Magda Szabò (2005), LA PORTA, Einaudi, Traduzione di Bruno Ventavoli

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Magda Szabò (2005)

LA PORTA, Einaudi

Traduzione di Bruno Ventavoli

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Sarà che il vocabolo “porta” mi richiama il ricordo di un minaccioso Barbablù dell’infanzia e, da quei tempi lontani, un uscio chiuso, ovunque sia situato, mi impone l’indugio e la trepidazione. Sarà che le vecchie e amate porte monumentali con i loro intarsi, pomelli o batacchi dorati mi hanno sempre fatto immaginare scenari vietati e impenetrabili.

Di certo, fotografia e titolo del romanzo apparso un giorno sul comodino mi hanno dato subito da intendere che non sarebbe stata una lettura facile.

Sicuramente non  per lo stile o per la trama, entrambi snodati e incalzanti.

La storia di Emerenc è una storia strettamente allacciata a quella che Hillman definisce “la forza del carattere” , lo straordinario tratto che esalta ciò che in ognuno di noi è unico, irriducibile, singolare, strano.

Quando avviene che nel destino della vita due caratteri debbano incrociarsi e scontrarsi per bagaglio biografico, culturale e valoriale antitetico, può accadere che le direzioni degli individuali percorsi prendano le necessarie distanze. Oppure può capitare che la relazione cerchi, sia pur disperatamente, uno spiraglio dove incunearsi per scoprire il mistero dell’altro.

E’ così che mi piace leggere il simbolo della porta della casa di Emerenc che ci accompagna con un esplicito quanto non patteggiabile messaggio:non voglio essere aperta.

Che cosa ci sia al di là del battente sprangato, nessuno riesce ad immaginarlo. Esattamente come la storia di Emerenc, donna infaticabile, vigorosa, di un’energia senza fine nonostante la non giovane età. Quasi rocciosa, aguzza, pronta a scalfire la pelle e a provocare tagli quando il contatto dell’altro diventa più duraturo.

In questa storia di costruzione di un rapporto interindividuale c’è un altro.

Anzi, un’altra: Magda. Non di secondaria importanza inoltre il marito e il cane di Magda. Due forme viventi che si prestano a diventare importanti mezzi transizionali per avvicinare le due donne nei momenti in cui tutto, di nuovo, sembra definitivamente inconciliabile.

Perché è questo che costantemente avviene. Le piccole conquiste comunicative, le conoscenze di indizi che illuminano gli strani comportamenti di Emerenc, i tentativi di abbandono ad un affetto che litiga con le ferite profonde di una storia tragica e violenta si susseguono con un’oscillazione perpetua tra amore incondizionato e repentina riappropriazione di ciò che è stato concesso.

Ad ogni riconciliazione, però, la distanza si abbrevia.

Nel diario di Magda il lettore riesce ad assemblare il passato di Emerenc e si fa catturare dal suo carattere così indisponente e, al tempo stesso, generoso.Si entra talmente a fondo nella conoscenza delle due protagoniste che si soffre per i continui errori commessi da entrambe le parti per l’incapacità di dire all’altro “ti voglio bene, sei importante per me”.

Ti accorgi dell’identificazione e della partecipazione cui non puoi sottrarti – solo perché lettore – quando arriva il momento della malattia di Emerenc.

Sei agli ultimi capitoli del romanzo. I più struggenti. Ora sei al di là della porta.

Ti rendi conto che talvolta una porta chiusa non è una forma di riservatezza solo per chi dietro si difende. Sei tu stesso a sentirti nudo al cospetto dell’intimità dell’altro.Vorresti allora che quel varco aperto con la forza si rimarginasse e ripristinasse quella barriera fiduciosa e rispettosa dei tesori accumulati durante i giorni, i mesi, gli anni. Quegli oggetti così assurdi agli occhi degli altri, ma così densi di significato e valore per chi, con caparbietà, li ha stipati nel ripostiglio dell’anima e li ha sigillati con sicure mandate.

Vorresti dire a Magda “Dov’eri, Perché non ti trovavi lì dove dovevi essere, Quanto è sincero il tuo amore, Perché non capisci il tuo tradimento, Perché continui a mentire?”.

Non ti capaciti di quante bugie dovranno ancora essere mormorate per non avere il coraggio di confessare a Emerenc l’accaduto. Che, illusa, si mette di impegno per recuperare le forze, per guarire, per poter ritornare in quel luogo che crede esistere tuttora, ben protetto dalla sua porta.

Ma, già lo sai, niente più tornerà come prima. Così  come accade quando rivedi un film per la seconda volta e, pur conoscendone la sconsolata fine, speri che magicamente succeda un evento nuovo che capovolga la situazione.

La tanto desiderata verità arriva come una mannaia.

“Se mi avesse lasciata morire, come avevo deciso di fare quando mi sono resa conto che non sarei più stata in grado di affrontare un vero lavoro, avrei vegliato su di lei anche dalla tomba, ma ora non la sopporto più accanto a me. Vada via.”

Il rimorso di Magda è ora più comprensibile. Ce lo aveva confessato in apertura della storia: “Una sola volta nella mia vita … una porta si spalancò davanti a me, la porta di una persona che voleva difendere a ogni costo la propria solitudine e la propria misera impotenza, che non avrebbe mai aperto nemmeno se le fosse crollato addosso il tetto in fiamme. Solo io avevo il potere di vincere quella serratura: la donna che girò la chiave aveva più fede in me che in Dio, e io stessa, in quell’istante fatale, credetti di essere saggia, riflessiva, buona, razionale, come Dio. Ci sbagliammo entrambe, lei che si fidò di me, io che confidai troppo in me stessa. Ma ormai poco importa, perché ciò che è accaduto non si può rimediare”.

Una bruciante vicenda umana da leggere e ponderare, poiché nessuno di noi è esente dallo sperimentare sentimenti forti e, tanto meno, dal reggere la fatica di cedere un pezzo di sé per fare posto alla diversità dell’altro.

l’alimentazione della TARTARUGA

La dieta ideale della tartaruga è povera di proteine e� grassi, mentre è ricca in carboidrati complessi, fibre e calcio e sufficiente per gli altri minerali come il fosfato e le vitamine. Il calcio è importante per la costruzione della corazza e dello scheletro, specialmente nei giovani, per la produzione di uova nelle femmine che le depongono e per le funzioni muscolari.�
Ranuncolo, trifoglio, tarassaco, caprifoglio, piantaggine, crespigno e piante simili forniscono le fibre necessarie alla dieta in libertà. Essendo poichiloterme, le tartarughe sono in grado di digerire il cibo solo se mangiano alla giusta temperatura ambientale, l’ideale sarebbe tra i 20 e i 32°. Al di fuori di questo intervallo, diventano indolenti, possono sperimentare stress fisiologico, mangiare meno del fabbisogno, digerire in modo inefficiente e correre un rischio più alto di morte per malattia.Divertissement: le unghie smaltate possono essere scambiate per i loro frutti preferiti. Uno smalto vermiglio può essere scambiato per un pezzo di pomodoro. Come può testimoniare chiunque abbia avvicinato troppo un dito alla bocca di una tartaruga, hanno un morso tenace e forte che può far sanguinare, lasciando un chiaro segno della forma della mascella.

viaL’alimentazione della tartaruga.

Pino Roveredo, Mandami a dire, Bompiani, 2005

TartaRugosa legge e scrive di:

Pino Roveredo (2005), Mandami a dire, Bompiani, Introduzione di Claudio Magris

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Ci sono tanti modi di dire la solitudine, l’indifferenza, lo sfruttamento, la violenza, l’emarginazione … Lo sappiamo dagli strilli dei titoli dei giornali, dalla retorica dei benpensanti, dal distacco delle analisi sociologiche, dall’enfasi delle interpretazioni psicologiche.
Roveredo, con “Mandami a dire”, ha scelto la forma più immediata, più diretta, più vera: la diversità come la terrificante normalità che non puoi scrollarti di dosso.

Nei suoi brevi quattordici racconti non c’è alcuno spazio per critiche o condanne ed è stupefacente il segno del graffio che ti rimane dopo aver incorporato quelle storie contrassegnate da una pacata rassegnazione, da una struggente accettazione dello svolgimento di un filo che non può appartenere ad un’altra matassa, perché altrimenti non si tratterebbe più della tua esistenza.

E se ogni storia è amara amara, perché ti senti così attratto dalla poetica crudezza di ciò che anche volendo non puoi certo definire “la rivincita degli sconfitti”?

Forse perché è come scrutare l’erba d’inverno dalla parte delle radici, dove sotto un’illusoria aridità si nasconde un invisibile fermento vitale che spinge contro la dura crostra di terra, reclamandone la legittima porzione di proprietà.

Ed ecco alcuni tenui fili che bucano il suolo:

Il sordomuto non può “mandare a dire” le cose più care. Le deve dimostrare. E allora l’Abbraccio abbraccia, il Bacio bacia, la Carezza accarezza. E poi c’è la fortuna del sesto senso, quella magica compensazione insegnata ai proprietari di una dimenticanza.

Il malato psichico ex degente manicomiale grida la paura atroce di chi è diventato prigioniero della libertà e ne è rimasto sopraffatto, sacrificandole la vita. Ricorda la storia di un amore sbocciato tra i cancelli chiusi e smarrito alla loro riapertura. Quell’amore faceva battere il cuore quando si era rinchiusi, ma ora nel fuori di un mondo che non ti appartiene, che non possiede amore, come fai a trovare la donna che ha voluto in regalo l’effimero fiore bianco di dicembre, cristallo di ghiaccio sciolto al primo contatto col calore e al cocente dolore delle botte ricevute per l’uscita non programmata?Resta ogni giorno il tentativo di digitare un numero di telefono a caso, per sfidare la legge delle probabilità e finalmente riudire la voce desiderata.

Anselmo ha raggiunto in quarantatre anni il record della produttività ad una catena di montaggio. Alienazione della fabbrica? No, tutt’altro. Per Anselmo il cartellino del timbro è l’accesso benefico ad una quotidiana seduta di cromoterapia. Là, al reparto Coperchi, ai suoi barattoli di vernice Anselmo parla e racconta di sé e del mondo a seconda del colore del giorno. Sono loro, i barattoli, gli amici fidati che non lo tradiscono mai. Gli unici amici pronti a colorare anche il momento del congedo finale.

Martino, l’eterno ultimo nelle corse ciclistiche, riconosce l’orientamento della strada osservando il movimento dei culi che lo precedono. Accade però che un dileggio, uno sfottò dei colleghi rintuzzino un orgoglio sopito che lo porta ad un passo dal traguardo, ma non alla tanto agognata vittoria. Martino perde il lavoro, ma nel letto d’ospedale sogna il ritorno al paese e l’avvenire di suo figlio.

Nini è di nuovo in punizione in un buio sgabuzzino e aspetta le busse del padre al suo ritorno serale. E intanto sogna un mondo di luce, senza sgabuzzini e tanti prati verdi dove correre con i bambini che sbagliano. Non sa, Nini, che dietro questi prati si annida il suo stesso futuro di padre violento. Così è la storia del maltrattato: ripetere lo stesso copione con chi gli succederà.

Il tredicenne aiuto dell’aiuto manovale. Una forza giovane e che costa poco. L’importante è resistere, non contare le dieci ore di lavoro, non contare le cinquantadue buche che le ruote della corriera incontrano lungo il percorso, non contare le urla che scendono nella scala gerarchica fino a lui, ultimo della fila, non contare le buste che passano dalla mani del padrone a quello dell’ispettore di controllo.

Basta resistere, senza contare le volte in cui le vertigini hanno fatto sognare le cinture di sicurezza.

Ma come si può resistere mentre si cade dal quarto piano?

In “Mandami a dire” altre vicende umane si succedono: una coppia adattata alla propria infelicità viene trasformata in mostro da prima pagina; i sogni che bussano alla porta di chi vuole andare lontano e non torna più; le illusioni e le disillusioni degli eterni giovani che inseguono all’indietro lo scorrere degli anni; una telefonata che annuncia la morte di un figlio.

E poi altri ancora … Graffiti memorabili, come li ricorda Magris nella sua magistrale introduzione. 14 piccoli capolavori da non perdere. Per leggere, per meditare, per farsene impossessare.

P.S. Devo a Prisma la mia gratitudine per evermi fatto conoscere Pino Roveredo, in questa sua segnalazione diUna carezza genitore

Tartaruga (tortue), in Dictionnaire des symboles, Seghers, Paris, 1974

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José Saramago, Cecità (traduzione di Rita Desti), Einaudi, 1995 | TartaRugosa

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José Saramago, Cecità, (traduzione di Rita Desti),  Einaudi, 1995
L’infinito reticolo associativo che il nostro cervello può assemblare mi ha sempre affascinata.

Da una parola, un’idea, un pensiero possono srotolarsi miriadi di percorsi che, talvolta, ci conducono in luoghi ben diversi da quelli prefigurati.

E chissà quale sentiero partendo dall’ascolto degli eventi affioranti dal rumore del vivere – esplosioni di carne umana, sventramento di ambasciate, chiese, autobus e mercati, crollo di torri, sterminio di polli e di tacchini, scuoiamento di cani cinesi, infanticidi, stupri e ancora ancora ancora – mi ha invitato a re-incontrare la lettura di Cecità.

Ché pure già il titolo stimola all’evocazione della tenebra, del buio, dell’oscuro.

E invece no.

Saramago sceglie l’espediente del mal bianco, di una totale immersione in un mare di latte che pure ti impedisce di vedere, rendendoti cieco.

Dicevo appunto, chissà la mente dove ha scavato per farmi ritornare a questo libro: una sfida da non trascurare.

Succede, senza un motivo apparente, che un giorno, imbottigliato nel traffico, alla guida della sua auto, un uomo improvvisamente non vede più. Seguono, nell’ordine e in breve tempo, il tale che lo riaccompagna a casa – che si rivelerà ladro dell’auto delle cui chiavi è rimasto in possesso -, l’oculista, una prostituta, paziente dell’oculista, e poi via via il taxista, il ragazzo strabico, la moglie della prima vittima, la cameriera dell’albergo, tutte persone che di fatto, per qualche motivo, hanno visto intersecati i loro cammini.

E’ il contagio di qualcosa di cui non si conosce la causa, ma che, esponenzialmente, produce effetti sempre più devastanti.

Ovviamente, per motivi di sicurezza, si decide di scegliere un luogo per la messa in quarantena dei primi casi accertati: sarà un caso che quello ritenuto più adatto sia un vecchio manicomio dismesso?

Da qui inizia la diretta di un raccapricciante reality show: ogni giorno il numero degli internati aumenta, una voce metallica scandisce le 15 regole di convivenza cui attenersi per una totale autogestione, giacché per evitare la propagazione del mal bianco, nessuno dall’esterno potrà avvicinare i già contagiati e coloro che, potenzialmente,  hanno avuto occasione di contatto.

Di rilievo: una sola donna, la moglie dell’oculista, finge la cecità, ma ne è preservata e lungo tutta la storia la vedremo impegnata in una costante e volutamente occultata funzione di cura e di guida.

Per il resto, le pagine incalzanti, sostenute dallo stile narrativo di Saramago (punteggiatura scarna ed essenziale, l’uso della virgola come pausa di sospensione e il tutto-di-seguito con l’unico accorgimento della lettera maiuscola per sottolineare l’alternanza dei vari protagonisti) trasudano di miserie e abomini umani, immaginabili solo perché la vita ci insegna di che cosa può essere capace l’essere vivente.

E come in un funesto presagio fantascientifico, il dilagare dell’epidemia causerà l’arresto di tutto ciò che oggi definiamo modernità.

Senza più luce, acqua, impianti di gas, riscaldamento, … piano piano anche gli internati sopravvissuti si scoprono liberi, anche se la libertà acquisita è la memoria di che cosa là dentro è accaduto e l’inoltrarsi lungo strade mefitiche, putride, dove masse di uomini e donne ciechi errano brancolanti, calpestando i propri escrementi alla ricerca di cibo e, come nomadi forzati, occupano non più la propria casa, che non saprebbero più ritrovare data la loro condizione, bensì ogni spazio che trovano libero.

Una breve parentesi di serenità è offerta dal radunarsi del piccolo gruppo iniziatico nell’abitazione della coppia oculista/moglie vedente, ma anche in questo caso, che pure lascia spazio all’amore e alla forza dell’unione, non v’è risparmio dello scempio e dell’orrore che tutt’intorno accade.

La tensione della lettura cresce, pagina dopo pagina, in spettrali scenari dove non riesci a distinguere la visione dalla fantasia, poiché in molti rappresentazioni figurate ci rispecchi la realtà che tu stesso potresti vivere e che, anzi, in parti altre del mondo sono vissute.

Eccolo, infine, il bandolo associativo che mi ha riaccostato a Saramago.

Nelle ultime cinque pagine l’annuncio del passaggio dal mal bianco alla riacquisizione della vista, esplode titubante, quasi con incredulità nel poter dire Vedo così come precedentemente era stato detto Sono cieco.

Dentro la casa, fuori le strade. Ovunque è tripudio.

Ma lei, l’unica ad essere stata risparmiata dalla cecità, interroga e risponde al marito:

“… Perché siamo diventati ciechi, Non lo so, forse un giorno si arriverà a conoscerne la ragione, Vuoi che ti dica cosa penso, Parla, Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono.”

La TARTARUGA

Marina o terrestre che sia, la tartaruga ha caratteristiche  che la rendono un animale cosmogonico:  la robustezza e solidità del carapace, il senso di forza e di pazienza  che emana, tutte qualità che   si esprimono anche nei sogni.
E’ il simbolo della stabilità del mondo, l’universo  ne viene sostenuto e contemporaneamente rappresentato. La forma tondeggiante del guscio  è immagine della volta celeste e degli spazi siderali, la parte inferiore più  piatta è il pianeta, e  la  tartaruga, fra questi  due piani , si pone come unione fra i due stati di materia e spirito, fra terracielo.

Simbolo importante in ogni cultura,  fin dall’antichità ha prestato le sue qualità simboliche di longevità, stabilità e pazienza ad ogni sua immagine  usata per esaltare la forza e la continuità del mondo visibile. Anche le sue carni o il suo cervello,  nascoste e protette dalla potente corazza, erano considerate miracolose e magiche: rimedio contro i veleni, materia prima per droghe o pozioni che rendevano immortali.Nei sogni, la tartaruga con il  suo incedere lento e metodico, indica  al sognatore  la necessità di una maggiore consapevolezza delle sue azioni, di una “lentezza” che si esprima in riflessione e metodo e non esploda in impulsività e fretta. In questo prospettiva la tartarugapuò comparire allo scopo di  equilibrare periodi stress, di movimento frenetico  o di pensieri  incontrollabili.

Il suo ritrarsi all’interno del guscio è l’equivalente simbolico di introversione  e meditazione, qualità che possono aiutare il sognatore a superare  situazioni che sfuggono al suo controllo, o che, come sopra, possono equilibrare componenti di superficialità o istintività, di avventatezza o di  estrema passionalità.  Può riferirsi anche alla preghiera e al bisogno di centrarsi, recuperando un contatto spirituale.
La   resistenza e robustezza della tartaruga sono il  simbolo di una forza che il sognatore può trovare in se stesso, così come la longevità e la leggendaria pazienza la rendono immagine degli attributi che si ha  forse bisogno di recuperare: una visione a lungo temine che non si arresti all’immediato, una capacità di spaziare con la mente e con i progetti volgendosi  al futuro, una sicurezza  e fiducia nel fare un passo dopo l’altro anche in condizioni avverse.
Per  il suo contatto con l’elemento terra, partecipa anche di  significati relativi all’abbondanza, al senso di rigenerazione e fecondità, può rappresentare la generatività del femminile, una femminilità attenta e materna, solida  e tollerante.
La tartaruga nei sogni può rappresentare  la madre, l’anziana nutrice o una figura di riferimento saggia e comprensiva,  la sposa che attende paziente, una Penelope che sa sfidare l’urgenza del presente e la cui sicurezza non viene alimentata dalla  speranza, ma dalla  fede.

da: http://guide.dada.net/sogni/interventi/2007/01/283679.shtml

Il percorso della memoria attraverso le fotografie di chi abita il quartiere di Mouraria a Lisbona, fotografie di Nottola donate a Luciana, maggio 2014

A Mouraria é um dos mais tradicionais bairros da cidade de Lisboa (da https://www.wikiwand.com/pt/Mouraria)

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un pasto per la TARTARUGA GIGANTE (tartaruga gigante di Aldabra)

TartaRugosa ha letto e scritto di: Cinzia Bellotti (2014), Ti guardo e mi chiedo. Io, mamma e il terzo incomodo di nome Alzheimer, New Press, Cermenate (CO)

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Cinzia Bellotti (2014)

Ti guardo e mi chiedo.

Io, mamma e il terzo incomodo di nome Alzheimer

New Press, Cermenate (CO)

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Non è la prima volta che parlo di Alzheimer su queste pagine.

Ben venga quindi anche questo libro scritto direttamente da una familiare, una figlia che si è cimentata per un periodo piuttosto lungo sia con la malattia che ha colpito sua madre, sia con se stessa, alla ricerca di un nuovo equilibrio in tale tormentata vicenda.

Già il titolo predispone a intuire il processo trasformativo necessario: “ti guardo” come sforzo di capire che cosa all’altro da sé sta succedendo e “mi chiedo” come impegno a capirsi e adeguarsi alla nuova esistenza.

Perché Cinzia per stare accanto a sua madre ha fatto una scelta precisa: All’inizio del 2000 nutrivo il forte sospetto che mia madre fosse stata colpita dal morbi di Alzheimer, ma vivendo all’estero non potevo avere un riscontro a livello quotidiano. Nelle mie brevi soste in Italia notavo un continuo peggioramento della sua memoria, ma nulla di più. Decisi di tornare in Italia nel 2001 in seguito a un lungo periodo di maturazione …

Io amo la “scrittura di sé” e questo racconto dimostra ancora una volta come lo scrivere la propria storia serva a stabilire connessioni tra gli eventi che accadono e a cercare di riempire le zone di vuoto e di mistero che man mano si presentano, come se il poterle tracciare su un foglio aiutasse finalmente a riconoscerle, dare loro un nome e infine renderle dicibili.

L’Alzheimer è una patologia che scuote, spariglia e scompiglia, scardina ogni punto di riferimento sia della medicina, sia delle relazioni interpersonali: si ha modo di osservare come una persona smetta di essere quella che abbiamo conosciuto nel corso degli anni e diventi altro.

La comunicazione della diagnosi arriva a Cinzia in modo chiaro e crudo:

E’ in una fase lieve che sarà seguita da un livello moderato e da uno severo. Avrà già notato un deficit di memoria legato a un impoverimento delle funzioni cognitive, come il linguaggio e il senso di orientamento. Progressivamente arriveranno anche alterazioni comportamentali. Nella fase avanzata della malattia la perdita della capacità di scrivere, leggere e utilizzare correttamente i vocaboli impedirà di mantenere il ritmo abituale di vita. Ci potranno essere fasi di aggressività fisica, verbale, allucinazioni, depressioni, vagabondaggi e deliri durante tutta la durata della patologia. Nella fase avanzata anche l’attività motoria potrà essere compromessa, fino ad arrivare a una difficoltà di masticazione e deglutizione.

Così è il terzo incomodo di nome Alzheimer: inguaribile, di lunga durata, in perenne trasformazione involutiva, irreversibile. A questo deve adattarsi chi sta accanto alla persona che ne è colpita, cercando di accogliere nel nuovo vocabolario parole come imprevedibilità, imponderabilità, ingestibilità.

E, naturalmente, saper riconoscere e affrontare bisogni fino a qual momento sconosciuti, perché tale è la situazione avvertita quando ci si trova ingabbiati nella penosa oscillazione che dal “pieno” del nostro stare ci conduce al “vuoto” di ciò che ci viene sottratto.

Il problema è che la malattia, oltre ai malati veri e propri, colpisce in maniera collaterale anche i nuclei familiari che si prendono cura dei pazienti. Il trauma emotivo e il peso che devono portare possono procurare conseguenze anche gravi sul loro stato di salute generale. …

Prendersi cura di un malato di Alzheimer è un lavoro al quale ci si dedica generalmente a tempo pieno … Conciliare il ruolo di “assistente sanitaria” non qualificata con i tempi del proprio lavoro risulta particolarmente oneroso …

Il totale dei vari addendi è lungo: problemi economici, facendo un calcolo veloce mi sentii afferrare dal terrore: 500-600 euro per un centro diurno, un’eventuale badante sui 1000-1100 euro al mese più contributi e ferie, l’affitto,le spese, il cibo … le cose non si mettevano decisamente bene …; sociali, ci si sente soli … ci si sente impotenti; etici, non vorrei trovarmi nella situazione di decidere per te o per nessuno …;  psicologici, per oltre tre anni io e mio fratello, la badante e le rispettive famiglie siamo stati schiacciati dal peso di un impegno psicologico massacrante, che ci ha visti coinvolti in tutti gli aspetti dell’assistenza … abbiamo appreso strada facendo pregiudicando, in alcuni casi, la nostra salute mentale e fisica.

Che fare, come reagire, che peso dare alle proprie paure, come arrivare all’altro che si sta perdendo?

Cinzia scrive, osserva i comportamenti, si pone domande, riflette.

Considera che esistono due mondi: il proprio e quello della madre, due mondi possibili da accettare solo nel momento in cui cercare a tutti i costi una ragione perché ciò succede diventa superfluo. Occorre, pur con difficoltà, vivere la vita come si presenta. Quanto e cosa succeda dentro di te, nessuno lo sa. Possiamo solo tentare di immaginarlo, tu certo non sei più in grado di spiegarcelo.

Essere dentro “in situazione” vuol dire anche assumere una visione di ciò che è possibile fare e di ciò che invece è impossibile controllare, in quanto taluni accadimenti semplicemente arrivano, indipendentemente dalla tua volontà.

L’Alzheimer è uno di questi. La vita ci propone eventi che o decidiamo di far entrare nella sfera del possibile o ne restiamo talmente tramortiti da non avere più energia per continuare.

In questo Cinzia propone, senza dichiararlo esplicitamente, l’atteggiamento resiliente, ovvero quella predisposizione di entrare nella propria storia sapendo cogliere, oltre alla fatica, anche il trampolino di crescita e di nuove opportunità.

Purtroppo non siamo noi a decidere quello che succederà in futuro, possiamo solo limitarci a prendere quello che arriva. Nella tua diversità devo imparare ad accettarti

Mi hai dato una lezione di vita importantissima, confermandomi con la tua presenza che ci si deve impegnare a vivere come se fosse l’ultima volta che lo possiamo fare.

Rabbia, rancore, risentimento, colpa e rimpianti soggiogano e lasciano senza via di scampo.

Introspezione, interazione con chi ti sta intorno, iniziativa e umorismo facilitano invece la costruzione di una nuova relazione: Quando non capivo i tuoi comportamenti, ho imparato ad accettarti e ad apprezzarti per come sei.

La mamma di Cinzia ha l’Alzheimer e Cinzia è con la sua mamma con l’Alzheimer: insieme continuano a vivere nel meglio delle loro possibilità, utilizzando anche le risorse che la comunità mette a disposizione, casa di riposo compresa.

Concedersi delle tregue non è egoismo ma voler bene a se stessi, è la necessità di dare spazio alle proprie esigenze, di ricaricare le batterie consumate per far sì che i momenti spesi con chi ci circonda tornino ad essere di qualità. Bisogna assolutamente evitare la trappola del senso del dovere, che obbliga a uno stoicismo forzato, dannoso per tutti perché rende insopportabile la vicinanza del malato creando un senso di inadeguatezza nel malato stesso e in chi condivide la situazione.

Non vi è colpa nella malattia, è meglio usare le risorse per cercare soluzioni … e se non si riesce a rispettare l’impegno preso, pazienza, si deve alzare la mano per chiedere aiuto, evitando così di sentirsi sminuiti perché è inutile e nocivo.

Questo e altro fa parte della storia di Cinzia e il suo racconto scivola lieve fra le pagine, lasciando spazio alla positività dell’esperienza (pur riconoscendone le difficoltà)  e insegnando che anche quando sembra di essere ruzzolati in un baratro, un appiglio per risalire si trova sempre se si tengono gli occhi bene aperti, un po’ più in là del precipizio.


Il libro è stato presentato a Como in questa occasione:

Sabato 29 novembre alle 15, presso la Rsa “Le Camelie” (fondazione Ca’ d’Industria), di COMO (via Bignanico 20) presentazione del libro di CINZIA BELLOTTI, Ti guardo e mi chiedo. Io, mamma e il terzo incomodo di nome Alzheimer (New Press Edizioni) con Natascia Gamba, voce narrante e Luciana Quaia, psicologa; Fulvio Rosa al pianoforte

aspettando lentamente Natale

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