TartaRugosa ha letto e scritto di: Remo Ceserani, Danilo Mainardi (2013), L’uomo, i libri e altri animali, Il Mulino, Bologna

Il tutto è partito da una lettura casuale a me riferita: “I rettili erano comparsi da poco quando in alcuni s’andò sviluppando la novità evolutiva di una corazza insieme cornea e ossea. Un notevole avanzamento di carattere difensivo, avvenuto ben più di duecento milioni di anni fa. Una volta rinchiusesi lì dentro, però, queste primitive tartarughe divennero conservatrici e, praticamente, smisero di evolversi. Loro (a differenza di altri animali) tartarughe erano e tartarughe sono rimaste”.

Sob, sono da un’eternità vittima di una stasi evolutiva: “La loro stirpe, in definitiva, s’è specializzata troppo e ciò adesso le impedirebbe di sviluppare quelle soluzioni adattative che forse le sarebbero utili per continuare a sopravvivere”.

Liquidata così dal mio mitico, amato Danilo Mainardi?

Stasi per stasi, (che sia stato quello sforzo primordiale a costringermi a dormire per metà della vita?), la lettura è piacevolmente proseguita con il dibattito-epistolario fra due ex compagni di scuola – Remo Ceserani e Danilo Mainardi – che hanno intrapreso strade diseguali, ma conservato la stessa abitudine di essere curiosi verso il sapere e la conoscenza. Anche in questo volume, dove si interseca lo sguardo di due apparenti differenze: “Io perennemente con l’etologia in testa, lui con in testa la letteratura. Passioni contrapposte? Si vedrà.”

Il gioco è proprio questo: cimentarsi in un viaggio tra letteratura ed etologia per trovare analogie e contrasti (ma pure possibili convergenze) tra i rispettivi campi di ricerca ed interessi, affidandosi a parole appartenenti ad entrambi i mondi letterario ed etologico.

Ecco emergere quindi temi come la comunicazione, i personaggi romanzeschi e l’antromorfizzazione di alcuni animali, la cultura e l’evoluzione biologica, il linguaggio, l’aggressività, i sogni, il sesso, la paura.

Da un lato le posizioni di Mainardi che si fondano sulla globalità delle forme di vita, senza soffermarsi unicamente su quella umana, dal cui aspetto culturale è invece attratto il letterato Ceserani. E mentre Ceserani mette a fuoco solo la storia culturale della nostra specie, Mainardi adotta l’ottica del paleontologo, ovvero: “Mi viene da ragionare in termini di milioni, talora addirittura di miliardi di anni. Per me Homo sapiens è una specie giovanissima, sempre sotto il collaudo della selezione naturale, e ti assicuro che è una specie a rischio. Mi viene dunque da sorridere quando la Chiesa cattolica si vanta di durare ormai da duemila anni. E che saranno mai duemila anni, anche per la nostra giovanissima specie, nell’ottica del paleontologo?

La discussione sulla cultura diventa particolarmente feconda grazie all’analisi condotta da Bauman, sociologo citato da Ceserani, per evidenziare il passaggio dalla modernità alla postmodernità. Bauman così sintetizza le sue riflessioni sulla concezione di modernità solida e liquida: “da una parte le nazioni e le istituzioni sociali, familiari e individuali forti, l’egemonia del centro sulla periferia, gli equilibri di potere, i conflitti e le guerre, la ricerca di identità, i problemi della sicurezza, le pratiche di esclusione e sospetto verso gli altri,le forme di assimilazione forzata; dall’altra il sistema decentralizzato, la multidimensionalità e fluidità dei rapporti, l’ibridazione, gli spostamenti massicci di popolazioni, l’aspirazione alla libertà, l’uso della rete nei sistemi della comunicazione”.

Tale citazione serve a Ceserani per dimostrare come, nella specie umana, il sistema culturale si fondi su aspetti politici, etici e morali di possibile evoluzione in tempi brevi: “Se le analisi di Bauman sono vere, tu e io, nati nella prima metà del Novecento, avremmo vissuto in due sistemi sociali e culturali nettamente diversi: un’infanzia, adolescenza e giovinezza solide e una maturità liquida”.

Mainardi conferma: “occorre rilevare che l’evoluzione culturale è straordinariamente più rapida di quella biologica. Il cambiamento evolutivo culturale può infatti determinarsi all’interno di una popolazione in brevissimo tempo, senza attendere ricambi generazionali.” Pur tuttavia non può non considerare l’aspetto della selezione naturale “un comportamento, indipendentemente dal fatto che sia trasmesso per via genetica o apprendimento sociale, se mal adattativo viene comunque penalizzato dalla selezione naturale”, quindi un tipo di evoluzione che si sviluppa in un movimento lungo e interrotto, tendenzialmente lento, contrario alla visione di Ceserani che percepisce l’evoluzione culturale “come un movimento più agitato e drammatico, fatto di salti e di conflitti.”

Ed è qui che l’occhio del paleontologo riesce a coniugare ciò che le teorie dividono:”la vita non è che un unico, seppur lungo, episodio. Gli studiosi della biologia sono innanzitutto degli storici, studiosi di una storia naturale che non potrebbe mai ripetersi uguale a come è stata, con le stesse specie, i suoi rigogli, le sue crisi, i suoi equilibri e squilibri, estinzioni e nuove comparse, mescolamenti”. E aggiunge Mainardi “Dovendo però anche confrontarmi con la vita di tutti i giorni … è come se possedessi due distinte consapevolezze. Una lente che mi consentisse di guardare questo modesto spazio temporale amplificato, dove io sono ben più partecipe, e un’altra che se risale all’età dei dinosauri, diventa come un film accelerato. La progressiva scomparsa di quei rettiloni, della conseguente comparsa dei loro nipoti uccelli, della trasformazione di qualche dinosauro in coccodrillo o caimano o alligatore, della subdola apparizione dei primi piccoli mammiferi”. La vita è tutta vita, ma è come se l’uomo la volesse interpretare come leggenda, teso com’è ad anteporre innanzi tutto se stesso.

Certo l’uomo appare come l’animale culturale per eccellenza, ma è pur vero che anche altre specie animali sono in grado di produrre e trasferire fra loro soluzioni di problemi, linguaggi e innovazioni. ”All’interno dei sistemi comunicativi delle specie animali, quanto ai contenuti, si va da informazioni fondamentali per la sopravvivenza, come la specie e il sesso d’appartenenza, a segnali che possono essere ritenuti analoghi a vere e proprie parole create ad hoc per indicare qualcosa che proprio in quel momento sta avvenendo”.

Le storie di animali che corroborano la discussione sono numerose e gustosissime (sia viste con l’occhio dello scienziato che attraverso le opere di famosi scrittori) e sollevano curiosità e risposte che ben evidenziano quanti misteri ancora debbano essere svelati sulle convergenze tra la specie umana e le altre abitatrici del nostro pianeta.

Nello scenario della trattazione di temi sulla consapevolezza, la morte, l’aggressività, la violenza, la paura, Mainardi rilancia e pone in primo piano una sgradita specificità tipica dell’essere umano: “noi esseri umani siamo una specie molto diversa da tutte le altre soprattutto perché abbiamo sviluppato una straordinaria e unica capacità di evoluzione culturale.. Ciò ci è costato, in termini evolutivi, la perdita quasi totale delle istruzioni genetiche per stare al mondo (i cosiddetti istinti tanto per intenderci), ed è proprio per questo che abbiamo una sete di conoscenza sempre impellente, indispensabile per la nostra stessa sopravvivenza di animali culturali. Ecco allora che noi animali onnivori (dunque parzialmente carnivori), certe altre specie dobbiamo ‘consumarle’, in quanto culturali, non solo mangiandole, ma anche in altri modi, e cioè per il nostro insaziabile bisogno di conoscenza. E’ all’interno di questo bisogno che, tra le curiosità in qualche caso giustificabili, si localizza la sperimentazione sugli animali”.

Riconosce, Mainardi, un fenomeno etologico che riguarda solo la nostra specie: la pseudospeciazione, e di essa ne parla per affrontare il tema della violenza e dell’aggressività, spiegando che “sono rari i casi naturali in cui le interazioni aggressive intraspecifiche sfociano nella morte. Le due possibili soluzioni naturali degli scontri aggressivi fra animali non portano mai all’uccisione dello sconfitto, ma, in alternativa, o all’interazione sociale o a una spaziatura fra gli individui”.

Il termine pseudospeciazione viene citato da uno studio di Konrad Lorenz: “Ogni gruppo culturale sufficientemente circoscritto tende a considerarsi una specie a sé e a non ritenere come veri e propri uomini i membri di altre unità analoghe … poiché i nemici non sono considerati veri uomini, si può infierire su di loro tranquillamente”.

Secondo questa definizione, Mainardi afferma che è la cultura (o certi tipi di cultura) a rendere l’uomo crudele. Per natura, infatti, l’essere umano dovrebbe essere altruista ed empatico; razzismo, fanatismo, olocausto, santa inquisizione, torture vengono riservati, secondo la pseudospeciazione, ad esseri in vario modo classificati, ma sempre in senso fortemente negativo, come ‘diversi’. “La pseudospeciazione, i riti di guerra, la disciplina assoluta e acritica richiesta ai soldati, la propaganda che racconta l’avversario come perennemente aggressivo, l’obliterazione dei segnali etologici di paura e resa, utili in natura per smorzare gli attacchi, fanno slittare la sana e adattativa aggressività animale in qualcosa di ben più atroce. E tutto ciò non per natura ma per cultura. Certo è che in nessun’altra specie, tranne che nell’umana, gli individui risultano così disinvoltamente, e consapevolmente, sacrificabili”.

Anche di se stessi, verrebbe da aggiungere, leggendo queste parole sull’evoluzione della vita sulla Terra: “Nella storia della vita sulla Terra si sono già verificati, e superati, cinque periodi di grave crisi. Non per nulla quella che stiamo vivendo viene dai paleontologi definita la ‘sesta estinzione’. Le precedenti crisi non furono comunque mai definitive. Altrimenti non saremmo qui. E, occorre rilevare, al loro termine seguì sempre un periodo di rigoglio evolutivo. Rimane però istruttivo il fatto che, a decretarne la fine fu, come del resto è logico, la scomparsa della causa stessa che le aveva prodotte. Ebbene, è fondamentale allora ricordarci che la sesta estinzione, quella che stiamo vivendo, l’abbiamo fabbricata soltanto noi. Sarebbe dunque essenziale che comprendessimo, ma sul serio, che è solo salvando le altre specie, soprattutto salvando gli equilibri naturali, che potremmo salvare noi stessi. Altrimenti sarebbe come se stessimo allegramente organizzando, col nostro comportamento intelligente, il nostro suicidio.

Beninteso a tutto vantaggio del mondo postumano!

TartaRugosa ha letto e scritto di: Jostein Gaarder (2019), Semplicemente perfetto, Traduzione di Ingrid Basso, Editore Longanesi

Semplicemente perfetto, quante volte siamo riusciti a dire queste due parole, oppure a pensarle?

Vivere o immaginare occasioni, circostanze, eventi in cui tutto funziona così come lo attendiamo, nulla fuori posto, momenti magici dove si vorrebbe che il tempo si fermasse o restasse immutabile.

Così come accade nell’incontro tra Albert e Eirin:

Ci conoscevamo soltanto da una settimana, ma ci sembrava di aver vissuto insieme tutta la vita, o meglio, perché è questa la verità, era come se sapessimo che avremmo vissuto un’intera vita insieme, e questa consapevolezza si manifestò per la prima volta durante una gita a bordo di una barca a remi rubata sul Glitretjern.

Non è solo l’intesa e il presentimento di un futuro di coppia: anche il luogo della fuga d’amore è semplicemente perfetto.

Perdemmo letteralmente la testa per quello scintillante lago nel bosco. C’era un piccolo capanno di legno dipinto di rosso, col tetto spiovente e le imposte bianche, isolato su un’angusta baia … come se presentissimo che quello un giorno, dopo molti, molti anni, sarebbe stato il nostro lago e che la casetta rossa un giorno sarebbe stata nostra…. Prendemmo a calci la porta ed entrammo …poco prima di addormentarci, esausti di tenerezza e di piacere, Eirin sussurrò che la capanna era davvero una Casa delle fiabe.

Lo sappiamo tutti, però – anche se fatichiamo a riconoscerlo – che il susseguirsi dei giorni non è mai perfetto. Anche nell’amore si insinuano tentennamenti, segreti, dubbi, tormenti.

Ripenso a Marianne come alla mia fidanzata di gioventù, per qualche istante rivivo la nostra intimità di allora. Poi c’è stato un intermezzo, molti anni dopo, e non è un bel ricordo. Eirin non l’ha mai saputo. Il ritorno di fiamma con Marianne durò qualche settimana, finché io fui sopraffatto dalla vergogna e dal pentimento.

Tuttavia il magico potere della Casa delle fiabe fa riprendere linfa al rapporto: ricominciammo a guardarci e a passare più tempo insieme.

Di nuovo, tutto sembrerebbe semplicemente perfetto, se non fosse che succede qualcosa di troppo sconvolgente per ritenere che i giorni a venire abbiano lo stesso sapore.

Siamo così sconfinati, insondabilmente ricchi di impressioni vitali, di conoscenza, di ricordi e di legami. E se ci spezziamo, tutto si dissolve, si allontana e viene dimenticato.

La vita di un uomo si riassume semplicemente così: C’era una volta … E venne una notte.

Adesso è arrivata la notte.

Prima un indizio, poi una diagnosi.

Mentre Eirin è lontana per un importante convegno in Australia e Marianne vicina – l’ex fidanzata è diventata ora loro medico curante – sarà proprio quest’ultima che cercherà di accompagnare alla crudezza delle parole una vicinanza emotiva.

Ero stato da Marianne per farmi visitare la mano. Nel giro di poco tempo le dita erano diventate rigide e immobili.

Ripenso a Marianne, a tutto ciò che è riuscita a dirmi, a tutto ciò che è riuscita a tradurre in parole con la più grande leggerezza. Credo sia andata ben oltre il dovere di un medico di famiglia. … E’ rimasta seduta e mi ha accarezzato le mani: non solo quella malata, ma anche quella buona. In pochi secondi è riuscita a stordirmi completamente. E’ stata una specie di lobotomia.

Ho la sclerosi laterale amiotrofica, la SLA.

Mi dà da uno a tre anni di vita e quando le chiedo di essere più precisa, ammette che meno del cinquanta per cento dei malati è ancora vivo un anno e mezzo dopo la diagnosi.

Quando si giunge a fare i conti con le imperfezioni del corpo e quando le previsioni restringono il tempo che rimane, c’è bisogno di interrogarsi sul senso di una vita che sta per cambiare, anzi che sta già cambiando.

Devo scrivere, perché la scrittura è il solo modo per mettere a fuoco tutto. Mi costringe a sintetizzare i pensieri prima che finiscano sulla carta.

La perfezione, in tal senso, forse è proprio quella di chiuderla lì, con la vita, prima di verificare ciò di cui il corpo è ancora capace di riservare nel decorso della malattia.

Questo giorno è arrivato all’improvviso. Non sono ancora riuscito ad accettare l’idea che presto dovrò lasciare tutto, assolutamente tutto. …Non ho paura di morire, quasi il contrario: ho addosso una tristezza così profonda per il fatto che presto avvizzirò e me ne andrò, che non so per quanto tempo avrò il coraggio di conviverci.

Io ho la libertà di scegliere di rompere con tutti i legami sociali e di trovare per conto mio una via di ritorno alla natura.

Ed è semplicemente perfetto poterlo fare proprio nel luogo più amato e desiderato, nella Casa delle fiabe, violata in un giorno d’estate, e ritrovata dopo lunghi anni, quando il proprietario decide di venderla a quella coppia che riconosce, senza però rivelarlo, come i due ragazzi che si erano intrufolati nella sua casa durante la sua assenza.

Che cosa fa una persona quando prende congedo dalla vita? Scrive. Scrive a chi rimane per non lasciare nulla in sospeso, per spiegare, per raccontare i lati più misteriosi e segreti del proprio passato, per rivivere la propria storia.

Sono davanti al sommo commiato della mia vita e non sento più la necessità di trattenere nulla…. Non ho intenzione di andarmene da questo pianeta lasciandomi dietro una grande menzogna.

Sul “libro della baita”, nelle pagine ancora bianche, Albert scrive a Eirin, al figlio Christian e sua moglie June e alla nipotina Sarah, perché tutti devono sapere che la sua scelta coincide con il modo perfetto per andarsene con dignità, senza essere di peso a nessuno.

Presto non sarò più in grado di comunicare con il prossimo. In primavera sentirò cinguettare il merlo, ma non sarò più in grado di voltarmi per cercare di individuarlo.

Qualcosa impedirà però che il commiato diventi concreto.

E’ semplicemente perfetto essere parte dell’universo, perché esso stesso è stato perfettamente adatto fin dal primo momento per atomi, molecole, stelle e pianeti. E per esseri viventi come noi.

Nelle ventiquattro ore che si è concesso per scrivere il suo addio, Albert non dialoga solo con i suoi ricordi e i suoi turbamenti: nella solitudine della Casa delle fiabe altre presenze vitali si aggirano con un intreccio triangolare teso a ricomporre il dilemma della scelta. Noi non siamo soltanto natura. Siamo una fitta trama in cui rientrano i contesti famigliare, sociale e culturale.

Alla ricerca dell’Uno con il Tutto, Albert riflette sul rapporto con l’universo e di quanto esso sia infinitamente più grande e più forte della nostra fugacità terrena, ma ancor più riflette su ciò che unisce gli essere viventi e su quanto sia fondamentale avere accanto persone che ti sostengono nei momenti più bui dell’esistenza.

I piccoli semi di un iniziale processo di riconciliazione partono proprio dalla considerazione che avere solo poche ore per dire addio al mondo e agli affetti è troppo poco e che c’è la necessità di potersi regalare una seconda possibilità, qualsiasi cosa accada. I giorni che sono stati quasi soltanto buoni ormai stanno alle nostre spalle. Ora arriveranno quelli cattivi, ma forse ci troveremo qualcosa di buono.

Resto fermo a osservare il lago per un lungo istante. Bizzarro, penso, quanto scuro e minaccioso apparisse questa notte. Adesso è azzurro come l’erba trinità, e come il cielo terso di oggi.

… Erano diversi giorni che pensavo di spedirti la foto che vedrai in allegato. L’ho scattata nella Desert Haus del parco di Schönbrunn (VIENNA) … , da una mail di A. C., 19 maggio 2019

IMG_20190428_160415 (FILEminimizer)

TartaRugosa ha letto e scritto di: Gabriele Romagnoli (2017), Solo bagaglio a mano, Universale Economica Feltrinelli, Milano

Suggerire a una tartaruga di viaggiare con solo bagaglio a mano è divertente, data la sua innata propensione a trascinarsi appresso l’intera casa. Ma, forse proprio per questo, il guscio può essere paragonato a una valigia, in cui, tolto il corpo, non rimane molto altro spazio in cui stipare “roba”.

Alla base del libro troviamo proprio questo concetto: la ricerca dell’essenza è intrecciata al sapersi liberare dal superfluo e a saper imparare ad agire per sottrazione.

Tutti noi abbiamo troppe cose che non ci servono o ci portano sulla strada sbagliata, bagagli troppo pesanti che ci inducono a scegliere percorsi più facili per non faticare troppo. Amiamo il segno più e il meno ci spaventa. Eppure ‘fare a meno’ è un verbo da coniugare con esultanza.

La metafora del viaggiare leggeri è quanto mai efficace se applicata all’umana predisposizione ad individuare il senso della propria esistenza.

L’autore sviluppa una serie di riflessioni grazie alla partecipazione ad un originale esperimento svolto in Corea del Sud, dove, per ostacolare l’elevato numero di suicidi, viene proposto un falso funerale con relativa chiusura in una bara, non prima di aver scritto su un foglio l’ultimo saluto alle persone più care e disposto la destinazioni dei propri beni materiali. La cerimonia comprende la vestizione con un abito funerario senza tasche.

Scopo di questo bizzarro rituale non è prepararsi a morire quanto, piuttosto, imparare a vivere.

Perché nel momento in cui ti confronti con la tua finitudine scopri di quante cose sei ingombro, sacrificando spesso a loro spazio prezioso per ciò che nella vita conta davvero.

In questa claustrofobica chiusura nascono in Romagnoli ricordi di eventi, aneddoti, cronache di vita che per il giornalista meritano di essere evocati per stimolare un pensiero critico sul nostro occidentale modello di vita.

Il recupero dell’operazione di sottrazione (togliere anziché aggiungere) aiuta a comprendere che i limiti in generale sono un vantaggio, non una diminuzione delle possibilità. Le convinzioni sono indumenti superflui. Come eliminarle? Per cominciare, le certezze. Quelle più definitive e solide, quindi più pesanti, quelle assolute: scaricarle pensando che invece è tutto relativo.

Nel bagaglio a mano, dove lo spazio è ridotto, ci metti non quello che ci sta, ma quello che vuoi. Quante volte tendiamo a caricarci di ciò che non serve o scegliere situazioni in cui non consideriamo che la fatica è superiore al risultato! Ancorati alla certezza che l’accumulo sia un simbolo di prestigio, di potere, o di un fittizio senso di godimento non ci accorgiamo di quanto nella nostra vita è in sovrappiù.

Un racconto autobiografico scuote la mia attenzione: si tratta della madre dell’autore e del suo acquisto di un bellissimo, morbido tappeto da bagno che, dopo essere stato esibito e aver raccolto molto entusiasmo dalla famiglia, viene inspiegabilmente riposto nel ripiano più alto di un ripostiglio. Forse per non sciuparlo, o per le grandi occasioni, o per tenerlo nel dovuto rispetto dato il suo pregio. E nel frattempo nel bagno di caso continuano a susseguirsi tappeti di scarsa qualità. Il piacere di poter usufruire dell’oggetto annientato dal piacere del possedere: le infinite, quasi tutte sbagliate, declinazioni del verbo possedere. Che per me significa: essere posseduti. Credi sia attivo, invece è passivo.

Come mi ci riconosco anch’io! Talvolta le tentazioni non sono respinte perché prevale il senso del bello, del possesso per l’appunto, ma poi, trascorso il momento del godimento, quell’oggetto resta lì per diverse ragioni: un senso di colpa per aver speso soldi per qualcosa di non indispensabile, la costatazione che non rispondeva a un’effettiva necessità, l’attesa di una speciale occasione che non arriverà mai. Lo scivolamento dei giorni pian piano fa passare quell’oggetto in second’ordine, fino a farti scordare quanto lo avevi falsamente ritenuto importante e, quindi, decidere di liberartene.

Il bagaglio a mano rivela il superfluo. Se torni e ce l’hai fatta con quel numero di capi, fogge e colori, significa che non hai davvero bisogno di quanto nel tuo guardaroba esorbita.

In realtà quello che più ci pesa addosso e che si radica nei nostri sogni sono le mancate soddisfazioni. Che farne? La soluzione più semplice è continuare a inseguirle, perché Hillman insegna, in ognuno di noi abita un daimon che attende solo di essere scoperto.

Hillman racconta di una bambina di colore salita su un palco di Harlem per un saggio di fine anno e annunciata come danzatrice che tirò la giacca del presentatore e disse a sorpresa: ‘Canto, invece!’ Era Ella Fitzgerald improvvisamente consapevole di sé.

Anche l’idea che abbiamo di noi stessi, il nostro egocentrismo può diventare zavorra.

Troppi si ritengono primattori di un copione che prevede solo comparse. Accendono a giorno stanze che implorano ombra, quiete, dimenticanza: le stanze in cui vegliamo sulla nostra irrinunciabile essenza.

Nell’esperimento coreano, prima di procedere alla chiusura della bara, presentano un video in cui l’esistenza umana, in media di 80 anni e sulla scorta di una serie di interviste, viene così sintetizzata:

23 anni a dormire, 20 a lavorare, 6 a mangiare, 5 a bere e a fumare, altri 5 aspettando un appuntamento, 4 a pensare, 228 giorni a lavarsi la faccia e i denti, 26 giocando con i figli, 18 a farsi il nodo alla cravatta. E, da ultimo, 46 ore di felicità.

Se questo è ciò che sta dentro la valigia della nostra vita, quando l’apriamo vorremmo trovare qualcosa in più di quelle poche 46 ore. Cerchiamolo avendo cura di ricordare sempre che la vita è imprevedibile e che è importante sapere che esiste sempre un piano B. Soprattutto quando incontriamo la parola “senza”.

La vita ci insegna a fare senza e a proseguire, resistere e migliorare proprio per questo. Perdere è, a volte, arricchirsi: scoprire che si avevano false necessità, affrancarsi da pesi e bisogni. S può rimanere senza qualcosa e stare meglio di prima, soprattutto se quella cosa la si è donata ad altri. Un vestito senza tasche porta già tutto: un’esistenza che basta a se stessa.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Michela Murgia (2009), Accabadora, Einaudi, Torino

Capita talvolta di portarsi addosso un nome che già prefigura un destino.

Chissà se nell’immaginazione di una Bonaria Urrai bambina il peso di quel “Bonaria” custodiva la traccia di ciò che sarebbe successo nella sua vita, nelle sue scelte, nelle sue azioni.

Perché qui troviamo un’altra bambina, Maria, quarta figlia non desiderata di Anna Teresa Listru, che in un giorno di luglio con una sporta di uova fresche e prezzemolo, saluta la madre e insieme ad una Bonaria già avanti nell’età imbocca la nuova strada verso un futuro difficilmente pensabile per lei che per prima si era sempre considerata “l’ultima”.

Fill’e anima”, sarà da quel momento per tutto il paese:

Lei è Maria”. E quell’essere semplicemente Maria doveva bastare a quanti avessero voluto capirne di più. La gente di Soreni ci aveva messo un po’, ma alla fine aveva afferrato l’antifona di quella misteriosa liturgia, e tutt’a un tratto era come se fosse stato sempre così, anima e fill’e anima, un modo meno colpevole di essere madre e figlia”.

Che si sa, la gente di paese ha sempre motivi di cui parlare o sparlare fin tanto che qualcosa di nuovo non accade e sposta l’attenzione sull’ultimo evento. E in quei di Soreni la tradizione è custodita gelosamente. I segreti si nutrono di quel non dire che è come se fosse detto, di quel sapere mal nascosto e costruito su credenze arcaiche, tessute di rituali magici e convinzioni superstiziose. Una cultura primitiva, ma non per questo totalmente priva di morale.

Ha chiesto lui di me?”

No, non parla più da settimane. Ma io a mio padre lo capisco”

…”Uscite tutti”

Rimasta sola con il vecchio, lo esaminò. Bonaria gli prese la mano scarna tastando con attenzione il polso e l’avambraccio, e qualcosa in quel contatto le strappò un sussulto. Il vecchio emise un verso rauco “Chiamata ti hanno, alla fine”.

Malgrado la sua debolezza, il sussurro del vecchio non si perse nello scialle e Bonaria Urrai lo udì perfettamente. Fuori c’era la famiglia che attendeva pregando, ma l’accabadora non ci mise nemmeno il tempo di un Pater ave gloria per uscire dalla camera del vecchio, avendo cura di lasciarsi aperta la porta alle spalle.

Antonia Vargiu, per avermi chiamata senza motivo, siate maledetti voi tutti presenti. ..Sai benissimo che tuo padre non è morente, non è nemmeno vicino al suo giorno. Dagli da mangiare, piuttosto. Se muore per fame, tu non addormentarti più”.

Perché Bonaria, oltre che sarta, è anche questo: l’accabadora, l’ultima madre che pietosamente dà la morte quando il patimento impone un’agonia troppo grande per essere sopportato. E’ appena quindicenne quando assiste alle mosse di questo mestiere nella casa di una giovane puerpera colpita da emorragia: “Quando la stessa donna aveva chiesto la grazia, le altre avevano agito per lei in un clima di condivisa naturalezza, dove atto illecito sarebbe parso piuttosto il non far nulla”.

In quella terra aspra e chiusa, dopo che la liberazione della casa da ogni oggetto benedetto non era sufficiente a lasciar andare il sofferente, ecco che l’accabadora nel buio della notte, avvolta nel lungo scialle di lana, calava come ultima ombra per esortare il respiro finale.

Maria questo non lo sa e lo scoprirà ad un prezzo molto caro, quando il suo crescere è più che mai confuso tra i sogni di bambina e i desideri di donna ancora acerba.

Succede che nella vigna dei Bastia, durante la raccolta dei grappoli profumati, un lamento rompa la gaia baldanza dei giovani impegnati nel faticoso lavoro. Proviene da un muretto, uno di quei confini fatti “a secco in basalto nero, ciascuno con il suo astio a tenerlo su”. “Nicola Bastia esaminava la base del muretto esplorando attento le fessure tra i massi. … Dopo qualche minuto si alzò da terra brusco come c’era finito, e con uno strano sguardo cercò gli occhi del padre “Hanno spostato il confine”.

Dopo aver disfatto il muretto in pochi minuti “Il piccolo sacco di juta comparve dal punto più interno del muro. Nicola estrasse l’arresoja dalla tasca sotto gli sguardi tesi del padre e della madre. La lama lacerò la stoffa … rivelando quello che si agitava debolmente nel sacchetto. Era un cucciolo di cane. Vedendo con cosa era stato legato e sepolto, il segno della croce stavolta se lo fecero tutti. Persino Nicola”.

In quella terra in cui “la parola giustizia veniva pronunciata solo quando c’erano da evocare cieche persecuzioni contro qualcuno”, la maledizione di una fattura non poteva essere perdonata. E Nicola cerca la vendetta, ma non sempre la vendetta è giusta come la si crede. Nicola perderà una gamba e, per la sua età, il suo carattere e temperamento, questo costo è troppo alto da tollerare.

La notte di Ognissanti, la porta delle case viene lasciata aperta per la cena delle anime.

Quella notte, Andria, fratello di Nicola, si appresta a controllare quale anima entrerà a bere l’acquavite lasciata sul tavolo e a prendere il tabacco trinciato “così avrebbe saputo cosa rispondere a Maria, quando diceva che le anime non andavano in giro a tormentare nessuno”.

E sarà quella la notte in cui Bonaria, per la prima volta avrà il dubbio “di non essere capace di distinguere tra la pietà e il delitto .. quando negli occhi di Nicola Bastiu aveva letto la determinazione di chi cerca disperatamente non la pace, ma un complice”.

E’ arrivato il momento della verità nel drammatico confronto tra Maria e Bonaria:

(Andria) Dice che vi ha visto stanotte entrargli in camera e soffocarlo con un cuscino”…

Me lo ha chiesto lui”…

Nella mente di Maria la verità si fece chiara improvvisamente, e nell’istante stesso in cui la realizzava, la figlia di Anna Teresa e Sisinnio Listru seppe con certezza chi era la donna che le stava davanti.…

L’ultima. Io sono stata l’ultima madre che alcuni hanno visto” …Quando parlò, Bonaria seppe che non c’erano più spazi per capire.

Per me siete stata la prima, e se mi chiedeste di morire, io non sarei capace di uccidervi solo perché è quello che volete” …

Quando verrà il momento, Maria, scoprirai cose di te che non conosci ancora” …

Non verrà quel momento…io voglio andare via da voi … Subito. Domani stesso”.

Farsi accabadora dei propri ricordi non è impresa facile. Rinascere una terza volta ancor meno. Maria, a Torino, si inventa una vita nuova come bambinaia di due ragazzini ricchi e viziati, da conquistare a poco a poco, entrando nelle viscere delle loro storie, frugando nel nero e nel dolore più cupo, perché a volte, per comprendere la propria disperazione, si rende necessario scoprire quella degli altri.

I ricordi non muoiono a comando, “lentamente tornarono a uno a uno, visi, voci e luoghi dell’infanzia in cui era cresciuta, e Maria si scoprì ad abitarli senza chiedere permesso”.

Poi tre fatti: una lettera complicata da aprire, un sentimento represso venuto alla luce, la riscossione del debito del fill’e anima.

In quella terra sarda da cui era partita, Maria ritorna e reincontra una Bonaria il cui “corpo era diventato così delicato che anche un semplice massaggio sarebbe stato sufficiente a sbriciolarle le ossa ormai fragilissime”. Un ammonimento riaffiora:

Farai tante scelte nella vita che non ti piacerà fare, e le farai anche tu perchè vanno fatte, come tutti”.

Non si riesce a morire per protezione o per colpa.

Il primo motivo è abbastanza semplice da verificare: “Tolse tutti i quadretti a soggetto religioso dai muri della camera, recuperò le immaginette dalle pagine dei libri e dal fondo dei cassetti … soprattutto portò via la palma benedetta della settimana santa appesa dietro la porta … La vecchia non indossava scapolari o altri oggetti che potessero trattenerla, tranne la catenina del battesimo, che Maria ebbe cura di sfilarle dal collo con delicatezza, mentre l’altra la fissava senza una protesta.”

Non successe niente.

La colpa è fatto più complicato; è più oscura e alberga in tutte le anime, abbarbicata com’è all’azione e al pensiero. Bonaria, Maria, Andria: un incontro comune, un parlare interrotto, una paura di scoprire e scoprirsi, una necessità di ritrovarsi.

L’anima ha voglia di perdono, ma non sempre si sente libera di andare da sola. Ha bisogno di un gesto, di un tocco leggero, di sentirsi accompagnata da chi ha amato.

Anima e fill’e anima, infine, riprendono a parlare lo stesso, misterioso, linguaggio del bene.

P.S.

Mentre scrivo sento il messaggio del suicidio di Mario Monicelli e sono ancora emozionata dal racconto di settimana scorsa di Roberto Saviano sulla storia d’amore di Piero e Mina Welby.

Situazioni limite, ma proprio per questo risposte ancor più significative di fronte al nuovo imperante tabù della morte (o forse della vita?).

Tabù perché si cerca con ogni mezzo di non far entrare la morte nella storia del vivere, nuovo perché è cambiata la modalità per osteggiare il trapasso. A voler continuamente allontanare la linea di confine tra l’al di qua e l’al di là si ottiene la rovinosa conseguenza di non sapere più a quale dei due mondi si appartiene.

La “macchina umana” è il nuovo mostro tecnologico che ne risulta, dove il respiro diventa bombola, dove il battito diventa pompa, dove lo sguardo diventa monitor, dove il contatto diventa guanto, dove la parola diventa numero.

Non si riesce a morire per protezione o per colpa. Difficile comprendere l’esatta collocazione di questo nuovo prodotto umano.

Grazie a Monica per il dono di Accabadora.

le prime TARTARUGHE appena uscite dal LETARGO invernale, Aprile 2019

DSCN1630 (FILEminimizer)DSCN1631 (FILEminimizer)DSCN1632 (FILEminimizer)DSCN1633 (FILEminimizer)DSCN1634 (FILEminimizer)DSCN1635 (FILEminimizer)DSCN1636 (FILEminimizer)DSCN1637 (FILEminimizer)

le TARTARUGHE di VILLA CARLOTTA (sul Lago di Como), 20 aprile 2019

da un messaggio di Simona:

57548405_709419469477513_6442788850552012800_n

TartaRugosa ha letto e scritto di: Simon Winchester (2018), Il professore e il pazzo, Traduzione di Maria Cristini Leardini, Adelphi Edizioni, Milano

Mi chiedo perché io sia sempre così attratta dalle storie ambientate nell’Inghilterra vittoriana. Non conosco la Gran Bretagna e la sua capitale, eppure nei film, come nei libri, la fantasia e l’immaginazione mi trascinano nelle strade fumose, caligginose, nebbiose, maggiormente in periferia, dove industrie, case, fiumiciattoli e destini malfamati si intersecano con le contraddizioni e le divisioni sociali, povertà e filantropia, furti e riscatti, espedienti e ricchezza. E’ indubbio che ci sia lo zampino di Charles Dickens e dei suoi monumentali romanzi sociali; insieme a lui altri grandi come Robert Louis Stevenson, Arthur Conan Doyle e, più tardi, in versione femminile, le sorelle Bronte. Jane Austen, Virginia Woolf avranno sicuramente lasciato il segno nei miei viaggi interiori.

Un altro quesito riguarda il perché sia il film sia questo libro di Winchester mi abbiano letteralmente stregata e trascinata nel vortice della storia delle parole.

Su quest’ultimo, forse, una spiegazione (direbbe TartaRugoso) è legata al mio desiderio di controllo, ma di fatto tutto ciò che ha a che fare con le liste, gli elenchi, le classificazioni, mi affascina.

Il Professore e il Pazzo non è solo la storia dei suoi due principali artefici, il Prof. James Murrray, responsabile e direttore editoriale del progetto, e il Dr. William Minor, internato nel manicomio di Broadmoor, principale collaboratore nella costruzione dell’Oxford English Dictionary.

Il vero protagonista è lui, il dizionario, o meglio, le parole che contiene.

Nato per volontà dell’esclusiva Philological Society di Londra ci vollero più di settant’anni per creare i dodici mastodontici volumi che formavano la prima edizione di quello che sarebbe diventato il grande Oxford English Dictionary (OED). Fu portato a termine nel 1928; negli anni successivi ci furono cinque supplementi e poi, mezzo secolo dopo, una seconda edizione che integrava la prima e tutti i volumi supplementari in una nuova serie di venti volumi.

Per la mia probabile latente ossessività l’elemento più fascinoso è la ricerca del significato di ogni parola (origini, storia e trasformazioni) attraverso l’uso di citazioni che dimostravano esattamente come era stata usata una parola nel corso dei secoli, quali sottili variazioni aveva subito nelle sue sfumature di significato, nell’ortografia o nella pronuncia e, cosa forse ancor più importante, come e più esattamente quando era entrata per la prima volta nella lingua.

L’urgenza di un così ambizioso progetto derivava dal fatto che in un’epoca pullulante di intensa attività intellettuale, i pochi dizionari esistenti erano piuttosto modesti e imperfetti: quando William Shakespeare scriveva le sue opere, non poteva verificare l’esattezza di parole insolite, non avrebbe trovato nessun libro che gli dicesse se la parola che aveva scelto era scritta correttamente, se l’aveva scelta bene, e se l’aveva usata nel modo giusto e nel punto giusto.

Imperdonabile. Anche in considerazione che l’espansione geografica di quegli anni stava portando la lingua inglese a diventare internazionale e quindi necessitava di essere meglio conosciuta e, soprattutto, per una forma di orgoglio nazionale, non si poteva essere inferiori a italiani, francesi e tedeschi già molto avanti per la salvaguardia del proprio patrimonio linguistico (in Italia l’Accademia della Crusca risale al 1582).

Anche l’Inghilterra doveva munirsi di un dizionario il cui fulcro fosse la storia dell’arco di esistenza di ogni singola parola, una sua biografia corredata di atto di nascita che mostrasse dove era stata usata per la prima volta.

E’ un assioma che esistano tre alternative per stilare un elenco di parole. Si possono registrare le parole che si sentono. Si possono copiare le parole da altri dizionari già esistenti. Oppure si può leggere e poi, nel più scrupoloso dei modi, registrare tutte le parole che si sono lette, selezionarle e disporle in un elenco.

Di questo incarico fu ritenuto idoneo James Murray, le cui competenze vengono da lui stesso così descritte: La filologia è stata per tutta la vita il mio campo di ricerca favorito, possiedo una padronanza generale della lingua e della letteratura delle classi ariane e siro-arabiche; delle lingue romanze italiano, francese, catalano, spagnolo, latino e in misura minore portoghese, valdese, provenzale e vari dialetti; un’accettabile familiarità con l’olandese, tedesco, francese e occasionalmente fiammingo, danese. So un po’ di celtico e al momento sono impegnato con lo slavo, avendo raggiunto una soddisfacente conoscenza del russo.

Di certo il candidato ideale per il conferimento del contratto, accettato il quale Murray prese due decisioni: costruire lo Scriptorium, piccolo edificio in cui si sarebbe riunito con i suoi collaboratori per curare l’edizione del dizionario; scrivere un appello a tutti i lettori di lingua inglese per arruolare un corposo numero di volontari che leggessero e segnalassero le parole ritenute valevoli di essere inserite nel dizionario.

L’appello inserito nei giornali, riviste, libri raggiunse, fra gli altri, anche il manicomio criminale di Broadmoor, nel Berkshare, e capitò nelle mani di William Minor, lì ricoverato da otto anni, in seguito a un omicidio di un passante da lui ritenuto suo persecutore.

Soffriva di manie di persecuzione, è vero; ma era un uomo sensibile e intelligente, laureato a Yale, istruito e curioso. Era, si capisce, incredibilmente ansioso di avere qualcosa di utile da fare, qualcosa che potesse occupare le settimane e i mesi e gli anni e i decenni che gli si prospettavano.

Nel libro sono minuziosamente descritte le storie di vita di entrambi questi due uomini. Particolarmente emblematica la vicenda esistenziale dell’americano Minor, l’insorgenza e l’evoluzione della sua malattia che lo porterà a gesti autolesionisti drammatici e che troverà in Murray un fedele amico, pronto a sostenere la sua causa di rimpatrio negli Stati Uniti.

La trama che seguo, però, è centrata sul metodo della costruzione dell’opera letteraria e sicuramente, senza l’ausilio del Dr. Minor, forse il destino della stessa sarebbe stata ben diversa.

Quando si parla di metodo, anche la follia può rivelarsi utile. Ecco come Minor riuscì a non disperdersi fra i rivoli della monumentale ricerca e a diventare, seppur a distanza, fondamentale sostegno per l’edificazione del dizionario, già in crisi alla lettera A:

Prese da un cassetto quattro fogli di carta bianca e una boccetta di inchiostro nero e scelse la penna dal pennino più sottile. Piegò i fogli in due formando un quaderno, un fascicolo di otto pagine. … Ogniqualvolta incontrava una parola di suo interesse, la trascriveva in caratteri minuscoli, quasi microscopici, nella giusta posizione all’interno del quaderno che aveva creato. … La scrisse nella prima colonna, e decise di inserire la parola e il relativo numero di pagina a circa un terzo dell’altezza. La posizione era precisa e il motivo era che Minor era certo di trovare, prima o poi, un’altra parola interessante che iniziasse con la stessa lettera, e quindi calcolava la possibilità che venisse inserita o prima o dopo la parola già scritta e,dopo l’inserimento, lasciava un po’ di spazio nell’eventualità di incontrare un’altra parola che iniziasse con la stessa lettera. .. Parola dopo parola, ciascuna con l’ortografia esatta, la posizione nel quaderno perfettamente appropriata, la pagina del libro in cui si trovava riportata con precisione, la lista cresceva e cresceva.

Questo metodo di lavoro, totalmente diverso da quello degli altri, lo mise in grado di poter rispondere prontamente alle richieste provenienti da Murray: ricevuta la parola ricercata, non aveva altro da fare che controllare la sua esistenza nella lista (e quasi sempre l’aveva già selezionata), risalire alle fonti, ricopiare la biografia di quella specifica parola e spedirla allo Scriptorium (la parola Art sarebbe stato il suo primo cimento).

Allo Scriptorium, dove arrivavano un migliaio di schede al giorno, un impiegato divideva il contenuto di ogni mazzetto in base all’ordine alfabetico, un altro divideva le parole in base alle varie parti del discorso cui appartenevano e infine un altro controllava che le citazioni fossero disposte in ordine cronologico. Un redattore provvedeva a suddividere i significati della parola secondo le varie sfumature assunte nel corso della sua esistenza e scriveva la definizione.

Nel 1928 l’annuncio finale del suo completamento:

Dodici ponderosi volumi; 414.825 parole definite; 1.827.306 citazioni esemplificative utilizzate, decine di migliaia delle quali offerte dal solo William Minor. Messi l’uno accanto all’altro, i caratteri coprono 286 chilometri, ovvero la distanza che separa Londra da Manchester. Scartando tutti i segni di interpunzione e tutti gli spazi, ci sono ben 227.779.589 tra lettere e numeri.

Ad ogni nuovo capitolo è entusiasmante imbattersi in esergo in una voce originale dell’OED che introduce all’argomento ivi trattato.

E, ci credereste?, naturalmente in vendita su Amazon in versione Nuovo o Usato con l’unico rammarico dei commentatori sul peso eccessivo …

Nasce una tartaruga: il mondo diventa più sostenibile

TartaRugosa ha letto e scritto di: Daniel Schachter (2001), I sette peccati della memoria. Come la mente dimentica e ricorda. Traduzione di Cristiana Mennella. Mondadori

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Daniel Schachter (2001)

I sette peccati della memoria. Come la mente dimentica e ricorda

Traduzione di Cristiana Mennella

Mondadori

1760229

Terminati lo studio e il lavoro di scrittura, finalmente la scrivania è ritornata in ordine. Archiviati i libri consultati, mi soffermo su Schachter, direttore del dipartimento di Psicologia dell’università di Harvard e già brillante autore di altri testi sulla memoria.

I sette peccati della memoria” è un saggio, ma contemporaneamente un testo divulgativo che, sulla base della volontà di chi l’ha scritto, classifica il mondo complesso della memoria in una forma accessibile a ogni categoria di lettori, mescolando scienza ed esperienza e, soprattutto, agendo da specchio sui nostri “personali peccati” di questa importante funzione cognitiva.

Leggendolo ci si può anche divertire, oltre che a meditare sulle manchevolezze di cui talvolta non ci accorgiamo o di cui ci preoccupiamo in eccesso o, per contro, sottovalutiamo.

Partendo dalla domanda sul come, quando e perché la memoria può crearci problemi, Schachter riflette sulla sua ventennale esperienza di studioso e arriva a individuare una chiave interpretativa che aiuta a districarsi nel labirinto degli scherzi della memoria, anzi delle memorie.

La mia ipotesi è che le disfunzioni mnestiche si possano suddividere in sette grandi trasgressioni: labilità, distrazione, blocco, errata attribuzione, suggestionabilità, distorsione e persistenza. Come i sette peccati capitali, quelli della memoria fanno parte della vita quotidiana e portano guai”.

Il peccato della labilità colpisce maggiormente i young old, i giovani vecchi intorno alla sessantina e li accompagna negli anni a seguire. Man mano che il tempo passa subentra l’oblio: “con il tempo i particolari diventano sfocati e si moltiplicano le interferenze di successive esperienze simili. Ecco quindi che facciamo sempre più affidamento sull’essenziale del ricordo, cercando di ricostruirne i particolari per inferenza e addirittura tirando a indovinare. La labilità comporta un progressivo passaggio dalle descrizioni dettagliate alle ricostruzioni generiche”.

Le variazioni individuali naturalmente sono variabili, poiché anche influenzate dalle circostanze successive alla nascita del ricordo. Che i vecchi amino raccontare spesso gli stessi episodi, potrà annoiare l’ascoltatore, ma sicuramente costituisce per loro un costante ripasso che permette di far riaffiorare quell’evento con una certa precisione, liberandolo dal rischio della labilità. Probabilmente, sarà un ricordo legato a qualcosa di emotivamente importante, essendo l’emozione fondamentale per l’archiviazione dell’esperienza.

L’autore non si limita a elencare i peccati: per ciascuno di essi fornisce una dettagliata spiegazione scientifica legata al funzionamento cerebrale e suggerisce anche opportuni rimedi per contrastarli. Per esempio, quanto più associamo alle situazioni rappresentazioni visive – una mnemotecnica vecchia di duemila anni – tanto più sarà facile salvarle dalla dimenticanza.

Il peccato della distrazione ci invita a ricordare che l’attenzione è il primo ingrediente per la conservazione della memoria: se siamo assorbiti da una telenovela alla TV è probabile che dimentichiamo di spegnere il gas o non registriamo la raccomandazione che ci viene data da qualcuno della famiglia. Consoliamoci, non stiamo perdendo la memoria, più semplicemente pecchiamo di un’attenzione insufficiente al momento della codifica dell’evento. Quindi, per superare questo ostacolo, Schachter invita a utilizzare la memoria prospettica creando promemoria scritti adeguati: “quando annotiamo qualcosa, tutte le informazioni pertinenti sono disponibili nella memoria di lavoro, ma per evitare di non riconoscere poi quanto si è scritto occorre trasferire quanti più dettagli possibili dalla memoria di lavoro al promemoria scritto”. Per evitare, come capita a me e a TartaRugoso, la fatidica domanda mentre si agita un foglietto: “Ma secondo te a che cosa si riferisce?”.

Il peccato di blocco è quello universalmente conosciuto come “ce l’ho sulla punta della lingua”. In questo caso l’informazione non è svanita dalla memoria: è annidata chissà dove pronta a riaffacciarsi con qualche altro suggerimento, ma non è disponibile quando serve. Il blocco è esasperante perché sapete con certezza di poter ritrovare l’informazione, ma allo stesso tempo non ci riuscite. Il non insistere nella ricerca a volte è la cosa migliore perché così lasciamo libera la mente di svincolarsi dall’attenzione conscia e quindi pronta a lavorare in forma autonoma per il recupero. E’ diffuso infatti il fenomeno che la parola cercata riemerga quando siamo impegnati in tutt’altro, facendoci esultare anche se fuori tempo. Di altra natura invece è il blocco conseguente a un’esperienza traumatica, per intenderci il concetto freudiano di rimozione, la cui origine non è ancora compresa ma su cui la neurodiagnostica sta lavorando soprattutto indagando la regione frontale del cervello.

Il peccato di errata attribuzione si verifica quando si ascrive un ricordo a una fonte o a un contesto sbagliati. E’ un peccato che ha ripercussioni in ambito forense: il testimone oculare può riportare pericolosi errori di attribuzione, riferendo informazioni delle quali è convinto siano avvenute in un certo luogo e in una certa ora, mentre invece si riferiscono ad altri momenti. O riconoscere un volto credendo di averlo visto sul luogo dell’incidente, mentre lo si è incrociato in un altro contesto. O, ancora, a distanza di un po’ di tempo dalla prima testimonianza, non essere più sicuro di alcuni dettagli denunciati. Si tratta di una confusione di mancato assemblaggio: “quando si verifica l’evento, l’oggetto rimane slegato dal suo contesto preciso. Il mancato assemblaggio può creare confusione tra gli eventi realmente vissuti e quelli solo pensati o immaginati”. Altrettanto emblematica è la criptomnesia che si verifica quando un individuo riproduce o pensa o suona scritti o idee o canzoni di altri, attribuendoli a se stesso (plagio involontario).

A dare mano forte a questo peccato, si può associare quello della suggestionabilità, ovvero la tendenza a incorporare nei propri ricordi informazioni fuorvianti che provengono da fonti esterne: da altre persone, da materiali scritti o immagini, addirittura dai mezzi di informazione.

Per restare in ambito processuale, domande tendenziose possono influenzare il teste, virando la sua risposta a quella che si desidera realmente ottenere. La cosa diventa ancor più preoccupante con i bambini in età prescolare: insistere con interrogatori o porre domande-suggerimento di un certo tipo può indurre a un racconto non veritiero a causa della debolezza dei sistemi mnestici infantili: Sempre più studi di laboratorio indicano che i bambini faticano a situare il ricordo, vale a dire dove e quando è avvenuto un particolare episodio. Interrogati più volte, cominceranno a crederlo familiare solo perché è stato tirato in ballo spesso. Non ricordando nel dettaglio da dove provenga il senso di familiarità, i piccoli cominciano a mescolare pezzi di episodi passati, o addirittura a introdurre elementi immaginari.

Il peccato di distorsione dà come risultato la produzione di una versione falsata di un episodio o di un pezzo della propria vita perché sottopone alla visione attuale quanto è accaduto in quel passato. La distorsione, in sintesi, dimostra la difficoltà di scindere il ricordo di “come eravamo” dalla valutazione presente di “come siamo”. Questo per esempio può avvenire quando esageriamo i problemi attraversati, oppure l’attribuzione a se stessi solo di successi, scartando i fallimenti. Nel caso del giudizio a posteriori, invece, prevale l’impulso di ricostruire un passato sulla base delle informazioni che nel frattempo si sono accumulate. “L’ho sempre saputo” è più facile da dirsi col senno di poi che al momento in cui accade una circostanza.

Infine, il peccato di persistenza viene giudicato dall’autore come il più invalidante in quanto trova terreno fertile nella depressione e nella ruminazione (tendenza a rimuginare su un pensiero fisso). Al contrario della labilità, della distrazione e del blocco, che implicano l’oblio di informazioni o di eventi che vorremmo ricordare, la persistenza ci porta a ricordare quello che vorremmo tanto dimenticare. Succede a tutti che di fronte a certi eventi della vita restiamo incollati al dolore e al pensiero fisso di quello che è successo (un fallimento, un insuccesso, un lutto, una separazione), ma poi col tempo il dolore si attenua: in età anziana addirittura si tende ad allontanare le emozioni negative a favore di quelle positive. Le persone con un’emotività sana cesseranno di lasciarsi ossessionare dai ricordi dolorosi, mentre i soggetti con uno schema di sé negativo saranno maggiormente inclini a imprimere ben bene e in forma duratura i ricordi delle esperienze negative sino a diventare patologici.

Schachter non ci parla dei sette peccati in forma solo di vizio: sottolinea che ad essi possono essere associate anche virtù.

Nel caso della persistenza, il ricordo preciso di dove è avvenuto un pericolo e che cosa sia successo può fungere come evitamento di un fatto analogo.

Nel caso della labilità, si può considerare l’oblio che interviene col passare del tempo come “effetto pulitore”: inutile serbare informazioni che rimangono inutilizzate per lunghi periodi. Analogamente si può considerare che anche per il blocco e la distrazione sia meglio togliere che aggiungere: un sistema dipendente dall’elaborazione codificherà in maniera approfondita soltanto gli episodi importanti che quindi torneranno in mente con più facilità. Quelli che passano inosservati senza mettere in moto la codifica elaborativa saranno di poco conto e quindi inutili da ricordare.

E se l’errata attribuzione si verifica quando sfuggono i dettagli di un’esperienza, si potrà ragionevolmente considerare che ricordare solo il senso generale può anch’esso essere una risorsa perché ci permetterà ugualmente di trarne vantaggio a discapito dei particolari inessenziali.

Richiamando il fatto che la distorsione è un effetto del bisogno di autostima, un’alta opinione di sé sembra favorire la salute mentale anziché minarla. Le persone che indulgono nelle illusioni positive rendono bene in molti aspetti della loro vita. I depressi invece rendono tutt’altro che bene.

A ben pensarci quindi non si può non concordare con Schachter quando afferma che i sette peccati non sono semplici seccature da minimizzare o evitare, ma spiegano in che modo la memoria attinge al passato per informare il presente, preserva elementi dell’esperienza attuale per servirsene in futuro, ci consente di tornare indietro nel tempo quando lo desideriamo.

Ognuno quindi si consoli: peccare (di memoria) fa bene.