TartaRugosa ha letto e scritto di: Antonio Moresco (2020), Canto degli alberi, Aboca, Arezzo

L’autore, chiuso nella stretta dell’isolamento causato dalla pandemia, di notte esce e nel cammino lungo le strade deserte si sofferma a osservare gli alberi. Ne scopre la voce, il pensiero, la potenza comunicativa.

Parla agli alberi per parlare a se stesso, intrattiene dialoghi, interroga, risponde, instaura un sodalizio basato sul reciproco ascolto e in questi suoi intrattenimenti intersoggettivi con la vita arborea scopre le differenze tra essere umano ed essere vegetale, in un alternarsi continuo di flussi di coscienza, poesia, fantasia e sogni.

L’attenzione è rivolta soprattutto agli alberi murati, ritenuti così simili agli uomini murati di tutto il mondo a causa di un infinitesimo virus, e Moresco rimane folgorato dalla sapienza con cui queste creature sanno strappare la vita là dove trovano improbabili pertugi per nascere, negli spazi dove il vento ha deposto il loro seme.

ci sono quelli i cui semi attecchiscono nei muri, negli interstizi tra un mattone e l’altro o tra una pietra e l’altra, dentro la calce; ci sono quelli ridotti quasi alla sola corteccia, riempiti di mattoni e cemento nelle loro cavità e che però la primavera continuano a coprirsi di nuove foglie; ci sono quelli che si incuneano con le loro radici nell’asfalto dei marciapiedi e che lo sollevano e squarciano con le loro dure vene nere, tanto che devi camminarci sopra sollevando molto i piedi e le gambe e allargando le braccia come un equilibrista sul filo. … Da quando ho cominciato a osservare gli alberi murati ne ho visti scaturire con la loro silenziosa e inarrestabile spinta dalle superfici più impensate. Ne ho visti erompere da vecchie edicole di giornali chiuse da tempo … dai comignoli di case abbandonate … dai cartelli stradali … dalle zone industriali dismesse … dalle pompe di benzina con le colonnine sfondate … dalle ruote abbandonate delle macchine … dai varchi delle finestre delle case abbandonate … dalle massicciate delle ferrovie … dai cimiteri di macchine … dalle fessure e crepe di statue su cui il vento aveva trasportato per caso i loro semi.

L’albero murato diventa così una specie a se stante, qualcosa che insegna all’essere umano nuovi modi per misurarsi con i limiti, qualcosa che sa indicare una strada per superarli senza la bussola di una macchina centrale cerebrale.

Che cos’è il cervello?”

Come faccio a spiegarti … è la centrale del corpo”

Ah sì? E se si blocca quello si blocca tutto?”

Più o meno”

Come siete fatti male!”

Loro, gli alberi, si parlano e conoscono tutto ciò che avviene nel mondo umano grazie alle infinite connessioni tra ogni singola parte della loro struttura, che viaggi nel buio del sottosuolo o si protenda verso la vastità della luce: radici, tronco, rami, foglie, midollo.

La nostra sapienza è una cosa sola con noi, con le nostre radici, i nostri rami, le nostre foglie, fa un tutt’uno con i nostri corpi e si modifica e cresce con loro, mentre quella che state costruendo voi è tutta fuori di voi e vi sta oltrepassando”.

E ancora, ascoltando la voce degli alberi, si impara come il mondo vegetale guarda agli uomini e come leggono la loro storia.

Per noi alberi voi umani siete tutti piccoli, brutti e deformi. … Ma come fate a essere così piccoli, così brutti e così deformi e nello stesso tempo a credervi i più grandi, i più belli e persino i più intelligenti e i padroni assoluti del mondo e dell’universo?”

E poi c’è il magico incontro col tiglio:

Una delle macchine parcheggiate ha una portiera aperta, quella dalla parte del posto di guida. Mi avvicino, faccio per chiuderla, e allora mi accorgo che la chiave è ancora inserita nel cruscotto. … Però c’è qualcosa di strano davanti all’altro sedile … qualcosa di sottile che sale dal tappetino e che arriva fino al cruscotto e anche oltre, fino al parabrezza. …”e tu chi sei?” “sono un tiglio” mi risponde una vocina” “Come ha fatto il tuo seme ad attecchire su quel tappetino di gomma?” “Perché sopra c’era un po’ di terra, che si è staccata dalla suola delle scarpe di chi saliva. E a me è bastato”.

Ma non è quello il suo posto: è giunta l’ora di partire e di raggiungere i suoi simili. Dopo tanto gridare è arrivato qualcuno che ha sentito la sua voce e lo conduce dove la piantina esige: “Voglio andare finalmente dentro la terra, con le mie radici, con la mia vita!”.

In un crescendo di intensità incontriamo così tre cori.

Il coro degli alberi che canta:

Noi sappiamo tutto di voi, sappiamo anche quello che voi non sapete, non volete sapere. … Vi siete inventati un’essenza separata che avete chiamato anima solo per poter dire, pensare e delirare che solo voi ce l’avevate mentre tutti gli altri ne erano privi e quindi potevano essere sterminati, maciullati, annientati e sacrificati sull’altare della vostra folle specie.”
“Che mondo è questo? Le nostre radici si dicevano l’un l’altra, sbalordite, continuando a correre sottoterra e incrociandosi con mille altre radici. Che pensiero è questo? Che specie è questa? Ne abbiamo viste tante passare, ma mai una specie spaventata, disperata e folle come questa.”

Il coro degli alberi capovolti, invece, una distesa di radici attorcigliate e di fili frementi e di nodi che si stagliano contro il cielo, indica una possibile strada (compresa la fatica per costruirla) per intravvedere un mutamento, una mutazione, che non si sa mai da che parte inizia, ma che pure qualcuno a un certo punto la sollecita, iniziando ad assumere la posizione all’ingiù.

Occorre cambiare gioco:

Dovrebbero cominciare a formarsi nuove, sperimentali e diffuse sinapsi, nuove visioni e nuovi sogni, dovrebbero formarsi nuove possibilità umane e postumane impensate, che forse si stanno già formando, chi può dire, perché quando si formano nessuno riesce per un po’ o per molto ad avvistarle, nessuno se ne accorge, se ne può o se ne vuole accorgere, urgono irresistibilmente dal basso e nessuno le sente, come le radici che crescono in silenzio sotto terra o murate vive, quelle bianche, quelle nere, quelle di fuoco e anche quelle musicali.

Se noi non ci fossimo capovolti e non avessimo cominciato questo inconcepibile viaggio senza speranza non avremmo mai immaginato che dietro il cielo potesse esserci un altro cielo, che dietro la luce potesse esserci un’altra luce, che si potesse trovare e inventare un altro cielo al di là della terra e un’altra terra al di là del cielo … E allora, forse, anche gli umani, assistendo a questo sconvolgente e inarrestabile riposizionamento vegetale, … allora, forse, anche le loro teste e i loro cervelli, invece di galleggiare nell’aria, cominceranno a radicarsi poco per volta dentro la terra e a mettere radici là dentro … E allora, forse, anche loro capovolgeranno se stessi e la loro vita e capovolgeranno il mondo, cominceranno a muoversi in un mondo capovolto mai visto prima, che era sotto i loro occhi ma che non vedevano”.

Il terzo coro, quello degli alberi musicali ci accompagna alla metamorfosi finale, la più complessa perché non può mai essere programmata, ma la si costruisce a poco a poco mescolando la realtà, l’immaginazione e il sogno.

E’ il regno della poesia, del canto, della musica che non può essere annientato, ma va custodito e tramandato per sognare il nuovo sogno, il salto di specie.

E così ci siamo separati dagli altri alberi silenziosi, ci siamo dovuti separare per non farci immobilizzare, per poter continuare a sognare che a poco a poco anche tutti gli altri alberi diventeranno musicali … che tutto il nostro pianeta diventerà un pianeta musicale, che la sua musica potrà tracimare oltre la sua stessa atmosfera .. e forse persino voi, se riuscirete a tracimare da voi stessi e ad andare verso un’invenzione di specie … allora ci verremo incontro alla fine del tempo e all’inizio del tempo, nel tempo che c’è al di là del tempo e allora ci riconosceremo e ci abbracceremo e ci proietteremo e ci inventeremo …”

Non sono altrettanto sognanti le riflessioni finali di Moresco che, all’epoca della stesura del libro, riportava un bilancio di 33.000 morti nel nostro Paese e il timore di un ritorno alla normalità senza cambiare niente, senza inventare niente.

Oggi gli umani stanno sognando la fine guardando un’altra volta al di fuori di sé, al vaccino. La visione interiore, la metamorfosi, pare una strada ancora lontana.

I morti sinora sono 61.240.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Pierre Bayard (2012), Come parlare di luoghi senza esserci mai stati, Traduzione di Riccardo Bentsik, Excelsior 1881, Milano

Ecco un motto molto accattivante : “Il miglior modo per parlare di un posto è di restarsene a casa”, che – per una tartaruga – calza alla perfezione.

Di nuovo Bayard, già incontrato con “Come parlare di un libro senza averlo mai letto”, che questa volta ci prova con i luoghi, dimostrando che l’ignoranza rispetto ad un argomento non sempre è un ostacolo per poterne parlare con competenza e che molti scrittori e pensatori preferiscono restare al proprio scrittoio piuttosto che affrontare i posti di cui desiderano parlare.

Fra i molti citati, ne scelgo alcuni.

Chi non conosce, almeno di nome, Marco Polo che, dopo aver soggiornato diciassette anni in Cina, scrive con dovizia e rigore dettagliate informazioni sulla vita quotidiana che lì si svolge, dall’amministrazione, alle pratiche religiose, gusti alimentari, costumi amorosi, flora e fauna. Curioso tuttavia che gli archivi imperiali consultati negli anni successivi non rechino alcuna testimonianza del suo passaggio e delle cariche importanti da Polo rivestite, come minuziosamente da lui descritto. E altrettanto singolare è che Polo non nomina mai le migliaia di chilometri della Grande Muraglia “che pure deve aver attraversato a più riprese durante le sue peregrinazioni”. Che tali dimenticanze confermino l’ipotesi di alcuni autori secondo i quali “il veneziano non si sarebbe mai spinto oltre Costantinopoli, dove la sua famiglia aveva un’impresa commerciale per la quale transitava un gran numero di viaggiatori in grado, con i loro racconti, di alimentare la sua fantasiosa creatività?

Che dire di Edouard Glissant, che sceglie di scrivere un libro sull’Isola di Pasqua senza poterci andare, perché troppo stanco e malato? Il metodo è semplice, basta poter contare su un informatore fidato, come nel caso di Sylvie Séma, moglie di Glissant.

A distanza, senza muoversi da casa, grazie alla documentazione fotografica, disegni e aneddoti inviati dalla moglie e grazie alla lettura di altri autori come Melville, Neruda, Borer,  Métraux, Glissant potrà tradurre le molteplici fonti in “descrizioni ricche e di grande rilievo, a testimonianza della profonda conoscenza dei luoghi da lui acquisita, di certo assai più puntuale di quella che avrebbe potuto ricavare da una permanenza fisica, sia pure prolungata, sul luogo, che non gli avrebbe necessariamente fornito una visione d’insieme”. In questo caso Bayard parla di dévoyage, ovvero l’assunzione del punto di vista dell’altro per farlo proprio affinché diventi “del tutto lecito per lui affermare di conoscere il posto, e forse ancor meglio di uno qualunque dei suoi abitanti, troppo vicino all’oggetto della propria percezione perché gli sia concesso di parlarne con il dovuto distacco”.

Interessante pure l’analisi del luogo condotta dagli antropologi che, per ragioni di studio, devono restare il più lungo possibile nelle terre scelte per osservare i costumi di coloro che le abitano. Bayard sceglie Margaret Mead e qui la mia corazza ha un sussulto, perché è proprio lei il trait-d’union dell’inizio della mia relazione amorosa con TartaRugoso, e spero non per i motivi che qui riporto. Mead concentra la sua ricerca sulle abitudini di vita dei Samoani e la parte che maggiormente ha attirato l’attenzione è stata quella relativa ai costumi sessuali: “La tesi centrale dell’opera, che ne ha decretato il successo mondiale, è che la sessualità samoana è molto più libera di quella degli Occidentali e soprattutto di quella dei nordamericani, i cui comportamenti sono repressi da proibizioni ormai interiorizzate”.

In questo caso il luogo è veramente esperito dalla viaggiatrice, non esistono quindi finzioni o rappresentazioni immaginarie e tuttavia vi può essere ugualmente la scrittura di una conoscenza falsata. A Mead, infatti, vengono contestate molte osservazioni che, secondo alcuni critici, derivano da una visione parziale, ideologica e condizionata da racconti impropri. In particolare: 1) Mead “avrebbe selezionato i  fatti e piegato la loro lettura in favore della teoria che voleva difendere”; 2) l’antropologa “per ragioni di comodità personale, decise di andare a stare vicino a una famiglia americana … e si privò delle possibilità di osservazione diretta che le avrebbero permesso di verificarle proprie tesi. La sua ignoranza della lingua samoana …aumentava la distanza con i soggetti che intendeva studiare”; 3) poiché possedeva solo alcuni rudimenti della lingua, “Mead fu costretta a fidarsi delle testimonianze delle sue giovani informatrici che andavano regolarmente a farle visita … e che le avrebbero delineato un mondo dai costumi aperti, con una gioia liberatrice accresciuta dal fatto che vivevano in un universo dai costumi particolarmente oppressivi”.

Siamo perciò anche in questo caso di fronte a un paese immaginario dove viene inventato (o proiettato) qualcosa che non esiste nella realtà, fatto che mette in discussione uno dei fondamenti dell’antropologia e della sociologia, ovvero l’osservazione partecipante. Qui  Bayard fa riferimento al testo di Perec ”La vita, istruzioni per l’uso” dove “si parla di un antropologo che segue le tracce della tribù Kubu e si interroga sulle misteriose ragioni dei continui spostamenti degli indigeni, prima di capire che costoro si comportavano così a causa della sua presenza e non facevano altro che cercare di sfuggirgli”.

Certo però che lo studio di Mead è servito a dare un contributo al dibattito sull’educazione degli adolescenti americani, nonché a fornire a TartaRugosa il pretesto di restituire il libro a TartaRugoso…

Sulla possibilità di parlare di luoghi usando solo l’immaginazione, Bayard cita l’esempio di Psalmanazar che, nel XVIII secolo a Londra, fece notevole scalpore per le sue descrizioni di Formosa, isola natale della quale rivelò informazioni che “sconvolgevano le comuni conoscenze in materia” fra cui anche la lingua che “suscitò grande interesse in molti intellettuali, fra cui Leibniz, e continuò a essere studiata dai linguisti in virtù del suo rigore”.

Peccato che Psalmanazar non arrivasse da Formosa, ma dalla Francia e avesse scelto quella falsa identità per poter circolare in Europa più liberamente.

La sua potente immaginazione gli aveva permesso di ricreare se stesso: “senza una potente immaginazione non si può pretendere di parlare in modo convincente di luoghi in cui non si è  mai stati. La capacità  di sognare e far sognare è essenziale per chi intenda descrivere un paese a sé sconosciuto e speri di trascinarvi con  il pensiero i propri auditori o i propri lettori”.

Fatto che succede  anche con Blaise Cendrars che esemplifica come si possa prendere il treno più famoso del mondo, la Transiberiana, senza muoversi dalla stazione.

Incalza Bayard “che l’essenziale, per uno scrittore, è di far viaggiare il lettore … Infatti non è il luogo … ma una dimensione altra, che potremmo chiamare spirito del luogo, ciò  a cui deve guardare lo scrittore…. Lo spirito del luogo richiede un processo di idealizzazione … le sue caratteristiche principali devono essere semplificate e rese universali, affinché, tramite la forza dell’invenzione della scrittura, possa divenire, tanto nel presente quanto nel futuro, proprietà immaginaria di tutti”.

Anche in questo libro ritorna un tema caro a Bayard, ovvero la capacità creativa e immaginativa che consente di oltrepassare la frontiera che separa la realtà dalla finzione: “Qualsiasi sia il  contesto di parola e di scrittura, l’invenzione del luogo adatto sarà dunque tanto più credibile quanto più vero sarà il soggetto che lo crea. Prima di ogni altra cosa è se stessi che si tratta di ascoltare, ed è alla scrittura e alla ricostruzione di sé che bisogna lasciarsi andare, se  si vuole attirare l’altro da sé verso il proprio paese interiore, per il tramite di un’esperienza universale”.

Un buon viatico per il mio prossimo immobile letargo, che si configura di gran movimento!

Tartarugosa

TartaRugosa ha letto e scritto di: Marisa Bulgheroni (2020), Stella nera. Frammenti di una vita a due, Il Saggiatore, Milano

Il lutto, inteso come sentimento di dolore che proviamo per la perdita di una persona cara, è un evento che ci appartiene e ci richiede un lungo lavoro per ritrovare un orizzonte di senso, nonostante il definitivo congedo da qualcuno che nella nostra vita ha molto contato.

Con l’espressione “lavoro del lutto” Freud indica il processo energetico necessario per avviare quell’elaborazione psichica che consentirà di interiorizzare l’immagine del defunto e di riorganizzare l’intero mondo interno senza la presenza fisica della persona cara.


Un distacco importante non può essere assorbito in un periodo breve: l’ordine sconvolto dall’evento ha bisogno di essere ricomposto attraverso una serie di gesti, atti, reazioni che annunciano un’occasione di trasformazione per chi rimane e si interroga sul senso di sopravvivere avendo perso, nella persona amata, anche un pezzo di se stesso.

Andandotene, ti sei portato via una parte di me. E può una farfalla volare con un’ala sola?”

Anni come giorni, come secoli. Il tempo impazzito. Eri tu che lo scandivi. Senza te non ho orologi, non ho bussole. E così non mi avventuro nel mondo come quando c’eri tu”.

Stella nera è un intimo dialogo, un monologo interiore che l’autrice, la scrittrice e poetessa Marisa Bulgheroni, intrattiene con se stessa per tentare di riconciliarsi con il suo nuovo destino.

Non si riesce a elaborare il lutto. Ci si chiede: perché è giusto elaborare il lutto? Per affidare i morti alla morte e ritornare, vivi, nella vita? Per liberarci di un dolore che, prolungato, diviene malattia, a volte malattia mortale? O per respingere il passato nel passato? Non ho l’arte di elaborare il lutto. E’ la nostalgia l’ostacolo che impedisce l’elaborazione del lutto? Forse solo scrivendone posso tentare. Vorrei saper reggere le arcate del ricordo come Atlante”.


Nel processo di elaborazione è presente un’oscillazione fra esigenze opposte: da una parte la lenta acquisizione della consapevolezza che la perdita è avvenuta, dall’altra l’inutile tentativo di riappropriarsi dell’amato, come se tutto potesse tornare come prima.

Si dice la vita continua. Sì, la vita continua, inesorabile come la corrente di un fiume che ti trascina. Passano gli anni come grandi uccelli migratori in volo verso l’imprevedibile. Passano i giorni, le ore, ma niente è come prima, quando c’eri tu, e ore, giorni, anni sono numeri, non più storia.

Non è che io rifiuti la vita, ma mi è sempre più difficile affrontare la fatica di vivere senza di te.

A volte il dolore è un vuoto: un’assenza a se stessi. Il dolore è un vuoto d’aria che trascina verso il basso… nell’assenza si perde la percezione del tempo, del luogo, del proprio corpo. Poi, all’improvviso, la consapevolezza ritorna: sono io, sei tu. Tu che mi hai lasciata. Ti prego: se ti chiamo, rispondimi. So di volere troppo, ma di troppo ho bisogno per vivere questi giorni d’esilio”.

Ci vuole tempo. Tempo e ricerca di forme vitali per accogliere il se stesso strappato all’altro. Tempo per ricucire lo strappo. Tempo per consentire a chi non c’è più di dimorare finalmente dentro il vuoto dell’anima.

Ognuno cerca il proprio modo per sopravvivere al distacco.

Marisa adotta i “giochi in cui io ti avrei riproposto istanti o frammenti della nostra vita, saccheggiando lo scrigno delle comuni memorie” attraversoil “E poi? Racconta ancora!” richiesto ancora dal marito mentre i giorni diventavano più brevi.

Arriva poi il tempo del “Dove vorresti essere oggi?” e del “Ricordi?” dove l’attivazione di scene del passato diventa la celebrazione di una vita insieme e dove, lentamente, l’assenza diventa presenza, riproponendo la qualità del tragitto percorso insieme e del rinnovamento di emozioni che nemmeno la morte potrà annullare.

E subito ho intuito che solo costruendo un libro per te – come una dimora in cui tu potessi abitare – ti avrei riavuto con me. Quella voce incessante, che mi accompagnò nei primi mesi del lutto, fu l’oggetto della mia ricerca quando sembrò tacere.

Chi è solo nel suo lutto ha come unica compagna la memoria: non più all’immaginazione, ma alla memoria è affidato il suo stesso futuro. Raccontarti la nostra vita equivaleva a richiamarti nel mondo”.

Affinché la profondità della ferita si riduca e la mancanza possa acquistare valore di presenza invisibile, ma forte, nella memoria, è importante cercare di colmare il vuoto creduto insanabile:

E’ la memoria che mi permette di farti vivere in me, e, come una lanterna magica, proietta episodi rilevanti o minimi della nostra storia. Ma, anche se le vivide immagini di cui è intessuta la nostra vicenda si appannassero, mi resterebbe, incancellabile, la percezione di te, garante della mia vita.

L’esito positivo del lutto si ha quando chi resta riesce a sostenere il tormento emotivo di dover ammettere che la perdita è davvero definitiva, ma che la memoria del passato si erge come base di quella identità che si credeva sparita insieme all’affetto significativo.


La morte non ha interrotto la conversazione tra noi due, ma l’ha modificata. Non ci troveremo mai più seduti l’uno di fronte all’altra a un tavolo nel brusio di un ristorante. I moduli del nostro conversare saranno come piccioni viaggiatori che si scambiano messaggi nei cieli.

La potenza del ricordo che non cerca più oggetti, questo o quell’altro episodio, ma li contiene tutti indistintamente. In questo senso io posso dire che la misura del tuo essere vivo è affidata a me, al mio ricordo di te, alla mia ricerca di un dialogo con te, alla mia ombra che ti segue.

Stella nera è il passo finale che ha impegnato Marisa nel tempo necessario per affidare alla “scrittura il mistero del nostro essere al mondo per poi scomparire”.

Per non cedere alla distrazione che avrebbe offuscato il ricordo.

Per finalmente riascoltare la voce in “un silenzio carico di parole” nel movimento continuo della vita, nel suo incessante vagare fra il sogno del mondo interno e il ritorno al mondo esterno.

Ecco le ultime nate per augurarvi buona giornata, G. e C.

Ecco le ultime nate per augurarvi buona giornata .

Una è ingessata con un cerottone perché il carapace non era ancora del tutto chiuso

la TARTARUGA e il TEMPO che scorre

Nottola rintraccia TARTARUGHE CHE VOLANO

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la tartaruga Melissa scava la terra per deporre le uova, 4 lug 2020

la TARTARUGA GILDA, salvata e accudita in questi anni da D., L. e Z. e ora nella sua dimora sulla terrazza dell’orto e del ciliegio, 21 giugno 2020

Avatar di Paolo FerrarioLUOGHI del Lario e oltre ...

in partenza:

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ora nella sua dimora 

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la TARTARUGA deposita le sue uova. Video inviato da G.M. e C.B, 20 giugno 2020