TartaRugosa ha letto e scritto di: Gabriele Romagnoli (2017), Solo bagaglio a mano, Universale Economica Feltrinelli, Milano

Suggerire a una tartaruga di viaggiare con solo bagaglio a mano è divertente, data la sua innata propensione a trascinarsi appresso l’intera casa. Ma, forse proprio per questo, il guscio può essere paragonato a una valigia, in cui, tolto il corpo, non rimane molto altro spazio in cui stipare “roba”.

Alla base del libro troviamo proprio questo concetto: la ricerca dell’essenza è intrecciata al sapersi liberare dal superfluo e a saper imparare ad agire per sottrazione.

Tutti noi abbiamo troppe cose che non ci servono o ci portano sulla strada sbagliata, bagagli troppo pesanti che ci inducono a scegliere percorsi più facili per non faticare troppo. Amiamo il segno più e il meno ci spaventa. Eppure ‘fare a meno’ è un verbo da coniugare con esultanza.

La metafora del viaggiare leggeri è quanto mai efficace se applicata all’umana predisposizione ad individuare il senso della propria esistenza.

L’autore sviluppa una serie di riflessioni grazie alla partecipazione ad un originale esperimento svolto in Corea del Sud, dove, per ostacolare l’elevato numero di suicidi, viene proposto un falso funerale con relativa chiusura in una bara, non prima di aver scritto su un foglio l’ultimo saluto alle persone più care e disposto la destinazioni dei propri beni materiali. La cerimonia comprende la vestizione con un abito funerario senza tasche.

Scopo di questo bizzarro rituale non è prepararsi a morire quanto, piuttosto, imparare a vivere.

Perché nel momento in cui ti confronti con la tua finitudine scopri di quante cose sei ingombro, sacrificando spesso a loro spazio prezioso per ciò che nella vita conta davvero.

In questa claustrofobica chiusura nascono in Romagnoli ricordi di eventi, aneddoti, cronache di vita che per il giornalista meritano di essere evocati per stimolare un pensiero critico sul nostro occidentale modello di vita.

Il recupero dell’operazione di sottrazione (togliere anziché aggiungere) aiuta a comprendere che i limiti in generale sono un vantaggio, non una diminuzione delle possibilità. Le convinzioni sono indumenti superflui. Come eliminarle? Per cominciare, le certezze. Quelle più definitive e solide, quindi più pesanti, quelle assolute: scaricarle pensando che invece è tutto relativo.

Nel bagaglio a mano, dove lo spazio è ridotto, ci metti non quello che ci sta, ma quello che vuoi. Quante volte tendiamo a caricarci di ciò che non serve o scegliere situazioni in cui non consideriamo che la fatica è superiore al risultato! Ancorati alla certezza che l’accumulo sia un simbolo di prestigio, di potere, o di un fittizio senso di godimento non ci accorgiamo di quanto nella nostra vita è in sovrappiù.

Un racconto autobiografico scuote la mia attenzione: si tratta della madre dell’autore e del suo acquisto di un bellissimo, morbido tappeto da bagno che, dopo essere stato esibito e aver raccolto molto entusiasmo dalla famiglia, viene inspiegabilmente riposto nel ripiano più alto di un ripostiglio. Forse per non sciuparlo, o per le grandi occasioni, o per tenerlo nel dovuto rispetto dato il suo pregio. E nel frattempo nel bagno di caso continuano a susseguirsi tappeti di scarsa qualità. Il piacere di poter usufruire dell’oggetto annientato dal piacere del possedere: le infinite, quasi tutte sbagliate, declinazioni del verbo possedere. Che per me significa: essere posseduti. Credi sia attivo, invece è passivo.

Come mi ci riconosco anch’io! Talvolta le tentazioni non sono respinte perché prevale il senso del bello, del possesso per l’appunto, ma poi, trascorso il momento del godimento, quell’oggetto resta lì per diverse ragioni: un senso di colpa per aver speso soldi per qualcosa di non indispensabile, la costatazione che non rispondeva a un’effettiva necessità, l’attesa di una speciale occasione che non arriverà mai. Lo scivolamento dei giorni pian piano fa passare quell’oggetto in second’ordine, fino a farti scordare quanto lo avevi falsamente ritenuto importante e, quindi, decidere di liberartene.

Il bagaglio a mano rivela il superfluo. Se torni e ce l’hai fatta con quel numero di capi, fogge e colori, significa che non hai davvero bisogno di quanto nel tuo guardaroba esorbita.

In realtà quello che più ci pesa addosso e che si radica nei nostri sogni sono le mancate soddisfazioni. Che farne? La soluzione più semplice è continuare a inseguirle, perché Hillman insegna, in ognuno di noi abita un daimon che attende solo di essere scoperto.

Hillman racconta di una bambina di colore salita su un palco di Harlem per un saggio di fine anno e annunciata come danzatrice che tirò la giacca del presentatore e disse a sorpresa: ‘Canto, invece!’ Era Ella Fitzgerald improvvisamente consapevole di sé.

Anche l’idea che abbiamo di noi stessi, il nostro egocentrismo può diventare zavorra.

Troppi si ritengono primattori di un copione che prevede solo comparse. Accendono a giorno stanze che implorano ombra, quiete, dimenticanza: le stanze in cui vegliamo sulla nostra irrinunciabile essenza.

Nell’esperimento coreano, prima di procedere alla chiusura della bara, presentano un video in cui l’esistenza umana, in media di 80 anni e sulla scorta di una serie di interviste, viene così sintetizzata:

23 anni a dormire, 20 a lavorare, 6 a mangiare, 5 a bere e a fumare, altri 5 aspettando un appuntamento, 4 a pensare, 228 giorni a lavarsi la faccia e i denti, 26 giocando con i figli, 18 a farsi il nodo alla cravatta. E, da ultimo, 46 ore di felicità.

Se questo è ciò che sta dentro la valigia della nostra vita, quando l’apriamo vorremmo trovare qualcosa in più di quelle poche 46 ore. Cerchiamolo avendo cura di ricordare sempre che la vita è imprevedibile e che è importante sapere che esiste sempre un piano B. Soprattutto quando incontriamo la parola “senza”.

La vita ci insegna a fare senza e a proseguire, resistere e migliorare proprio per questo. Perdere è, a volte, arricchirsi: scoprire che si avevano false necessità, affrancarsi da pesi e bisogni. S può rimanere senza qualcosa e stare meglio di prima, soprattutto se quella cosa la si è donata ad altri. Un vestito senza tasche porta già tutto: un’esistenza che basta a se stessa.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Michela Murgia (2009), Accabadora, Einaudi, Torino

Capita talvolta di portarsi addosso un nome che già prefigura un destino.

Chissà se nell’immaginazione di una Bonaria Urrai bambina il peso di quel “Bonaria” custodiva la traccia di ciò che sarebbe successo nella sua vita, nelle sue scelte, nelle sue azioni.

Perché qui troviamo un’altra bambina, Maria, quarta figlia non desiderata di Anna Teresa Listru, che in un giorno di luglio con una sporta di uova fresche e prezzemolo, saluta la madre e insieme ad una Bonaria già avanti nell’età imbocca la nuova strada verso un futuro difficilmente pensabile per lei che per prima si era sempre considerata “l’ultima”.

Fill’e anima”, sarà da quel momento per tutto il paese:

Lei è Maria”. E quell’essere semplicemente Maria doveva bastare a quanti avessero voluto capirne di più. La gente di Soreni ci aveva messo un po’, ma alla fine aveva afferrato l’antifona di quella misteriosa liturgia, e tutt’a un tratto era come se fosse stato sempre così, anima e fill’e anima, un modo meno colpevole di essere madre e figlia”.

Che si sa, la gente di paese ha sempre motivi di cui parlare o sparlare fin tanto che qualcosa di nuovo non accade e sposta l’attenzione sull’ultimo evento. E in quei di Soreni la tradizione è custodita gelosamente. I segreti si nutrono di quel non dire che è come se fosse detto, di quel sapere mal nascosto e costruito su credenze arcaiche, tessute di rituali magici e convinzioni superstiziose. Una cultura primitiva, ma non per questo totalmente priva di morale.

Ha chiesto lui di me?”

No, non parla più da settimane. Ma io a mio padre lo capisco”

…”Uscite tutti”

Rimasta sola con il vecchio, lo esaminò. Bonaria gli prese la mano scarna tastando con attenzione il polso e l’avambraccio, e qualcosa in quel contatto le strappò un sussulto. Il vecchio emise un verso rauco “Chiamata ti hanno, alla fine”.

Malgrado la sua debolezza, il sussurro del vecchio non si perse nello scialle e Bonaria Urrai lo udì perfettamente. Fuori c’era la famiglia che attendeva pregando, ma l’accabadora non ci mise nemmeno il tempo di un Pater ave gloria per uscire dalla camera del vecchio, avendo cura di lasciarsi aperta la porta alle spalle.

Antonia Vargiu, per avermi chiamata senza motivo, siate maledetti voi tutti presenti. ..Sai benissimo che tuo padre non è morente, non è nemmeno vicino al suo giorno. Dagli da mangiare, piuttosto. Se muore per fame, tu non addormentarti più”.

Perché Bonaria, oltre che sarta, è anche questo: l’accabadora, l’ultima madre che pietosamente dà la morte quando il patimento impone un’agonia troppo grande per essere sopportato. E’ appena quindicenne quando assiste alle mosse di questo mestiere nella casa di una giovane puerpera colpita da emorragia: “Quando la stessa donna aveva chiesto la grazia, le altre avevano agito per lei in un clima di condivisa naturalezza, dove atto illecito sarebbe parso piuttosto il non far nulla”.

In quella terra aspra e chiusa, dopo che la liberazione della casa da ogni oggetto benedetto non era sufficiente a lasciar andare il sofferente, ecco che l’accabadora nel buio della notte, avvolta nel lungo scialle di lana, calava come ultima ombra per esortare il respiro finale.

Maria questo non lo sa e lo scoprirà ad un prezzo molto caro, quando il suo crescere è più che mai confuso tra i sogni di bambina e i desideri di donna ancora acerba.

Succede che nella vigna dei Bastia, durante la raccolta dei grappoli profumati, un lamento rompa la gaia baldanza dei giovani impegnati nel faticoso lavoro. Proviene da un muretto, uno di quei confini fatti “a secco in basalto nero, ciascuno con il suo astio a tenerlo su”. “Nicola Bastia esaminava la base del muretto esplorando attento le fessure tra i massi. … Dopo qualche minuto si alzò da terra brusco come c’era finito, e con uno strano sguardo cercò gli occhi del padre “Hanno spostato il confine”.

Dopo aver disfatto il muretto in pochi minuti “Il piccolo sacco di juta comparve dal punto più interno del muro. Nicola estrasse l’arresoja dalla tasca sotto gli sguardi tesi del padre e della madre. La lama lacerò la stoffa … rivelando quello che si agitava debolmente nel sacchetto. Era un cucciolo di cane. Vedendo con cosa era stato legato e sepolto, il segno della croce stavolta se lo fecero tutti. Persino Nicola”.

In quella terra in cui “la parola giustizia veniva pronunciata solo quando c’erano da evocare cieche persecuzioni contro qualcuno”, la maledizione di una fattura non poteva essere perdonata. E Nicola cerca la vendetta, ma non sempre la vendetta è giusta come la si crede. Nicola perderà una gamba e, per la sua età, il suo carattere e temperamento, questo costo è troppo alto da tollerare.

La notte di Ognissanti, la porta delle case viene lasciata aperta per la cena delle anime.

Quella notte, Andria, fratello di Nicola, si appresta a controllare quale anima entrerà a bere l’acquavite lasciata sul tavolo e a prendere il tabacco trinciato “così avrebbe saputo cosa rispondere a Maria, quando diceva che le anime non andavano in giro a tormentare nessuno”.

E sarà quella la notte in cui Bonaria, per la prima volta avrà il dubbio “di non essere capace di distinguere tra la pietà e il delitto .. quando negli occhi di Nicola Bastiu aveva letto la determinazione di chi cerca disperatamente non la pace, ma un complice”.

E’ arrivato il momento della verità nel drammatico confronto tra Maria e Bonaria:

(Andria) Dice che vi ha visto stanotte entrargli in camera e soffocarlo con un cuscino”…

Me lo ha chiesto lui”…

Nella mente di Maria la verità si fece chiara improvvisamente, e nell’istante stesso in cui la realizzava, la figlia di Anna Teresa e Sisinnio Listru seppe con certezza chi era la donna che le stava davanti.…

L’ultima. Io sono stata l’ultima madre che alcuni hanno visto” …Quando parlò, Bonaria seppe che non c’erano più spazi per capire.

Per me siete stata la prima, e se mi chiedeste di morire, io non sarei capace di uccidervi solo perché è quello che volete” …

Quando verrà il momento, Maria, scoprirai cose di te che non conosci ancora” …

Non verrà quel momento…io voglio andare via da voi … Subito. Domani stesso”.

Farsi accabadora dei propri ricordi non è impresa facile. Rinascere una terza volta ancor meno. Maria, a Torino, si inventa una vita nuova come bambinaia di due ragazzini ricchi e viziati, da conquistare a poco a poco, entrando nelle viscere delle loro storie, frugando nel nero e nel dolore più cupo, perché a volte, per comprendere la propria disperazione, si rende necessario scoprire quella degli altri.

I ricordi non muoiono a comando, “lentamente tornarono a uno a uno, visi, voci e luoghi dell’infanzia in cui era cresciuta, e Maria si scoprì ad abitarli senza chiedere permesso”.

Poi tre fatti: una lettera complicata da aprire, un sentimento represso venuto alla luce, la riscossione del debito del fill’e anima.

In quella terra sarda da cui era partita, Maria ritorna e reincontra una Bonaria il cui “corpo era diventato così delicato che anche un semplice massaggio sarebbe stato sufficiente a sbriciolarle le ossa ormai fragilissime”. Un ammonimento riaffiora:

Farai tante scelte nella vita che non ti piacerà fare, e le farai anche tu perchè vanno fatte, come tutti”.

Non si riesce a morire per protezione o per colpa.

Il primo motivo è abbastanza semplice da verificare: “Tolse tutti i quadretti a soggetto religioso dai muri della camera, recuperò le immaginette dalle pagine dei libri e dal fondo dei cassetti … soprattutto portò via la palma benedetta della settimana santa appesa dietro la porta … La vecchia non indossava scapolari o altri oggetti che potessero trattenerla, tranne la catenina del battesimo, che Maria ebbe cura di sfilarle dal collo con delicatezza, mentre l’altra la fissava senza una protesta.”

Non successe niente.

La colpa è fatto più complicato; è più oscura e alberga in tutte le anime, abbarbicata com’è all’azione e al pensiero. Bonaria, Maria, Andria: un incontro comune, un parlare interrotto, una paura di scoprire e scoprirsi, una necessità di ritrovarsi.

L’anima ha voglia di perdono, ma non sempre si sente libera di andare da sola. Ha bisogno di un gesto, di un tocco leggero, di sentirsi accompagnata da chi ha amato.

Anima e fill’e anima, infine, riprendono a parlare lo stesso, misterioso, linguaggio del bene.

P.S.

Mentre scrivo sento il messaggio del suicidio di Mario Monicelli e sono ancora emozionata dal racconto di settimana scorsa di Roberto Saviano sulla storia d’amore di Piero e Mina Welby.

Situazioni limite, ma proprio per questo risposte ancor più significative di fronte al nuovo imperante tabù della morte (o forse della vita?).

Tabù perché si cerca con ogni mezzo di non far entrare la morte nella storia del vivere, nuovo perché è cambiata la modalità per osteggiare il trapasso. A voler continuamente allontanare la linea di confine tra l’al di qua e l’al di là si ottiene la rovinosa conseguenza di non sapere più a quale dei due mondi si appartiene.

La “macchina umana” è il nuovo mostro tecnologico che ne risulta, dove il respiro diventa bombola, dove il battito diventa pompa, dove lo sguardo diventa monitor, dove il contatto diventa guanto, dove la parola diventa numero.

Non si riesce a morire per protezione o per colpa. Difficile comprendere l’esatta collocazione di questo nuovo prodotto umano.

Grazie a Monica per il dono di Accabadora.

le prime TARTARUGHE appena uscite dal LETARGO invernale, Aprile 2019

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le TARTARUGHE di VILLA CARLOTTA (sul Lago di Como), 20 aprile 2019

da un messaggio di Simona:

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TartaRugosa ha letto e scritto di: Simon Winchester (2018), Il professore e il pazzo, Traduzione di Maria Cristini Leardini, Adelphi Edizioni, Milano

Mi chiedo perché io sia sempre così attratta dalle storie ambientate nell’Inghilterra vittoriana. Non conosco la Gran Bretagna e la sua capitale, eppure nei film, come nei libri, la fantasia e l’immaginazione mi trascinano nelle strade fumose, caligginose, nebbiose, maggiormente in periferia, dove industrie, case, fiumiciattoli e destini malfamati si intersecano con le contraddizioni e le divisioni sociali, povertà e filantropia, furti e riscatti, espedienti e ricchezza. E’ indubbio che ci sia lo zampino di Charles Dickens e dei suoi monumentali romanzi sociali; insieme a lui altri grandi come Robert Louis Stevenson, Arthur Conan Doyle e, più tardi, in versione femminile, le sorelle Bronte. Jane Austen, Virginia Woolf avranno sicuramente lasciato il segno nei miei viaggi interiori.

Un altro quesito riguarda il perché sia il film sia questo libro di Winchester mi abbiano letteralmente stregata e trascinata nel vortice della storia delle parole.

Su quest’ultimo, forse, una spiegazione (direbbe TartaRugoso) è legata al mio desiderio di controllo, ma di fatto tutto ciò che ha a che fare con le liste, gli elenchi, le classificazioni, mi affascina.

Il Professore e il Pazzo non è solo la storia dei suoi due principali artefici, il Prof. James Murrray, responsabile e direttore editoriale del progetto, e il Dr. William Minor, internato nel manicomio di Broadmoor, principale collaboratore nella costruzione dell’Oxford English Dictionary.

Il vero protagonista è lui, il dizionario, o meglio, le parole che contiene.

Nato per volontà dell’esclusiva Philological Society di Londra ci vollero più di settant’anni per creare i dodici mastodontici volumi che formavano la prima edizione di quello che sarebbe diventato il grande Oxford English Dictionary (OED). Fu portato a termine nel 1928; negli anni successivi ci furono cinque supplementi e poi, mezzo secolo dopo, una seconda edizione che integrava la prima e tutti i volumi supplementari in una nuova serie di venti volumi.

Per la mia probabile latente ossessività l’elemento più fascinoso è la ricerca del significato di ogni parola (origini, storia e trasformazioni) attraverso l’uso di citazioni che dimostravano esattamente come era stata usata una parola nel corso dei secoli, quali sottili variazioni aveva subito nelle sue sfumature di significato, nell’ortografia o nella pronuncia e, cosa forse ancor più importante, come e più esattamente quando era entrata per la prima volta nella lingua.

L’urgenza di un così ambizioso progetto derivava dal fatto che in un’epoca pullulante di intensa attività intellettuale, i pochi dizionari esistenti erano piuttosto modesti e imperfetti: quando William Shakespeare scriveva le sue opere, non poteva verificare l’esattezza di parole insolite, non avrebbe trovato nessun libro che gli dicesse se la parola che aveva scelto era scritta correttamente, se l’aveva scelta bene, e se l’aveva usata nel modo giusto e nel punto giusto.

Imperdonabile. Anche in considerazione che l’espansione geografica di quegli anni stava portando la lingua inglese a diventare internazionale e quindi necessitava di essere meglio conosciuta e, soprattutto, per una forma di orgoglio nazionale, non si poteva essere inferiori a italiani, francesi e tedeschi già molto avanti per la salvaguardia del proprio patrimonio linguistico (in Italia l’Accademia della Crusca risale al 1582).

Anche l’Inghilterra doveva munirsi di un dizionario il cui fulcro fosse la storia dell’arco di esistenza di ogni singola parola, una sua biografia corredata di atto di nascita che mostrasse dove era stata usata per la prima volta.

E’ un assioma che esistano tre alternative per stilare un elenco di parole. Si possono registrare le parole che si sentono. Si possono copiare le parole da altri dizionari già esistenti. Oppure si può leggere e poi, nel più scrupoloso dei modi, registrare tutte le parole che si sono lette, selezionarle e disporle in un elenco.

Di questo incarico fu ritenuto idoneo James Murray, le cui competenze vengono da lui stesso così descritte: La filologia è stata per tutta la vita il mio campo di ricerca favorito, possiedo una padronanza generale della lingua e della letteratura delle classi ariane e siro-arabiche; delle lingue romanze italiano, francese, catalano, spagnolo, latino e in misura minore portoghese, valdese, provenzale e vari dialetti; un’accettabile familiarità con l’olandese, tedesco, francese e occasionalmente fiammingo, danese. So un po’ di celtico e al momento sono impegnato con lo slavo, avendo raggiunto una soddisfacente conoscenza del russo.

Di certo il candidato ideale per il conferimento del contratto, accettato il quale Murray prese due decisioni: costruire lo Scriptorium, piccolo edificio in cui si sarebbe riunito con i suoi collaboratori per curare l’edizione del dizionario; scrivere un appello a tutti i lettori di lingua inglese per arruolare un corposo numero di volontari che leggessero e segnalassero le parole ritenute valevoli di essere inserite nel dizionario.

L’appello inserito nei giornali, riviste, libri raggiunse, fra gli altri, anche il manicomio criminale di Broadmoor, nel Berkshare, e capitò nelle mani di William Minor, lì ricoverato da otto anni, in seguito a un omicidio di un passante da lui ritenuto suo persecutore.

Soffriva di manie di persecuzione, è vero; ma era un uomo sensibile e intelligente, laureato a Yale, istruito e curioso. Era, si capisce, incredibilmente ansioso di avere qualcosa di utile da fare, qualcosa che potesse occupare le settimane e i mesi e gli anni e i decenni che gli si prospettavano.

Nel libro sono minuziosamente descritte le storie di vita di entrambi questi due uomini. Particolarmente emblematica la vicenda esistenziale dell’americano Minor, l’insorgenza e l’evoluzione della sua malattia che lo porterà a gesti autolesionisti drammatici e che troverà in Murray un fedele amico, pronto a sostenere la sua causa di rimpatrio negli Stati Uniti.

La trama che seguo, però, è centrata sul metodo della costruzione dell’opera letteraria e sicuramente, senza l’ausilio del Dr. Minor, forse il destino della stessa sarebbe stata ben diversa.

Quando si parla di metodo, anche la follia può rivelarsi utile. Ecco come Minor riuscì a non disperdersi fra i rivoli della monumentale ricerca e a diventare, seppur a distanza, fondamentale sostegno per l’edificazione del dizionario, già in crisi alla lettera A:

Prese da un cassetto quattro fogli di carta bianca e una boccetta di inchiostro nero e scelse la penna dal pennino più sottile. Piegò i fogli in due formando un quaderno, un fascicolo di otto pagine. … Ogniqualvolta incontrava una parola di suo interesse, la trascriveva in caratteri minuscoli, quasi microscopici, nella giusta posizione all’interno del quaderno che aveva creato. … La scrisse nella prima colonna, e decise di inserire la parola e il relativo numero di pagina a circa un terzo dell’altezza. La posizione era precisa e il motivo era che Minor era certo di trovare, prima o poi, un’altra parola interessante che iniziasse con la stessa lettera, e quindi calcolava la possibilità che venisse inserita o prima o dopo la parola già scritta e,dopo l’inserimento, lasciava un po’ di spazio nell’eventualità di incontrare un’altra parola che iniziasse con la stessa lettera. .. Parola dopo parola, ciascuna con l’ortografia esatta, la posizione nel quaderno perfettamente appropriata, la pagina del libro in cui si trovava riportata con precisione, la lista cresceva e cresceva.

Questo metodo di lavoro, totalmente diverso da quello degli altri, lo mise in grado di poter rispondere prontamente alle richieste provenienti da Murray: ricevuta la parola ricercata, non aveva altro da fare che controllare la sua esistenza nella lista (e quasi sempre l’aveva già selezionata), risalire alle fonti, ricopiare la biografia di quella specifica parola e spedirla allo Scriptorium (la parola Art sarebbe stato il suo primo cimento).

Allo Scriptorium, dove arrivavano un migliaio di schede al giorno, un impiegato divideva il contenuto di ogni mazzetto in base all’ordine alfabetico, un altro divideva le parole in base alle varie parti del discorso cui appartenevano e infine un altro controllava che le citazioni fossero disposte in ordine cronologico. Un redattore provvedeva a suddividere i significati della parola secondo le varie sfumature assunte nel corso della sua esistenza e scriveva la definizione.

Nel 1928 l’annuncio finale del suo completamento:

Dodici ponderosi volumi; 414.825 parole definite; 1.827.306 citazioni esemplificative utilizzate, decine di migliaia delle quali offerte dal solo William Minor. Messi l’uno accanto all’altro, i caratteri coprono 286 chilometri, ovvero la distanza che separa Londra da Manchester. Scartando tutti i segni di interpunzione e tutti gli spazi, ci sono ben 227.779.589 tra lettere e numeri.

Ad ogni nuovo capitolo è entusiasmante imbattersi in esergo in una voce originale dell’OED che introduce all’argomento ivi trattato.

E, ci credereste?, naturalmente in vendita su Amazon in versione Nuovo o Usato con l’unico rammarico dei commentatori sul peso eccessivo …

Nasce una tartaruga: il mondo diventa più sostenibile

TartaRugosa ha letto e scritto di: Daniel Schachter (2001), I sette peccati della memoria. Come la mente dimentica e ricorda. Traduzione di Cristiana Mennella. Mondadori

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Daniel Schachter (2001)

I sette peccati della memoria. Come la mente dimentica e ricorda

Traduzione di Cristiana Mennella

Mondadori

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Terminati lo studio e il lavoro di scrittura, finalmente la scrivania è ritornata in ordine. Archiviati i libri consultati, mi soffermo su Schachter, direttore del dipartimento di Psicologia dell’università di Harvard e già brillante autore di altri testi sulla memoria.

I sette peccati della memoria” è un saggio, ma contemporaneamente un testo divulgativo che, sulla base della volontà di chi l’ha scritto, classifica il mondo complesso della memoria in una forma accessibile a ogni categoria di lettori, mescolando scienza ed esperienza e, soprattutto, agendo da specchio sui nostri “personali peccati” di questa importante funzione cognitiva.

Leggendolo ci si può anche divertire, oltre che a meditare sulle manchevolezze di cui talvolta non ci accorgiamo o di cui ci preoccupiamo in eccesso o, per contro, sottovalutiamo.

Partendo dalla domanda sul come, quando e perché la memoria può crearci problemi, Schachter riflette sulla sua ventennale esperienza di studioso e arriva a individuare una chiave interpretativa che aiuta a districarsi nel labirinto degli scherzi della memoria, anzi delle memorie.

La mia ipotesi è che le disfunzioni mnestiche si possano suddividere in sette grandi trasgressioni: labilità, distrazione, blocco, errata attribuzione, suggestionabilità, distorsione e persistenza. Come i sette peccati capitali, quelli della memoria fanno parte della vita quotidiana e portano guai”.

Il peccato della labilità colpisce maggiormente i young old, i giovani vecchi intorno alla sessantina e li accompagna negli anni a seguire. Man mano che il tempo passa subentra l’oblio: “con il tempo i particolari diventano sfocati e si moltiplicano le interferenze di successive esperienze simili. Ecco quindi che facciamo sempre più affidamento sull’essenziale del ricordo, cercando di ricostruirne i particolari per inferenza e addirittura tirando a indovinare. La labilità comporta un progressivo passaggio dalle descrizioni dettagliate alle ricostruzioni generiche”.

Le variazioni individuali naturalmente sono variabili, poiché anche influenzate dalle circostanze successive alla nascita del ricordo. Che i vecchi amino raccontare spesso gli stessi episodi, potrà annoiare l’ascoltatore, ma sicuramente costituisce per loro un costante ripasso che permette di far riaffiorare quell’evento con una certa precisione, liberandolo dal rischio della labilità. Probabilmente, sarà un ricordo legato a qualcosa di emotivamente importante, essendo l’emozione fondamentale per l’archiviazione dell’esperienza.

L’autore non si limita a elencare i peccati: per ciascuno di essi fornisce una dettagliata spiegazione scientifica legata al funzionamento cerebrale e suggerisce anche opportuni rimedi per contrastarli. Per esempio, quanto più associamo alle situazioni rappresentazioni visive – una mnemotecnica vecchia di duemila anni – tanto più sarà facile salvarle dalla dimenticanza.

Il peccato della distrazione ci invita a ricordare che l’attenzione è il primo ingrediente per la conservazione della memoria: se siamo assorbiti da una telenovela alla TV è probabile che dimentichiamo di spegnere il gas o non registriamo la raccomandazione che ci viene data da qualcuno della famiglia. Consoliamoci, non stiamo perdendo la memoria, più semplicemente pecchiamo di un’attenzione insufficiente al momento della codifica dell’evento. Quindi, per superare questo ostacolo, Schachter invita a utilizzare la memoria prospettica creando promemoria scritti adeguati: “quando annotiamo qualcosa, tutte le informazioni pertinenti sono disponibili nella memoria di lavoro, ma per evitare di non riconoscere poi quanto si è scritto occorre trasferire quanti più dettagli possibili dalla memoria di lavoro al promemoria scritto”. Per evitare, come capita a me e a TartaRugoso, la fatidica domanda mentre si agita un foglietto: “Ma secondo te a che cosa si riferisce?”.

Il peccato di blocco è quello universalmente conosciuto come “ce l’ho sulla punta della lingua”. In questo caso l’informazione non è svanita dalla memoria: è annidata chissà dove pronta a riaffacciarsi con qualche altro suggerimento, ma non è disponibile quando serve. Il blocco è esasperante perché sapete con certezza di poter ritrovare l’informazione, ma allo stesso tempo non ci riuscite. Il non insistere nella ricerca a volte è la cosa migliore perché così lasciamo libera la mente di svincolarsi dall’attenzione conscia e quindi pronta a lavorare in forma autonoma per il recupero. E’ diffuso infatti il fenomeno che la parola cercata riemerga quando siamo impegnati in tutt’altro, facendoci esultare anche se fuori tempo. Di altra natura invece è il blocco conseguente a un’esperienza traumatica, per intenderci il concetto freudiano di rimozione, la cui origine non è ancora compresa ma su cui la neurodiagnostica sta lavorando soprattutto indagando la regione frontale del cervello.

Il peccato di errata attribuzione si verifica quando si ascrive un ricordo a una fonte o a un contesto sbagliati. E’ un peccato che ha ripercussioni in ambito forense: il testimone oculare può riportare pericolosi errori di attribuzione, riferendo informazioni delle quali è convinto siano avvenute in un certo luogo e in una certa ora, mentre invece si riferiscono ad altri momenti. O riconoscere un volto credendo di averlo visto sul luogo dell’incidente, mentre lo si è incrociato in un altro contesto. O, ancora, a distanza di un po’ di tempo dalla prima testimonianza, non essere più sicuro di alcuni dettagli denunciati. Si tratta di una confusione di mancato assemblaggio: “quando si verifica l’evento, l’oggetto rimane slegato dal suo contesto preciso. Il mancato assemblaggio può creare confusione tra gli eventi realmente vissuti e quelli solo pensati o immaginati”. Altrettanto emblematica è la criptomnesia che si verifica quando un individuo riproduce o pensa o suona scritti o idee o canzoni di altri, attribuendoli a se stesso (plagio involontario).

A dare mano forte a questo peccato, si può associare quello della suggestionabilità, ovvero la tendenza a incorporare nei propri ricordi informazioni fuorvianti che provengono da fonti esterne: da altre persone, da materiali scritti o immagini, addirittura dai mezzi di informazione.

Per restare in ambito processuale, domande tendenziose possono influenzare il teste, virando la sua risposta a quella che si desidera realmente ottenere. La cosa diventa ancor più preoccupante con i bambini in età prescolare: insistere con interrogatori o porre domande-suggerimento di un certo tipo può indurre a un racconto non veritiero a causa della debolezza dei sistemi mnestici infantili: Sempre più studi di laboratorio indicano che i bambini faticano a situare il ricordo, vale a dire dove e quando è avvenuto un particolare episodio. Interrogati più volte, cominceranno a crederlo familiare solo perché è stato tirato in ballo spesso. Non ricordando nel dettaglio da dove provenga il senso di familiarità, i piccoli cominciano a mescolare pezzi di episodi passati, o addirittura a introdurre elementi immaginari.

Il peccato di distorsione dà come risultato la produzione di una versione falsata di un episodio o di un pezzo della propria vita perché sottopone alla visione attuale quanto è accaduto in quel passato. La distorsione, in sintesi, dimostra la difficoltà di scindere il ricordo di “come eravamo” dalla valutazione presente di “come siamo”. Questo per esempio può avvenire quando esageriamo i problemi attraversati, oppure l’attribuzione a se stessi solo di successi, scartando i fallimenti. Nel caso del giudizio a posteriori, invece, prevale l’impulso di ricostruire un passato sulla base delle informazioni che nel frattempo si sono accumulate. “L’ho sempre saputo” è più facile da dirsi col senno di poi che al momento in cui accade una circostanza.

Infine, il peccato di persistenza viene giudicato dall’autore come il più invalidante in quanto trova terreno fertile nella depressione e nella ruminazione (tendenza a rimuginare su un pensiero fisso). Al contrario della labilità, della distrazione e del blocco, che implicano l’oblio di informazioni o di eventi che vorremmo ricordare, la persistenza ci porta a ricordare quello che vorremmo tanto dimenticare. Succede a tutti che di fronte a certi eventi della vita restiamo incollati al dolore e al pensiero fisso di quello che è successo (un fallimento, un insuccesso, un lutto, una separazione), ma poi col tempo il dolore si attenua: in età anziana addirittura si tende ad allontanare le emozioni negative a favore di quelle positive. Le persone con un’emotività sana cesseranno di lasciarsi ossessionare dai ricordi dolorosi, mentre i soggetti con uno schema di sé negativo saranno maggiormente inclini a imprimere ben bene e in forma duratura i ricordi delle esperienze negative sino a diventare patologici.

Schachter non ci parla dei sette peccati in forma solo di vizio: sottolinea che ad essi possono essere associate anche virtù.

Nel caso della persistenza, il ricordo preciso di dove è avvenuto un pericolo e che cosa sia successo può fungere come evitamento di un fatto analogo.

Nel caso della labilità, si può considerare l’oblio che interviene col passare del tempo come “effetto pulitore”: inutile serbare informazioni che rimangono inutilizzate per lunghi periodi. Analogamente si può considerare che anche per il blocco e la distrazione sia meglio togliere che aggiungere: un sistema dipendente dall’elaborazione codificherà in maniera approfondita soltanto gli episodi importanti che quindi torneranno in mente con più facilità. Quelli che passano inosservati senza mettere in moto la codifica elaborativa saranno di poco conto e quindi inutili da ricordare.

E se l’errata attribuzione si verifica quando sfuggono i dettagli di un’esperienza, si potrà ragionevolmente considerare che ricordare solo il senso generale può anch’esso essere una risorsa perché ci permetterà ugualmente di trarne vantaggio a discapito dei particolari inessenziali.

Richiamando il fatto che la distorsione è un effetto del bisogno di autostima, un’alta opinione di sé sembra favorire la salute mentale anziché minarla. Le persone che indulgono nelle illusioni positive rendono bene in molti aspetti della loro vita. I depressi invece rendono tutt’altro che bene.

A ben pensarci quindi non si può non concordare con Schachter quando afferma che i sette peccati non sono semplici seccature da minimizzare o evitare, ma spiegano in che modo la memoria attinge al passato per informare il presente, preserva elementi dell’esperienza attuale per servirsene in futuro, ci consente di tornare indietro nel tempo quando lo desideriamo.

Ognuno quindi si consoli: peccare (di memoria) fa bene.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Alessandro Vanoli (2018), Inverno. Il racconto dell’attesa, Il Mulino, Bologna

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Alessandro Vanoli (2018)

Inverno. Il racconto dell’attesa

Il Mulino, Bologna

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Ora che è iniziata la primavera e l’ora legale si è insediata, il ricordo dell’inverno è sfumato, probabilmente anche grazie a una stagione insolitamente mite, priva di piogge, neve e gelo.

Molto lontana quindi dal racconto che Vanoli offre al lettore utilizzando un metodo originale, singolare e suggestivo: leggere la storia dell’umanità attraverso il freddo.

C’è una storia millenaria che ci riguarda e che ha a che vedere col freddo e col ghiaccio. Una storia che comincia quando non eravamo troppo diversi da altri animali e che poi si inoltra su per i secoli, raccontando di riti, feste, abitudini quotidiane, battaglie e tanto altro ancora”.

E nell’epoca in cui TartaRugosa è sprofondata nelle viscere della terra, l’ascolto di cosa accade in superficie corrisponde a vedere la realtà nascosta con la stessa fascinazione prodotta dalla fiaba raccontata di fronte al fuoco del camino, così come ce la propone l’autore. In tre tempi: l’inverno delle origini; l’inverno moderno; l’inverno dell’intimità e dell’attesa.

Come immaginare il primo inverno della storia? “Ovunque i ghiacciai scivolano dalle montagne più alte nelle valli sottostanti e scavano solchi profondi che un giorno saranno laghi. E più il freddo aumenta più i fiumi si seccano e i ghiacciai trattengono l’acqua e il terreno è gelato in profondità. E’ l’inverno della terra, l’ultima grande glaciazione prima che cominci a scorrere il tempo della storia, quello della civiltà e dell’agricoltura”.

E’ proprio grazie all’inverno che l’uomo si è mosso alla conquista del mondo, impara a cacciare, a coprirsi, ad accendere il fuoco. Ed è nel gelo dei suoi mesi che si affermano le prime tradizioni che ancora resistono ai giorni nostri: la nascita di Gesù, i re magi, l’epifania, lo scontro di potere tra papa e imperatore, il presepe, il carnevale, sono tutti eventi che hanno il freddo come protagonista e che ci mostrano come i nostri avi fossero diversi da noi. “Uomini i cui corpi per mesi e mesi non avevano altra possibilità che le basse temperature. Un inverno privo di rifugio e di luoghi caldi dove trascorrere il tempo. Quel freddo lungo e inarrestabile era forse parte di una relazione con il mondo e la natura che abbiamo perso per sempre”.

Così come oggi, XXI secolo, si discute intorno al riscaldamento della terra, qualche secolo fa – tra il 1570 e il 1685 – la temperatura subiva l’andamento opposto, calando di quasi due gradi centigradi. “Perché tutto questo accadesse ancora oggi nessuno è riuscito davvero a spiegarlo. Quel che è certo è che il mondo cambiò: inverni glaciali, estati piovose e primavere sferzate dalla grandine. La natura, insomma, stava cambiando”.

Qualche esempio: il lago di Costanza gelava interamente circa ogni dozzina di anni, così come succedeva ai fiumi Reno e Tamigi, o, per stare in casa nostra, si poteva raggiungere in carrozza Venezia da Mestre sulla laguna ghiacciata.

Ma l’interesse dello storico Vanoli non si sofferma solo sulla ricerca dei simboli religiosi, aprendo varchi di conoscenza sul problema della nascita di Cristo, l’invenzione del presepe, il festeggiamento di San Nicola nelle tradizioni germaniche e il digiuno del mese di Ramadan islamico.

Suggestiva la sua narrazione dei primi passi scientifici della medicina che, proprio grazie al freddo, riesce a prendere distanza da preghiere, fede e ciarlatani. Il primo teatro anatomico fondato da Gian Battista Da Monte è strettamente correlato al clima invernale: “le lezioni di anatomia, infatti, si tenevano principalmente d’inverno proprio per la migliore conservazione dei cadaveri, con una cerimonia pubblica che comprendeva la presenza di varie autorità oltre ai chirurghi e si snodava per ben tre giorni di aperture, dedicati rispettivamente al ventre, al torace e al cranio”.

Sempre nel campo delle scoperte, avvincente la descrizione del passaggio a nord-ovest. A poco più di un secolo dopo la scoperta dell’America, restava aperto il sogno dell’India e dell’Asia e con esso la ricerca del passaggio per accedervi. “Era ormai chiaro a tutti che il passaggio a nord-ovest esisteva, nascosto da qualche parte tra i mari artici, impraticabile durante i mesi invernali e pericoloso durante quelli estivi a causa dello scioglimento dei ghiacci. Per molto tempo l’Artico sarebbe rimasto un mistero e ancora più ignoto l’altro grande inverno geografico, l’Antartide”.

Solo nel febbraio 1775 il comandante inglese James Cook può scrivere:”Che possa esserci un continente di grande estensione vicino al polo io non lo nego:il freddo intensissimo, le numerose isole e le vaste zone di ghiaccio galleggiante, tutto tende a dimostrare che ci debba essere una terra a sud. Ma se queste sono le terre che abbiamo scoperto, che cosa possiamo aspettarci da quelle giacenti ancora più a sud, dato che possiamo ragionevolmente supporre di aver visto le migliori?”. Dobbiamo aspettare il 1911 prima di veder svettare sul ghiaccio la bandiera lasciata dal norvegese Amundsen che col suo equipaggio conquista finalmente l’Antartide.

Non mancano, come sfondo artistico, i riferimenti a grande opere pittoriche e musicali attinenti all’inverno. Le tele di Bruegel, Avercamp, Hokusai, Hiroshige, Monett, Chagall impreziosiscono la lettura del libro, mentre le note del concerto in fa minore di Vivaldi ci ricordano come lo stesso abbia descritto il calendario in musica, di cui Inverno costituisce l’ultimo dei quattro concerti solisti per violino.

In campo letterario chi meglio dei russi può spiegarci il rigore del Generale Inverno? Sulla scia della tormenta di neve che introduce la passione tra Anna Karenina e l’ufficiale Vronskij è inevitabile la citazione del collasso della Grande Armata napoleonica così ben descritta ancora da Tolstoj in Guerra e Pace “Battuti da continue interminabili tormente di neve, incapaci di trovare riparo o cibo se non vestendosi delle pellicce rubate ai moscoviti e uccidendo i propri animali, per freddo spesso si impazzì prima di morire di una morte atroce”. Una nuova tragedia nel secolo successivo la dobbiamo alla Prima guerra mondiale: “Immaginate un’ampia fascia, larga più o meno una quindicina di chilometri, che dalla Manica si estende sino alla frontiera tedesca fino a Basilea, letteralmente cosparsa di cadaveri e solcata da rozze sepolture, in cui fattorie, villaggi e cascinali sono mucchi informi di macerie annerite, in cui i campi, le strade e persino gli alberi sono scavati, straziati e distorti dalle granate e deturpati dalle carcasse di cavalli, buoi, pecore e capre, orribilmente smembrati e sfigurati e sparsi dappertutto… L’inverno fece diventare tutto questo ancora più terribile, trasformando le trincee in trappole mortali”.

Purtroppo dopo pochi decenni il gelo dell’inverno insegue ancora la guerra, questa volta in Russia, opprimendo gli italiani che si ritiravano dal Don, con il fiato che si gela sulla barba e sui baffi, come Rigoni Stern racconta nel Sergente nella neve.

Ormai siamo giunti ai giorni attuali.

La neve la conosciamo sui campi da sci, ben imbacuccati e pronti a rifugiarci al caldo dopo lo sport; il freddo lo lasciamo fuori dalla porta. Dentro, dalla stufa, siamo passati al riscaldamento centralizzato “Nel Vecchio come nel Nuovo Mondo esso mutò rapidamente il volto più intimo delle città, cambiando il senso delle feste e dello stare insieme”.

Che cosa ci è rimasto oggi dell’inverno?

Vanoli ci trascina nel White Christmas di Bing Crosby che ci fa pensare che ogni Natale è bianco, anche senza la neve. Riflette sulle feste come occasioni di consumismo, ma non si vuole ancorare a questa immagine. Dichiara infatti che “le feste non muoiono facilmente: si trasformano, forse, cambiano forme e riti, ma sopravvivono. Il Natale e l’inverno ci chiedono qualcosa e noi forse abbiamo qualcosa ancora da chiedere a loro”.

Questo post lo dedico a Luna, che per un giorno solo non è riuscita a salutare la primavera e ha voluto affidare all’inverno il suo trasferimento altrove.

Loving Luna

La piccola infermeria allestita in cucina non esiste più.

Le due siringhe di diversa capienza, una per i liquidi, l’altra per il cibo, sono finite nel sacco giallo della plastica.

Conosco ancora a memoria la sequenza: al mattino la siringa di apis, durante il pomeriggio e la sera le tre siringhe di brionia (tutte seguite da 3 spruzzi di argento), quattro volte al giorno massaggino sul collo con le gocce di arnica.

Nel giro di venti giorni questi provvidenziali trattamenti avevano risolto il problema più fastidioso di Luna, ovvero la terribile infiammazione in bocca che le continuava a procurare scialorrea e, probabilmente, prurito e dolore considerato lo sfregamento intermittente e lo storcimento delle labbra. Da un anno la sua stomatite non le dava requie: ogni due mesi cortisone e antibiotico diventavano sempre più inefficaci.

Paradossalmente quando la bocca è finalmente diventata rosea, qualcos’altro non è riuscito a risolversi. Il grosso “fragolone duro” sotto la base della lingua e le protuberanze palpabili sotto il mento continuavano a restare nella loro posizione, facendosi beffe delle terapie. E poiché anche negli animali la medicina funziona per esclusione, tolte le ipotesi di ascesso, cisti e granuloma, restava quella più probabile di tumore, la cui certezza sarebbe stata possibile solo con biopsia, inapplicabile a una gatta di 17 anni e, soprattutto, data la posizione, incurabile.

Fra tutti i gatti che abbiamo avuto, Luna è stata quella che ha saputo sommare nella sua personalità caratteri di felino uniti a un incredibile attaccamento più pertinente di solito ai cani.

Luna era una gatta che amava. Dopo tanti anni trascorsi all’aperto, si era fatta amica di tutti: lei chiamava davanti alle porte, saliva in braccio ai visitatori, partecipava alle tavolate.

Da otto anni viveva con noi in appartamento, gelosissima delle altre presenze feline e caparbiamente concentrata a conquistarsi il privilegio delle attenzioni.

E’ stata proprio la sua voglia di relazione a farmi piangere tutte le lacrime possibili.

A parte la somministrazione delle terapie, fatta necessariamente in due, il buongiorno tra me e lei da più di un mese prevedeva circa 45 minuti di accudimento, durante i quali accoccolata per terra per nutrirla avevamo raggiunto una intima complicità che solo i gesti della cura sanno creare.

Nel piattino sul foglio di giornale versavo il cucchiaio di cibo iperproteico e ipercalorico badando bene a formare continue torrette alte, cosicchè lei potesse affondare il musetto sulla sommità senza dover tirare fuori la lingua e girare in bocca il cibo fino a fargli trovare il possibile passaggio. Poi c’era la pausa in cui tentava vanamente di leccarsi le labbra e la punta del naso e così di buon grado accettava il mio intervento col fazzolettino imbevuto di decotto di malva, sollevando il mento per farsi pulire meglio e rassicurandomi con tale segnale che non sentiva dolore. Poi la seconda fase del cibo con le stesse modalità e, di nuovo, pulizia più approfondita di musetto e zampe. Questo rito si ripeteva alla sera.

Nell’ultima settimana evidentemente il transito diventava sempre più difficoltoso, per cui siamo passati alla siringa col cibo diluito. Quel che commuoveva noi due caregiver è che queste manovre non inducevano in lei rifiuto o paura. Certo, si sa, i gatti non sono propriamente collaboranti, ma in qualche modo Luna dava da intendere che aveva capito che questi interventi le procuravano un certo sollievo, per cui quando la tovaglietta si stendeva sul tavolo, stava lì e pur dovendola tenere per evitare che facesse movimenti impropri con la siringa in bocca, appena terminato cercava subito di venire in braccio all’una o all’altro.

Ci siamo chiesti più volte, e alcune ci eravamo anche fissati la data, se farle l’eutanasia, ma Luna dimostrava troppo voglia di vivere per tradirla in questo modo.

Tolte alcune giornate in cui lo sguardo era palesemente di sofferenza, una volta migliorata l’infiammazione Luna ha sempre fatto di tutto per trovare un accomodamento alle sue condizioni, non mutando mai l’atteggiamento nei nostri confronti e confermando il suo stile di vita, con momenti di sole sul balcone, la salita sul tavolo al momento del pranzo, l’attesa serale davanti alla tv per fare le sue coccole a Paolo e venire poi a dormire sulla mia pancia. Persino le sue venute nel letto di notte sono continuate fino al giorno prima della sua morte.

Non mi sarei mai perdonata di portarla per l’iniezione finale.

Le ore più strazianti per noi sono state quelle del martedì sera: Luna si trascinava per casa, ma ugualmente ha trovato la forza di mettersi davanti al divano in attesa che la sollevassimo per accoglierla fra le nostre braccia.

Lì abbiamo avuto la netta percezione che stava per lasciarci. Si è subito addormentata profondamente abbandonandosi totalmente sul grembo di Paolo.

Non è stata più contattabile e l’unico momento in cui ha aperto gli occhi è stato quando Paolo con delicatezza l’ha alzata perché l’aveva bagnato. Messa nella gabbietta è rimasta lì definitivamente col respiro che diventava sempre più corto.

Ora è all’ultimo piano del nostro giardino, vicino ai due peschi in fiore di Gianfranco e a pochi metri dalle spoglie di Chat Noir.

E’ rimasta Miciù con i suoi 21 anni e 9 mesi e con la sua altezzosità di Lady. Chissà, forse non ci ha mai perdonato di aver accolto nel suo regno altri due quattrozampe.

Sappiamo che quando non ci sarà più arriveranno altri pelosoni da accudire, ma dubitiamo di trovare un gatto affettuoso e amante come Luna.

Se n’è andata lasciandoci in lacrime, ma dedicandoci tutto l’amore possibile fino all’ultimo istante.

Grazie Luna.

luna scala

vedi anche

Il giorno triste. Questa notte è morta LUNA, la gatta più “relazionale” che abbiamo avuto. Aveva 17 anni. 19/20 marzo 2019

Tartaruga, dal blog fotografiain.wordpress.com