Tartarughe: dei, ninfe e muse

Giove, Melissa e Calliope

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Il dio Giove (Zeus) è stato allevato dalle ninfe nella grotta di Creta e nutrito dalla capra Amaltea. Si narra che un giorno, mentre si divertiva a cavalcare la sua nutrice, si attaccò a lei con molta forza e le spezzò un corno.

Fu la giovane ninfa Melissa che si prese a cuore la povera capra e ne curò la ferita. Giove, per ringraziare Melissa, prese il corno spezzato e glielo regalò, promettendole che da quel corno sarebbe scaturito tutto ciò che il suo possessore avesse desiderato (cornucopia, o corno dell’abbondanza).

Melissa è una ninfa della mitologia greca e il suo nome ha il significato di “produttrice di miele”, ossia di ape. Le ninfe sono le divinità minori della natura e il loro aspetto è di bellissime fanciulle eternamente giovani.

Calliope è una delle nove Muse che, nella mitologia greca, rappresentavano l’ideale supremo dell’Arte.

Calliope, figlia di Zeus e di Mnemosine, è considerata la musa della poesia, in particolare di quella epica. E’ la maggiore e la più saggia delle Muse, nonché la più sicura di sé. I suoi simboli sono lo stilo e le tavolette di cera e infatti viene spesso rappresentata con in mano una tavoletta su cui scrivere.

Chat Noir e tartarugo Giove

TartaRugosa ha letto e scritto di: Edoardo Lombardo Vallauri (2010), Semplificare – Micro-Filosofie del Quotidiano, Rai-Eri

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Edoardo Lombardo Vallauri (2010)

Semplificare – Micro-Filosofie del Quotidiano, Rai-Eri

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Ho il privilegio quasi quotidiano di attraversare piazza del Duomo per raggiungere la fermata dell’autobus.

La magia consiste nel trascorrere il lungo decumano e, improvvisamente, avere lo sguardo investito dall’imponente facciata gotica della cattedrale allineata al Broletto e decorata da una serie di sculture che incorniciano il portale d’ingresso e il rosone.

Lo scrivo perché leggendo Lombardi Vallauri nel capitolo “L’ignoranza è un bene prezioso” trovo le seguenti parole: “Quanto piacere provate a camminare dalla fermata dell’autobus al vostro luogo di lavoro, oppure a casa? Quanto godete nel guardarvi intorno in questo percorso abituale? Probabilmente, diciamo la verità: poco o niente. Ma sarebbe la stessa cosa in una città che non conoscete?”.

Se la memoria risale a un trentennio addietro, anche in quel tempo il tram che conduceva a scuola passava per la piazza del Duomo di una grande città metropolitana. Rappresentava un riferimento per segnalare che si era a metà percorso del lungo tragitto e che il tram avrebbe svuotato buona parte della sua affollatissima pancia. Quel particolare era ben più importante della stupenda opera architettonica.

Non riesco a misurare il grado di consapevolezza estetica tra quell’età e quella attuale, fatto sta che oggi qualcosa è mutato e lo sguardo si riempie sempre di meraviglia e di sensazione di privilegio per poter godere, già dal primo mattino, di un così solenne buongiorno.

Tornando a Vallauri e al suo “Semplificare”, occorre specificare che tale testo deriva dalla trascrizione dei suoi interventi radiofonici nella trasmissione “Castelli in aria” su Rai RadioTre (puntualmente registrati e ascoltati in giorni e orari compatibili con la mia presenza in casa).

L’essenza di questo programma era di stimolare la riflessione su argomenti o comportamenti più o meno complessi della vita di ogni giorno allo scopo di aprire nuove idee sulla loro interpretazione, compito che a Vallauri decisamente riesce molto bene, sia perché il suo linguaggio è chiaro e immediato, sia perché è certamente originale la sua volontà di offrire un intrattenimento intellettuale relativamente a temi di cui spesso ci troviamo a ragionare un po’ per partito preso o per frasi fatte.

Ecco quindi che ogni oggetto dei suoi ragionamenti si presta a una massima semplificazione, grazie a esempi e domande che conducono l’ascoltatore ad allargare il campo della conoscenza e, talvolta, persino a ribaltare l’idea di partenza.

Naturalmente, sempre nell’ambito del semplificare, questo libro non è un testo accademico-filosofico, ma ugualmente incisivo per stimolare la visione di un certo problema da una certa prospettiva e giungere a conclusioni magari inaspettate, ma sicuramente arricchenti sul piano della relazione e dell’interazione con gli altri.

Fatta questa doverosa premessa, mi soffermo sul capitolo 14 “L’ignoranza è un bene prezioso. Conservare un margine per lasciarsi sorprendere” per riallacciarmi alla frase citata in apertura.

Il tema qui trattato è relativo all’ignoranza, condizione considerata per lo più negativa da chi la manifesta.

In base all’assunto di guardare all’oggetto da una prospettiva diversa, Vallauri ribalta il concetto e dichiara che l’ignoranza deve essere considerata come un bene prezioso, in quanto se siamo all’oscuro di qualcosa (ignoranza = non sapere) saremo stimolati ad approfondire la conoscenza e quindi ad arricchirci intellettualmente.

Con specifico riferimento al godimento della strada percorsa, il fatto di meravigliarsi in un percorso nuovo, magari anche meno attraente di quello consuetudinario, è soprattutto determinato dal fatto che “non conoscere una cosa può rendere piacevole il non farne esperienza, mentre magari conoscendola bene il piacere cessa quasi del tutto … le probabilità di provare grande emozione si addensano verso l’esperienza nuova ancora in parte o del tutto sconosciuta”.

La percezione del nuovo diventa quindi qualcosa da cui può scaturire uno “svolgimento narrativo”, ovvero la novità in cui mi imbatto produce una sorta di “avventurosità” perché ancora non so come esattamente andrà a finire e cosa in me potrà cambiare dopo quell’incontro.

Vallauri parla anche dell’utilità esistenziale della non conoscenza, portando come esempio lo studente che partecipa all’Erasmus: poco importa se al ritorno non tutti gli esami gli verranno riconosciuti, l’effetto principale dell’esperienza è costituito da tutte le novità che essa ha suscitato, a partire da dove comprare il pane o del tipo di organizzazione del traffico o della diversa classificazione dei negozi, per non parlare della lingua diversa di un paese straniero: “già solo andare a comprare il pane è un piccolo corso di vita”.

La domanda che invece più mi ha solleticato pensando sia a me stessa sia a persone che col trascorrere degli anni danno per scontato che molte cose siano già state fatte o già viste è la seguente: “come si fa a restare ignoranti pur diventando sempre più sapienti?”.

Il quesito si pone poiché il sentimento della nostalgia della giovinezza riguarda molti individui. Afferma Vallauri: “La persona matura spesso non ha più tante cose nuove intorno a sé, e non ha più voglia di fare tante cose che lo attiravano da giovane, essenzialmente perché le ha già fatte troppe volte”. Questa tendenza nasconde non tanto il rimpianto di essere impossibilitati a fare quello che si faceva in gioventù, quanto il rimpianto “verso la propria personalità di giovane che godeva di fronte a molte più cose” e che poteva trovare molte più cose nuove di quello che accade in età avanzata.

Un fatto certo è che quanto più siamo abitudinari più ci sentiamo rassicurati perché ogni cosa è sotto controllo e siamo sicuri di raggiungere l’esito che desideriamo in ogni situazione iperappresa.

Però questa è una realtà che rischia di generare in noi poco entusiasmo, perché elimina completamente l’ignoranza: molti di noi crescendo riescono a privarsi totalmente di ogni situazione di ignoranza e ad avere intorno soltanto ciò che già conoscono e che funziona … La conoscenza rende efficaci, affidabili, sicuri e tranquilli; l’ignoranza rende emozionati”.

Citando il motto socratico “il vero sapiente è colui che sa di non sapere”, Vallauri rivaluta il non sapere e lo propone come sfida al vecchio saggio o che tale si ritiene di essere. Che fare quindi? “Basta decidere di frequentare un po’ ciò che ignoriamo. Basta decidere di non chiudersi nel nostro piccolo mondo rassicurante (casa, lavoro di routine, parenti, vecchi amici) e mettere il naso fuori. Appena si mette il naso fuori si scopre di essere completamente ignoranti; si scopre che c’è un’enorme quantità di nuovo che può ancora entrare a far parte della nostra vita ogni giorno”.

E’ solo con questo atteggiamento che si potrà affiancare all’efficienza derivante dal dominio di ciò che è noto l’emozione di scoprire cose che non sono ancora entrate in nostro possesso.

Altrettanto stimolanti le altre tematiche proposte (anche in CD-Audio con i testi originali delle conversazioni radiofoniche) inerenti l’innamoramento e le relazioni amorose; le scelte facili e difficili; gli oggetti status-symbol; l’educazione, il bambino poco socializzato e l’adolescenza; la pubblicità e molti altri aspetti del quotidiano che a volte ci perseguitano e interrogano senza apparenti sbocchi invece accessibili, se disponibili ad allargare le prospettive.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Francesco Piccolo (2015) MOMENTI DI TRASCURABILE INFELICITA’ Einaudi, 26 aprile 2015

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Francesco Piccolo (2015)

MOMENTI DI TRASCURABILE INFELICITA’

Einaudi

Scheda editore Einaudi

A pagina 75 Piccolo scrive questo momento di trascurabile infelicità:

Tutte le volte che mi diranno: era meglio “Momenti di trascurabile felicità” 

Già. Piccolo ha prodotto la versione complementare del suo precedente libro. Non saprei da che parte schierarmi. Quella volta mi ero divertita a riconoscere quanti momenti simili fanno parte della vita di tutti, compresa la  mia, e questa volta pure.

Ciò che per me resta insostituibile è la voglia di prendersi in giro, di saper ridere di sé e delle proprie minuscole nefandezze. Quelle cose che in genere si raccontano degli altri presentandole come difetti, nascondendo accuratamente che quei difetti sono anche nostri.

Piccolo provoca su di me un effetto contagioso: anche questa volta infatti non ho saputo rinunciare al rispecchiamento di alcune piccole e condivise infelicità, che qui mi diverto a ricordare.

Francesco Piccolo

Quando una bambina … si avvicinò a mia figlia a un campo scuola e indicandomi le disse: ma quello è tuo nonno?  Ma non tanto questo, quanto l’entusiasmo incontenibile di mia figla

TartaRugosa

Quando faccio il gruppo con le mie anziane e loro mi dicono: “E’ ancora tanto giovane!” e poi arriva un’ausiliaria che guardandomi chiede: “E’ un’ospite nuova?”

Francesco Piccolo

Per tutta la vita … ho subito questa frustrazione. Da bambino, la domenica o nei giorni festivi; da adulto, alle cene con gli amici. Quando abbiamo finito di mangiare, è il momento dei dolci, delle panne, delle ricotte, della cioccolata. Dei mignon, delle torte, dei cannoli. … Quando  ero piccolo, e adesso che sono grande, chiedevo e chiedo: posso andare a prendere i dolci? … Sempre, da quando ho avuto il dono della parola, della comprensione, fino a ora, mi hanno risposto: aspetta. … Non ho mai  capito perché bisogna aspettare per mangiare i dolce; eppure bisogna sempre aspettare.

TartaRugosa

Sono golosa e previdente. Se porto io il dolce, lo scelgo secondo i miei gusti e lo attendo con felicità; se invece non lo porto, immagino che l’ospite, o qualcun altro, abbia provveduto. Per cui mi riservo, durante il pasto, anche lo spazio per quella zuccherosa aggiunta finale. Mi tranquillizzo quando a tavola un lui o una lei lo ricorda: “C’è il dolce dopo”. E’ quel dopo che diventa difficile da pronosticare. L’esperienza mi ha insegnato che se è pranzo, il dolce slitta alla merenda; se invece è cena quasi tutti – non previdenti come la sottoscritta – dicono “Ho mangiato troppo. Piuttosto che il dolce, meglio un buon caffè”. E io che non bevo mai caffè e che mi sono tenuta leggera, li maledico silenziosamente.

Francesco Piccolo

Il fatto di non sapere se la luce del frigorifero, quando l’hai chiuso, si spegne veramente.

TartaRugosa

E’ successo recentemente: spalanco la porta del frigo e lo trovo al buio. Dico a TartaRugoso: “Temo che il frigo sia rotto. Non fa né luce, né rumore”. Ancora in pigiama restiamo tutti e due con le orecchie attaccate all’elettrodomestico, finché, dopo qualche minuto, un leggero ronzio segnala residui di vita. Imparo così: a) la luce del frigorifero si può spegnere anche se aperto; b) la lampadina si può cambiare; c) l’infelicità si può trasformare rapidamente in felicità.

Francesco Piccolo

Tento di arrivare con lo scooter al semaforo lentamente, così scatta il verde e io non devo fermarmi ma soprattutto non devo mettere il piede a terra.

Rallento, rallento, arrivo davanti a tutti, sono quasi fermo, cerco di tenere ancora un po’ l’equilibrio. Sono fermo. Non ce l’ho fatta. Metto il piede a terra. E, appena metto il piede a terra, scatta il verde.

TartaRugosa

Sull’autobus in un incrocio problematico della mia città.

La durata del semaforo verde consente il passaggio di 4 o 5 auto al massimo da sud verso nord, mentre nella traiettoria est-ovest il tempo è molto più prolungato. Puntualmente quando l’autobus dopo già una certa attesa riparte, guardo speranzosa la luce verde e incito, mentalmente, l’autista: “Dai, forza, dai, accelera che ce la fai!”. Naturalmente scatta subito il giallo. Qualche volta l’autista passa lo stesso, ma di solito no. E io malinconicamente attendo il nuovo verde.

Francesco Piccolo

Quando a casa mi dicono che non posso usare quello shampoo – che significa che è troppo buono per me.

TartaRugosa

A casa nostra invece è il miele. TartaRugoso reclama: “Non capisco perché il miele è solo un tuo diritto” e se ne prende un cucchiaione che a me basterebbe cinque volte.

Francesco Piccolo

Piove. Quando hai finalmente l’ombrello che funziona .. c’è qualcuno accanto a te che ha l’ombrello rotto…. Quindi devi accompagnarlo tu. Per l’intero tragitto continuerete a cambiarvi di posto … continuerete a dire: forse è meglio che lo tengo io; e quando lo tieni tu fai sempre in modo da coprire lui che te stesso, per non essere maleducato. … Alla fine dirà: forse è meglio se lo tengo io. E tu glielo dai e poi cominci a dire: alzalo, abbassalo, spostalo …

TartaRugosa

La stessa identica cosa con TartaRugoso che però a un certo punto si arrabbia,  mi molla, accelera il passo e si bagna tutto.

Francesco Piccolo

Negli alberghi, sei nel bagno, ti fai una doccia … all’improvviso ti ritrovi nel bel mezzo della questione della salvezza del pianeta. … C’è un cartello che ti supplica di resistere, di tenere ancora un giorno gli asciugamani che hai usato, e se lo farai, ci sono buone probabilità di salvare il pianeta. Conservi senz’altro gli asciugamani ancora per un giorno. Ma rimani sconcertato da quanto sia facile – sarebbe stato facile salvarlo, il pianeta.

TartaRugosa

Non vado mai in alberghi di lusso. A ben pensarci non vado quasi mai in albergo. Può però capitare che in occasione di qualche convegno usufruisca di un 4 stelle come forma di compenso per l’attività di relatrice. Il guaio più devastante è che non so mai come aprire la porta della camera (non c’è la chiave)  e accendere la luce (non c’è l’interruttore). Per precauzione porto sempre una piccola pila in viaggio. Quanto agli asciugamani, ne trovo sempre un numero così spropositato che faccio fatica a capire il riuso.

Francesco Piccolo 

Quando dicono che il rimedio omeopatico ti fa prima peggiorare, però dopo piano piano migliori.

TartaRugosa

Infatti quando il sintomo non peggiora mi viene la paura che non guarirò mai.

Francesco Piccolo

Sono un antireazionario. Credo nel progresso e credo che tutto migliori, sempre. …segretamente, so che una cosa non c’è,ma sono anche sicuro che nessuno me lo proporrà mai come argomento di discussione. Il cavatappi. Ne hanno inventati tantissimi … Ogni volta che qualcuno te ne mostra uno nuovo, ti spiega come funziona e sembra una meraviglia del progresso scientifico, Poi lo posiziona sulla bottiglia di vino e funziona e non funziona. … E alla fine, l’unica soluzione è di andare in cucina a cercare il vecchio cavatappi.

TartaRugosa

Immancabilmente alla fiera di Pasqua TartaRugoso scopre sempre un nuovo esemplare di cavatappi da sfoggiare nelle cene estive in giardino. Altrettanto immancabilmente qualcuno degli ospiti incaricato di aprire la bottiglia chiede: “Ma non c’è un cavatappi normale?” E mentre vado a prendere il buon cavatappi con le braccine, getto quello nuovo insieme all’altra ventina di esemplari accumulati negli anni e che non saprò mai come utilizzare.

Due momenti personali di trascurabile infelicità di TartaRugosa

Abito in un condominio dal riscaldamento centralizzato. Non sono quindi io a poter determinare come, quando e se accendere la caldaia. E così ogni anno si ripete lo stesso copione: arriva un’ondata di caldo nel mese di marzo, fuori si boccheggia e tutti dicono: “Non è normale, sembra giugno”. Il termometro dell’appartamento, totalmente esposto al sole, segna 26 gradi. Di notte le finestre restano spalancate.

Poi, a metà aprile, quando il regolamento impone la chiusura del riscaldamento, inevitabilmente arriva l’ondata di aria fredda. Sugli attaccapanni ricompaiono giacconi e maglioncini e il termometro di casa scende a 17 gradi.

L’infelicità forse  più grande è della portinaia che ascolta le lamentele di tutti i condomini cui risponde “Non dipende da me. E’ la legge. Riferitelo all’amministratore”.

Da quando sul mio piccolo balcone è comparso (ad opera di TartaRugoso) un vascone per fare l’orto in città, verso la fine di marzo, speranzosa dei poteri della temperatura mite, metto a dimora 18 piantine di insalata. E’ bello vederle crescere senza interferenze di formiche, lumache e merli. Di solito dopo una quarantina di giorni il vascone è di un verde rigoglioso e florido. E’ veramente una sofferenza procedere all’espianto. Il primo anno dell’esperienza, quasi metà delle insalate è andata “in fiore” perché mi dispiaceva raccoglierle …

Prove di “viaggio altrove” del tartarugo GIOVE

Mi stavo (lentamente) trasferendo nel Blog Tracce e Sentieri. Ma questa estate torno qui

Mi ero (lentamente) trasferita nel nel Blog Tracce e Sentieri:

Ma questa estate tornerò ancora qui

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TartaRugosa ha letto e scritto di: Ian McEwan (2014) La ballata di Adam Henry, Traduzione di Susanna Basso, Einaudi, Torino

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Ian McEwan (2014)

La ballata di Adam Henry

Traduzione di Susanna Basso

Einaudi, Torino

Un grazie a Nottola per la segnalazione di questo libro.

Ho letto alcune opere di Ian McEwan, ma non conoscevo questa. Condivido il suo dire: “Mi hanno detto che è un libro adatto per chi fa l’assistente sociale”.

La storia del giudice Fiona May, infatti, è intrisa di decisioni difficili da prendere nell’ambito di situazioni di disagio minorile (controversie spesso rese ancora più complicate da questioni etiche e religiose) e che vengono risolte attraverso la seria e rigorosa applicazione della legge “Children Act” del 1989 in difesa del minore.

Nel romanzo la vita privata e la vita professionale della protagonista si intrecciano e mescolano con inaspettati colpi di scena, il che rende ancora più appassionante la partecipazione del lettore alle vicende che si svolgono presso la Sezione Famiglia dell’Alta Corte britannica , là dove confluiscono misere “promesse d’amore abiurate o riscritte … figli moneta di scambio pronta all’uso da parte di madri, vittime di abbandoni economici o affettive … mariti violenti nei confronti di mogli e figli, mogli insincere  e maligne … figli vittime di autentici abusi, sessuali o mentali … seviziati, affamati o percossi a morte, sottoposti a rituali animisti per essere liberati da spiriti malvagi”  tutte situazioni senza speranza cui Fiona, professionista integerrima e coscienziosa, fiduciosa nelle disposizioni del diritto di famiglia, cerca di “restituire ragionevolezza”.

Accade però un fatto: improvvisamente, ecco che dopo “un’intera carriera trascorsa al di sopra della mischia, a consigliare, giudicare, e a commentare con sufficienza, in privato, la perversa assurdità delle coppie in fase di divorzio”, ora è proprio lei ad essere “trascinata sul fondo insieme a tutti gli altri, ad annaspare in quelle acque torbide”.

Dopo 35 anni di matrimonio lei e Jack, una coppia appagata, felicemente affermata sul piano professionale, si trova infatti ad affrontare un grave momento di crisi.

Jack, marito e professore, chiede a Fiona di poter vivere una passionale avventura. Un fatto di sesso, sia chiaro, null’altro visto che “l’amava e l’avrebbe amata sempre, che non c’era una vita diversa da quella che avevano, ma che i suoi bisogni sessuali non soddisfatti gli procuravano grande infelicità, che gli era capitata quell’occasione e che voleva coglierla, non senza informare lei e nella speranza anche di ottenere il suo consenso”.

Un vero fallimento per Fiona, da sempre immersa nelle umane debolezze, disposta a valutare in modo distaccato e neutrale ogni testimonianza, chiamata a redigere sentenze di fronte a decisioni eticamente complesse e, soprattutto, illusoriamente convinta di poter esonerare se stessa e il marito da condizioni simili a quelle passabili di giudizio ogni giorno dell’anno.

Ma chi si nasconde dietro Fiona giudice? Che siano vere le parole di Jack “Non sei stata tu a dirmi una volta che nei matrimoni che durano tanti anni si finisce per sentirsi come fratello e sorella? … Ora sono diventato tuo fratello …”.

Colpisce la fragilità dei pensieri e del comportamento: una donna che per la carriera ha rinunciato alla maternità e, probabilmente, a coltivare con più profondità il proprio rapporto coniugale. “Dopo la laurea, ulteriori esami, l’abilitazione all’esercizio della professione, il praticantato, la fortunata convocazione presso studi legali prestigiosi, qualche successo iniziale nella difesa di alcune cause disperate; quanto era sembrato logico, in tutto ciò, rimandare l’avvio di un bambino a dopo i trent’anni. E quando i trenta arrivarono, ecco presentarsi altri casi complicati e interessanti, altri successi … E si passò ai 35, quando Fiona sfacchinava 14 ore al giorno appassionandosi sempre di più al diritto di famiglia mentre la possibilità di crearsene una propria si allontanava … fino a che quando chiamata dal presidente dell’Alta Corte a prestare giuramento di fedeltà alla Corona, Fiona seppe che i giochi erano fatti, e che lei apparteneva alla legge come certe donne del passato si erano votate spose di Cristo”.

Nel dilaniante tormento causato dall’uscita di casa di Jack, Fiona si immerge nel lavoro senza lasciar apparire nulla della sua vicenda privata.

Ora ha un nuovo caso da seguire: Adam Henry, diciassette anni e nove mesi, affetto da una grave forma di leucemia, è condannato a morire se non riceverà quelle trasfusioni di sangue che il suo credo religioso (Testimoni di Geova) gli vietano. Il caso di vita o di morte deve essere risolto in tempi rapidissimi.

Adam, ragazzo intelligentissimo, musicista e poeta, mostra la sua assoluta convinzione a sospendere le cure, considerato che ricevere sangue da altri equivarrebbe a una insostenibile contaminazione. Le sue parole, dotte e saccenti, arrivano direttamente alle orecchie di Fiona, che ha deciso di incontrarlo all’ospedale e con cui si intrattiene anche oltre al dovuto.

Nonostante la chiara volontà di Adam di non sottostare alle cure, Fiona arriva a una determinazione opposta a quella del ragazzo e dei suoi familiari, così suffragata: “…La sua infanzia è stata un’interrotta e monotona esposizione a una potente visione del mondo dalla quale il ragazzo non può non essere stato condizionato. Non favorirà il suo benessere patire i tormenti di una morte non necessaria e trasformarsi così in un martire della fede. … Il suo benessere trarrà maggiore vantaggio dal suo amore per la poesia, dalla sua passione recente per il violino, dall’esercizio della sua intelligenza vivace e dall’espressione di una natura tenera e scherzosa e infine da tutta la vita e tutto l’amore che ha davanti a sé. … Deve essere protetto dalla sua religione e da se stesso”.

Il giorno stesso della sentenza, Jack torna a casa. Fiona se lo trova lì, seduto in paziente attesa sul pianerottolo, dopo aver scoperto che la chiave della porta d’ingresso è stata cambiata.

Ritroviamo una Fiona tradita e con un rancore non ancora estinto, una Fiona che dopo aver deposto la toga alla fine della sua giornata così trascorre il resto delle ore all’interno del suo “nido” domestico: “Procedevano nelle rispettive routine, svolgendo il proprio lavoro in parti diverse della città e, quando si ritrovavano confinati sotto lo stesso tetto, tendevano a scansarsi con garbo studiato, come ballerini a una festa di campagna. Se le questioni domestiche li costringevano a conversare, facevano a gara a chi era più educato e laconico, evitavano di mangiare insieme, lavoravano in stanze separate, ciascuno deconcentrato dalla cruda consapevolezza radioattiva dell’altro al di là di una parete. L’unico gesto conciliante di Fiona fu quello di consegnargli la chiave nuova”.

E c’è qualcos’altro che è cambiato nella vita di Fiona: la corrispondenza che puntualmente le arriva da un Adam Henry dapprima felice di aver sconfitto la morte grazie alla sua decisione di giudice e in seguito con un umore un po’ altalenante e il desiderio di incontrarla “Avrei tantissime domande da farle …Avrei voluto parlarle per strada, avvicinarmi e bussarle su una spalla …”

Cosa impedisce a Fiona di dare il richiesto riscontro a quelle missive? Forse il ricordo della musica suonata e le parole della poesia cantate con Adam durante quell’unico incontro ospedaliero vanno contro la sua deontologia professionale?

Quale ferita si riapre in un coinvolgimento così profondo nato al capezzale del letto di un ragazzo che spera solo di incontrarla di nuovo?

Perchè è proprio questo che farà Adam. Riuscirà a raggiungerla durante una sua trasferta di lavoro e inondarla con tutte le riflessioni nate dalla vicenda della malattia, nonché ringraziarla per averlo incontrato in quel letto d’ospedale: “La sua visita è stata una delle cose più belle che mi siano mai capitate. .. La religione dei miei genitori era il veleno e lei è stata l’antidoto”.

Ora che è stato strappato alla morte e privato dal fallace sostegno fornitogli dalla fede, Adam è alla ricerca di riferimenti adulti che sappiano accogliere e comprendere le sue agitazioni adolescenziali, la sua passione per la vita e per l’arte, le sue domande sul senso della vita. E lo chiede proprio a Fiona: “Ho una richiesta. Le sembrerà molto stupida, ma non dica subito di no, per favore. Mi prometta che ci penserà, la prego. …. Voglio venire a stare da lei”.

Una richiesta che razionalmente non può essere accettata, ma il cui rifiuto sarà destinato a lasciare un segno profondo.

Non ultimo perchè Fiona, nel congedarsi dal ragazzo, si trova a baciarlo sulle labbra: “Era sua intenzione dargli un bacio sulla guancia, ma mentre lei sollevava un po’ il viso per avvicinarsi al suo, Adam si chinò voltando la testa e le loro labbra si incontrarono. Fiona avrebbe potuto ritirarsi, fare immediatamente un passo indietro. E invece indugiò, disarmata, per un istante. … Se esisteva la possibilità di un bacio casto sulla bocca, di questo si trattò per Fiona. Un tocco fugace, ma qualcosa di più dell’idea di un bacio, qualcosa di più del bacio che una madre potrebbe dare a un figlio cresciuto”.

Ancora irrompe lo scomodo intreccio fra vita privata e vita professionale, dove quel “divino distacco” riconosciutole dai colleghi si sgretola inesorabilmente, scaraventandole addosso il caos confuso dei suoi sentimenti,: “Non era mai stata incline a gesti impulsivi, perciò non si capacitava del suo comportamento. … Per il momento a occuparle i pensieri era soltanto l’orrore di quanto sarebbe potuto accadere, la violazione al tempo stesso indegna e ridicola del’etica professionale. .. Difficile credere che nessuno l’avesse vista e lei potesse abbandonare indenne la scena del crimine … Digitò i due tasti del numero in memoria per chiamare suo marito. In fuga da un bacio, cercava tremebonda riparo nella propria solida reputazione di donna sposata”.

L’allontanamento da Adam lascia il posto a un riavvicinamento lento e ambivalente con Jack.

Quel ricordo del bacio – che nessuno aveva visto – scolora nel tempo, fino all’arrivo di una nuova lettera di Adam contenente i versi di una sua ballata.

E’ facile, forse, a quasi sessant’anni pensare alla giovinezza come a qualcosa di tumultuoso e irruente. Eticamente corretto, forse, il non rispondere perché altrimenti “Adam le avrebbe riscritto, se lo sarebbe di nuovo ritrovato sulla porta e avrebbe dovuto mandarlo via di nuovo”.

I sentimenti hanno un peso diverso nel susseguirsi dei cicli della vita e probabilmente è più conveniente, almeno per Fiona, fingere di pensare che quella ballata fosse un modo per rimproverarla di quello sconsiderato bacio dopo il quale l’aveva caricato su un taxi come fosse una valigia. “Adam Henry avrebbe passato con successo gli esami e si sarebbe iscritto a una buona università. E lei intanto sarebbe sbiadita nei suoi pensieri, per diventare una figura di secondo piano nel procedere della sua educazione sentimentale”.

Jack voleva una storia passionale con una giovane donna, Fiona aveva illuso un giovane uomo. E il conto da pagare è alto.

Ti eri innamorata di lui, Fiona?” le domande di Jack erano sempre estremamente dirette, ma di certo non si aspettava di assistere alla reazione di pianto della moglie che “sempre così composta, si lascia andare a uno sfogo di estremo, assoluto dolore”.

Fiona, nel turbamento dei suoi pensieri, cerca ancora una volta la scappatoia nella fredda razionalità, piuttosto che nel rimpianto di un figlio mai avuto o di una passione cui non si era mai abbandonata: “sull’onda di un impulso tanto forte quanto imperdonabile, lo aveva baciato e poi cacciato via. Prima di scappare a sua volta. Non aveva risposto alle sue lettere. Non aveva decifrato il segnale d’allarme contenuto nella poesia. Quanto si vergognava ora della meschinità con cui aveva temuto per la propria reputazione. La sua violazione dell’etica professionale andava al di là di qualunque comitato disciplinare.. Adam era venuto a cercarla e lei non aveva saputo offrirgli niente al posto della religione … Aveva pensato che le sue responsabilità non andassero oltre le mura dell’aula …”.

Jack ha ripreso il suo posto nel letto a fianco di Fiona.

Le ha detto che sì, certo che l’ama, qualsiasi cosa possa essere successo.

E’ successo che Adam – ormai maggiorenne – di fronte a un secondo attacco di leucemia ha potuto scegliere da solo la via da seguire.

– Credo sia stato un suicidio – … mentre il matrimonio faticosamente ripartiva, Fiona gli spiegò a voce bassa ma ferma la propria vergogna, la passione per la vita di quel ragazzo dolcissimo, e il ruolo che lei aveva avuto nella sua morte.

Kazuo Ishiguro, Non lasciarmi, Einaudi, 2006

TartaRugosa legge e scrive di Kazuo Ishiguro, Non lasciarmi, Einaudi, 2006. Traduzione di P. Novarese

Si può parlare di qualità di un servizio rivolto a persone programmate e create per essere utilizzate come donatori di organi?

Su tale interrogativo il lettore riflette nelle ultime pagine del commovente e tragico libro di Ishiguro “Non lasciarmi”.

Perché è solo nella parte finale del testo che si ricompongono i misteri e le non risposte disseminate nel lungo racconto di Kathy, unica superstite – anche se non è dato di sapere per quanto – di un gruppo di giovani cloni.

Si direbbe di “Non lasciarmi” un bel romanzo di formazione, di crescita, di amicizia, quegli ingredienti, insomma, che appartengono alla storia di bambini, poi ragazzi, infine adulti che trovano una collocazione nel mondo.

Ma non è così.

L’atmosfera di Hailsham è tenebrosa e leggera al tempo stesso.

Si stabiliscono affetti, rapporti, scambi, ma solo in un’area circoscritta, come se l’esterno non esistesse, se non occasionalmente con l’arrivo di grandi scatoloni colmi di oggetti, cui i ragazzi aspireranno per le loro private collezioni.

All’educazione di questi giovani provvede un corpo di insegnanti rigoroso e controllante, di cui qualcuno fatica a raccontare mezze verità.

C’è poi la figura di Madame, austera signorina vestita di grigio, che, periodicamente, arriva per scegliere alcune fra le migliori produzioni artistiche realizzate dai ragazzi, allo scopo di portarle in una sussurrata e forse ipotetica Galleria.

E’ proprio sulla Galleria che i sogni di Kathy e Tommy si frantumano ed emerge la domanda se i cloni hanno un’anima.

Perché chi sa di avere un ciclo di vita a termine dovrebbe aspirare a conoscere chi sono i “possibili”, ovvero gli umani da cui sono stati ricavati?

Perché, adolescenti, possono intraprendere un percorso distinto tra “donatori” e “assistenti”?

Perché c’è spazio per sentimenti quali complicità, intimità, gelosia, amore?

Chi sono i veri abitanti di Hailsham e perché i cloni di altri istituti li guardano con invidia?

Il denominatore comune a questi quesiti che pian piano emergono nel percorrere la storia raccontata da Kathy è quello della qualità della vita e del senso dell’esistenza.

Kathy e Tommy, nelle loro confidenze e nel loro ritrovarsi da adulti grazie all’intervento di Ruth, terza protagonista del racconto, sperano di poter sfidare la loro sorte e di poter ottenere una dilazione di ciò che è stato per loro programmato, se riusciranno a dimostrare che ciò che li unisce è un amore vero e profondo.

E’ qui che si riannodano alcuni dei fili rimasti sospesi lungo la narrazione: se Madame voleva accaparrarsi le opere dei ragazzi, di certo l’intenzione era poter valutare ed interpretare ciò che succedeva nel loro intimo, per poter, infine, giudicare se fosse realmente possibile influenzare il destino …

Ma queste illazioni si rivelano fasulle.

Madame e Miss Emily, la direttrice di Hailsham, sveleranno che queste ipotesi erano solo dicerie.

La Galleria, in realtà, doveva servire a dimostrare che i cloni, adeguatamente istruiti, educati, formati all’arte potevano acquisire una sensibilità diversa da altri simili, ospitati in istituzioni in cui lo stile di vita era di pessime condizioni.

Il godere delle bellezze della vita aiutava a maturare una ricchezza interiore e ad accettare con diversa coscienza l’ineluttabile destino di essere utilizzati come pezzi di ricambio.

Ma in fondo, a chi importa di coltivare un’anima se poi l’uomo può essere davvero considerato oggetto meccanico?

Hailsham chiuderà i battenti.

Amaro, dolce, coinvolgente “Non lasciarmi” sottolinea con inquietante preveggenza quale potrebbe essere lo sviluppo della scienza e quale, di nuovo, il prezzo da pagare per la ricerca umana dell’immortalità.