Il senso di colpa della caduta incidentale del bambino, senza conseguenze, e l’ira di Sonia non sono sufficienti ad accanirsi verso la madre, ma semplicemente a riconfermargli l’idea che: “L’epoca in cui dava a lei la colpa di tutto era passata da tempo, ma gli era rimasta la sensazione che nell’intimo di sua madre tutto, persino l’amore, il desiderio e la fame di benessere, avesse un carattere così rudimentale da rendere inevitabile l’impossibilità di inserirsi nel mondo in cui cercava di imporsi con tanta lena”.

Il rapporto con il proprio figlio Antòn resta comunque tormentato e inasprito dal fatto che Sonia, con la maternità, conosce un processo trasformativo che lo allontanerà definitivamente dal legittimo padre, perennemente alle prese con una paternità complicata: “Per lui, il pensiero di Antòn era diventato una cosa naturale come respirare. Era sempre lì, schiacciato come la polpa carnosa di una vongola, come qualcosa che ormai si possiede, anche se lui non faceva alcuno sforzo per possederlo. Era un sentimento costante ma smorzato da un’enorme quantità di elementi attenuanti e deformanti. Spesso lo faceva sentire colpevole e disgraziato, come se tutta quella situazione emanasse un olezzo fastidioso e impossibile da eliminare. Il punto non era la mancanza di gentilezza. Erano gentili l’uno con l’altro, ma qualcosa dentro di loro aveva smesso di entusiasmarsi senza motivo per i piccoli gesti e le attenzioni”.

Pur essendo vero “che non sempre gli ha voluto bene, che c’è stato un momento in cui la sua vita era completa, e lui era felice, e il bambino non esisteva”, arriva anche il momento di fare i conti con la realtà e di vedere Antòn realmente. Succede quando insieme a una nuova donna, tutti e tre giocano a Monopoli: “Le mani del bambino gli sembrano un po’ più grandi. Gli occhi del bambino gli sembrano un po’ più grandi. Quando tira i dadi, inclina sempre la testa a sinistra, un gesto familiare. Ricorda che fa quel gesto anche la madre …Capisce la confusione delle proprietà, delle case. Le ha messe tutte in fila, come un minuscolo agglomerato urbano … Che cosa pensi di fare con tutti quei soldi? … La solitudine si trasforma in un riverbero sordo. Solitudine sua, ma anche solitudine del bambino … Gli fa piacere entrare nella sua solitudine, come se entrarvi fosse un gesto delicato e difficile, una sospensione e insieme uno slittamento … si concentra sulla sua faccia, come fosse la prima volta … Si concentra sui suoi vestiti, sulla forma delle sue braccia appoggiate sul tavolo con serietà, sul suo atteggiamento concentrato. Si concentra sulla sua solitudine.  Un sei, un tre, un quattro, la prigione, il posteggio gratuito, e ogni volta che passano dal via la banconota da ventimila fulgida e agognata. E allora, all’improvviso lo capisce”.

 

Accettazione la troviamo anche nel racconto Fedeltà, dove è protagonista una ragazza alle prese con la conoscenza carnale dell’amore. A diciassette anni Marina intreccia una relazione col diciottenne Ramon e fa l’amore per la prima volta nella biblioteca del padre “Se c’è una cosa che non manca in questa casa sono i libri. Ripeterla di fronte a Ramon costituiva un piacere addizionale e trionfale, quello di sapere  Ramon, un po’ umiliato, e quello dell’impatto dell’appartamento che il padre aveva affittato sotto la loro casa perché, dove abitavano, i libri, letteralmente, non ci stavano. Da quando aveva coscienza di sé Marina ricordava di essere stata circondata soltanto di libri, libri come una massa contorta e luminosa, come una creatura minacciosa e autonoma di cui si lamentava sempre la madre (che non leggeva quasi mai) e con la quale suo padre aveva un rapporto che lo faceva sentire a metà strada tra l’orgoglio e l’audacia”.

I libri diventano la presenza visibile di un padre più risucchiato dai suoi stessi volumi che dal resto della famiglia: “Erano una famiglia strana. Si eccitavano e si entusiasmavano a intermittenza, e a intermittenza rimanevano soli e indifesi. Erano irrequieti, ma solo interiormente, e non sapevano che farsene della normalità. Era come se aspettassero sempre che   accadesse qualcosa. Qualcosa che li sollevasse in aria, che li scuotesse e li facesse reagire. Solo in quei momenti si sentivano una famiglia”.

Chissà. Forse sono proprio i libri a suggerire a Marina l’idea di volerne scrivere uno e annunciarlo alla famiglia.

Quanto all’aspettativa che qualcosa accada, di certo a Marina succede, mentre fa la volontaria per Medici senza frontiere: “Avvenne una di quelle mattine, poco prima di tornare a casa per pranzo. … Fu allora che lo vide. All’inizio sembrava un’immagine fugace. Forse era un po’ diverso il suo modo di camminare o il suo atteggiamento, o il braccio sulle spalle della ragazza.. Persino le sue dimensioni parevano diverse, come se fosse più grande o qualcosa si fosse espanso nel suo corpo, cosa che in casa non accadeva. .. Aveva anche diversi libri sottobraccio, come a casa, e la ragazza portava una borsa di stoffa e una gonna estiva a fiori .. Erano una coppia anormale, forse un po’ squilibrata nell’età, ma niente di stupefacente”.

Un evento che turba ma non stupisce Marina, come se fosse nell’ordine naturale delle cose che il padre potesse tradire la moglie.

Scatta in Marina uno strano desiderio di protezione verso  la madre che annuncia il ritorno a casa del padre più tardi quella sera: “Mangiarono in silenzio …Marina pensò che se di punto in banco avesse detto alla madre di aver visto il padre per strada con una ragazza era molto probabile che non avrebbe cambiato espressione, magari avrebbe persino finito di mangiare il gazpacho con le sue solite cucchiaiate lente. All’improvviso, per la prima volta in vita sua, l’innocenza della madre le faceva male”.

Prevale tuttavia la curiosità adolescenziale piuttosto che il giudizio morale. Marina non resiste all’impulso di presentarsi alla porta dell’amante, forte del suo ruolo di volontaria fundraising. “Non sapeva che cosa si fosse aspettata di vedere prima di entrare in quella stanza. …Era tutto così scarno e apparentemente inoffensivo da farla sentire completamente disarmata. Quanta noia, quanta sapienza, quanta vita, quanto amore c’era in quelle tazze vuote di tè, in quegli scaffali quasi nudi, in quell’agitazione, nel vestito di quella ragazza?”

Nelle relazioni, talvolta, i meccanismi si ingrippano. Succede. Succede nell’adolescenza tormentata da reazioni esplosive e da emozioni esagerate. Succede nella coppia matura, un po’ appannata dalle abitudini. Succede nelle coppie clandestine, quando la scintilla iniziale scivola nelle abitudini che si rifuggono.

Marina incontra nuovamente Sandra e “non sapeva perché ma ebbe la certezza che il padre l’avesse abbandonata. Non sarebbe riuscita a dire su che cosa si basava quella certezza, ma all’improvviso non aveva il minimo dubbio: l’aveva abbandonata e Sandra non aveva reagito male, non aveva fatto drammi, non l’aveva perseguitato, non lo aveva mai chiamato alle quattro del mattino e non gli aveva mandato messaggi”.

Tra le due c’è uno scambio confidenziale, come se fossero vecchie amiche. Sandra parla del suo lavoro. Marina del suo progetto di scrivere un libro, di cui, lì per lì, inventa una trama che, guarda caso,  riguarda un uomo sposato infedele alla moglie.

Sandra non perde l’occasione per aiutarla a sviluppare l’intreccio, prendendo a falso pretesto la storia di una relazione extraconiugale avuta da un’amica “La mia amica ha sempre saputo che quell’uomo era sposato, e anche che non era un mascalzone. Finirono per avere una storia. Si vedevano quando potevano … Una volta la mia amica le chiese della moglie e l’uomo disse, semplicemente, che la amava, … Un pomeriggio lui le accarezzò le sopracciglia con le dita e lei incominciò a provare ribrezzo … all’improvviso capì. Quello era un gesto che quell’uomo faceva con la moglie …”.

Il sole dell’estate e le vacanze nel paese natio del padre riporta una luce nuova in famiglia, dopo un inizio freddo e guardingo. Più passano i giorni, più si allentano le tensioni. Ognuno, evidentemente, nei propri pensieri insegue il desiderio dell’ottimismo: “A quattro giorni dall’arrivo, pareva che dentro di loro qualcosa si fosse disteso. A volte si scoprivano a fissarsi senza rendersene conto, e sorridevano all’improvviso, come trasognati”.

Ritorna il sereno in quella stanza da letto della casa delle vacanze così reale come le cose che contiene “la lampadina al soffitto, il comodino, i vestiti del giorno prima, il giornale che il padre si era portato dietro per leggerlo a letto e che poi non aveva letto, il posacenere  con l’ultima sigaretta che aveva fumato la madre”.

Diventare grandi. Ora Marina conosce un po’ meglio l’amore.

Lo stesso tema dell’accettazione ricorre anche in Astuzia a Acquisti, due storie di nuovo alle prese con il rapporto madre e figlia, la prima durante la gestione della malattia, la seconda nella rielaborazione della fuga della madre e il rassegnato ripiegamento del padre che spera invano nel suo ritorno fino al momento della morte.

Un libro decisamente improntato sul cambiamento non privo di dolore, ma certamente finalizzato a trovare una nuova direzione per collocarsi fiduciosamente nel mondo.

Un libro che ispira coraggio e voglia di farcela nei momenti più ombrosi della vita.

la Tartarugosa di Stefania

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TartaRugosa ha letto e scritto di: Gian Piero Quaglino (2015) Meglio un cane Raffaello Cortina, Milano

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Gian Piero Quaglino (2015)

Meglio un cane

Raffaello Cortina, Milano

 

Se ne sono andate a breve distanza l’una dall’altra, prima Briciola, poi Peggy.

Inaspettatamente la prima; con positivi segnali di ripresa la seconda, poi purtroppo cessati senza preventive avvisaglie.

In contemporanea è comparso sulla scrivania questo nuovo libro di Quaglino, noto psicologo della formazione la cui attenzione è da tempo rivolta ad una forma di apprendimento proiettato sulla riscoperta di sé come mezzo per cercare il senso di ciò che ci accade.

Probabilmente in questa direzione si inserisce molto bene il rapporto uomo/cane, animale questo molto speciale per lo studioso, così come ci racconta grazie alla citazione di numerosi miti, racconti e poesie che avvalorano la convinzione che un cane “è per sempre”.

Non stupisce quindi che fra i suoi ringraziamenti rientrino anche i detrattori del cane, coloro che non sanno, non capiscono, non accettano che l’uomo possa amare un cane: “Grazie a tutti i detrattori del cane. In loro abita un piccolo lupo, e quando l’ultimo di quei lupi sarà addomesticato dal cane, nessuno se la prenderà più con i cani”. E siccome la strada è ancora lunghissima, fino a quel giorno potremo continuare a dire “Meglio un cane”.

Che l’accanimento esista, considera Quaglino, lo si ricava anche da molteplici espressioni comuni: “dare del cane a qualcuno non è, esattamente, come fargli un complimento”e poi un freddo cane, un tempo da cani, un cibo da cani, un lavoro da cani, solo come un cane, per citare quelle più note.

Ma l’intenzione dell’autore è ben altra, ovvero un’approfondita ricerca sul significato del profondo rapporto che unisce questi due esseri viventi partendo dalla domanda “E’ nato prima l’uomo o il cane?”. E’ al mito che il quesito viene posto con sorprendenti risposte “il cane è l’antenato dell’uomo nel senso letterale del termine … il suo apripista, il suo battistrada”.

Secondo gli indigeni delle Isole Hawaii il cane viene generato poco prima del giorno, nelle ultime ombre della notte: “la venuta del cane è in quel punto, lungo quella linea sottile in cui il passato sta per entrare nel buio e il futuro per uscirne fuori. In quel punto, in quella terra di nessuno, che è una frontiera, che è una soglia … La soglia è però anche un punto di passaggio: un tramite, un giunto, un mezzo”.

Gli Apache Jicarilla del Nuovo Messico generano il cane con gli ultimi bagliori del tramonto e delle prime luci del mattino affinché possa proteggere gli uomini sia durante il giorno, sia durante la notte.

Così il cane, animale di soglia e di ombra, “saprà accompagnarci, scortarci e guidarci in ogni transito, passaggio, attraversamento fra un tempo e un altro, tra un mondo e un altro. Da una parte il cane vigilerà sul possibile smarrimento di chi si trova nelle ore incerte e dall’altra anticiperà, cioè pre-vedrà e pre-sentirà, i nostri passi.”

Su come invece sia avvenuto l’incontro tra l’uomo e il cane, più forte della scienza è ancora il mito che indubbiamente sancisce che “è il cane che ha deciso di stare con l’uomo e la scelta del cane è irrevocabile ed è una scelta per la vita… Il cane si è insediato su quella soglia di cui è l’animale per eccellenza … ha tracciato il confine al cui interno è comparso l’uomo”.

Con solida determinazione e inesauribile ricchezza di fonti, Quaglino sostiene che l’amore provato dal cane verso l’uomo è un amore speciale, anzi assoluto.

Un amore assoluto è un amore limpido e innocente, sincero e puro. E’ un amore che non giudica e non calcola, non finge e non mente … E’ proprio questo l’amore speciale del cane. E’ l’amore come dovrebbe essere, nella sua versione originale e originaria. … E’ un amore compatto e solido, non lisciato o spianato dalla corrente continua della modernità liquida: ha tutti i segni, i solchi e le rughe del tempo … è un amore che non si liquida: non va in fallimento né in saldo, non è al ribasso né in offerta … Insomma è l’amore assoluto com’è: inalterabile, inossidabile, incorruttibile e non trasferibile, non commerciabile, non alienabile. Punto e basta”.

L’amore assoluto è la fedeltà, una prerogativa inequivocabile del cane, così come spesso viene illustrato non solo nelle fiction (film e romanzi), ma pure nelle cronache della quotidianità dove commuovono i racconti di spericolati salvataggi, di ritrovamenti quasi impossibili, di accompagnamento durante la malattia, della morte stessa del cane affranto dalla perdita del suo padrone.

Il cane è fedele almeno il doppio di quanto mai possa esserlo un uomo. Il cane è fedele fino in fondo perché è fedele alla sua stessa fedeltà. Per quanto sia l’animale del limite e del chiaroscuro, quando si tratta di fedeltà non ci sono per lui né limitazioni né sfumature … La fedeltà non la si afferra se non si arriva a possedere l’essenza della capacità di rapporto”.

In questa sua fedeltà il cane sa dare prova di sé anche nel misurarsi coi sentimenti del proprio padrone, dimostrando la sua innata empatia e la sua discreta devozione che diventa “presa in carico” delle pene di chi gli sta accanto.

Il cane ha veramente una prodigiosa virtù antidepressiva … il cane sa fare la cosa più difficile quando si tratta di empatia, cioè della capacità di comprendere i sentimenti degli altri, di immedesimarsi in loro, di sentire e provare quello che gli altri sentono e provano, quello che li rende felici e soprattutto quello che li rende infelici: il cane sa tenere la soglia in modo così magistrale, così spontaneo e naturale, che c’è da dubitare fortemente che mai un uomo ci arrivi, ci possa o ci sappia arrivare”.

Totalmente da condividere pertanto l’opinione di Sir Walter Scott che, per esorcizzare la sofferenza provata per la scomparsa di un cane, scrive:

Ho pensato qualche volta al perché ai cani tocchi una vita così breve e mi sono quasi convinto che sia per la compassione che hanno per gli uomini; perché se noi soffriamo così tanto per la perdita di un cane dopo una vita in comune di dieci o dodici anni, cosa potrebbe accadere se vivessero il doppio di quel tempo?”.

E come non aderire anche all’invocazione di Emily che, dopo la morte del suo amatissimo Terranova Carlo (l’unica presenza ammessa nella sua stanza mentre scriveva poesie), rivolge al suo precettore Thomas Wentworth:” Carlo è morto, adesso mi farà lei da guida?”

E proprio in tema di compianto, commozione e pena per la sparizione dell’amato quattro zampe, ci giungono le parole dello psicologo, vero linimento per l’anima:

Proviamo a pensare. Proviamo a pensare che il cane che ci lascia ci ha lasciato esattamente lì dove lui è sempre stato: su quella soglia e in quell’ombra di cui è stato e sempre sarà l’animale per eccellenza. Noi non comprendiamo come si stia lì, esattamente noi abbiamo bisogno del nostro centro e della nostra lucidità. Il dolore ci confonde e ci disorienta. Non abbiamo dimestichezza di soglia e di ombre. Abbiamo preferito evitarle. Non siamo preparati. E’ vero, il cane ha provato a insegnarcelo, ma non si sa se abbiamo capito bene … La memoria c’è. La memoria resta. Questa memoria è strana … Sembra parlarci come il cane non è mai riuscito a fare … E’ un modo di parlare così amorevole e così compassionevole. E’ di tenerezza infinita. Scopriamo, con una certa sorpresa, che la memoria del cane che ci ha lasciato è veramente speciale. Come è stato il suo amore, appunto. E scopriamo, con una sorpresa ancora più grande, di amare questa memoria. Di amarla proprio per l’amore che abbiamo ricevuto dal cane. Nessun altro cane, no. Restiamo fedeli a lui. Dobbiamo restare fedeli a lui. Se faremo così, se resteremo fedeli a lui e alla sua memoria, pensiamo, lui sicuramente capirà e apprezzerà. Sì, lui capirà e apprezzerà. Ma non approverà. L’amore è una cosa. La fedeltà è un’altra. Lui non farebbe mai confusione. E anche noi dovremmo evitarlo. Se volessimo veramente restargli fedeli, ci direbbe il cane, dovremmo cercarne un altro. Ecco quello che ci direbbe. Ecco quello che lui intenderebbe per amore”.

Dedicato a Briciola e Peggy che continuano ad osservarci dalla loro soglia.

 

TartaRugosa ha letto e scritto di: Francesco Piccolo (2015) MOMENTI DI TRASCURABILE INFELICITA’ Einaudi, 26 aprile 2015

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Francesco Piccolo (2015)

MOMENTI DI TRASCURABILE INFELICITA’

Einaudi

Scheda editore Einaudi

A pagina 75 Piccolo scrive questo momento di trascurabile infelicità:

Tutte le volte che mi diranno: era meglio “Momenti di trascurabile felicità” 

Già. Piccolo ha prodotto la versione complementare del suo precedente libro. Non saprei da che parte schierarmi. Quella volta mi ero divertita a riconoscere quanti momenti simili fanno parte della vita di tutti, compresa la  mia, e questa volta pure.

Ciò che per me resta insostituibile è la voglia di prendersi in giro, di saper ridere di sé e delle proprie minuscole nefandezze. Quelle cose che in genere si raccontano degli altri presentandole come difetti, nascondendo accuratamente che quei difetti sono anche nostri.

Piccolo provoca su di me un effetto contagioso: anche questa volta infatti non ho saputo rinunciare al rispecchiamento di alcune piccole e condivise infelicità, che qui mi diverto a ricordare.

Francesco Piccolo

Quando una bambina … si avvicinò a mia figlia a un campo scuola e indicandomi le disse: ma quello è tuo nonno?  Ma non tanto questo, quanto l’entusiasmo incontenibile di mia figla

TartaRugosa

Quando faccio il gruppo con le mie anziane e loro mi dicono: “E’ ancora tanto giovane!” e poi arriva un’ausiliaria che guardandomi chiede: “E’ un’ospite nuova?”

Francesco Piccolo

Per tutta la vita … ho subito questa frustrazione. Da bambino, la domenica o nei giorni festivi; da adulto, alle cene con gli amici. Quando abbiamo finito di mangiare, è il momento dei dolci, delle panne, delle ricotte, della cioccolata. Dei mignon, delle torte, dei cannoli. … Quando  ero piccolo, e adesso che sono grande, chiedevo e chiedo: posso andare a prendere i dolci? … Sempre, da quando ho avuto il dono della parola, della comprensione, fino a ora, mi hanno risposto: aspetta. … Non ho mai  capito perché bisogna aspettare per mangiare i dolce; eppure bisogna sempre aspettare.

TartaRugosa

Sono golosa e previdente. Se porto io il dolce, lo scelgo secondo i miei gusti e lo attendo con felicità; se invece non lo porto, immagino che l’ospite, o qualcun altro, abbia provveduto. Per cui mi riservo, durante il pasto, anche lo spazio per quella zuccherosa aggiunta finale. Mi tranquillizzo quando a tavola un lui o una lei lo ricorda: “C’è il dolce dopo”. E’ quel dopo che diventa difficile da pronosticare. L’esperienza mi ha insegnato che se è pranzo, il dolce slitta alla merenda; se invece è cena quasi tutti – non previdenti come la sottoscritta – dicono “Ho mangiato troppo. Piuttosto che il dolce, meglio un buon caffè”. E io che non bevo mai caffè e che mi sono tenuta leggera, li maledico silenziosamente.

Francesco Piccolo

Il fatto di non sapere se la luce del frigorifero, quando l’hai chiuso, si spegne veramente.

TartaRugosa

E’ successo recentemente: spalanco la porta del frigo e lo trovo al buio. Dico a TartaRugoso: “Temo che il frigo sia rotto. Non fa né luce, né rumore”. Ancora in pigiama restiamo tutti e due con le orecchie attaccate all’elettrodomestico, finché, dopo qualche minuto, un leggero ronzio segnala residui di vita. Imparo così: a) la luce del frigorifero si può spegnere anche se aperto; b) la lampadina si può cambiare; c) l’infelicità si può trasformare rapidamente in felicità.

Francesco Piccolo

Tento di arrivare con lo scooter al semaforo lentamente, così scatta il verde e io non devo fermarmi ma soprattutto non devo mettere il piede a terra.

Rallento, rallento, arrivo davanti a tutti, sono quasi fermo, cerco di tenere ancora un po’ l’equilibrio. Sono fermo. Non ce l’ho fatta. Metto il piede a terra. E, appena metto il piede a terra, scatta il verde.

TartaRugosa

Sull’autobus in un incrocio problematico della mia città.

La durata del semaforo verde consente il passaggio di 4 o 5 auto al massimo da sud verso nord, mentre nella traiettoria est-ovest il tempo è molto più prolungato. Puntualmente quando l’autobus dopo già una certa attesa riparte, guardo speranzosa la luce verde e incito, mentalmente, l’autista: “Dai, forza, dai, accelera che ce la fai!”. Naturalmente scatta subito il giallo. Qualche volta l’autista passa lo stesso, ma di solito no. E io malinconicamente attendo il nuovo verde.

Francesco Piccolo

Quando a casa mi dicono che non posso usare quello shampoo – che significa che è troppo buono per me.

TartaRugosa

A casa nostra invece è il miele. TartaRugoso reclama: “Non capisco perché il miele è solo un tuo diritto” e se ne prende un cucchiaione che a me basterebbe cinque volte.

Francesco Piccolo

Piove. Quando hai finalmente l’ombrello che funziona .. c’è qualcuno accanto a te che ha l’ombrello rotto…. Quindi devi accompagnarlo tu. Per l’intero tragitto continuerete a cambiarvi di posto … continuerete a dire: forse è meglio che lo tengo io; e quando lo tieni tu fai sempre in modo da coprire lui che te stesso, per non essere maleducato. … Alla fine dirà: forse è meglio se lo tengo io. E tu glielo dai e poi cominci a dire: alzalo, abbassalo, spostalo …

TartaRugosa

La stessa identica cosa con TartaRugoso che però a un certo punto si arrabbia,  mi molla, accelera il passo e si bagna tutto.

Francesco Piccolo

Negli alberghi, sei nel bagno, ti fai una doccia … all’improvviso ti ritrovi nel bel mezzo della questione della salvezza del pianeta. … C’è un cartello che ti supplica di resistere, di tenere ancora un giorno gli asciugamani che hai usato, e se lo farai, ci sono buone probabilità di salvare il pianeta. Conservi senz’altro gli asciugamani ancora per un giorno. Ma rimani sconcertato da quanto sia facile – sarebbe stato facile salvarlo, il pianeta.

TartaRugosa

Non vado mai in alberghi di lusso. A ben pensarci non vado quasi mai in albergo. Può però capitare che in occasione di qualche convegno usufruisca di un 4 stelle come forma di compenso per l’attività di relatrice. Il guaio più devastante è che non so mai come aprire la porta della camera (non c’è la chiave)  e accendere la luce (non c’è l’interruttore). Per precauzione porto sempre una piccola pila in viaggio. Quanto agli asciugamani, ne trovo sempre un numero così spropositato che faccio fatica a capire il riuso.

Francesco Piccolo 

Quando dicono che il rimedio omeopatico ti fa prima peggiorare, però dopo piano piano migliori.

TartaRugosa

Infatti quando il sintomo non peggiora mi viene la paura che non guarirò mai.

Francesco Piccolo

Sono un antireazionario. Credo nel progresso e credo che tutto migliori, sempre. …segretamente, so che una cosa non c’è,ma sono anche sicuro che nessuno me lo proporrà mai come argomento di discussione. Il cavatappi. Ne hanno inventati tantissimi … Ogni volta che qualcuno te ne mostra uno nuovo, ti spiega come funziona e sembra una meraviglia del progresso scientifico, Poi lo posiziona sulla bottiglia di vino e funziona e non funziona. … E alla fine, l’unica soluzione è di andare in cucina a cercare il vecchio cavatappi.

TartaRugosa

Immancabilmente alla fiera di Pasqua TartaRugoso scopre sempre un nuovo esemplare di cavatappi da sfoggiare nelle cene estive in giardino. Altrettanto immancabilmente qualcuno degli ospiti incaricato di aprire la bottiglia chiede: “Ma non c’è un cavatappi normale?” E mentre vado a prendere il buon cavatappi con le braccine, getto quello nuovo insieme all’altra ventina di esemplari accumulati negli anni e che non saprò mai come utilizzare.

Due momenti personali di trascurabile infelicità di TartaRugosa

Abito in un condominio dal riscaldamento centralizzato. Non sono quindi io a poter determinare come, quando e se accendere la caldaia. E così ogni anno si ripete lo stesso copione: arriva un’ondata di caldo nel mese di marzo, fuori si boccheggia e tutti dicono: “Non è normale, sembra giugno”. Il termometro dell’appartamento, totalmente esposto al sole, segna 26 gradi. Di notte le finestre restano spalancate.

Poi, a metà aprile, quando il regolamento impone la chiusura del riscaldamento, inevitabilmente arriva l’ondata di aria fredda. Sugli attaccapanni ricompaiono giacconi e maglioncini e il termometro di casa scende a 17 gradi.

L’infelicità forse  più grande è della portinaia che ascolta le lamentele di tutti i condomini cui risponde “Non dipende da me. E’ la legge. Riferitelo all’amministratore”.

Da quando sul mio piccolo balcone è comparso (ad opera di TartaRugoso) un vascone per fare l’orto in città, verso la fine di marzo, speranzosa dei poteri della temperatura mite, metto a dimora 18 piantine di insalata. E’ bello vederle crescere senza interferenze di formiche, lumache e merli. Di solito dopo una quarantina di giorni il vascone è di un verde rigoglioso e florido. E’ veramente una sofferenza procedere all’espianto. Il primo anno dell’esperienza, quasi metà delle insalate è andata “in fiore” perché mi dispiaceva raccoglierle …