La TARTARUGA

Marina o terrestre che sia, la tartaruga ha caratteristiche  che la rendono un animale cosmogonico:  la robustezza e solidità del carapace, il senso di forza e di pazienza  che emana, tutte qualità che   si esprimono anche nei sogni.
E’ il simbolo della stabilità del mondo, l’universo  ne viene sostenuto e contemporaneamente rappresentato. La forma tondeggiante del guscio  è immagine della volta celeste e degli spazi siderali, la parte inferiore più  piatta è il pianeta, e  la  tartaruga, fra questi  due piani , si pone come unione fra i due stati di materia e spirito, fra terracielo.

Simbolo importante in ogni cultura,  fin dall’antichità ha prestato le sue qualità simboliche di longevità, stabilità e pazienza ad ogni sua immagine  usata per esaltare la forza e la continuità del mondo visibile. Anche le sue carni o il suo cervello,  nascoste e protette dalla potente corazza, erano considerate miracolose e magiche: rimedio contro i veleni, materia prima per droghe o pozioni che rendevano immortali.Nei sogni, la tartaruga con il  suo incedere lento e metodico, indica  al sognatore  la necessità di una maggiore consapevolezza delle sue azioni, di una “lentezza” che si esprima in riflessione e metodo e non esploda in impulsività e fretta. In questo prospettiva la tartarugapuò comparire allo scopo di  equilibrare periodi stress, di movimento frenetico  o di pensieri  incontrollabili.

Il suo ritrarsi all’interno del guscio è l’equivalente simbolico di introversione  e meditazione, qualità che possono aiutare il sognatore a superare  situazioni che sfuggono al suo controllo, o che, come sopra, possono equilibrare componenti di superficialità o istintività, di avventatezza o di  estrema passionalità.  Può riferirsi anche alla preghiera e al bisogno di centrarsi, recuperando un contatto spirituale.
La   resistenza e robustezza della tartaruga sono il  simbolo di una forza che il sognatore può trovare in se stesso, così come la longevità e la leggendaria pazienza la rendono immagine degli attributi che si ha  forse bisogno di recuperare: una visione a lungo temine che non si arresti all’immediato, una capacità di spaziare con la mente e con i progetti volgendosi  al futuro, una sicurezza  e fiducia nel fare un passo dopo l’altro anche in condizioni avverse.
Per  il suo contatto con l’elemento terra, partecipa anche di  significati relativi all’abbondanza, al senso di rigenerazione e fecondità, può rappresentare la generatività del femminile, una femminilità attenta e materna, solida  e tollerante.
La tartaruga nei sogni può rappresentare  la madre, l’anziana nutrice o una figura di riferimento saggia e comprensiva,  la sposa che attende paziente, una Penelope che sa sfidare l’urgenza del presente e la cui sicurezza non viene alimentata dalla  speranza, ma dalla  fede.

da: http://guide.dada.net/sogni/interventi/2007/01/283679.shtml

TartaRugosa ha letto e scritto di: Barbara Berckhan (2015), Piccolo manuale per persone vulnerabili, Urrà Feltrinelli, Traduzione di Cristina Malimpensa

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Barbara Berckhan (2015)

Piccolo manuale per persone vulnerabili, Urrà Feltrinelli

Traduzione di Cristina Malimpensa

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L’autrice, tedesca, cinquasettenne come me, psicologa e pedagoga, è stata definita in Germania la “Signora della comunicazione”.

Come restare quindi insensibili al libricino apparso sulla mia scrivania che promette di costruirsi una corazza personale e non perdere la serenità?

Le tartarughe di corazze se ne intendono … ma in questo caso la metafora che personalmente considero più congeniale è quella dell’ombrello: lo porti con te, non è detto che ti serva, ma se inizia a piovere lo apri e ti ripara.

Un’ottantina di pagine piacevolissime, veloci da leggere e al tempo stesso infinite, se ti proponi di seguire meticolosamente gli esercizi che vengono proposti per fabbricare una corazza sempre disponibile.

Alcune parole-chiave importanti: “Critico interiore”, “Lagnoso interiore”, “Setaccio”, “Distacco”, “Taglio”.

Le istruzioni per preparare la corazza (non obbligatoria, ma da tenere pronta all’uso se ci si sente sull’orlo di un attacco o se se ne è già in balia) prendono il via dall’utilizzo del setaccio che, come noto, è l’utensile che separa ciò che deve essere trattenuto da ciò che invece è pura zavorra.

Partendo dal presupposto che ogni individuo si imbatte in eventi gradevoli (di cui gioisce) e in altri che tali non possono essere definiti (di cui soffre), lo strumento del setaccio e la sua applicazione diventano passi indispensabili per filtrare “quanto per voi utile e positivo e non quanto vi disturba e infastidisce”.

La formula vincente è: “Lasciate andare quello che non volete. Non cedetegli tutte le vostre energie”.

Siccome l’azione non è meramente meccanica e, purtroppo, quando ci si sente stressati è piuttosto complesso saper scindere le proprie emozioni, la domanda che arriva in soccorso è: “Qual è l’aspetto positivo di questa situazione?”. Attenzione. Non vale la risposta “Nessuno”.

Infatti obbligarsi a dirigere la propria attenzione sulla ricerca della positività, innesca un processo cognitivo di focalizzazione sull’aspetto problematico che approda a una scoperta interessante, ovvero che la negatività non coincide mai con il 100%.

Inoltre, e questo è l’aspetto rilevante, anche la positività più minuscola si potenzia, quando viene valorizzata o, come dice l’autrice: “Chiedendovi quale sia l’aspetto positivo di quel contesto vi farà acquistare maggior stabilità. Vi concentrate più su quanto vi dà forza che su quanto ve la sottrae”.

Ma c’è un altro passaggio su cui soffermare la propria riflessione quando si attraversa uno stato di crisi: imparare a identificare quella malefica copia tuttofare che alberga nella nostra psiche e che non perde occasione per destabilizzarci e gettarci nel malumore.

Si tratta dei già citati “Critico interiore” e “Lagnoso interiore”

Il critico interiore emette giudizi negativi su di noi. Si tratta di commenti con i quali ci facciamo del male, ci insultiamo o ci svalutiamo. Se prendiamo sul serio tali pensieri, feriamo noi stessi e, di conseguenza, ci sentiamo a terra. … Dopo che il critico interiore ha emesso il suo giudizio, la nostra autostima non esiste più.

Funziona così: più forte è il critico interiore, più debole è la fiducia in noi stessi.”

La strategia di difesa non è così complicata. Una volta stanato il critico interiore, bisogna farlo uscire allo scoperto per scoprire i propri punti deboli. Ecco le domande che segnalano dove manca la corazza:

  • il mio critico interiore ha determinati argomenti su cui mi pungola?

  • quali rimproveri mi costringe a sentire di continuo?

  • che cosa continua a ripetermi?

  • che cosa trova di sbagliato in me da anni?

Poiché le risposte sono relative a pensieri che auto formuliamo, dobbiamo sempre ricordare che nessuno, dall’esterno, ci può rendere stabile o instabile. Solo IO sono in grado di farlo.

Il distacco è il deterrente migliore: “Smettete di dar credito a quanto vi suggerisce il critico interiore e questo sarà già un enorme passo verso una maggiore stabilità interiore. … Nessuno vi costringe a prestare fede al vostro critico interiore. E’ solo una voce critica nella vostra mente, e forse non dice la verità su di voi. Siete molto meglio di quanto lui sostenga.

Lasciate cadere i commenti del critico interiore. Pensate ad altro. Rivolgete l’attenzione a qualcosa di piacevole, a qualcosa di bello che state vedendo o ascoltando. E se, nonostante tutto, il critico torna a farsi sentire – e lo farà – ricominciate da capo. In questo modo vi costruirete una corazza nei suoi confronti”.

E per quanto riguarda il lagnoso interiore? Senza dubbio è un ottimo collega del critico, in quanto adora la sua collaborazione e il lavoro di squadra.

Così come il Critico è abilissimo a denigrarci, il Lagnoso è insuperabile nel criticare e condannare tutto e tutti: “Ovunque rivolga lo sguardo, il lagnoso interiore trova tutto scadente, corrotto, terribile, idiota o fatiscente”.

Anche in questo caso è bene ricordare che “più il vostro lagnoso interiore ha la possibilità di agire indisturbato, più vi sentite stressati e instabili”. Ed è anche subdolo, in quanto dandovi la possibilità di dare addosso agli altri, cerca di farvi sentire al di sopra di essi. Ma questo leggero senso di superiorità è una gioia effimera, in quanto è difficile vivere eternamente insoddisfatti.

Lamentarsi e non muovere un passo non serve proprio a nulla. “Se intendete cambiare davvero qualcosa nella vostra vita, prendete distanza dal vostro lagnoso interiore. In altre parola: smettete di inveire e cambiate quello che potete cambiare. In alternativa, cominciate ad accettarvi per quello che siete”.

Anche in questo caso i suggerimenti per domare il lagnoso sono di supporto per trovare un equilibrio interiore:

  • avere fiducia perché non esiste problema che non abbia una soluzione

  • rilassarsi, evento raggiungibile solo dopo aver preso coscienza dei propri limiti e accettato le cose per quello che sono

  • saper attendere ed esercitare l’arte della pazienza, perché non sempre i cambiamenti possono essere rapidi

  • cercare ciò che piace in qualsiasi situazione si stia vivendo

A conclusione del suo scritto, l’autrice propone una sorta di vademecum su cui basare la ricerca della propria stabilità:

semplificare: imparare a dire di no, saper distinguere le cose importanti da quelle insignificanti, saper operare scelte

un passo dopo l’altro: non farsi mai sopraffare dagli eventi

ridimensionare le aspettative: fare ciò che è possibile e cambiare quello che può essere cambiato

vivere liberamente le emozioni: “Nessuna emozione vuole rimanere per sempre. Tutte desiderano una sola cosa: scorrere. Le emozioni si modificano appena hanno modo di scorrere al nostro interno”

tenersi al di fuori: non immischiarsi in questioni che non ci riguardano e se invece ci intromettiamo offrire di meno, anziché dare subito troppo, sapendo mantenere le debite distanze

non è poi così grave: saper contenere l’agitazione e non fare mai degli eventi una questione di vita o di morte

mantenersi flessibili: mai considerare il proprio punto di vista un dogma. L’irremovibilità causa dolore e la vita è una scatola enorme piena di sorprese che richiede continui adattamenti.

Il termine corazza pertanto è da considerarsi un obiettivo per vivere la vita quotidiana in modo positivo sia come benessere personale, sia come felice integrazione con il mondo circostante. Un compito possibile, se a volerlo siamo noi stessi.

Il percorso della memoria attraverso le fotografie di chi abita il quartiere di Mouraria a Lisbona, fotografie di Nottola donate a Luciana, maggio 2014

A Mouraria é um dos mais tradicionais bairros da cidade de Lisboa (da https://www.wikiwand.com/pt/Mouraria)

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un pasto per la TARTARUGA GIGANTE (tartaruga gigante di Aldabra)

TartaRugosa ha letto e scritto di: Andrés Barba (2015), Ha smesso di piovere ( Ha dejado del llover), Traduzione di Federica Niola, Einaudi, Torino

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Andrés Barba, (2015)

Ha smesso di piovere

Traduzione di Federica Niola

Einaudi, Torino

978880621756gra

 

Storie di crescita che nulla hanno concesso nel mettere a nudo i complicati rapporti tra genitori e figli. Tutti e quattro i racconti, infatti, si imperniano sulla difficoltà di diventare grandi quando alle spalle si trascinano figure materne e paterne egoiste ed egocentriche, presenze a volte troppo presenti o troppo assenti ma che, in entrambi i casi, condizionano scelte e caratteri.

Eppure in queste storie le difficoltà vengono attraversate con lucida consapevolezza, senza illusioni o falsi convincimenti,  per approdare, infine, all’essenza del titolo del libro “Ha smesso di piovere”.

Accettazione è il termine che mi viene da adottare per definire il fil rouge dei personaggi che animano i fatti del quotidiano, qui raccontati con una sensibilità che da tempo non incontravo in uno scrittore maschio.

Accettazione che non fa assumere atteggiamenti di ripicca, rivalsa o vendetta.

Accettazione che non alimenta il colore della depressione o della rinuncia.

Accettazione che non comporta scelte di abbandono o di separazione.

Semplicemente accettazione del fatto che la vita è anche il risultato di chi ci ha cresciuto, che ha vissuto prima di noi e che ha elaborato il senso della vita in una forma che non è propriamente corrispondente a ciò che si vorrebbe.

Racconti dunque di formazione, di presa di coscienza che dopo la bufera il sole può tornare a illuminare il cielo e che anche gli scossoni possono declinarsi in amore e comprensione dell’altro.

 

Accettazione la  troviamo in Paternità, dove incontriamo il bellissimo protagonista bambino che supera il casting di una pubblicità televisiva trascinato da una madre che da subito si prefigura come concentrato di ambizione e sfrenato egocentrismo. Una madre che trasuda voglia di successo a qualunque costo. Chissà di questa voglia che cosa passa al figlio quando incontra di sorpresa il successo come musicista: “Lui non si faceva illusioni perché conosceva bene il mondo della musica, ma in quegli anni si era  goduto il suo successo minore come chi ha vinto inaspettatamente la lotteria: sperperando tutto”.

Così come di sorpresa scopre che anche la ragazza di cui si innamora è molto ricca, quella stessa ragazza che glielo ha tenuto nascosto, mentre, senza esitazioni, gli ha rivelato che diventerà padre. Già, diventare padre mentre la compagna prende distanza da lui: “Le cose non sono come me le ero immaginate. Questa non è la vita che voglio. … Ho parlato con i miei  genitori. Credo che tornerò a casa. Per il momento. Vuoi che ti avvisi per il parto?”.

Diventare padre non è più un’idea astratta: lo capisce bene mentre stringe fra le braccia il suo bambino. Suo e di Sonia. “Glielo mise tra le braccia. Era di una bruttezza e di una piccolezza sorprendenti. La prima cosa che lui notò fu la sua leggerezza, una leggerezza strana, come se fosse soltanto il frutto di una sensazione. … Come si faceva conoscenza con un neonato? L’unica cosa che sapeva di lui era che si trovava lì, vedeva che si sforzava, adesso che era sveglio, di delimitare il proprio corpo, di addomesticarlo. Comprendeva, anche se era ancora a un passo dal provarla davvero, un’emozione che faceva parte di un sistema amoroso che sino allora non aveva mai conosciuto. … Aveva ancora il neonato in braccio, sentiva il suo tiepido calore e la sua estraneità”.

Un bambino che non serve a riavvicinare i rispettivi nuclei familiari, anche se la nonna paterna riesce a brigare al punto tale da ottenere una visita al nipotino:  “… il bambino aveva avuto paura della nonna sin dall’inizio.. Paura e rifiuto, paura e ribrezzo forse. La madre si era avventata sul bambino con una disperazione così poco contenuta che lo aveva terrorizzato sin dal primo istante e Antòn aveva reagito male. … Lui provava compassione … in quel momento sua madre aveva cinquantasei anni …era sgradevole e commovente e difficile vedere  che gli anni non l’avevano placata per nulla e che la sua natura eccentrica la portava a desiderare di sopravvivere più ansiosamente che mai, a cercare un senso, a perseverare con ostinazione “.

Il senso di colpa della caduta incidentale del bambino, senza conseguenze, e l’ira di Sonia non sono sufficienti ad accanirsi verso la madre, ma semplicemente a riconfermargli l’idea che: “L’epoca in cui dava a lei la colpa di tutto era passata da tempo, ma gli era rimasta la sensazione che nell’intimo di sua madre tutto, persino l’amore, il desiderio e la fame di benessere, avesse un carattere così rudimentale da rendere inevitabile l’impossibilità di inserirsi nel mondo in cui cercava di imporsi con tanta lena”.

Il rapporto con il proprio figlio Antòn resta comunque tormentato e inasprito dal fatto che Sonia, con la maternità, conosce un processo trasformativo che lo allontanerà definitivamente dal legittimo padre, perennemente alle prese con una paternità complicata: “Per lui, il pensiero di Antòn era diventato una cosa naturale come respirare. Era sempre lì, schiacciato come la polpa carnosa di una vongola, come qualcosa che ormai si possiede, anche se lui non faceva alcuno sforzo per possederlo. Era un sentimento costante ma smorzato da un’enorme quantità di elementi attenuanti e deformanti. Spesso lo faceva sentire colpevole e disgraziato, come se tutta quella situazione emanasse un olezzo fastidioso e impossibile da eliminare. Il punto non era la mancanza di gentilezza. Erano gentili l’uno con l’altro, ma qualcosa dentro di loro aveva smesso di entusiasmarsi senza motivo per i piccoli gesti e le attenzioni”.

Pur essendo vero “che non sempre gli ha voluto bene, che c’è stato un momento in cui la sua vita era completa, e lui era felice, e il bambino non esisteva”, arriva anche il momento di fare i conti con la realtà e di vedere Antòn realmente. Succede quando insieme a una nuova donna, tutti e tre giocano a Monopoli: “Le mani del bambino gli sembrano un po’ più grandi. Gli occhi del bambino gli sembrano un po’ più grandi. Quando tira i dadi, inclina sempre la testa a sinistra, un gesto familiare. Ricorda che fa quel gesto anche la madre …Capisce la confusione delle proprietà, delle case. Le ha messe tutte in fila, come un minuscolo agglomerato urbano … Che cosa pensi di fare con tutti quei soldi? … La solitudine si trasforma in un riverbero sordo. Solitudine sua, ma anche solitudine del bambino … Gli fa piacere entrare nella sua solitudine, come se entrarvi fosse un gesto delicato e difficile, una sospensione e insieme uno slittamento … si concentra sulla sua faccia, come fosse la prima volta … Si concentra sui suoi vestiti, sulla forma delle sue braccia appoggiate sul tavolo con serietà, sul suo atteggiamento concentrato. Si concentra sulla sua solitudine.  Un sei, un tre, un quattro, la prigione, il posteggio gratuito, e ogni volta che passano dal via la banconota da ventimila fulgida e agognata. E allora, all’improvviso lo capisce”.

 

Accettazione la troviamo anche nel racconto Fedeltà, dove è protagonista una ragazza alle prese con la conoscenza carnale dell’amore. A diciassette anni Marina intreccia una relazione col diciottenne Ramon e fa l’amore per la prima volta nella biblioteca del padre “Se c’è una cosa che non manca in questa casa sono i libri. Ripeterla di fronte a Ramon costituiva un piacere addizionale e trionfale, quello di sapere  Ramon, un po’ umiliato, e quello dell’impatto dell’appartamento che il padre aveva affittato sotto la loro casa perché, dove abitavano, i libri, letteralmente, non ci stavano. Da quando aveva coscienza di sé Marina ricordava di essere stata circondata soltanto di libri, libri come una massa contorta e luminosa, come una creatura minacciosa e autonoma di cui si lamentava sempre la madre (che non leggeva quasi mai) e con la quale suo padre aveva un rapporto che lo faceva sentire a metà strada tra l’orgoglio e l’audacia”.

I libri diventano la presenza visibile di un padre più risucchiato dai suoi stessi volumi che dal resto della famiglia: “Erano una famiglia strana. Si eccitavano e si entusiasmavano a intermittenza, e a intermittenza rimanevano soli e indifesi. Erano irrequieti, ma solo interiormente, e non sapevano che farsene della normalità. Era come se aspettassero sempre che   accadesse qualcosa. Qualcosa che li sollevasse in aria, che li scuotesse e li facesse reagire. Solo in quei momenti si sentivano una famiglia”.

Chissà. Forse sono proprio i libri a suggerire a Marina l’idea di volerne scrivere uno e annunciarlo alla famiglia.

Quanto all’aspettativa che qualcosa accada, di certo a Marina succede, mentre fa la volontaria per Medici senza frontiere: “Avvenne una di quelle mattine, poco prima di tornare a casa per pranzo. … Fu allora che lo vide. All’inizio sembrava un’immagine fugace. Forse era un po’ diverso il suo modo di camminare o il suo atteggiamento, o il braccio sulle spalle della ragazza.. Persino le sue dimensioni parevano diverse, come se fosse più grande o qualcosa si fosse espanso nel suo corpo, cosa che in casa non accadeva. .. Aveva anche diversi libri sottobraccio, come a casa, e la ragazza portava una borsa di stoffa e una gonna estiva a fiori .. Erano una coppia anormale, forse un po’ squilibrata nell’età, ma niente di stupefacente”.

Un evento che turba ma non stupisce Marina, come se fosse nell’ordine naturale delle cose che il padre potesse tradire la moglie.

Scatta in Marina uno strano desiderio di protezione verso  la madre che annuncia il ritorno a casa del padre più tardi quella sera: “Mangiarono in silenzio …Marina pensò che se di punto in banco avesse detto alla madre di aver visto il padre per strada con una ragazza era molto probabile che non avrebbe cambiato espressione, magari avrebbe persino finito di mangiare il gazpacho con le sue solite cucchiaiate lente. All’improvviso, per la prima volta in vita sua, l’innocenza della madre le faceva male”.

Prevale tuttavia la curiosità adolescenziale piuttosto che il giudizio morale. Marina non resiste all’impulso di presentarsi alla porta dell’amante, forte del suo ruolo di volontaria fundraising. “Non sapeva che cosa si fosse aspettata di vedere prima di entrare in quella stanza. …Era tutto così scarno e apparentemente inoffensivo da farla sentire completamente disarmata. Quanta noia, quanta sapienza, quanta vita, quanto amore c’era in quelle tazze vuote di tè, in quegli scaffali quasi nudi, in quell’agitazione, nel vestito di quella ragazza?”

Nelle relazioni, talvolta, i meccanismi si ingrippano. Succede. Succede nell’adolescenza tormentata da reazioni esplosive e da emozioni esagerate. Succede nella coppia matura, un po’ appannata dalle abitudini. Succede nelle coppie clandestine, quando la scintilla iniziale scivola nelle abitudini che si rifuggono.

Marina incontra nuovamente Sandra e “non sapeva perché ma ebbe la certezza che il padre l’avesse abbandonata. Non sarebbe riuscita a dire su che cosa si basava quella certezza, ma all’improvviso non aveva il minimo dubbio: l’aveva abbandonata e Sandra non aveva reagito male, non aveva fatto drammi, non l’aveva perseguitato, non lo aveva mai chiamato alle quattro del mattino e non gli aveva mandato messaggi”.

Tra le due c’è uno scambio confidenziale, come se fossero vecchie amiche. Sandra parla del suo lavoro. Marina del suo progetto di scrivere un libro, di cui, lì per lì, inventa una trama che, guarda caso,  riguarda un uomo sposato infedele alla moglie.

Sandra non perde l’occasione per aiutarla a sviluppare l’intreccio, prendendo a falso pretesto la storia di una relazione extraconiugale avuta da un’amica “La mia amica ha sempre saputo che quell’uomo era sposato, e anche che non era un mascalzone. Finirono per avere una storia. Si vedevano quando potevano … Una volta la mia amica le chiese della moglie e l’uomo disse, semplicemente, che la amava, … Un pomeriggio lui le accarezzò le sopracciglia con le dita e lei incominciò a provare ribrezzo … all’improvviso capì. Quello era un gesto che quell’uomo faceva con la moglie …”.

Il sole dell’estate e le vacanze nel paese natio del padre riporta una luce nuova in famiglia, dopo un inizio freddo e guardingo. Più passano i giorni, più si allentano le tensioni. Ognuno, evidentemente, nei propri pensieri insegue il desiderio dell’ottimismo: “A quattro giorni dall’arrivo, pareva che dentro di loro qualcosa si fosse disteso. A volte si scoprivano a fissarsi senza rendersene conto, e sorridevano all’improvviso, come trasognati”.

Ritorna il sereno in quella stanza da letto della casa delle vacanze così reale come le cose che contiene “la lampadina al soffitto, il comodino, i vestiti del giorno prima, il giornale che il padre si era portato dietro per leggerlo a letto e che poi non aveva letto, il posacenere  con l’ultima sigaretta che aveva fumato la madre”.

Diventare grandi. Ora Marina conosce un po’ meglio l’amore.

Lo stesso tema dell’accettazione ricorre anche in Astuzia a Acquisti, due storie di nuovo alle prese con il rapporto madre e figlia, la prima durante la gestione della malattia, la seconda nella rielaborazione della fuga della madre e il rassegnato ripiegamento del padre che spera invano nel suo ritorno fino al momento della morte.

Un libro decisamente improntato sul cambiamento non privo di dolore, ma certamente finalizzato a trovare una nuova direzione per collocarsi fiduciosamente nel mondo.

Un libro che ispira coraggio e voglia di farcela nei momenti più ombrosi della vita.

la Tartarugosa di Stefania

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TartaRugosa ha letto e scritto di: Gian Piero Quaglino (2015) Meglio un cane Raffaello Cortina, Milano

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Gian Piero Quaglino (2015)

Meglio un cane

Raffaello Cortina, Milano

 

Se ne sono andate a breve distanza l’una dall’altra, prima Briciola, poi Peggy.

Inaspettatamente la prima; con positivi segnali di ripresa la seconda, poi purtroppo cessati senza preventive avvisaglie.

In contemporanea è comparso sulla scrivania questo nuovo libro di Quaglino, noto psicologo della formazione la cui attenzione è da tempo rivolta ad una forma di apprendimento proiettato sulla riscoperta di sé come mezzo per cercare il senso di ciò che ci accade.

Probabilmente in questa direzione si inserisce molto bene il rapporto uomo/cane, animale questo molto speciale per lo studioso, così come ci racconta grazie alla citazione di numerosi miti, racconti e poesie che avvalorano la convinzione che un cane “è per sempre”.

Non stupisce quindi che fra i suoi ringraziamenti rientrino anche i detrattori del cane, coloro che non sanno, non capiscono, non accettano che l’uomo possa amare un cane: “Grazie a tutti i detrattori del cane. In loro abita un piccolo lupo, e quando l’ultimo di quei lupi sarà addomesticato dal cane, nessuno se la prenderà più con i cani”. E siccome la strada è ancora lunghissima, fino a quel giorno potremo continuare a dire “Meglio un cane”.

Che l’accanimento esista, considera Quaglino, lo si ricava anche da molteplici espressioni comuni: “dare del cane a qualcuno non è, esattamente, come fargli un complimento”e poi un freddo cane, un tempo da cani, un cibo da cani, un lavoro da cani, solo come un cane, per citare quelle più note.

Ma l’intenzione dell’autore è ben altra, ovvero un’approfondita ricerca sul significato del profondo rapporto che unisce questi due esseri viventi partendo dalla domanda “E’ nato prima l’uomo o il cane?”. E’ al mito che il quesito viene posto con sorprendenti risposte “il cane è l’antenato dell’uomo nel senso letterale del termine … il suo apripista, il suo battistrada”.

Secondo gli indigeni delle Isole Hawaii il cane viene generato poco prima del giorno, nelle ultime ombre della notte: “la venuta del cane è in quel punto, lungo quella linea sottile in cui il passato sta per entrare nel buio e il futuro per uscirne fuori. In quel punto, in quella terra di nessuno, che è una frontiera, che è una soglia … La soglia è però anche un punto di passaggio: un tramite, un giunto, un mezzo”.

Gli Apache Jicarilla del Nuovo Messico generano il cane con gli ultimi bagliori del tramonto e delle prime luci del mattino affinché possa proteggere gli uomini sia durante il giorno, sia durante la notte.

Così il cane, animale di soglia e di ombra, “saprà accompagnarci, scortarci e guidarci in ogni transito, passaggio, attraversamento fra un tempo e un altro, tra un mondo e un altro. Da una parte il cane vigilerà sul possibile smarrimento di chi si trova nelle ore incerte e dall’altra anticiperà, cioè pre-vedrà e pre-sentirà, i nostri passi.”

Su come invece sia avvenuto l’incontro tra l’uomo e il cane, più forte della scienza è ancora il mito che indubbiamente sancisce che “è il cane che ha deciso di stare con l’uomo e la scelta del cane è irrevocabile ed è una scelta per la vita… Il cane si è insediato su quella soglia di cui è l’animale per eccellenza … ha tracciato il confine al cui interno è comparso l’uomo”.

Con solida determinazione e inesauribile ricchezza di fonti, Quaglino sostiene che l’amore provato dal cane verso l’uomo è un amore speciale, anzi assoluto.

Un amore assoluto è un amore limpido e innocente, sincero e puro. E’ un amore che non giudica e non calcola, non finge e non mente … E’ proprio questo l’amore speciale del cane. E’ l’amore come dovrebbe essere, nella sua versione originale e originaria. … E’ un amore compatto e solido, non lisciato o spianato dalla corrente continua della modernità liquida: ha tutti i segni, i solchi e le rughe del tempo … è un amore che non si liquida: non va in fallimento né in saldo, non è al ribasso né in offerta … Insomma è l’amore assoluto com’è: inalterabile, inossidabile, incorruttibile e non trasferibile, non commerciabile, non alienabile. Punto e basta”.

L’amore assoluto è la fedeltà, una prerogativa inequivocabile del cane, così come spesso viene illustrato non solo nelle fiction (film e romanzi), ma pure nelle cronache della quotidianità dove commuovono i racconti di spericolati salvataggi, di ritrovamenti quasi impossibili, di accompagnamento durante la malattia, della morte stessa del cane affranto dalla perdita del suo padrone.

Il cane è fedele almeno il doppio di quanto mai possa esserlo un uomo. Il cane è fedele fino in fondo perché è fedele alla sua stessa fedeltà. Per quanto sia l’animale del limite e del chiaroscuro, quando si tratta di fedeltà non ci sono per lui né limitazioni né sfumature … La fedeltà non la si afferra se non si arriva a possedere l’essenza della capacità di rapporto”.

In questa sua fedeltà il cane sa dare prova di sé anche nel misurarsi coi sentimenti del proprio padrone, dimostrando la sua innata empatia e la sua discreta devozione che diventa “presa in carico” delle pene di chi gli sta accanto.

Il cane ha veramente una prodigiosa virtù antidepressiva … il cane sa fare la cosa più difficile quando si tratta di empatia, cioè della capacità di comprendere i sentimenti degli altri, di immedesimarsi in loro, di sentire e provare quello che gli altri sentono e provano, quello che li rende felici e soprattutto quello che li rende infelici: il cane sa tenere la soglia in modo così magistrale, così spontaneo e naturale, che c’è da dubitare fortemente che mai un uomo ci arrivi, ci possa o ci sappia arrivare”.

Totalmente da condividere pertanto l’opinione di Sir Walter Scott che, per esorcizzare la sofferenza provata per la scomparsa di un cane, scrive:

Ho pensato qualche volta al perché ai cani tocchi una vita così breve e mi sono quasi convinto che sia per la compassione che hanno per gli uomini; perché se noi soffriamo così tanto per la perdita di un cane dopo una vita in comune di dieci o dodici anni, cosa potrebbe accadere se vivessero il doppio di quel tempo?”.

E come non aderire anche all’invocazione di Emily che, dopo la morte del suo amatissimo Terranova Carlo (l’unica presenza ammessa nella sua stanza mentre scriveva poesie), rivolge al suo precettore Thomas Wentworth:” Carlo è morto, adesso mi farà lei da guida?”

E proprio in tema di compianto, commozione e pena per la sparizione dell’amato quattro zampe, ci giungono le parole dello psicologo, vero linimento per l’anima:

Proviamo a pensare. Proviamo a pensare che il cane che ci lascia ci ha lasciato esattamente lì dove lui è sempre stato: su quella soglia e in quell’ombra di cui è stato e sempre sarà l’animale per eccellenza. Noi non comprendiamo come si stia lì, esattamente noi abbiamo bisogno del nostro centro e della nostra lucidità. Il dolore ci confonde e ci disorienta. Non abbiamo dimestichezza di soglia e di ombre. Abbiamo preferito evitarle. Non siamo preparati. E’ vero, il cane ha provato a insegnarcelo, ma non si sa se abbiamo capito bene … La memoria c’è. La memoria resta. Questa memoria è strana … Sembra parlarci come il cane non è mai riuscito a fare … E’ un modo di parlare così amorevole e così compassionevole. E’ di tenerezza infinita. Scopriamo, con una certa sorpresa, che la memoria del cane che ci ha lasciato è veramente speciale. Come è stato il suo amore, appunto. E scopriamo, con una sorpresa ancora più grande, di amare questa memoria. Di amarla proprio per l’amore che abbiamo ricevuto dal cane. Nessun altro cane, no. Restiamo fedeli a lui. Dobbiamo restare fedeli a lui. Se faremo così, se resteremo fedeli a lui e alla sua memoria, pensiamo, lui sicuramente capirà e apprezzerà. Sì, lui capirà e apprezzerà. Ma non approverà. L’amore è una cosa. La fedeltà è un’altra. Lui non farebbe mai confusione. E anche noi dovremmo evitarlo. Se volessimo veramente restargli fedeli, ci direbbe il cane, dovremmo cercarne un altro. Ecco quello che ci direbbe. Ecco quello che lui intenderebbe per amore”.

Dedicato a Briciola e Peggy che continuano ad osservarci dalla loro soglia.

 

TartaRugosa ha letto e scritto di: Cinzia Bellotti (2014), Ti guardo e mi chiedo. Io, mamma e il terzo incomodo di nome Alzheimer, New Press, Cermenate (CO)

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Cinzia Bellotti (2014)

Ti guardo e mi chiedo.

Io, mamma e il terzo incomodo di nome Alzheimer

New Press, Cermenate (CO)

vai alla scheda dell’editore Newpress

Non è la prima volta che parlo di Alzheimer su queste pagine.

Ben venga quindi anche questo libro scritto direttamente da una familiare, una figlia che si è cimentata per un periodo piuttosto lungo sia con la malattia che ha colpito sua madre, sia con se stessa, alla ricerca di un nuovo equilibrio in tale tormentata vicenda.

Già il titolo predispone a intuire il processo trasformativo necessario: “ti guardo” come sforzo di capire che cosa all’altro da sé sta succedendo e “mi chiedo” come impegno a capirsi e adeguarsi alla nuova esistenza.

Perché Cinzia per stare accanto a sua madre ha fatto una scelta precisa: All’inizio del 2000 nutrivo il forte sospetto che mia madre fosse stata colpita dal morbi di Alzheimer, ma vivendo all’estero non potevo avere un riscontro a livello quotidiano. Nelle mie brevi soste in Italia notavo un continuo peggioramento della sua memoria, ma nulla di più. Decisi di tornare in Italia nel 2001 in seguito a un lungo periodo di maturazione …

Io amo la “scrittura di sé” e questo racconto dimostra ancora una volta come lo scrivere la propria storia serva a stabilire connessioni tra gli eventi che accadono e a cercare di riempire le zone di vuoto e di mistero che man mano si presentano, come se il poterle tracciare su un foglio aiutasse finalmente a riconoscerle, dare loro un nome e infine renderle dicibili.

L’Alzheimer è una patologia che scuote, spariglia e scompiglia, scardina ogni punto di riferimento sia della medicina, sia delle relazioni interpersonali: si ha modo di osservare come una persona smetta di essere quella che abbiamo conosciuto nel corso degli anni e diventi altro.

La comunicazione della diagnosi arriva a Cinzia in modo chiaro e crudo:

E’ in una fase lieve che sarà seguita da un livello moderato e da uno severo. Avrà già notato un deficit di memoria legato a un impoverimento delle funzioni cognitive, come il linguaggio e il senso di orientamento. Progressivamente arriveranno anche alterazioni comportamentali. Nella fase avanzata della malattia la perdita della capacità di scrivere, leggere e utilizzare correttamente i vocaboli impedirà di mantenere il ritmo abituale di vita. Ci potranno essere fasi di aggressività fisica, verbale, allucinazioni, depressioni, vagabondaggi e deliri durante tutta la durata della patologia. Nella fase avanzata anche l’attività motoria potrà essere compromessa, fino ad arrivare a una difficoltà di masticazione e deglutizione.

Così è il terzo incomodo di nome Alzheimer: inguaribile, di lunga durata, in perenne trasformazione involutiva, irreversibile. A questo deve adattarsi chi sta accanto alla persona che ne è colpita, cercando di accogliere nel nuovo vocabolario parole come imprevedibilità, imponderabilità, ingestibilità.

E, naturalmente, saper riconoscere e affrontare bisogni fino a qual momento sconosciuti, perché tale è la situazione avvertita quando ci si trova ingabbiati nella penosa oscillazione che dal “pieno” del nostro stare ci conduce al “vuoto” di ciò che ci viene sottratto.

Il problema è che la malattia, oltre ai malati veri e propri, colpisce in maniera collaterale anche i nuclei familiari che si prendono cura dei pazienti. Il trauma emotivo e il peso che devono portare possono procurare conseguenze anche gravi sul loro stato di salute generale. …

Prendersi cura di un malato di Alzheimer è un lavoro al quale ci si dedica generalmente a tempo pieno … Conciliare il ruolo di “assistente sanitaria” non qualificata con i tempi del proprio lavoro risulta particolarmente oneroso …

Il totale dei vari addendi è lungo: problemi economici, facendo un calcolo veloce mi sentii afferrare dal terrore: 500-600 euro per un centro diurno, un’eventuale badante sui 1000-1100 euro al mese più contributi e ferie, l’affitto,le spese, il cibo … le cose non si mettevano decisamente bene …; sociali, ci si sente soli … ci si sente impotenti; etici, non vorrei trovarmi nella situazione di decidere per te o per nessuno …;  psicologici, per oltre tre anni io e mio fratello, la badante e le rispettive famiglie siamo stati schiacciati dal peso di un impegno psicologico massacrante, che ci ha visti coinvolti in tutti gli aspetti dell’assistenza … abbiamo appreso strada facendo pregiudicando, in alcuni casi, la nostra salute mentale e fisica.

Che fare, come reagire, che peso dare alle proprie paure, come arrivare all’altro che si sta perdendo?

Cinzia scrive, osserva i comportamenti, si pone domande, riflette.

Considera che esistono due mondi: il proprio e quello della madre, due mondi possibili da accettare solo nel momento in cui cercare a tutti i costi una ragione perché ciò succede diventa superfluo. Occorre, pur con difficoltà, vivere la vita come si presenta. Quanto e cosa succeda dentro di te, nessuno lo sa. Possiamo solo tentare di immaginarlo, tu certo non sei più in grado di spiegarcelo.

Essere dentro “in situazione” vuol dire anche assumere una visione di ciò che è possibile fare e di ciò che invece è impossibile controllare, in quanto taluni accadimenti semplicemente arrivano, indipendentemente dalla tua volontà.

L’Alzheimer è uno di questi. La vita ci propone eventi che o decidiamo di far entrare nella sfera del possibile o ne restiamo talmente tramortiti da non avere più energia per continuare.

In questo Cinzia propone, senza dichiararlo esplicitamente, l’atteggiamento resiliente, ovvero quella predisposizione di entrare nella propria storia sapendo cogliere, oltre alla fatica, anche il trampolino di crescita e di nuove opportunità.

Purtroppo non siamo noi a decidere quello che succederà in futuro, possiamo solo limitarci a prendere quello che arriva. Nella tua diversità devo imparare ad accettarti

Mi hai dato una lezione di vita importantissima, confermandomi con la tua presenza che ci si deve impegnare a vivere come se fosse l’ultima volta che lo possiamo fare.

Rabbia, rancore, risentimento, colpa e rimpianti soggiogano e lasciano senza via di scampo.

Introspezione, interazione con chi ti sta intorno, iniziativa e umorismo facilitano invece la costruzione di una nuova relazione: Quando non capivo i tuoi comportamenti, ho imparato ad accettarti e ad apprezzarti per come sei.

La mamma di Cinzia ha l’Alzheimer e Cinzia è con la sua mamma con l’Alzheimer: insieme continuano a vivere nel meglio delle loro possibilità, utilizzando anche le risorse che la comunità mette a disposizione, casa di riposo compresa.

Concedersi delle tregue non è egoismo ma voler bene a se stessi, è la necessità di dare spazio alle proprie esigenze, di ricaricare le batterie consumate per far sì che i momenti spesi con chi ci circonda tornino ad essere di qualità. Bisogna assolutamente evitare la trappola del senso del dovere, che obbliga a uno stoicismo forzato, dannoso per tutti perché rende insopportabile la vicinanza del malato creando un senso di inadeguatezza nel malato stesso e in chi condivide la situazione.

Non vi è colpa nella malattia, è meglio usare le risorse per cercare soluzioni … e se non si riesce a rispettare l’impegno preso, pazienza, si deve alzare la mano per chiedere aiuto, evitando così di sentirsi sminuiti perché è inutile e nocivo.

Questo e altro fa parte della storia di Cinzia e il suo racconto scivola lieve fra le pagine, lasciando spazio alla positività dell’esperienza (pur riconoscendone le difficoltà)  e insegnando che anche quando sembra di essere ruzzolati in un baratro, un appiglio per risalire si trova sempre se si tengono gli occhi bene aperti, un po’ più in là del precipizio.


Il libro è stato presentato a Como in questa occasione:

Sabato 29 novembre alle 15, presso la Rsa “Le Camelie” (fondazione Ca’ d’Industria), di COMO (via Bignanico 20) presentazione del libro di CINZIA BELLOTTI, Ti guardo e mi chiedo. Io, mamma e il terzo incomodo di nome Alzheimer (New Press Edizioni) con Natascia Gamba, voce narrante e Luciana Quaia, psicologa; Fulvio Rosa al pianoforte

aspettando lentamente Natale

tarta

TartaRugosa ha letto e scritto di: Marie Kondo (2014), Il magico potere del riordino, Traduzione di Francesca Di Berardino, Editore Vallardi

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Marie Kondo (2014)

Il magico potere del riordino

Traduzione di Francesca Di Berardino

Editore Vallardi

vallardi

 

 

 

 

 

 

Il riordino è un’arte: questo è il messaggio trasmesso dal libro di Marie Kondo, la cui sbalorditiva professione è proprio l’insegnamento di come fare e mantenere l’ordine nella propria casa. Insegnamento che non avviene solo a livello formativo, ma anche con valutazioni domestiche e supervisioni sull’operato.

La regola base è quella di procurarsi un discreto numero di sacchi per la raccolta dei rifiuti e poi seguire con un protocollo delle categorie da passare al setaccio, ovvero: “prima i vestiti, poi i libri, le carte, gli oggetti misti e per ultimi i ricordi. Eliminando ciò che non vi serve seguendo quest’ordine vi avvantaggerete in modo sorprendente”.

La passione per il riordino nasce in Marie già nella primissima età attraverso letture di riviste per la casa, tentativi caratterizzati da successi e fallimenti ed elaborazione di tecniche del tutto personali che porteranno l’autrice a trovare un corrispettivo tra ordine dello spazio e ordine mentale, ma, soprattutto, a non ricadere più nel caos. Perché una volta appresa la tecnica, l’effetto boomerang è scongiurato.

Accade spesso che le nostre abitazioni diventino sempre più anguste a furia di accumulare cose e che le nostre lamentele più frequenti riguardino proprio la mancanza di spazio. Marie Kondo sostiene invece che non esiste casa che non disponga di spazio sufficiente e che i “problemi che si riscontrano sono legati al fatto che si possiedono troppe cose inutili”.

Per ovviare a questo problema dobbiamo dimenticare la diffusa convinzione del fare ordine un po’ per volta, magari partendo un giorno da un locale, un giorno da un altro e così via.

La ragione principale per cui le cose continuano ad accumularsi è perché non ne teniamo sotto controllo la quantità, non riusciamo a farlo perché i posti in cui le riponiamo sono sparsi ovunque. Con questi presupposti è normale che se riordinassimo seguendo l’ubicazione delle cose potremmo continuare all’infinito. Riordinare deve essere inteso per categorie, non per ubicazione”. Quindi bando al “un po’ per volta”, e largo al “categoria per categoria”, esercizio che richiede una massima concentrazione nel radunare in terra tutto ciò che concerne la categoria prescelta e procedere all’eliminazione.

Infatti “le operazioni di riordino devono sempre cominciare dal buttare via …Riordinare non necessita di complesse classificazioni. Le azioni fondamentali da eseguire sono due: buttare via ciò che non serve e trovare una collocazione a quello che rimane. E’ importante ricordarsi che buttare viene prima”.

La costante raccomandazione del buttare via serve proprio a prevenire la tendenza ad accantonare l’oggetto, convinti comunque che uno spazio glielo si possa trovare. Questo inevitabilmente condurrebbe non al riordino, ma al cambiamento di spazio, che è un’altra cosa e motivo di effetto boomerang, cioè della creazione immediata di un nuovo disordine.

Ma separarsi dalle cose non è semplice e, a pensarci, ognuno di noi ha mille motivazioni per giustificare la propria propensione all’accumulo.

Ecco perciò il consiglio fondamentale per poter agire senza troppi rimpianti: Pensare alle cose da eliminare rende infelici, quindi “ciò che dovremmo scegliere non è che cosa buttare, ma che cosa conservare”.

E da qui il passo è breve: “Conservate solo ciò che vi emoziona, il resto buttatelo via senza ripensamenti”.

Secondo l’autrice fare ordine è un dialogo con se stessi tramite gli oggetti e ciò significa che non sono ammesse altrui interferenze: riordinare vuol dire escludere gli altri, che non devono avere voce in capitolo sulle personali scelte, né tanto meno diventare i nuovi destinatari di ciò che decidiamo di eliminare.

Ecco alcuni suggerimenti relativi alle singole categorie.

Abbigliamento. “La prossima stagione voglio rivedere questo abito nel mio armadio?” è già una buona domanda per capire la sua futura destinazione. Un vestito che non piace più finisce sicuramente in un angolo recesso dell’armadio, tanto vale buttarlo, non senza averlo prima ringraziato per il suo servizio (la cerimonia del ringraziamento è sacra per l’autrice giapponese).

Per avere un armadio sempre in ordine, occorre anche organizzare la piegatura degli abiti, avendo cura di non ammassarli fra loro o accumularli l’uno sopra l’altro. Consiglia la piegatura fatta in modo tale che dell’indumento ne risulti un semplice rettangolo, sia per gli abiti, sia per calze o collant che non devono assolutamente essere appallottolate o annodate fra loro (anche la biancheria deve poter respirare!).

Libri. Pur rappresentando una categoria di cui è difficile separarsi, anche per i libri vale il principio dell’emozione che provocano. I libri che di solito si leggono più di una volta sono rari: “i libri si leggono per l’esperienza stessa di leggerli. Con il libro letto già una volta l’esperienza è stata fatta. Anche se non vi ricordate perfettamente il contenuto, è già tutto dentro di voi … Per un libro il tempismo è un fattore vitale: il momento giusto per leggerlo è quello in cui lo incrociate sul vostro cammino”. Bisogna immaginarsi la libreria solo composta da libri che piacciono: sarà più facile sbarazzarsi dei restanti.

Carte. Si suddividono in tre gruppi: quelle di cui occuparsi subito, quelle da conservare (come i contratti) e quelle da conservare di altro tipo. Ogni categoria dovrebbe essere ordinata in un contenitore e quello contenente i documenti di cui occuparsi subito dovrebbe essere sempre vuoto.

Oggetti misti. L’elenco proposto da Kondo è vario: cd e dvd; prodotti per la cura del corpo; cosmetici; accessori; oggetti di valore; dispositivi elettronici; utensili di uso quotidiano; utensili da cucina, stoviglie; altro. Un commento fondamentale, prima ancora dei suggerimenti, è il seguente: “Stranamente ci sono molte cose che vi accorgerete subito di voler buttare via senza la necessità di chiedervi se vi colpiscono oppure no. …Sembra strano, ma la maggior parte delle persone è inconsapevole delle cianfrusaglie che occupano spazio nella propria casa”.

Ricordi. Non si entra nel merito del valore o del senso di un oggetto legato a un ricordo. Ma qui entra in gioco il dialogo con se stessi: “Quando tenete in mano i vostri ricordi e decidete che cosa buttare via e che cosa conservare, per la prima volta nelle vostra vita vi confrontate con il passato. Finché queste cose rimarranno sepolte nel fondo di un cassetto, il vostro passato resterà un peso che vi zavorra e vi impedisce di vivere il vostro presente. Mettere in ordine le proprie cose una per una significa mettere in ordine anche il passato. Sistemare i ricordi vi fa resettare la vostra vita e vi fa saldare i conti in modo che possiate muovere i passi successivi verso il vostro futuro”.

E se qualcuno avesse ancora dei dubbi sul processo di separazione, mediti su queste parole: “Ogni cosa che possedete vuole esservi utile. Anche se la butterete via o la brucerete, si lascerà alle spalle un’aura di chi ha voluto rendersi utile. Non più prigioniera della sua forma reale, si muoverà nell’universo sotto forma di energia, facendo sapere alle altre che voi siete una persona speciale … Liberatevi di quelle cose che non vi emozionano più. Celebrate la vostra separazione da loro e il loro nuovo viaggio. Festeggiate questo momento. Credo davvero che le nostre cose siano più felici e più vive quando le lasciamo andare di quando le prendiamo per la prima volta”.

Sta per chiudersi il 2014.

Per il 2015 il motto è: fare riordino nella propria casa.

Detto da TartaRugosa fa quasi sorridere.