TartaRugosa ha letto e scritto di: Valentina Furlanetto (2024), Cento giorni che non torno. Storie di pazzia, di ribellione e di libertà, Edizioni Laterza (BA)

Mi soffermo sul titolo e rifletto sulla duplice veste della parola cento: “Cento giorni che non torno” è la frase sospirata da Rosa durante il suo internamento in manicomio e cento sono gli anni trascorsi dalla nascita di Franco Basaglia, che con la sua tenace lotta si batté affinché quella istituzione fosse totalmente e definitivamente chiusa.

E’ proprio lo scandaglio della vita di queste due persone che fanno del libro-inchiesta di Furlanetto una lettura fondante per riannodare le tappe in cui un’ipotetica utopia poté trasformarsi in realtà. Tali sono il coinvolgimento, la passione e la meticolosità dell’autrice che attraverso le sue parole, vivide e senza censure, ti pare di essere accompagnatrice di quegli anni, o forse è solo il risvegliarsi di analoghe rimembranze del tempo in cui i cancelli si aprivano e insieme ad altri pure io mi trovavo a cercare nuovi cammini di senso.

Siamo catapultati quindi nell’intreccio di due esistenze: quella di Basaglia e della sua lotta per rivoluzionare l’aberrante cultura di allontanamento di coloro che, anche per futili motivi, risultavano essere ingombranti al perbenismo imperante e quella di Rosa, una donna cresciuta non lontana da lui e che, a causa di un grave trauma cerebrale provocato da un incidente d’auto, trascorrerà gran parte della vita adulta fuori e dentro dal manicomio, mostrandoci ciò che dentro quelle mura accade: dosi massicce di psicofarmaci, elettroshock, insulinoterapia, lobotomia, totale assenza di diritti civili.

A Rosa è stato somministrato più volte l’elettroshock: la scarica elettrica fluiva dalla testa ai piedi lasciandola tramortita e inebetita. Sentiva ogni cosa, Rosa: la scossa elettrica che attraversava il cervello, il dolore lancinante, il corpo che perdeva il controllo, l’urina che usciva involontariamente, l’umiliazione di essere trattata come un animale …Guarita? Mai.

Le due vite parallele attraversano gli stessi eventi che caratterizzano il Novecento, povertà, guerra, crescita economica. Pur essendo coetanei e respirando la stessa aria, Franco e Rosa sono però molto lontani per cultura, condizione sociale, economica, e destino.

Rosa non fa una vita comoda, campare non è facile, la famiglia ha pochi mezzi e le privazioni di guerra si fanno sentire … Franco Basaglia studia perché è maschio e perché la sua condizione sociale glielo permette.

Furlanetto descrive la sua ricerca del passato di Rosa con lo sguardo della contemporaneità e con lo spirito affranto di chi, leggendo le centinaia di cartelle cliniche archiviate nei diversi manicomi italiani, coglie il tragico destino comune degli “sgraditi”, siano uomini, ma soprattutto donne:

“… per le donne era più facile che certi comportamenti, considerati sediziosi, non conformi o sessualmente sfacciati, fossero censurati e puniti. … Nell’elenco delle motivazioni di ricovero, nelle cartelle cliniche rientrano “Non aiuta nelle faccende domestiche”, “instabilità di carattere”, “erotomania”, “discinta”, “traditrice”, “esce di casa ogni ora”, “si rifiuta di dormire col marito” “non vuole avere figli”, “non acconsente a sposarsi”, “rapporti sessuali occasionali”, “ruba”, “stravagante”, “ballava e cantava per strada e in casa”.

Pagine e pagine in cui, insieme al racconto delle tribolazioni di Rosa, si intersecano le storie di folli che folli non sono, ma lo diventano fra quelle mura iatrogene, che anziché curare provocano danni irreversibili. Si riportano citazioni dalle cartelle dove vengono scrupolosamente appuntate le osservazioni delle infinite pratiche sperimentali atte a sanare menti bizzarre che, con gli occhi di oggi, non esiteremmo a definire torture sadiche, ciniche, brutali, senza umanità.

Sullo sfondo, il calendario della storia segna i vari eventi che si susseguono intorno ai luoghi di segregazione, nel cui interno tutto è immobile e inascoltato.

Basaglia, iscritto alla facoltà Medicina a Padova e gettato in carcere per manifestazioni antifasciste, avrà la possibilità di meditare sulle istituzioni in generale, arrivando alla costatazione che

L’uomo e il carcere erano, in realtà, il carceriere e il carcerato e l’uno e l’altro avevano perso ogni qualità umana … Tredici anni dopo la laurea, diventato direttore di un manicomio, la stessa sensazione con una differenza, quello che entra in questa istituzione definita ospedaliera, non assume il ruolo di malato, ma di internato che deve espiare una colpa della quale non conosce le caratteristiche, né la condanna, né la durata della sua espiazione”.

Da questo pensiero Franco Basaglia inizia a gettare i primi semi della sua rivoluzione, scompigliando le regole di un’ideologia medica esercitata come alibi per legalizzare una violenza senza controllo: via i camici, via le gerarchie,le inferriate, via il potere lasciato in mano esclusivamente agli infermieri (le cui caratteristiche dovevano essere di sana e robusta costituzione per il corpo a corpo con gli agitati). Inizia il grande processo scientifico e culturale di spostare un paradigma biologico-manicomiale a un paradigma bio-psico-sociale.

La grande intuizione di Basaglia fu quella di iniziare a pensare al paziente non solo come a un “pazzo”,ma come a una persona, che ha bisogno di cure. ma anche di cibo, di una casa, di un lavoro, degli affetti. …Basaglia non era un antipsichiatra, non negava la malattia mentale, ma non la riconduceva ad un ambito solo biologico”.

Parallelamente il progresso della ricerca farmacologica favorisce la messa in discussione dell’intero sistema manicomiale e la volontà di restituire alle persone internate i diritti di malato e, più in generale, di cittadinanza.

Le cose iniziano a cambiare, Negli anni Settanta Trieste (giunta di centrosinistra presieduta dal democristiano Zanetti) diventa il laboratorio di una nuova cultura e Basaglia,con l’appoggio di Zanetti, presenta il suo programma:

le porte dei padiglioni si aprono, nei reparti si eliminano i mezzi di contenzione e le terapie di shock, i ricoverati diventano “ospiti” …Nel 1974 nasce la Cooperativa dei lavoratori uniti dell’ospedale psichiatrico, i malati escono e vivono la città non solo come malati,ma anche come lavoratori”.

E’ il 1978: in Parlamento viene approvata la legge 180 che permette la chiusura dei manicomi.

E Basaglia come vive questo traguardo?

L’autrice ricorda un elemento dai più non conosciuto:

L’approvazione della legge non fu priva di ostacoli e Basaglia non voleva questa norma che tutti conosciamo come legge Basaglia e invece non è neppure firmata da lui, perplesso su molti punti. Non era soddisfatto, avrebbe voluto un’elaborazione più lunga, avrebbe voluto curare di più certi dettagli che non lo convincevano, come ad esempio l’introduzione dei servizi psichiatrici di diagnosi e cura all’interno degli ospedali generali.

La sua idea sempre sostenne che del manicomio si può fare a meno, purché si venga accompagnati”,

Nel 1980 Franco Basaglia muore per un tumore cerebrale,

Furlanetto prosegue stando al passo del tempo che da quella riforma trascorre, arrivando ai nostri giorni dove, sempre di più, non si può parlare di una politica nazionale per la psichiatria, bensì di differenti strategie (alcune virtuose, altre inesistenti) operate delle singole Regioni per la lentissima deistituzionalizzazione dei ricoverati.

Approfondisce il tema dei farmaci, l’uso prevalente del DSM Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, il ritorno dell’elettroshock, l’effetto combinato di disturbo mentale e uso di droghe, i nuovi orizzonti delle terapie magnetiche.

Dopo aver ridato vita a Franco e svelato i segreti di Rosa, Valentina Furlanetto conclude il suo accuratissimo lavoro con queste parole:

penso che per alcuni aspetti in un secolo non è cambiato nulla: chi è diverso, povero, lento, emarginato, bizzarro, strano per molti va normalizzato, o rimosso, cancellato, messo nel recinto perché non è funzionale alla corsa del mondo, alle nostre aspettative, alla velocità di tutti gli altri. Lo facevamo con gli ospedali psichiatrici, continuiamo a farlo con le cliniche private, con le fasce per legare i malati, con i TSO violenti, con le molecole che costruiscono manicomi chimici lì dove un tempo c’erano quelli di calce e mattoni”.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Serena Banzato (2023), Cammina, vivi, amati. Pillole per ripartire un passo alla volta, Piemme, Milano

Noi tartarughe amiamo camminare: nella nostra lentezza l’atto del cammino è un’esperienza che ci rende libere, a dispetto del lungo sonno che sospende la nostra attività per buona parte dell’anno.

Strada facendo allarghiamo anche il campo dei nostri pensieri, inanelliamo fantasie, sogni, progetti, ci imbattiamo in incontri inattesi. Lo abbiamo imparato da David Thoreau che, dopo due anni vissuti nella foresta in luoghi difficili da percorrere, sostenne come “vi sia nella natura un sottile magnetismo che sa indicare la strada giusta”.

La filosofia del cammino diventa così una sorta di educazione permanente da caricare di significati, un’esperienza intimamente vissuta che tende a cambiarci e a sottrarci alla fretta che governa l’attuale vita sociale.

Ne fornisce inconfutabile testimonianza l’opera di Annabel Streets “Sul camminare” (Add Editore, 2023): nelle sue cinquantadue proposte (idealmente una a settimana) intreccia moto, mente e corpo in originali passeggiate effettuate in luoghi e condizioni meteorologiche diverse esaminando i benefici che un cammino lento o veloce, in condizioni più o meno facilitanti, può apportare al nostro spirito.

C’è anche chi, del cammino, ne fa un’esperienza spirituale, trovando nel pellegrinaggio il vero obiettivo di riflessività e introversione.

Serena Banzato, psicologa dello sport e psicoterapeuta, parte con la compagna Laura realizzando il suo sogno di intraprendere il Cammino di Santiago:

E’ stato un viaggio che ho scelto di fare per abbandonare simbolicamente le mie abitudini, le mie comodità, smetterla di adagiarmi, abituarmi a usare le mappe, spegnere il cellulare, non affidarmi alla cara e vecchia tecnologia e imparare a comunicare quello di cui avevo bisogno. … Ricercare la tranquillità fa parte della nostra natura, ma il rischio a volte è quello di vivere sempre con il pilota automatico, mentre nella vita, a volte, se si vuole fare un passo avanti bisogna provare a perdere l’equilibrio, anche solo per un attimo”.

Essere psicologi talvolta corrisponde ad essere “spugne emotive”: aiutare l’Altro sprona ad assorbire storie, difficoltà, conflitti, disperazione e, come una spugna imbibita, se non si strizza il contenuto, tutta quella ricettività può trasformarsi in zavorra.

Serena, nella prima parte del suo racconto autobiografico “Cammina” analizza proprio le zavorre che ognuno carica su di sé nel corso della propria esistenza, partendo prima di tutto da se stessa.

Leggendo le sue parole, non troviamo impossibile ripescare dentro di noi analoghe situazioni. Il senso di colpa, il desiderio di compiacere, i rimorsi, le relazioni tossiche, l’ansia, i pregiudizi, le negatività, l’inseguimento di un corpo perfetto, la sfiducia, il non saper stare da soli.

Scrive Serena:

Il cammino per me è capitato proprio nel momento in cui ne avevo più bisogno, un periodo molto difficile in cui avevo perso l’orientamento a causa di diverse scelte sbagliate, avevo un contratto a tempo indeterminato … ma una cooperativa in cui mi trovavo malissimo; stavo scrivendo la mia tesi in psicologia clinica … ma il percorso mi sembrava infinito; avevo appena iniziato una relazione sentimentale … ma da mamma single avevo paura di non potermi permettere quel rischio”.

Pochi accenni, ma significativi per comprendere il desiderio di Serena di sfruttare l’esperienza del cammino per non stare ferma e, chilometro dopo chilometro, mettere a fuoco cosa non funziona nella quotidianità, cercare una nuova strada, una deviazione da un percorso non soddisfacente, liberarsi dalle paure, reinventarsi.

Il piccolo figlio Nathan, pur provocandole un senso di colpa per essere stato affidato ai nonni, non costituisce un impedimento alla sua partenza, poiché, come ogni psicoterapeuta conosce, per essere buoni genitori è importante ritagliare spazi per se stessi per ritrovare un equilibrio percepito ora precario.

E’ importante dedicare del tempo libero a sondare i nostri desideri, mettere alla prova i nostri bisogni e le nostre passioni ed esplorare nuovi obiettivi, altrimenti il rischio è quello di seguire sempre il volere degli altri”.

Nella seconda sessione “Vivi” c’è l’incontro con l’imprevedibile, quello che la vita all’improvviso può presentarti, sfuggendo al tuo controllo.

Pare una banale vescica al piede, più che giustificabile con i chilometri macinati quotidianamente , ma quella vescicola scatena un dolore sproporzionato, costringendo Serena a fermarsi. Sarà la compagna Laura a provvedere al suo ricovero ospedaliero là, al confine coi Pirenei, dove i medici scopriranno che quella ferita è stata porta d’ingresso di un batterio raro che ha provocato una gravissima infezione, portandola in fin di vita.

Non mi sarei mai immaginata che la mia avventura sul Cammino di Santiago potesse trasformarsi in un calvario in un battito di ciglia, mi ero immaginata tutto un altro viaggio, fatto di momenti di silenzio, di preghiera ma anche grandi emozioni e invece, pochi giorni dopo la mia partenza, mi sono trovata a dover accettare la possibilità di dover dire addio alla vita”.

La vita non è più uguale a prima: si susseguono numerose operazioni dolorosissima, La sua gamba non funziona più, il dolore cronico resta attaccato come un compagno fedele. Eppure Serena desidera scrivere questo libro affinché altri, oltre a lei stessa, possano trovare spunti per come diventare “guerrieri della vita” (come la definisce il fratello Davide nell’emozionante prefazione),

Cosa ho imparato?” si chiede:

– a vivere tutta la vita che posso

– ad accettare ciò che non si può cambiare

– a dare un senso alle cicatrici

Per raggiungere tutto ciò è necessario tempo, un tempo che può farsi improvvisamente breve perché la vita non è illimitata e quindi è fondamentale, quando si è in salute, ricordarselo e vivere intensamente ogni momento e abituandoci a mettere a fuoco le priorità della vita.

Dopo le operazioni non sono più tornata come prima, né a livello fisico, né a livello mentale, poiché il trauma che ho vissuto mi ha reso diversa. Eppure è proprio così che ho scoperto che le matite spezzate scrivono ancora, che questa nuova me, anche se zoppicante e superstite di tale sofferenza, ha ancora tanto da dare al mondo e vuole farlo”.

Serena incita chiunque si trovi in situazioni percepite come insormontabili a cercare dentro di sé i motivi per non mollare poiché la resistenza al cambiamento aggiunge solo frustrazione a frustrazione e il rimanere incagliati a ciò che non può più tornare come prima equivale a mummificare l’esistenza, mentre ogni nuova possibilità è respiro e vita.

Non ultimo, nella terza parte del libro, l’imperativo è Amati!:

impara a volerti bene, a essere paziente con le tue ferite, a provare tenerezza per i tuoi errori e lati scomodi, a costruire un dialogo interno affettuoso con cui, guardandoti allo specchio, ti rassicuri e conforti”.

Allacciarsi le scarpe e ripartire è sempre possibile.

Oggi Serena è un’atleta paralimpica e accanto al piccolo Nathan si è aggiunto Santiago, desiderato e amato nella nuova seconda vita di Serena e Laura.

Tartarugosa ha letto e scritto di: Simone De Beauvoir (2020), Traduzione di Isabella Mattazzi, Le inseparabili, Ponte alle Grazie

Accade, nell’età infantile, di misurarsi con i propri pari e di sviluppare amicizie intense, considerate inespugnabili, uniche, ineguagliabili.

E’ l’età dell’assoluto, dove l’Altro diventa modello di comparazione per conoscere la vita e i suoi accadimenti, le emozioni, gli istinti, le pulsioni, i valori, le credenze.

Talvolta, crescendo, quelle certezze sfumano, lasciando la dolcezza del ricordo o l’imbarazzo di una delusione o di una invidia.

Ma talvolta accade che, crescendo, il legame amicale si rafforzi, incidendo prepotentemente sulla formazione della propria identità, scardinando vincoli e imposizioni dettati dall’epoca e dall’ambiente familiare.

In questo scritto pubblicato postumo si narra dell’amicizia di Sylvie (Simone) e Andrée (l’amica Zaza già conosciuta nel testo Memorie di una ragazza perbene) nata sui banchi della scuola cattolica frequentata da entrambe:

Mi diressi verso il mio sgabello e vidi che il posto accanto al mio era occupato da una bambina sconosciuta: una bruna, dalle guance scavate, che mi sembrò molto più piccola di me. I suoi occhi scuri e brillanti mi fissavano intensi.

Da subito scatta un’affinità profonda tra Sylvie e Andrée (che si daranno sempre rigorosamente del lei) le cui provenienze sociali e familiari sono molto diverse, di origini modeste la prima, ricca e rigidamente cattolica la seconda.

Sylvie avverte immediatamente un trasporto totale verso quella ragazzina che la insegue nel suo essere la prima della classe e che mostra, pur in bella maniera, uno spirito ribelle e un certo grado criticabile di libertà:

Non era certo una bambina di strada, come potevano permetterle di girare da sola? Sua madre ignorava forse il pericolo delle caramelle avvelenate, degli aghi infetti?

In breve tempo le due bambine diventano inseparabili e il loro rapporto privilegiato si riconosce nella condivisione dei pensieri, della cultura, degli interrogativi sul senso della vita, la religione, i sentimenti. Gli altri ne sono esclusi, confinati nella loro iniquità culturale e nell’appartenenza a uno stile di vita frivolo e borghese.

Per entrambe il bisogno di non separarsi è evidente, ma in Sylvie la necessità della presenza dell’amica e il trasporto irrefrenabile dei sentimenti si appalesano proprio quando, in occasione delle vacanze estive, avverte un senso di vuoto indefinibile che, con dolore, scoprirà non corrisposto da Andrée, lontana dal nutrire verso di lei un identico desiderio di unicità.

“Non esiste solo lo studio nella vita”

dichiara la tredicenne Andrée, scatenando la reazione di Sylvie:

Avrei voluto protestare: “Non esiste solo lo studio per me. C’è anche lei, Andrée”. Mi dicevo con angoscia: nei libri le persone si fanno dichiarazioni d’amore, di odio, osano raccontare tutto quanto passa loro per la testa; perché nella vita vera non è possibile?

La famiglia di Andrée non vede di buon occhio la relazione fra le due ragazzine e scopriremo presto che l’invidiata libertà di Andrée è solo apparente e relegata ai pochi anni dell’infanzia. Man mano che cresce, infatti, emerge la figura castrante della madre – cui la figlia mostra una devozione totale – tesa a frenare ogni pulsione e a dirigere le scelte sessuali della figlia secondo la propria frustrata mentalità (una donna è destinata o al matrimonio o al convento).

A tal punto che inviterà Sylvie nella casa di vacanze estiva all’unico scopo di arginare la sofferenza della figlia per la proibizione di vedere l’amichetto del cuore Bernard.

“E’ fuori questione che Andrée e Bernard si sposino, per questo ho dovuto vietare ad Andrée di vederlo”.

L’intimità delle confidenze fra le inseparabili si approfondisce, Andrée confessa i suoi sentimenti verso il ragazzino con cui ha scambiato alcuni baci (rivelati alla madre), ma ciò che più colpisce è la giustificazione che dà alla proibizione:

Bisogna capirla ” disse “deve prendersi cura della mia anima”.

Ecco svelarsi una Andrée avviluppata nei lacci perversi di un’assillante moralità cattolica che lentamente soffocheranno la sua individualità.

I ruoli si ribaltano, Sylvie proseguirà gli studi e quando presenterà il compagno Pascal all’amica, ne accetterà il reciproco innamoramento:

Dopo la seconda volta li lasciai soli e in seguito si incontrarono spesso senza di me. Non ero gelosa. Dalla notte in cui nella cucina di Béthary avevo confessato ad Andrée quanto fosse importante per me, aveva iniziato a esserlo un po’ meno. Tenevo sempre enormemente a lei, ma adesso c’era anche il resto del mondo, e c’ero io: lei non era più il mio tutto.

Ma la libertà è una conquista non alla portata di tutti. Nuovamente l’intromissione della madre soffoca i sentimenti dell’amore nascente e così, di fronte a un’attonita Sylvie, ora è Andrée a cercare nell’amica una fonte di sostegno e conferme:

La mamma dice che se Pascal avesse seriamente intenzione di sposarmi, mi presenterebbe alla sua famiglia; dal momento che si rifiuta non rimane che tagliar corto. Mamma ha detto una cosa curiosa: “Ti conosco bene; sei mia figlia, carne della mia carne; non sei abbastanza forte perché io possa lasciarti esposta alle tentazioni; se tu dovessi cedere, mi meriterei che il peccato ricadesse su di me,

Già annuncio della futura scrittrice antesignana del femminismo, vediamo Sylvie-Simone impegnata nel tentativo di convincere Pascal a ufficializzare il suo amore, ma il ragazzo, a sua volta prigioniero di un’ottusità cattolica benpensante, replicherà senza indugio:

L’intimità di un fidanzamento non è facile da vivere per un cristiano. Andrée è una donna vera, una donna di carne Anche se non vi cediamo, le tentazioni saranno presenti in noi a ogni istante: questo genere di ossessione è già di per sé un peccato”…

Stretta nelle maglie degli obblighi e degli impegni familiari – cui cerca di sottrarsi arrivando persino all’autolesionismo – privata di quella solitudine necessaria per studiare, pensare, suonare e incontrare l’amica, Andrée precipita in un gorgo senza fine e morirà tragicamente all’età di soli ventidue anni, con una discutibile diagnosi di encefalite virale esplosa nel momento in cui trova il coraggio di dichiarare al padre di Pascal l’amore per suo figlio.

Esplicativo il pensiero di Sylvie sul destino dell’amica:

D’un tratto ricapitolai quella che era stata la vita per Andrée negli ultimi cinque anni. Lo strazio della sua rottura con Bernard, la delusione nello scoprire la verità sul mondo in cui viveva; la lotta contro la madre per avere il diritto di agire secondo il suo cuore e la sua coscienza; tutte le sue vittorie erano avvelenate dal rimorso e in ogni suo piccolo desiderio sospettava sempre che fosse nascosto un peccato. … intravedevo abissi che Andrée non mi aveva svelato, ma che certe sue parole mii avevano fatto presagire.

Nella postfazione, Sylvie, la figlia di Simone De Beauvoir, racconterà la genesi di questa pubblicazione e di Zaza scriverà:

E’ morta perché ha cercato di essere se stessa e la si è convinta che questa pretesa fosse un male”.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Viola Ardone (2023), Grande Meraviglia, Einaudi, Torino

Eccoci nel mezzomondo, a tre anni dall’entrata in vigore della legge Basaglia, dove ancora i muri cadono adagio e la resistenza al cambiamento frena ogni tentativo di recupero della dignità di coloro che, spesso, vengono rinchiusi solo perché è più comodo tenere tutti i difettosi in un unico posto nascosto, così nessuno li vede e non esistono più.

Come si legge nei materiali di archivio: Di alcune compare la foto, delle altre resta solo il nome, l’età, la provenienza e una diagnosi generica o frettolosa. Vite spezzate riassunte in pochi aggettivi senza riscatto: lunatica, malinconica, mascolina,, lasciva, dispettosa, irosa,irriverente, ciarliera, mendicante, menzognera, esibizionista, incoerente, ninfomane, dedita all’ozio, petulante, pazza morale.

A raccontarci le vicende del mezzomondo è Elba, che lì si trova poiché la sua Mutti, fuggita da Berilino quando erano ancora chiuse le frontiere, era incinta e il marito, tradito, decise che quella donna con in grembo un figlio secondo lui non suo era di facili costumi e quindi da internare.

Pertanto il mezzomondo è l’unico universo che Elba conosce. Un luogo dove abitano strani personaggi cui vengono riservati speciali trattamenti di cura: le cinghie; le Caramelle di vario colore a seconda se stai bene o male;, la scossa data piano, pianissimo, forte; le docce gelate per raffreddare gli istinti … e lo spettro del trasferimento dal Mar dei Tranquilli alla terra delle Agitate o delle Semiagitate.

Elba non è matta, non ha nessun problema e cerca di scoprire quale malattia abbia per poter ricevere la cura adatta, e, se pur giovanissima, si trova a fare da chaperon alle nuove arrivate, che osserva e accoglie, illustrando loro ogni particolarità della nova casa; scrive in rima come le pubblicità della TV, compila il suo personale Diario dei malanni di mente descrivendo a modo suo i tratti peculiari delle altre donne ricoverate, che spesso si rivelano più appropriate di quelle del Dr. Colavolpe, rappresentante della vecchia psichiatria e refrattario ad applicare le nuove indicazioni legislative.

I mica-matti odiano i matti, li chiudono nel mezzomondo e qui non ci vogliono mettere piede… perché, sotto sotto,hanno paura che non li facciamo uscire mai più.

Dopo alcuni anni passati in orfanotrofio per essere messa in grado di studiare,Elba fa di tutto (fa la matta) per tornare al mezzondo per stare con la sua Mutti. Ecco l’unica realtà che Elba conosce, uguale a se stessa ogni giorno: svegliarti quando arriva la luce, andare alle docce, infilare il camicione, mangiare pane raffermo ammollato nel latte annacquato, aspettare il giro delle visite, pranzare, camminare una mezz’ora nel cortile, guardare la televisione se non sei stata messa alla corda, cenare, prendere la Caramella grigia del Buon Sonno, tenerla tra la guancia e le gengive per sputarla senza farti scoprire, attendere che si spengano le luci, scendere in un pozzo nero nero se non hai fatto in tempo a gettare la pillola di nascosto.

Sinché arriverà il Dottorino – Fausto Meraviglia – colui che, con la camicia verde a quadri e i pantaloni di velluto beige, i capelli rossicci e spettinati, incarna la nuova visione della psichiatria e inizierà ad introdurre la sua personale rivoluzione gentile, perché se messi in condizione di fare cose normali, i pazzi si comportano da sani, finendo in carcere per aver organizzato una partita di pallone fra i degenti e additato a sua volta dal personale sanitario come folle e incapace di gestire la sofferenza.

Un eroe che non è un eroe, questo Meraviglia, la cui storia si intreccia con la volontà di liberare Elba dalla sua condizione di internata e, attraverso lei, acquisire quel ruolo paterno che non è riuscito a costruire con i suoi figli. Una famiglia, la sua, destinata a disgregarsi, mentre lui dedica indefessamente il suo tempo al lavoro e a criticabili distrazioni. La figlia Vera così lo descrive:

Lui vede solo se stesso, mai gli altri. Crede molto nella famiglia, a modo suo, crede che la famiglia debba restare sempre lì, fin quando lui non si stanca di girovagare e torna all’ovile. Non ha mai preso in considerazione il contrario, che potessero essere gli altri ad andarsene. E’ un tradizionalista, in fin dei conti, possessivo e geloso.

E nello scarto temporale che ci rimanda al Dott. Merviglia da vecchio, un po’ indementito, immerso in un flusso di coscienza e preso a fare i bilanci col suo passato, emerge la delusione nelle sue stesse parole:

Hai scoperto, caro Dottorino, che le crisi matrimoniali delle signore di Posillipo fruttavano molto di più dei casi psichiatrici. … La malattia mentale è un territorio così buio e sconfinato che anche l’esploratore più esperto rischia di perdere la strada.

Eppure, nonostante le difficoltà che ci dimostrano come sia labile il confine tra salute e caduta vertiginosa nel baratro (dove Elba precipita quando scopre che la madre è finita nel reparto peggiore, quello con le alienate con cui non puoi ragionare perché hanno attraversato una linea di confine da cui non vogliono più ritornare, la pazzia è la loro unica forza e non c’è niente da fare se non legare e dare la scossa e picchiare e dare la Caramella rossa o blu o tutte e due insieme), il Dr.Meraviglia e le sue debolezze umane non impediscono il riscatto di Elba. Dovrà dolorosamente piegarsi alla pratica da lui aborrita, l’elettroshock, per salvare Elba annientata dal dolore del suicidio della madre, ma, una volta superata la grave crisi, riuscirà a portarla a casa sua e a farla studiare per prendersi una laurea,

Mentre si parteggia per il riscatto dei diritti di questa bambina diventata donnea scopriremo che in lei il mezzomondo è diventato quasi vitale, anche quando finalmente si svuota:

Loro possono andare via, se vogliono. Io posso restaci, questa è la mia libertà. Del resto non so che farmene….Alle porte e alle finestre non ci sono più i catenacci. Il mezzomondo assomiglia ogni giorno di più al mondo intero, ma le sbarre sono una parete della mente e la libertà è una chiave nella testa che non so ancora girare.

Nelle emozionanti pagine di questo libro attraversiamo la storia della chiusura dei manicomi, ricavando spesso la sensazione di rivestire i panni dell’uno o dell’altra protagonista e del loro diverso modo di esprimere la solitudine, il mal d’amore e il mestiere di vivere.

E in questo il mezzomondo è come il resto del mondo, ognuna ha bisogno di qualcosa: a volte di amore, a volte di solitudine, a volte di un calmante, e spesso di tutte queste cose insieme.

Poetry, dal blog LeScritteriate

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Emozioni:

le parole

che non trovi,

lei te le suggerisce.

Poesia.

Foto: Mummenschanz, Teatro Sociale, 2 aprile 2023

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TartaRugosa ha letto e scritto di: Francesca Scotti (2022), Il tempo delle tartarughe, Hacca edizioni (MC)

Chi mi vuole bene sa che amo le tartarughe (e non solo).

Stefy – visitando l’originale libreria monzese Virginia & Co. – è stata attratta da un titolo e ha pensato a me: ecco come questo libro è arrivato sul mio comodino.

Non conoscevo l’autrice e i quindici racconti raccolti nel testo sono stati un’autentica rivelazione.

Le tartarughe elogiano la lentezza e tale dovrebbe essere la lettura di queste storie che, sia pur brevi, hanno il potere di lasciare un marchio nella sfera mnemonica ed emotiva. Direi quasi a lento rilascio o ad impatto ritardato, perché lavorano dentro, suscitando interrogativi, ipotesi, dubbi.

Caratterizzati da una tonalità dolente, offrono spaccati di vita mescolati a visioni talvolta surreali, spesso rette dalla comparsa di animali, oggetti, situazioni che fungono da “elemento terzo” per orientare verso la comprensione di uno sviluppo incerto, o incomodo, o spiazzante, o senza speranza.

L’autrice, che divide la sua esistenza tra Occidente e Oriente, semina tracce di profumo nipponico nell’evolversi delle umane vicende narrate.

Vicende dei nostri tempi, fotografie, scenari che spesso hanno trovato anche nel lettore analoghe abitazioni, favorendo quindi facili identificazioni e multiple interpretazioni.

I temi affrontati non arrivano diretti come una denuncia. Piuttosto il percorso è laterale, zigzagante fra panorami suggestivi e parole interrotte che si schiudono improvvisamente in una frase rivelatrice, in una dichiarazione di intenti cui il lettore è chiamato a cercarne la direzione.

Inadeguatezza, bullismo, occasioni perdute, povertà, amori falliti la cui trama non è mai scontata: il tratteggio dell’accadimento devia armonico fra i protagonisti e scene fantasmatiche in bilico tra realtà e mistero per ritornare improvviso a un plot che sedimenta nel lettore, provocandone dapprima estraniamento e poi sorpresa. Quasi sempre amara.

Perché così è la vita.

Drammatica l’esperienza di bullismo della piccola Michiko in viaggio verso casa “Non male avere un guscio a proteggerti sempre, pensa Michiko mettendo lo zaino di cuoio rosso sulla cappelliera”; solo l’espediente della fermata sbagliata del treno da parte di un passeggero ti travolge con delicatezza sull’esito.“Andiamo, ti porto a cercare un guscio sulla spiaggia”, dice la donna e insieme si incamminano verso l’oceano.

La mia memoria corre inevitabilmente all’amata canzone Samarcanda di Roberto Vecchioni.

Sconcertante la risoluzione di un rapporto che non trova la complementarietà fra Sofia Mariko e Yoshi, sposati da un anno, si conoscevano appena quando lo avevano deciso.In questo caso è il rimedio all’insonnia che ci conduce attraverso i quartieri di Tokyo, strade percorse da Yoshi perché “finché lui guidava, lei riusciva a dormire. Erano le lievi oscillazioni , il rumore del motore a cullarla … Yoshi andava a dormire subito dopo cena, mentre lei preparava la colazione per quando sarebbero rientrati dalla notte in auto …Mariko faceva colazione di gusto, mentre Yoshi perdeva appetito, sentiva l’energia svanire e un’insofferenza cupa crescere. Nel titolo la preveggenza del colpo di scena: “La pace di chi ha sete e sta per bere”.

Emblematica la litigiosità di una coppia che utilizza la gita con il figlio come alibi della propria incomunicabilità e altrettanto emblematica la difesa del piccolo Pietro che stringe amicizia con Junij , da cui impara la diversità del linguaggio e della cultura giapponese. “Perché da ora saremo amici e tu resterai qui con me … Pietro si volta a guardare i suoi genitori, sono sempre litigiosi e gesticolanti e ora stanno per svanire dietro la curva”.

Fallimentare il tentativo di ricucire una relazione sospesa e sospeso è il fiato di sapere come finirà la tartaruga ferita grazie alla quale si intuisce un tentennante riavvicinamento di una coppia in crisi. “Calano l’animale in acqua, qualche riflesso trema, poi niente si distingue più … Non si guardano e risalgono in auto. hanno fame e sonno”.

Straziante il destino della signora Nakano il cui stabile deve essere distrutto per il rinnovamento del quartiere. Non può permettersi di trasferirsi: è troppo costoso. E allora come affronterà l’arrivo delle ruspe? “Come faccio? Basta sedersi in un punto della stanza e aspettare finché non riusciranno più a vedermi. Ha presente i camaleonti? Ecco, è una cosa simile. Molti anziani scoprono di saperlo fare quando non c’è più posto per loro”. L’elemento terzo del racconto è rappresentato dalle ante dell’armadio dipinte con le ortensie. La vicina, in apprensione, la cerca il mattino dopo “i suoi capelli sono del colore delle ortensie e il suo viso della carta, il busto si è fatto legno, le gambe paglia intrecciata … Vedo le iridi illuminarsi un istante sulla carta per tornare subito nascoste: é senza confini, è casa”.

Anche questo racconto sollecita un ricordo: lo struggente libro di Fukazawa Shichirō Le canzoni di Narayma (da cui il film La ballata di Narayama).

E via via con le altre storie, con i temi che riempiono i giornali (solo?): indifferenza, superficialità, disprezzo del prossimo, noncuranza dell’infanzia ma anche ininterrotta ricerca di un senso interiore, che diventa la forza per una lettura che non trascura di smuovere lo sguardo più profondo verso se stessi e il rapporto con l’Altro.

Come in Calendario lunare dove una misteriosa scatola di legno chiaro e lucido, un peso prezioso, racchiude il segreto di un piantina di fragole da cui vengono smossi cristalli di ghiaccio.“Lei mi diceva non svanirò, non me ne andrò, non finirò” sussurra l’uomo. “E io ho imparato a ritrovarla”.

C’è sempre la possibilità di dare una forma nuova alla speranza.

Grazie a Stefy per avermi fatto conoscere Francesca Scotti.

VAI AL SITO DI FRANCESCA SCOTTI:

Bio

TartaRugosa ha letto e scritto di: Lauren Slater (1997), Le stelle di Van Gogh, Mondadori, Traduzione di Cristina Saracchi

Una doppia immagine rimbalza nei ricordi di me bambina che ascolta affascinata e turbata l’inquietante fiaba di Andersen Scarpette rosse: un corpo che danza all’impazzata trasportato da due piedini di rosso vestiti e i due piedini mozzati di netto, che piangono gocce di rosso per la prigionia forzata, da cui nessuno sforzo è valsa la riconquista della libertà.

Qual era la morale che ne traevo da quel truculento finale: ci sono forse situazioni che non puoi modificare a dispetto della tua volontà, delle tue possibilità, dei tuoi pentimenti?

Così lontano mi ha condotto la lettura dell’autobiografico cammino professionale della Slater. E a più di quarant’anni dall’entrata in vigore della legge Basaglia ancora le stelle di Van Gogh illuminano un cielo costellato di ricordi colmi di aspettative, aspirazioni, illusioni.

Quelle umane sensazioni che non fanno poi così tanta differenza nell’ “essere sentiti” da una persona sana o da una persona folle, se non nella capacità di governarne l’intensità della pena: “Quello che mi distingue dai miei pazienti – quello che mi distingue dai “malati” – è soltanto l’aver acquisito una capacità di gestire le lame del dolore profondo con un briciolo di destrezza. Sanità mentale non significa cancellare la sofferenza … Solo i muscoli per controllare le cose, per dirigere e incanalare, sono più forti”.

C’è un legame tra la storia delle scarpette rosse e le storie di uomini e donne che danzano nelle pagine del libro: non potersi togliere le scarpe nel momento desiderato e dover accettare di ballare la vita con un ritmo diverso da quello di altri.

Scrive Slater: “Nella moderna pratica clinica l’enfasi sembra essere principalmente posta sulla farmacoterapia e la veloce regressione dei sintomi, su interventi a breve termine e strutture private, con finalità di lucro, piuttosto che sulla dolce e misteriosa alchimia che forgia i legami tra gli individui, i legami che placano i timori e ci aiutano a guarire”.

E aggiunge, ripensando agli esordi della sua professione: “Ora credo di aver capito – ma a quel tempo non era così – che a volte non possiamo fare altro che accostarci alla piaga, rispettarne il decorso e osservarne i toni color vermiglio. A volte non possiamo far altro che stare vicino alla persona che soffre. Allora io non sapevo che anche questo volesse dire aiutare.

Eppure ci vuole una luce diversa per illuminare oscuri meandri dove si rifugiano parole malate, visioni fantasmatiche, minacce paurose, desideri impossibili, ricordi deformati, amori immaginati.

Questi i mondi sconosciuti di uomini e donne presentati con le loro diverse etichette identificative: schizofrenia, disturbo antisociale di personalità, depressione, catatonia, borderline, accomunati da uno stesso atteggiamento di studio e approccio: “assistenza comportamentale e rifiuto di qualsiasi altro modello psicoterapeutico, perché … esiste la consapevolezza, basata sugli studi dei processi biochimici e della struttura cerebrale degli schizofrenici, che questi individui sono talmente riluttanti a utilizzare le pieghe della corteccia, che, nella migliore delle ipotesi, riescono a gestire solo le più semplici funzioni legate alla cura della propria persona”.

Per fare luce occorre scostare il sipario della razionalità e calcare la stessa scena dei protagonisti e danzarne gli stessi passi.

Joseph, scrittore dissennato .. “un tempo aveva davvero frequentato una scuola come Harvard e il suo desiderio di tornare laggiù era strettamente legato all’aspirazione di possedere una mente in grado di formulare sequenze ordinate di parole. Accettato a Princeton, primo tra i figli della sua famiglia di immigrati a entrare in un college … non so se i borsoni di tela che portava con sé in quel primo semestre fossero più colmi di speranze dei familiari che di vestiti”.

Peter, un sociopatico, un deviante: “suo padre lo picchiava .. l’intensità della sua storia è racchiusa nell’immagine di un ragazzino schiacciato contro un frigorifero bianco … l’uomo addosso a lui, che grida; Peter sentiva il membro di suo padre, caldo e duro, nell’incavo tra le cosce… . Peter, quando Joanne lo deludeva, andava su tutte le furie, il sangue gli montava alla testa, e scaraventava la ragazza contro il muro, colpendola con violenza sul viso”.

Marie, depressa “che non è mai stata felice per più di dieci ore. … Con una madre che trovava rifugio nel cibo e nell’obesità. Di sera, il padre sedeva nella sua tana con un bicchiere cangiante in mano, mentre la madre, apatica e inespressiva, stava in cucina con indosso una vecchia vestaglia e davanti un piatto di maccheroni”.

Oscar, “muto e raggelato per giorni, seduto sul letto a fissare il mondo che lo circonda. . .. La risposta di immobilità è l’ultimo di una serie di meccanismi di adattamento che gli animali mettono in atto quando sentono avvicinarsi la fine. … Cecil molestava Oscar di notte e quando la madre lo scoprì, cacciò di casa il marito. Quattro mesi dopo l’avvio delle pratiche per il divorzio … si imbattè in bobine di pellicola nera che mostravano il corpo del figlio nudo e piegato ad angolo, disteso e sondato”.

Linda con “disturbo della personalità di tipo borderline, .. quella che i medici meno amano incontrare. Questi pazienti sono noti per le modalità roboanti, accentatrici e iperesigenti che attuano nel rapportarsi con gli altri … i loro comportamenti sono sovente terribilmente distruttivi e includono l’anoressia, l’abuso di sostanze, l’automutilazione e i tentativi di suicidio”.

Quando gli uomini con cui lavoro gemono, gridano o serrano le mani, io immagino che piangano il loro mutismo. … Mentre cercano di parlare, delle volte lancio un’occhiata alle loro lingue, e ciò che mi aspetto di vedere non è l’agile bisturi rosso che scolpisce le frasi, ma un corpo molle e grigiastro che sbatte privo di vita”.

Mondi che possono essere penetrati e compresi solo se si è disposti a giocare con le stesse carte.

Peter: mettere in relazione il proprio cammino di sofferenza con una costruzione epica di ampio respiro e vedere che le foglie marce della sua anima sono parte di un’odissea maschile socialmente sancita.

Joseph: entrare nel caos della sua ipergrafia e alleggerire le frasi. Invece di guardare le parole come intelleggibile follia, considerarle un’unità coerente e dotata di significato, ma contaminata dalla polvere mentale. Con una semplice revisione, dipanato il groviglio grammaticale, emerge la Storia.

Marie e ogni tentativo di miglioramento fallito: indugiare nella propria pena invece che tentare sempre di uscirne … saper riconoscere il dolore, entrare consapevolmente in una ferita e in quel luogo sconosciuto attendere insieme, mano nella mano.

Linda: la clinica in cui è ricoverata è la stessa in cui la giovane Slater fu ospitata come degente. Modificato il ruolo, mentre la terapeuta si avvia verso la stanza della nuova paziente, riemerge il ricordo del mazzo di chiavi che aprivano “” porte di mondi a cui non sapevo accedere”. “Chiavi, chiavi, devono essere il sogno di ogni malato di mente … Le chiavi sono il simbolo della libertà, del potere e della definitiva separazione. Perché in un ospedale psichiatrico solo un gruppo possiede le chiavi; gli altri siedono a tavola impugnando forchette di plastica.

.Non resta che dire a Linda “Prendi la chiave. Apri tu la porta. … E da qui cominciamo”.

A danzare insieme. Con le scarpette rosse.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Remo Bodei (2009), La vita delle cose, Laterza editore

Nella mia vita professionale, il termine “anomia” sta ad indicare l’incapacità a denominare gli oggetti e in genere è un inquietante segnale di problema cognitivo: “dammi quella cosa lì…, come si chiama?…”

Se risalgo a epoche più remote, la parola “cosa” era assai contestata dalla mia severa maestra Adriana, capace di abbassare di due voti il tema assegnato o la prova orale sostenuta, qualora tale “cosa” osasse fare una temeraria comparsa.

Con che piacere quindi immergermi nella lettura di Bodei e trovare che “Il significato di ‘cosa’ è più ampio di quello di ‘oggetto’, giacchè comprende anche persone o ideali e, più in generale, tutto ciò che interessa e sta a cuore …L’italiano ‘cosa’ (e i suoi correlati nelle lingue romanze) è la contrazione del latino causa, ossia di ciò che riteniamo talmente importante e coinvolgente da mobilitarci in sua difesa”.

Sempre etimologicamente ragionando, la parola oggetto (da obicere, gettare contro, porre innanzi) è ciò che si contrappone al soggetto, mentre le cose rappresentano un investimento affettivo e duraturo.

Sono i nostri rapporti con le cose che forniscono consistenza alla nostra identità. La dimensione oggettiva della cosa deve diventare soggettiva, e questo implica una responsabilità di ognuno di noi a farci interpreti e “trasmettitori” di ciò che miliardi di uomini hanno lasciato al mondo sotto forma di opere, non solo come prodotto, ma anche come sostanza e materia: pietra, argilla, marmo, legno …

Salvare solo la natura oggettiva della cosa, implica un rischio tragico: “non solo le cose, ma la storia stessa si riduce in gran parte a mera oggettività pietrificata, ad accumulo di dati e oggetti non mediati dalla coscienza e non illuminati dalla decifrazione e dalla contestualizzazione del loro senso. In che modo le nuove generazioni saranno capaci di comprendere i messaggi lasciati nelle cose dalle generazioni precedenti, sottraendoli al naufragio dell’oblio o al destino dell’insignificanza e ricollegandoli, con le dovute mediazioni, alle proprie vicende e alla propria sensibilità?”

Come possono le cose avere anima se la tendenza odierna è orientata soprattutto alla produzione di oggetti che vengono già progettati, ancorché prodotti, per essere facilmente sostituibili, soffermandosi più sul concetto di obsolescenza, che su quello di durata? Quindi un rapporto con le cose effimero, veloce, privo di affezione : “Nel nostro mondo è inevitabile che il panorama degli oggetti muti rapidamente, che una ‘generazione’ di modelli sempre nuovi o alla moda sostituisca e sospinga i precedenti nell’oblio: che computer più elaborati rendano rapidamente obsoleti quelli fabbricati pochi anni prima o che i forni elettrici o a microonde prendano il posto del focolare, dove ardeva il ceppo e lo spiedo veniva fatto girare a mano”.

E se le cose un tempo assorbivano gli investimenti affettivi e cognitivi, anche oggi possiamo verificare la comparsa di un sentimento di nostalgia che ci conduce a desiderare quell’autenticità ormai quasi sparita.

Chissà. Magari è perché stiamo maturando la consapevolezza che forse siamo gli “ultimi” ad aver sperimentato materie, forme, gusti, valori ..

Riesco a commuovermi alla visione di illustrazioni d’epoca.

Oggetti i più disparati mi suscitano profonde emozioni e una voglia di contatto, di manipolazione, di stimolazione completa dei sensi.

Parlo di ogni oggetto che per me è sacralmente diventato cosa: arredi, capi d’abbigliamento, copertine di libri o dischi 45 giri, astucci, borse, coperte patchwork, maglioni di lana, scialli, fotografie sbiadite, pentole di rame, case di bambole, bambole di pezza … “L’atmosfera larica (larico nel senso della divinità della casa) della casa custodiva e favoriva la trasformazione degli oggetti in cose e, con la sua sacrale intimità, attribuiva decoro e rispettabilità ai proprietari”.

E l’emozione sempre si lega al ricordo: di un ambiente, di un luogo, di una relazione, di un’amicizia, di un sapore, di un gioco, di una difficoltà … via via tante mattonelle che poste una sopra l’altra edificano la mia personale costruzione di essere vivente.

Come sostiene Bodei, purtroppo, al tempo attuale gli oggetti non sono più unici: la loro produzione avviene in serie e sono destinati a diventare cosa solo “per effetto della pubblicità, che li circonda di una lucente aureola in grado di distogliere spesso lo sguardo dall’affidabilità intrinseca del prodotto”.


Che sia davvero solo l’arte capace di salvare l’ancoraggio delle cose alla nostra memoria? “Il pittore sa vedere il mondo in maniera più articolata e profonda di coloro che non hanno mai esercitato e affinato quello sguardo che in tutti noi, comunque, avvolge, palpa, sposta le cose visibili. Un simile sguardo … costruisce situazioni in cui le cose stesse sembrano parlare e guardarci, tanto che non si sa più chi vede e chi è visto: non si può dire se è lo sguardo o sono le cose a comandare . … Nei quadri “l’oggetto diventa ora soggetto … rendendosi autonomo e trasformandosi in cosa che ci sta a cuore, non è più quello che ci sta di fronte come ostacolo da superare o alterità da inglobare. Non dobbiamo più sottometterlo, proprio perché l’arte stessa lo sottrae al consumo immediato e alla lotta. … Le cose vengono trasportate in un altro spazio, sospese nel tempo e messe, per quanto possibile, al riparo dall’oblio, dal decadimento e dalla morte”.

Ma esiste un altro modo per riscattare le cose da un ruolo anonimo e inerte.

E qui ci aiuta la filosofia.

Più amiamo una singola cosa, più amiamo il mondo. “Le cose ci spingono a dare ascolto alla realtà, a farla entrare in noi aprendo le finestre della psiche, così da areare una interiorità altrimenti asfitttica”.

Gli oggetti diventano cose quando entriamo in un rapporto profondo con esse, quando ci interroghiamo sulle loro origini, sui materiali con cui sono costruite, sul motivo dell’uso, sulla loro collocazione spazio-temporale: maggiore è il numero delle domande che ci poniamo nei loro confronti, migliore sarà la capacità di entrare in sintonia col mondo e dare un senso alla storia e agli esseri umani abitatori del tempo.

La curiosità ci spingerà a sviluppare un atteggiamento di cura e di volontà di sapere: “una bambola di pezza o di porcellana può condurci, con l’immaginazione e con l’indagine, a situarla in un periodo che precede la scoperta della plastica, a inquadrarla nella storia dei giocattoli, a ragionare sulla diversa educazione delle femmine rispetto ai maschi oppure a ricordare episodi di vita familiare”.

Dobbiamo restituire alle cose il loro diritto alla vita e questo può accadere solo se rispettiamo determinate condizioni: “se le lasciamo sussistere accanto e assieme a noi senza volerle assorbire; se congiungono le nostre vite a quelle degli altri; … se rinunciamo a privilegiare rapporti di esclusivo possesso, accaparramento e dominio sugli oggetti; … se passiamo dalla cultura dello spreco a un rapporto sobrio ed essenziale con le cose; …”.

Conclude Bodei: “La decisione di conoscere e aver cura di alcune cose, senza precludersi la comprensione delle altre, implica non solo un atteggiamento di costante attenzione al mondo e alle persone, una volontà di sapere e un desiderio di amare, ma anche un ethos (e perfino una presa di posizione politica) per contribuire a fare una respublica della società toccataci in sorte”.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Philippe Delerm (1998), La prima sorsata di birra, Frassinelli, Traduzione di Leonella Prato Caruso

Ecco una domanda filosofica che mi assale mentre attendo l’arrivo del risveglio dal sonno invernale: assaporiamo con gli occhi, col palato, col naso o con l’insieme dei tre sensi?

Come l’opera di Proust insegna, quel gusto della madeleine bagnata nell’infuso di tè o di tiglio, scatena emozioni che fanno risalire alle immagini di un lontano episodio dell’infanzia (Così ora tutti i fiori del nostro giardino e quelli del parco di Swann, e le ninfee della Vivonne, e la buona gente del villaggio e le loro casette e la chiesa e tutta Combray e dintorni, tutto quello che vien prendendo forma e solidità, è sorto, città e giardini, dalla mia tazza di tè”).

A significare quindi che la fabbricazione della memoria necessita di agganci forniti dai canali percettivi: più agganci possiedi, più sensi utilizzi, più dettagli consideri, maggiore sarà la possibilità di raggiungere un ricordo sopito.

Negli studi sulla memoria si sostiene che è a partire dal canale visivo che si recupera nella maggior parte dei casi il ricordo.

Pensando alla lettura, il nostro canale visivo distingue le parole, non avverte il profumo, non sente il suono, non tocca superfici … Dal punto di vista sensoriale, le parole sono tendenzialmente povere.

Il mestiere di scrivere, l’arte di utilizzare le parole non è semplice: lo scrittore lavora con un mezzo che non ha nulla a che fare con la materia.

Ascoltando un brano musicale o ammirando un’opera d’arte si stimola prevalentemente uno specifico canale sensoriale. Con la parola scritta si va a colpire il cervello, che a sua volta deve rievocare un’emozione, una sensazione collegata a quella parola. Partendo da una descrizione, diventiamo capaci di creare con la nostra fantasia un’immagine basata sull’esperienza che ne abbiamo fatto nel corso della nostra esistenza.

Un bravo scrittore sa sfruttare la potenza evocativa della parola. Provocare o trasmettere al lettore l’intensità di un desiderio attraverso la costruzione della frase, presuppone abilità non indifferente nell’uso del mezzo “scrittura”, proprio perché deve poter accendere un concetto, una percezione, un’idea.

Philippe Delerm, da questo punto di vista, è riuscito a compiere una magia sensoriale attraverso 34 pennellate letterarie inerenti brevi istanti rubati alla quotidianità della vita rurale, dove il tempo e lo spazio diventano elogio di lentezza, pace e piccoli piaceri (forse) in via di estinzione.

Di questa sua capacità ne ho capito il magnetismo quando, dopo la lettura de “Il maglione autunnale” e la visione dei primi tramonti ottobrini ho avvertito la nostalgia del colore e dei profumi della coltre di terra ormai pronta al rimbocco:

”….Allora ci vuole un maglione nuovo. Mettersi addosso le castagne, il sottobosco, i ricci dei marroni, il rosso rosato delle rossole. Riflettere la stagione nella morbidezza della lana. Ma un maglione nuovo: scegliere il nuovo fuoco che comincia a spegnersi. Sul verde? Un verde Irlanda, pisello secco, nebbioso, whisky ruvido selvatico e solitario come i campi di torba, l’erba falciata. Sul rossiccio? Ce ne sono tante gradazioni, chiome da Ofelia, desiderio di merenda come prima, pane burro e marmellata, boschi soprattutto, rossiccio del suolo, del cielo, inafferrabili colori di sagre paesane e di legno, di funghi e d’acqua. E perché non sul grezzo? Un maglione a grosse trecce come se qualcuno avesse ancora il tempo di sferruzzare per te. Un maglione ampio: il corpo sparirà, diventeremo la stagione. Un maglione sulle spalle, sperando … Anche di per sé, è gradevole questa maniera di rappresentare la fine delle cose tono su tono. Scegliere il conforto delle malinconie. Comprare il colore dei giorni, un nuovo maglione autunnale”.

Che dire poi di quelle roventi impressioni di assolati pomeriggi agostani, mentre errando lungo il sentiero che conduce a “L’orto immobile”, risvegliano rimembranze di un’estate bruciante?

“…Vorremmo limitarci all’ombra. Ma il sole filtra tra i rami con un’implacabile dolcezza. E’ lui a rendere biondo tutto l’orto: le lattughe pigre ma anche le bietole accasciate al suolo. Solo le foglie delle carote resistono con un verde provocante, come se la loro leggerezza le preservasse da un languido abbandono. In fondo, lungo la siepe, è troppo tardi per i lamponi, al posto del velluto rubino granata c’è già un disseccamento scuro, una scoria rugosa. Dall’altra parte, lungo il muretto di pietra, si stende una spalliera di peri, con la disposizione simmetrica dei rami la cui l’oblunga opacità del frutto picchiettato di sabbia rossiccia dà un tocco di femminilità. … Fa caldo ma il prugno, l’albicocco, il ciliegio offrono un’ombra dove dorme anche il tavolo da ping-pong inutilizzato – qualche prugna rossa è caduta sulla vernice smeraldo scrostata. Fa caldo, ma nel cuore dell’agosto dorme nell’orto l’idea dell’acqua”.

O, ancora, quel sentore pungente e penetrante delle mele appena raccolte, poste a dimora nelle cassette di legno, (“L’odore delle mele”), che stuzzica voglie golose di affondare i denti nelle bucce colorate:

Entriamo in cantina. E subito ci colpisce. Le mele sono lì, allineate sui graticci – cassette da frutta capovolte. Non ci pensavamo. Non avevamo nessuna intenzione di lasciarci sommergere da un tale spleen. Ma è inutile. L’odore delle mele è un’onda travolgente. Come avevamo potuto fare a meno per tanto tempo di quest’infanzia aspra e dolce?

Devono essere deliziosi i frutti avvizziti, di quel falso prosciugamento dove in ogni grinza sembra essersi insinuato un sapore intenso. Ma non abbiamo voglia di mangiarli. Non vogliamo trasformare in sapore identificabile il potere fluttuante dell’odore. Dire che hanno un buon profumo, un profumo forte? No, c’è ben altro … Un odore interiore, l’odore di un sé migliore. Lì c’è racchiuso l’autunno della scuola. Con l’inchiostro blu verghiamo sul foglio pieni e filetti. La pioggia batte sui vetri, la serata sarà lunga …

Ma il profumo delle mele non è solo il passato. Si pensa al tempo che fu per via della portata e dell’intensità, di un ricordo di cantina umida, di solaio buio. Ma è da vivere lì, da tenere lì, in piedi.

Abbiamo alle spalle l’erba alta e l’umidore del frutteto. Davanti, come un respiro caldo che si sprigiona nell’ombra. L’odore ha preso tutti i marroni, tutti i rossi, con un po’ di acido verde. L’odore ha distillato la morbidezza della buccia, la sua impercettibile rugosità. Abbiamo le labbra secche, ma sappiamo che questa sete non deve essere placata. Non succederebbe niente a mordere la polpa bianca. Bisognerebbe diventare ottobre, terra battuta, volta di cantina, pioggia attesa. L’odore delle mele è doloroso. E’ l’odore di una vita più intensa, di una lentezza che non meritiamo più”.

Ecco pertanto come la parola può comprendere due aspetti visivi: l’uno riferito all’immagine della grafia, l’altro all’immagine della situazione che trascina con sé la cascata delle connessioni a rete, degli intrecci infiniti, del telaio tutto da scoprire della nostra memoria. Me ne ricorderò quando, riemergendo dalla tana, troverò le nuove meraviglie a disposizione di occhi, naso e bocca,