Assembramento delle TARTARUGHE nella zona del CILIEGIO, 14 giugno 2020

LA TARTARUGA – video a cura di AttivaMente

“Oggi 24 aprile registro il decesso di Miciù … mi piace comunque pensare di guardare alla cosa dal punto di vista della nostra incredibile gatta…”

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Scrivevo sull’agenda il 20 febbraio 2020 : “Probabile ultima flebo di Miciù prima
dell’eutanasia”. Il giorno 22 riporto “Il Coronavirus arriva in Lombardia” e il 24
“Miciù ancora in vita: ha ripreso a mangiare!”.
Qualche giorno dopo scrivevo questo post per Tartarugosa:

https://tartarugosa.com/2020/03/02/tartarugosa-riflette-su-marc-auge-il-tempo-
senza-eta-2014-raffaello-cortina-e-miciu-1997-si-tengono-assieme/

e una ventina di giorni dopo questo:

https://tartarugosa.com/2020/03/23/corvus-2020-lintervista-senza-precedenti-di-
tartarugosa-ai-tempi-del-covid-19-23-marzo-2020/

Oggi 24 aprile registro il decesso di Miciù, ma analogamente al post di Corvus, mi
piace comunque pensare di guardare alla cosa dal punto di vista della nostra
incredibile gatta. Anche la mia mente razionale, totalmente inadatta alla
spiritualità, cerca nell’animismo un possibile antidoto.
Pertanto rincorro con la fantasia il filo dei suoi pensieri da quel 20 febbraio 2020
famoso, quando, come spesso gli animali dimostrano, già percepiva quello che di
lì a poco sarebbe successo al nostro Paese e ne traeva le sue conclusioni.
Non posso lasciare questi due, dopo quasi 23 anni di convivenza, ad affrontare la
dura prova dell’isolamento senza di me”.
Si sa, anche nella malattia si possono trovare dei vantaggi secondari. E Miciù li
aveva trovati tutti.
1. Al pensionato che condivideva maggiormente il suo spazio, si era aggiunta la
disoccupata: doppia razione di coccole, doppia possibilità del ghiotto snack, un
nuovo e inedito panorama da osservare sul cambiamento degli stili di vita;
2. Scelta di una nuova postazione: non più in bagno, ma in soggiorno, finalmente
accanto sia all’uno che all’altra per la pettinatura serale, i massaggi sulla pancia e
i grattini sotto il mento;
3. Seccatura per l’iniezione sottocute a giorni alterni, ma che benessere dopo
l’idratazione senza dover ricorrere al viaggio col trasportino dal veterinario (anche
a costo di qualche punzonatura non ben riuscita al primo colpo)
Da novembre 2019, quando la speranza era di poter arrivare a fine anno, si sono
aggiunti quasi ulteriori 6 mesi portando il nuovo record di vita a 22 anni e 10 mesi.
Lunedì scorso, prima della decisione finale, un’ulteriore prova di osservazione
dopo che, finalmente per noi, il veterinario aveva riaperto, giusto in tempo per
informarci sui peggioramenti che aumentavano.
La visita e la flebo con farmaco per la nausea avevano fatto nascere qualche
piccola illusione perché, quella sera, Miciù si era gettata sul pasto facendo fuori
una scatoletta, oltre agli snack già consumati.
Sempre fingendo di essere nei suoi pensieri: “Mi voglio godere questa ultima
soddisfazione” . L’ultima cena per l’appunto perché da lì anche lei stessa si è
dovuta arrendere all’evidenza del declino veloce delle sue funzioni fisiologiche.
Sempre signorile la nostra Miciù.

Con il nuovo disturbo della perdita di riflesso di una zampa, ha tuttavia mantenuto
per tre giorni le sue abitudini, pedinandoci per la ricerca del cibo nonostante il
rifiuto di mangiarlo, chiedendo di essere presa in braccio per il tempo da lei
deciso, inquieta solo ieri, quando probabilmente il progressivo arresto delle
funzioni organiche ha iniziato a darle problemi, non facendole comunque
rinunciare il piacere di un piccolo bagno di sole sul balcone (mai fatto prima)..

Così oggi 24 aprile l’abbiamo lasciata andare, evitandole la pena di passare le
ultime ore in preda a disturbi e, conoscendola, minando il suo orgoglio di Lady.
Ritornando al suo flusso di pensieri:
Domani è il giorno della Liberazione, fra una settimana termina l’isolamento: ho
badato a voi, ora siete pronti per restare anche un po’ da soli. E poi non
dimenticate: se me ne andavo in febbraio non era ancora tempo di nuove
cucciolate. Vi ho traghettato – ammetto con reciproca soddisfazione – fino alla
primavera inoltrata, ma è giunto il tempo di lasciare spazio alla nuova
generazione. Con l’augurio che i nuovi arrivati non abbiano la mia stessa
longevità, perché considerata la vostra età, sarebbero poi loro a restare orfani!

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anche quest’anno , alcune tartarughe ce l’hanno fatta, GRAZIE, Paolo !!!

Avatar di Paolo FerrarioLUOGHI del Lario e oltre ...

anche quest’anno , alcune tartarughe ce l’hanno fatta

GRAZIE, Paolo, per il dono che ci hai fatto nel mostrarci la vita di due di loro

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TartaRugosa ha letto e scritto di: Raymond Queneau (1983) Esercizi di stile, Einaudi Traduzione di Umberto Eco

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Un gioco di bravura irresistibile:

“Queneau usa le figure retoriche per ottenere effetti comici ma nel contempo fa del comico anche sulla retorica … La retorica non si limita alle sole figure e cioè alla sola elocutio.

C’è l’inventio e c’è la dispositivo, c’è la memoria, c’è la pronuntiatio, ci sono i generi oratori, le varie forme di narratio, ci sono le tecniche argomentative, le regole di compositio, e nei manuali classici sta anche la poetica, con tutta la tipologia dei generi letterari e dei caratteri …”

Ci voleva Umberto Eco ad azzardare la traduzione dei 99 esercizi di stile di Raymond Queneau, animatore dell’esperimento dell’Oulipo, nel cui ambito anche Georges Perec ha dato il suo notevole contributo.

Perché gli Exercices di Queneau sono una “scommessa metalinguistica” che si basa su tutte le variazioni pensabili di un brevissimo testo, da cui le 98 variazioni che seguono sortiscono, nel loro insieme, un effetto comico globale: “mentre si ride su uno scambio meccanico di lettere alfabetiche, si ride nel contempo sulla scommessa dell’autore, sugli equilibrismi che egli mette in opera per vincerla, e sulla natura sia di una lingua data che della facoltà del linguaggio nel suo insieme”.

E perché pochi come Eco avrebbero saputo allineare così fruttuosamente le conversioni dal francese all’italiano, permettendosi di giocare con altrettanto perfezionismo e, pur nella scelta di alcune licenze di tipo linguistico-culturale, mantenere un assoluto spirito di fedeltà al testo originale.

Non rinuncia, Eco, di sottolineare di aver dovuto reprimere molte tentazioni: “avrei voluto provare l’eufemismo, la metalessi, l’ipallage, ero tentato di parodiare il linguaggio avvocatesco, quello degli architetti o dei creatori di moda, il sinistrese, o di raccontare la storia alla Hemingway, alla Robbe-Gullet, alla Moravia …”

E continua: “Exercices de style è come l’uovo di Colombo, una volta che qualcuno ha avuto l’idea è assai facile andare avanti ad libitum …”

Trovo così vere queste parole che, presa dall’entusiasmo della lettura di queste splendide 99 variazioni, mi sono divertita pure io a scegliere 9 titoli dai 99 proposti, partendo da un iniziale “Notazioni” (di mia pura invenzione) e da lì liberare la mia tartarughesca creatività.

NOTAZIONI

Pomeriggio d’estate. Sulla stretta strada che costeggia il lago, un autobus e un camion provenienti da direzioni opposte, bloccano il traffico. Riescono solo a passare pedoni, ciclisti e motociclisti. Una donna incinta seduta vicino al guidatore della corriera sviene.

RETROGRADO

Gravida accomodata al fianco del conducente del mezzo pubblico perde i sensi. Sulla strada transitano camminanti, bicicli e centauri. Le automobili invece stazionano dietro la corriera e il camion bloccati nella strettoia asfaltata. Il sole è ancora alto nel cielo e illumina il lago.

SORPRESE

Incredibile! Chi avrebbe mai detto che in un pomeriggio simile – mai stato così caldo! – sarebbe svenuta solo una donna, per giunta con un pancione enorme per essere incinta di soli 5 mesi? E la colpa di chi? Non certo di quel gruppo di ciclisti che sogna di raggiungere l’acqua del lago. L’avreste mai detto? Una betoniera immensa che a dir poco sfiora il muso dell’autobus di linea! I due colossi si incrociano e sapete che cosa fanno le  altre vetture? Mica prestano soccorso alla sventurata. Macchè! Se ne stanno lì boccheggiando e sudando.

INSISTENZA

Faceva caldo quel giorno. Era un pomeriggio molto caldo. Erano le ore più calde di quel giorno estivo che cade nel mese centrale dell’estate, ovvero fine luglio, un periodo caldissimo dell’anno. Pure la strada era calda. L’asfalto bolliva e il luccichio del lago spargeva calore. Sulla calda strada asfaltata, uno da nord, l’altro da sud, giungevano un autobus e un camion. La strada era calda e pure stretta. I due giganti mezzi se ne stavano uno in fronte all’altro, provenienti da due direzioni opposte, e siccome uno occupava il lato destro della strada calda e l’altro il lato sinistro della stessa strada calda, nessuno riusciva a passare, essendo le corsie asfaltate riempite da questi due automezzi fuori misura. Nel pertugio lasciato a margine dell’autobus e dal camion, uno a destra e l’altro a sinistra, potevano intrufolarsi pochi fortunati: camminatori, pedalatori, motociclisti. Fortunati anche perché potevano stare all’aria aperta di quella giornata talmente calda che sia i viaggiatori dell’autobus, sia gli occupanti del camion grondavano sudore sotto un sole spietato. Probabilmente  se l’autobus proveniente da nord fosse partito prima, non avrebbe incrociato il camion proveniente da sud in quel punto così stretto della strada, che nelle ore bollenti del pomeriggio di un’estate torrida, sembrava un girone dell’inferno. Dentro l’autobus tutti avevano molto caldo, perché stando fermi bloccati dal camion, non potevano sentire nemmeno un filo d’aria, come invece succedeva ai pedoni, ai ciclisti e ai motociclisti che, per caldo facesse, almeno erano fuori all’aperto. La signora incinta, seduta vicino al conducente dell’autobus che arrivava da nord, a un certo punto, a causa del calore estivo insopportabile, scivolò svenuta. Era proprio svenuta svenuta come quando si perdono i sensi.

DUNQUE, CIOE’

Cioè faceva caldo, dunque con quel sole, ecco, cioè, la corriera, cioè alla curva stretta, non prima, cioè quando ha visto arrivare il camion … Cioè tutti avevano capito che sì, cioè, non poteva farcela a passare. Dunque le moto, sì, cioè, anche le biciclette, cioè, voglio dire, dunque, quelle che passavano, cioè non si fermavano, dunque, potevano sorpassare. Cioè, l’autobus era fermo, dunque, con tutti i viaggiatori dentro che, cioè, ci faceva un gran caldo! Dunque la donna, cioè, quella incinta, cioè quella seduta vicino alla guida, dunque, quasi ci lascia la pelle, cioè sviene.

VERO?

Vero che caldo? Vero come sono strette, vero, le strade del lago?

Vero che non dovrebbero passare, vero, quei camion così grossi, vero? Vero che anche i ciclisti, vero, quando stanno tutti vicini, vero, bloccano il traffico, vero?

Vero che le donne, vero, quelle gravide, vero, dovrebbero stare più riguardate, vero? Perché col caldo, vero, se prendi un autobus e se l’autobus si incrocia, vero, con un camion, vero, poi sull’autobus, adesso che siamo in estate, vero, viene molto caldo, vero? E, vero, la donna col pancione, vero, poi sviene, vero?

INTERROGATORIO

  • Quando è successo?
  • Alle 16.30
  • Dove vi trovavate?
  • Sulla strada per Briz
  • Sia più preciso, per favore, lei è testimone oculare. Mi indichi in quale punto della strada per Briz è successo
  • Prima della farmacia del paese
  • Saprebbe descrivermi la dinamica dell’incidente?
  • L’autobus e il camion si sono incrociati nella strettoia e nessuno dei due riusciva a fare retromarcia perché le automobili al seguito non avevano lasciato distanza di sicurezza
  • Ritiene che l’autobus non abbia rispettato il segnale di precedenza?
  • Non saprei: ho solo sentito dire che una donna incinta era svenuta
  • Lei conosce la donna gravida?
  • No
  • Allora le sue sono solo supposizioni
  • Due ciclisti che passavano mi hanno detto di chiedere aiuto a qualcuno e così ho fatto
  • Allora c’è un concorso di colpa. Lei conosce questi due ciclisti?
  • No, io sono un passante che ha chiesto aiuto perché una donna in stato interessante aveva bisogno di soccorso
  • Quanto lei sta dicendo sarà messo agli atti. Si tenga a disposizione per ulteriori accertamenti

OLFATTIVO

Sulla strada ostruita dal traffico, tubi di scappamento esalavano asfissiante gas azzurrino. L’aria calda e afosa sollevava dalle acque del lago il tipico odore lacustre, dal sentore di pesce e alga marcita. Nelle autovetture in coda con i finestrini abbassati, le bottigliette di aranciata e pepsi cola a portata di bocca spargevano il loro aroma mescolato all’acre sudore olezzante di rabbia e calura degli occupanti seduti negli abitacoli surriscaldati.

Dalla cabina dell’autotreno un acuto effluvio di pane e mortadella, unito a tanfi di rutti aromatizzati al barbera, dirompeva fra gli insulti di un nerboruto guidatore, che non riusciva a sbloccarsi da quel fetido passaggio in cui aveva incrociato la corriera del paese.

Lì, inermi passeggeri aggrappati alle maniglie di sostegno, lasciavano sgorgare dalle ascelle gocce perlate, un miscuglio di profumi, saponi e odore corporeo, volgarmente: puzza.

E quel vortice di afrori incontrollati, salendo lungo le nari della donna incinta, forse raggiunse anche il feto protetto nel grembo materno. Il quale scalciò considerando: “Questo è troppo!”. E la mamma, per proteggerlo, pensò bene di svenire.

TELEGRAFICO

Segnalato intoppo stradale riva destra del lago. Stop. Autobus e TIR altezza farmacia Briz. Stop. Lunghe file di veicoli. Stop. Malore donna incinta. Stop.

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CORVUS 2020: l’intervista senza precedenti, di TartaRugosa ai tempi del Covid-19, 23 marzo 2020

In psicologia, un metodo per sviluppare empatia (o anche per far fronte a vissuti
conflittuali di natura fisica, psichica, relazionale, emotiva) si basa sull’assumere la
prospettiva dell’oggetto con cui ci si sente in difficoltà (immaginare come l’altro
viva la situazione, cosa sente, cosa pensa). Metodo tra l’altro utilizzato anche
nella scrittura creativa, quando si raccontano i fatti della storia sulla base
dell’opinione di un certo protagonista.
Solo un mese fa, io e L. siamo state sfiorate dall’idea di frequentare un ciclo di
incontri di scrittura calendarizzati nella giornata di sabato, giorno libero per
entrambe.
Poi è successo quello che è successo e adesso i giorni liberi sono tanti.
Per cui tengo fede al mio proposito di riempire in modo proficuo le ore quotidiane,
cercando pure di tenere a bada momenti di ansia, immaginando (sia pur
faticosamente) di esorcizzare sentimenti pessimistici attraverso l’utilizzo del punto
di vista del soggetto più chiacchierato del momento.

Corvus 2020: l’intervista senza precedenti

Antefatto
C’è un grande fermento a Viruslandia. Da poche ore infatti è rientrato Corvus, il
primo virus del nuovo millennio che ha realizzato con successo il temuto salto di
specie. Avendo girato il mondo in lungo e in largo, si è dichiarato pronto per uno
scoop sensazionale: interloquire con l’umano per svelare il segreto della sua
notorietà.
Ecco che cosa ci ha raccontato.
Perchè il nome Corvus?
E’ il nome in codice che dobbiamo scegliere per contraddistinguere ogni missione
speciale. Corvus mi è stato ispirato dal corvo. Lei sa che la nostra diffusione è in
larga parte anche nelle specie animali e abbiamo appurato che i corvi sono molto
opportunisti, longevi e intelligenti nel sapersi procacciare il sostentamento.
Come funziona il vostro ordinamento gerarchico a Viruslandia?
Il mio popolo non ha come voi una stratificazione sociale complessa, regolata in
base a concetti di superiorità o inferiorità: noi siamo esseri aventi lo stesso diritto
egualitario di crescere e moltiplicarci.
L’organizzazione è molto semplice. Il gruppo più folto è quello dei Pacifici, che
confidano sui loro Sostenitori  (quelli che voi chiamate le Vittime) e conducono un’esistenza relativamente serena,
tant’è vero che a volte nemmeno ci si accorge di loro.
La nostra forza è data dai mentori, ovvero i Reduci. E’ grazie a loro che il nostro
popolo riceve un’istruzione accurata, concentrata in tre uniche materie: la Storia,la Scienza e la Comunicazione.
Gli elementi di base vengono recepiti da tutti, ma i mentori, nel trasmettere la loro
saggezza, selezionano tra gli allievi gli Innovatori, ai quali viene affidato il
compito, per l’appunto, di monitorare costantemente le condizioni ambientali più
idonee per la propria sopravvivenza e suggerire le strategie più semplici da
adottare nel caso sopraggiungessero stravolgimenti inaspettati. I Reduci sono i
depositari sia di imprese ben riuscite, sia di catastrofi che hanno rischiato più volte
il nostro annientamento.
Come dicevo, la nostra indole è pacifica, tuttavia anche a noi capita talvolta di
sbagliare tattica e di suscitare pertanto nel nostro Sostenitore reazioni di dura
rappresaglia.
Sappiamo, la Storia ce lo ha insegnato, che nei nostri rapporti con l’umano
abbiamo subito varie disfatte a causa di elementi tossici appositamente formulati
per metterci a tacere ed è diventato pertanto fondamentale istruire neo-scienziati
per aggirare l’ostacolo.
I Reduci hanno molto a cuore le nuove leve di virus che migliorano il nostro
assetto sociale. Sa, i Pacifici, in quanto tali, non gradiscono i cambiamenti, si
accontentano del loro status, col tempo si impigriscono e portano l’intera
Viruslandia ad appiattirsi e a dimenticare il gusto della sfida di nuove scoperte.
Sia ben chiaro, non è che poiché la nostra organizzazione sociale è semplice, i
nostri caratteri siano indefiniti.
Tutt’altro. Gli Innovatori sono quelli che voi chiamereste disadattati: polemici,
ostili, provocatori, litigiosi. Non è casuale che i Reduci li riescano ad individuare
immediatamente e ad investire sulla loro educazione. I tratti di personalità
vengono ritenuti importanti per la voglia di innovare, sovvertire un po’ le regole,
esplorare nuove frontiere, ma naturalmente occorre smussare i loro aspetti meno
piacevoli che si manifestano nella convivenza sociale.
Personalmente posso farmi da portavoce per tutti gli altri della categoria: la scuola
dei Reduci in qualche modo corrisponde a quella che chiamate casa di
correzione. Con grande pazienza, ma anche molta severità educativa, i nostri
mentori ci mostrano le modificazioni evolutive che ci permettono di popolare il
pianeta in misura assai superiore alla vostra. Inoltre, come superstiti alle grandi
tragedie incontrate nei nostri incontri con l’umanità, al termine del ciclo di studi ci
utilizzano per predisporre piani strategici da vagliare poi in un Grande Consiglio
che nominerà i lavori ritenuti migliori.
Ogni Innovatore sa che se porterà a casa un risultato discreto, sarà riconosciuto
come eroe della comunità. Non aspiriamo a premi di potere, ricchezza, prestigio:
per noi è sufficiente scoprire nuove opportunità per migliorare la nostra qualità di
vita.
Veniamo un po’ all’ultima impresa …

Come spiegavo, gli Innovatori disprezzano il pericolo e, nei lunghi anni di studio,
fanno della loro arroganza una prova di coraggio. Dopo essere stati bistrattati
dalla grande famiglia dei Pacifici, finalmente possono ripagare la fiducia posta nei
loro confronti dai Reduci con azioni di valore inestimabile.
Quando mi è stato comunicato dal Reduce Anziano che mi avrebbero affidato
una missione pericolosa, ne sono stato profondamente onorato, un po’ come per
alcuni della vostra Specie: immolarsi per il bene della patria, come per i vostri
kamikaze, è la massima aspirazione di ogni virus.
Per predisporre il progetto del salto ho ripreso per lungo tempo il ripasso dei
capitoli fondanti di Storia relativi ai nostri precedenti successi e su cui i Reduci
insistono fino a farceli imparare a menadito: spagnola, asiatica, aviaria, suina,
sars, tanto per citare le imprese più recenti.
Quello che ho ben interiorizzato è che occorre essere predisposti ai viaggi e
proprio da qui sono partito per pianificare un percorso. Alcuni elementi facilitanti ci
erano già stati passati: non bisogna né stare fermi, né prendersela comoda, né
manifestare comportamenti belligeranti.
Ho sempre sognato di varcare i confini di Viruslandia e scoprire le bellezze del
mondo. In questo voi ci avete insegnato moltissimo, ma un conto è studiare la
teoria, tutt’altro impatto invece è sperimentare direttamente la conoscenza della
diversità.
In questa missione ho goduto di scenari incredibili, di usanze di cui avevo sentito
qualche racconto, ma sicuramente impossibili da immaginare.
Vede, in questo pure abbiamo dei punti di contatto: spostarsi per voi è essenziale,
e non solo per divertimento. Noi abbiamo bisogno di qualcuno che ci accolga e ci
porti con loro, altrimenti diventerebbe davvero complicato superare le frontiere;
tenga conto che il salto di specie implica una sorta di salto nel buio. Per questo
abbiamo delle solide basi scientifiche per verificare man mano le soglie tollerabili.
Però avete scelto persone la cui età e condizioni fisiche non consentono grandi
spostamenti….
Ha ragione. Infatti uno dei motivi del mio rientro è proprio legato alla necessità di
registrare le curve delle età e del sesso e paragonarle tra i vari Paesi, perché, ma
questo già lo sapete, nei vostri territori sussistono parecchie disparità. Mi era
arrivato il messaggio che la vita media dell’umano è in aumento in parecchie zone
del mondo e questo è stato un indicatore che mi ha stimolato a scegliere una
categoria che già si era mostrata forte nel corso del tempo.
Nel materiale che ho raccolto, ho però segnalato che ci sono lacune nella nostra
materia di Scienze e quindi dobbiamo aggiornarla – un po’ come fate voi con
Wikipedia – perché l’età dell’anziano non è predittivo di vittoria.

Guardi che anche per noi è una tragedia la morte del nostro Sostenitore: se
muore lui, moriamo anche noi.
In questo evidentemente sono stato lungimirante, perché ho predisposto la nostra
moltiplicazione prevedendo che ogni soggetto potesse regalarci a 2,5 soggetti
diversi. Ma, e mi scusi se sono un po’ narcisista, la mia intelligenza ha fatto sì che
man mano che i nuovi virus si sviluppavano, migrassero con un insegnamento
fondamentale: cercare luoghi molto affollati e lasciar perdere anziani soli.
Per noi la Comunicazione è essenziale. Certo ammetto che sono stato anche un
po’ fortunato: sapesse quante persone avrei scartato in base all’età e le ho poi
invece ritrovate su navi ospitanti più di tremilacinquecento passeggeri; agli stadi
per assistere alle competizioni sportive; ai centri di ritrovo a giocare a carte, a
ballare; negli aeroporti e sui treni; nei cinema e nei teatri… Chi avrebbe mai
immaginato che in questo loro lodevole attivismo nascondessero nel corpo difese
molto basse. Abbiamo avuto anche noi parecchi decessi.
Però con i giovani e i bambini siete stati generosi
Guardi, per noi la generosità non esiste. Noi dobbiamo solo aumentare di numero.
Evidentemente giovani e bambini sono i Sostenitori ottimali ed è questo il
messaggio che cerco di trasmettere, sperando che i neovirus mi diano ascolto.
I veri Sostenitori sono proprio quelli che ci aiutano nel nostro processo di
moltiplicazione. Gli adolescenti, nelle loro manifestazioni, sono un po’ come i
nostri Innovatori prima della rieducazione: un po’ ribelli e menefreghisti, con tanta
energia e desiderosi di nuove avventure. Alcuni di loro ci sono stati proprio di
aiuto, anche se non posso fare a meno di mandare un ringraziamento a chi,
nonostante il pericolo, ha sfidato la sorte è si è spostato, trasportandoci in zone di
potenziale sviluppo.
Si ritiene un vincitore?
No, assolutamente. Già abbiamo visto che alcune parti del mondo sono diventate
off limits. Nel momento in cui voi non vi incontrate più, per noi è un’ecatombe.
Ecco perché una delle nostre parole chiave è Velocità: prima arriviamo in spazi in
cui esistono contatti di prossimità, più possibilità avremo di resistere ancora per un
po’.
Ma anche voi state imparando a comunicare quasi bene quanto noi.
Prima o poi quindi finiremo il nostro ciclo. Vede, il mio rientro a Viruslandia è
strategico. Ora che ho capito quali sono i mutamenti necessari, posso già da qui
inviare i compagni Innovatori a colpo sicuro sui nuovi Sostenitori.
Ultimamente ho infatti scoperto che ci sono parti del mondo in cui gli umani non
conoscono e non hanno i mezzi per tenerci a bada. Quindi, per concludere,
sicuramente questa missione terminerà, ma sarà necessario ancora del tempo.
Allora si ritene uno sconfitto?

No. Se lo ricorda cosa le ho detto all’inizio? Noi abbiamo i nostri Reduci che
lavorano incessantemente. Il mondo non finirà per noi, come non finirà per voi.
Avremo tutti un bel da fare dopo il nostro passaggio, ma questo è sempre stato il
nostro scopo esistenziale. E il tempo ce lo ha sempre dimostrato. Quando meno
uno se lo aspetta, noi arriviamo.

guardiamo Gilda e alla saggezza della sua lentezza e  capacità di resistere… , 20 mar 2020

carissima ****(e naturalmente *** e ***),
condivido ogni tuo pensiero, dal primo all’ultimo.
E proprio perchè cerco sempre di tenere una visione ampia – con tutti i limiti della mia ignoranza – continuo ad essere convinta che la vera tragedia che sta smuovendo il mondo (occidentale) è che è stato messo in scacco il delirio di onnipotenza dell’essere umano.
Arcisicuri di potercela fare sempre,  all’arrembaggio della conquista di altri spazi al di fuori della Terra, alla sperimentazione di un’intelligenza artificiale, ma, al tempo stesso, del tutto incuranti di quello che da decenni ci stanno raccomandando: il pianeta soffre, non è una risorsa inesauribile. Ci voleva una ragazzina autistica per cercare di richiamare l’attenzione su questi temi: pare un’ironia della sorte pensando alle folle sostenitrici delle sardine …
E ora, dopo giornate interminabili a cercare di capire che cosa fare, ad accusare le manovre economiche, a dire e negare, professare il giusto e l’ingiusto, il mondo sta collassando di fronte a un virus.
Non poterlo controllare è uno smacco.
Soprattutto perchè stavolta riguarda proprio tutti. Quando succedono terremoti, alluvioni, tsunami, (con un numero spaventoso di vittime) la nostra pancia ne viene ferita, ma se non ci riguarda da vicino, piano piano passa e resta solo l’oggi di chi è colpito e deve fare  conti con la ricostruzione.
 Ben inteso, percepisco il clima drammatico né lo sottovaluto, però non posso fare a meno di pensare anche ad altre notizie: prima, guardando la tv, uno spot pubblicitario ha messo in onda il filmato in cui si dichiara che muore un bambino denutrito ogni 15 secondi.  FIno a poco tempo fa, notizie riguardo allo scioglimento dei ghiacci, sembravano un muto appello a invitarci a fare qualcosa prima che la situazione diventi un’emergenza.
Speriamo che ora che siamo a casa, davvero un pensiero di più ampio respiro ci faccia riflettere sui nostri stili di vita e recuperare un senso di solidarietà verso la  terra che ci ospita e verso chi non ha ancora risorse per la propria sopravvivenza.
In tutto questo, ovvio prevale anche il sentimento della paura, ora che ci siamo accorti della nostra impotenza.
Che dirti, guardiamo gilda e alla saggezza della sua lentezza e  capacità di resistere… probabilmente a quest’ora le sue sorelle inizieranno a uscire anche ad amaltea.
speriamo di rivederle primo o poi…
baci
***
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GILDA di nome, LA PESSOIANA di cognome

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Volevo condividere questo momento: Gilda oggi è vispissima sembra volerci dire che….andrà tutto bene, L. A.

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TartaRugosa riflette su: Marc Augè (Il tempo senza età, 2014, Raffaello Cortina) e Miciù (1997-) si tengono assieme

Ormai vecchiaia e soggettive descrizioni che grandi nomi ci regalano sono in graduale aumento, portando a conoscenza del lettore di come si arriva e si attraversa questo importante traguardo (se già non ci si è arrivati per conto proprio).

Marc Augé, antropologo e filosofo francese conosciuto soprattutto per la sua definizione di “non-luogo”, affronta il suo diventar vecchio contestualizzandolo per lo più come marchio sociale, come condizione imposta dalla sottolineatura tra età anagrafica e quella percepita. “Conosco la mia età, posso dichiararla, ma non ci credo”, sintetizza in una frase l’autore.

E il sottotitolo del libro “la vecchiaia non esiste” è ancora più lapidario, ovvero sebbene sia evidente che il corpo si logora col passare del tempo, la soggettività rimane identica e quindi, da questo punto di vista, la vecchiaia è superata dal concetto che rimanendo quello che siamo (Hillman insegna), praticamente moriamo tutti giovani.

Nelle reminiscenze raccontate da Augé, quella che mi ha fatto scattare la voglia di creare connessioni è il riferimento alla sua gatta Mounette (“ha avuto lunga vita da gatto ed è morta a circa quindici anni nell’appartamento dei miei genitori”) e alle trasformazioni da lei compiute nel corso della vita, senza però intaccare il suo carattere.

La sua indole è rimasta la stessa fino alla fine, godendo del più piccolo raggio di sole: incollata al calorifero in inverno; drizzando le orecchie al primo tubare dei piccioni in primavera; accettando i segni del nostro affetto costante con l’identica benigna indifferenza che aveva sempre fatto parte del suo fascino da quando era giovane”.

Ecco perché in questo caso Marc Augé e Miciù si tengono assieme.

Miciù, detta Lady Miciù”, ha appena compiuto 22 anni e 8 mesi. Ha avuto un ruolo molto importante nella nostra vita di TartaRugosi poiché ha segnato una svolta storica: è stato il primo animale che è entrato in appartamento per quello che si pensava un tempo predefinito dettato da una cura antibiotica (era una gattina partorita nel giardino lacustre e colpita a soli quattro mesi da rinite) e non ne è più uscita.

E’ sempre stata una gatta altezzosa con una forte padronanza del Sé (se di Sé si può parlare nel gatto) – da qui il soprannome di Lady – scorbutica con i suoi simili come si conviene a un figlio unico e viziato, affettuosa quanto basta secondo i suoi tempi, solitaria e curiosa, esploratrice quando riportata in vacanza nel giardino lacustre e temeraria fin troppo, avendola riacciuffata in più occasioni di fuga pericolosa.

Ne siamo sempre rimasti affascinati, quasi da babbei, osservandola crescere; divertendoci quando improvvisamente il rifugio sotto il divano non era più accessibile date le dimensioni aumentate con lo sviluppo; cedevoli quando i suoi perentori miagolii in piena notte eliminavano il diktat “nella stanza da letto no!”; premurosi le rarissime volte in cui qualche guaio ci costringeva a una visita dal veterinario; educativi, inutilmente, quando altri gatti sono entrati a condividere lo stesso tetto.

Come scrive Augé “E poi nel corso degli anni, impercettibilmente, le sue forze hanno incominciato a cedere”.

Da quando ha compiuto 19 anni, ho sempre pensato che fosse lei la prima a lasciarci. Invece – quasi come preveggenza del veterinario “Metterà via tutti”, – se ne sono andati prima Chat Noir e l’anno scorso Luna.

Il primo segnale di cedimento per Miciù è stata la sordità. Proprio non ci sente: da qualche anno sopraggiungere alle sue spalle la fa sempre trasalire. L’odorato però si conserva benissimo, visto che è sufficiente aprire una bustina per vederla arrivare. Ma mentre prima la sua corsa si manteneva abbastanza agile, da un paio d’anni probabilmente è intervenuta l’artrosi e ora, più che correre, si può dire caracolli, perché anche il cammino, all’alzata, è diventato incerto.

Dal maggio dell’anno scorso è peggiorata la sua insufficienza renale. Pur tuttavia anche l’estate del 2019 – i classici tre mesi – li ha trascorsi serenamente in giardino, trovando tutte le scorciatoie possibili per evitare i gradini e godendosi il sole nelle posizioni più strane per autocurarsi con l’elioterapia.

Nelle sue peripezie, tuttavia, è rimasta sempre la Lady che abbiamo conosciuto nel passato. I suoi spazi si sono mantenuti rigorosamente alla larga dagli altri quattrozampe e ha iniziato ad onorare di nuovo l’appartamento cittadino solo dopo quattro mesi dal decesso di Luna, infine convinta della sua assenza.

Anche nel caso di Miciù, sento di condividere l’assunto di Augé: il corpo parla della vecchiaia, ma la sua indole rimane quasi sovrapponibile alla sua più giovane adultità.

Ora, dallo scorso novembre, Miciù è costretta a provare l’ebbrezza dello studio veterinario: l’unica alternativa alla soppressione è infatti la flebo idratante a giorni alterni per diluire la carica batteriologica delle sue urine. Incredibilmente questi dieci minuti di terapia palliativa l’hanno ringalluzzita: dalla sua postazione fissa in bagno (ben vicina a lettiera, ciotola d’acqua e di cibo) ha iniziato le passeggiate in cucina e in soggiorno, ha ripreso a mangiare con discreto appetito, ma non riesce più a salire sulla poltrona.

Quindici giorni fa però c’è stato un ulteriore cedimento. Il suo digiuno protratto ci aveva convinto a intervenire in forma più drastica, poiché l’esperienza con Luna non voleva essere ripetuta.

Fissato l’appuntamento col veterinario per l’eutanasia dopo l’ultima idratazione – eravamo senza auto – ognuno di noi due TartaRugosi faceva i conti con la propria elaborazione del commiato. Perché anche se sono anni che ci diciamo che siamo arrivati alla fine, quando poi ci arrivi davvero non sei mai pronto.

Ma Miciù ha conservato anche la sua testardaggine, alla faccia della vetustà.

Ha ripreso a mangiare, se pur dimezzando le quantità. Sappiamo che stavolta non potranno esserci più riprese mirabolanti, ma siamo ancora affascinati dalle sue precise comunicazioni: al mattino non mangia se non iniziamo la giornata con lo sticker di ghiottoneria; alla sera, puntualmente, intorno alle venti, all’ora del telegiornale anziché accucciarsi sul tappetino vicino alla poltrona, si piazza a muso in su, fissandoti intensamente finché non la prendi in braccio.

Beninteso, la concessione è regolata dai suoi desideri: circa quindici minuti di coccole a base di baci e massaggi e poi il messaggio chiaro delle zampe anteriori sul bracciolo della poltrona. Fosse per lei si lancerebbe da sola, ma dopo aver assistito a un suo salto precario e a un trascinamento dolorante delle zampe posteriori, ora si muove verticalmente solo se accompagnata.

Gatta davvero con una soggettività sorprendente, tanto quanto Luna aveva una inaudita relazionalità.

Per Miciù non ci saranno commemorazioni particolari. Come per la sua Mamma Gatta Subdola, inavvicinabile ma onnipresente e deceduta a sedici anni nel giardino, mi limito con gioia a vederla vivere e a condividere il titolo dell’ultimo libro di Boncinelli: Essere vivi e basta.