George: la tartaruga quasi estinta

estintaPer richiamare l’attenzio ne sulle specie in pericolo, esistono animali più fotogenici di una tartaruga, an che gigante, delle Galapagos. Marrone scuro, sgraziato, lo sguardo spento e l’espressione arcigna di chi ha perso la dentie ra, George non ha un fisico da Icona, ma è l’unico superstite di Geochelone nigra abingdonii, una sottospecie che, salvo miracolo della scienza, si estin guerà con lui.

Negli anni Venti, scrive Henry Nicholls, i suoi si mili popolavano ancora l’isola della Pinta, venivano uccisi per la carne o per sport, e catturati vivi a centinaia per rifornire, con uno o due sopravvissuti al trauma, collezioni pubbliche e private. Sembrava che fossero estinti quando nel 1971 uno stu­dioso di chiocciole avvistò Ge orge senza intuirne la rarità. Mesi dopo ne parlò a cena con uno specialista,il bestione venne trasferito al centro di ricerca Charles Darwin, nell’isola di Santa Cruz.

Risultò avere tra i 30 e i 50 anni. Era un giovane in buona salute, restava da trovargli compagne con le quali avvia re un programma di riproduzio ne e di ripopolamento, come al tri già realizzati con successo.

Nicholls racconta l’arrivo dall’America Latina delle tarta rughe antenate, l’esodo da all’isola all’altra, il sorprenden te tragitto fino a Pinta, la più di­stante dall’approdo, la diaspo ra in zoo e musei. Dopo una ri cerca nella biblioteca e nei depositi del Museo di Storia naturale di Londra per procurarsi altre fonti storiche oltre a Darwin, parte «con una copia sgualcita della seconda edizio ne de II Viaggio di un naturali sta intorno al mondo» per un’indagine sul campo. Rifa il viag gio di George (e in parte quello della Beagle), parla con i suoi custodi e con i ricercatori che tentano di salvare la fauna e la flora locale.

Ci riusciranno? Le Galapagos sono protette da trattati intenazionali e da leg­gi ecuadoregne  ma aumenta no i turisti, gli immigrati clan destini, gli animali d’alleva mento, le coltivazioni. L’am biente a disposizione delle spe cie autoctone si trasforma e si riduce: tra chi vuoi preservarlo, ammirarlo o sfruttarlo per necessità, ci sono conflitti, tal volta armati. Nel 1995, i pesca­tori di frodo marciano contro il Centro Darwin, brandiscono cartelli con la scritta «!Muerte al Solitario Jorge!», cercano di rapirlo, incendiano alcuni edifi ci per protestare contro il divie to di rastrellare le oloturie dai fondali.

Rimaste in poche an che loro, valgono una fortuna nei Paesi dove quei «cetrioli di mare» dalla forma allusiva so no ritenuti afrodisiaci. Ironia della sorte, sono appena falliti tutti gli sforzi per risvegliare interesse di George verso femmine imparentate che vengo no portate nel suo lussuoso re cinto. Per quattro mesi, una stu dentessa svizzera prova a mas saggiargli ogni giorno l’organo sotto la coda. Purtroppo rien tra in Europa per il dottorato proprio quando la diffidenza iniziale di George si trasforma in gradimento.

Nicholls esaminale alterna tive e le scarta. Semmai si riu scisse a ottenere sperma da George, non si saprebbe come praticare una qualche forma di fecondazione assistita a una femmina senza farle rischiare la vita. La clonazione con il me todo Dolly è esclusa: le rettili non hanno un utero nel quale impiantare un ovulo feconda to e nessuno sa come ricreare un uovo intero, guscio com preso, da mettere in incubatri ce.

Henry Nicholls, George il solitario. La vita e gli amori di un’icona della sopravvivenza, traduzione di Giuliana Olivero, Codice, Torino, 2008, p. 204

in Sylvie Coyaud, La tartaruga quasi estinta

Possa la mia vita essere come una tartaruga

Mentre percorro la strada della vita, possano i miei passi essere come quelli di una tartaruga, fermi e sicuri. Non importa quale ostacolo si trovi sul suo cammino, troverà alla fine un modo per aggirarlo, sopra o sotto.

E se una persona sventata la sollevasse e la deponesse di nuovo rivolta dalla parte opposta, si girerà sempre, troverà la via originaria, e si dirigerà verso la sua meta.

Possa essre coperta come una tartaruga da una corazza solida, tonda e impermeabile, che mi protegga dai colpi e dai lividi della vita e mi offra un riparo dalle tempeste; e se mai dovessi cadere sul dorso, possa esserci sempre un amico che mi rimetta dolcemente in piedi.

Possa la mia pelle essere come quella di una tartaruga, spessa e coriacea, così che le parole dure dette con rabbia non feriscano il cuore. Possa il mio cuore essere come le zampe e gli artigli di una tartaruga, solidi e robusti; e non importa quanto possa essere duro, secco o sassoso il terreno, sarò sempre in grado di scavarlo e piantarvi i semi della felicità, della pace e dell’appagamento. E tutti i semi che pianterò nella mia vita possano crescere e fiorire e portare frutti meravigliosi.

E da ultimo, possano i miei occhi essere come quelli di una tartaruga, brillanti e vivaci, che non guardano mai indietro alle nuvole minacciose radunate alle sue spalle, ma sempre avanti a un futuro roseo e brillante.

dalla Newsletter del British Chelonia Group

TartaRugosa ha letto e scritto di: Alice Munro (2001). The bear came over the mountain. tratto da: Nemico, amico, amante …, Einaudi Traduzione di Susanna Basso

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Alice Munro (2001).
The bear came over the mountain.
tratto da: Nemico, amico, amante
, Einaudi

Traduzione di Susanna Basso

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Questa è una storia di memoria. Una memoria particolare.

Una memoria che appartiene a un tempo senza orologio, dove passato e futuro non offrono più la continuità temporale lungo la quale è possibile conservare un ordine esistenziale. E allora può succedere che in questo caos frammentato, senza il ricordo di ciò che è stato e l’incapacità di immaginare ciò che sarà, chi si muove brancola alla ricerca di un significato al proprio esistere.

Questa è una storia che si condensa nella unica, volubile memoria del presente, la sola memoria valida per chi imbocca il percorso del deterioramento cognitivo.

Lagoverde è il nuovo teatro dell’azione, dopo che la casa di Fiona si è trasformata, ai suoi sensi, in un luogo astratto e privo di riferimenti certi e sicuri.

L’ingresso nella “costruzione spaziosa con i soffitti a volta, dall’aria eternamente profumata di un vago aroma di pino” esige un’insindacabile regola: “I nuovi residenti non devono ricevere visite per i primi trenta giorni … il minimo necessario per ambientarsi”. Un sacrificio richiesto per evitare la sofferenza dei ripensamenti, dei rientri a casa e dei rinnovi delle procedure di inserimento, quando nuovamente la permanenza al domicilio diventa impossibile.

Che cos’è un mese se non un tempo diviso, frazionato in settimane, giorni, ore, minuti?

Che cos’è un mese per Fiona se non un tempo infinito, costituito dall’attimo testé percepito, che non si aggancia alla nostalgia dell’ieri e alla speranza del domani e che incunea solo il presente nella memoria effimera di ciò che si offre allo sguardo?

Nel campo visivo di Fiona appare Aubrey, il nuovo oggetto d’amore che non le richiede la storia di cinquant’anni vissuti con Grant per assumere la significazione di un sentimento forte, passionale, complice e protettivo.

Aubrey è lì, a Lagoverde, e vive accanto a Fiona nel presente che accade, motivo più che sufficiente per determinare quella tensione affettiva cui Fiona ha sempre aderito. Con Grant. Quello stesso Grant che ora, nel suo irrimediabile presente assume le sembianze “di un visitatore assiduo con un interesse particolare alla sua persona. O forse addirittura come una seccatura a cui, in base alle sue vecchie regole di cortesia, occorreva evitare che si accorgesse di esserlo”.

Grant rimane uno spettatore cui è vietato “pretendere di sapere da lei se lo riconoscesse come il marito di quasi cinquant’anni vissuti insieme”.

Così è il tempo a Lagoverde.

Dapprima scambiato per un nuovo arrivato nella piccola comunità, Grant potrebbe rivestire il ruolo di uno che conta, qualcuno che potrebbe intervenire in modo risolutivo affinchè Aubrey non se ne vada da Lagoverde.

Perchè Aubrey è marito di Marian e il suo soggiorno nella casa di cura è provvisorio in quanto Marian desidera condividere con lui la propria esistenza nonostante la malattia, non foss’altro per le insufficienti condizioni economiche, piuttosto che per un sincero sentimento amoroso.

E arriva il giorno della partenza di Aubrey.

Il presente si spezza. Quella memoria senza connessioni e senza progetti si incrina.

Fiona vive la nuova solitudine senza riuscire a farla abitare in un tempo ragionato. In quella sequenza di attimi che accadono non vede più Aubrey.

“Grant non ebbe fortuna. Fiona sembrava aver sviluppato un’antipatia nei suoi confronti, anche se si sforzava di mascherarla. Forse ogni volta che lo vedeva, le tornavano in mente gli ultimi minuti con Aubrey, quando gli aveva chiesto aiuto e lui non gliel’aveva dato”.

Quanto è misurabile l’intensità di un sentimento se l’Altro verso cui è diretto non possiede più gli strumenti per accoglierlo e corrisponderlo?

Grant non è stato un marito probo e fedele. Incline alle tentazioni, più volte ha ceduto ad ammiccanti inviti, consumati senza particolare convinzione e facilmente sgomberati dal cassetto dei ricordi. Ma poi “finito il periodo delle scappatelle nevrotiche … una vita nuova era una vita nuova”.

Com’è possibile dimostrare il proprio amore se l’Altro è lontano dal tempo e dallo spazio della traiettoria della vita?

Grant non vuole assistere alla dirompente sofferenza di Fiona e chiede a Marian di ipotizzare un ricovero definitivo anche per Aubrey.

E ora sul palcoscenico quattro personaggi ricercano un senso: Fiona e Aubrey sono ricettori passivi del qui e ora che transita in loro prossimità. Grant e Marian sfiorano, ognuno a modo suo, l’idea di un appuntamento possibile fra due persone più o meno sole.

Ma che cos’è una memoria che è vittima di un tempo senza orologio?

“Le cose cambiano di giorno in giorno e non ci si può fare niente. Capirà come funziona quando incomincerà a venire regolarmente. Imparerà a non prendersela. A vivere alla giornata” aveva commentato l’infermiera Kristy a Grant, quando, allo scadere del mese iniziale, aveva trovato avviata la nuova relazione tra la moglie e Aubrey.

“Un bel giorno ti senti salutare … così all’improvviso, sono completamente normali. Ma non dura molto. Non fai in tempo a dirti, però, è guarito, che gli va via la testa di nuovo. Di colpo”.

E ora che Grant vuol restituire Aubrey a Fiona, le lancette dell’orologio momentaneamente riprendono il loro cammino, riportando la memoria di Fiona in una consapevolezza che probabilmente durerà un lampo. Quel balenio di tempo sufficiente a ritrovare e partecipare un legame eterno, indifferente alla malattia che cancella la propria identità.

Di Sarah Polley, sugli schermi, il film Lontano da lei, con Fiona interpretata da Julie Christie.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Cormac McCarthy (2007), La strada, Einaudi Traduzione di Martina Testa

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Cormac McCarthy (2007)

La strada, Einaudi

Traduzione di Martina Testa

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Questo è un libro duro e spietato.

Solo grazie alla magistrale penna di McCarthy è possibile addentrarsi nel gorgo dell’apocalisse senza farsi troppo male.

Non c’è un “prima” che introduce allo scenario.

Si è subito immersi in una spettrale massa di cenere, di grigio. E fa sempre freddo, tanto freddo. Non esiste la luce. Anche quella del giorno è bianca, opaca, così come il colore del mare non è blu.

Qualsiasi rappresentazione umana sull’ipotesi di una catastrofe universale trova appagamento in queste 218 pagine costruite sulla maledizione di essere vivi.

Un uomo e un bambino catalizzano la trama della sopravvivenza. Una pistola sempre a portata di mano, solo una volta servita ad abbattere il nemico. L’ultimo proiettile potrebbe essere solo per difendere la propria dignità di essere umano ed evitare di soccombere per mano altrui: “Se ti trovano lo devi fare. Hai capito? Shh. Non piangere. Mi ascolti? Lo sai come si fa. Te la metti in bocca e la punti in su. Veloce e deciso. Hai capito?”

Un uomo, suo figlio e un simbolo di una modernità smarrita: un carrello del supermercato. Una residualità macabra da spingere lungo chilometri e chilometri di strade e sentieri alla ricerca del Sud.

Nella tragicità del faticoso percorso riemergono, quasi per caso, spezzoni di ricordi che allargano la conoscenza di quel padre e del di lui figlio. Una madre ha partorito poco dopo che tutto era successo e non ha resistito al poter verificare quel che sarebbe stato il seguito. E un padre che invece resiste per far portare il fuoco a quel bimbo, che vediamo lentamente maturare, sino ad assumere, se non sostituire, le responsabilità paterne. “Non tocca a te preoccuparti di tutto. Il bambino disse qualcosa che l’uomo non capì. Cosa?, disse. Il bambino alzò gli occhi, il viso sporco e bagnato. Sì, invece, disse. Tocca a me”.

Terra arida, ceneri di un mondo defunto che non esiste più, salvo funeree apparizioni di luoghi un tempo abitati, devastati e derubati da qualsiasi cosa utile alla sopravvivenza.

Anche in questo nuovo domani però, poche ma inquietanti persone fanno la loro comparsa, confermando l’eterna spartizione degli opposti. I buoni e i cattivi.

Lo spartiacque è la fame. Orribile. La frenetica caccia al commestibile, sempre più raro a trovarsi.

E per alcuni l’unica opportunità è l’altro che incrocia sul suo cammino.

Il bambino emaciato e consunto non appartiene a questa categoria. Ne è terrorizzato e sa che non ha più senso fingere di non vedere e non capire.

La pietà ha sempre su di lui il sopravvento: non si strappa di dosso la fame, ma nemmeno la visione di chi si trascina allo stremo.

Poche le righe di felicità alla scoperta di un segreto deposito dove giacciono “casse su casse di cibo in scatola. … Cos’è tutta questa roba, papà? E’ roba da mangiare”.

Ma poi occorre ripartire. Di nuovo il buio, il gelo, la pioggia, la cenere.

Padre, figlio e la desolazione.

Arriva il momento di congedarsi. L’estremo addio e l’impegno di portare il fuoco.

Potrebbe essere questa la fine della storia.

Ma la vita è più forte della morte.

McCarthy ci regala una briciola di illusione in un nuovo incontro.

“Come faccio a sapere che sei uno dei buoni? Non puoi. Devi fidarti. … Tu porti il fuoco? …Sì, portiamo il fuoco. Ci sono anche dei bambini? Sì. Anche un maschio? Abbiamo un maschio e una femmina… E non ve li siete mangiati. No. … Posso venire con voi? Sì che puoi. Allora OK. OK”.

Nel mistero di una cosa che non si può più rimettere a posto, la timida speranza di qualcosa che si può ancora fare.

Da leggere sull’onda delle vibranti note del Requiem di Mozart.

  • Su questo libro, in evidente sincronicità, ha scritto anche Prisma

Corteggiamenti

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Durante i corteggiamenti il maschio manifesta attenzione per la tartaruga femmina con violenti morsi ed urti contro il carapace. Tutto ciò continuerà finchè la femmina, esausta, sarà accondiscendente e permetterà al maschio di posizionarsi sul suo carapace per l’accoppiamento.

La violenza di questi approcci potrebbe indurre, chi vedesse la propria tartaruga così maltrattata, a separarla immediatamente dal suo compagno. Ma così facendo si otterrebbero solo deposizioni di uova non fecondate.

Esiste il rischio che la femmina riporti ferite più o meno gravi sia sugli arti anteriori che posteriori. Qualora se ne presentasse la necessità, occorre intervenire con un’adeguata medicazione.

Per alleviare parzialmente questa “sofferenza” è consigliabile che per ogni maschio si abbia un rapporto di almeno due femmine, in modo che le aggressioni si succedano con minor frequenza. Di conseguenza è da evitare che una sola femmina sia sottoposta alla presenza di due o più maschi.

E’ molto raro che l’accoppiamento avvenga al primo tentativo. Talvolta esso ha successo solo perché la femnmina si infila in un angolo che non le dà possibilità di fuga.

Magda Szabò (2005), LA PORTA, Einaudi, Traduzione di Bruno Ventavoli

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Magda Szabò (2005)

LA PORTA, Einaudi

Traduzione di Bruno Ventavoli

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Sarà che il vocabolo “porta” mi richiama il ricordo di un minaccioso Barbablù dell’infanzia e, da quei tempi lontani, un uscio chiuso, ovunque sia situato, mi impone l’indugio e la trepidazione. Sarà che le vecchie e amate porte monumentali con i loro intarsi, pomelli o batacchi dorati mi hanno sempre fatto immaginare scenari vietati e impenetrabili.

Di certo, fotografia e titolo del romanzo apparso un giorno sul comodino mi hanno dato subito da intendere che non sarebbe stata una lettura facile.

Sicuramente non  per lo stile o per la trama, entrambi snodati e incalzanti.

La storia di Emerenc è una storia strettamente allacciata a quella che Hillman definisce “la forza del carattere” , lo straordinario tratto che esalta ciò che in ognuno di noi è unico, irriducibile, singolare, strano.

Quando avviene che nel destino della vita due caratteri debbano incrociarsi e scontrarsi per bagaglio biografico, culturale e valoriale antitetico, può accadere che le direzioni degli individuali percorsi prendano le necessarie distanze. Oppure può capitare che la relazione cerchi, sia pur disperatamente, uno spiraglio dove incunearsi per scoprire il mistero dell’altro.

E’ così che mi piace leggere il simbolo della porta della casa di Emerenc che ci accompagna con un esplicito quanto non patteggiabile messaggio:non voglio essere aperta.

Che cosa ci sia al di là del battente sprangato, nessuno riesce ad immaginarlo. Esattamente come la storia di Emerenc, donna infaticabile, vigorosa, di un’energia senza fine nonostante la non giovane età. Quasi rocciosa, aguzza, pronta a scalfire la pelle e a provocare tagli quando il contatto dell’altro diventa più duraturo.

In questa storia di costruzione di un rapporto interindividuale c’è un altro.

Anzi, un’altra: Magda. Non di secondaria importanza inoltre il marito e il cane di Magda. Due forme viventi che si prestano a diventare importanti mezzi transizionali per avvicinare le due donne nei momenti in cui tutto, di nuovo, sembra definitivamente inconciliabile.

Perché è questo che costantemente avviene. Le piccole conquiste comunicative, le conoscenze di indizi che illuminano gli strani comportamenti di Emerenc, i tentativi di abbandono ad un affetto che litiga con le ferite profonde di una storia tragica e violenta si susseguono con un’oscillazione perpetua tra amore incondizionato e repentina riappropriazione di ciò che è stato concesso.

Ad ogni riconciliazione, però, la distanza si abbrevia.

Nel diario di Magda il lettore riesce ad assemblare il passato di Emerenc e si fa catturare dal suo carattere così indisponente e, al tempo stesso, generoso.Si entra talmente a fondo nella conoscenza delle due protagoniste che si soffre per i continui errori commessi da entrambe le parti per l’incapacità di dire all’altro “ti voglio bene, sei importante per me”.

Ti accorgi dell’identificazione e della partecipazione cui non puoi sottrarti – solo perché lettore – quando arriva il momento della malattia di Emerenc.

Sei agli ultimi capitoli del romanzo. I più struggenti. Ora sei al di là della porta.

Ti rendi conto che talvolta una porta chiusa non è una forma di riservatezza solo per chi dietro si difende. Sei tu stesso a sentirti nudo al cospetto dell’intimità dell’altro.Vorresti allora che quel varco aperto con la forza si rimarginasse e ripristinasse quella barriera fiduciosa e rispettosa dei tesori accumulati durante i giorni, i mesi, gli anni. Quegli oggetti così assurdi agli occhi degli altri, ma così densi di significato e valore per chi, con caparbietà, li ha stipati nel ripostiglio dell’anima e li ha sigillati con sicure mandate.

Vorresti dire a Magda “Dov’eri, Perché non ti trovavi lì dove dovevi essere, Quanto è sincero il tuo amore, Perché non capisci il tuo tradimento, Perché continui a mentire?”.

Non ti capaciti di quante bugie dovranno ancora essere mormorate per non avere il coraggio di confessare a Emerenc l’accaduto. Che, illusa, si mette di impegno per recuperare le forze, per guarire, per poter ritornare in quel luogo che crede esistere tuttora, ben protetto dalla sua porta.

Ma, già lo sai, niente più tornerà come prima. Così  come accade quando rivedi un film per la seconda volta e, pur conoscendone la sconsolata fine, speri che magicamente succeda un evento nuovo che capovolga la situazione.

La tanto desiderata verità arriva come una mannaia.

“Se mi avesse lasciata morire, come avevo deciso di fare quando mi sono resa conto che non sarei più stata in grado di affrontare un vero lavoro, avrei vegliato su di lei anche dalla tomba, ma ora non la sopporto più accanto a me. Vada via.”

Il rimorso di Magda è ora più comprensibile. Ce lo aveva confessato in apertura della storia: “Una sola volta nella mia vita … una porta si spalancò davanti a me, la porta di una persona che voleva difendere a ogni costo la propria solitudine e la propria misera impotenza, che non avrebbe mai aperto nemmeno se le fosse crollato addosso il tetto in fiamme. Solo io avevo il potere di vincere quella serratura: la donna che girò la chiave aveva più fede in me che in Dio, e io stessa, in quell’istante fatale, credetti di essere saggia, riflessiva, buona, razionale, come Dio. Ci sbagliammo entrambe, lei che si fidò di me, io che confidai troppo in me stessa. Ma ormai poco importa, perché ciò che è accaduto non si può rimediare”.

Una bruciante vicenda umana da leggere e ponderare, poiché nessuno di noi è esente dallo sperimentare sentimenti forti e, tanto meno, dal reggere la fatica di cedere un pezzo di sé per fare posto alla diversità dell’altro.

l’alimentazione della TARTARUGA

La dieta ideale della tartaruga è povera di proteine e� grassi, mentre è ricca in carboidrati complessi, fibre e calcio e sufficiente per gli altri minerali come il fosfato e le vitamine. Il calcio è importante per la costruzione della corazza e dello scheletro, specialmente nei giovani, per la produzione di uova nelle femmine che le depongono e per le funzioni muscolari.�
Ranuncolo, trifoglio, tarassaco, caprifoglio, piantaggine, crespigno e piante simili forniscono le fibre necessarie alla dieta in libertà. Essendo poichiloterme, le tartarughe sono in grado di digerire il cibo solo se mangiano alla giusta temperatura ambientale, l’ideale sarebbe tra i 20 e i 32°. Al di fuori di questo intervallo, diventano indolenti, possono sperimentare stress fisiologico, mangiare meno del fabbisogno, digerire in modo inefficiente e correre un rischio più alto di morte per malattia.Divertissement: le unghie smaltate possono essere scambiate per i loro frutti preferiti. Uno smalto vermiglio può essere scambiato per un pezzo di pomodoro. Come può testimoniare chiunque abbia avvicinato troppo un dito alla bocca di una tartaruga, hanno un morso tenace e forte che può far sanguinare, lasciando un chiaro segno della forma della mascella.

viaL’alimentazione della tartaruga.

Pino Roveredo, Mandami a dire, Bompiani, 2005

TartaRugosa legge e scrive di:

Pino Roveredo (2005), Mandami a dire, Bompiani, Introduzione di Claudio Magris

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Ci sono tanti modi di dire la solitudine, l’indifferenza, lo sfruttamento, la violenza, l’emarginazione … Lo sappiamo dagli strilli dei titoli dei giornali, dalla retorica dei benpensanti, dal distacco delle analisi sociologiche, dall’enfasi delle interpretazioni psicologiche.
Roveredo, con “Mandami a dire”, ha scelto la forma più immediata, più diretta, più vera: la diversità come la terrificante normalità che non puoi scrollarti di dosso.

Nei suoi brevi quattordici racconti non c’è alcuno spazio per critiche o condanne ed è stupefacente il segno del graffio che ti rimane dopo aver incorporato quelle storie contrassegnate da una pacata rassegnazione, da una struggente accettazione dello svolgimento di un filo che non può appartenere ad un’altra matassa, perché altrimenti non si tratterebbe più della tua esistenza.

E se ogni storia è amara amara, perché ti senti così attratto dalla poetica crudezza di ciò che anche volendo non puoi certo definire “la rivincita degli sconfitti”?

Forse perché è come scrutare l’erba d’inverno dalla parte delle radici, dove sotto un’illusoria aridità si nasconde un invisibile fermento vitale che spinge contro la dura crostra di terra, reclamandone la legittima porzione di proprietà.

Ed ecco alcuni tenui fili che bucano il suolo:

Il sordomuto non può “mandare a dire” le cose più care. Le deve dimostrare. E allora l’Abbraccio abbraccia, il Bacio bacia, la Carezza accarezza. E poi c’è la fortuna del sesto senso, quella magica compensazione insegnata ai proprietari di una dimenticanza.

Il malato psichico ex degente manicomiale grida la paura atroce di chi è diventato prigioniero della libertà e ne è rimasto sopraffatto, sacrificandole la vita. Ricorda la storia di un amore sbocciato tra i cancelli chiusi e smarrito alla loro riapertura. Quell’amore faceva battere il cuore quando si era rinchiusi, ma ora nel fuori di un mondo che non ti appartiene, che non possiede amore, come fai a trovare la donna che ha voluto in regalo l’effimero fiore bianco di dicembre, cristallo di ghiaccio sciolto al primo contatto col calore e al cocente dolore delle botte ricevute per l’uscita non programmata?Resta ogni giorno il tentativo di digitare un numero di telefono a caso, per sfidare la legge delle probabilità e finalmente riudire la voce desiderata.

Anselmo ha raggiunto in quarantatre anni il record della produttività ad una catena di montaggio. Alienazione della fabbrica? No, tutt’altro. Per Anselmo il cartellino del timbro è l’accesso benefico ad una quotidiana seduta di cromoterapia. Là, al reparto Coperchi, ai suoi barattoli di vernice Anselmo parla e racconta di sé e del mondo a seconda del colore del giorno. Sono loro, i barattoli, gli amici fidati che non lo tradiscono mai. Gli unici amici pronti a colorare anche il momento del congedo finale.

Martino, l’eterno ultimo nelle corse ciclistiche, riconosce l’orientamento della strada osservando il movimento dei culi che lo precedono. Accade però che un dileggio, uno sfottò dei colleghi rintuzzino un orgoglio sopito che lo porta ad un passo dal traguardo, ma non alla tanto agognata vittoria. Martino perde il lavoro, ma nel letto d’ospedale sogna il ritorno al paese e l’avvenire di suo figlio.

Nini è di nuovo in punizione in un buio sgabuzzino e aspetta le busse del padre al suo ritorno serale. E intanto sogna un mondo di luce, senza sgabuzzini e tanti prati verdi dove correre con i bambini che sbagliano. Non sa, Nini, che dietro questi prati si annida il suo stesso futuro di padre violento. Così è la storia del maltrattato: ripetere lo stesso copione con chi gli succederà.

Il tredicenne aiuto dell’aiuto manovale. Una forza giovane e che costa poco. L’importante è resistere, non contare le dieci ore di lavoro, non contare le cinquantadue buche che le ruote della corriera incontrano lungo il percorso, non contare le urla che scendono nella scala gerarchica fino a lui, ultimo della fila, non contare le buste che passano dalla mani del padrone a quello dell’ispettore di controllo.

Basta resistere, senza contare le volte in cui le vertigini hanno fatto sognare le cinture di sicurezza.

Ma come si può resistere mentre si cade dal quarto piano?

In “Mandami a dire” altre vicende umane si succedono: una coppia adattata alla propria infelicità viene trasformata in mostro da prima pagina; i sogni che bussano alla porta di chi vuole andare lontano e non torna più; le illusioni e le disillusioni degli eterni giovani che inseguono all’indietro lo scorrere degli anni; una telefonata che annuncia la morte di un figlio.

E poi altri ancora … Graffiti memorabili, come li ricorda Magris nella sua magistrale introduzione. 14 piccoli capolavori da non perdere. Per leggere, per meditare, per farsene impossessare.

P.S. Devo a Prisma la mia gratitudine per evermi fatto conoscere Pino Roveredo, in questa sua segnalazione diUna carezza genitore

Tartaruga (tortue), in Dictionnaire des symboles, Seghers, Paris, 1974

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José Saramago, Cecità (traduzione di Rita Desti), Einaudi, 1995 | TartaRugosa

TartaRugosa legge e scrive di:

José Saramago, Cecità, (traduzione di Rita Desti),  Einaudi, 1995
L’infinito reticolo associativo che il nostro cervello può assemblare mi ha sempre affascinata.

Da una parola, un’idea, un pensiero possono srotolarsi miriadi di percorsi che, talvolta, ci conducono in luoghi ben diversi da quelli prefigurati.

E chissà quale sentiero partendo dall’ascolto degli eventi affioranti dal rumore del vivere – esplosioni di carne umana, sventramento di ambasciate, chiese, autobus e mercati, crollo di torri, sterminio di polli e di tacchini, scuoiamento di cani cinesi, infanticidi, stupri e ancora ancora ancora – mi ha invitato a re-incontrare la lettura di Cecità.

Ché pure già il titolo stimola all’evocazione della tenebra, del buio, dell’oscuro.

E invece no.

Saramago sceglie l’espediente del mal bianco, di una totale immersione in un mare di latte che pure ti impedisce di vedere, rendendoti cieco.

Dicevo appunto, chissà la mente dove ha scavato per farmi ritornare a questo libro: una sfida da non trascurare.

Succede, senza un motivo apparente, che un giorno, imbottigliato nel traffico, alla guida della sua auto, un uomo improvvisamente non vede più. Seguono, nell’ordine e in breve tempo, il tale che lo riaccompagna a casa – che si rivelerà ladro dell’auto delle cui chiavi è rimasto in possesso -, l’oculista, una prostituta, paziente dell’oculista, e poi via via il taxista, il ragazzo strabico, la moglie della prima vittima, la cameriera dell’albergo, tutte persone che di fatto, per qualche motivo, hanno visto intersecati i loro cammini.

E’ il contagio di qualcosa di cui non si conosce la causa, ma che, esponenzialmente, produce effetti sempre più devastanti.

Ovviamente, per motivi di sicurezza, si decide di scegliere un luogo per la messa in quarantena dei primi casi accertati: sarà un caso che quello ritenuto più adatto sia un vecchio manicomio dismesso?

Da qui inizia la diretta di un raccapricciante reality show: ogni giorno il numero degli internati aumenta, una voce metallica scandisce le 15 regole di convivenza cui attenersi per una totale autogestione, giacché per evitare la propagazione del mal bianco, nessuno dall’esterno potrà avvicinare i già contagiati e coloro che, potenzialmente,  hanno avuto occasione di contatto.

Di rilievo: una sola donna, la moglie dell’oculista, finge la cecità, ma ne è preservata e lungo tutta la storia la vedremo impegnata in una costante e volutamente occultata funzione di cura e di guida.

Per il resto, le pagine incalzanti, sostenute dallo stile narrativo di Saramago (punteggiatura scarna ed essenziale, l’uso della virgola come pausa di sospensione e il tutto-di-seguito con l’unico accorgimento della lettera maiuscola per sottolineare l’alternanza dei vari protagonisti) trasudano di miserie e abomini umani, immaginabili solo perché la vita ci insegna di che cosa può essere capace l’essere vivente.

E come in un funesto presagio fantascientifico, il dilagare dell’epidemia causerà l’arresto di tutto ciò che oggi definiamo modernità.

Senza più luce, acqua, impianti di gas, riscaldamento, … piano piano anche gli internati sopravvissuti si scoprono liberi, anche se la libertà acquisita è la memoria di che cosa là dentro è accaduto e l’inoltrarsi lungo strade mefitiche, putride, dove masse di uomini e donne ciechi errano brancolanti, calpestando i propri escrementi alla ricerca di cibo e, come nomadi forzati, occupano non più la propria casa, che non saprebbero più ritrovare data la loro condizione, bensì ogni spazio che trovano libero.

Una breve parentesi di serenità è offerta dal radunarsi del piccolo gruppo iniziatico nell’abitazione della coppia oculista/moglie vedente, ma anche in questo caso, che pure lascia spazio all’amore e alla forza dell’unione, non v’è risparmio dello scempio e dell’orrore che tutt’intorno accade.

La tensione della lettura cresce, pagina dopo pagina, in spettrali scenari dove non riesci a distinguere la visione dalla fantasia, poiché in molti rappresentazioni figurate ci rispecchi la realtà che tu stesso potresti vivere e che, anzi, in parti altre del mondo sono vissute.

Eccolo, infine, il bandolo associativo che mi ha riaccostato a Saramago.

Nelle ultime cinque pagine l’annuncio del passaggio dal mal bianco alla riacquisizione della vista, esplode titubante, quasi con incredulità nel poter dire Vedo così come precedentemente era stato detto Sono cieco.

Dentro la casa, fuori le strade. Ovunque è tripudio.

Ma lei, l’unica ad essere stata risparmiata dalla cecità, interroga e risponde al marito:

“… Perché siamo diventati ciechi, Non lo so, forse un giorno si arriverà a conoscerne la ragione, Vuoi che ti dica cosa penso, Parla, Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono.”