George: la tartaruga quasi estinta

estintaPer richiamare l’attenzio ne sulle specie in pericolo, esistono animali più fotogenici di una tartaruga, an che gigante, delle Galapagos. Marrone scuro, sgraziato, lo sguardo spento e l’espressione arcigna di chi ha perso la dentie ra, George non ha un fisico da Icona, ma è l’unico superstite di Geochelone nigra abingdonii, una sottospecie che, salvo miracolo della scienza, si estin guerà con lui.

Negli anni Venti, scrive Henry Nicholls, i suoi si mili popolavano ancora l’isola della Pinta, venivano uccisi per la carne o per sport, e catturati vivi a centinaia per rifornire, con uno o due sopravvissuti al trauma, collezioni pubbliche e private. Sembrava che fossero estinti quando nel 1971 uno stu­dioso di chiocciole avvistò Ge orge senza intuirne la rarità. Mesi dopo ne parlò a cena con uno specialista,il bestione venne trasferito al centro di ricerca Charles Darwin, nell’isola di Santa Cruz.

Risultò avere tra i 30 e i 50 anni. Era un giovane in buona salute, restava da trovargli compagne con le quali avvia re un programma di riproduzio ne e di ripopolamento, come al tri già realizzati con successo.

Nicholls racconta l’arrivo dall’America Latina delle tarta rughe antenate, l’esodo da all’isola all’altra, il sorprenden te tragitto fino a Pinta, la più di­stante dall’approdo, la diaspo ra in zoo e musei. Dopo una ri cerca nella biblioteca e nei depositi del Museo di Storia naturale di Londra per procurarsi altre fonti storiche oltre a Darwin, parte «con una copia sgualcita della seconda edizio ne de II Viaggio di un naturali sta intorno al mondo» per un’indagine sul campo. Rifa il viag gio di George (e in parte quello della Beagle), parla con i suoi custodi e con i ricercatori che tentano di salvare la fauna e la flora locale.

Ci riusciranno? Le Galapagos sono protette da trattati intenazionali e da leg­gi ecuadoregne  ma aumenta no i turisti, gli immigrati clan destini, gli animali d’alleva mento, le coltivazioni. L’am biente a disposizione delle spe cie autoctone si trasforma e si riduce: tra chi vuoi preservarlo, ammirarlo o sfruttarlo per necessità, ci sono conflitti, tal volta armati. Nel 1995, i pesca­tori di frodo marciano contro il Centro Darwin, brandiscono cartelli con la scritta «!Muerte al Solitario Jorge!», cercano di rapirlo, incendiano alcuni edifi ci per protestare contro il divie to di rastrellare le oloturie dai fondali.

Rimaste in poche an che loro, valgono una fortuna nei Paesi dove quei «cetrioli di mare» dalla forma allusiva so no ritenuti afrodisiaci. Ironia della sorte, sono appena falliti tutti gli sforzi per risvegliare interesse di George verso femmine imparentate che vengo no portate nel suo lussuoso re cinto. Per quattro mesi, una stu dentessa svizzera prova a mas saggiargli ogni giorno l’organo sotto la coda. Purtroppo rien tra in Europa per il dottorato proprio quando la diffidenza iniziale di George si trasforma in gradimento.

Nicholls esaminale alterna tive e le scarta. Semmai si riu scisse a ottenere sperma da George, non si saprebbe come praticare una qualche forma di fecondazione assistita a una femmina senza farle rischiare la vita. La clonazione con il me todo Dolly è esclusa: le rettili non hanno un utero nel quale impiantare un ovulo feconda to e nessuno sa come ricreare un uovo intero, guscio com preso, da mettere in incubatri ce.

Henry Nicholls, George il solitario. La vita e gli amori di un’icona della sopravvivenza, traduzione di Giuliana Olivero, Codice, Torino, 2008, p. 204

in Sylvie Coyaud, La tartaruga quasi estinta

Possa la mia vita essere come una tartaruga

Mentre percorro la strada della vita, possano i miei passi essere come quelli di una tartaruga, fermi e sicuri. Non importa quale ostacolo si trovi sul suo cammino, troverà alla fine un modo per aggirarlo, sopra o sotto.

E se una persona sventata la sollevasse e la deponesse di nuovo rivolta dalla parte opposta, si girerà sempre, troverà la via originaria, e si dirigerà verso la sua meta.

Possa essre coperta come una tartaruga da una corazza solida, tonda e impermeabile, che mi protegga dai colpi e dai lividi della vita e mi offra un riparo dalle tempeste; e se mai dovessi cadere sul dorso, possa esserci sempre un amico che mi rimetta dolcemente in piedi.

Possa la mia pelle essere come quella di una tartaruga, spessa e coriacea, così che le parole dure dette con rabbia non feriscano il cuore. Possa il mio cuore essere come le zampe e gli artigli di una tartaruga, solidi e robusti; e non importa quanto possa essere duro, secco o sassoso il terreno, sarò sempre in grado di scavarlo e piantarvi i semi della felicità, della pace e dell’appagamento. E tutti i semi che pianterò nella mia vita possano crescere e fiorire e portare frutti meravigliosi.

E da ultimo, possano i miei occhi essere come quelli di una tartaruga, brillanti e vivaci, che non guardano mai indietro alle nuvole minacciose radunate alle sue spalle, ma sempre avanti a un futuro roseo e brillante.

dalla Newsletter del British Chelonia Group

Corteggiamenti

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Durante i corteggiamenti il maschio manifesta attenzione per la tartaruga femmina con violenti morsi ed urti contro il carapace. Tutto ciò continuerà finchè la femmina, esausta, sarà accondiscendente e permetterà al maschio di posizionarsi sul suo carapace per l’accoppiamento.

La violenza di questi approcci potrebbe indurre, chi vedesse la propria tartaruga così maltrattata, a separarla immediatamente dal suo compagno. Ma così facendo si otterrebbero solo deposizioni di uova non fecondate.

Esiste il rischio che la femmina riporti ferite più o meno gravi sia sugli arti anteriori che posteriori. Qualora se ne presentasse la necessità, occorre intervenire con un’adeguata medicazione.

Per alleviare parzialmente questa “sofferenza” è consigliabile che per ogni maschio si abbia un rapporto di almeno due femmine, in modo che le aggressioni si succedano con minor frequenza. Di conseguenza è da evitare che una sola femmina sia sottoposta alla presenza di due o più maschi.

E’ molto raro che l’accoppiamento avvenga al primo tentativo. Talvolta esso ha successo solo perché la femnmina si infila in un angolo che non le dà possibilità di fuga.

l’alimentazione della TARTARUGA

La dieta ideale della tartaruga è povera di proteine e� grassi, mentre è ricca in carboidrati complessi, fibre e calcio e sufficiente per gli altri minerali come il fosfato e le vitamine. Il calcio è importante per la costruzione della corazza e dello scheletro, specialmente nei giovani, per la produzione di uova nelle femmine che le depongono e per le funzioni muscolari.�
Ranuncolo, trifoglio, tarassaco, caprifoglio, piantaggine, crespigno e piante simili forniscono le fibre necessarie alla dieta in libertà. Essendo poichiloterme, le tartarughe sono in grado di digerire il cibo solo se mangiano alla giusta temperatura ambientale, l’ideale sarebbe tra i 20 e i 32°. Al di fuori di questo intervallo, diventano indolenti, possono sperimentare stress fisiologico, mangiare meno del fabbisogno, digerire in modo inefficiente e correre un rischio più alto di morte per malattia.Divertissement: le unghie smaltate possono essere scambiate per i loro frutti preferiti. Uno smalto vermiglio può essere scambiato per un pezzo di pomodoro. Come può testimoniare chiunque abbia avvicinato troppo un dito alla bocca di una tartaruga, hanno un morso tenace e forte che può far sanguinare, lasciando un chiaro segno della forma della mascella.

viaL’alimentazione della tartaruga.

Tartaruga (tortue), in Dictionnaire des symboles, Seghers, Paris, 1974

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La TARTARUGA

Marina o terrestre che sia, la tartaruga ha caratteristiche  che la rendono un animale cosmogonico:  la robustezza e solidità del carapace, il senso di forza e di pazienza  che emana, tutte qualità che   si esprimono anche nei sogni.
E’ il simbolo della stabilità del mondo, l’universo  ne viene sostenuto e contemporaneamente rappresentato. La forma tondeggiante del guscio  è immagine della volta celeste e degli spazi siderali, la parte inferiore più  piatta è il pianeta, e  la  tartaruga, fra questi  due piani , si pone come unione fra i due stati di materia e spirito, fra terracielo.

Simbolo importante in ogni cultura,  fin dall’antichità ha prestato le sue qualità simboliche di longevità, stabilità e pazienza ad ogni sua immagine  usata per esaltare la forza e la continuità del mondo visibile. Anche le sue carni o il suo cervello,  nascoste e protette dalla potente corazza, erano considerate miracolose e magiche: rimedio contro i veleni, materia prima per droghe o pozioni che rendevano immortali.Nei sogni, la tartaruga con il  suo incedere lento e metodico, indica  al sognatore  la necessità di una maggiore consapevolezza delle sue azioni, di una “lentezza” che si esprima in riflessione e metodo e non esploda in impulsività e fretta. In questo prospettiva la tartarugapuò comparire allo scopo di  equilibrare periodi stress, di movimento frenetico  o di pensieri  incontrollabili.

Il suo ritrarsi all’interno del guscio è l’equivalente simbolico di introversione  e meditazione, qualità che possono aiutare il sognatore a superare  situazioni che sfuggono al suo controllo, o che, come sopra, possono equilibrare componenti di superficialità o istintività, di avventatezza o di  estrema passionalità.  Può riferirsi anche alla preghiera e al bisogno di centrarsi, recuperando un contatto spirituale.
La   resistenza e robustezza della tartaruga sono il  simbolo di una forza che il sognatore può trovare in se stesso, così come la longevità e la leggendaria pazienza la rendono immagine degli attributi che si ha  forse bisogno di recuperare: una visione a lungo temine che non si arresti all’immediato, una capacità di spaziare con la mente e con i progetti volgendosi  al futuro, una sicurezza  e fiducia nel fare un passo dopo l’altro anche in condizioni avverse.
Per  il suo contatto con l’elemento terra, partecipa anche di  significati relativi all’abbondanza, al senso di rigenerazione e fecondità, può rappresentare la generatività del femminile, una femminilità attenta e materna, solida  e tollerante.
La tartaruga nei sogni può rappresentare  la madre, l’anziana nutrice o una figura di riferimento saggia e comprensiva,  la sposa che attende paziente, una Penelope che sa sfidare l’urgenza del presente e la cui sicurezza non viene alimentata dalla  speranza, ma dalla  fede.

da: http://guide.dada.net/sogni/interventi/2007/01/283679.shtml

un pasto per la TARTARUGA GIGANTE (tartaruga gigante di Aldabra)

Solidarietà fra tartarughe

la forza dei legami di vicinato di luogo: RITROVATO IL TARTARUGO GIOVE, scomparso dal luglio 2014 (10 mesi fa!), 23 aprile 2015

Originally posted on COATESA SUL LARIO … e dintorni:

gentile *** , siamo appena tornati da nesso, dove con squisita cortesia il geom. *** ci ha portati nella casetta dei francesi.
ora il tartarugo giove è qui a como in appartamento. ci sembra piuttosto malconcio e domani, se il veterinario potrà riceverci, lo porteremo a una visita di controllo. E’ da luglio che era scomparso, per cui se si è sempre trovato là sotto, non c’è erba o altre cose a lui adatte. temiamo quindi che sia denutrito e disidratato.
volevamo ancora ringraziare lei e *** per la straordinaria tempestività con cui ci avete avvertito. qualunque sia il destino del tartarugo, per lo meno, se è destinato a morire, lo potrà fare con tutto il nostro amore e non abbandonato in quella casa, (era ulteriormente  scivolato nell’interno e quindi non più in grado di salire i gradini).
e’ il dono più bello che potevamo ricevere e ve ne siamo davvero grati. vi…

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Magico Giove , aprile 2015

Non ho voluto mai scrivere di questo argomento, nonostante tutti fossero a conoscenza dell’accaduto.

Sfogliando l’agenda 2014, il 10 luglio dedicato ai lavori dell’orto è stata l’ultima data in cui Giove condivideva lo spazio del giardino.

Il 14 luglio scrivo: “Non abbiamo visto Giove”. Il 16 luglio scrivo: “Giove è proprio sparito”.

Poi basta, il riferimento a Giove è completamente svanito, proprio com’era successo a Giove stesso.

Non che fosse scomparso dai miei pensieri, naturalmente.

Quell’estate così piovosa e fredda riapriva quotidianamente l’inquietante possibilità che, per difendersi, Giove si fosse sprofondato nella terra. Per sempre.

Ma poi sorgevano altri mille dubbi. Che fosse riuscito ancora una volta a sorpassare la barriera col giardino confinante e da lì ulteriormente migrato verso inesplorati territori?

Non saprei quantificare le volte che, appiattita al suolo, ho verificato la tenuta delle decine di metri di rete collocate da TartaRugoso: tutto a posto.

E se invece fosse riuscito a salire, grazie al muschio, il gradino più alto che conduce al corridoio di ingresso, dove sotto la siepe di lauroceraso non c’è alcuna protezione? Ho letteralmente nuotato fra le frasche del cespuglio per cercare di sporgermi sull’altro giardino sottostante e controllare se fosse lì. Niente.

Più il tempo passava, più diventava remota la speranza di rivederlo. E comunque, in agosto, quasi quotidianamente lo sguardo correva lungo la mulattiera che conduce al parcheggio, nella vana ipotesi che si fosse nascosto in qualche angolo boschivo o in qualche cespo di tarassaco. Macchè.

Certamente tutt’altro che rassegnata e con profonda tristezza mi sono preparata all’autunno sintonizzandomi su due possibilità:

  • una fuga andata a buon fine (qualcuno l’ha trovato nomade e se l’è portato nella sua casa, oppure da sé medesimo si è trovato un anfratto selvatico a lui confacente)
  • un sotterramento di riparo diventato tombale (tutte le ricerche fatte su Internet non mi hanno però mai permesso di verificare se a luglio una tartaruga si potesse interrare per un letargo anticipato).

Quest’anno sapevo che sarebbe stata una primavera diversa. Eppure dopo 18 anni, nelle miti domeniche di marzo con una temperatura ben al di sopra delle medie stagionali, non ho mai potuto rinunciare a guardare sotto il pino (suo luogo di letargo) o di sobbalzare a un fruscio di fuga di lucertola. Ogni anno Giove riappariva misteriosamente come quando si rifugiava nel suo letto invernale ed era sempre una gioia.

Scema, mi dicevo, non c’è. Non c’è più. Fattene una ragione.

Poi il 23 aprile 2015 mentre io e TartaRugoso siamo al computer, arriva il seguente messaggio via mail da M., mamma di D., che si è premurata immediatamente di riferire:

Trovata tartaruga nel giardino del vicino stop momentaneamente prigioniera in casa in attesa di essere liberata stop 

Se i liberatori volessero chiarimenti telefonare a D.

Nel giro di 10 minuti una serie di telefonate con D. (impagabile per la sua sensibilità e cortesia) e un appuntamento per le 18.30 con lo squisito ritrovatore di Giove, un geometra che del tutto casualmente quel pomeriggio aveva effettuato un sopralluogo nella “la casa dei francesi” e, aprendo la porta, si era ritrovato davanti proprio lui, Giove.

Mai tragitto fu più ambivalente: da un lato la straordinaria felicità per il miracoloso evento, dall’altro il timore di ritrovare Giove solo in tempo per assistere alla sua morte.

La “casa dei francesi”, infatti, è un luogo disabitato, con un angusto terrapieno dove di fatto non ci cresce proprio niente, se non edera e piccoli palmizi. Il fatto che il geometra l’avesse trovato dentro la casa diroccata, inoltre, mi faceva sospettare che Giove fosse in qualche modo sopravvissuto lì, senza mai poter né bere né mangiare.

Vederlo col guscio e il muso chiazzato di bianco oscurava la gioia di tenerlo ancora fra le mani.

Decidiamo subito di non lasciarlo in giardino ma di portarlo in appartamento in città per un bagnetto caldo di reidratazione e per fissare un appuntamento col suo veterinario.

Venerdì 24 la rassicurazione che ci attendiamo: Giove sta bene e, del resto, come potrebbe essere altrimenti visto che le tartarughe sono fra i pochi animali arcaici che hanno saputo resistere nel corso di millenni? Sembra quasi che il veterinario desse per scontato il suo stato di salute: “E’ sufficiente che ci sia anche un solo filo di qualsiasi erba e le tartarughe ce la fanno”.

Sabato 25 Festa della Liberazione: Giove torna nel suo habitat e se ne rende immediatamente conto. Nonostante l’aspetto non propriamente ottimale, una lentezza esasperata e un digiuno ostinato nella casa di città, appena viene posato sulla terra si avventa su un pezzo di pomodoro e qualche buccia di mela ignorate il giorno prima.

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A questo punto riconsideriamo il terrazzamento da dove Giove per forza deve essere fuggito. La rete è a posto; non ci sono buchi. Il mio occhio vigile comunque nota che nell’angolo proprio al di sopra del terrapieno della casa dei francesi la rete è un po’ piegata all’ingiù, intrecciata a tralci di edera. La supposizione è quindi che Giove, in posizione verticale come spesso gli capita quando vuole scalare sassi e gradini bassi, si sia aggrappato al fusto dell’edera e da lì scavalcato la reticella, andando a scivolare al piano sottostante.

Prossimamente TartaRugoso interverrà ancora su quel punto. Il tempo freddo e piovoso di questi giorni ci lascia sperare che blocchi l’indomito rettile, anche se, a questo punto, sapremmo dove andare a guardare.

Che dire d’altro? Non so quale sarà il prossimo futuro di Giove. So solo che la coincidenza di casualità, sincronicità, gentilezza, empatia, solidarietà sono stati buoni ingredienti per compiere questo miracolo.

Bentornato Giove e, un po’ in ritardo, buon 2015!