José Saramago, Cecità (traduzione di Rita Desti), Einaudi, 1995 | TartaRugosa

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José Saramago, Cecità, (traduzione di Rita Desti),  Einaudi, 1995
L’infinito reticolo associativo che il nostro cervello può assemblare mi ha sempre affascinata.

Da una parola, un’idea, un pensiero possono srotolarsi miriadi di percorsi che, talvolta, ci conducono in luoghi ben diversi da quelli prefigurati.

E chissà quale sentiero partendo dall’ascolto degli eventi affioranti dal rumore del vivere – esplosioni di carne umana, sventramento di ambasciate, chiese, autobus e mercati, crollo di torri, sterminio di polli e di tacchini, scuoiamento di cani cinesi, infanticidi, stupri e ancora ancora ancora – mi ha invitato a re-incontrare la lettura di Cecità.

Ché pure già il titolo stimola all’evocazione della tenebra, del buio, dell’oscuro.

E invece no.

Saramago sceglie l’espediente del mal bianco, di una totale immersione in un mare di latte che pure ti impedisce di vedere, rendendoti cieco.

Dicevo appunto, chissà la mente dove ha scavato per farmi ritornare a questo libro: una sfida da non trascurare.

Succede, senza un motivo apparente, che un giorno, imbottigliato nel traffico, alla guida della sua auto, un uomo improvvisamente non vede più. Seguono, nell’ordine e in breve tempo, il tale che lo riaccompagna a casa – che si rivelerà ladro dell’auto delle cui chiavi è rimasto in possesso -, l’oculista, una prostituta, paziente dell’oculista, e poi via via il taxista, il ragazzo strabico, la moglie della prima vittima, la cameriera dell’albergo, tutte persone che di fatto, per qualche motivo, hanno visto intersecati i loro cammini.

E’ il contagio di qualcosa di cui non si conosce la causa, ma che, esponenzialmente, produce effetti sempre più devastanti.

Ovviamente, per motivi di sicurezza, si decide di scegliere un luogo per la messa in quarantena dei primi casi accertati: sarà un caso che quello ritenuto più adatto sia un vecchio manicomio dismesso?

Da qui inizia la diretta di un raccapricciante reality show: ogni giorno il numero degli internati aumenta, una voce metallica scandisce le 15 regole di convivenza cui attenersi per una totale autogestione, giacché per evitare la propagazione del mal bianco, nessuno dall’esterno potrà avvicinare i già contagiati e coloro che, potenzialmente,  hanno avuto occasione di contatto.

Di rilievo: una sola donna, la moglie dell’oculista, finge la cecità, ma ne è preservata e lungo tutta la storia la vedremo impegnata in una costante e volutamente occultata funzione di cura e di guida.

Per il resto, le pagine incalzanti, sostenute dallo stile narrativo di Saramago (punteggiatura scarna ed essenziale, l’uso della virgola come pausa di sospensione e il tutto-di-seguito con l’unico accorgimento della lettera maiuscola per sottolineare l’alternanza dei vari protagonisti) trasudano di miserie e abomini umani, immaginabili solo perché la vita ci insegna di che cosa può essere capace l’essere vivente.

E come in un funesto presagio fantascientifico, il dilagare dell’epidemia causerà l’arresto di tutto ciò che oggi definiamo modernità.

Senza più luce, acqua, impianti di gas, riscaldamento, … piano piano anche gli internati sopravvissuti si scoprono liberi, anche se la libertà acquisita è la memoria di che cosa là dentro è accaduto e l’inoltrarsi lungo strade mefitiche, putride, dove masse di uomini e donne ciechi errano brancolanti, calpestando i propri escrementi alla ricerca di cibo e, come nomadi forzati, occupano non più la propria casa, che non saprebbero più ritrovare data la loro condizione, bensì ogni spazio che trovano libero.

Una breve parentesi di serenità è offerta dal radunarsi del piccolo gruppo iniziatico nell’abitazione della coppia oculista/moglie vedente, ma anche in questo caso, che pure lascia spazio all’amore e alla forza dell’unione, non v’è risparmio dello scempio e dell’orrore che tutt’intorno accade.

La tensione della lettura cresce, pagina dopo pagina, in spettrali scenari dove non riesci a distinguere la visione dalla fantasia, poiché in molti rappresentazioni figurate ci rispecchi la realtà che tu stesso potresti vivere e che, anzi, in parti altre del mondo sono vissute.

Eccolo, infine, il bandolo associativo che mi ha riaccostato a Saramago.

Nelle ultime cinque pagine l’annuncio del passaggio dal mal bianco alla riacquisizione della vista, esplode titubante, quasi con incredulità nel poter dire Vedo così come precedentemente era stato detto Sono cieco.

Dentro la casa, fuori le strade. Ovunque è tripudio.

Ma lei, l’unica ad essere stata risparmiata dalla cecità, interroga e risponde al marito:

“… Perché siamo diventati ciechi, Non lo so, forse un giorno si arriverà a conoscerne la ragione, Vuoi che ti dica cosa penso, Parla, Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono.”

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