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Autore: Paolo Ferrario
TartaRugosa ha letto e scritto di: ANDREA BAJANI (2016), Un bene al mondo Einaudi, Torino
TartaRugosa ha letto e scritto di:
Andrea Bajani (2016)
Un bene al mondo
Einaudi, Torino

Se qualcuno ti chiedesse di dare un volto al dolore, o di descriverne l’odore, o di raccontare la sua forma, o di definirne il colore, che cosa sceglieresti con una sola parola?
E’ una domanda che mi sono posta rincorsa da migliaia di parole sparse nell’aria, non sempre sicure della loro destinazione, ma soltanto vogliose di essere dette. Perché, come scrive Bajani, “una parola, se non ha nessuno a cui dire una cosa, smette di vivere”.
Sul dolore molto si narra, con rabbia, con inquietudine, con disperazione, con frenesia, con disillusione, con saggezza, con ricordo e volontà.
Nell’esperienza personale, tuttavia, mentre si convive con esso in tempo reale, si fa una certa fatica a essere accoglienti e riconoscenti nei suoi confronti.
Il dolore è quella roba dal cui abbraccio vorresti scioglierti e al cui strazio sottrarti. Invano.
Bajani prova invece a guardarlo direttamente, dandogli un’identità ben precisa perché, anche se tu non lo sai, il dolore può già venirti a trovare quando sei nella culla, “la mamma era un’ombra grande distesa su un letto, il dolore un’ombra più piccola che lui cercava di mettere a fuoco. Il dolore gli faceva solletico ai piedi, e il bambino apriva la bocca e rideva”.
Ecco quindi che il dolore diventa un compagno di vita fedele, è felice di starti accanto, conosce tutto di te, ti ama e ti protegge.
Il dolore,qui, nel bambino, simbolicamente assume la forma del cane. “Il dolore si porta a passeggio nei boschi, cosicché possa incontrare altri dolori, annusarli, riconoscerli e scodinzolare, oppure evitarli perché troppo ringhiosi”.
Questo l’esordio:
“C’era un bambino che aveva un dolore da cui non voleva mai separarsi. Se lo portava dappertutto, ci attraversava il paese per andare a scuola tutte le mattine. Quando arrivava in classe, il dolore si accucciava ai suoi piedi e per cinque ore se ne stava senza fiatare … Quando arrivava a casa … stendeva una tovaglia sul tavolo e mangiava. Il dolore montava sulla sedia accanto, e mentre mangiava, il bambino lo accarezzava. Quando c’erano i genitori, invece , il dolore stava tra i piedi del suo padrone. Di tanto in tanto, il bambino faceva sparire la mano sotto il tavolo e gli offriva un pezzo di pane. Il dolore avvicinava il muso alla mano, e dopo gli leccava le dita”.
Il dolore del bambino ci appare un dolore docile, morbido, quieto.
Ma c’è anche il dolore grosso del padre che “difficilmente riusciva a tenerlo al guinzaglio. Perciò spesso si liberava con uno strappo e aggrediva chiunque gli passasse vicino. Apriva le fauci, latrava e dopo si sentiva l’urlo di chi era stato colpito”.
La violenza esiste. Esiste il male. Entrambi talvolta possono essere immaginati altrove, anche se troppo spesso si assopiscono dentro le pareti di casa.
“Il paese dove vivevano il bambino, il suo dolore e i suoi genitori era un posto che non stava da nessuna parte … era tagliato in due dai binari del treno … Oltre i binari ci andava solo la polizia. Là abitavano dolori anche più feroci. Il bambino andava oltre i binari. Nonostante facesse paura a tutti, al bambino quel mondo sembrava abitato solo da persone gentili”.
Forse perché là, oltre i binari, abita anche la bambina sottile col suo dolore piccolo e spelacchiato che però quando esce lascia dall’altra parte della ferrovia, perché tanto sa che l’avrebbe subito ritrovato al ritorno.
Ma quello sarebbe stato il loro segreto e ogni volta il bambino non dice niente a nessuno “perché un segreto mostrato a tante persone è un segreto che muore”.
E proprio là, dove c’è la ferrovia con il cartello blu della stazione con scritto il nome del paese, era bello poter pensare che “un giorno sarebbero stati lì ad aspettare, pronti a partire. Sarebbero andati anche loro oltre il confine, anche se di quello che c’era dopo non sapevano niente”.
In quel luogo, nell’illusione, prendono forma le lettere mai scritte alla bambina sottile, per acchiappare con lei il sogno di salire sul treno e varcare il confine. Lì, in quelle lettere scritte solo col pensiero “il dolore era più allegro, e tutti e due gli occhi sorridevano quando il treno sfrecciava”
Nella storia del bambino, anche il dolore feroce si può addomesticare. Quello del padre era molto grosso, per questo lo affida al figlio, visto che è così bravo con il proprio. Così il bambino aggancia il collare al suo guinzaglio e lo porta fuori.
“I dolori del padre e del figlio per la prima volta giocarono insieme. Il dolore del padre era maldestro e forse era la prima volta che giocava davvero. Si alzava di poco da terra e subito ricadeva più pesante e affannato. Eppure alla fine il beneficio fu grande. Correre dietro gli uccelli, inseguire le farfalle che fingevano di essere foglie, fece venire al dolore del padre un muso più mite”.
Il dolore qualche volta scappa, cerca un’altra strada, un’altra casa da abitare, ma è complicato accettare la separazione: “Per molto tempo il dolore non si fece vedere, ma non abbandonò mai il suo padrone. Perché se è vero che il bambino non poteva vivere senza il suo dolore, era vero anche l’inverso: senza il bambino il dolore era un’ombra che girava per strada. .. Per questo, e nonostante ciò era successo, il dolore non avrebbe mai lasciato il bambino. Lo seguiva da lontano quando lo vedeva camminare in paese, e ogni sera dormiva sotto il suo balcone”.
Come tutti i dolori, anche il dolore del padre ha bisogno del suo vero padrone e quando il bambino glielo restituisce per uscire di casa, quando rientra trova una cosa brutta: “una signora disse che doveva farsi coraggio perché dentro c’era la polizia …Il poliziotto gli spiegò che non era successo niente di irreparabile. Era soltanto il dolore del padre che aveva avuto una crisi… disse di stare tranquillo perché avevano chiuso il padre e il suo dolore dentro una stanza”.
Cosa può fare il bambino se non diventare conchiglia in fondo all’abisso e aspettare?
“Quella notte …trattenne il respiro e saltò … e scivolò fino in fondo all’abisso … prese la conchiglia tra le dita … Tornò verso la superficie lasciandosi trasportare…Sfondò il mare con un respiro che si spalancò e gli sembrò di respirare tutto il cielo … Di fronte c’era la casa … e tutto fu come era sempre stato, e tutto fu di nuovo per la prima volta”.
Ci si potrebbe domandare come va a finire questa storia.
Cosa ne è del bambino, del suo viaggio che va oltre il confine.
Cosa ne è della bambina sottile che rimane nel paese, oltre la ferrovia.
Cosa ne è delle parole disordinate che volano in una tormenta di suoni, in infinite lettere iniziate con un “caro” e una “cara”.
Cosa ne è del loro amore, delle loro paure, dei loro fedeli dolori.
Cosa ne è del fatto che non sono più bambini, ma adulti.
Ma nelle vie della città che è una qualsiasi città e del paese che non si sa dove sia, pure appaiono le stesse cose di sempre: le piazze, le chiese, le scuole, i negozi, i cimiteri, le stazioni.
Dentro quelle stazioni arrivano e partono treni e dentro i treni persone salgono e scendono, ma nella loro solitudine non sono mai veramente soli, perché il dolore sempre li accompagna tutti.
Qualche volta si allontana, ma poi ritorna perché ha bisogno di qualcuno che si occupi sul serio di lui.
Come la lettura delle parole scivolate nelle pagine di questo libro che, in un tempo senza tempo e in uno spazio senza spazio, a volte un po’ distanti, a volte appiccicate addosso, chiedono di essere abbracciate e amate perché vivono in ognuno di noi.
TartaRugosa ha letto e scritto di: David Le Breton (2016), FUGGIRE DA SE’. Una tentazione contemporanea, Traduzione di Maria Gregorio, Raffaello Cortina Editore
TartaRugosa ha letto e scritto di:
David Le Breton (2016)
Fuggire da sé. Una tentazione contemporanea
Traduzione di Maria Gregorio
Raffaello Cortina Editore

A poco più di sei anni, davanti allo schermo della televisione dello zio Crippa, Carosello mi raccontava le scenette della buona notte. Una in particolare mi stupiva, forse perché in quel tempo della crescita stavo apprendendo le costanti raccomandazioni di porre attenzione alle macchina quando attraversavo la strada. Così l’immagine di Ernesto Calindri che, contro il logorio della vita moderna, si beveva un Cynar seduto al tavolino in mezzo a sfreccianti automobili, mi faceva sorgere mille interrogativi sulla sua obbedienza, nonché sicurezza.
Circa mezzo secolo dopo, questo aneddotico tentativo di sfuggire allo stress non è più funzionale e l’uomo contemporaneo è costretto a cercare nuove soluzioni.
Il libro dell’antropologo e sociologo Le Breton è un affascinante trattato delle possibilità agite dall’individuo per far fronte alla modernità del nuovo assetto sociale che, in tempi estremamente rapidi, si è trovato improvvisamente intorno.
“In una società dove dominano flessibilità, urgenza, velocità, concorrenza, efficienza, essere se stessi non è più cosa ovvia, poiché diventa necessario rigenerarsi di continuo, adeguarsi alle circostanze, assumere autonomia, mantenersi all’altezza. … Non è più sufficiente nascere e crescere … occorre costruire se stessi di continuo, tenersi in perenne movimento, dare un significato alla vita, puntellare la propria attività con certi valori”.
Uno stile di vita che non sempre facilita la tenuta. Biancore è il termine che Le Breton adotta per definire la presa di distanza che ognuno di noi ben conosce quando il mondo ci diventa una coperta pesante addosso.
“Il biancore è la risposta che l’individuo dà alla sensazione di essere saturo, troppo carico. E’ la ricerca di un rapporto attenuato con gli altri: è la resistenza da opporre agli imperativi di costruirsi un’identità nel contesto dell’individualismo democratico delle nostre società. Tra il legame sociale e il nulla si delinea un territorio intermedio, una maniera di ‘fare il morto’ per un breve momento”.
Desideroso di immergersi nella conoscenza dei tentativi di fuga da sé, lo scrittore delinea un tracciato possibile nelle diversi fasi della vita, perché non esiste un momento preciso in cui lo staccarsi temporaneamente dalla propria soggettività si manifesta. Lo dimostrano i molteplici esempi di letteratura citati, le vicende di cronaca, la psicopatologia, tutte le suggestive prove di annientamento che non portano alla morte sicura, ma allo sforzo di riavvicinarsi a se stessi (dopo il biancore) coniugando più o meno felicemente le condizioni sociali e quelle affettive.
Le misure da adottare sono mirabilmente descritte nei diversi capitoli del libro.
Essere presenti senza più esserlo, per esempio, è un bisogno che emerge quando è necessario disinvestire un mondo oppressivo, quando si è stanchi di apparire come gli altri ti obbligano a essere, quando si aspira all’invisibilità, a vivere a minima. Ne sono stati prove viventi nel proprio modo di esistere Emily Dickinson e Robert Walser. Ma anche l’impiegato Bartleby uscito dalla penna di Melville o l’uomo che dorme di Perec o, ancora, gli eteronimi di Pessoa che, per essere nessuno, ricorre al trucco di moltiplicarsi.
Sonno, stanchezza, depressione, personalità multiple, ludodipendenza sono altrettanti modi per scomparire in forma discreta.
“Il sonno è un rifugio per non esserci più, protegge dall’impegno in un mondo percepito come troppo aspro. … Dormire è un’astuzia per sottrarsi al dovere di farsi sempre carico della propria esistenza”.
Il costante sforzo di dimostrare di essere capace di agire da solo diventa terreno fertile per fare attecchire e sviluppare la depressione: “l’individuo è come espulso dalla vita, non si riconosce più e diventa altrettanto irriconoscibile per chi lo circonda. Scompare in forma tragica e dolorosa con l’acuta consapevolezza di rimanere se stesso pur essendo ormai deprivato di ogni potere, al punto che la sua esistenza di prima gli appare come un paradiso perduto, ormai inaccessibile. … pagando il prezzo di una lunga sofferenza, l’individuo ‘fa il morto’ per non morire, pur non provando più piacere di vivere”.
L’adolescenza, per antonomasia, è l’età in cui si ha maggior difficoltà nel riconoscersi nella propria pelle. Mancandogli il tempo di aver maturato la storia di sé, l’adolescente non riesce a relativizzare la propria sofferenza e crede che lo stato delle cose non possa mai più modificarsi. Un buon sotterfugio per scappare da sé è il contatto virtuale: “Sulla rete è possibile diventare chiunque, e perfino moltiplicare le improbabili figure di persone che si potrebbe essere. … Il virtuale non è un nulla quanto, semmai, un’assenza rispetto al mondo delle relazioni sociali a vantaggio di quelle digitali, quindi senza voce né volto”.
Di grande interesse, oltre all’illustrazione di altre possibili forme di fuga del giovane adulto, è la spiegazione fornita dall’autore sulla scomparsa nell’altro, ovvero l’adesione a una setta o a forme di integralismo religioso. “Le tecniche di reclutamento sfruttano il disorientamento, la sensazione di insignificanza, la desocializzazione e, per i gruppi che sconfinano nel terrorismo, il risentimento, l’odio per l’altro, considerato responsabile di ogni male … L’adesione del giovane affiliato poggia sulla sicura convinzione che le idee proposte siano quelle giuste, sulla seduzione esercitata da un’altra recluta che descrive in maniera esaltante l’esistenza comune o l’imminente accesso al paradiso in virtù di un’azione clamorosa”.
Anche la vecchiaia, in fondo, è una spossessione progressiva, “un lento ritrarsi che si traduce anche nella scomparsa di vecchi amici, parenti o vicini di casa; vengono meno le precedenti responsabilità professionali e subentrano nuove invalidità. … Da un colpo al narcisismo all’altro l’esistenza finisce per essere di peso”. La forma più drammatica di disinvestimento dal mondo e da sé, considera Le Breton, è la demenza. “Quando la persona non riesce più a intessere il racconto che garantisce la coerenza della vita, la sua storia sprofonda come se un narratore non ricordasse più il proprio testo. …La memoria si spezzetta in frammenti che nulla più tiene insieme. Ciò che non vede più non esiste più. … Estranea a se stessa e ai suoi cari, ridotta a qualche formula, qualche gesto, priva di memoria, la persona entra in una no man’s land”.
Un altro avvincente capitolo è dedicato alla sparizione senza lasciare traccia di sé. Dalla costatazione che talvolta anche un semplice viaggio risulta vantaggioso per scrollarsi di dosso impegni, responsabilità o anche vincoli familiari, l’autore arriva a considerare alcuni casi di persone che hanno deciso di organizzare scientemente la loro sparizione scegliendo “di cancellarsi dalla rete dei rapporti e ricominciando a rivivere in un orizzonte diverso. Liberarsi dai vecchi impegni diventando un’altra persona, in un’altra regione, un altro paese, un altro continente, modificando il proprio stato civile o anche mantenendolo, nel caso in cui le probabilità di essere ritrovati siano scarse”. Cita inoltre come esempio alcuni casi letterari di Pirandello, Simenon, Auster, per chi fosse attirato da questo tentativo di comportamento.
Sicuramente nel suo libro Le Breton analizza i modi più estremi di cercare il biancore: la maggioranza degli individui non vi incappa, per fortuna.
Ciò non toglie che la nostra identità è fragile: “La sensazione di essere un sé unico, solido, con i piedi ben piantati per terra, è una finzione personale che gli altri devono costantemente corroborare con maggiore o minore buona volontà. L’individuo rinasce di continuo” ed è questo il motivo per cui il biancore va giudicato positivamente e perseguito con equilibrio.
“Il biancore, in genere, non è uno stato durevole, quanto un rifugio più o meno prolungato, una sorta di camera di decompressione”.
Tartarugosa, dal suo letargo, sottoscrive felicemente convinta.
TartaRugosa ha letto e scritto di: LIONELLO SOZZI (2011), Gli spazi dell’anima. Immagini d’interiorità nella cultura occidentale, Bollati Boringhieri
TartaRugosa ha letto e scritto di:
Lionello Sozzi (2011)
Gli spazi dell’anima, Bollati Boringhieri

Dove abita la nostra anima? Dove la cerchiamo? Come ce la rappresentiamo?
Immaginando di interloquire con essa, il nostro dialogo interiore è reso maggiormente semplice dall’incontro di particolari spazi esteriori, evocatori di vibrazioni interne e di impressioni intime non sperimentate altrove.
Nella letteratura, l’anima – piuttosto che il tempo – predilige uno spazio per manifestarsi e la ricerca o lo svelamento di questo luogo è un caleidoscopio immenso di immagini, quasi a contrastare la natura effimera e non tangibile che l’anima riveste, per accoglierla e proteggerla in rifugi concreti e visibili.
Nei nostri spazi circostanti, allora, l’anima si apparta e con essa la nostra vita interiore, sia con una spinta ascensionale verso l’infinito universale o con una discesa verso il buio profondo e sconosciuto, o sia in uno spazio aperto o in uno spazio chiuso dove orizzontalità e verticalità si incrociano in una vorticosa danza, specchio delle nostre variegate emozioni.
L’intento – assai riuscito – di Lionello Sozzi è proprio quello di offrirci una pluralità di luoghi scelti dalla letteratura narrativa e poetica, nei quali la polisemia delle voci sia eco di quelle nostre più intime: “la letteratura non è un patrimonio esterno a noi, puramente libresco: essa risolve in armonia e bellezza le nostre voci più intime, poeti e scrittori sanno tradurre in poesia le immagini del mondo perché sanno che corrispondono a realtà presenti in tutti, a valori che l’uomo abitualmente dimentica ma che poi, nei momenti privilegiati della lettura, dell’osservazione o dell’ascolto, grazie cioè al tramite della creazione poetica e artistica, gioiosamente riscopre”.
Dunque un viaggio verso l’interiorità grazie ad esplorazioni negli anfratti o nelle infinità più singolari: caverne e miniere, celle e nascondigli, retrobotteghe, gusci di conchiglia, acqua, fuoco, fiori, foglie.
E per me, TartaRugosa rannicchiata nel suo guscio, è estasiante incontrare in queste pagine esigue dimensioni pullulanti di operosità e progettazione: “alludiamo all’idea di un alveare che diventa simbolo, insieme, di intensa frequentazione e di assidua operosità. … L’alveare: il luogo composto, a sua volta, di minuscole cellette, ciascuna destinata a un pensiero, a un ricordo, a una preghiera, a un progetto, ma anche il luogo in cui si distilla il miele, il luogo cioè in cui l’anima umana ricava, da tutto ciò che ha visto, udito e assorbito nel mondo, i suoi esiti creativi più trasparenti e sostanziosi”.
Ancora, trascorrendo i mesi più freddi protetta dalla terra fra le radici del grande albero, mi riconosco in queste parole: “La scelta di chiudere con un muro invalicabile il proprio spazio interiore è metafora della volontà di non prestarsi all’invadenza del mondo, di negare ogni accesso alla volgarità, di non divulgare e sperperare la propria ricchezza, forse anche di non cedere al fascino di sensazioni troppo vive: esse, dice Bonstetten, cancellano a poco a poco la percezione che abbiamo dell’intimo spazio della nostra chambre obscure e nuocciono, così, alla conoscenza di noi stessi. Per conoscerci a fondo dobbiamo non annullare le sensazioni che ci procurano gli oggetti a noi esterni, ma disporre, tra noi ed essi, se non un muro che finirebbe con l’annullarle, perlomeno la cortina di un protettivo ripensamento”.
Sì, decisamente amo di più le zone anguste e protette. Le estensioni ampie mi intimoriscono, probabilmente perché non riesco ad abbracciarle nello sguardo o a percorrerle col mio lento cammino. Anche una camera può contenere la possibilità di un viaggio interiore: “lo spazio circoscritto, il ristretto orizzonte della camera hanno un po’ la funzione della siepe leopardiana, sono il limite che fa scoprire per necessaria compensazione l’infinito e l’eterno. Fra quattro pareti, infatti, l’io si scopre infinito come gli spazi interminati nella cui dimensione, fra breve, si muoverà l’anima romantica … La vista, dalla finestrella della stanza, di un cielo stellato, o anche solo il volo di un insetto, il profumo dell’aria, una sorta di indefinibile incanto sembra che contengano e traducano un’idea inesplicabile di immortalità”.
E poi io sono creatura di terra, più incline quindi alle pratiche terrene che agli umori spirituali. Ben vengano quindi le parole di Montaigne sulla sua idea laica dell’intimo retrobottega: “bisogna riservarsi un retrobottega tutto nostro, del tutto indipendente, nel quale stabilire la nostra vera libertà”.
Il fascino dei retrobottega appartiene alla mia infanzia. Vivevo in una portineria di un palazzo sul cui cortile interno, oltre alla saracinesche dei garage, si affacciavano le porte dei retrobottega di una latteria, di un bar e di un fruttivendolo. Era curioso per il mio sguardo di bambina entrare dalla via in negozi che poi sbucavano sul retro con un panorama totalmente diverso da quello che vedevo quando accompagnavo mia madre a fare la spesa. Sozzi , ricordando Montaigne, esprime un mio sentimento che attraverso questa lettura riprende forma: “Al lettore dei Saggi piace l’immagine del retrobottega perché, nella sua apparenza ruvida e mercantile, essa lo riconduce a ricordi d’infanzia, al tempo in cui egli si recava nelle botteghe del quartiere .. e,curioso e ammaliato, intravedeva, al di là di usci o tende invalicabili, la ricchezza, la profusione, lo stupendo disordine di un retrobottega immerso nell’oscurità. Opulenza di spazi segreti, di tenebrosi ricettacoli: già allora forse avvertiva che quegli spazi assumevano un valore simbolico, che erano immagini di beni concupiti, di sogni impossibili, che facevano scoprire in qualche modo il contrasto tra le luci del negozio e l’ombra di quel ripostiglio, tra l’ordine e la linda geometria del primo e la confusione che s’intravedeva nel secondo, tra la sobria, modesta prevedibile disposizione degli oggetti che caratterizzava la bottega vera e propria, e la sregolata farragine, l’ammucchiata profusione di merce che s’indovinava, tra anguste e penetranti sentori, nel locale retrostante”. Oh sì! Il mistero di ciò che si nascondeva dietro un vetro opaco o una tenda spessa solleticava la mia fantasia, poiché sapevo che dietro a quel divisorio si conduceva una vita attiva, visto e considerato che ci stavano bambini suppergiù della mia stessa età. Ma non era la loro abitazione, era uno stare sospeso con molte scarse possibilità di condividere con altri coetanei quell’ambiente di divieto. Le madri infatti impedivano l’accesso dalla porta che dava sul cortile, impegnate probabilmente a nascondere il disordine o i piani di appoggio di fortuna mezzi sepolti dallo stoccaggio di prodotti che non trovavano spazio – o che servivano da scorta – negli scaffali del negozio antistante.
Riflette Sozzi: “Leggendo i testi che largamente citiamo, il lettore potrà a volte considerarli troppo noti e scontati, altre volte aggiungerà i riferimenti e le citazioni che potranno occasionalmente tornargli alla memoria … ma dovrebbe soprattutto, così almeno speriamo, riuscire in qualche modo a ritrovare se stesso, a recuperare qualche zona più in ombra del suo orizzonte interiore. Che è poi, riteniamo, una delle cosiddette “funzioni” della letteratura, e certo non l’ultima”.
Obiettivo raggiunto.
Sorgente: Lionello Sozzi (2011) Gli spazi dell’anima, Bollati Boringhieri | Tracce e Sentieri.

“Vedrà di più una tartaruga che va piano, di una lepre che corre veloce”, GIBRAN
“Vedrà di più una tartaruga che va piano, di una lepre che corre veloce”
GIBRAN

TartaRugosa ha letto e scritto di: Paolo Legrenzi (2014), Frugalità, Il Mulino, Bologna
TartaRugosa ha letto e scritto di:
Paolo Legrenzi (2014)
Frugalità
Il Mulino, Bologna

L’attenzione è stata attirata indubbiamente dal titolo.
Accade, fortunatamente non molto spesso, che nelle dinamiche decisionali che contraddistinguono ogni coppia coniugale quando si deve procedere ad un acquisto impegnativo, si sollevi un’affermazione poco simpatica nei miei confronti, ovvero che sono “avara”. La mia indole tartarughesca ha sempre un sussulto di fronte a questa sentenza. Perché se proprio proprio devo titolarmi di qualcosa, trovo più giusta la parola “frugale”.
Leggendo questo libro ho condiviso molte riflessioni e, a conferma del mio personale sentimento verso me stessa, ho scoperto nell’ultima pagina di aver già provveduto da sola ad applicare il consiglio suggerito, ossia “questa cosa mi serve proprio?”, domanda che previene la successiva “e se facessi a meno di questa cosa?”.
Entrando nel dettaglio di specificare il significato della frugalità, si parte dalla considerazione che un’idea certamente diffusa confonde la frugalità con la povertà, nel senso che sono solo i ricchi che possono rinunciare a qualcosa di superfluo, essendovi i poveri già costretti dalle circostanze. Se quindi essere frugali vuol dire rinunciare all’abbondanza, diventa sicuramente più facile dopo che si è ben sperimentato nell’arco dell’esistenza cosa significa “avere il superfluo”.
Invece, secondo l’autore, la vera sfida è affrontare la frugalità come una scelta a priori, non come un rifiuto di una possibile vita affluente e consumistica.
Elenca quindi una serie di osservazioni:
- Frugalità non è povertà. E’ una scelta, non una costrizione
- Frugalità non è avarizia. L’avarizia, come la povertà, non è una vera e propria scelta: alla povertà siamo costretti dalle circostanze esterne, all’avarizia dalle nostre ossessioni mentali
- Frugalità non è una decisione di risparmio: produce risparmio come effetto collaterale, poiché il rifiuto del superfluo e del consumo spinto favorisce la formazione di quel margine di manovra costituito da soldi non sprecati
Molto eloquente è, a supporto di queste affermazioni, l’esempio della valigia, del viaggio e dell’attrezzatura da portare con sé:
– il povero ha una valigia piccola in cui sono stipate tutte le cose e dove non c’è spazio di manovra: se si mette qualcosa di nuovo, bisogna rinunciare a qualcos’altro
– il ricco ha una valigia grande e piena di cose per trovare sempre quelle giuste per ogni occasione, quindi priva di spazi per aggiungere ulteriori beni
– il frugale ha una valigia media, ma è stato educato a mettere dentro poche cose, per cui se durante il viaggio trova qualcosa che gli piace può inserirlo senza fatica. La frugalità garantisce che la valigia non sia mai piena zeppa
Dal puto di vista della collocazione storica, la distruzione della frugalità ha avuto inizio nel corso del Novecento con un massiccio e ponderoso processo culturale che vede affermarsi e globalizzarsi la società dei consumi.
“L’industria dei prodotti di massa per affermarsi dovette riuscire a imporre bisogni permanenti”, o meglio, seminare desideri irrinunciabili in modo democratico e quindi accessibili a tutti.
“Se si voleva distruggere la frugalità, la leva iniziale doveva consistere nella creazione di oggetti desiderabili, attraenti, di stile, ma soprattutto riconoscibili come prodotti di un’azienda diversa dalle altre … Si trattava poi di propagandarle con tecniche adeguate, così da poter colonizzare prima l’America e poi il mondo”.
Questo principio basato sulla notorietà ha subito dato i suoi frutti; come non ricordare il predominio di alcune marche su altre ritenute invece insignificanti: Hoover per gli aspirapolveri, Gillette per le lamette dei rasoi, Singer per le macchine da cucire, Maggi per i dadi o Campari per l’aperitivo. (la memoria autobiografica mi rimanda agli anni Sessanta, quando mio padre ricordava a mia madre di comprare assolutamente le Gillette, perché tagliavano meglio; oppure i dadi Maggi che non avevano nulla a che vedere con quelli della Star, pensiero sostenuto anche a distanza di anni da mia suocera; impossibile poi pensare a una macchina da cucire che non fosse “La Singer” e idem per l’aspirapolvere, fino all’arrivo della Folletto).
Un’altra componente dell’antifrugalità riguarda l’aumento dell’offerta, che contribuisce a rendere estremamente labile il confine tra ciò che è frugale e ciò che non lo è.
“Scegliere di essere frugali vuol dire oggi fare a meno di molte più cose rispetto a quelle di chi un tempo credeva di aver già scelto di essere frugale”.
I desideri sono realizzabili grazie alla loro commerciabilità attraverso la determinazione dei prezzi. I desideri si possono perciò comprare e vendere.
“La frugalità consiste essenzialmente nel rifiutare la corruzione che dipende dal dare un prezzo a qualcosa … Infatti una volta insegnato l’uso della moneta e creato un mercato, l’incanto di una vita frugale scompare per sempre: i prezzi cancellano i sensi di colpa e legittimano quanto una volta era proibito, irrituale o inappropriato”.
Ognuno di noi pertanto può decidere se accedere agli innumerevoli mercati dei desideri e se soddisfare questi desideri in modo frugale oppure optare per il superfluo.
Nell’epoca moderna assistiamo inoltre a una importante svolta linguistica: “quelli che un tempo erano considerati vizi, oggi vengono riclassificati desideri”.
Ma esiste un modo per imparare la frugalità?
L’autore, psicologo, definisce quali siano le “precondizioni cognitive della frugalità”, ovvero: il desiderio di accumulare beni; la paura delle perdite; la capacità di controllare e posticipare i desideri; la capacità di valutare il futuro.
In particolare, sul controllo dei desideri, grande rilevanza assume il compito educativo genitoriale, poiché è da molto piccoli che si impara a controllare i propri desideri e a sfuggire alle tentazioni: “l’educazione alla frugalità è l’architrave di una buona educazione. I bambini più frugali, nel senso che resistono alla tentazione in attesa di ricompense maggiori, sono quelli più coscienziosi e diligenti. Sono proprio coloro che più probabilmente diventeranno adulti di successo”.
Sulla previsione del futuro, la frugalità è indubbiamente una strategia di prevenzione di molti mali, in quanto costituisce una sorta di assicurazione contro l’incertezza del domani e, spesso, diventa anche premessa per il nostro risparmio.
A tal riguardo, riporta una ricerca che dimostra come le persone di mezza età guardino al passato con un misto di rimpianto e nostalgia, credendo di non cambiare più. “Questo errore è un grande freno alla scelta di una vita frugale. La frugalità, infatti, crea un cuscino di sicurezza, un margine di manovra che riteniamo inutile se, giunti alla mezz’età, pensiamo che il futuro sia una replica del passato. In realtà non ci sono mai repliche nella vita e questa è una trappola: il futuro riserva sovente belle sorprese, ma anche brutte”.
In un paese che invecchia non si può non tener conto delle “brutte sorprese”, connesse sempre più spesso alla perdita dell’autonomia. In tal senso la frugalità rende più forti, difendendoci dalla scarsità non solo di soldi, ma anche del tempo e della mancanze di idee.
Allerta infine l’autore che la frugalità non deve essere intesa come rinuncia di oggi in vista di futuri vantaggi domani. Alcuni dati, per esempio, stanno dimostrando che gli italiani sono tornati a risparmiare riducendo i consumi, osservazione questa ben diversa dal sostenere che i consumi calano perché gli italiani non hanno più soldi (“I consumi si sono ridotti di 2,7 miliardi e i risparmi sono aumentati di 4,4 miliardi”).
La domanda conclusiva è quella di interrogarsi se questa nascente frugalità sia solo temporanea, in attesa di una ripresa che scatenerà nuovamente il consumismo, o un segnale di cambiamento di scelta di vita.
Sostiene Legrenzi “la buona frugalità deve essere qualcosa di più di una rinuncia alle tentazioni. I piaceri derivanti da una vita consumistica devono essere sostituiti da altri piaceri. Questo non implica la decrescita economica, ma un nuovo indirizzo nell’uso dei soldi che raccogliamo con le tasse e con i nostri risparmi. In primis dobbiamo pagare i nostri debiti, invece di lasciarli alle prossime generazioni, poi dobbiamo cercare di contribuire al gusto per una vita di riflessione, di ricerca, migliorando i processi educativi e l’istruzione”.
TartaRugosa ha letto e scritto di: Giovanni Starace (2013) GLI OGGETTI E LA VITA, Donzelli Editore
GLITartaRugosa ha letto e scritto di:
Giovanni Starace (2013), Gli oggetti e la vita, Donzelli Editore
Che io ami la casa è superfluo ricordarlo, giacché me la porto sempre appresso. In questo periodo dell’anno, quando il silenzio attorno si fa greve, è piacevole fare l’inventario delle cose che riempiono la mia dimora.
Amo gli oggetti, amo la casa. Istintivamente questi “esterni” li ho sempre percepiti in perfetta continuità con il mio “interno”, scoprendo molto tempo dopo che “nel percorso evolutivo, gli oggetti svolgono un ruolo primario e disegnano una fenomenologia dell’età con la loro presenza nella vita della persona. Oggetti significanti lungo tutto il percorso di vita sono parte integrante della strutturazione del sé e del mantenimento di un suo assetto sano”.
Nella memoria gli oggetti si fissano non tanto per ciò che sono, quanto per ciò che rappresentano, o hanno rappresentato, in un momento particolare della vita.
Se rispolvero i primi ricordi ci trovo sicuramente pezzi che ora sono scomparsi, come per esempio l’orso bianco e nero che in alcune foto appare alto quanto me (a un anno è facile stabilire queste proporzioni) e del quale a un certo punto si è smarrita la traccia, probabilmente a causa di un intervento sleale di mamma e papà. Ha resistito invece un altro orsacchiottino, Gigetto, che sta nel palmo di una mano e risale ad un acquisto fatto alla fiera degli Obei Obei in una fase dolorosa della vita. A scoppio ritardato, come la psicologia insegna, può ricomparire l’oggetto transazionale: “E’ così quando il bambino sceglie un oggetto specifico per averlo sempre con sé, per raggiungere l’illusione di una presenza materna continuativa. Questi oggetti, definiti da Winnicott transizionali, sono generalmente morbidi e piccoli come un peluche, una copertina, un fazzoletto… Si collocano all’interno di quella esperienza di illusione creativa che rende possibile l’accettazione progressiva della realtà nei suoi caratteri specifici”.
Non è detto che la funzione transizionale si esaurisca esclusivamente con un oggetto specifico. Talvolta anche la manipolazione della materia ottiene lo stesso effetto riparativo del Sé: creare dal nulla un manufatto con le proprie mani o prendersi cura in modo esorbitante di un dato oggetto possono lenire una psiche dolorante: “la cura di essi si sostituisce alla cura di un sé precario e ferito con un beneficio inusitato: si evita un contatto diretto con il dolore mediante un’azione lieve e costruttiva … il contatto con parti meno evolute del sé, incontrate nell’oggetto su cui sono state proiettate, possono essere elaborate con maggiore facilità, poiché in questa trasformazione hanno perso i loro aspetti più aspri”.
Ma gli oggetti sono anche altro: una certezza di continuità dell’esperienza in uno spazio che improvvisamente deve mutare; un segnale che evidenzia il passaggio da un’età all’altra; un racconto della relazione fra lo spazio occupato e chi li possiede: “alcuni passaggi della vita hanno bisogno di essere accompagnati da una nuova disposizione dei luoghi in cui si abita. Sembra difficile poter raggiungere il cambiamento senza aver creato contemporaneamente un habitat che rispecchi lo stato emotivo del momento, i sentimenti prevalenti di quella fase della vita”.
E’ forse questo il motivo per cui è sempre così difficile liberarsi dalle cose quando si cambia luogo di vita. E’ come gettare via una parte di sé, è come ricostruire un’identità nuova e non è casuale che molti disturbi psicopatologici emergano proprio in occasione di un trasloco.
Così come nel caso di elaborazione del lutto. Accade talvolta che chi rimane non riesca a svuotare la casa rimasta priva del suo abitante e, contemporaneamente, desideri che gli oggetti ivi contenuti permangano nello stesso ordine in cui il residente li aveva disposti. In questo caso si parla di lutto complicato, come se il sopravvissuto cercasse di “mantenere in vita il legame con una persona cara, per proteggere l’integrità della memoria, forse anche mantenere vivi frammenti della persona scomparsa. … La conservazione irrinunciabile della totalità degli oggetti nasconde una fragilità oltre che un rapporto irrisolto con la persona cara che è morta. Una relazione che appare imbalsamata insieme alle cose, incapace di svincolarsi da un contatto costante con esse. In questi casi il rapporto con gli oggetti assume il tono dell’immutabilità, dell’inamovibilità; segno di un’identità ancorata a quelle cose e mai distaccata da loro. Gli oggetti appaiono come frammenti sparsi di un sé che cerca strenuamente di restare integro e sempre uguale a se stesso”.Considerando la permanenza di certi oggetti nella propria abitazione, possiamo affermare che è proprio l’esperienza del lutto a dare parola alle cose, a stimolare una loro venerazione, a conservarle senza una ragione apparente, come se chi, ritrovandosi a contatto con un bene ereditato, dovesse entrare nello spazio di colui che un tempo ne era proprietario e lentamente lo assumesse come proprio. Con la convinzione, però, che proprio quegli oggetti entrati improvvisamente nella nostra vita, siano liberi di costruirsi una nuova storia: “le cose sono lì, ci guardano e ci dicono che sono, indipendentemente da noi, vivono di per sé. E’ vero, le possiamo manipolare, nascondere, rompere, abbellire, ma loro sono altro da quello che vogliamo da loro stesse. Sono la testimonianza più evidente della limitatezza umana, attaccano la nostra onnipotenza”.
Su questo tema, oggetto con identità propria, Starace approfondisce con un ragionamento sociologico relativo al clima culturale della modernità, mettendo in risalto il rischio che un oggetto diventi un’entità priva di coerenza a causa del fenomeno consumistico. “La produzione di massa ha reciso il legame tra gli oggetti e la loro singolarità, in quanto oggetti unici. Sono diventati tutte copie e l’originale si è disperso in esse. … Se durante i secoli passati le generazioni si succedevano in un ambiente statico di oggetti che sopravvivevano loro, oggi sono le generazioni di oggetti che succedono a un ritmo accelerato nell’ambito di una stessa esistenza individuale. Sono posseduti prima di essere guadagnati, precedono la somma di sforzi e di lavoro necessari al loro uso: secondo una stringente logica consumistica, il godimento anticipa la produzione delle risorse necessarie alla sua realizzazione”.
Ecco quindi che gli oggetti, dotati di una vita propria, usano l’individuo per moltiplicarsi e diffondersi, privando il soggetto di entrare in relazione con i propri effettivi bisogni e costringendolo a consumare a velocità vertiginosa. Si viene quindi a perdere la loro capacità di essere integrati nell’attività psicologica: “gli oggetti transizionali perdono il loro significato profondo per diventare degli oggetti-cose che vivono in nome della loro semplice materialità e sono avulsi da un contatto significativo con la persona”.
Non è facile resistere ad una cultura dominante che propone un sistema di “merci a perdere” da consumare velocemente, dove “il valore dell’oggetto segue le oscillazioni dell’autostima della persona: oggetti potenti soggetti potenti, oggetti svalutati persone svalutate, sempre secondo una logica dell’apparenza e della finzione”.
Forse quello che potrebbe venirci in aiuto per ripristinare un rapporto affettivo con le cose è il sentimento della nostalgia per quella “materia significativa portatrice di reverie: forme che ci fanno toccare il passato, momenti particolari della vita, eventi esclusivi, luoghi domestici, quotidiani, sensazioni irrepetibili … possibilità di vagare nella mente, nella memoria e nel tempo senza necessità alcuna, nel piacere di un ricordo e nel vissuto di qualcosa che è andato, ma che è ancora possibile condividere con altri. Racconto e memoria che si fanno profumo e odore, che entrano nel corpo nel momento in cui l’oggetto viene nominato”.
Guardo l’interno della mia calda tana e sono contenta dell’inverno che sta per arrivare.
TartaRugosa ha letto e scritto di:
Giovanni Starace (2013), Gli oggetti e la vita, Donzelli Editore

Che io ami la casa è superfluo ricordarlo, giacché me la porto sempre appresso. In questo periodo dell’anno, quando il silenzio attorno si fa greve, è piacevole fare l’inventario delle cose che riempiono la mia dimora.
Amo gli oggetti, amo la casa. Istintivamente questi “esterni” li ho sempre percepiti in perfetta continuità con il mio “interno”, scoprendo molto tempo dopo che “nel percorso evolutivo, gli oggetti svolgono un ruolo primario e disegnano una fenomenologia dell’età con la loro presenza nella vita della persona. Oggetti significanti lungo tutto il percorso di vita sono parte integrante della strutturazione del sé e del mantenimento di un suo assetto sano”.
Nella memoria gli oggetti si fissano non tanto per ciò che sono, quanto per ciò che rappresentano, o hanno rappresentato, in un momento particolare della…
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TartaRugosa ha letto e scritto di: Gaspare Armato (2011) Il senso storico del flaneur Autorinediti, Napoli
TartaRugosa ha letto e scritto di:
Gaspare Armato (2011)
Il senso storico del flaneur
Autorinediti, Napoli



Mi sono recentemente imbattuta nella lettura di “Manuale di psicogeografia” di Daniel Vazquez, dove l’autore spiega le tappe che hanno portato, negli anni Cinquanta, alla nascita di questa scienza.
Ho appreso così il concetto di deriva, una pratica che consiste nell’errare per città, strade, quartieri in modo dinamico e frettoloso, allo scopo di osservare come i vari ambienti cambino e come influenzino i comportamenti affettivi umani, nonché di accentuare la contraddizione tra aspettativa di libertà e ostacoli che il territorio urbano pone.
Un capitolo del libro è titolato “La psicogeografia non è flanerie” e qui si spiega che la deriva è un’esperienza completamente diversa da quella condotta dalflaneur, che gira per la città come fosse uno spazio pieno di meraviglie.
L’avanguardista Debord sostiene che la civiltà contemporanea ha precluso le quattro condizioni necessarie al fare flanella: folla, anonimato, tempo di non-lavoro e smarrimento davanti alla merce infatti non sono più attuali.
La folla si è spostata dalla piazza alla fabbrica; l’anonimato non è più garantito dalle nuove ipercontrollanti tecnologie (cellulare, computer, webcam); il non-lavoro si è trasformato in disoccupazione dilagante e quindi incompatibile col lusso della spensieratezza; infine, quanto alla merce, c’è stato un rovesciamento di senso poiché non si esce più per andare a consumare, ma si va a consumare per poter uscire.
Probabile. Però la deriva non ha avuto grande storia. Di definizione in definizione, così abbarbicata all’ideologia e all’iperpoliticismo, ha finito per diventare qualcosa di cui non si sa più bene di che si tratti.
Viceversa, stando al libro di Gaspare Armato, il flaneur resiste e segue i cambiamenti per poterne fare la storia.
E qui ci sta una parentesi autobiografica. Sono tartaruga lenta e primitiva. Ci sono affermazioni che non sempre riesco a capire. Per esempio, i detti popolari. Ancor oggi mi angustia il motto “Non si getta l’acqua sporca col bambino dentro”. Come si fa, dico io, a gettare l’acqua con dentro il bambino? Lo si vede, no? Non è una spugna o una saponetta. Stando agli atti criminali in auge, non ci sarebbe forse da stupirsi così tanto, ma ogni volta che sento queste parole, scatta in me l’interrogativo.
Il secondo modo di dire risale alla mia infanzia. “Muoviti, non stare lì a far flanella”. La flanella è sempre stato un materiale molto amato nella mia famiglia. I miei pigiami e quelli dei miei genitori erano, d’inverno, rigorosamente di flanella. Avevo camicie coloratissime e calde sempre di questo materiale, prima dell’avvento del pile. In campagna, nelle notti ancora fresche e umide di fine maggio, sui letti le lenzuola di flanella evitavano il brivido da contatto al momento del coricamento. Cosa voleva quindi dire, muoviti non fare flanella? Le mie cognizioni riguardo alla materia non si erano troppo spinte in là (ai tempi non c’era Google). La definizione del vocabolario confermava la flanella come tessuto morbido di cotone e, nella mia fantasia, mi ero data la spiegazione che per trasformare il cotone nella blanda peluria flanellosa ci volesse molto tempo d’attesa. Evidentemente sarei rimasta ancor più perplessa se avessi saputo che un ulteriore significato di far flanella è quello di intrattenersi in una casa di tolleranza senza richiedere alcuna prestazione. Probabilmente l’avrei associato al tenero abbraccio delle lenzuola … Fine della parentesi dei ricordi.
Ritorniamo alla figura del flaneur o,.come lo definisce Armato, pedone attento:esce di casa, cammina, girovaga senza una meta e senza orario, una strada tira l’altra, una curiosità approda alla seguente, una conversazione induce ad approfondire uno specifico tema, si immedesima. Eppure lui ne è distaccato, vede il movimento da un angolo del tutto particolare, dal suo angolo culturale, dalla sua inclinazione caratteriale, dalla sua visione storica, dal suo essere un ozioso affaccendato. L’ozio si rivela una condotta più virtuosa del lavoro fisico in sé per sé.
Non è da poco essere flaneur: S’intende di fisiognomica, scruta con attenzione i soggetti di cui è attratto, legge i loro volti, le loro rughe, ne deduce il mestiere, l’origine, ascolta i loro ragionamenti, analizza il modo di muoversi, il passo veloce o lento, deciso o perplesso, a volte segue il loro cammino, a volte si perde fra la folla, a volte ne esce, a volte fugge verso la periferia dove ritrova quella parte di esseri umani che non possono avvicinarsi al nuovo, al lusso, s’immerge nei dedali estremi della città costruita come i labirinti della mente.
Diversamente da quanto sostiene Debord, il flaneur conserva la sua capacità di essere testimone delle mutazioni del suo ambiente di vita “coglie le differenze fra una città in cui si ritrova piacevolmente … e una città che diventa sempre più strumento per vivere meccanicamente, per lavorare, viaggiare, dormire, una città asettica, fredda, priva di passioni”.
Armato considera nelle pagine del suo libro opere letterarie, poetiche, pittoriche che vanno da Baudelaire, a Whitman, a Walser, a Calvino, Pier Paolo Pasolini, tanto per citarne alcuni, fino alle pennellate impressionistiche di Van Gogh, Pissarro, Monet, e poi Guttuso e Saura. Grazie a loro, al loro muoversi, al loro guardare, toccare, odorare, sentire e all’intuizione, nonché sensibilità artistica, si può identificare il passaggio da un’epoca all’altra.
Che poi, avverte Armato, essere flaneur non significa appartenere ad un tempo che non tornerà più. Anche l’oggi necessita i suoi flaneur. Non è forse flaneur un giornalista? “L’articolista deve scendere in campo, attraversare le vie, accorgersi del movimento, dei sussurrii, delle inquietudini, deve essere in grado di sviscerare la vera quintessenza per informare sulla realtà di una città che si trasforma da un giorno all’altro, dove l’industrializzazione e la nuova società borghese capitalistica acquistano sempre maggiore forza e la vita nevrotica porta a non essere presenti come si deve.”
Il compito del flaneur,nel suo ozio affaccendato, è quello di scrivere la Storiaattraverso tante piccole storie: “il pedone attento flanella senza un preciso itinerario, giacchè sa che ogni scoperta ha un valore che alla fine si somma a un altro per completare un insieme”.
E allora scruta, rovista negli archivi, si fa attrarre da piccoli indizi provenienti dalle mura di una casa, si intrattiene in conversazioni con la gente per “ascoltare la vita dalle loro stesse bocche… loro hanno la storia segnata sul volto, nel sangue delle loro vene, hanno un’oralità che bisogna tramandare: lo storico flaneur, lo abbiamo detto, se ne incarica come per destino”.
Bighellonando fra le numerose citazioni letterarie che ci immergono nello spirito dei luoghi, Armato conclude il suo testo con un serrato pedinamento di un flaneur pistoiese, per seguire i cui passi ci troviamo pian piano a conoscere la bella città toscana. Poi la “preda” sfugge e l’autore dialoga fra sé e sé, sul senso di raccogliere brandelli di storia, sulle sorprese che sfuggono agli occhi disattenti, incapaci di osservare con intensità perché la mente troppo distratta da “idee che non portano da nessuna parte e che spesso non ci appartengono”.
Un piccolo incidente permette il giorno dopo un incontro più ravvicinato fra i due e il gusto di una amabile conversazione: “Confermò ciò che nel mio animo sentivo, che un vero flaneur non ha paura del prossimo, dell’incognito, dello sconosciuto, delle strade cupe e deserte o affollate all’inverosimile, o di trovarsi a parlare con persone che non ha mai incontrato, viceversa, è da tutto ciò che lui trae la sostanza vitale per riflettere, un’energia che lo conduce e induce a confrontarsi con le più disparate religioni … le più disparate mentalità … A lui piace il cambio, la trasformazione, vivere per comprendere il trascorrere del tempo nei segni dei singoli e pur minimi avvenimenti”.
La lettura si chiude quindi con un insegnamento che ha poco a che vedere con le critiche antiromantiche di Debord: è grazie all’uso di tutti i cinque sensi e dell’intuizione che il luogo attraversato ci parla, ci racconta, ci informa, ci tiene coscienti del nostro agire e ci avverte dei pericoli che noi stessi causiamo. Occorre che tutti diventiamo un po’ flaneurs.




