TartaRugosa ha letto e scritto di: Eleonora Tarabella (2019), La donna brutta. Vita e scrittura di Violette Leduc, Enciclopedia delle donne

Poco conosciuta, pochi i suoi romanzi tradotti in italiano, Violette Leducè una scrittrice dalla vita tormentata e incapace di adattarsi al mondo quotidiano.

Nata nel 1907 in una cittadina francese da una domestica sedotta dal figlio del padrone, a quattordici anni sarà dalla stessa mandata in collegio, dove scoprirà le sue prime pulsioni di desiderio verso una compagna di classe che sfoceranno nel romanzo Thèrese e Isabelle.

Violette è una donna ribelle, insofferente alle regole, artefice della propria costruzione di mostro, o di donna brutta (femme laide, scriverà di lei Simone De Beauvoir), supportata da un caratteraccio impossibile, dalla povertà e dalla vicinanza alla follia.

Eppure la sua scrittura è unica, tale da richiamare l’attenzione di Simone De Beauvoir, disposta a versarle una cifra mensile pur di permetterle di scrivere a tempo pieno.

Violette nei suoi scritti descrive con un linguaggio unico, lirico e carnale i suoi amori infelici, le sue esperienze lesbiche, i suoi innamoramenti di omosessuali, il fallimento del matrimonio e l’aborto, tutte relazioni sbagliate.

Resterà, prima di tutto per se stessa, quella “bastarda” che ha dato il titolo al libro che l’ha resa famosa e che porta la prefazione proprio di quella Simone di cui si è perdutamente innamorata, ma dalla quale non sarà mai contraccambiata.

Violette è “affamata” di Simone (L’affamata, 1948, è un’appassionata dichiarazione di amore folle e impossibile, che invade la vita e diventa scrittura: “Quando vi presenterò il mio quaderno saranno i baci che non vi darò mai”.) Simone, decisa, calma, razionale, è affascinata dal talento e dalla sincerità di Violette, ma respinta dal suo aspetto e conscia della sua nevrosi al punto da trattarla da “caso clinico”.

Questo pare il destino di Violette, essere di talento per i critici (Sartre, Genet) ma ignorata dal pubblico, cercare affetto ma essere respinta. Legge e scrive avidamente, perché Violette è un’affamata. Di vita, di amore, di persone, di emozioni. E’ bulimica nella sua affettività. Ama e odia, avvicina e poi allontana, graffia, scalza, si lamenta, petulante come pochi”

Quella di Leduc è letteratura dello scandalo, dell’eccesso, di quella parte maledetta che mette l’uomo di fronte alla miseria di cui è fatta la sua stessa vita.

Ma è anche letteratura della libertà, la libertà di scrivere d’amore senza nascondersi dietro alle parole, accettando il rischio della censura senza piegarsi a qualsivoglia perbenismo di facciata.

A-morale, irriverente, controversa, incomprensibile, paranoica, Violette Leduc ha gettato il seme per un nuovo modo di scrivere il femminile, nutrendosi dell’importate appoggio dei filosofi esistenzialisti, Simone de Beauvoir in particolare, ma con la straordinaria capacità di sporcarsi le mani della materia con cui è fatto il dolore di ogni donna”.

Quando proprio con La bastarda arriverà il successo Violette lo accoglierà con diffidenza, anche se finalmente i soldi – lei, tirchia per necessità – le permetteranno di acquistarsi una casa a Faucon, in Provenza, unico luogo che la metterà in contatto con la natura e la terra, facendole ritrovare un po’ di pace e serenità. Troverà la morte proprio qui, nel 1972, per un cancro al seno.

Me ne andrò come sono arrivata. Intatta, carica dei difetti che mi hanno tormentata. Avrei voluto nascere statua, invece sono una lumaca sotto il suo strame. La virtù, le qualità, il coraggio, la meditazione, la cultura. A braccia conserte, mi sono spezzata contro queste parole”.

L’appassionata biografia tracciata da Tarabella riporta in Appendice anche alcuni articoli di Leduc comparsi sulla rivista Pour Elle.

Inoltre la vita della scrittrice è raccontata nel film “Violette” (2015) di Martin Provost, già conosciuto per il successo di Séraphine.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Laura Imai Messina (2020), Quel che affidiamo al vento Piemme, Milano

Ho il privilegio (almeno sinora) di non essere mai stata coinvolta nelle catastrofi che stanno periodicamente sferzando il nostro pianeta.

Ricordo però l‘atmosfera misteriosa della mia visita di tantissimi anni fa agli scavi di Ercolano e Pompei: mi trovavo di fronte a scene sospese di frammenti di vita quotidiana consegnati all’immortalità proprio nel momento in cui si decretava la fine terrena.

Che cosa avevano interrotto quei fiumi di lava e ceneri sgorgati dalle viscere della terra? Quale era stato il pensiero di quei corpi colti in atteggiamenti e movimenti che in quegli attimi sarebbero diventati gli ultimi? Quali le parole non dette? La furia degli elementi aveva bloccato tutto, consegnando all’umanità l’enigma delle risposte.

La storia di Yui purtroppo non risale ai millenni trascorsi da quella tragedia. E’ storia del nostro secolo, quando nel 2011 tsunami e terremoto di proporzioni immani hanno sconvolto il Giappone, provocando migliaia di morti. L’onda aveva spazzato via tutto ciò che si trovava sul suo percorso, facendosi beffe dei vani tentativi di porsi in salvo di coloro che assistevano impotenti alla sua avanzata.

Lo tsunami raggiunse un’altezza di molto superiore alla stima prevista, così che alcuni rifugi divennero una formula guasta, una parola sbagliata, come una definizione imprecisa che crea una solida corrispondenza tra due cose che invece non si somigliano affatto. Così era successo anche a sua figlia e a sua madre, che nel rifugio avevano trovato la morte”.

La morte improvvisa dovuta a cause inaspettate e violente è un evento lacerante per chi resta: i fili spezzati della relazione si afflosciano, resta solo lo spazio per le domande e lo sconforto per ciò che non si è fatto o agito in maniera inopportuna.

Il “dopo” di Yui è un lento tragitto verso la ricostruzione, con tutti i travagli che l’elaborazione del lutto traumatico ingloba e l’inderogabile necessità di riorganizzare e ridefinire il proprio rapporto con chi non c’è più.

In questo dolente viaggio di resilienza, il giardino di Suzuki-san diventa il crocevia di chi si sente intrappolato e solo nel proprio dolore: C’è questa cabina telefonica in mezzo a un giardino, su una collina isolata dal resto. Il telefono non è collegato ma le voci le porta via il vento. …Una cabina telefonica in un giardino, un telefono non collegato tramite cui parlare con i propri defunti. Davvero riusciva a consolare una cosa così?… E se invece Bell Gardia fosse stato tanto pieno di gente da dover fare la fila? Del resto chi non ha dei morti con cui vorrebbe comunicare? Chi non ha almeno una cosa rimasta in sospeso con l’aldilà?

A Bell Gardia il vento non frena un momento. e Yui pensò allora che la cornetta, più che incanalare e guidare le voci verso un solo orecchio, avesse il compito di diffonderle in aria. Si domandò se quei morti richiamati alla vita di qui, in quella di là non si tenessero invece per mano, se non finissero per fare conoscenza tra loro, e per dare vita a storie che i vivi ignoravano completamente

Se la morte interrompe una interazione, non intacca certamente il legame di una relazione, con tutti i suoi desideri, aspettative, sogni costretti a un’immobilità non cercata nel pieno svolgimento della vita. Ma quando essa accade, allora l’ultima istantanea ha sempre necessità di essere ricomposta, per poterle dare una forma, una spiegazione, un diritto di replica. Per non essere travolti da sentimenti violenti e contrastanti, la rabbia, la nostalgia, la devozione, il rimpianto: “io dentro quella cornetta ci verso tutti i discorsi, anzi, molti di più …Non mi censuro mica. Glielo dico che è stato un idiota. Parlo, parlo e non mi torna in cambio nulla, solo silenzio. Però poi la notte lo sogno e lui mi risponde per filo e per segno. Sembrano le battute di un copione tagliato a metà. Ognuno dice la sua, a turno, quindi non litighiamo e abbiamo il tempo per pensare a cosa dirci la prossima volta.”.

Il Telefono del Vento, proprio perché senza fili, non è il luogo in cui esclusivamente si piange il morto, ma è sacralità di uno spazio in cui si intrecciano i fili delle storie dei sopravvissuti, perché i lutti si assomigliano tutti e, insieme,non si somigliano affatto.

C’era un ragazzino che andava lì ogni sera a leggere ad alta voce il giornale per il nonno, c’erano molti che andavano a piangere e basta. Qualcuno andava a consolare un defunto che non aveva avuto sepoltura, disperso chissà dove, sul fondo del mare o in uno dei tanti cumuli d’ossa che scava la guerra. C’era anche una madre che aveva perso i tre figli nello tsunami e non si rassegnava al silenzio, e allora parlava parlava, per riempire il vuoto rimasto. C’era una bambina che chiamava il proprio cane, che gli chiedeva come fosse nell’aldilà .. A frequentare quel luogo si capiva un po’ di più come funzionava la gente

Kui ha il grande compito di riacquistare sicurezza e fiducia nel futuro: il suo pellegrinaggio la porta periodicamente accanto al Telefono del Vento, ma nella cabina non riesce ad entrarci. Osserva e ascolta però le parole di chi in quella cornetta riversa tutto ciò che richiede un finale differito nel tempo.

Finale che arriverà anche per Yui, quando un altro uragano la porterà a sfidare la sua stessa vita pur di proteggere quel luogo di resilienza in cui, ognuno a modo suo, ha potuto ritrovare se stesso.

Della propria fragilità, Yui non amava parlare. L’aveva però alla fine accettata e quello era stato il modo per ricominciare a prendersi cura di sé .. . La vita consumava, col tempo creava innumerevoli crepe, fragilità. Erano però proprio queste a decidere la storia di ogni persona, a far venir voglia di andare avanti per vedere cosa sarebbe successo poco più in là.

Sarà infatti poco più in là che finalmente Yui varcherà la soglia e finalmente sarà pronta per una nuova storia di donna, moglie e madre.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Alicia Giménez Bartlett EXIT (2012). Traduzione di Maria Nicola Sellerio Editore Palermo

C’è un tempo per vivere e un tempo per morire.

A Exit si vive il tempo del morire.

Attenzione, la morte per libera scelta, non quella della malattia. Perché per accedere alla lussuosa villa di campagna è necessario produrre una certificazione che attesti l’assenza di depressione o malattie psichiche. Il contratto è chiaro: la permanenza, non più lunga di una stagione, può giungere al termine o col suicidio, o, in caso di ripensamento, con l’abbandono della sede prima dell’arrivo di nuovi ospiti.

E’ ovviamente pattuito che la morte non può avvenire se non per mano dello stesso richiedente: nella villa non si praticano omicidi.

Messa così parrebbe una lettura un po’ macabra, ma l’abilità della scrittrice sta proprio nella scelta di soffermarsi, più che sul singolo candidato e le sue motivazioni per dire addio alla vita, sulle dinamiche del gruppo che si trova a condividere i tre mesi di permanenza prima della fine. E lo fa con tale leggiadria e leggerezza che più volte il lettore sospetta un lieto fine (non previsto).

La parentesi di una stagione si dimostra quale metafora di un gradevole congedo cui non è difficile abituarsi, grazie al godimento dei piaceri garantiti dall’attenta e premurosa vigilanza dei due medici e dell’infermiera, della compagnia delle altre persone accomunate dal medesimo obiettivo, dell’esenzione dall’obbligo di dover spiegare la causa del gesto. Soprattutto perché a Exit in teoria erano in grado di inscenare o ricreare qualunque genere di suicidio, fantastico, storico o letterario che fosse.

Il progetto prevedeva che ciascuno potesse scegliere la morte che più desiderava, con l’ausilio della più affidabile consulenza medica, optando una teatralità del passaggio finale consono allo stile prescelto. “Sono venuta qui per suicidarmi in modo originale, personalizzato, confortevole e poco traumatico – esattamente come promette la vostra pubblicità

Perché qui mi è stato insegnato che è possibile farlo nel migliore dei modi, senza scomporsi, senza gridare dal terrore, lasciandosi portare da un sogno, senza sentirsi soli”.

Parrebbe che la morte desiderata trovi finalmente modo di esprimere ciò che nella vita non si è realizzato, una messa in scena che diventa la realtà agognata. Nulla si sa della biografia dei convitati: caratteri, personalità, inclinazioni emergono pian piano nello scorrere dei giorni, fra passeggiate nel parco, musica, pranzi raffinati, chiacchiere e nascite di irrefrenabili passioni. Non vi è nulla da perdere e nessun freno per ciò che la vita può ancora offrire. Seguiamo le ultime giornate di persone di diversa estrazione sociale: l’alto finanziere, il poeta, due bellissime giovani lesbiche e amanti, il ferroviere, la vedova, il clochard. E in questi succulenti ed erotici pomeriggi estivi la missione finale arriva come l’inevitabile scoccare dell’ora di un appuntamento inderogabile, richiamando l’attenzione degli organizzatori per allestimenti non sempre facili da realizzare.

Voleva morire come Giulio Cesare. Né più né meno. Chi poteva supporre che un uomo così umile e discreto se ne venisse fuori con un’idea del genere? Come tutti sanno, però Giulio Cesare non si era ucciso. Solo che al signor Ottosillabo la questione pareva secondaria. Aveva pagato il soggiorno perché trovava il progetto di Exit eccellente ...se qualcuno doveva vestirsi da antico romano e dargli qualche pugnalata, il problema non riguardava lui, riguardava unicamente i responsabili dell’organizzazione.

O la bella Clarissa che vuole uccidersi come Madame Bovary. “Col veleno?” “Col veleno e tutta la manfrina. Un suicidio letterario preso alla lettera”. Quel suicidio presentava non poche difficoltà. Data la sua esposizione per scene staccate, e la sua sostanziale concisione narrativa, l’episodio doveva essere largamente rimaneggiato.

Per non parlare di Eugenius: “L’importante per me è il sepolcro” “Intende dire un monumento funebre?” “Quello che voglio è una piramide. Voglio perdurare come i faraoni … Vi basterà accompagnarmi in solenne processione senza dimenticare di introdurre gli oggetti personali che io vi indicherò, insieme a cibo e buoni vini all’interno della piramide”.

Nella splendida villa dieci camere si aprono sul corridoio … la prima, ornata di pizzi e quadri antichi. La seconda ha un’aria alpina .. La terza è tutta rosa. La quarta, di ispirazione marinara … La sesta moderna e funzionale … La settima ricorda la cella di un monastero. L’ottava propende per uno spumeggiante stile Luigi XV. La nona è tutta specchi. La decima accoglie robusti mobili di rovere e quando sta per scadere il contratto l’organizzazione richiede praticità:

Signori, abbiamo pochi giorni di tempo e non possiamo fare a meno di entrare in argomento. Quanti di voi hanno deciso quando e come arriverà il trapasso?”.

Perché la nuova stagione è in arrivo e uomini e donne annoiati o stufi della loro esistenza attendono. Perché “Ci saranno sempre ospiti a Exit, sempre”.

Diego, la tartaruga gigante che ha ripopolato le Galapagos, articolo di Silvia Morosi in sette.corriere.it

TartaRugosa ha visto e scritto di: STILL LIFE (2013) regia di Uberto Paolini e Il mio ricordo degli eterni. Autobiografia, (2011) EMANUELE SEVERINO, Rizzoli

Il regista Uberto Paolini non ha una diretta discendenza dal più noto Pier Paolo, ma vanta comunque un’altrettanto nobile parentela, in quanto nipote di Luchino Visconti.

Il film Still life è la sua seconda prova di regista.

Martedì 21 gennaio 2020, Rai5 ha messo in onda questo film, nello stesso giorno in cui veniva data notizia della morte del filosofo Emanuele Severino (a distanza di quattro giorni dall’effettivo decesso, ma resa pubblica a funerali avvenuti secondo la volontà dello stesso Maestro).

Evento del tutto casuale ma, se considerato nell’ottica della sincronicità junghiana e del pensiero severiniano, assolutamente celebrativo della supremazia dell’Eterno.

John May è un impiegato comunale che si occupa della ricerca dei familiari di coloro che trapassano in condizioni di solitudine.

John May è una persona timida, sensibile, scrupolosa che indugia attentamente sui piccoli indizi trovati ogni volta che varca la soglia dell’abitazione di chi non c’è più.

Le sue mosse non sono dettate da curiosità morbose o protocolli d’ufficio. La sua personale vocazione va ben oltre: è l’umana ricerca della storia di chi ha affrontato la morte senza accompagnamento, privato dalla vicinanza di un affetto.

I colori della pellicola ci appaiono sfumati, più vicini al bianco/nero e appena ravvivati da tonalità grigio tortora e tenui pastelli, come a sottolineare la cupezza del compito assunto.

Pochissimi i dialoghi, più dense le immagini che sanno rappresentare lo svolgersi delle vicende esistenziali.

Entriamo in case da cui ancora traspira la vita di chi vi abitava: dalle foto incorniciate, a lettere ritrovate in un cassetto, a calze di nylon stese allineate ad asciugare sul filo della biancheria, a mutande appoggiate sul calorifero laddove bottiglie vuote testimoniano un trascorso di disperazione.

John May raccoglie indizi, ritaglia accuratamente fotografie che apposta in bell’ordine su un album dedicato che, nel corso del tempo, (22 anni) è diventato una sorta di “pictures of an exibition” sempre più consistente.

In questo rovistare nel passato c’è il desiderio di riallacciare legami allentati, di verificare le cause di quell’essere soli, di riconsegnare a chi rimane un ultimo ricordo.

Ma, ancor più struggente, i piccoli particolari di cui ogni singola vita è ricca, serviranno a John May a scrivere una necrologia personalizzato, un sermone individualizzato da consegnare e far leggere al prete durante la cerimonia funebre, in una chiesa vuota, dove l’unico presente, oltre all’officiante, è John May, solitario accompagnatore della salma anche al cimitero.

Altri personaggi compaiono nel film: addetti alle celle frigorifere, che ricordano a May che i giorni della ricerca dei superstiti stanno per scadere e la pratica in qualche modo va chiusa. E non sorprende il viso malinconico del nostro funzionario che appone sulla cartella il timbro “caso chiuso” nella maggior parte dei casi senza la soddisfazione di un esito positivo del suo lavoro.

Inaspettatamente la vita di May è scossa da un avviso crudele: il suo ufficio deve essere ridimensionato e poiché la sua presenza è giudicata inutile e costosa – “è troppo lento” nell’espletamento delle pratiche – sarà licenziato.

Sorpreso May incassa la notizia, ma chiede comunque qualche giorno di proroga per portare a compimento l’ultimo caso, quello di William Stoke, vecchio alcolista alloggiato nella casa di fronte alla sua.

Questa ultima ricerca lo farà risalire a Kelly la figlia di Stoke, ma da lui abbandonata molti anni prima. Per carpire ulteriori notizie, May riecupera anche vecchi amici di William e con loro si ritrova a condividere il prezzo richiesto per le informazioni, una bottiglia di whisky.

Kelly, raggiunta a Londra, prende atto della morte del padre e si oppone alla richiesta di presenziare al funerale. Si profila per May un’ulteriore e ultima archiviazione di una morte senza cordoglio. E’ nel suo ufficio per sistemare con estremo ordine i suoi incartamenti e uno squilllo di telefono lo distoglie da un gesto estremo.

E’ la voce di Kelly che ha cambiato idea e desidera incontrarlo.

Si apre una prospettiva insolita per John May: i colori della pellicola si riaccendono, sul suo viso mesto appare il sorriso, e l’emozione di accettare l’invito a bere qualcosa nel futuro sottolinea un nascente interesse fra i due.

Fin qui la storia. Ma che cosa tiene insieme la trama di questo denso film con il pensiero di Emanuele Severino?

Banale e riduttiva sarebbe la scelta di una happy end in cui lo sconforto del licenziamento viene ricompensato dall’amore grato di una figlia che ritrova il padre sparito grazie al distinto signore che si è fatto artefice del ricongiungimento.

La vita presenta eventi non programmabili e anche per lo spettatore pochi secondi sono sufficienti a capire che per John May non ci sarà un futuro.

Il suo funerale, seguito da nessuno, si svolgerà in concomitanza a quello di William, al cui feretro sono accodate tutte le persone che John ha raggiunto per darne la notizia.

Triste e amaro sarebbe questo finale su cui la cinepresa si sofferma: a pochi metri di distanza giacciono il “caso chiuso” di Stoke con un’ignara Kelly di nuovo vicino al padre e il tumulo di fredda terra nera che ricopre la bara di John nel deserto campo comune.

Scrive Emanuele Severino:

Poi, quando la vicenda terrena dell’uomo sarà giunta al proprio compimento, sarà necessario che ognuno faccia esperienza di tutte le esperienze altrui e che in ognuno appaia la Gioia infinita che ognuno di noi è nel profondo. Essa oltrepassa ogni dolore sperimentato dall’uomo” (p. 12)

Ed ecco che, ad uno ad uno, dal brullo paesaggio circostante, prendono corpo e movimento tutti coloro che in John May hanno trovato prossimità, compassione e umanità proprio nella condizione del compimento finale, quando tutto sembra destinato a diventare nulla.

Attorno al tumulo di John una moltitudine accorata accoglie con Gioia l’eterno suo esserci:

In pace riposano i cadaveri. Lasciandosi alle spalle il dolore e la morte, quella luce mostrerà all’infinito una Gioia sempre più infinita”.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Fredrik Backman (2018), L’uomo che metteva in ordine il mondo, Mondadori. Traduzione di Anna Airoldi

Ebbene sì, le vacanze di Natale di quest’anno hanno salutato una TartaRugosa trasgressiva: prima il piacere, poi il dovere.

In effetti la pila di libri sulla scrivania che, accanto a quelli di studio e di lavoro, cresceva di giorno in giorno era una tentazione troppo grossa per resistere. E così dal 20 dicembre a Santo Stefano, più che mai ritirata nel mio guscio, ho macinato pagine su pagine. E sono stata punita. Dall’influenza.

Ora che le vacanze sono finite, mi ritrovo con la stessa lunga lista di cose da fare stilata al loro inizio (opportunamente accompagnata dalla mitica frase “Mi ci dedicherò durante le feste”), ma non sono pentita. In vecchiaia anche le tartarughe diventano un po’ incoscienti.

Dei libri divorati, alcuni sono stati un piacevole passatempo, altri decisamente più incisivi. Perché, gira e rigira, nonostante tutto, si sono rivelati quelli più attinenti alle mie tematiche professionali.

Nella mia proverbiale lentezza, non potendo scriverne di ognuno, tenterò di estrapolare quanto meno delle chiavi che, in forma differente, ruotano al racconto che più mi ha emozionato e che dà il titolo a questo post.

Le chiavi sono “relazioni”, “morte” ,“elaborazione del lutto”, “tempo”.

Il testo di Vittorio LingiardiIo, tu, noi, Vivere con se stessi, l’altro, gli altri” rappresenta lo sfondo su cui si stagliano i romanzi di Pierre LemaitreIl colore dell’incendio”, di Sandro VeronesiIl colibrì” e, appunto, questo di Fredrik Backman.

Rispondono, sia pur in maniera differenziata, ad alcune domande che lo psichiatra si pone: “Come si può vivere con gli altri se non si riesce a convivere con se stessi? Come organizzare in modo coerente la propria esistenza senza cedere alla tentazione della rigidità?”. “Ogni giorno ci imbattiamo in noi stessi … Vogliamo cose diverse, spesso incompatibili: avventura e sicurezza, solitudine e compagnia, fermezza e patteggiamento, parola e silenzio”.

Nei patchwork narrativi qui trattati, tutti i protagonisti devono affrontare emozioni e dolori utilizzando i propri meccanismi vicendevolmente difensivi e proiettivi.

Madeleine Péricourt, ne “Il cuore dell’incendio”, è la protagonista che, ai tempi del primo dopoguerra, si trova improvvisamente a gestire l’impero finanziario della famiglia dopo la morte del padre e un inatteso e sorprendente incidente del figlioletto. La madre – siamo all’inizio degli anni Trenta – deve fare i conti con personaggi che si scopriranno sordidi, corrotti e in corsa per il potere: o soccombere, o difendersi a spada tratta grazie a machiavellici intrighi, in cui le orchestrazioni e le scelte effettuate sovvertiranno i destini di molti uomini.

La convivenza che Madeleine deve garantire a se stessa sarà alimentata da uno spietato spirito di vendetta sempre in bilico tra morale e desiderio, che tuttavia le consentirà di sopravvivere e di superare i dolori del passato: “Madeleine rimase per un po’ a fissare il tavolo, il bicchiere, il giornale. Era già esausta per quello che si apprestava a fare. La sua morale e gli scrupoli che provava la spingevano a desistere, mentre la collera e il risentimento la inducevano a farlo. Cedette al rancore, come sempre”.

Marco Carrera, ne “Il colibrì”, ci accompagna nella sua saga familiare come farebbe il colibrì, capace di volare indietro: nonostante tutto sembri precipitarlo in un fondo sempre più buio, nell’apparente immobilismo Marco dimostra che si può sopravvivere anche restando fermi, esattamente come le ali del colibrì che freneticamente battono per tenerlo sospeso nell’aria e fargli conquistare la sopravvivenza.

Attraverso la parola e il racconto – come suggerisce Lingiardi, per fare pace con se stessi il modo migliore è raccontarsi “raccontarsi per ritrovarsi”– Marco ripercorre pezzi interi della propria esistenza costellata di eventi tragici, rimpianti e relazioni interrotte . Svilupperà resilienza risalendo all’indietro fino alle origini della sua storia e scoprendo l’illusoria felicità del padre e della madre; il dramma esistenziale della sorella; l’amore nascosto del fratello per la stessa donna che amerà clandestinamente e platonicamente per tutta la vita; la follia della moglie e l’investitura della figlia come promessa di una nuova generazione capace di sopravvivere alle rovine di quella vecchia.

Arriviamo infine al nostro protagonista principale: Mr. Ove, l’uomo che non poteva fare a meno di mettere in ordine il mondo. Mi piace prima ricordare il “Noi” di Lingiardi che considera il tema della convivenza sociale in serio pericolo e che ritiene come unica soluzione possibile, per evitare lo sbriciolamento del vivere insieme, “un’instancabile azione quotidiana per il noi”.

Mr. Ove apparentemente sembrerebbe molto lontano da questo atteggiamento: misantropo, estremamente parsimonioso, abitudinario, solitario e asociale, facilmente irascibile, tenacemente e morbosamente attaccato al rispetto delle regole, “un vicino amaro come una medicina”. (mamma mia, quante di queste caratteristiche ho trovato anche in me!)

Incomprensibilmente, date le peculiarità del carattere, una giovane, intelligente, socievole e bella donna, Sonja, si innamora di lui e i due si sposano. La perdita della moglie, troppo prematura, getta nello sconforto Mr. Ove, che non sa più che farsene della propria vita e decide di farla finita. Nella sua meticolosità e nel suo desiderio che anche dopo la sua scomparsa tutto resti nell’ordine più assoluto, Mr. Ove pianifica con estrema precisione ogni dettaglio per il gesto estremo. E lo fa per quattro volte. Una volta col gancio e col trapano per potersi impiccare; una volta col tubo di scappamento dell’automobile per morire asfissiato; una volta tentando di gettarsi dalla banchina della stazione per finire sotto il treno; una volta con un vecchio fucile per sparsi un colpo in testa.

Ma quel maledetto Noi incombe sulle sue strategie, portando lentamente nelle pagine della storia incredibili personaggi – assolutamente insopportabili per Mr. Ove – che impediranno ogni volta l’attuazione del piano di suicidio.

Perchè dipanando la storia di Mr. Ove si scoprirà che oltre a un difetto congenito (il suo cuore è più grande del normale), quelli che sembrano difetti sono la dimostrazione di un cuore grande anche nelle azioni di solidarietà verso i bisogni (incapacità o imbecillità della gente che non sa fare più niente, a detta di Ove) degli altri.

Durante questa lettura si ride e si piange. Il divertimento è legato alla capacità della scrittura di farti immedesimare nelle varie situazioni rocambolesche, in cui da un’iniziale antipatia precipiti nel riconoscimento della grandezza valoriale che abita Mr. Ove, scoprendo le sue aperture verso i temi più graffianti della complessa modernità.

Ci si commuove per la caparbia ostinazione di ricerca di confronto che Ove ha con la tomba di sua moglie: non esiste episodio che non venga da lui raccontato al suo cospetto per immaginarne le possibili reazioni di approvazione o diniego, a richiamo di quel “tu” espresso da Lingiardi: “Riconoscere il “tu” significa sposare un principio di organizzazione psichica che mi permette sia di conoscere la mente dell’altro come fonte di intenzione e di iniziativa, sia di sentirmi conosciuto”.La loro è stata una vera e profonda relazione amorosa.

Ci si intenerisce per il rapporto col gatto randagio che, come tutti gli animali, ha subito riconosciuto dietro la ruvidezza di quell’uomo un porto sicuro e mette in pratica tutte le mosse possibili per ottenere ciò che vuole: non separarsi mai da lui.

Si piange perché la maschera del burbero solitario in realtà svela una forte dimensione sociale: quando, per altre vie, la morte sopraggiunge davvero la collettività si scopre orfana di un vero maestro di vita. “Al funerale si presentarono più di trecento persone”.

Mr. Ove (En man som heter Ove) è un film del 2015  diretto da Hannes Holm Paese di produzione: Svezia

E’ grazie alla visione del film che sono approdata alla lettura del libro.

Tartarugosa ha letto e scritto di: Franco ARMINIO (2011), TERRACARNE, Mondadori, Milano

I miei giri diventano sempre più circoscritti.

La zona della tana è già stata individuata e non mi fido a lasciare incustodito per troppo tempo quell’invitante giaciglio intiepidito dai raggi pomeridiani di un settembre generoso di luce e calore.

Nonostante la mitezza della temperatura e l’abbondante vegetazione colorata dai frutti maturi, sento l’avvicinarsi del tempo del silenzio e del riposo. Cerco le parole custodi del mio scivolare nel sonno in una scrittura densa, struggente, nostalgica, così vicina allo stato d’animo scatenato dal necessario temporaneo congedo dal luogo che amo.

Terracarne è già un titolo che fa intuire la comunione totale del corpo con la terra, e questo annuncio solletica l’attesa del lungo abbraccio che mi cullerà nei prossimi mesi. Nell’imminente immobilità causata dal freddo del Nord, un libro che parla di spostamenti intorno ai paesi invisibili e ai paesi giganti del Sud dell’Italia è una tentazione cui non so resistere, pungolata dalla visione della mappatura geografica che orienta il mio andare e dalla certezza che questo viaggio sia in realtà perno su cui avvolgere pensieri e riflessioni sulla ricerca proprio di quei luoghi che sempre inseguono i nostri sogni infranti.

Franco Arminio cerca di tratteggiare lo spirito del suo vagare con lo splendido termine di paesologo, una professione conosciuta a ben pochi e che trova nelle sue pagine sfumature di definizioni appena delineate: “La paesologia è semplicemente la scrittura che viene dopo aver bagnato il corpo nella luce di un luogo … Il paesologo va nei paesi a pescare lo sconforto e si ritrova tra le mani un poco di beatitudine: può essere uno scalino, una casa nuova o antica, può essere la visione di un castello o di un albero di noci, può essere una piazza vuota o un vicolo col ronzio di un televisore. Si va nei luoghi più sperduti e affranti e si trova qualcosa, ci si riempie perché il mondo ha più senso dov’è più vuoto, il mondo è sopportabile solo nelle sue fessure, negli spazi trascurati, nei luoghi dove il rullo del consumare e del produrre ha trovato qualche sasso che non si lascia sbriciolare … non basta attraversare un luogo, ci vuole che il luogo ti attraversi”.

Che cosa cerca Arminio in questo suo interminabile transitare tra i paesi del Sud? Un Sud che scopriamo a intermittenza congelato tra il ricordo di una geografia originaria disegnata dal moto perpetuo e lo scontro con l’insulto di un divenire ributtante, perché di quella terra nulla rispetta. Il ritratto paesaggistico del Mezzogiorno d’Italia è di un realismo spietato, ma la voce narrante è quella di un poeta che sa come guidarci fra terre ancora intatte nella loro primigenia bellezza per poi scaraventarci analogamente negli scempi della cosiddetta modernità, basata sul più bieco sfruttamento della cultura locale.

Non esistono mezzi termini nel suo citare Salvemini: “Cento anni fa Gaetano Salvemini scriveva: Nel Mezzogiorno d’Italia la potenza sociale, politica, morale della piccola borghesia intellettuale è assai più grande e più malefica che nel Nord. … Essi non vedono nella vita se non un gioco di protezioni, uno scontrarsi di influenze più o meno efficaci, un prevalere di simpatie o antipatie capricciose. Per essi non esiste alcuna scala di valori morali obiettivi. Il merito consiste nell’avere un protettore potente. Sarebbero capaci di presentarsi innanzi a un possibile patrono in ginocchio, strisciando la lingua per terra”.

E allora dove si spinge la ricerca, se poi alla fine non è la politica, il progresso, la ricostruzione, ma la gente stessa artefice delle proprie rovine? “L’Irpinia che è venuta dopo il terremoto, quella che c’è adesso, è una terra stuprata in molti punti, una terra che a viverci dentro ogni giorno ti dà tanto dolore, ma pure un soffio incerto di lietezza. Non starò a dire ancora una volta degli errori e degli orrori della ricostruzione, del grande abbaglio di portare le industrie in montagna, dell’illusione che fare tante case avrebbe dato più vita ai paesi. …Le colpe delle classi dirigenti di allora, che poi sono le stesse di adesso, sono evidenti. Non si possono tacere, tuttavia, anche le colpe di gran parte della popolazione, che fu tanto ansiosa allora di partecipare alla spartizione del bottino. … Nuovi sono gli intonaci, le vernici, ma il malanimo di questa terra è ancora qui, la diffidenza e il rancore restano il nostro marchio di fabbrica, unitamente al vittimismo e all’accidia.”

Arminio sa qual è l’affanno della sua rincorsa: “Il Sud che cerco è annidato nei paesi più sperduti, il Sud che resiste dove c’è poca gente, dove ci sono alberi, erbacce, cardi, il Sud che vive ancora solo dove è più dimesso, il Sud che non crede alla pagliacciata del progresso, il Sud dei cani randagi, dei vecchi seduti sulle scale, delle case di pietra incollate in lunghe fila che si attorcigliano. Il Sud che amo ha più di ottant’anni e rughe non lisciate, è una tribù di reumi e bastoni, è ugualmente lontano dall’Europa e dall’Africa, è una terra di magie arrangiate, di cimiteri sempre ampliati, di piazze livide e rancorose. Io voglio frugare tutta la vita in questo Sud fino a quando scompare, voglio restare tutta la vita dentro i suoi paesi rotti e malandati. Sono un guardiano della più solitaria disperazione. Sono vivo nei paesi invernali quando passa un funerale, sono vivo quando nevica e nei giorni più ventosi, nelle case dove i ragni fanno i nidi nelle damigiane, nel bar degli scapoli…. L’Italia che amo è quella che non sa niente di sé, che non si sente ricca né povera, che non si vanta e non si lamenta, un’Italia che appare a lampi su strade periferiche, un’Italia rimasta viva per sbaglio, per le amnesie della politica, per i mancamenti del progresso”.

E’ l’affanno di svelare un genius loci imbavagliato, impaurito, offuscato da strati di finta civilizzazione: “Mi sembra che il mondo lo abbiamo svuotato a furia di riempirlo. Mi sembra che le nostre giornate siano una trafila affannosa nella scontentezza. Siamo scontenti nel tempo libero e quando lavoriamo, siamo scontenti quando il nostro amore è corrisposto e anche quando non lo è. Siamo scontenti quando gli altri ci ignorano e quando si occupano di noi. Forse il problema sta nel fatto che siamo troppi. Forse la vita ha un suo tetto di intensità prestabilito. La felicità che si poteva spartire un milione di uomini è la stessa che adesso si debbono spartire un miliardo di uomini. Il nostro sfiatamento sta tutto nell’aver invaso il pianeta con la nostra presenza”.

Mentre leggo tremo e scavo. Esagerato dire che lo faccio per orgoglio, per rivoluzione, per utopia o, forse, per paura. Semplicemente scavo per sentire la terra che diventa parte di me ed io parte di lei, condividendone, per il periodo del sonno, lo spazio dello stesso punto di vista di un paesaggio perduto.

La società è basata su un diluvio di bugie, si rimane insieme per diplomazia. I luoghi non ci corrispondono e noi non corrispondiamo ai luoghi, le vicinanze sono sempre precarie, un colpo di vento le fa saltare. Si parla tanto di comunità, ma a malapena riusciamo a contenerci in noi stessi. … Solo quando il filo si spezza ci accorgiamo che in fondo qualcosa di quello che stiamo facendo ha un senso. Ci accorgiamo che il segreto è il semplice stare da qualche parte, con quello che c’è, perché è sempre tanto, una collina, un albero. Tendiamo a posare su tutto i teloni dell’abitudine, però un colpo secco a volte viene da sotto e ci scompiglia, e allora vediamo che tutto è appoggiato provvisoriamente sulla tavola del mondo. …Bisogna soffiare nelle nostre visioni come se fossero piume. E così pure nella nostra carne. Io vivo così, a metà tra me stesso e il paesaggio, vivo nel mio respiro e nel respiro della terra.”

TartaRugosa ha letto e scritto di: Kazuo Ishiguro (2009) Notturni, Einaudi Traduzione di Susanna Basso

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Non è raro che mi soffermi a pensare alle peculiarità dell’autunno. Ora che siamo a fine ottobre, mi viene scherzosamente da dire che questa stagione ha la foga di espiare il senso di colpa provato ad essere zona intermedia tra l’estate e l’inverno.

E’ forse questo il motivo, mi racconto, che tanta dolcezza hanno il colore, la temperatura, il sapore della natura. Ad attutire, o meglio, a lenire le precoci ombre della sera o il tardivo chiarore del levarsi del sole.

E’ tempo di introspezione, di sereno ritiro, in attesa che nel rigore invernale si sciolgano pian piano le riserve estive, affinchè si prepari il giusto spazio per il nuovo risveglio. Chissà se è così che pensano le tartarughe …

Nel frattempo, già il titolo della raccolta di racconti di Ishiguro mi è parso in sintonia con l’umore un po’ melanconico che accompagna questo passaggio stagionale, suffragato dall’incipit del risvolto di copertina: “Il Notturno in musica è una composizione di carattere lirico e melodico, veicolo di atmosfere sognanti e sentimenti ambivalenti e in senso ampio ispirato alla notte”.

I racconti in totale sono cinque e il tema dominante è retto da strumenti musicali, componimenti, autori e brani di musica jazz, esercizi e ricerca di ispirazioni. Per gli intenditori di questo genere, quindi, una vera carezza per occhi e orecchie.

Per me, più ignorante in tema di jazz (del resto anche Paolo Conte canta “Le donne odiavano il jazz, non si capisce il motivo”), il piacere di abbandonarmi al contenuto delle storie e all’atmosfera dolce-amara creata dai relativi protagonisti.

Perché, come spiegavo all’inizio, c’è sempre un languore misterioso nei momenti di transizione, in quella fase in cui è più facile capire ciò che perdi e più complicato mettere a fuoco ciò che cerchi ed accettare che forse non lo troverai mai.

Intendiamoci, non sono storie tristi. Ishiguro sa sempre dove fermarsi per garantire quel giusto mix di partecipazione, identificazione e comprensione delle emozioni in gioco. Alcune situazioni poi così surreali da rasentare il divertimento. E le rispettive voci narranti ti trattano come un vecchio amico, messo lì ad ascoltare ciò che avviene.

E come spettatore accompagni questi incontri che capitano casualmente e alla cui base ci sta sempre un tormento, un’interrogazione, un sentimento interrotto, un’aspirazione fallita.

Tony Gardner, per esempio, improvvisa una serenata in gondola per Lindy per chiudere degnamente ventisette anni di matrimonio, pur continuando ad amarla. L’attonito chitarrista che gli chiederà il motivo si sentirà rispondere: “Il fatto è che non sono più il grande nome che ero una volta … Potrei lavorare alla mia rinascita … Bisogna essere disposti a tanti cambiamenti, alcuni anche molto difficili …perfino a rinunciare a certe cose che si amano .. Hanno tutti nel letto una moglie giovane. Io e Lindy siamo destinati a renderci ridicoli … Ho già messo gli occhi su una signorina che ha fatto altrettanto con me. Lindy lo sa benissimo”.

Lindy è l’unico personaggio che ritroveremo in “Notturno” alle prese con un lifting rivitalizzante e a contatto, durante la degenza, con Steve, sassofonista di brutto aspetto, il cui nuovo amante della moglie, per rimediare al tradimento, gli paga un intervento facciale ad opera del più famoso chirurgo estetico della città .Obiettivo: che questa operazione lo lanci verso la notorietà. E il produttore non esita a rimarcare la splendida occasione di avere come compagna di clinica proprio Lindy Gardner “Hai presente chi sono i suoi amici? Sai che cosa potrebbe fare per te semplicemente alzando la cornetta del telefono? … Tientela buona, aspetta di avere la tua faccia nuova e le porte si apriranno. Entrerai in serie A, in cinque secondi netti”. L’unico momento d’oro sarà ricevere un trofeo trafugato nottetempo da Lindy e destinato ad un musicista mediocre. Lindy sarà presto dimessa, quanto a Steve non resta che nutrire speranza “Forse ha ragione Lindy … ho bisogno di prospettiva e in effetti la vita è molto di più che amare qualcuno. Forse questa per me è davvero una svolta, e la serie A mi sta aspettando. Forse ha ragione lei”.

Che forse è la stessa speranza del giovane chitarrista presente in” Malvern Hills”. Mollata l’università, teme il rientro da Londra per dover raccontare come “non avevo raggiunto ogni obiettivo su cui avessi puntato”. La sorella e il suo ristorante diventano un luogo di sicurezza per il tetto sopra la testa e la possibilità di “creare” nuovi pezzi musicali. Un fugace incontro con una coppia di musicisti professionisti svizzeri rinforza la sua idea di “mettere su un gruppo”, nonostante le parole della donna che lo ascolta “Già una vita qualunque riserva tante delusioni. Se poi sogni in grande …”. Ma sognare non costa quanto trovare il finale adatto al brano in corso d’opera.

Più difficile invece mettere ordine in una vecchia coppia di amici che, dopo anni di matrimonio, scoprono segreti e bugie. Ritrovarsi come mediatore paciere significa essere disposti ad inventarsi quanto di più bizzarro esista per sedare umori insolenti, anche a prezzo di scoprire cosa un’amica pensa veramente di te.

Amaro l’ultimo racconto “Violoncellisti”. Non perché l’ungherese Tibor, allievo di Petrovic, si vede “costretto a eseguire musica che detestava e ad arrangiarsi tra sistemazioni o troppo costose o squallide”, ma perché una misteriosa americana – Eloise McCormack – si spaccia per insigne musicista e diventa mentore del “potenziale” di Tibor. “Il fatto è che, sin da quel primo incontro, Tibor aveva provato la curiosità di sentirla suonare, ma la soggezione gli aveva impedito di chiederglielo. Una minuscola puntura di diffidenza l’aveva avvertita solo quando, guardandosi intorno, non aveva visto traccia del violoncello di lei”. Poi la confessione: “Il fatto che io non abbia ancora imparato a suonare il violoncello non cambia niente, in realtà. Deve capire che io sono davvero una virtuosa, solo che devo ancora sbocciare”.

Certo è destino che non sapremo mai cosa succederà dopo ogni punto che chiude il racconto. Ma è bello sapere che si può accarezzare un sogno e che ad ogni notte, comunque vada, subentra sempre il giorno.

Tartaruga, l’animale della resilienza: leggende e significato simbolico – in GreenMe.it

La tartaruga è un animale che rappresenta la tenacia, la resilienza, la forza, ma anche la longevità. È considerata una creatura saggia e fra quelle che riescono a difendersi meglio, per via del suo carapace. Vediamo insieme qualche leggenda e la sua simbologia.

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Tartaruga, l’animale della resilienza: leggende e significato simbolico – GreenMe.it

Giuseppe Conte IL POMERIGGIO D’AMORE DI DUE TARTARUGHE, 30 luglio, 9 agosto 1977

Che violenta, sorda, cozzante pazienza

quella della tartaruga maschio, dal

piccolo guscio verde e marrone, che

per tutto il pomeriggio ha stretto al muro

della cunetta nel giardino la

tartaruga femmina, compagna

ben più grande di lui, quieta, pacatamente

ritrosa.

Con la sua testa vischiosa, retrattile

avanzava e le mordeva le

zampe anteriori, poi

quelle posteriori – e chi può dire

la dolcezza del mordere d’amore

di una tartaruga – le sollevava

il guscio, le si infilava

sotto, veloce e determinato più di quanto

gli consentisse la sua natura.

Faticando, ma irriducibile, preciso

tra brevi, ripetuti cozzi, sordi come

di scaglie di pietra, di cavità che si

incontrano, la stringeva al muro e la

mordeva, e se lei provava a fuggire, la

seguiva con un suo breve scatto a

zig-zag.

Poi d’improvviso alzava le sue zampe

anteriori sul guscio di lei, cercava come

un suo equilibrio nello spingere,

brutale ma elastico e di una

sua impensabile tormenta leggerezza.

Lei emetteva un grido

di paura, mai sentito da tartarughe, tanto

che abbiamo creduto subito che fosse

quello di un uccello ferito

caduto o sotto l’abete o tra le

rose del giardino; e Baffo il cane

da caccia correva qua e là senza degnare

la scena di uno sguardo.

Così sino al tramonto hanno giocato

le tartarughe, animali buffi ma capaci

di questo inesauribile cercarsi, di fatiche

immani, di movimenti di avvicinamento

tortuosi e minerali.

Quei gusci, e il loro battere, rintoccare,

pietre impazzite, pietre d’amore, e

quel contatto caldo, invisibile, e per il quale

nessuna, neppure la più aggirante manovra

era superflua. Infine hanno raggiunto il

piacere.

Noi dobbiamo parlare per cercarci, diventare

sguardi, e se fuggiamo insieme forse è per

tentare di morire senza toccarci: carezzare

è difficile per chi

crede di avere un’anima, e baciare

è difficile, o di una tenerezza

troppo facile, troppo raggiungibile

forse.

 

 

 

 

da L’ultimo aprile bianco, Società di Poesia, 1979