TartaRugosa ha letto e scritto di: Cheril Strayed (2016), Wild, Traduzione di Sara Puggioni, Edizioni Piemme Pickwick, Milano

Il Pacific Crest Trail (PCT) è un sentiero della natura che si estende dal confine messicano in California fino a poco oltre il confine con il Canada lungo la cresta di nove catene montuose. Percorrendo tutta la California, l’Oregon e Washington il PCT passa in mezzo a parchi nazionali e aree selvagge, in territori federali, tribali e privati, in mezzo a deserti, montagne e foreste pluviali, attraverso fiumi e autostrade.

Questo è lo scenario dove si ambienta il racconto di Cheryl, giovane donna che decide di intraprendere in solitaria il trekking più impensabile dei suoi progetti, ma considerato come unica via possibile per ritrovare sé stessa.

Era un mondo sconosciuto, un mondo in cui avevo fatto ingresso esitante, addolorata e confusa, con timore e speranza, Un mondo che pensavo avrebbe potuto fare di me la donna che sapevo di poter diventare e al tempo stesso risvegliare la ragazza che ero stata una volta. Un mondo che misurava sessanta centimetri di larghezza ed era lungo 4.260 chilometri.

Un mondo chiamato Pacific Crest Trail.

Capita, nel corso dell’esistenza, che alcuni eventi spariglino l’apparente ordine delle cose, come se, improvvisamente, ciò che era noto diventasse minaccioso, la propria immagine non coincidesse più col volto rispecchiato, lo svolgersi dei giorni riservasse unicamente scelte autolesioniste e la sensazione di precipitare in un baratro senza fondo diventasse sempre più evidente e palpabile. Questa è la nuova condizione di vita di Cheril dopo la prematura scomparsa della madre, suo idolo e simbiontico simbolo di donna. Una Cheril autenticamente smarrita che inizia a collezionare comportamenti da lei stessa giudicati riprovevoli, ma giustificati come unico scampo al dolore straziante della perdita.

Ero già stata così tante cose: una moglie innamorata e un’adultera; una figlia amatissima che adesso trascorreva le vacanze da sola; una ragazzina prodigio ambiziosa che aspirava a diventare scrittrice e nel frattempo passava da un lavoro senza senso all’altro, giocava pericolosamente con le droghe e andava a letto con troppi uomini…

Ma, navigando senza forze nei marosi della pena, prima di affogare definitivamente nella devianza più squallida, uno scatto d’orgoglio e una guida turistica assumono le sembianze di una sfida.

Devo cambiare” fu il pensiero che mi guidò durante i mesi di preparazione. Non diventare una persona diversa,ma tornare a essere la persona che ero: forte e responsabile, lucida e salda, etica e buona. E il PCT mi avrebbe reso tutte quelle cose. Avrei ritrovato la mia forza, allontanandomi da tutto ciò che aveva reso assurda la mia vita.

Indipendentemente dalla meta e dal numero di chilometri, se si mette in gioco la traiettoria del percorso interiore e della relazione fra il proprio Sé e ambiente, ecco che il viaggio può essere considerato indubbiamente incredibile momento di iniziazione.

Ed è quello che accade a Cheril, ben presto alle prese con i suoi sbagli previsionali, con paesaggi mutevoli densi di ostacoli (temperatura, bestie, interruzioni, mancanza d’acqua) e situazioni al limite della sopportabilità, non disgiunte però da incontri con “alleati” che fungeranno da sostegno nel mantenerla salda nel compiere la sua prova più ardua.

Il primo intralcio si verifica ancor prima della partenza:

guardai lo zaino. Era enorme e compatto al tempo stesso, moderatamente adorabile e autosufficiente in maniera minacciosa. Lo afferrai e mi piegai per sollevarlo Non si mosse. … Cercai di sollevarlo usando entrambe le mani, a gambe larghe, mentre tentavo di afferrarlo con una mossa da lottatore,mettendoci tutto il fiato, la forza e la volontà che avevo … Aveva un aspetto così grazioso, così “pronto” per essere sollevato … ed era impossibile farlo. …

Ma dopo quindici minuti che camminavo sul PCT, risultò chiaro che non avevo mai camminato sulle montagne del deserto all’inizio di giugno, con in spalla uno zaino che pesava ben più della metà di me,

Cosa che, scoprii, non somigliava per niente al camminare. Cosa che, a dirla tutta, più che al camminare assomiglia all’inferno. …

Che cos’era una montagna e che cos’era un deserto non erano le uniche cose che non mi ero aspettata. Non mi ero aspettata che la carne dell’osso sacro, dei fianchi e delle clavicole si mettesse a sanguinare. Non mi ero aspettata una media di un chilometro e mezzo all’ora …

Il cammino si dipana lungo pagine e pagine di suggestive descrizioni ambientali, di strategie di sopravvivenza, di dolori fisici e di silenzio dettato dalla totale solitudine.

Solitudine necessaria per rovistare nei ricordi, negli aneddoti familiari (un padre violento e un patrigno amorevole che però si rifà una nuova vita quando rimane vedovo, l’accompagnamento della morte della madre, un matrimonio in giovanissima età e un divorzio, l’uso di droghe per lenire il dolore, la promiscuità con l’altro sesso), nella ricerca spasmodica di un perché le era potuto accadere una simile disfatta.

Perché mia madre era morta e come avrei potuto continuare a vivere senza di lei?

Com’era potuto succedere che la mia famiglia, un tempo unita e forte, fosse andata in pezzi così in fretta e senza rimedio dopo la sua morte? Che cos’avevo fatto quando avevo rovinato il mio matrimonio con Paul, il marito solido e dolce che mi aveva amato con tanta dedizione? Perché mi ero ficcata in un doloroso pasticcio con l’eroina, Joe e altri uomini che conoscevo appena?

Giorno dopo giorno, chilometro dopo chilometro, paura dopo paura, il trekking diventa il mezzo migliore per scoprire forze insospettabili e sollecitare svariate emozioni.

La paura, in gran parte, è figlia di ciò che ci raccontiamo, e quindi io avevo scelto di raccontarmi una storia diversa. Decisi che sarei stata al sicuro. Ero forte. Ero coraggiosa. Nulla poteva sconfiggermi. Ripetermi questa storia era una specie di controllo della mente, ma funzionava abbastanza bene. … L paura genera paura. La forza genera forza. Io volevo generare forza. E non passò molto tempo prima che smettessi sul serio di avere paura.

Molti sono i momenti in cui gli intoppi fisici rendono eroica la sua impresa, la sua battaglia con il corpo, l’affrontare sbalzi di temperatura inauditi dell’aridità del deserto e della neve ancora presente in estate, il camminare dopo la perdita accidentale degli scarponi con i piedi fasciati e quattro unghie saltate:

Ogni movimento era penoso. Contavo i passi per non pensare al dolore, snocciolando i numeri fino a cento e poi ricominciando daccapo. I gruppi di numeri rendevano il cammino leggermente più sopportabile, come se dovessi arrivare solo alla fine di ogni insieme di cento.


Il confronto con l’adattamento alla natura selvaggia incide sulla ricerca interiore:

Avevo fatto questa scelta per riflettere sulla mia vita, pensare alle cose che mi avevano spezzata e recuperare l’integrità.

Ma fin’ora ero stata occupata solo dalla sofferenza fisica e i mie problemi esistenziali mi avevano attraversato la mente solo in maniera sporadica.

Il lettore partecipa intensamente a quest’avventura: Cheril ancora non lo sa, ma il suo sogno di diventare scrittrice si realizzerà e noi, oggi, ne apprezziamo la maestria della narrazione , diventando, al termine delle cinquecento pagine, un po’ “parassiti vagabondi” di quella marcia fatta di salite e discese, di lacrime e di sorrisi, di incognite e di lieti fine, sino a sentire l’eco dei ringraziamenti dell’autrice:

Grazie, pensai. Non solo per la lunga camminata, ma per tutto quello che sentivo finalmente pacificato dentro di me, per tutto quello il sentiero mi aveva insegnato e per tutto quello che ancora non sapevo.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Emanuele Trevi (2021), Due vite, Neri Pozza, Vicenza

La scrittura è un mezzo singolarmente buono per evocare i morti, e consiglio a chiunque abbia nostalgia di chiunque di fare lo stesso: non pensarlo ma scriverne; accorgendosi ben presto che il morto è attirato dalla scrittura, trova sempre un suo modo inaspettato per affiorare nelle parole che scriviamo di lui, e si manifesta di sua propria volontà.

Perché noi viviamo due vite, entrambe destinate a finire: la prima è la vita fisica, fatta di sangue e respiro, la seconda è quella che si svolge nella mente di chi ci ha voluto bene. E quando anche l’ultima persona che ci ha conosciuto da vicino muore, ebbene, allora davvero noi ci dissolviamo, evaporiamo, e inizia la grande festa del Nulla, dove gli aculei della mancanza non possono più pungere nessuno.

Non è l’incipit del libro di Trevi, ma trovo queste frasi potentemente suggestive per descrivere il desiderio dell’autore di far riemergere un percorso della memoria legato alla sua profonda amicizia con Rocco Carbone e Pia Pera.

Memoria scritta con una prosa poetica dove si inseguono frammenti di vita che dalla giovinezza – quando il futuro pare ancora lungo – approdano alla prematura scomparsa dei due scrittori, assurda per il primo, angosciante per la seconda.

Da subito Trevi ci consegna ritratti intensi, costellati da aneddoti e ricordi che svelano caratteri, attitudini e passioni dei due protagonisti – così diversi eppure per certi versi complementari – ai quali intreccia il suo intimo personale carosello del voler bene e della volubilità dei sentimenti che talvolta scatena rimorso e colpa,

Parlando di Rocco, l’autore ce lo presenta come destinato ad assomigliare sempre più al proprio nome: rigido, granitico, ostinato, dotato di notevoli facoltà e pur tuttavia, questa costellazione di fatti positivi, o perlomeno normali, si disponeva attorno a una specie di buco nero, capace di assorbire al suo interno ogni energia vitale, trasformandola in un greve, inerte, disperato fastidio di esistere, nel quale il futuro gli appariva come l’irrimediabile ripetizione di un presente insopportabile.

Così appaiono le Furie di Carbone: nella quotidianità e nelle ossessioni dello scrivere, nella rinuncia a una cattedra di prestigio in favore dell’insegnamento presso il carcere di Rebibbia, nelle montagne russe del suo umore che prevedevano tuffi vertiginosi in basso e risalite altrettanto ripide, …nella scrittura di romanzi che ha praticato meticolosamente, ostinatamente, una specie di penitenza come se scavasse una galleria in una montagna di dolore, di sconforto. Ma con l’idea implicita che, una volta sbucato dall’altra parte, avrebbe trovato le stesse identiche cose che c’erano al punto di partenza.

La sua storia biografica si dipana nel panorama culturale degli anni Ottanta, in scene di vita in cui si incrociano nomi degli scrittori incontrati, case editrici, amori tumultuosi e la fascinazione dell’alta borghesia.

Ma dove compare anche il rimorso per la tardiva comprensione che gli sbalzi umorali di Rocco, caratterizzati da litigi e riappacificazioni propiziate pure dall’alcool, avevano a che fare con lo strato più intimo e indifeso della sua natura, erano un modo per occupare il centro dell’attenzione e chiedere quell’affetto di cui si sentiva sempre in credito.

Capita che nell’amicizia vi siano momenti di masochismo e sadismo dettati da un bisogno di corresponsione di reciprocità:

fu quando avevo percepito con maggior acutezza il fatto che Rocco in realtà mi ascoltava pochissimo, perché la cosa che gli premeva era esporre daccapo, un’altra volta, i suoi problemi, che è iniziato il mio distacco. … Me ne chiese conto più di una volta, mettendomi alle corde, esigendo una risposta precisa. … Era proprio questo il problema: non gli potevo rispondere perché non riuscivo più a farmi capire, a montare sullo scoglio liscio della sua disperazione.

Pia entra nel racconto grazie a una fotografia in bianco e nero, una delle immagini che fanno parte del bagaglio dei nativi di quegli anni e che riportano le lancette dell’orologio al tempo in cui i due, nutrendo ossessioni diverse e inconciliabili fra loro, fondarono un legame fino all’ultimo trasparente e felice.

Trevi la definisce una Mary Poppins all’incontrario, incoerente, suscettibile e dolce,una talentuosa traduttrice della letteratura russa, ma a cui piaceva scrivere di sesso, in modo molto disinvolto, vale a dire senza sfumare quando i suoi personaggi arrivano al dunque.

Il desiderio di Pia di riscrivere il capolavoro di Nabokov dal punto di vista di Lolita, fu indubbiamente la sua ambizione più audace e la delusione più cocente, in quanto non avendo tenuto conto che l’utilizzo di un personaggio e di una storia inventati da un altro necessitava l’attesa di settant’anni dalla morte dell’autore, si trovò ad essere trattata come una ladra.

Questo fatto la ferì e la spinse a cercare altre strade.

Nella considerazione che di fronte alle intemperanze delle perturbazioni psichiche occorreva arrendersi e inglobarle in sé, Trevi ricorda gli ultimi anni di Rocco come i migliori: si era circondato di persone che lo capivano, oppure si sentiva capito, che è la stessa cosa.

La sua vita cessa bruscamente muore schiantandosi con il motorino contro un’auto parcheggiata in doppia fila, ai piedi dell’Aventino. Proprio lì, per commemorarlo, viene piantato un ulivo, simbolo che, per le strane connessioni volute dal destino, diventa propaggine di collegamento alla svolta letteraria di Pia, il giardino.

Una scelta incomprensibile per Trevi, poco avvezzo a pensare allo sradicamento cittadino dell’amica per un ritiro nella campagna lucchese, fatto che invece diventerà un colpo vincente quando, costretta dalla sclerosi laterale amiotrofica a muoversi in una carrozzina elettrica, troverà proprio nell’amore per la terra benefici effetti rigenerativi.

I suoi “libri naturali” vibrano della salutare, rivelatrice energia dell’errore. E le sconfitte, anziché scoraggiarla, esaltano il suo nobile disdegno di tutto ciò che è facile.

Pia cura il suo giardino anche nei momenti più difficili e disperati ed è con il suo magistrale “Al giardino ancora non l’ho detto” che a sessant’anni consegna ai suoi lettori la perfetta comprensione del limite fra mente e corpo, vita e morte.

Che Due vite sia anche una prosa d’anima, lo si evince dallo svelamento da parte di Trevi di un suo strano malessere durante il sonno che inizia a pochi mesi dalla morte di Rocco e che finalmente cessa quando viene incaricato di sistemare il romanzo che l’amico stava per consegnare prima dell’incidente. Metter mano a uno stile così inconciliabile col proprio costringe Trevi letteralmente a sostituirsi a Rocco, soppesando ogni parola e ogni frase come se fosse la sua, facendogli vivere un’esperienza psicologica intensa perché richiedeva tutta l’attenzione e la comprensione che Rocco esigeva dagli altri.

Il commovente ed espressivo racconto di questa storia di amicizia volge al termine, consegnandoci molto più che una cronologia di fatti e attivando analoghi sentimenti di quando pensi a qualcuno che non c’è più e che tuttavia sai di portare dentro di te, interrogandoti su quale sarà il tuo destino.

Da pochi mesi ho compiuto l’età esatta in cui Pia si è ammalata cominciando a perdere progressivamente l’uso del suo corpo. Gli anni di Rocco, invece, li ho superati abbondantemente. I nostri amici sono anche questo, rappresentazioni delle epoche della vita che attraversiamo, come navigando in un arcipelago dove arriviamo a doppiare promontori che ci sembravano lontanissimi, rimanendo sempre più soli, non riuscendo a intuire nulla dello scoglio dove toccherà a noi, una buona volta, andare a sbattere.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Telmo Pievani (2020), Finitudine. Un romanzo filosofico su fragilità e libertà, Raffaello Cortina Editore

Spostiamo il nostro calendario intorno agli anni Sessanta e immaginiamo due premi Nobel, uno per la Medicina, Jacques Monod, e uno per la Letteratura, Albert Camus, riuniti a comporre il libro che avrebbero potuto scrivere insieme sul tema della finitudine.

Monod, in ospedale al capezzale di Camus gravemente ferito in seguito all’incidente d’auto, legge e dialoga con l’amico i capitoli predisposti e ispirati dal De rerum natura di Lucrezio, che li apre in esergo.

Tema di partenza: l’immortalità non esiste né per l’essere umano, né per la terra, né per l’universo.

Il cielo e la terra hanno il loro tempo. Pure loro, come noi, ebbero un’origine e avranno una fine. … Evoluzione e dissoluzione si compenetrano … Siamo individui mortali di una specie mortale che ruota intorno a una stella mortale dentro una galassia destinata a finire.

Secondo le conoscenze scientifiche di Monod, il Sole, tra un miliardo di anni, diventerà più caldo,annullando la vita sulla Terra.

L’inquietudine che pervade il dialogo fra i due amici riguarda il rapporto fra Uomo e Natura e i possibili tentativi per contrastare l’inesorabilità dell’umana finitezza.

Siamo effimeri, e sappiamo di esserlo. Difficile dare un senso a un’esistenza che, come un’ombra, adesso c’è, prima non c’era, poi non ci sarà; a un’evenienza casuale destinata a scomparire per sempre nel nulla e nella dimenticanza. Fossimo ignari o beatamente inconsapevoli sarebbe un conto, ma la nostra è l’esperienza finita di esseri senzienti dentro un universo immenso che non si prende cura di noi.

E’ il paradosso dell’Homo Sapiens quello di essere proiettato verso l’eternità e, contemporaneamente, essere cosciente della propria fragilità di fronte agli eventi che il Pianeta può scatenare. Prima di quel miliardo di anni che ancora si profilano, infatti, la vita terrestre può essere distrutta da sconosciute catastrofi, quali il deragliamento dell’orbita terrestre o l’impatto con un meteorite di grosse dimensioni.

Per affermarsi in una natura totalmente indifferente alla sua esistenza, consapevole della propria cosmica irrilevanza, l’essere umano ha strenuamente lottato contro di essa, sempre alla ricerca di soluzioni che potessero prolungare la propria permanenza sul globo: colonizzare altri Pianeti creando artificialmente nuove ecologie terrestri altrove; risorgere dal freddo “Siamo macchine, rivedibili e perfettibili. Merce deperibile. Potremmo allora immaginare di ibernare tutto il nostro corpo, o anche solo la testa, in attesa di risvegliarci in epoche tecnologicamente più avanzate, nella quali sarà trovata la cura della malattia che ci ha ucciso”; clonarsi, anche se tale pratica permetterebbe la sopravvivenza dei cloni e non dell’originale; trasferire la coscienza in una rete neuronale digitale. Ma tutte queste strategie finalizzate all’immortalità grazie al ricorso alla tecnica non funzionano, non scalfiscono il decadimento, essendo solo tentativi, più o meno equilibrati, di deviare il corso degli eventi, di diventare protagonisti liberi e consapevoli del progresso umano, attenuando o rinviando di un po’ la finitudine.

Nemmeno sfidare la finitudine con il progresso porta alla vittoria. I tanti volti del progresso – sociale, politico, civile – hanno contribuito a migliorare l’aspettativa di vita, a lottare contro le malattie, a scolarizzare e istruire aumentando la conoscenza e i saperi, ma ciò nonostante le diseguaglianze permangono e le democrazie tentennano: l’agire politico non assicura l’immortalità. La vita politica è fallibile, contingente, irrazionale,ed è a sua volta figlia del desiderio e dei suoi turbamenti. … Contro la tirannia della storia dobbiamo trovare una ragion d’essere anche nelle trame della natura, rivendicare una parte innata del reale che abbia la sua bellezza”.

Ampio spazio viene riservato al nemico biologico qui contestualmente raffigurato dalla peste:

La peste ritornerà …E allora non resterà, ogni volta, che spingere di nuovo il macigno di Sisifo su per la parete, cioè soccorrere i nostri simili, trovare i farmaci e il vaccino, contenere il contagio, educare la popolazione alle norme di igiene, garantire a tutti l’accesso alle cure. La peste tornerà comunque, nel gioco senza fine che è l’evoluzione, ma avremo se non altro fatto il nostro dovere contro l’avidità e la miopia, contro l’ingiustizia verso gli ultimi e verso le generazioni future. L’essenziale, ogni volta, sarà far bene il proprio mestiere, ognuno il proprio. Non ce lo imporrà nessuno, perché l’etica è un atto di libertà, un atto gratuito e autonomo. Abbiamo il dovere di lottare affinché tutti godano di una vita piena proprio perché quella vita è l’unica possibilità che hanno.

E’ lecito chiedersi: se tutto ha fine, che senso ha l’esistenza umana? C’è una via d’uscita all’assedio della caducità e della morte?

La finitudine infine ha le sue virtù.

Il male non ha un senso. Non è un castigo divino e non è nemmeno un segnale della natura. É la stessa natura che si manifesta nella sua amoralità e di essa anche noi facciamo parte. L’homo sapiens, però, ha proprietà uniche nella biosfera: il linguaggio simbolico, l’immaginazione e l’astrazione. Questa unicità è la nostra dannazione e, insieme, il nostro riscatto. Eppure in quella unicità consapevole si nasconde anche la nostra possibilità più bella e struggente: assumere la finitudine, accettarla, smettere di tradirla invano, e tuttavia affrontarla a viso aperto in piena libertà. La consapevolezza della finitudine ci rende umani. Ci ostiniamo a sfidare la morte per sconfiggerla, mostrandola vana e inconsistente, e se invece fosse proprio lei, la Nera Signora – anzi, non lei che non ha intenzioni né fini, ma la nostra consapevolezza di lei, del suo potere incontrastato – a renderci esseri umani, giacché solo noi ci interroghiamo sul nostro destino mortale?

Dunque occorre guardare alla finitudine come meravigliosa opportunità per poter dare un senso alla morale e un valore assoluto alla vita (viene a tal proposito riportata una fervente dissertazione sulla condanna di ogni privazione violenta della vita altrui anche attraverso la pena capitale).

La finitudine è il fondamento della nostra comunità di destino, della solidarietà fra disperati, una solidarietà che nasce fra le catene, Siamo mortali, ma non siamo soli. Lo siamo tutti. Siamo uniti nella sofferenza, nello sforzo eroico di Sisifo, partecipi della medesima sorte: noi, gli altri esseri viventi, il pianeta e l’universo.

La finitudine non rappresenta il nulla verso cui essere indifferenti. E’ necessario sopportarla e assumersene il carico con dignità e coraggio, gioire per il dono della vita e lottare, difendendo con convinzione i valori di cui solo Homo Sapiens è portatore e ricercatore di senso perché “se la vita non ha un senso, a maggior ragione vale la pena di viverla”.

In questo compito la ricerca scientifica diventa elemento propulsore per guardare al mondo e capire com’è. Lo scienziato è un sovversivo a tutto tondo:

Si rivolta per mestiere, per etica della conoscenza, per competenza professionale, e questo lo rende un eretico di una specie particolare. Lo scienziato, infatti, non deve confortare né rendere felici gli esseri umani…Non carichiamo la scienza di un compito che non ha: non deve dissolvere le nostre angosce assegnandoci un posto nell’universo. Non deve darci un senso posticcio, perché un senso non c’è. Non deve spiegare l’uomo, ma capire come siamo arrivati fin qui.

Scriveva Camus al termine della sua opera Il mito di Sisifo: Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice.

Confidiamo allora, con i nostri giorni contati determinati da una roulette cosmica, di vivere fino in fondo il non senso e di sobbarcarci, felici, le fatiche di Sisifo della scienza, dell’etica e della convivenza umana. Di sorridere, perfino, dinanzi all’assurdità del nostro destino.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Massimo Mantellini (2020), Dieci splendidi oggetti morti, Einaudi, Torino

Ho scoperto di vivere in un cimitero. Seppur splendido, sempre cimitero rimane. Nella mia pur primitiva lentezza, ci ho messo del tempo per accorgermene e il libro di Mantellini sicuramente me ne ha dato ulteriore conferma.

Ragiona infatti sulla scomparsa di oggetti che tutt’ora mi tengono robusta compagnia e anche se alcuni di loro, effettivamente, non hanno più una posizione di primo piano, ugualmente faticano a rientrare nell’alveo dei ricordi trapassati.

Nonostante l’autore sia fra i maggiori esperti della rete internet italiana, colloca la sua comparsa al mondo nell’epoca in cui quelle cose mutate facevano parte integrante del quotidiano e la cui trasformazione, quasi ignota alla generazione Z, racconta come noi stessi siamo cambiati con loro.

Lo fa con simpatico piglio autobiografico, riportando fra le righe le medesime impressioni di chi ne condivide periodo di nascita.

Come, per esempio, non recuperare l’immagine delle mappe:

Il fascino delle mappe stradali, la qualità della loro stampa, la complessa ripiegatura che consentiva di tenere quei fogli enormi nelle tasche laterali dell’auto o nel cassetto del cruscotto, il loro ruolo rassicurante racchiuso nella frase ‘Fermiamoci un attimo a controllare la carta’.”

che costituivano elemento essenziale per qualsiasi trasferimento, se non primo oggetto acquistato in edicola qualora lo spostamento non fosse determinato da un viaggio di piacere ma, spesso, di lavoro. Il gesto del dispiegamento e del ripiegamento non di rado era fonte di discussione per il timore che una lacerazione ne impedisse un buon uso e ho ancora bene in mente la rappezzatura fatta col nastro adesivo di quelle mappe maggiormente consultate e usurate dal tempo.

Ancora oggi esse esistono nella tana tartarughesca, ben archiviate in dossier divisi per regioni o per stati, simbolo delle esplorazioni effettuate nel corso degli anni e custodite, probabilmente per sentimentalismo, in solaio.

L’abdicazione della carta stradale in favore dei consigli vocali del navigatore non ha però condotto a una definitiva rinuncia del cartaceo. Così come narra in divertenti aneddoti l’autore, la testardaggine del navigatore a far intraprendere strade inesistenti spesso stimola il viaggiatore al suo spegnimento. In casa nostra il Tom Tom (è quello il modello in nostro possesso e chissà se ancora si chiama così) giace in fondo a un armadio.

E il telefono?

Tutti i telefoni oggi sono tastiera e altoparlante assieme, ma fino a quando Ericsson non commercializzò il suo Cobra nel 1955 gli apparecchi per telefonare erano composti di due parti ben distinte unite da un filo: una base per comporre il numero e una cornetta per parlare e ascoltare.

Noi TartaRugosi siamo sufficientemente “evoluti” da non possedere più il nostalgico telefono a disco in cui il vrrr della rotazione diventava più lungo man mano che le cifre crescevano, ma non al punto dall’aver rinunciato al telefono fisso che ancora troneggia sulla scrivania, snobbando un po’ il più moderno cordless dell’anticamera munito di segreteria.

A farla breve “quel legame molto saldo e immediato” del cellulare (che è diventato una protesi umana) conserva per noi due un aspetto “pericoloso, proprio in relazione al suo spirito riassuntivo, alla sua pretesa di contenere tutto, di esser luogo primario non solo delle nostre comunicazioni, ma anche della nostra memoria, della cultura, e della nostra capacità di essere informati”.

Trovano spazio nel libro anche la penna e la lettera. Relativamente alla prima:

Da un punto di vista puramente autoptico credo si possa concordare sul fatto che la penna d’oca, quella a inchiostro, la penna a sfera, l’elegantissima matita di Nabokov e qualsiasi altra tecnologia per scrivere a mano possano considerarsi oggi del tutto marginali”.

E in accordo, a proposito della lettera:

Mentre le lettere di carta, oggetti morti, certo, ma anche raffinati e profumati contenitori di sorprese, erano comunicazione sintetica e intelligente, adatte a descrivere in poche righe intere storie, … gli oggetti che sono venuti in seguito, i loro assassini, non avranno nessuna di queste caratteristiche”.

l’autore ci informa dell’esito di studi scientifici “concordi nel dire che la scrittura manuale non è una semplice abilità tecnica ma una modalità raffinata per connettere il pensiero e le capacità mnemoniche”. Passati dalla carta e penna alla tastiera si è evoluto anche il linguaggio: nuove sigle, abbreviazioni, emoticon che stanno surclassando pure la nostra capacità di riconoscere, nominare, descrivere emozioni e stati d’animo.

Apprendo, leggendo il libro, che anche la posta elettronica è morta (mio grande passo di modernismo a sfavore delle amate penne e blocchi ad anelli): incredibilmente è troppo lenta! Servono velocità e tempo reale, a questo rispondono i social Messenger, Whatsapp, Instagram e altri nomignoli simili. Sospiro pensando che ancora conservo le buste aeree, quelle leggere con i tasselli rossi e blu fatte apposta per viaggiare più veloci oltreoceano…

Troviamo anche il capitolo dedicato alla macchina fotografica:

Un oggetto solido e pesante .. ricordo i rullini, prima in bianco e nero e poi, magicamente, a colori; il rumore della ghiera metallica attraverso la quale la pellicola veniva trascinata dentro il meccanismo per prepararla alo scatto successivo; l’abitudine di ripetere due volte il medesimo scatto per timore che una foto importante potesse poi, durante lo sviluppo, risultare mossa o non correttamente esposta”.

Aggiungo, ricordando il passato, che le vacanze estive prevedevano l’acquisto di due pellicole da 36 e che delusione quell’anno in Yugoslavia, quando scoprii, all’apertura dell’apparecchio, che la pellicola non si era agganciata ai dentini, restando quindi intonsa e priva delle immagini che volevo immortalare.

Oggi, nella nostra mutazione da homo sapiens a homo videns, la macchina fotografica non esiste più, essendo stata incorporata nel cellulare – presidio di massa – fatto salvo qualche amatore o professionista, convertito però al digitale.

Le mie 72 foto degli anni addietro fanno letteralmente sorridere: guardo un po’ infastidita il gesto virale di tutti i conoscenti o amici di “sfogliare” il touchscreen, scorrendo centinaia di scatti, per trovare quello che vuoi mostrare senza mai riuscirci.

Spazio anche al libro, oggetto che si pensava morto, ma che morto non è!

I libri di carta portano le tracce di chi li legge e le conservano nel tempo. Un’orecchietta in una pagina, una macchia di marmellata, qualche briciola rimasta intrappolata qua e là, sono il segno tangibile di una relazione affettiva che nessun oggetto elettronico potrà mai offrire. … è l’essere oggetto, l’essere cosa a renderlo un così potente catalizzatore sentimentale”.

Come continua Mantellini:” qualcosa nel processo di sostituzione digitale dei nostri terminali di lettura è andato storto”. Nel mio processo di lenta modernizzazione ho provato a dedicarmi a Kindle, ma l’assurda numerazione delle pagine, il desiderio di sottolineatura, il bisogno di ritornare indietro per rileggere un certo passo mi hanno impedito di restare fedele a questo accrocchio, anche lui giacente in qualche remoto angolo dello studio. Confido nella resistenza dell’oggetto più numeroso esistente nella mia tana.

Stessa cosa dicasi per i giornali, drammaticamente annunciati in estinzione:

La necessità di dispiegarlo rumorosamente, il dover prevedere una superficie piana e ampia per appoggiarlo, l’assoluta precarietà di quei fogli, pronti a perdere reciprocità al più piccolo movimento, non potevano farla franca per sempre”.

Nella tana di TartaRugosi tali oggetti cartacei imperversano, formando quotidianamente pile su cui giocano i gatti, che evidentemente trovano nel profumo della carta stampata uno stimolo decoroso per le unghie. Che uno potrebbe pensare che in questo caso la rivoluzione va a favore della stampa digitale. Macchè. I vecchi lettori del quotidiano sono stati catturati, ahimé, dai social network, il nuovo mondo in cui qualsiasi gettata d’inchiostro può avere valore se coincidente con il tuo pensiero, senza darti la pena di verificare la validità delle fonti. Communities in grado di influenzare gusti, opinioni, credenze in maniera così subdola che quando uno ci è cascato dentro, nemmeno se ne accorge. L’attuale epoca pandemica ne dimostra perfettamente l’evidenza.

Altro oggetto dato per morto è il disco:

A un certo punto i dischi in vinile sono scomparsi. In parte è accaduto perché erano oggetti scomodi … forse si è deciso che erano anche oggetti non solo scomodi ma anche brutti, spiacevoli agli occhi e al tatto, oltre che ingombranti e difficili da usare, … Troppo grande, sottile come una pizza margherita, fragile, attira-polvere, facilissimo ai graffi, da rigirare dopo una trentina di minuti di ascolto”.

Solo in tempi abbastanza recenti ci siamo disfatti delle musicassette, essendo introvabili i supporti necessari per ascoltarle, ma nella nostra tana CD e dischi resistono impavidi, nonostante ormai la musica sia del tutto immateriale e sparsa nell’aria, o meglio nelle nuvole. Come le nuvole, c’è il rischio però che siano effimere, poiché la pretesa di “registrare il mondo intero dentro gli ambienti elettronici” può riservare la sorpresa di non ritrovarli più, per ragioni diversissime, inspiegabili, ma non impossibili.

Mantellini cita infine il silenzio e il cielo, che oggetti non sono, ma nei cui confronti è cambiata la nostra percezione.

Del silenzio ne parla anteponendo il rumore di fondo.

Esiste un sottofondo al quale siamo abituati che è andato modificandosi nel tempo (il brusio e i decibel sono aumentati ma paradossalmente comunque di silenzio stiamo parlando); sempre più spesso questo spazio viene invaso e interrotto”.

E del cielo ci ricorda:

Non ci spaventa e non ci preoccupa più l’immensità scura e silenziosa sopra di noi, non ispira più alcuna meditazione, non scatena angosce, perché noi, ormai, quell’immensità non abbiamo più occasioni di osservarla”.

Due beni altrettanto – se non i più – importanti per dare senso alla vita. Un’esistenza, la nostra, dove raccoglimento e pensiero diventano sempre più fuggevoli, incalzati dalla velocità di produrre nuovi oggetti, e dove ci siamo pure dimenticati di guardar cadere le stelle, essendo il desiderio anch’esso oggetto ormai defunto.

UNA TARTARUGA DI NOME SILVIO, in Franco Marcoaldi, Animali in versi, Einaudi, 2006

Avatar di Paolo FerrarioTRACCE e SENTIERI

Te lo ricordi? E’ stato ritornando

da una lunga camminata

quando in un campo d’erba medica

s’è all’improvviso rivelata.

Di medie dimensioni, lo scudo

bruno e giallo, tra tante tartarughe

era la più comune – non se ne avesse

a male – direi la più scontata.

Ma è stato sufficiente

che estroflettesse il capo,

azzardo necessario

ad afferrare l’erba,

perché ci intenerissimo

davanti a quella prova

di una spavalderia, per lei,

superba. Portiamocela a casa,

hai detto sorridendo.

Arricchirai il tuo parco

di un animale quieto

e malgré lui, fedele, doppio della tua casa – in casa di

testuggine stanziale. Poi l’hai

con delicatezza sollevata:

ritratta in carapace,

con le zampette tese

in cerca di un appiglio,

la nostra tartaruga non ha saputo

far di meglio che emettere un liquore

denso, biancastro e untuoso –

almeno in apparenza, seminale.

Cento, duecento metri e il liquido,

lungi dall’esaurirsi, sembrava un fontanile.

View original post 77 altre parole

Tartarughe emiliane

Preparativi di culle da parte delle sorelle di Giunone e Dafne (foto inviate da C. e G.)

Anche Giunone ha fatto il suo nido!

TartaRugosa ha letto e scritto di: Paolo Milone (2021), L’arte di legare le persone, Einaudi, Torino

Leggo alcune stroncature su questo libro, accusato di voler ripristinare, sia pur velato da poetiche narrazioni, l’antico modello manicomiale.

Pur trovando crudo il capitolo “Legare le persone”, trovo che il testo vada accolto nella sua interezza, con gli opportuni distinguo.

Edoardo, ti ricordi quando lavoravamo alla Salute Mentale?

Facevi una visita domiciliare a uno schizofrenico e ti

ritrovavi a fare:

l’elettricista, il consulente matrimoniale, il medico di famiglia,

il cuoco, l’arredatore,

il personal trainer, l’idraulico, l’amministratore,

il giardiniere, il veterinario, il muratore,

il sarto, la stiratrice, il calzolaio, il postino, l’antennista,

il portinaio, l’assaggiatore, la colì, il maestro del té,

il coloritore, il magazziniere, il carbonaio, il callista,

il buttafuori, il cacciatopi, scarafaggi e l’accalappiacani.

Ti ricordi, Edoardo?

Come ci si divertiva.

Poi ci siamo trasferiti in ospedale, e ci è toccato fare gli

psichiatri.

Questa sottolineatura è di non poco conto per immergersi nelle pagine di chi, dopo aver lavorato in un Centro Salute Mentale, ha prestato servizio in un reparto ospedaliero di Psichiatria d’urgenza dedicando quarant’anni di lavoro alla follia.

In Psichiatria d’urgenza, quella che va accettata

completamente è la persona, non la malattia.

Non parrebbero parole di nostalgia verso quel tempo in cui:

per trovare infermieri, i capisala del manicomio

battevano la porta ai parroci di campagna e facevano

incetta di uomini nerboruti.

Un libro, quello di Milone, scritto totalmente in versi liberi, più simile a uno zibaldone di stati d’animo, sensazioni, paure, sensi di colpa, emozioni che esplorano il “dentro” di una relazione curante/curato che non trascende dal coinvolgimento di Altri (colleghi, studenti, vicini di casa, congiunti, ma anche ambiente e città) e assai lontano da tassonomie, classificazioni di disturbi, strumenti, criteri di diagnostici e di valutazione.

Più che l’affabulazione, ci trovo il desiderio di rivisitare il proprio operato professionale e umano, di creare contiguità tra marginalità e compostezza, di esportare a occhi estranei o costellati di pregiudizi che:

Se non hai mai provato il dolore psichiatrico,

non dire che non esiste.

Ringrazia il Signore e taci.

I matti sono nostri fratelli. La differenza tra noi e loro

è un tiro di dadi riuscito bene

per questo noi stiamo dall’altra parte della scrivania.

In molti dei paragrafi che costituiscono, numerati, affreschi dei singoli capitoli, appaiono frammenti di storie permeate da umanità, dialogo, ascolto, riflessione, quesiti, senza censure davanti anche ai possibili sbagli o fallimenti.

Così è descritto il “transfert”:

Se tu non fossi grave …

se tu non fossi una bipolare …

se io non fossi il tuo curante …

se io ti avessi conosciuta in un negozio, per strada, al mare,

in un altro mondo …

forse …

Chiara, se tu non fossi tu e io non fossi io.

O la tragedia di chi, dopo alti e bassi:

Qualcuno mi ha detto che sei scesa al capolinea e sei

rimasta in piedi sul muraglione.

Qualcuno mi deve aver detto che ti sei incamminata verso

la balaustra e ti sei gettata di sotto.

Un altro l’ha ripetuto: Lucrezia si è gettata di sotto.

Un altro mi ha detto: non prenderla così. Siediti. Hai fatto

tutto il possibile….

Piangiamo Ci arrabbiamo.

Cosa ho fatto di sbagliato? Cosa ho dimenticato di fare?

Nella giostra degli incontri c’è chi transita, chi permane, chi è tossico, chi seducente, chi è etilista, chi aggressivo, chi minaccioso, chi carcerato, chi è demente, chi sfiora la morte, chi ne diventa per sempre amante. Discendere nel girone infernale è un costante misurarsi a tu per tu con le storie di chi, nel proprio dolore, è impegnato con raggiri, manipolazioni, lusinghe, violenze a tenersi in qualche modo aggrappato alla vita.

Fra le pagine, inoltre, si intersecano diversi paesaggi ambientali e umani: i carruggi genovesi in cui è impossibile camminare senza scontrarsi con gli altri passanti, la serenità del mare, le puzze e i profumi, le pontificazioni accademiche, le critiche, le fatiche, l’affaccio delle giovani professioni con i loro tirocini, convinzioni, modi di interpretare i diversi volti della follia.

Mi dici che un paziente agitato e confuso si può calmare

con la parola e il gesto.

Luca, il paziente agitato e confuso non comprende

né parole, né gesto, per definizione.

Tu insisti che lo hai fatto più volte.

Non erano pazienti agitati e confusi.

Ricorrenti le alternative alle analisi descrittive dei sintomi dei disturbi mentali elencati nei manuali diagnostici sempre più voluminosi, certo poetiche e forse poco scientifiche, ma metafore efficaci in cui ognuno di noi potrebbe trovare qualcosa di sua appartenenza:

Se un paziente tiene una mano

sul petto in alto, è un ansioso.

Mano a sinistra sul cuore: Ipocondriaco.

Mano sul petto in basso: depresso.

Mano sull’addome: depresso meno consapevole.

Mano sull’inguine: isterico.

Se invece la mano è sul capo o sulle gambe, sono cavoli:

lì ci vuole uno specialista coi fiocchi.

Un ricoverato giura di aver visto Rufo oggi ai piedi del suo

letto: questa si chiama allucinazione.

La paziente che lo ama giura di averlo visto librarsi in cucina:

questa si chiama visione.

Un Alzheimer giura di avergli parlato poco fa:

questa si chiama confabulazione.

Una paziente privata ha telefonato sperando di trovarlo qui:

questa si chiama illusione.

Giorgio lo schizofrenico dice che è lui al piano di sopra e

ci spia: questo si chiama delirio.

Io stesso ho avuto l’impressione di vederlo un attimo fa in

corridoio: questo si chiama déja-vu.

Prescrivere medicine e andarsene

è come dare bigliettini dell’oroscopo,

come affidare al mare un messaggio in bottiglia.

I depressi soffrono per colpa, il loro è un problema morale,

non capiscono a cosa servano le medicine.

I maniacali stanno bene come stanno e non vogliono

medicine deprimenti.

Gli schizofrenici sono affezionati alle loro voci e non

capiscono neanche chi tu sia.

I paranoici sono convinti che tu voglia avvelenarli.

I caratteriali ingurgitano tutto il flacone la sera stessa.

I nevrotici sono gli unici che leggono le ricette e le seguono

pedissequamente, fino al primo effetto collaterale,

poi non le vogliono più.

Nel capitolo più controverso e dibattuto “Legare le persone” sono contenute le crude descrizioni militaresche delle pratiche esercitate, nonché le situazioni in cui vengono applicate. Siamo nella Psichiatria d’urgenza e non ci si può permetterti di filosofare sui massimi sistemi e sulla loro mancanza: devi agire con chi ti trovi davanti, spesso lì condotto anche attraverso Trattamento Sanitario Obbligatorio.

Sono andato a un seminario sulle contenzioni.

Un collega dice quante ne ha fatte nella sua vita:

sono quante ne faccio io in un anno.

Perchè facciamo tante contenzioni in Reparto 77?

Siamo così cattivi? Siamo così incapaci?

Il metodo più semplice per non legare nessuno,

è non ricoverare pazienti da legare.

Se non si ricoverano etilisti, caratteriali, tossicodipendenti,

psicoorganici, dementi, intossicati, violenti in genere,

cosa resta da legare al letto? Gli infermieri tra di loro.

Basta rifiutare i pazienti agitati e confusi

e trasformare la Psichiatria in Psicologia.

I pazienti agitati, li legheranno altri.

Conosco l’argomento e figuriamoci se non approvo l’eliminazione della contenzione.

Ma ci sono situazioni in cui il tempo dell’ascolto è impossibile, pena l’incolumità del paziente e di altri; ci sono situazioni in cui è il paziente che ti chiede

il riunire frammenti spezzati tra loro,

mettere insieme mente e corpo, riunificare la persona,

come un gesso rinsalda le ossa.

Far di pezzi, uno.

Se non c’è il legare, non immagino la sedazione farmacologica come qualcosa di migliore.

E ci sono poi situazioni, quelle sì che fanno ribollire il sangue, in cui l’unico modo, forse, per evitare di ricorrere a tale strumento è la possibilità di avere i mezzi indispensabili: personale, servizi, reti, politiche sanitarie e sociali. Perchè siamo tutti convinti che prevenire è meglio che curare e siamo tutti bravi a dire che cosa non funziona quando il caso esplode fra le mani.

In questo capitolo io ci ho letto i casi limite, mentre in moltissime altre parti ho trovato empatia, comprensione, speranza, disillusione, voglia di proseguire nonostante. Insomma quell’”Arte di legare” dai molteplici significati, a partire dall’immagine di copertina che mostra due mani che cingono una vita.

Signori, lo dico chiaro: io non so nulla di interpretazione

dei sogni. Non è il mio mestiere.

I miei pazienti non parlano dei loro sogni notturni:

ci vivono dentro.

Io non cerco interpretazioni: ho bisogno di una corda per

tirarli fuori.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Cristina Peri Rossi (1990), Il Museo degli Sforzi Inutili, Traduzione di Vittoria Spada, Einaudi, Torino

Di Cristina Peri Rossi non sono riuscita a racimolare molte notizie: scrittrice nata a Montevideo nel 1941, nel 1972 dovette fuggire dalla dittatura militare: banditi i suoi libri, esautorata dalla professione di giornalista, licenziata dalla cattedra di letteratura, i militari golpisti ritirarono persino la sua nazionalità uruguaiana. Dal 1975 vive in esilio a Barcellona.

Julio Cortazar, definito l’Italo Cavino latinoamericano, è stato suo mentore,maestro, amico, nonché amante e, folgorato dalla sua scrittura, le dedicò molteplici poesie sull’amore irraggiungibile.

Scrittrice di racconti, romanzi, poesie e saggistica ha vinto numerosi importanti premi letterari, ma delle opere prodotte, pochissime sono state tradotte in italiano. Fervente lottatrice contro le dittature, sostiene femminismo e diritti degli omosessuali. Ha un blog (www.cristinaperirossi.es).

Il libro di racconti brevi “Il Museo degli Sforzi Inutili” è un condensato di pagine fortemente allegoriche, almeno questa è la sensazione che molte delle vicende descritte mi hanno suscitato e che mi hanno spinto a cercare di approfondire la personalità di questa donna.

Difficile definire il genere della sua scrittura, talvolta surreale sino a rasentare il metafisico e comunque denso di riferimenti, anche comici, di situazioni paradossali che racchiudono nevrosi e ossessioni di personaggi “a lato” della vita quotidiana, ma che di questa ne mostrano contraddizioni, patimenti, deviazioni.

Magnetico, mi ha letteralmente sedotto sia per la lirica del linguaggio, sia per le storie scelte come metafore di sentimenti universali. A partire dal primo racconto, che dà il titolo al libro: il Museo in cui ognuno di noi avrebbe molto da stoccare, se non fosse che “solo una minima parte degli sforzi inutili riesce ad arrivare al Museo … l’esorbitante quantità di sforzi inutili fatti continuamente richiederebbe che mota gente vi lavorasse” e anche perché ”E’ molto strano che gli sforzi inutili si ripetano, ma nel catalogo non li si include: occuperebbero troppo spazio”.

Coinvolgenti per l’ambientazione, L’atleta che inciampa e Istruzioni per scendere dal letto rimandano al desiderio di “mollare la presa”.

Nel primo, il fondista che “davano come favorito e pronosticavano persino un record” proprio quando sta per dare, al penultimo giro di corsa, la conferma alle previsioni “provò un desiderio enorme di fermarsi …l’estasi di lasciarsi cadere; la divina, sublime estasi di fermarsi, di scivolare dolcemente verso il bordo, il bordo della pista, a pochi metri dalla fine, appena un po’ prima del traguardo … lasciarsi andare … volgere gli occhi verso l’alto e contemplare il cadenzato volo degli uccelli”, mentre intorno a lui si scatena il putiferio.

Nel secondo, nascosta tra le pieghe di una minuziosa descrizione dei passi necessari per alzarsi al letto e prendere contatto con la realtà esterna, l’autrice mostra, senza sconti, la tetra banalità della ripetitività dei gesti che riempiono la nostra vita. Seguiamo lo sguardo e il pensiero del protagonista: “Quando riesco a scendere (dal letto), la prima sensazione che provo è di allegria: sono molto orgoglioso di avercela fatta…. Presto, l’allegria scompare: per terra la vita è molto difficile. In primo luogo gli uomini stando tutti in piedi si sentono simili e questo li rende molto ostili fra loro … quando sono nel letto, nessuno mi chiama in causa: si misurano fra di loro, come se io fossi un oggetto fra tanti, un lume o un armadio … Confuso e in preda all’angoscia, torno a letto rapidamente. Lì mi rannicchio fra le lenzuola, riparato e protetto”.

La dimensione del dolore traspare in parecchi racconti in forma prismatica ed esaminata da diverse angolazioni.

Ne: “Il tempo tutto lenisce” al banco dei pegni incontriamo un acquirente e un venditore di tempo. C’è chi vuole comprarlo: “Mi servirebbe una bella fetta di tempo … Me la metta sulle ferite: me ne vado subito a letto e spero di svegliarmi guarito” e c’è chi vuole venderlo “A me è molto scomodo … mi piace ammazzarlo in molti modi, gettarlo dalla finestra, dilapidarlo, farmelo esplodere fra le mani”. Quando credi di non averne bisogno è superfluo, da buttare, quando invece ne hai bisogno potresti considerare quella stessa porzione mercanteggiata “un tempo inutile, un tempo accessorio, ma che avrebbe risanato i tessuti”.

Anche nella Storia d’amore ci imbattiamo nel lento, smisurato soffocamento di un rapporto di coppia totalizzante, dove in virtù del dedicare la propria vita all’altro, la simbiosi che si viene a creare ci presenta un uomo curvo, schiacciato dalla presenza della sua donna issata sulle spalle che, per non staccarsi mai, emette un liquido vischioso ineliminabile. “Disse che mi amava e mi donò la sua vita. …Non esistono vite leggere. Sono tutte difficili da portare. … Sotto il peso della sua vita, io avanzavo chino … quand’anche passasse qualcuno io non lo vedrei, piegato come sono per il peso. So che presto morirò”.

Ma il dolore insegna anche il dono della cura. Ne Parlare al muro, nel corso della notte, un uomo trova una porta maltrattata e ne ha pena “La sollevò come poté, perché era semisvenuta, priva di forze e pesava molto. …A casa la sistemò per terra, lunga quant’era, mentre andava a cercare un panno per pulirle le ferite, le ammaccature che si era fatta…Lo fece dolcemente e coscienziosamente, senza affrettarsi … La pittura disuguale si poteva correggere con nuovi cosmetici; erano in vendita in qualsiasi negozio. Per quanto le cicatrici non fossero facilmente occultabili, non pensava che dovessero angustiarla più di tanto: le conferivano carattere e maturità, cose che a questo mondo non abbondano”.

Alcune similitudini le troviamo in Lettere e Aeroporti. In queste due storie l’oggetto concerne la dimora. Nel primo racconto l’essere senza domicilio del protagonista lo porta a discutere col postino perché delle molte lettere che gli vengono scritte, lui non ne riceve alcuna:” Ricevo molte lettere e mi spiace non poter rispondere alla maggior parte, dal momento che non ho un domicilio stabile né la macchina da scrivere…. Non m’importa se qualcun altro riceve le lettere destinate a me o se qualcuno le legge al posto mio; mi basta sapere che molta gente mi scrive senza sapere nemmeno dove sto … io so che c’è gente che le scrive ed è sempre possibile leggerle sulle ali degli uccelli o nel fondo di una bottiglia o sulla sabbia umida del mare”.

In Aeroporti, invece è descritta la vita dell’aeroporto, con i suoi viaggiatori e le diverse sensazioni provate verso gli spostamenti. Ci si sofferma in particolare a narrare “ il curioso congresso dei viaggiatori che non sono mai riusciti a partire…. Tutti gli invitati non erano mai riusciti, per una ragione o per l’altra, a partire dall’aeroporto … Presidente Onorario un tale che aveva cercato di partire dall’aeroporto di Copenaghen per ben venticinque volte, senza riuscirvi” e, colui che raggiunse la maggior popolarità, invece, fu “un viaggiatore frustrato di New York, che aveva affittato un locale inutilizzato dell’aeroporto Kennedy per curarvi i suoi affari, ricevere visite e trascorrere il tempo libero”.

Di una cattiveria atroce La pecora ribelle e L’effetto della luce sui pesci.

Il primo parte innocuamente con la conta delle pecore che saltano lo steccato per facilitare l’arrivo del sonno. Ma in questo espediente emerge lo spirito ribelle di una pecora, che non vuole gregariamente assimilarsi al comportamento delle altre. A nulla valgono gli incitamenti a compiere il gesto: “Salta maledetta … Non ascoltava il mio grido, brucava vicino allo steccato, senza guardare oltre”. Il protagonista, che detesta la violenza, cade progressivamente in una rabbia inaudita che ci conduce al finale tragico: “la pecora spirava, sarebbe morta da un momento all’altro senza saltare, le assestai un altro colpo là dov’era rosea, la morbida carne, la delicata carne di pecora che non finirà più al mattatoio, perché non ha saltato, perché non ha capito che lo steccato era un ostacolo superabile”.

Altrettanto sconcertante per la crudezza contenuta è L’effetto della luce sui pesci. Qui il protagonista narra il fascino di vivere con una vasca di pesci, scelta che ha cambiato radicalmente il suo stile di vita. “Adesso torno a casa subito, quando esco dal lavoro, ansioso di sedermi di fronte alla vasca, a guardare i movimenti ipnotici dei pesci, sospeso io pure, nell’acqua piena di barbigli e filamenti”. Addirittura gli pare che la sua compagnia sia apprezzata, che forse lo riconoscono. In queste maniacali osservazioni si accorge di un comportamento dapprima sconosciuto: i pesci lottano fra loro.“ Adesso rincaso subito, specialmente da quando ho scoperto che la vasca mi riserva un meraviglioso svago: contemplare i pesci che si divorano fra loro. .. non tollero più visite … una volta che invitai due amici … non se ne sarebbero più andati via: erano intenzionati a starsene in poltrona finché uno dei pesci non avesse inghiottito l’altro. … Giunsero a implorarmi di lasciarli rimanere fino alla fine”.

Di entrambi arrivano come strali la naturalezza del male e la sottile linea di confine che ci divide dal diventare mostruosamente efferati.

In totale sono trenta le storie che riempiono le pagine di questo testo, dove ognuno, abbandonandosi, potrà trovare significati e simboli dei tempi che abitiamo.

TartaRugosa ha letto e scritto di Valentina Parrella (2008), Lo spazio bianco, Einaudi

Alcune opere attraggono già dalla copertina e dal titolo, e la mano indugia prima di entrare nella storia rannicchiata fra le pagine.

Quello “spazio bianco” mi riporta sui banchi di scuola e, a onor del vero, anche allo stile attuale, quando la penna sostituisce il tasto del computer. “Non scrivere tutto così addossato, lascia più spazio, le parole devono respirare” raccomandava la maestra prima, la professoressa poi.

Credevo di aver posto rimedio quando, come oggetto transazionale, utilizzavo la stilografica con un pennino molto sottile. La vergatura affilata restituiva la luminosità del bianco del foglio intorno … Non c’è stato esame scritto che non sia stato tracciato da quel pennino.

Mi piace lasciar scorrere la mente fra le associazioni, catena inesauribile di immagini che disegnano i luoghi interiori: lo spazio bianco è una sottrazione, è un respiro, è una pausa, è un’attesa, è mettere una distanza, è spostare lo sguardo da un vicino a un lontano, è prendere tempo, è un riverbero, è un vuoto, è una pennellata di luce quando c’è il buio intorno, è un andare a capo, è una vertigine, è un foglio da scrivere, è un frammento di eterno.

Spazio bianco è un nuovo inizio …

Nella storia di Maria improvvisamente la vita si sospende.

Quella figlia “arrivata quando nessuno se l’aspettava più … da un amore distratto, … un padre che l’aveva lasciata là, con il sapore del caffè in bocca, e un’ecografia sotto il braccio”, ebbene quella figlia decide di prendersi spazio nella vita troppo presto per potercela fare da sola.

Il fatto è che mia figlia Irene stava morendo, o stava nascendo, non ho capito bene: per quaranta giorni è stato come nominare la stessa condizione. …Quando avevo detto morendo erano saltati su, tutti, gli amici, i parenti, i colleghi, scuotevano la testa, allargavano le palpebre, poi sorridevano: e lì lo sapevo che stavano per partire cinque minuti di ridefinizione del significante, seguiti da inviti a cene e prime d’opera. Per abbreviare i tempi ho cercato di usare sempre l’altro sinonimo: nascendo. E così loro, tutti, ci hanno creduto. Li rassicurava. … L’altra cosa è stata appunto questo: che mia figlia Irene stava morendo e io non ho potuto dirlo a nessuno”.

Quali, quanti, come sono gli spazi bianchi del tempo di una madre accanto all’incubatrice, nel tentativo sempre diverso di dare una risposta a quella domanda proferita dal medico: “La bambina nascerà sicuramente viva, ma potrebbe morire subito, o sopravvivere con gravi handicap, oppure stare bene, lei lo sa?”

Spazio bianco come l’assenza di una presenza

Non ho neppure capito bene se Irene mi mancava, la notte. Non avevo mai conosciuto la sua presenza e ora mi toccava un’assenza che non sapevo riconoscere. La cercavo in come me la sarei immaginata, e non potevo. Non potevo guardare la parete della camera da letto e proiettarci l’immagine di una culla, finchè il suo unico spazio era dentro la terapia intensiva. Io non avevo immagini”.

Spazio bianco come la nuvoletta che sparisce

“… una psicologia d’oltreoceano lavorava svelta per noi, e veniva applicata, e portava nel reparto nuvolette rosa o azzurre con i nomi del bambini scritti a penna tra i sorrisi festosi del primario. Uno dei calcoli che tornava, era che una nuvoletta su quattro spariva”.

Spazio bianco come il sangue nello spazio cavo

“- … Abbiamo fatto a sua figlia un’ecografia dalla fontanella, abbiamo trovato un’emorragia.

Dove?

Intraventricolare. E’ una cosa molto comune nei nati pretermine.

Che significa?

Dipende; il sangue è in uno spazio cavo. Potrebbe fermarsi lì e assorbirsi. Oppure, se le pareti del cervello si sono dilatate … insomma: dirà la prima parola a dieci mesi? Camminerà a un anno? Signora saranno tutti progressi”.

Spazio bianco come il dileguarsi del ricordo

“Stai tranquilla: i bambini della terapia intensiva non ricordano nulla. L’unica cosa che gli resta è un dolore sordo al tallone, da dove gli fanno i prelievi. Un’ipersensibilità”.

Spazio bianco come il tempo dell’attesa

La dottoressa chiamava una madre e le annunciava che … avrebbero tentato di staccare il bambino dalla macchina, dargli autonomia di respiro. … Non sono buona ad aspettare. Aspettare senza sapere è stata la più grande incapacità della mia vita. Nell’attesa ho avuto lo spazio per costruire enormi impalcature di significato, e dieci minuti dopo farle crollare, per mia stessa mano”.

Spazio bianco come i giri intorno alle cose buone

Con le cose buone della vita io non ero mai stata indulgente. Forse credevo di più alle sconfitte, sapevo affrontarle meglio: erano come le temevo, cioè come le avevo immaginate. Intorno alle cose buone facevo dei lunghi giri larghi tenendo sempre gli occhi altrove”.

Spazio bianco come lo spazio del non respiro

Ogni volta che Irene succhiava troppo forte, il latte le colava nella trachea e il suo torace non aveva la forza di tossirlo fuori: semplicemente si bloccava. Smetteva di respirare fino alla cianosi … Me la rimettevano in braccio e io, dopo averla quasi uccisa, dovevo ricominciare”.

Spazio bianco come i 15 giorni per acquistare il corredo

“ – devo comprare una culla

– …

Una culla con le ruote voglio dire; un carrozzino, un fasciatoio, forse lo sterilizza biberon e un sapone neutro, pure, penso. Mi serve un catalogo Chicco e delle lenzuola, piccole.

Quanto tempo hai?

Più o meno quindici giorni.

Ce la possiamo fare, perfino con i tuoi gusti”.

Maria insegna “materie letterarie in una scuola serale. Prima-terza media a giganteschi camionisti che faticano a infilarsi nei banchi”.

Irene sarebbe dovuta nascere a giugno, dopo l’esame. Ha mantenuto la promessa.

E a giugno Maria è lì, nell’aula magna, nel giorno della prova d’italiano. Signori dalle teste brizzolate scrivono composti. Di molti conosciamo un po’ la storia, vite marginali, smarriti stranieri, gente di cui “avevamo smesso di occuparci di visti e permessi di soggiorno, quando avevamo capito che a essere fiscali ci si sarebbero svuotate le classi”.

Spazio bianco come un nuovo inizio

“- Professoré.

– Sto pensando.

– Io devo scrivere altre due pagine, al presente, che è un presente nuovo.

Ho capito.

– Mettici uno spazio bianco e ricomincia a scrivere quello che vuoi.

Ma si può fare?

– Sì, lascia un rigo in bianco e ricomincia sotto”.

Sul grande schermo, nel 2009, il film dal titolo omonimo realizzato da Francesca Comencini, con Margherita Buy.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Giovanni Montanaro (2020), Il libraio di Venezia, Feltrinelli, Milano

Un piccolo libro che parla di grandi amori.

Innanzi tutto per Venezia, decadente e struggente laguna poggiata sul mare e dal mare periodicamente inghiottita e poi rigettata, con l’alta marea preceduta dal suono delle sirene e i veneziani che conoscono i passaggi da attraversare senza le passerelle, vera attrazione per turisti spaesati e conquistati, felici di fotografarsi con stivaloni alti fino alla coscia.

Venezia è sempre bellissima. … Sarà che è fatta per viverci, che è stata costruita quando il mondo era della misura degli uomini. … Che è democratica, perché ci si va a piedi, tutti quanti, con la stessa pioggia, con lo stesso vento. …Sarà che ti sembra sempre che stia per finire.

Che ti sembra impossibile, che tutta questa bellezza, questa ricchezza possano durare per sempre- Perchè la città è fragile, in pericolo, pare che nessuno lo capisca, che tanti vengono a farle del male, le orde dei turisti che paiono una pompa da giardino sfuggita di mano, l’incuria, il cattivo gusto, i veneziani che la svendono, i negozi con i pesciolini che ti mordicchiano i piedi e quelli che vendono caramelle fluorescenti”.

Venezia che ha la forma di un pesce, che sta sotto e poi riemerge e diventa come una foresta capovolta, con milioni di tronchi che la tengono legata sui fondali, per paura che possa fuggire lontana, senza ritorno.

Venezia amata e vilipesa, Venezia che sa resistere.

L’altro grande amore è per i libri, che sono la vita stessa e quindi debbono essere difesi e salvaguardati, perché sono la nostra identità, la nostra memoria e anche loro, come noi, sono fragili. (A fine testo sono 21 le schede che l’autore scrive per presentarci le librerie della laguna, sorelle della Moby Dick protagonista del racconto e che,come lei, sono state travolte nel novembre del 2019 da un’insospettabile marea di 187 centimetri che ha devastato, travolto e trascinato via centinaia di libri).

Soprattutto quando irrompe l’inondazione.

Quaranta centimetri in più del previsto. Quaranta centimetri in più cambiano tutto, travolgono letti, spazzano fogli, distruggono provviste, sporcano materassi, e poi calzini, telefoni, gioielli, bicchieri, piatti, stoviglie, libri, centinaia di libri, e adesso non si può fare niente, non si può reagire, non c’è più tempo, né spazio per mettere le cose in salvo, solo stare a guardare, piangere, all’inesorabile bagnarsi, lerciarsi, disfarsi. … L’acqua è inarrestabile, l’acqua non si ferma più, l’acqua si porta via tutto. L’acqua viene ovunque, sgorga dai canali, dai tombini, dai water, dai rubinetti, dal cielo”.

C’è poi l’amore di Vittorio per la sua libreria e per Sofia, giovane studentessa che trova terapeutico soffermarsi a guardare i libri di Vittorio, a sentirne parlare, a farseli consigliare.

Moby Dick è il nome della libreria di Vittorio. “E’ aperta tutti i giorni, anche la domenica. E spesso la luce è accesa fino a sera tardi, perché se Vittorio si mette a leggere non si accorge del tempo che passa … se cerchi un libro che non ha, Vittorio si fa in quattro per procurartelo il prima possibile, e poi ti fa scoprire i libri che non cercavi, quelli che non sapevi di volere … Ha inventato una rassegna di presentazione, la gente riempie il campo fino a tardi per ascoltare poesie, qualche volta organizza un concertino jazz, invita autori italiani a parlare dei loro libri”.

Ma c’è pure l’amore dei veneziani di laguna che non possono non amare Venezia, ormai conoscono i suoi segreti, i capricci dei flussi e riflussi delle maree; si sono attrezzati, sanno come intervenire per mettere in sicurezza le loro mercanzie, sanno interpretare i numeri dei bollettini che scandiscono le ore e i centimetri dove l’acqua tornerà a fare da padrona e Venezia tornerà a essere un pesce.

Ma il giorno dell’inondazione è un giorno diverso e quando finalmente l’acqua torna indietro “Vittorio non si vede. Si è chiuso dentro la Moby Dick. I primi due scaffali sono andati sott’acqua, il terzo è salvo per miracolo … qualche centinaio di libri sono andati perduti, tantissimi, troppi….Ne afferra qualcuno, li apre, li scuote, li sgocciola. … Non c’è niente da fare. Sono da buttare”.

Una vera tragedia, ma l’amore viene in soccorso.

Perchè se la sciagura è di tutti, tutti si sentono chiamati. E’ qualcosa di più del senso civico, è qualcosa di più della condivisione delle perdite, della solidarietà, del salvare il salvabile, della paura della fine per sempre. Quel qualcosa di più è la consapevolezza che siamo tutti fragili. Così fragili.

E allora bisogna darsi da fare. Non perdere tempo. Andare alla ricerca di chi ha meno forze per fare le pulizie, di sgombrare scantinati, di lavare ciò che rimane per evitare che la salsedine continui il lavoro dell’acqua e, quando credi di avere finito, ricominciare da capo.

Vittorio ha capito che i libri non bisogna metterli ad asciugare sul termosifone. A stare al caldo si increspano, si rovinano ancora di più. Bisogna usare il phon, Aria fredda. Una pagina alla volta. E’ un lavoro infinito, un lavoro frustrante. Lo fa con pochi libri, alcuni che forse può ancora vendere, alcuni a cui tiene particolarmente, che non vuole perdere”.

Braccia, gambe, mani di giovani, vicini, clienti, parroci, commercianti, chi può svolge un lavoro prettamente fisico, chi non può mette mano al portafogli e Moby Dick diventa non solo luogo di sosta e consultazione, ma centro di smercio, di acquisto irrefrenabile, di smania di avere un libro che probabilmente non si leggerà mai.

Poi c’è sempre qualcuno che invece se ne frega, che non dà peso alle tragedie, che mette al centro il proprio benessere e la propria avidità: Vittorio, dopo aver fatto i conti delle perdite, deve misurarsi col raddoppio del canone di affitto della sua libreria, che non può essere contrattato. Si profila davvero la fine, che però non è una fine, perché la vita dopo tutto ci può offrire una svolta e per Vittorio quella svolta ha il nome Sofia, riapparsa dopo giorni e giorni di duro lavoro di pulizie delle calli della città.

C’è anche l’amore dell‘alleato nascosto, quello che in ogni storia sbuca all’improvviso con un colpo di scena.

Pure nella storia del libraio di Venezia c’è qualcuno che dalla sua abitazione ha osservato tutto e che sa tutto: della devastazione dell’inondazione, dell’innamoramento di Vittorio, dell’amore corrisposto segretamente di Sofia che aspetta solo un bacio, della decisione di chiusura della Moby Dick perché non ci si sta più con i conti, di un negozio di merciaia rimasto vuoto quando la vecchia signora Rosalba che fatica a reggersi sulle gambe, si è ritirata dagli affari.

Entra in gioco, traballante ma determinata, la signora Rosalba che spesso abbiamo incontrato fra le pagine, mentre assiste e commenta i fatti del quotidiano che animano il campo su cui affaccia la sua finestra.

Perchè Moby Dick non può morire.

Benvenuto nella tua nuova libreria … Hai anche una vetrina in più. Il canone non sarà un problema … La cassa potresti lasciarla lì, dove ce l’avevo io…

Vittorio si guarda intorno. Li vede già i suoi scaffali, quelli vecchi, quelli nuovi. Proust, Pamuk Borges, Berto, Dumas, Modiano, Montale, Achmatova, Mann,Pascal, Wells, Montaigne, Auden, Handke, Hastings, Freud, tutti gli altri, sono pronti per migrare da una parte all’altra del campo”.

E’ un racconto prezioso questo del libraio di Venezia, una storia metafora del nostro attuale pezzo di esistenza, per dirlo con le stesse parole di Montanaro:

Venezia, l’acqua alta e la reazione dei suoi abitanti sono anche il simbolo delle tante emergenze di questo Paese, delle tante impreviste tragedie che continuano a colpirlo ma che, alla fine, non riescono mai ad averla vinta”.