TARTARUGHE in esplorazione su un sasso, Ottobre 2022

TartaRugosa ha letto e scritto di: José Saramago (2003), Le intermittenze della morte, Traduzione di Rita Desti, Feltrinelli, Milano

José Saramago torna con il suo surrrealismo a proporci una storia basata sul “cosa succederebbe se…” e questa volta la protagonista è niente meno che la morte. In un Paese senza nome, dalla mezzanotte del trentuno dicembre, non muore più nessuno.

Nel vortice del classico stile di scrittura di Saramago, quello che costringe a non riuscire mai a prendere il respiro, ci si potrebbe attendere che, sconfitta la morte, ne sarebbe conseguito

il godimento felice di una vita eterna qua sulla terra, era divenuto un bene per tutti, come il sole che nasce tutti i giorni e l’aria che respiriamo.

Invece fra ironia e profonda dissacrazione, ciò che potrebbe rappresentare la realizzazione della sconfitta dell’umano terrore, si trasforma in un nuovo modo per esercitare le squallide abitudini di trarre vantaggio a qualsiasi costo dall’eternità conquistata.

Saramago non risparmia nessuno: la politica, le istituzioni, la mafia, la chiesa, le famiglie, le assicurazioni, le pompe funebri.

Eminenza, mi perdoni, temo di non comprendere dove vuole arrivare, Senza morte, mi ascolti bene, signor primo ministro, senza morte non c’è resurrezione, e senza resurrezione non c’è chiesa.

Come c’era da aspettarsi, i primi e formali reclami vennero dalle imprese degli affari funerari. Bruscamente sforniti della loro materia prima, i proprietari cominciarono col fare il classico gesto di portarsi le mani alla testa, gemendo come in un coro di prefiche. E ora che ne sarà di noi …

Anche i direttori e gli amministratori degli ospedali, tanto dello stato come privati, non tardarono molto a bussare alla porta del ministero degli affari sociali … abbiamo già cominciato a mettere i malati nei corridoi … e tutto indica che in meno di una settimana ci troveremo con le infermerie stracolme

… le case di riposo per la terza e quarta età, quelle benefiche istituzioni create tenendo conto della tranquillità delle famiglie che non hanno né il tempo né la pazienza di pulire mocci, badare agli sfinteri affaticati e alzarsi di notte per portare la padella, anch’esse non tardarono ad andare a picchiare il capo contro il muro del pianto.

ciò che la maphia si proponeva di fare era semplicemente entrare e uscire, ricordiamoci ancora una volta che i pazienti perdevano la vita nell’istante stesso in cui li trasportavano dall’altro lato, da quel momento in poi non avranno bisogno di restare laggiù neanche un momento in più, giusto il tempo di morire… se volevano vivere una vita tranquilla, di chiudere un occhio davanti al traffico clandestino di pazienti terminali e di chiuderli persino tutti e due se non volevano aumentare con il loro stesso corpo il numero delle persone dalla cui osservazione erano stati incaricati.

Dopo sette mesi colpo di scena: la morte fa pervenire nell’ufficio del primo ministro una missiva in cui dichiara

a partire dalla mezzanotte di oggi si tornerà a morire come succedeva sin dal principio dei tempi e fino al giorno trentuno dicembre dello scorso anno, devo spiegare che l’intenzione di interrompere la mia attività, a smettere di ammazzare, è stata di offrire a quegli esseri umani che tanti mi detestano una piccola dimostrazione di cosa sarebbe per loro vivere per sempre … d’ora in poi tutti quanti saranno avvertiti e avranno la scadenza di una settimana per mettere in ordine quanto ancora gli resta di vita

Tutto, con gran sollievo di tutti, torna alla normalità. E se in teoria quello dell’avviso sembra una buona idea, nella realtà non si dimostra tale, poiché a nessuno piace ricevere la temuta lettera di colore viola in cui si legge:

Caro signore, sono spiacente di comunicarle che la sua vita terminerà alla scadenza improrogabile di una settimana, faccia del suo meglio per godersi il tempo che le resta, la sua attenta servitrice, morte.

La caccia al mittente, naturalmente, non porta a nessun risultato. La morte, proprio perché sta dappertutto, non può stare da nessuna parte, e quindi ne risulterebbe l’impossibilità di situare e definire, il luogo da cui è venuta.

Tuttavia, e qui sta il guizzo originale, una lettera non riuscirà ad essere consegnata al proprio destinatario e tornerà al punto di partenza, mettendo la morte nelle condizioni di rinviarla e di riceverla nuovamente indietro per più e più volte.

Quel diavolo di violoncellista, che sin dal giorno della sua nascita era indicato per morire giovane, con quarantanove primavere appena, aveva finito per compiere sfacciatamente i cinquanta.

La morte si arrabbia e dall’ogni luogo dove sta, decide di andare di persona a vedere la casa del violoncellista di notte, osservando minuziosamente tutto ciò che contiene nei vari locali, tra cui un pianoforte aperto, un violoncello, un leggio con tre brani di schumann e lo stesso violoncellista, addormentato sul letto con un cane acciambellato sul tappeto.

Questa morte che lo sta guardando non sa come fare per ammazzarlo.

Occorre preparare un piano e la morte lo fa con accuratezza, diventando donna giovane e affascinante, seguendo il violoncellista a teatro e ascoltando il suo concerto.

Il violoncellista comincia a suonare il suo assolo .. come se si stesse congedando dal mondo, dicendo finalmente tutto quello che aveva taciuto, i sogni infranti, i desideri frustrati, la vita insomma.

La morte, fattasi umana, incontra il violoncellista, gli parla, gli annuncia la consegna di una lettera, gli telefona di notte , gli promette di incontrarlo nuovamente il giorno dopo. Ma non si farà vedere nella data promessa, bensì il giorno successivo, quando ormai non è più attesa dal violoncellista, deluso e arrabbiato con se stesso per essersi innamorato di una donna di cui non conosce nulla, e per la quale lui, invece, non ha segreti. La lettera è sempre al suo posto, pronta per la consegna.

La morte, quasi incredula del suo modo di agire, fa i conti con inattese trasformazioni: la bellezza, l’armonia, i sentimenti, le emozioni le fanno accantonare il suo originario progetto e sarà proprio lei a voler celebrare la vita, incenerendo con un fiammifero la lettera viola dopo una appassionata notte d’amore.

Lei, che non dormiva mai, sentì che il sonno le faceva calare dolcemente le palpebre.

Festina lente

Catturano l’ultimo tepore

scordato da un’estate distratta.

E’ l’orologio delle ombre

che avverte le sagge tartarughe.

Lentamente si affrettano

a terminare lo scavo

nella nera terra,

più friabile dopo la pioggia.

Le notti ora sono fresche,

nel meriggio compaiono, a tratti,

con un cammino indolente e svogliato.

Sfuggono ai tempi bui e cupi, le sagge,

sanno che il vero riparo

sta dalla parte delle radici.

Lì s’inabisseranno,

in attesa dell’eterno ritorno.

FESTINA LENTE, ex libris di Piero Clerici, donato da A. B., 27 sett 2022

TartaRugosa ha letto e scritto di: Pilar Quintana (2022), La cagna, Traduzione di Pino Cacucci, Baldini Castoldi La Tartaruga, Milano

Quintana, con una scrittura quasi febbrile, ci trascina da subito in un ambiente che mostra in tutta la sua forza i rapporti tra mondo e natura; qui incontriamo Damaris, donna ferita da una maternità mancata, ma intensamente voluta e ricercata anche con i mezzi più ancestrali, affini alla stregoneria e fatta di unguenti e pratiche sciamaniche.

Damaris non aveva potuto avere figli. Si era messa con Rogelio ancora diciottenne e dopo un paio d’anni la gente cominciava a chiederle “A quando un bebé? A un certo punto aveva dovuto spiegare a quanti facevano domande che il problema era lei che non rimaneva incinta.

Adesso stava per compiere quarant’anni, l’età in cui le donne inaridiscono, come aveva sentito dire una volta a suo zio.

Il rapporto col marito è rude, un uomo dedito al lavoro su pescherecci, senza tante parole e dotato di quel senso pratico che a volte pare rasentare la violenza; al di là delle apparenze però non soggiogherà mai Damars alle sue volontà, anzi si rivelerà presenza alleata di fronte a momenti di difficoltà e di scelte da compiere.

Chi è dunque Damaris e che cosa desidera? Incapace di colmare un desiderio di genitorialità che la fa sentire incompiuta, sterile, buona solo a sfasciare tutto ciò che tocca deciderà di adottare una cucciola sopravvissuta alla madre trovata morta.

Chirli sarà il nome della cagnolina, lo stesso nome che avrebbe voluto dare a una figlia.

Alla fine del primo mese, degli undici cuccioli ne restavano solo tre.

Cerca forse la proiezione di un modo di esercitare il sospirato ruolo materno? Le attenzioni verso la cagnolina rispecchiano fin dai primi attimi di convivenza un eccesso di cure, uno sforzo di addomesticamento e di dimostrazione di amore che, scopriremo, non verranno ricambiate con la stessa intensità.

Ci troviamo in un villaggio colombiano, un’ambientazione degradata

il villaggio di Damaris era formato da una lunga strada con le case su entrambi i lati. Erano tutte costruzioni sgangherate, che si reggevano su pali di legno, con le pareti di assi inchiodate e tetti anneriti dalla muffa.

che tuttavia mescola differenze di ceto fra i vari attori che compaiono sulla scena. Infatti il terreno dove viveva Damaris durante l’infanzia è attiguo a quello della ricca coppia Reyes: casa con piscina. gazebo e barbecue. Il loro figlio, Nicolasito, era nato nello stesso giorno di Damaris: il primo gennaio. I due erano diventati amici e Damaris seguiva spesso il coetaneo nelle sue esplorazioni sulla scogliera.

L’oceano è un altro grande protagonista della storia, testimone della natura impetuosa e selvaggia, capace di togliere vite senza preavvisi. E’ proprio sulle sue coste frastagliate che si consumerà la tragedia, quando Nicolasito, non ascoltando le raccomandazioni dell’amichetta

si era messo in piedi su uno scoglio e l’onda che si era infranta, un’onda particolarmente violenta, lo aveva portavo via.

Damaris (nata senza padre e ospitata dallo zio poiché la madre, per mantenere la figlia, aveva dovuto cercare lavoro a Buenaventura), sarà educata dallo zio nell’unico modo conosciuto: le botte. Quando si saprà che Nicolasito è scomparso, la punizione sarà di una frustata al giorno.

Si fermerà alla 34esima frustata, avvenuta nel giorno in cui il mare restituisce il corpo di Nicolasito.

Dopo questo evento i Reyes non torneranno più nella casa della scogliera, ma nemmeno la metteranno in vendita, affidandola dopo varie vicissitudini alle cure di Damaris e suo marito, promettendo un compenso che si sapeva non sarebbe mai arrivato, essendo il facoltoso sig. Reyes caduto in disgrazia e diventato squattrinato.

Ma i custodi che avevano preceduto la coppia erano convinti che prima o poi i Reyes sarebbero tornati nel posto dove era morto il loro figlio. Per cui si erano sforzati di mantenere in ordine la casa e soprattutto la stanza del povero Nicolasito, così come l’avevano lasciata.

Chirli è una cucciolotta vispa e affettuosa che si aggiunge ai tre cani di Rogelio, poco incline ad accogliere una quarta intrusa, ma la cui presenza sarà accettata nonostante i piccoli disastri prodotti dalla cagnolina, tali da indurre a non lasciarla entrare in casa.

Scoraggiata, ben presto Damaris dovrà realizzare che le coccole e l’amore ossessivo riservati a Chirli non eviteranno un comportamento inatteso: scomparire nella boscaglia per intere giornate.

Durante la prima fuga il pensiero dominante di Damaris è quello di cercarla e salvarla dai pericoli e la gioia del ritrovamento faciliterà il perdono. Ma alle altre che seguono, sopraggiunge un sentimento di riprovazione e di accusa per la sua ingratitudine. Di fronte ad un’assenza più prolungata, Damaris smise di sperare che la cagna fosse ancora in vita,

La cagna ricomparve quando ormai nessuno ne parlava più con Damaris…. Aveva le zecche, un taglio in un orecchio, una profonda piaga in una zampa posteriore e le costole sporgenti.

Prevale ancora una volta la propensione alle cure, cessate le quali, però, la sequenza fuga-ritorno-fuga diventa una costante.

La sfida è esasperante e la resistenza messa a dura prova, finché l’ultimo ritorno rivelò una Chirli di nuovo docile e sottomessa, vogliosa di coccole. Fu commentato sarcasticamente dal marito Rogelio: E’ così solo perché è gravida”.

Una nemesi inaccettabile:

Damaris non sopportava neanche di vedersela davanti. Era una tortura constatare che la pancia cresceva ogni giorno … La cagna sarebbe risultata una pessima madre. La seconda notte divorò uno dei cuccioli, nei giorni seguenti abbandonava i tre rimasti per andare a prendere il sole al bordo della piscina.

Una maternità, quella della cagna, incurante dell’affetto e della protezione della prole, un’incapacità ingiustificabile e per la quale non si possono trovare scusanti. Soprattutto perché ben presto Chirli riprende le sue scorribande, alternandole a rimpatriate sempre meno gradite a Damaris.

Forse Damaris si attendeva da Chirli un riconoscimento filiale? O immaginava di poter piegare la natura animale a quella umana? Ci troviamo di fronte a una donna che racchiude dentro di sé l’amaro gusto di solitudine, di affetti non coincidenti con le sue aspettative, di un contesto sociale e familiare aspro, in cui non riesce a trovare una giusta collocazione esistenziale. E ora che anche Chirli l’ha tradita, le resta un’unica possibilità da percorrere: sbarazzarsene.

Chirli, donata a una stravagante venditrice ambulante, conserverà tuttavia il suo istinto nostalgico del ritorno alla casa originaria.

Dopo l’ultimo avvertimento alla nuova padrona di tenere a bada la cagna, poiché non le sarà più riportata indietro, Damaris si ritrova sola, col marito lontano e i pensieri del passato.

Viene assalita da un desiderio di pulizia, di sistemazione della casa, in particolare del riassetto della stanza del povero Nicolasito, fantasma ancora presente a ricordarle colpa e inettitudine.

Al mattino si concentrò sul bagno e la cucina. Svuotò i gabinetti e gli sciacquoni per pulirli a fondo, lavò le stoviglie e tutti gli utensili della cucina, sgrassò i vetri delle finestre e lo specchio, strofinò l’acquaio, la doccia, il lavandino, i pavimenti e le pareti, e passò la candeggina sulle piastrelle e negli spazi tra le mattonelle… Pensò ai Reyes, magari fossero passati in una giornata come quella, trovando la casa tirata a lucido e lei sudata e sporca, perché si rendessero conto che era una gran lavoratrice anche se non le sborsavano un soldo, e una brava persona.

Il passato è difficile da cancellare. Il non sentirsi mai adeguata, l’aver conosciuto un’educazione primitiva, la rinuncia a tenerezza e desiderio d’intimità coniugale, ci mostrano una Damaris contesa fra sentimenti contrastanti e a sua volta preda di istinti primordiali.

Ancora una volta Chirli è riuscita a tornare e ha lasciato il segno.

Ciò che vide la lasciò impietrita. Le tende del povero Nicolasito erano sparse al suolo, sporche di fango e tutte strappate…. Allora, vide la cagna. .. Damaris afferrò una corda per ormeggiare le barche, fece un nodo scorsoio e accalappiò la cagna prendendola alle spalle. Tirò la corda e il nodo si strinse …strinse … l’unico dettaglio che Damaris notò furono le mammelle gonfie dell’animale.

Gli avvoltoi che volano alti sulla selva inestricabile ci lasciano attoniti e sgomenti.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Massimo Cecchini (2022), Il Bambino, Neri Pozza Editore, Vicenza

Il filo rosso di questo romanzo è il tema della cura. Un modello di cura insolito, tutto proteso al soddisfacimento totale dei bisogni del Bambino, fino ad arrivare al parossismo e all’annullamento dei progetti di vita di una coppia poco più che adolescente.

Pietro e Anna, infatti, si conoscono da giovani, il primo figlio unico di una coppia di avvocati, apparteneva alla schiera degli studenti fuori corso in medicina … Agli occhi dei genitori sembrava fermo in una adolescenza senza tramonto. Gli piacevano le automobili e le ragazze, e coltivava queste fascinazioni come se fossero categorie dello spirito, pur riuscendo a non farsene ossessionare.

Anna, invece, magrissima, appariscente più che bella, tanto intelligente quanto brillante, coniugava slanci di generosità a cambiamenti di umore improvvisi.

Nessuna delle loro due famiglie, distanti anche territorialmente avrebbe scommesso sulla durata di una relazione fatta di continui litigi e men che meno sulla possibilità di un matrimonio, convinzione disattesa da un inaspettato evento: Anna rimane incinta.

Quell’evento fu l’inizio della fine ma anche la fine dell’inizio, perché Angelo mandò all’aria ogni progetto.

Angelino irrompe sulla scena con tutto il suo bagaglio di imperfezioni e patologie destinate ad aggravarsi col trascorrere del tempo e trasformando la routine della coppia in una serie di rituali ossessivi da seguire secondo una cadenza dettata non dall’orario, ma dalle perturbazioni psichiche di quel Bambino il cui appellativo sarà sempre un vezzeggiativo cui riferirsi anche nell’età adulta e relative modificazioni corporee.

Angelo fu il frutto scemo di un’idrocefalia che già nel grembo della madre gli aveva lesionato il cervello, scavando un sentiero di undici centimetri. Undici centimetri di materia grigia graffiata, di potenzialità soffiate via dalla negligenze e dal caso, intrecciati in un balletto che in apparenza non possedeva alcuna armonia…. se gli fosse stata diagnosticata in tempo quell’idrocefalia avrebbe anche potuto mettere le basi per un percorso terapeutico in grado di traghettarlo verso una faticosa normalità.

Ciò che stride e sconcerta in questa abnegazione di cura dedita al Bambino è proprio il rifiuto della coppia di ricorrere a servizi di supporto riabilitativi orientati a sollecitare dai primissimi mesi di vita capacità latenti o residue. Una fissità ostinata e caparbia, mai comunicata esplicitamente, ma che diventa un copione sottoscritto da ambedue i genitori, incuranti di suggerimenti e sprone di chi non si accontenta di commiserare la vicenda.

Angelino ai loro occhi appariva senza macchia, uno degli eletti che avrebbero ereditato il regno dei cieli. Pur senza confessarselo, entrambi finirono per credere che un istituto di riabilitazione avrebbe rappresentato un luogo di esilio, un modo per tenere il loro figlio lontano dal mondo dei normali, e questo era inaccettabile.

Pagarono un prezzo personale altissimo, ma decisero di serrare tutte le potenzialità di Angelo in una vita protetta, assecondandone gli umori, i bisogni, le debolezze e i capricci come fossero due re senza corona, sottoposti a una volontà più grande della loro.

I problemi sono evidenti da subito e il personale sanitario,(di prestigio e ricercato anche all’estero in una sorta di costosissimo viaggio della speranza) si prodiga a diagnosticare, istruire, allertare, suggerire. I bisogni primari diventano una sfida per far fronte alla mera sopravvivenza e ogni scelta viene esercitata con l’esclusivo obiettivo di non lasciare mancare nulla al Bambino, pur nella consapevolezza di essere spesso vittime di speculazioni e raggiri.

Per l’alimentazione non mancherà mai l’acquisto di cibi di primissima qualità che diventeranno

una specie di pappa grigiastra dal sapore incerto, servita sempre grazie a enormi cucchiai di metallo, con cui venne imboccato fino quasi alla fine dei suoi giorni. …

E poiché per tutta la vita il Bambino non riuscirà a comunicare la necessità di andare in bagno, i genitori si vedranno costretti a farlo vivere imbracato prima nei pannolini e poi nei pannoloni.

Un ulteriore accidente legato a un’anomala reazione a un vaccino, obbligherà pure ad acquistare una signorile casa con una stanza da bagno regale, considerato che il Bambino è estasiato dall’acqua, ma nella subentrata condizione fisica dovrà evitare il mare e l’esposizione solare.

La stanza da bagno divenne la nuova iniziativa terapeutica per soddisfare il suo amore per l’acqua.

Quell’ambiente divenne il suo regno. Vi entrava accompagnato dalla madre e dalle domestiche subito dopo aver fatto colazione, intorno alle cinque di pomeriggio, per uscirne solo due o tre ore più tardi, a seconda dell’umore.

L’unica concessione a se stessi, consci dall’impossibilità di occuparsi da soli delle ingombranti voglie del figlio, è l’arrivo di Nora e Roselyn, due sorelle filippine, che immediatamente

furono allettate e sedotte dal richiamo del bisogno….Angelino divenne presto ragione di vita assai più potente di uno stipendio in volo verso casa.

E’ soprattutto Pietro il genitore maggiormente coinvolto, anche fisicamente, nella cura di Angelo. Quando il corpo del Bambino crescerà, a dispetto della gravità della patologia, la robustezza e la caparbietà diventeranno ancora più evidenti, accompagnate da fenomeni di autolesionismo così accanite che causeranno cecità.

Nei periodi peggiori l’impulso a colpirsi scattava circa una volta ogni due o tre minuti, quindi non meno di trecento al giorno a esclusione delle ore di sonno. … A quel punto si decise che a turno un membro della famiglia dovesse stargli vicino per tenergli le mani ed evitare che si colpisse. Fu l’inizio di un braccio di ferro che durò per decenni.

La scoperta di un effetto tranquillante determinato da spostamenti in auto e passeggiatine notturne costituirà un ulteriore stravolgimento della vita, perché la pratica della ripetizione s’impossessò anche di quelle nuove attività.

Riecco l’esasperante compulsione:

Tra la possibilità di migliorare il presente e la ripetizione ossessiva, la famiglia scelse sempre la seconda strada.

Nel racconto si inserisce a un certo punto un nuovo personaggio: Lorenzo Riccardi, la cui storia si svela in una serie di pagine che offre uno spaccato del carattere del ragazzo, le sue origini, le sue incertezze e il desiderio di essere altro da sé. Lorenzo diventerà l’autista delle scorribande di Angelo e, come Nora e Roselyn subirà l’identica fascinazione verso il Bambino-Mostro e il suo destino. Lo capiremo quando Angelo, ormai cinquantenne, non potrà più contare sulla presenza genitoriale, annientata dalla malattia e dalla morte.

Se l’universo del Bambino è costellato dall’incoscienza e dalla perenne aspettativa di vedere esaudita ogni sua richiesta, per i genitori la vita scorre inesorabilmente verso l’invecchiamento. Anna sarà la prima ad andarsene. Pietro rimarrà cardiopatico e funestato dall’intero prosciugamento dei beni finanziari, sperperati non per indulgere in lussi o vizi (qualche scappatella sentimentale, tollerata da Anna, resterà nel campo delle probabilità, data la priorità dei bisogni del figlio), ma per concedere tutto, ma proprio tutto, al benessere di Angelo.

Il “dopo di noi” tanto allarmante per ogni coppia genitoriale che accudisce un figlio disabile diventa la nuova realtà per il futuro di Angelo.

Pietro e Anna non si erano mai concessi il lusso dell’ammissione dell’impotenza, della stanchezza paralizzante, neppure la voglia di rivendicarne la malasorte. Quasi subito entrambi intuirono come il Bambino potesse essere un’opportunità che li avrebbe tenuti insieme per sempre, che li avrebbe condotti non verso la gioia piena, ma sulla stessa rotta.

Sarà sufficiente il medesimo, disinteressato amore di Nora, Roselyn e Lorenzo a garantire al Bambino un modello di cura familiare senza ricorrere al presagio del ricovero in una struttura d’avanguardia e costosa che continui risolutamente quell’assistenza cui il Bambino si è abituato?

Un romanzo asciutto e duro che, tuttavia, propone uno sguardo del Diverso da una prospettiva, se pur non condivisibile, centrata sul principio di restituzione del processo di cura:

Angelo Bonaventura, in fondo, era stato un mostro generoso. Un ciclope bambino che aveva divorato la vita di Pietro e Anna per restituirgliela più completa e matura.

La colazione di Hermes

le TARTARUGHE Era, Olimpia, Eos, Minerva, Demetra nel loro nuovo “paradiso terrestre”. Grazie a: Cl., Gb., Os, 16 maggio 2022

Avatar di Paolo FerrarioLUOGHI del Lario e oltre ...

Era (versione greca di giunone) è quella che si è vista di più e subito adocchiata anche dal vecchissimo e marpione giove. Molto interessata all’erba nuova, ha mangiato tarassaco e fiori di trifoglio contenta.

Olimpia (quella immediatamente più piccola di Era) sembra pure lei avere gradito. La piccolina mi ha lasciato qualche dubbio sul sesso, perchè prendendola in mano la piattaforma non appoggia completamente sul palmo della mano, sembra leggermente concavo, ma forse è ancora troppo piccola per capire. Comunque avevo già pensato al nome di apollo nel caso di un maschio, ma nel dubbio l’ho chiamata Eos (aurora), che mi pare il più adatto a un sesso non ben definito.

Sopra ci sono invece Minerva e Demetra che hanno subito adottato un belcumulone di terra ancora leggermente umido per la pioggia dell’altro ieri. Praticamente sono riuscita a vedere solo minerva perchè sia il maschio già lì, sia demetra…

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… How many trips the Tortoise makes … Emily Dickinson

... How many trips the Tortoise makes

… e quante gite fa la Tartaruga …

da:

https://www.libriantichionline.com/divagazioni/emily_dickinson_portami_tramonto_tazza

TartaRugosa ha letto e scritto di: Mélissa Da Costa (2022), Tutto il blu del cielo, Traduzione di Elena Cappellini, Rizzoli, Milano

Ecco un romanzo dove il vero protagonista è il viaggio, un lungo percorso che diventa strumento per la costruzione di un processo trasformativo, un distacco nel tempo e nello spazio per allontanarsi da dove ci si trova e rifare i conti con la propria vita.

Non è casuale che l’intraprendere un viaggio sia la scelta compiuta da Emile nel momento più tragico che possa capitare a un ventiseienne cui viene diagnosticata una forma di Alzheimer precoce che restringe la sua vita a un massimo di un paio d’anni.

L’alternativa, auspicata dal resto della famiglia, sarebbe sottoporsi a una cura sperimentale da condurre in clinica nonostante il medico fosse stato molto chiaro: non si tratta di guarirlo, o di curarlo, ma solo di saperne un po’ di più su questa malattia orfana (così definite le malattie rare e poco conosciute, poco studiate e mancanti di terapie adeguate).

La soluzione è disperarsi, come già stanno facendo i familiari di Emile all’idea di perderlo, oppure la ricerca di occupare quel tempo abbracciando la vita piuttosto che un letto d’ospedale.

L’idea del viaggio gli è venuta quando gli hanno dato il responso. Si è disperato un paio d’ore, poi l’idea del viaggio si è fatta strada nella sua testa.

A essere più precisi un’idea coltivata da un Emile ancora studente, quando l’attraversamento dei Pirenei rappresentava il sogno di libertà da compiere con l’amico del cuore Renaud. Poi la vita decide altrimenti. Una storia d’amore si era insinuata nei due giovani adulti, con la differenza che il timido Renaud si era sposato e diventato padre, mentre Emile, impantanato in un impiego insoddisfacente e in una relazione troncata dalla stessa ragazza che amava, si era ritrovato ad interrogarsi sulle proprie responsabilità di quell’imprevisto distacco.

Poi la diagnosi. Ora quel tempo di partire pare riaffacciarsi e occorre prenderlo al volo. Senza Renaud, ma, chissà, un annuncio ad hoc potrebbe stimolare qualcuno ad aggregarsi in questa strana avventura.

Ragazzo di 26 anni affetto da Alzheimer precoce desidera partire per un ultimo viaggio. Cerca compagno/a d’avventura per condividere quest’ultima esperienza.

Sul camper predisposto per la partenza Emile non sarà solo: Joanne, ragazza ventinovenne vestita di nero con un cappello a larga tesa, magra e silenziosa, con lo sguardo sempre perso nel nulla, accetterà qualsiasi condizione per la meta da seguire.

Da cosa starà scappando per buttarsi sul camper del primo che passa?

Il lettore si deve accontentare di viaggiare in quel camper che funge da conchiglia, dove due storie si sveleranno piano piano attraverso piccoli indizi, scossi dalle profondità in cui sono soffocati anche grazie ai luoghi scelti per le soste: i panorami sono mozzafiato e li costringono a uscire dalle rispettive meditazioni.

Per Emile risuonano nei ricordi ancora vivi le parole della ex-fidanzata Laura “Non fai niente per cambiare le cose. Ti accontenti della tua vita insignificante senza vedere al di là del tuo naso!”.

Per Joanne prevalgono invece il silenzio, l’atteggiamento contemplativo, la meditazione, l’alzare gli occhi vero il blu del cielo, il camminare da sola, le tisane e il cibo vegetariano, lo scrivere, il rammentare le citazioni insegnatele dal padre, i ricordi di un bambino che dipingeva solo il colore blu.

– E’ bello camminare da soli.

– Sì.

– Ti tornano in mente un sacco di cose.

La vede annuire e alzare il viso verso di lui. Pronuncia una strana frase con voce altrettanto strana: “L’unico vero viaggio non consiste nell’andare verso nuovi paesaggi, ma nell’avere occhi nuovi”.

Ed è con occhi nuovi che ognuno dei due ragazzi agirà nei confronti dell’altro come lenimento alle dure ferite che la vita ha loro inflitto.

Per entrambi c’è qualcuno che li aspetta a casa, qualcuno da cui deliberatamente hanno scelto di staccarsi per un tempo indefinito, ma che indefinito non è perché nel frattempo, luogo dopo luogo, incontro dopo incontro, le stagioni passano e anche la malattia di Emile progredisce.

Ce ne rendiamo conto insieme a Joanne, talmente disponibile ad accogliere la supplica di impedire il suo ricovero in ospedale da scegliere di diventare sua moglie. Per proteggerlo? Per amore?

Emile conosce sempre più spesso i vuoti di memoria, la paura del disorientamento, il confondersi dei volti e delle biografie; Joanne, per contro, diventa l’unica depositaria delle sue volontà, l’unica persona di cui, pur non riconoscendola, Emile sa di potersi fidare.

Con le giornate che scorrono tra borghi incontaminati, torrenti cristallini, vette innevate, il colore blu dell’oceano, l’immersione nella natura e gli affondi nella coscienza, la vita riacquista il suo senso di essere vissuta facendo leva sulla potenza dell’essenziale, la scoperta dell’altro e il rifiuto di ogni possibile accanimento.

Una storia che partendo da presupposti drammatici troverà, nel suo tragitto a quattro ruote, la scoperta di nuove verità, approdando a un finale che ricollega tutti i punti lasciati in sospeso da quella che inizialmente aveva assunto i contorni di una fuga.

Un finale che non ci risparmia dal commiato da Emile, ma che offre la speranza di poter lasciare la vita avendo negli occhi il paesaggio desiderato, al fianco un legame maturo e profondo e all’interno una nuova consapevolezza di sé.