TartaRugosa ha letto e scritto di: Alessandro Vanoli (2018), Inverno. Il racconto dell’attesa, Il Mulino, Bologna

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Alessandro Vanoli (2018)

Inverno. Il racconto dell’attesa

Il Mulino, Bologna

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Ora che è iniziata la primavera e l’ora legale si è insediata, il ricordo dell’inverno è sfumato, probabilmente anche grazie a una stagione insolitamente mite, priva di piogge, neve e gelo.

Molto lontana quindi dal racconto che Vanoli offre al lettore utilizzando un metodo originale, singolare e suggestivo: leggere la storia dell’umanità attraverso il freddo.

C’è una storia millenaria che ci riguarda e che ha a che vedere col freddo e col ghiaccio. Una storia che comincia quando non eravamo troppo diversi da altri animali e che poi si inoltra su per i secoli, raccontando di riti, feste, abitudini quotidiane, battaglie e tanto altro ancora”.

E nell’epoca in cui TartaRugosa è sprofondata nelle viscere della terra, l’ascolto di cosa accade in superficie corrisponde a vedere la realtà nascosta con la stessa fascinazione prodotta dalla fiaba raccontata di fronte al fuoco del camino, così come ce la propone l’autore. In tre tempi: l’inverno delle origini; l’inverno moderno; l’inverno dell’intimità e dell’attesa.

Come immaginare il primo inverno della storia? “Ovunque i ghiacciai scivolano dalle montagne più alte nelle valli sottostanti e scavano solchi profondi che un giorno saranno laghi. E più il freddo aumenta più i fiumi si seccano e i ghiacciai trattengono l’acqua e il terreno è gelato in profondità. E’ l’inverno della terra, l’ultima grande glaciazione prima che cominci a scorrere il tempo della storia, quello della civiltà e dell’agricoltura”.

E’ proprio grazie all’inverno che l’uomo si è mosso alla conquista del mondo, impara a cacciare, a coprirsi, ad accendere il fuoco. Ed è nel gelo dei suoi mesi che si affermano le prime tradizioni che ancora resistono ai giorni nostri: la nascita di Gesù, i re magi, l’epifania, lo scontro di potere tra papa e imperatore, il presepe, il carnevale, sono tutti eventi che hanno il freddo come protagonista e che ci mostrano come i nostri avi fossero diversi da noi. “Uomini i cui corpi per mesi e mesi non avevano altra possibilità che le basse temperature. Un inverno privo di rifugio e di luoghi caldi dove trascorrere il tempo. Quel freddo lungo e inarrestabile era forse parte di una relazione con il mondo e la natura che abbiamo perso per sempre”.

Così come oggi, XXI secolo, si discute intorno al riscaldamento della terra, qualche secolo fa – tra il 1570 e il 1685 – la temperatura subiva l’andamento opposto, calando di quasi due gradi centigradi. “Perché tutto questo accadesse ancora oggi nessuno è riuscito davvero a spiegarlo. Quel che è certo è che il mondo cambiò: inverni glaciali, estati piovose e primavere sferzate dalla grandine. La natura, insomma, stava cambiando”.

Qualche esempio: il lago di Costanza gelava interamente circa ogni dozzina di anni, così come succedeva ai fiumi Reno e Tamigi, o, per stare in casa nostra, si poteva raggiungere in carrozza Venezia da Mestre sulla laguna ghiacciata.

Ma l’interesse dello storico Vanoli non si sofferma solo sulla ricerca dei simboli religiosi, aprendo varchi di conoscenza sul problema della nascita di Cristo, l’invenzione del presepe, il festeggiamento di San Nicola nelle tradizioni germaniche e il digiuno del mese di Ramadan islamico.

Suggestiva la sua narrazione dei primi passi scientifici della medicina che, proprio grazie al freddo, riesce a prendere distanza da preghiere, fede e ciarlatani. Il primo teatro anatomico fondato da Gian Battista Da Monte è strettamente correlato al clima invernale: “le lezioni di anatomia, infatti, si tenevano principalmente d’inverno proprio per la migliore conservazione dei cadaveri, con una cerimonia pubblica che comprendeva la presenza di varie autorità oltre ai chirurghi e si snodava per ben tre giorni di aperture, dedicati rispettivamente al ventre, al torace e al cranio”.

Sempre nel campo delle scoperte, avvincente la descrizione del passaggio a nord-ovest. A poco più di un secolo dopo la scoperta dell’America, restava aperto il sogno dell’India e dell’Asia e con esso la ricerca del passaggio per accedervi. “Era ormai chiaro a tutti che il passaggio a nord-ovest esisteva, nascosto da qualche parte tra i mari artici, impraticabile durante i mesi invernali e pericoloso durante quelli estivi a causa dello scioglimento dei ghiacci. Per molto tempo l’Artico sarebbe rimasto un mistero e ancora più ignoto l’altro grande inverno geografico, l’Antartide”.

Solo nel febbraio 1775 il comandante inglese James Cook può scrivere:”Che possa esserci un continente di grande estensione vicino al polo io non lo nego:il freddo intensissimo, le numerose isole e le vaste zone di ghiaccio galleggiante, tutto tende a dimostrare che ci debba essere una terra a sud. Ma se queste sono le terre che abbiamo scoperto, che cosa possiamo aspettarci da quelle giacenti ancora più a sud, dato che possiamo ragionevolmente supporre di aver visto le migliori?”. Dobbiamo aspettare il 1911 prima di veder svettare sul ghiaccio la bandiera lasciata dal norvegese Amundsen che col suo equipaggio conquista finalmente l’Antartide.

Non mancano, come sfondo artistico, i riferimenti a grande opere pittoriche e musicali attinenti all’inverno. Le tele di Bruegel, Avercamp, Hokusai, Hiroshige, Monett, Chagall impreziosiscono la lettura del libro, mentre le note del concerto in fa minore di Vivaldi ci ricordano come lo stesso abbia descritto il calendario in musica, di cui Inverno costituisce l’ultimo dei quattro concerti solisti per violino.

In campo letterario chi meglio dei russi può spiegarci il rigore del Generale Inverno? Sulla scia della tormenta di neve che introduce la passione tra Anna Karenina e l’ufficiale Vronskij è inevitabile la citazione del collasso della Grande Armata napoleonica così ben descritta ancora da Tolstoj in Guerra e Pace “Battuti da continue interminabili tormente di neve, incapaci di trovare riparo o cibo se non vestendosi delle pellicce rubate ai moscoviti e uccidendo i propri animali, per freddo spesso si impazzì prima di morire di una morte atroce”. Una nuova tragedia nel secolo successivo la dobbiamo alla Prima guerra mondiale: “Immaginate un’ampia fascia, larga più o meno una quindicina di chilometri, che dalla Manica si estende sino alla frontiera tedesca fino a Basilea, letteralmente cosparsa di cadaveri e solcata da rozze sepolture, in cui fattorie, villaggi e cascinali sono mucchi informi di macerie annerite, in cui i campi, le strade e persino gli alberi sono scavati, straziati e distorti dalle granate e deturpati dalle carcasse di cavalli, buoi, pecore e capre, orribilmente smembrati e sfigurati e sparsi dappertutto… L’inverno fece diventare tutto questo ancora più terribile, trasformando le trincee in trappole mortali”.

Purtroppo dopo pochi decenni il gelo dell’inverno insegue ancora la guerra, questa volta in Russia, opprimendo gli italiani che si ritiravano dal Don, con il fiato che si gela sulla barba e sui baffi, come Rigoni Stern racconta nel Sergente nella neve.

Ormai siamo giunti ai giorni attuali.

La neve la conosciamo sui campi da sci, ben imbacuccati e pronti a rifugiarci al caldo dopo lo sport; il freddo lo lasciamo fuori dalla porta. Dentro, dalla stufa, siamo passati al riscaldamento centralizzato “Nel Vecchio come nel Nuovo Mondo esso mutò rapidamente il volto più intimo delle città, cambiando il senso delle feste e dello stare insieme”.

Che cosa ci è rimasto oggi dell’inverno?

Vanoli ci trascina nel White Christmas di Bing Crosby che ci fa pensare che ogni Natale è bianco, anche senza la neve. Riflette sulle feste come occasioni di consumismo, ma non si vuole ancorare a questa immagine. Dichiara infatti che “le feste non muoiono facilmente: si trasformano, forse, cambiano forme e riti, ma sopravvivono. Il Natale e l’inverno ci chiedono qualcosa e noi forse abbiamo qualcosa ancora da chiedere a loro”.

Questo post lo dedico a Luna, che per un giorno solo non è riuscita a salutare la primavera e ha voluto affidare all’inverno il suo trasferimento altrove.

Loving Luna

La piccola infermeria allestita in cucina non esiste più.

Le due siringhe di diversa capienza, una per i liquidi, l’altra per il cibo, sono finite nel sacco giallo della plastica.

Conosco ancora a memoria la sequenza: al mattino la siringa di apis, durante il pomeriggio e la sera le tre siringhe di brionia (tutte seguite da 3 spruzzi di argento), quattro volte al giorno massaggino sul collo con le gocce di arnica.

Nel giro di venti giorni questi provvidenziali trattamenti avevano risolto il problema più fastidioso di Luna, ovvero la terribile infiammazione in bocca che le continuava a procurare scialorrea e, probabilmente, prurito e dolore considerato lo sfregamento intermittente e lo storcimento delle labbra. Da un anno la sua stomatite non le dava requie: ogni due mesi cortisone e antibiotico diventavano sempre più inefficaci.

Paradossalmente quando la bocca è finalmente diventata rosea, qualcos’altro non è riuscito a risolversi. Il grosso “fragolone duro” sotto la base della lingua e le protuberanze palpabili sotto il mento continuavano a restare nella loro posizione, facendosi beffe delle terapie. E poiché anche negli animali la medicina funziona per esclusione, tolte le ipotesi di ascesso, cisti e granuloma, restava quella più probabile di tumore, la cui certezza sarebbe stata possibile solo con biopsia, inapplicabile a una gatta di 17 anni e, soprattutto, data la posizione, incurabile.

Fra tutti i gatti che abbiamo avuto, Luna è stata quella che ha saputo sommare nella sua personalità caratteri di felino uniti a un incredibile attaccamento più pertinente di solito ai cani.

Luna era una gatta che amava. Dopo tanti anni trascorsi all’aperto, si era fatta amica di tutti: lei chiamava davanti alle porte, saliva in braccio ai visitatori, partecipava alle tavolate.

Da otto anni viveva con noi in appartamento, gelosissima delle altre presenze feline e caparbiamente concentrata a conquistarsi il privilegio delle attenzioni.

E’ stata proprio la sua voglia di relazione a farmi piangere tutte le lacrime possibili.

A parte la somministrazione delle terapie, fatta necessariamente in due, il buongiorno tra me e lei da più di un mese prevedeva circa 45 minuti di accudimento, durante i quali accoccolata per terra per nutrirla avevamo raggiunto una intima complicità che solo i gesti della cura sanno creare.

Nel piattino sul foglio di giornale versavo il cucchiaio di cibo iperproteico e ipercalorico badando bene a formare continue torrette alte, cosicchè lei potesse affondare il musetto sulla sommità senza dover tirare fuori la lingua e girare in bocca il cibo fino a fargli trovare il possibile passaggio. Poi c’era la pausa in cui tentava vanamente di leccarsi le labbra e la punta del naso e così di buon grado accettava il mio intervento col fazzolettino imbevuto di decotto di malva, sollevando il mento per farsi pulire meglio e rassicurandomi con tale segnale che non sentiva dolore. Poi la seconda fase del cibo con le stesse modalità e, di nuovo, pulizia più approfondita di musetto e zampe. Questo rito si ripeteva alla sera.

Nell’ultima settimana evidentemente il transito diventava sempre più difficoltoso, per cui siamo passati alla siringa col cibo diluito. Quel che commuoveva noi due caregiver è che queste manovre non inducevano in lei rifiuto o paura. Certo, si sa, i gatti non sono propriamente collaboranti, ma in qualche modo Luna dava da intendere che aveva capito che questi interventi le procuravano un certo sollievo, per cui quando la tovaglietta si stendeva sul tavolo, stava lì e pur dovendola tenere per evitare che facesse movimenti impropri con la siringa in bocca, appena terminato cercava subito di venire in braccio all’una o all’altro.

Ci siamo chiesti più volte, e alcune ci eravamo anche fissati la data, se farle l’eutanasia, ma Luna dimostrava troppo voglia di vivere per tradirla in questo modo.

Tolte alcune giornate in cui lo sguardo era palesemente di sofferenza, una volta migliorata l’infiammazione Luna ha sempre fatto di tutto per trovare un accomodamento alle sue condizioni, non mutando mai l’atteggiamento nei nostri confronti e confermando il suo stile di vita, con momenti di sole sul balcone, la salita sul tavolo al momento del pranzo, l’attesa serale davanti alla tv per fare le sue coccole a Paolo e venire poi a dormire sulla mia pancia. Persino le sue venute nel letto di notte sono continuate fino al giorno prima della sua morte.

Non mi sarei mai perdonata di portarla per l’iniezione finale.

Le ore più strazianti per noi sono state quelle del martedì sera: Luna si trascinava per casa, ma ugualmente ha trovato la forza di mettersi davanti al divano in attesa che la sollevassimo per accoglierla fra le nostre braccia.

Lì abbiamo avuto la netta percezione che stava per lasciarci. Si è subito addormentata profondamente abbandonandosi totalmente sul grembo di Paolo.

Non è stata più contattabile e l’unico momento in cui ha aperto gli occhi è stato quando Paolo con delicatezza l’ha alzata perché l’aveva bagnato. Messa nella gabbietta è rimasta lì definitivamente col respiro che diventava sempre più corto.

Ora è all’ultimo piano del nostro giardino, vicino ai due peschi in fiore di Gianfranco e a pochi metri dalle spoglie di Chat Noir.

E’ rimasta Miciù con i suoi 21 anni e 9 mesi e con la sua altezzosità di Lady. Chissà, forse non ci ha mai perdonato di aver accolto nel suo regno altri due quattrozampe.

Sappiamo che quando non ci sarà più arriveranno altri pelosoni da accudire, ma dubitiamo di trovare un gatto affettuoso e amante come Luna.

Se n’è andata lasciandoci in lacrime, ma dedicandoci tutto l’amore possibile fino all’ultimo istante.

Grazie Luna.

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Il giorno triste. Questa notte è morta LUNA, la gatta più “relazionale” che abbiamo avuto. Aveva 17 anni. 19/20 marzo 2019

Tartaruga, dal blog fotografiain.wordpress.com

TartaRugosa ha letto e scritto di: Francesco Piccolo (2010) MOMENTI DI TRASCURABILE FELICITA’, Einaudi (con il trailer del film del 2019 diretto da Daniele Luchetti con protagonista Pif)

TartaRugosa ha letto e scritto di:  Francesco Piccolo (2010)

MOMENTI DI TRASCURABILE FELICITA’,  Einaudi

TartaRugosa ha letto e scritto di:  Francesco Piccolo (2010)

MOMENTI DI TRASCURABILE FELICITA’,  Einaudi

 

E’ impossibile negarlo: ci sono momenti della vita in cui hai bisogno di dare sfogo a piccole, intime debolezze di solito tenute sotto controllo per via delle convenzioni sociali. Oppure solo per sorridere sui difettucci nascosti che gli altri nemmeno immaginano di te.

Niente di eccezionale, ben inteso: modeste maniacalità, infinitesimali vizietti, imperfezioni mascherate dalla patina del perbenismo.

Permettere loro di far capolino dà come risultato un senso di appagamento, di apprezzabile soddisfazione. Poco importa se talvolta originano un giudizio morale del tutto individualistico: in fondo non si è causato grave danno a nessuno.

Che diamine, nel rapporto con se stessi si può essere generosi e concedersi qualche sporadica deviazione.

Più incredibile riscontrare come questo fenomeno sia diffuso. Non rispetto alla presenza delle suddette debolezze, ma proprio relativamente ai contenuti e agli atteggiamenti delle stesse.

Nel libro di Piccolo ne ho selezionate alcune e mi sono divertita ad annotare, autobiograficamente,  la mia esperienza personale.

Francesco Piccolo:

vedo l’annuncio di un film che aspettavo. C’è scritto: “da venerdì”. Chiudo il giornale sapendo che da venerdì … non so ancora, dove, quando. Ma ci andrò. … Settimana dopo settimana vedo le sale che cambiano, che si riducono; e so che il prossimo giovedì tremerò perché da domani forse non c’è più, il film. … E poi lo lascio andare via, quel film che volevo assolutamente vedere; non potevo perdermelo e me lo perdo, e da domani dirò che me lo sono perso, che mi dispiace.

TartaRugosa:

Annunciano il trailer della prossima uscita di un film il cui regista mi sta a molto cuore. Subito mi allerto, già pregustando il piacere della nuova opera. Naturalmente comunico a TartaRugoso l’evento e, naturalmente, anche lui condivide l’attesa con lo stesso entusiasmo. Nella nostra città sono a poco poco scomparse le sale cinematografiche che ci permettevano una piacevole passeggiata a piedi per poterle raggiungere e, all’uscita, durante il ritorno, scambiarsi commenti e impressioni. E’ rimasto un cinema in periferia e un multisale in un paese limitrofo. Lì esce il film. Entrambi ne gioiamo e ci confermiamo che una delle prossime sere ci andremo, senza ombra di dubbio. Poi una sera uno dei due rincasa troppo tardi, oppure la dannata televisione presenta un programma di attualità cui come si fa a rinunciare, dato i tempi che corriamo? Oppure piove. Oppure fa freddo. Oppure fa caldo. Oppure c’è del lavoro da sbrigare perché ci si è ridotti all’ultimo minuto. I giorni passano. L’entusiasmo scema. Uno dei due dice: Magari lo daranno in TV. L’altro risponde che forse sì, forse addirittura sarà reso disponibile su e-Mule. Entrambi però concordano che bisogna segnarselo da qualche parte, se no va a finire che ce lo si dimentica.

Francesco Piccolo

In treno… mi piace tanto trovare qualcuno che si è seduto al mio posto, sperando che io non arrivi. Lo so che ha guardato l’orologio un sacco di volte, lo so che ogni volta che si avvicinava qualcuno temeva che fosse colui che reclamava il suo posto; lo so che ogni volta ha tirato un sospiro pieno di speranza. E lo so che ora, un paio di minuti prima della partenza, crede di avercela fatta. In quel momento, arrivo io.

TartaRugosa

Adoro i treni, anche se negli ultimi anni ho viaggiato con minor frequenza rispetto al passato. Nel frattempo sono successe delle cose alle Ferrovie Italiane. Per esempio hanno abolito quasi tutti i treni intercity sostituendoli con Frecce varie, che ti garantiscono un arrivo in tempi supersonici a scapito di un prezzo che quasi quasi conviene di più l’aereo (che io aborro). Sulle Frecce è d’obbligo la prenotazione. Accade tuttavia che mentre ti trascini negli angusti spazi dei “siluri”, cercando di capire qual è la tua poltrona, una volta identificatola la trovi occupata. Allora guardi il biglietto in mano, per verificare se il numero segnato è effettivamente quello del corridoio (o del finestrino) e inizi una serie di sguardi per segnalare all’occupante che quello è il “tuo” posto. Se ti va bene, l’altro, sbuffando, si alza, incomincia a trafficare sbattendo contro il tavolino, smontando il computer che già aveva installato, recuperando la borsa, la valigia, i vari capi d’abbigliamento e se ne va alla ricerca del posto giusto. Se ti va  male, inizia una trattativa con l’occupante, il quale ti invita a considerare l’ipotesi che sia tu ad occupare il suo posto, per via che a lui o chi lo accompagna non piace andare contromarcia, oppure al bambino piace stare vicino al finestrino, oppure perché non si era accorto dell’errore, ma adesso come si fa con tutta quella gente? In genere impreco silenziosamente e vado alla ricerca del posto in questo caso sbagliato, preparandomi la giustificazione da eventualmente fornire al controllore.

Francesco Piccolo

Il giorno in cui sta per scattare l’ora legale, o solare. … Perché c’è sempre qualcuno, che pure quando gli hai fatto dei disegnini sulla carta, non è convinto, e dice che secondo lui è il contrario: cioè che dormiremo un’ora in più, e non un’ora in meno come dite tutti (o un’ora in meno e non in più). …Quando sbadigli, o dici di aver fame, o sonno, c’è sempre qualcuno che ti ricorda che è logico, perché sono le dieci, ma è come se fossero le undici; sono le due, ma è come se fosse l’una.

TartaRugosa

Sono incredibilmente dipendente dall’ora legale, perché il suo declinare avvicina le tenebre e questo mi causa un leggero turbamento. Questo fatto (la dipendenza) mi mette in una posizione di forza nelle discussioni. Dopo aver allenato il mio cervello a memorizzare che solare è l’orario naturale, mentre legale è quello artificiale, non temo più nessuno. Perché puntualmente anche nei miei dintorni avvengono dibattiti dello stesso tipo sopra riportati: “no, se diventa più buio è perché porti l’orologio avanti, non indietro”. In una sola cosa cedo all’ovvietà: a mezzogiorno guardo TartaRugoso e dico “Beh, inizio ad apparecchiare. In fondo sarebbe l’una”.

Francesco Piccolo

La soddisfazione di infilare il braccio in fondo al frigorifero del bar o del supermercato e tirare fuori la bottiglia di latte con la scadenza più lontana, che qualcuno ha volontariamente coperto per farmi comprare la bottiglia con la scadenza più vicina.

TartaRugosa

Sottoscrivo parola per parola.

Francesco Piccolo

Quando si comprano le caramelle alla frutta, si scelgono prima quelle che piacciono di più, e alla fine rimangono sempre quelle arancioni e quelle gialle: all’arancia e al limone. Che non mi piacciono e non piacciono quasi a nessuno, per questo rimangono. Però, a quel punto, in assenza delle altre, uno comincia a mangiare pure quelle. E, in assenza delle altre, sono buone.

TartaRugosa

Aggiungo una vena sadica. Il momento della caramella coincide con l’orario che si dedica alla visione TV. E’ abbastanza raro che il vaso dei bonbon contenga quelli alla frutta, però sporadicamente può succedere che i famigerati spicchi arancione o gialli si mescolino a qualche altra leccornia (magari fanno parte integrante di quelle scatole assortite che ricevi come regalo o che vinci in qualche pesca di beneficenza). Sì, lo confesso. Sapendo che TartaRugoso agisce su imitazione e quindi dirà. “E a me no?”, scelgo apposta il fatidico spicchio (di cui il tempo ha reso la carta appiccicosa e difficile da scartare), aspettando con soddisfazione il solito rimbrotto “A me sempre le più schifose”, a cui subito replico “Sono le ultime”.

Francesco Piccolo
Chiudermi a chiave nei bagni delle case dove non sono mai stato e mettermi a curiosare su tutti i prodotti che usano.

TartaRugosa

Non credo sia solo un problema di curiosità. Il bagno per me è un locale mitico: è la prima cosa che vado a controllare in un albergo e di solito il mio giudizio ruota tutto intorno a questo locale e a ciò che mette a disposizione. Se è un tre stelle e fornisce solo le bustine di shampoo e le saponette mi indispettisco. Mi aspetto infatti che ci sia anche la salvietta pulisciscarpe, la cuffietta per la doccia, magari anche la crema per il corpo. Tutti oggetti che infilo nel beauty-case e mi porto a casa, dove li farò invecchiare in un cestino di paglia intrecciato acquistato dieci anni fa ad Alghero.

Se invece frequento il bagno di casa di amici mi piace vedere sui ripiani i prodotti esposti. Avendo il tempo confesso che aprirei boccette e boccettine, come facevo da piccola a casa di mia zia, quando esploravo nelle antine a specchio del mobiletto sopra il lavandino per controllare i colori degli smalti e rubare un po’ di crema Cera di Cupra. Se andava bene, mettevo anche un po’ di fondotinta e annusavo il rossetto.

Francesco Piccolo

Quando va via la luce, e poi torna, tutti gli orologi digitali della casa lampeggiano e segnalano zero punto zero (00:00).

TartaRugosa

In città è abbastanza difficile che ciò accada, mentre nella vecchia casa di campagna è un fenomeno molto più frequente di quanto ci si possa aspettare. E’  sufficiente l’arrivo di un temporale, o chissà quale tipo di accidente (c’è chi nel paese parla di momenti di sovraccarico) per far scattare il salvavita e piombare nei tempi della preistoria. Se effettivamente è in corso un temporale (chissà perché è sempre notte fonda), tengo la pila sul comodino e ogni manciata di minuti, mi alzo perché vedo sparire lo 00:00 e devo quindi riattivare il contatore. TartaRugoso nervosamente reclama e mi invita a lasciare tutto nel buio, che prima o poi il temporale  passerà. Ed io inevitabilmente rispondo che c’è la carne nel freezer.

Francesco Piccolo

Quando sfogli le riviste senza fermarti perché non c’è nemmeno un articolo interessante, e poi le metti subito tra la carta da buttare.

TartaRugosa

E’ mia consuetudine conservare alcuni settimanali (L’Espresso) e il fumetto mensile Julia per il viaggio in treno verso il capoluogo. Un’ora all’andata più un’ora al ritorno sono di solito bastevoli ad esaurire le scorte, poiché spesso i rotocalchi, tra la pubblicità e articoli poco avvincenti, si sfogliano abbastanza rapidamente. Ma capita che invece si concentrino una serie di scritti che allungano il tempo della lettura. E allora, durante le ultime due fermate prima dell’arrivo, la velocità dello scartabello aumenta perché alla stazione ci si deve alleggerire del peso della carta. Se proprio proprio non ce la faccio, me ne rammarico, perché devo riportare il settimanale a casa.

Francesco Piccolo

Aspetto quelli che escono dai camerini e mostrano agli accompagnatori e alla commessa come gli sta il vestito che stanno provando.  Si girano, si mettono di lato. Chiedono:”che dici?” … E poi, tutte le frasi che dice la commessa per essere convincente; soprattutto quando, di fronte a un vestito più grande di quattro taglie, dice con naturalezza: “basta che lo lava una volta e si restringe”.

TartaRugosa

Ahimé, sono una di quelle. I camerini di solito hanno una luce al neon abbagliante che come prima cosa mette in risalto le borse sotto gli occhi e le rughe e già predispone male al resto. Poi, almeno questo è quello che succede a me, ti trovi lì per qualche casualità (un capo che hai visto in vetrina, i saldi di fine stagione interessanti), vestita da tutti i giorni e con una serie di cose a carico, tipo la cartelletta di lavoro, la borsetta, il sacchetto della spesa, l’ombrello. Già metà del camerino viene ingombrato da questo, in più ci si aggiunge il fatto che quasi sempre c’è un unico attaccapanni dove appoggi il capo che hai scelto. Il resto lo accumuli per terra. Se è d’inverno, è improbabile che tu abbia indosso calze o scarpe adeguate all’indumento scelto, quindi il risultato è sempre abbastanza sconfortante. Di fuori la commessa incalza Come va? E tu vergognosamente tiri la tendina e inizi a giustificarti “Ecco, forse visto con queste calze, o con questo maglione … non rende” . E la commessa si affretta a portarti qualche altro capo più adeguato da abbinare, nella speranza di aumentare il numero degli acquisti. Tu fai le smorfie, lo appoggi al corpo, imprechi per le mille imperfezioni che lo specchio ti rimanda, pensi che so a Claudia Schiffer e ti dici che schifo che fai. Ma la commessa insiste: “E’ fatto proprio per lei”, anche se tu vedi che ti balla in vita o che le maniche sono troppo corte. Perché in questo caso è quasi matematico che la commessa ti dica: “Dopo qualche lavaggio un po’ cede”

Se poi parliamo di scarpe, le cose non funzionano meglio. Ho il piede lungo e largo e talvolta necessito del mezzo numero in più, che è veramente eccezionale da trovare. E allora il solerte commesso incomincia a premere la punta della calzatura e con aria convinta e speranzosa ti fa notare “Vede che c’è spazio?”, se però tu rispondi che è un problema non di lunghezza, ma di larghezza, a questo punto respira sollevato e ti rassicura “Non si preoccupi, dopo un po’ che le mette si allargano”. In questo modo ho buttato via in gioventù un certo numero di scarpe, perché non osavo dire di no.


dal blog fotografiain.wordpress.com

TartaRugosa ha letto e scritto di: Alberta Basaglia (2014) con Giulietta Raccanelli Le nuvole di Picasso Feltrinelli, Milano

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Alberta Basaglia (2014)

con Giulietta Raccanelli

Le nuvole di Picasso

Feltrinelli, Milano

C’è un passato che ritorna, leggendo queste pagine.

Il fatto che Alberta abbia tre anni e una virgola più di me significa aver vissuto più o meno contemporaneamente eventi, cultura, musica, letture di quegli anni. Gli anni del baby-boom, della risalita economica, ma anche gli anni delle conquiste sociali, delle piccole-grandi rivoluzioni, delle contestazioni.

La differenza è che Alberta questo clima l’ha vissuto da protagonista, anziché da spettatrice.

E’ attraverso lo sguardo di una bambina affetta da coloboma che le sue parole scivolano libere, così come le nuvole vaganti nei cieli azzurri disegnate sulla carta da pacchi.

“Ma tu perché guardi con la testa storta?” “Perché guardo storto? Perché così ci vedo meglio”. Una risposta perfetta, positiva e soddisfacente per il pubblico, ma anche per la bambina curiosa, che dalla sua simile si aspettava solo una cosa semplice come le cinque parole ricevute…. Esistono anche modi semplici per comunicare.

Vedere di sghembo non è certo un impedimento: ho vissuto senza limitazioni. Sono stata lasciata libera di decidere il mio modo di vedere. …La vita dei due genitori che mi erano capitati in sorte era talmente identificata nella loro scelta che tutto rientrava nello stesso calderone: l’idea era che tutti, proprio tutti – maschi, femmine, matti, malati, bambini, bambini malati – dovevano avere una possibilità per poter vivere la loro vita. La malattia c’è, non la si nega, ma il fatto che ci sia non deve impedire alla persona in questione di poter vivere e agli altri intorno di poter stare con lei.

Il passo indietro negli anni è vivido. Ci sono i riferimenti a Pippi Calzelunghe (Pippi, Pippi, Pippi che nome, fa’ un po’ ridere,
ma voi riderete per quello che farò!), agli episodi della Freccia Nera (prime identificazioni adolescenziali nell’eroe Aldo Reggiani e la sua amata, l’esordiente Loretta Goggi), ai cartoni del Carosello (Pallina con la sua coda bionda ballare e lucidare i pavimenti con la cera Solex o per non poter sognare sulla vita sempre rosa con la brava Maria Rosa e sul gigante buono che a detta delle mie compagne pensava sempre lui a tutto), ma anche ai primi prodotti di “lusso” e alla prima versione del centro commerciale: la Standa.

Ma non bastava, per nutrire la mia cultura assetata di pop andavo anche alla Standa. Con l’Adriana e la Marisa giravo tra gli scaffali e ascoltavo il sottofondo sonoro, le canzoni “da Standa” appunto: Twist and shout, Nessuno mi può giudicare, E la pioggia che va, Ventinove settembre. Poi, finalmente, con i punti della Mira Lanza sono arrivati il mangiadischi portatile marrone e una radiolina.  … Nella rivoluzione normale di casa nostra si era così costruito uno spazio accogliente per molti generi diversi. Per Patty Pravo, per Mozart, per le canzoni partigiane, per i canti dei minatori del Sulcis. Lucio battisti invece era escluso dalla nostra familiare hit parade; era troppo alto il rischio di aprire l’inevitabile infinito dibattito su un quesito ai tempi fondamentale: “Ma Battisti è di destra o compagno?”.

Sì, c’è proprio tutto. Solo che per Alberta lo sfondo delle sue nuvole è di grande respiro:

Alla fine la casa si svuotava e iniziava il ticchettio della macchina da scrivere della mamma. Nella penombra sentivo il fumo di sigaretta che fluttuava da una camera all’altra, insieme alle parole di Franco e Franca. …Le loro voci in compagnia delle truppe intellettuali evocate: Marcuse, Sartre, Conolly, Goffmann,. Heidegger, Hegel, Marx, Gramsci. Arrivavano tutti puntuali a darmi la buonanotte. Era la mia ninna-nanna, che durava fino a tarda, tardissima ora… C’è quella teoria che dice che se di notte mentre dormi qualcuno ti legge delle cose, tu alla fine le impari, nel sonno, senza nemmeno rendertene conto. Credo che sia quello che è successo a me.

Scorrendo le pagine l’una dopo l’altra si riesce ad entrare in quelle giornate frenetiche, intense, con il kilt rosso e blu, l’infantile invidia per i vestiti a fiori della Rosa, i maglioni senza cuciture preparati dalla Franca con i gomitoli arrivati dalle matasse stese sulle braccia di Alberta: braccia ben dritte in avanti per tenere tesa la lana tra polso e gomito, movimento leggermente ondulatorio per permettere al filo di scorrere veloce e arrotolarsi per bene e con ritmo in mano alla mamma, davanti a me; io da una parte e lei dall’altra della stanza.

Scene di ordinaria quotidianità, come i viaggi in macchina da Gorizia a Venezia e le interminabili soste di Franco dal rigattiere: Franco si aggirava tra i vecchi mobili impolverati e le tante piccole cose di pessimo gusto che in genere affollano questi luoghi …  Tra tanta paccottiglia, annusato il pezzo che gli interessava, partiva con un lungo, lento, ragionato avvicinamento … sfide lanciate a se stesso per riuscire a portare dalla sua il robivecchi.

Lo stesso Franco che sulla spiaggia, dopo cinque brevi, contemplativi minuti, già scalpita e ridacchiando dice: “Bè, adesso andiamo?”. “Ma se siamo appena arrivati!” … A ripensarci, anche il tempo libero può essere noioso se non riesce a entusiasmarti quanto ti entusiasma il tuo mestiere. Beato lui che si è trovato un lavoro che gli è piaciuto così tanto.

E piano piano arrivano le personalità della Franca e del Franco dell’Alberta e dell’Enrico: Nessuno ci ha mai lasciato “di là” perché “non erano cose da bambini”. In quell’ultimo luminoso piano del palazzo della Provincia, le porte non si chiudevano, le parole ci raggiungevano sempre, da una stanza all’altra, insieme all’odore del fumo di sigaretta, al ticchettio della macchina da scrivere e agli squilli del telefono. Queste diverse presenze erano il mio quotidiano. Questa è stata per me la rivoluzione più normale del mondo.

C’è il caffè del Signor Toni, appuntamento irrinunciabile di ogni sabato:

Poi giù di corsa, perché il signor Toni stava aspettando Franco al bar del piano terra. Era il momento del loro caffè. Non c’era settimana che lo saltassero. … Appena ci vedeva ci salutava con un sorriso mesto e gli occhi tormentati di chi convive con la sofferenza mentale e con le sue numerose crisi. Quelle sedute al tavolino del bar evidentemente funzionavano e sono andate avanti per anni. E per anni lui è riuscito a non smarrirsi … Quelle conversazioni con Franco davanti a un caffè riuscivano a non farlo perdere nei suoi fantasmi … Il papà ci avrebbe raggiunto di lì a neanche un’ora.

C’è la Lettera 22 della Franca:

Un giorno capita che sulla libreria-scrivania della mamma, la sua Olivetti carta da zucchero abbia un foglio scritto quasi per intero che spunta fuori dal rullo gommoso … Riconosco nella storia appena letta tutto il lavorio, tutto il fermento che mi stava attorno. Riconosco i medici entusiasti dell’impresa, quelli che venivano a tavola con noi. … Eccolo qui il ribaltone in corso nelle mura dell’ospedale di papà. La mamma con queste sue righe me lo mostrava attraverso le sue parole … Nel 1982 il libro sarebbe uscito col titolo Manicomio, perché?

E intanto corre l’anno Sessantotto:

Sui muri appena fuori dalle aule comparivano scritte nuove “Voglio essere orfano”. I genitori erano diventati istituzioni da abbattere alla luce del sole. Ma papà mio malgrado, per quegli studenti non era da buttare, anzi. Era considerato uno di loro, perché lui dal ’68 stava a Gorizia a riorganizzare i seicento matti dell’ospedale psichiatrico, a smantellare la sua istituzione, mattone dopo mattone. …Contestarlo sarebbe diventato un lusso solo nostro, molto privato.

La storia che oggi noi conosciamo come Legge Basaglia, Alberta l’annuncia con la parole ascoltate in una mitica trasmissione di quei tempi, TV7, direttamente dalla voce di Sergio Zavoli:

Nel novembre del 1962 l’équipe psichiatrica diretta dal professor Franco Basaglia, apre il primo reparto dell’ospedale e inaugura, anche in Italia, la comunità terapeutica.

E lievi come le nuvole, ci sono anche loro, i matti. Le pareti arancioni e blu del signor Velio,  il signor Carletto in portineria e le signore brutte e grasse ma fresche di parrucchiere, fiere delle loro pettinature da casco e bigodino, la Desolina che ricamava immagini sacre, la Maria che stava silenziosa, quando era tranquilla, Ma anche la Romana di anni 11 e i tanti bambini dimenticati che Alberta troverà nel 1978, diventata grande e decisa, per la sua tesi di laurea, di setacciare cento anni di vita dell’ospedale, dal 1872 al 1972, per scoprire quanti bambini dimenticati in vita e in morte siano passati di lì, per farli uscire da quelle carte ammuffite e per leggere le loro storie. … Sempre invisibili, mischiati ai pazienti adulti. Ero decisa a farmi amici anche loro. Solo così avrei potuto controllare l’angoscia e guadagnarmi la forza di raccontarli.

Vedere di sghembo non è certo un impedimento, quando si decide di alzare i tappeti e mostrare la polvere che c’è sotto nascosta.

“Vede, la cosa importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibile diventa possibile. Dieci, quindici, vent’anni fa era impensabile che un manicomio potesse essere distrutto. Magari i manicomi torneranno a essere chiusi e più chiusi di prima, io non lo so, ma a ogni modo noi abbiamo dimostrato che si può assistere la persona folle in un altro modo e la testimonianza è fondamentale. Non credo che il fatto che un’azione riesca a generalizzarsi voglia dire che si è vinto. Il punto importante è un altro, è che ora si sa cosa si può fare”. Avrebbe detto così mio papà, un anno prima di morire, durante il giro di conferenze in Brasile; era il 28 giugno 1979.

Oggi, 2014.

C’è un passato che ritorna, leggendo le pagine di Alberta. Il mio passato con i “miei” matti, in quel parco che ancora domina la città.

A loro, a Franco, alla Franca e ad Alberta dedico uno dei primi successi di Davide Van De Sfroos e una serie di fotografie in attesa della libertà.

TARTARUGHE INFINITE, di Grazia Apisa Gloria, in AMORE CHE MI PARLI, Golden Press 2010, 3 GIUGNO 2011

TARTARUGHE INFINITE

Passano lentamente
attraversano il giardino
sognano il sole
Escono nel tepore con occhi adoranti
Dopo il lungo letargo

Tartarughe infinite
sacralità dell’attesa

di Grazia Apisa Gloria, in AMORE CHE MI PARLI, Golden Press 2010

 

QUATTRO TARTARUGHINE IN GIARDINO, Cermenate (Como). ottobre 2018

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TartaRugosa ha letto e scritto di: Rosamund Young (2017), La vita segreta delle mucche, Garzanti, Milano

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Venti cose da sapere sulle mucche:

  1. Le mucche si vogliono bene … almeno alcune

  2. Le mucche si fanno da baby sitter l’una con l’altra

  3. Le mucche covano rancore

  4. Le mucche inventano giochi

  5. Le mucche si offendono

  6. Le mucche sanno comunicare con le persone

  7. Le mucche sanno risolvere problemi

  8. Le mucche hanno amicizie che durano una vita

  9. Le mucche hanno preferenze riguardo al cibo

  10. Le mucche possono essere imprevedibili

  11. Le mucche possono essere di buona compagnia

  12. Le mucche possono essere noiose

  13. Le mucche possono essere intelligenti

  14. Le mucche amano la musica

  15. Le mucche sanno essere gentili

  16. Le mucche possono essere aggressive

  17. Le mucche sanno essere affidabili

  18. Le mucche sanno perdonare

  19. Le mucche possono essere ostinate

  20. Le mucche sanno essere sagge

Rosamund scrive di getto le osservazioni raccolte nella sua fattoria inglese di Kite’s Nest e sente il dovere di specificare quanto segue:
Mentre mettevo insieme queste pagine, mi sono ricordata che solitamente i libri sono divisi in capitoli. A dire il vero, per la maggior parte, i miei aneddoti si intrecciano l’uno con l’altro a formare un racconto, il che rende la scansione in capitoli inutile e artificiale. Per guidare il lettore, mi sono quindi limitata a inserire titoletti tra le sezioni.

Già l’albero genealogico delle varie generazioni dei bovini stampato a inizio libro segnala la particolarità della scrittura: una sorta di reportage documentaristico dove le immagini sono sostituite dal racconto di storie di vita sociale delle mucche (e anche altri animali della fattoria).

Infatti un conto è osservare un singolo animale, un conto è poter avere l’occasione di seguirne un certo numero per scoprire che, come l’essere umano (fatte le debite proporzioni), anche “i bovini riescono a trovare lo spazio per dedicarsi ad attività extracurricolari, come fare da baby-sitter alla prole di un’amica, piluccare more, ingaggiare qualche round di lotta con un albero o un mucchio di sabbia, giocare a rincorrersi con un gruppo di giovani o con una volpe, oppure discutere con la figlia del parto imminente”.

Grazie a Carla e Gabriele – che non scordano le mie passioni animalesche -questa specie di diario di campagna mi ha portato decenni addietro, quando bambina scrutavo dalle griglie delle feritoie della stalla gli occhioni delle mucche di zia Augusta, mentre, facendo il giro dell’aia, dalle porte aperte del loro rifugio mi beavo dei larghi posteriori su cui le frustate della coda giungevano ritmicamente a scacciar fastidiose mosche. Quell’amore di ieri si è conservato fino ad oggi, trovando conferma delle mie fantasticherie affettive negli episodi narrati nel testo.

Sostiene Rosamund Young:
Di mucche, come di persone, ce ne sono di tutti i tipi. Possono essere molto intelligenti, oppure un po’ dure di comprendonio; amichevoli, premurose, litigiose, docili, creative, un po’ tonte, orgogliose o timide. In una mandria abbastanza grande sono presenti tutte queste caratteristiche, e da molti anni siamo fermamente convinti che è giusto trattare i nostri animali come individui.

E’ di pochi giorni fa la gita a Fabrosa Soprana (Cuneo) organizzata dall’associazione universitaria Environmental per visitare le grotte di Bossea.

L’episodio più divertente della giornata è stato l’inaspettato blocco stradale che ha spostato la meticolosa programmazione del tour.

Un incidente di vetture?

No, sull’incredibile strada immersa fra boschi, castagneti e torrente, quasi ad unica corsia, c’era solo il nostro pullman.

Una frana?

No, anche se il giorno prima aveva diluviato abbondantemente.

Un controllo della polizia?

Nemmeno, in questi borghi totalmente agresti e abitati da poche anime risulta difficile pensare a eventi criminali.

Sotto il sole radioso che illuminava il foliage autunnale siamo scesi quasi tutti, visto che l’annunciato blocco sarebbe durato una decina di minuti.

E praticamente tutti abbiamo immortalato la causa non preventivata.

TARTARUGHE in autunno e in attesa del letargo invernale, 21 ottobre 2018

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