TartaRugosa ha letto e scritto di: Giovanni Montanaro (2020), Il libraio di Venezia, Feltrinelli, Milano

Un piccolo libro che parla di grandi amori.

Innanzi tutto per Venezia, decadente e struggente laguna poggiata sul mare e dal mare periodicamente inghiottita e poi rigettata, con l’alta marea preceduta dal suono delle sirene e i veneziani che conoscono i passaggi da attraversare senza le passerelle, vera attrazione per turisti spaesati e conquistati, felici di fotografarsi con stivaloni alti fino alla coscia.

Venezia è sempre bellissima. … Sarà che è fatta per viverci, che è stata costruita quando il mondo era della misura degli uomini. … Che è democratica, perché ci si va a piedi, tutti quanti, con la stessa pioggia, con lo stesso vento. …Sarà che ti sembra sempre che stia per finire.

Che ti sembra impossibile, che tutta questa bellezza, questa ricchezza possano durare per sempre- Perchè la città è fragile, in pericolo, pare che nessuno lo capisca, che tanti vengono a farle del male, le orde dei turisti che paiono una pompa da giardino sfuggita di mano, l’incuria, il cattivo gusto, i veneziani che la svendono, i negozi con i pesciolini che ti mordicchiano i piedi e quelli che vendono caramelle fluorescenti”.

Venezia che ha la forma di un pesce, che sta sotto e poi riemerge e diventa come una foresta capovolta, con milioni di tronchi che la tengono legata sui fondali, per paura che possa fuggire lontana, senza ritorno.

Venezia amata e vilipesa, Venezia che sa resistere.

L’altro grande amore è per i libri, che sono la vita stessa e quindi debbono essere difesi e salvaguardati, perché sono la nostra identità, la nostra memoria e anche loro, come noi, sono fragili. (A fine testo sono 21 le schede che l’autore scrive per presentarci le librerie della laguna, sorelle della Moby Dick protagonista del racconto e che,come lei, sono state travolte nel novembre del 2019 da un’insospettabile marea di 187 centimetri che ha devastato, travolto e trascinato via centinaia di libri).

Soprattutto quando irrompe l’inondazione.

Quaranta centimetri in più del previsto. Quaranta centimetri in più cambiano tutto, travolgono letti, spazzano fogli, distruggono provviste, sporcano materassi, e poi calzini, telefoni, gioielli, bicchieri, piatti, stoviglie, libri, centinaia di libri, e adesso non si può fare niente, non si può reagire, non c’è più tempo, né spazio per mettere le cose in salvo, solo stare a guardare, piangere, all’inesorabile bagnarsi, lerciarsi, disfarsi. … L’acqua è inarrestabile, l’acqua non si ferma più, l’acqua si porta via tutto. L’acqua viene ovunque, sgorga dai canali, dai tombini, dai water, dai rubinetti, dal cielo”.

C’è poi l’amore di Vittorio per la sua libreria e per Sofia, giovane studentessa che trova terapeutico soffermarsi a guardare i libri di Vittorio, a sentirne parlare, a farseli consigliare.

Moby Dick è il nome della libreria di Vittorio. “E’ aperta tutti i giorni, anche la domenica. E spesso la luce è accesa fino a sera tardi, perché se Vittorio si mette a leggere non si accorge del tempo che passa … se cerchi un libro che non ha, Vittorio si fa in quattro per procurartelo il prima possibile, e poi ti fa scoprire i libri che non cercavi, quelli che non sapevi di volere … Ha inventato una rassegna di presentazione, la gente riempie il campo fino a tardi per ascoltare poesie, qualche volta organizza un concertino jazz, invita autori italiani a parlare dei loro libri”.

Ma c’è pure l’amore dei veneziani di laguna che non possono non amare Venezia, ormai conoscono i suoi segreti, i capricci dei flussi e riflussi delle maree; si sono attrezzati, sanno come intervenire per mettere in sicurezza le loro mercanzie, sanno interpretare i numeri dei bollettini che scandiscono le ore e i centimetri dove l’acqua tornerà a fare da padrona e Venezia tornerà a essere un pesce.

Ma il giorno dell’inondazione è un giorno diverso e quando finalmente l’acqua torna indietro “Vittorio non si vede. Si è chiuso dentro la Moby Dick. I primi due scaffali sono andati sott’acqua, il terzo è salvo per miracolo … qualche centinaio di libri sono andati perduti, tantissimi, troppi….Ne afferra qualcuno, li apre, li scuote, li sgocciola. … Non c’è niente da fare. Sono da buttare”.

Una vera tragedia, ma l’amore viene in soccorso.

Perchè se la sciagura è di tutti, tutti si sentono chiamati. E’ qualcosa di più del senso civico, è qualcosa di più della condivisione delle perdite, della solidarietà, del salvare il salvabile, della paura della fine per sempre. Quel qualcosa di più è la consapevolezza che siamo tutti fragili. Così fragili.

E allora bisogna darsi da fare. Non perdere tempo. Andare alla ricerca di chi ha meno forze per fare le pulizie, di sgombrare scantinati, di lavare ciò che rimane per evitare che la salsedine continui il lavoro dell’acqua e, quando credi di avere finito, ricominciare da capo.

Vittorio ha capito che i libri non bisogna metterli ad asciugare sul termosifone. A stare al caldo si increspano, si rovinano ancora di più. Bisogna usare il phon, Aria fredda. Una pagina alla volta. E’ un lavoro infinito, un lavoro frustrante. Lo fa con pochi libri, alcuni che forse può ancora vendere, alcuni a cui tiene particolarmente, che non vuole perdere”.

Braccia, gambe, mani di giovani, vicini, clienti, parroci, commercianti, chi può svolge un lavoro prettamente fisico, chi non può mette mano al portafogli e Moby Dick diventa non solo luogo di sosta e consultazione, ma centro di smercio, di acquisto irrefrenabile, di smania di avere un libro che probabilmente non si leggerà mai.

Poi c’è sempre qualcuno che invece se ne frega, che non dà peso alle tragedie, che mette al centro il proprio benessere e la propria avidità: Vittorio, dopo aver fatto i conti delle perdite, deve misurarsi col raddoppio del canone di affitto della sua libreria, che non può essere contrattato. Si profila davvero la fine, che però non è una fine, perché la vita dopo tutto ci può offrire una svolta e per Vittorio quella svolta ha il nome Sofia, riapparsa dopo giorni e giorni di duro lavoro di pulizie delle calli della città.

C’è anche l’amore dell‘alleato nascosto, quello che in ogni storia sbuca all’improvviso con un colpo di scena.

Pure nella storia del libraio di Venezia c’è qualcuno che dalla sua abitazione ha osservato tutto e che sa tutto: della devastazione dell’inondazione, dell’innamoramento di Vittorio, dell’amore corrisposto segretamente di Sofia che aspetta solo un bacio, della decisione di chiusura della Moby Dick perché non ci si sta più con i conti, di un negozio di merciaia rimasto vuoto quando la vecchia signora Rosalba che fatica a reggersi sulle gambe, si è ritirata dagli affari.

Entra in gioco, traballante ma determinata, la signora Rosalba che spesso abbiamo incontrato fra le pagine, mentre assiste e commenta i fatti del quotidiano che animano il campo su cui affaccia la sua finestra.

Perchè Moby Dick non può morire.

Benvenuto nella tua nuova libreria … Hai anche una vetrina in più. Il canone non sarà un problema … La cassa potresti lasciarla lì, dove ce l’avevo io…

Vittorio si guarda intorno. Li vede già i suoi scaffali, quelli vecchi, quelli nuovi. Proust, Pamuk Borges, Berto, Dumas, Modiano, Montale, Achmatova, Mann,Pascal, Wells, Montaigne, Auden, Handke, Hastings, Freud, tutti gli altri, sono pronti per migrare da una parte all’altra del campo”.

E’ un racconto prezioso questo del libraio di Venezia, una storia metafora del nostro attuale pezzo di esistenza, per dirlo con le stesse parole di Montanaro:

Venezia, l’acqua alta e la reazione dei suoi abitanti sono anche il simbolo delle tante emergenze di questo Paese, delle tante impreviste tragedie che continuano a colpirlo ma che, alla fine, non riescono mai ad averla vinta”.

La tartaruga (Trilussa)


Mentre una notte se n’annava a spasso,
la vecchia tartaruga fece er passo più lungo
de la gamba e cascò giù
cò la casa vortata sottoinsù.
Un rospo je strillò: “Scema che sei!
Queste sò scappatelle che costeno la pelle…”
“lo sò” rispose lei “ma prima de morì,
vedo le stelle”.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Duccio Demetrio (2021), All’antica. Una maniera di esistere, Raffaello Cortina, Milano

Da questo libro è bene si astengano coloro che fanno della velocità il loro mito, che ritengono il passato qualcosa di cui è meglio liberarsi, che sono assaliti dal desiderio di sbarazzarsi dalle cianfrusaglie collezionate negli anni della vita, che considerano Gozzano leader indiscusso delle cose di pessimo gusto, che leggono nel carpe diem unicamente la voluttà edonistica e il bel vivere, che dileggiano e deridono una modalità di esistere all’antica, come il titolo cita.

Perché in queste pagine, nell’antico, si vagola carezzando autobiografia, sociologia, etnografia, filosofia, poesia, iconografia, tutto ciò che “ci spinge ad amare e cercare il volto poetico delle cose, delle persone, dei paesi, delle ore e degli stati di grazia che la memoria, a nostra insaputa, ha saputo invece difendere per noi. Per fortuna senza chiederci il permesso”.

E poiché il rievocare trova sì supporto incoraggiante nelle parole, ma anche nelle immagini, ecco che ingentiliscono la densità delle pagine scritte, allentando la presa del pensiero, svariate icone scelte dall’autore “per il silenzio che le avvolge, per la compostezza dell’aspetto, per l’ineloquenza e la oltretemporalità promanante da ciascuna di esse”.

E’ bene inoltre precisare, prima di avviarsi a sondare tale sentimento, che: “Evocare l’antico non equivale a rimpiangere ingenui e nostalgici ritorni a questo o quel lontano passato e, tanto meno, da queste pagine si lanceranno invettive contro l’era digitale, sognando il ritorno alle penne d’oca, ai telefoni a gettone, ai treni a vapore”. Ma nemmeno ci si confonda con un revival dettato dalla moda, dove profumi d’altri tempi occhieggiano furbescamente all’avventore, millantando genuine attrattive in un tempo attuale troppo artificiale e sepolto da una modernità mal accettata.

Ben venga, al contrario, il saper prendersi il giusto tempo per rifugiarsi in quel luogo mentale dove sono custodite memorie gravide “di storie che si sono succedute provenendo all’infinito e a esso dirette, incuranti dei calendari”.

Non c’è bisogno di cercarlo, l’antico, perché è lui che ci abita e suscita inspiegabili echi emotivi, che forse ci giungono più chiari se consideriamo “che i ricordi di luoghi, case,stanze, giardini, oggetti della nostra infanzia ci appartengono affettivamente molto più di quanto potesse accadere a genitori e nonni…. Per noi, emotivamente, valevano di più poiché possedevano un passato, una doppia storia, erano intrisi delle narrazioni dei nostri cari”.

L’antico è senza tempo, è un sentimento che riecheggia qualcosa che si è perduto pur non avendolo mai né posseduto, né tanto meno vissuto: “Eppure, saperlo dentro di noi allevia ogni sofferenza temporanea. La sua figura indefinita va e viene, torna e ci rincuora. Ci dona il senso di appartenenza alla vita presente e non solo, come comunemente si crede, a quella già trascorsa”.

L’antico, ancora, lo possiamo ritrovare in un aggettivo oggi desueto – dabbene – che pure connota chi persegue un certo modo di essere, ovvero quelle belle e brave persone il cui “ottimismo pacato, trattenuto e non sospetto, ci accompagna a modi gentili e sempre cordiali in ogni circostanza. A tal punto che ci rivolgiamo a loro, nelle richieste d’aiuto, non con imbarazzo: poiché li sappiamo riflessivi, riservati e fidati, disponibili ad ascoltare e generosi. Solleciti e ospitali, leali e schietti non soltanto per un garbo naturale e spontaneo. Perché in costoro avverti anche la forza del carattere, temperamento, tempra vitale, tenacia … Come si diceva una volta: determinazione e fermezza, lungimiranza e perspicacia”. Doti che pare non si attaglino alla velocità della modernità, all’innovazione tecnologica che polverizza tutto ciò che non tiene il passo del suo procedere, ma che, viceversa, restituiscono un’immagine sfuocata e démodé di chi invece tenacemente persevera nel mantenere un certo stile di esistere, coltivando sobrietà nel fare e nel dire.

Ma tornando agli indaffarati del vivere attuale, i quali, travolti dall’inesorabilità del ritmo accelerato che li opprime, cercano consolazione o spensieratezza nel qui e ora dell’attimo fuggente, ecco proprio quegli impazienti corrono il rischio di smarrire per sempre quel frammento, deprivandolo della traccia, del segno che resta.

Invece “Quell’attimo non va colto nella sua singolarità ma in sequenza rispetto a un prima e a un dopo. A una durata sempre preceduta da altri attimi. Il carpe diem ritrova così il suo senso e la sua autentica entità fenomenica nell’unitarietà complessa del giorno. Dove l’attenzione va posta sulla necessità di non farsi sfuggire nulla nella prospettiva del giorno, di quelle ventiquattr’ore convenzionali che sono sufficienti a offrirci la sua entità ed esemplarità storica”.

Perchè il carpe diem racchiude valore infinito costituito non solo da ebbrezza e felicità fugaci, ma anche da attraversamenti perigliosi nelle terre del dolore, della disperazione, della perdita, del lutto, attimi questi da sigillare e da destinare a una memoria disposta a raccontarsi e offrirci nuovi modi d’essere nei giorni a venire.

L’antico è tutto ciò che rivendica con il nostro aiuto il diritto a perdurare finché se ne abbia rimembranza, a essere incluso durevolmente nella memoria. Non per perseguitarci inutilmente, ma anzi, per consentirci di vivere nella intima, segreta, tacita gioiosità di quanto, grazie a noi, può tentare di esistere ben oltre i limiti imposti dallo scorrere del tempo…. Con il passato di quelle cose umane o materiali che un gesto, un sogno, una passione misero al mondo, chiedendoci di prendercene cura”.

Ed è proprio il prendersene cura che ci conduce alla “maniera”: le sagge maniere di vivere, le buone maniere di essere ed esistere secondo un percorso ispirato alle virtù, “la scelta di un modo di vivere che diventa maniera nel momento in cui trascende gli aspetti soltanto modali, rivelando la propria intima natura filosofica, religiosa e spirituale, poetica”.

Di passo in passo ci spostiamo ancora fra le pagine trovando disseminati molteplici spunti per esplorare e, perché no, ri-scoprire un proprio modo d’essere all’antica, smanioso di “perdurare finché se ne abbia rimembranza, a essere incluso durevolmente nella memoria”.

Conclude il saggio una “speciale convocazione” di ventitré poesie dove “l’antico appare senza fretta, senza doverlo andare a cercare”.

In ognuna di esse, come lo stesso autore con prosa poetante evoca, il lettore potrà lentamente abbandonarsi, assaporare il risvegliarsi di ricordanze e stati d’animo da riportare alla luce, a cui finalmente ora, giunto alle ultime pagine, ha imparato a dare un nome.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Gabriella Bernabò (2012), Per troppa vita che ho nel sangue. Antonia Pozzi e la sua poesia, Ancora Editrice, Milano

E’ momento di riprendere in mano e rileggere questa biografia con quel turbamento suscitato forse da un titolo contraddittorio “per troppa vita che ho nel sangue”, così lontano dall’idea che a soli 26 anni (3 dicembre 1938) Antonia abbia deciso di abbandonare la scena della vita.

D’altronde le biografie servono proprio a mettere in luce passaggi significativi per tentare di capire il mistero che ognuno di noi nasconde.

Spiegare le ragioni di un suicidio non è mai affare agevole. Scrive Bernabò: “Far dipendere la sua decisione finale semplicemente da una delusione amorosa significherebbe non capire la complessità e la profondità del suo dramma … Antonia avvertiva in sé una straordinaria energia vitale ed era portata ad esprimerla, nella vita come nell’arte, ma si accorgeva della difficoltà di viverla appieno in un universo raggelante”.

Per tentare di comprendere meglio occorre quindi contestualizzare l’epoca della sua esistenza e la cultura di quei tempi.

Antonia appartiene a una famiglia colta, raffinata e benestante: padre avvocato, madre contessa appassionata d’arte e di musica, nonno noto storico, nonna – nipote di Tommaso Grossi -vivace e sensibile, dai quali assorbe un appassionante e costante desiderio di apprendere. Accanto agli studi classici coltiva pertanto le sue passioni per la musica, il disegno, la scultura, le lingue straniere, gli sport del tennis, nuoto, equitazione, sci, alpinismo.

In particolare “l’amore per la montagna e le scalate non si risolse per Antonia in un semplice fatto sportivo, ma ebbe sempre un significato esistenziale profondo, fu cioè una ricerca, a volte anche ai limiti del sacrificio (aveva una debolezza congenita degli arti che le rendeva difficile arrampicarsi), di essenzialità, purezza e forza”.

Il suo luogo maggiormente amato è Pasturo, un piccolissimo paese ai piedi della Grigna “Quando dico che qui sono le mie radici non faccio solo un’immagine poetica. Perchè ad ogni ritorno fra questi muri, fra queste cose fedeli e uguali, di volta in volta ho deposto e chiarificato a me stessa i miei pensieri, i miei sentimenti più veri”. (Ed è proprio ai piedi delle sue mamme montagne che Antonia oggi riposa, secondo la sua volontà).

Apparentemente dunque la sua infanzia, costellata da figure parentali positive, è colorata di rosa. Ma Antonia ha troppa vita nel sangue e un padre che, pur agevolando ogni sua passione e aspirando a una sua emancipazione, resta controllore e censore di entusiasmi troppo accesi, “col comprensibile desiderio di proteggere dalla tempeste della vita una creatura tanto sensibile e vibrante qual era la figlia”.

La sua presenza decisionista si rivela in modo emblematico in occasione del giovanile innamoramento di Antonia verso Antonio Maria Cervi. Siamo nel 1927. Antonia frequenta la prima liceo e inizia a dedicarsi con assiduità alla poesia: “La poesia ha questo compito sublime di prendere tutto il dolore che ci spumeggia e ci romba nell’anima e di placarlo, di trasfigurarlo nella suprema calma dell’arte, così come sfociano i fiumi nella vastità celeste del mare. La poesia è una catarsi del dolore, così come l’immensità della morte è una catarsi della vita”.

Rimane affascinata dal professore di greco e latino e dalla passione con cui trasmette i suoi saperi ai giovani allievi, curandosi della loro formazione e approfondendo la loro cultura persino con regali di libri di alto contenuto a chi raggiungeva risultati brillanti. La sua natura evidentemente ha molte affinità con quella di Antonia (amore per la conoscenza, la poesia, l’arte, il bene, il bello). Questo fascino diventa presto amore, fortemente ostacolato dal padre “un uomo ambizioso come lui non avrebbe potuto aderire facilmente a un matrimonio non particolarmente prestigioso dell’unica figlia … le ragioni della sua opposizione erano prima di tutto la forte differenza di età e il fatto che Antonio Maria Cervi era meridionale e in quanto tale poco accetto alla buona società milanese degli anni Trenta”.

Il professor Cervi, di alta integrità morale, fu sempre estremamente corretto nei rapporti che ebbe con le sue allieve e anche quando si legò maggiormente ad Antonia, il suo sentimento rimase in gran parte quello di fratello maggiore, piuttosto che di amante. “Forse, a causa delle notevole differenza di età e di educazione, il suo affetto per lei acquistava alcune connotazioni paterne e tradizionaliste, che lo spingevano a trascurare il valore della passionalità e, più in generale, dell’emozionalità femminile di lei”.

Nel 1930 Antonia frequenta presso la Regia Università di Milano la facoltà di lettere e filosofia dove incontra maestri illustri e frequenta nuove importanti amicizie, fra cui Remo Cantoni, Dino Formaggio, Vittorio Sereni. Di questo periodo sono numerose le poesie dove Antonia racconta la sua travagliata storia d’amore che esplode drammaticamente nel 1931. In quell’estate infatti Antonia viene mandata dal padre in Inghilterra con la scusa di migliorare la conoscenza della lingua inglese, ma in realtà per essere allontanata dal professor Cervi che, offeso dal comportamento dimostrato nei suoi confronti, non incoraggia certamente la prosecuzione di quel rapporto. “Entrambi gli uomini della vita di Antonia, il padre e l’amato, rientravano in fondo in uno stesso sistema rigidamente patriarcale (tipico dell’Italia dell’epoca) che voleva ricondurla a una sorta di ordine: quello della figlia emancipata, ma ligia ai doveri del suo rango sociale, nel caso del padre; quello della sposa-madre portatrice di valori tradizionali nel caso di Cervi, con l’aggiunta, oltre tutto, dell’idea di una maternità di Antonia che gli restituisse il fratello morto Annunzio….Antonia andò incontro a una terribile crisi pur di non venir meno ai doveri verso di loro e per cercare di conciliarli, con il risultato di scontentare entrambi e di esaurire le proprie energie. … Ecco che allora i suoi veri e complessi desideri, le sue autentiche parole erano destinate a restare soffocate, e si delineava in lei l’idea della morte come restitutrice di serenità. Soltanto nella poesia poteva esplodere il suo desiderio di autenticità e di una libera ricerca di sé”.

Gli anni 1934 e 1935 sono riempiti da viaggi (Sicilia, Grecia, Africa mediterranea, Austria, Germania) e dalla scrittura della tesi su Flaubert.

La relazione con Cervi è definitivamente tramontata, pur lasciando ampia traccia nel poetare di Antonia.

Il lavoro sulla tesi e l’influenza di Banfi spingono Antonia ad accarezzare il progetto di passare dalla poesia alla prosa: “L’idea di per sé non sarebbe stata strana, conteneva anzi una progettualità interessante che avrebbe fatto capolino nelle ultime composizioni di Antonia, decisamente aperte al sociale; ma diventava negativa in quanto l’autrice, a causa dei giudizi negativi sui suoi versi ricevuti da Banfi e da Paci, viveva la sua vocazione poetica con una sorta di senso di colpa e si sentiva quasi delegittimata nel coltivarla … Tuttavia continuava a perdere energia, illudendosi di potersi volgere disinvoltamente alla prosa realistica, il che non le era molto congeniale e, forse, contribuì a deprimerla. Certo era ben lontana dal sospettare di essere giunta nella poesia a esiti di grande originalità. Solo molto più tardi tali risultati sarebbero stati valorizzati fino in fondo come fervida testimonianza di un momento particolarmente inquieto della cultura italiana ed europea e, nello stesso tempo, di un’autonoma voce di donna in un contesto intellettuale per il resto sostanzialmente maschile”.

Le sue poesie del 1935 mostrano una nuova illusione amorosa con Remo Cantoni e il mancato riconoscimento della sua poesia da parte dell’ambiente banfiano.

Forse per questo motivo nell’anno successivo, 1936, la produzione poetica cala e Antonia cerca una nuova ricostruzione di sé dedicandosi con intensità allo studio, allo sport, ai viaggi. Diventa anche più sistematico il gusto per la fotografia che “la porta a ricercare una solidità dell’esistente, e a ricercarla in un mondo semplice, contadino o montano che sia; essa diventa una forma di relazione affettiva col mondo nella quale Antonia esprime insieme l’angoscia-fascino della morte e l’amore per la vita”.

Il 1937 vede l’affacciarsi di una nuova amicizia con Dino Formaggio, grazie al quale Antonia scopre il quartiere operaio di Piazzale Corvetto. La sua poesia attraversa una nuova stagione “più complessa e originale, con una più ampia apertura alla realtà storica e sociale del suo tempo … un’apertura per lei dolorosa, a causa del contatto con un mondo di grande miseria e desolazione, ma in parte anche vitale, perché consona al suo essere più profondo, proteso fervidamente verso gli altri e verso una concreta realizzazione di sé nella vita pratica”.

E questa vitalità sembra accompagnarla nella progettazione dei nuovi impegni: ottiene una cattedra per l’insegnamento di materie letterarie presso l’Istituto Tecnico Schiaparelli, intraprende azioni di impegno sociale a favore dei poveri in compagnia dell’amica Lucia, intensifica la sua attività fotografica che andava di pari passo con la sua nuova ispirazione realistica.

Ma sono di quei tempi anche il progredire della violenza razzista di Mussolini e del regime fascista oramai allineati sulle posizioni della Germania nazista. Nel novembre 1938 circa cento professori ebrei furono allontanati dalle università italiane.

Antonia doveva sentirsi sempre più estranea all’ambiente familiare e, nello stesso tempo poco capita, per la sua collocazione sociale, dai compagni. Si affezionò ancora più a Dino. Scambiò forse l’estroversione e la cordialità dell’amico per qualcosa di più intenso, e ricominciò a sognare un avvenire di sposa e di madre”. Desiderio anche questa volta disatteso da Dino, il quale accettava null’altro che un forte rapporto di amicizia.

Questo è il quadro di quei tempi: lo scandire del trascorrere degli anni e la storia del primo Novecento è significativo per allargare lo sguardo sui disagi esistenziali di una donna e di un’epoca.
Sintetizza Bernabò a proposito della personalità di Antonia: “Certo una forte inquietudine, congiunta con un senso di insicurezza e, a volte, di inferiorità rispetto alla disinvoltura, reale o apparente, da lei percepita negli altri; un evidente desiderio di conferme affettive esterne, che la portava a caricare i rapporti privilegiati di forti aspettative, con una conseguente facilità alle delusioni e a uno spiccato senso di abbandono, una frequente tendenza al sogno; una sensibilità fuori del comune, che la spingeva ad assorbire la sofferenza umana e a farsene carico, vivendola frequentemente con un senso di colpa per la propria appartenenza sociale elevata. … La sensibilissima Antonia doveva sentirsi stretta tra l’aspirazione a un protagonismo culturale e letterario e il desiderio, invece, di una vita più semplice, all’insegna di quel sogno di felicità domestica che in quell’epoca pareva inevitabilmente connessa con il destino femminile…. Aspirava a esistere intera in un mondo che invece la voleva restringere nel ruolo tradizionale della ragazza della buona società … oppure la accettava solo in quanto mera ripetitrice di una cultura che, per quanto aperta e moderna rispetto ai tempi, le precludeva un’autentica emozionalità di donna e una vera espressione personale”.

Per troppa vita che ho nel sangue

tremo

nel vasto inverno

La potenzialità umana e artistica di Antonia, di straordinaria intensità, non trovando al suo manifestarsi un adeguato riconoscimento diventa probabilmente una delle cause della sua tragedia esistenziale, come se quella troppa vita implodesse dentro di lei, svuotandola e portandola a cercare nel vasto inverno un’altra felicità.

TartaRugosa ha letto e scritto di Georges Perec (1974) “Specie di spazi”, traduzione di Roberta Delbono, Bollati Boringhieri

Rieccomi a Perec.

In questa fase storica in cui il mondo si misura con le costrizioni, una delle possibili forme di evasione è guardare a loro come opportunità.

Che è esattamente ciò che ha fatto Perec con gli altri fondatori dell’Ou.Li.Po. (laboratorio di letteratura potenziale tra cui annoverare anche Italo Calvino), ovvero considerare regole e restrizioni formulate a priori come incentivo alla creazione letteraria.

Più rigide sono le regole, maggiore è la libertà di sperimentare nuove forme espressive. Il concetto prevalente, in qualche modo rivoluzionario, sancisce che è meglio sottostare a norme scelte, piuttosto che doverne osservare altre di cui magari non si è nemmeno consapevoli.

Messa in soffitta l’ispirazione, l’invenzione parte dalle “catene”: la sfida quindi non sarà la produzione di un’opera letteraria come classicamente interpretata, bensì lo scoprire le potenzialità offerte dalle costrizioni e le nuove strutture di composizioni di linguaggi che ne verranno liberate.

Non so se questa modalità di ricerca è sufficiente a esercitare fascino su di me. Sono più propensa a optare per lo stato ipnotico in cui sprofondo quando mi perdo nelle liste apparentemente costituite da ossessive descrizioni di oggetti o situazioni banali, quando m’imbatto negli elenchi di innumerevoli parole, verbi, aggettivi che sembrano uscire dal nulla e che pure servono a donare un’immagine quasi pittorica di ciò che raccontano, quando il termine “osservazione” si traduce nell’impossibile tentativo di quello che Perec definirà “esaurimento di un luogo”, quando persino la disposizione geometrica delle parole sulla pagina diventano giochi di simmetrie palanti.

Oggetto di questo libro sono gli spazi in cui viviamo:
il nostro sguardo percorre lo spazio e ci dà l’illusione del rilievo e della distanza. E’ proprio così che costruiamo lo spazio: con un alto e un basso, una sinistra e una destra, un davanti e un dietro, un vicino e un lontano”.

Nell’ordine, Perec esplora: la pagina, il letto, la camera, l’appartamento, il palazzo, la strada, il quartiere, la città, la campagna, il Paese, l’Europa, il mondo, lo spazio.

Per ognuna di queste voci entrano in gioco memorie (mi ricordo ..), chirurgiche enumerazioni di caratteristiche pertinenti allo spazio considerato, giochi numerici basati sulle distanze, propositi per ulteriori sviluppi di applicazioni di metodi.

Alcuni assaggi: abbiamo mai considerato il numero di letti in cui abbiamo dormito?

Perec lo fa:

ho cominciato già da parecchi anni a fare l’inventario, il più esaustivo e preciso possibile, di tutti i Luoghi dove ho dormito. Per ora, non ho praticamente neanche cominciato a descriverli; ma credo di averli individuati quasi tutti; ce ne sono circa duecento (non se ne vengono ad aggiungere più di una mezza dozzina all’anno: sono diventato piuttosto casalingo). Non ho ancora deciso definitivamente in che modo li classificherò. Sicuramente non per ordine cronologico. Probabilmente neanche per ordine alfabetico (sebbene sia il solo ordine la cui pertinenza non debba essere giustificata). Forse secondo la loro disposizione geografica, il che accentuerebbe l’aspetto “Guida” di questo libro. O meglio, secondo una prospettiva tematica che potrebbe sfociare in una specie di tipologia delle camere da letto …”(elencate 9 categorie di camere in cui si è transitati per poco o molto tempo).

E valutare un aeroporto come possibile appartamento?:

vivere per un mese in un aeroporto internazionale senza mai uscirne: il grosso delle attività vitali e la maggior parte delle attività sociali si possono svolgere agevolmente nell’ambito di un aeroporto internazionale: vi si trovano poltrone profonde e sedili non troppo scomodi, e spesso persino sale di riposo dove i viaggiatori in transito possono fare un sonnellino; vi si trovano W.C., alberghi diurni e, spesso, saune e bagni turchi: vi si trovano parrucchieri, pedicure, infermieri, massaggiatori e fisioterapisti, lustrascarpe, lavasecco espresso che si fanno ugualmente in quattro per riparare i tacchi e fare una copia delle chiavi, orologiai e ottici; vi si trovano ristoranti, bar e caffetterie, pellettieri e profumieri, fiorai, librai, venditori di dischi, tabaccai e confettieri, venditori di penne stilografiche e fotografi; vi si trovano negozi d’alimentari, cinema, un ufficio postale, servizi di segreteria volante e, ovviamente, una sfilza di banche (poiché è praticamente impossibile, al giorno d’oggi, vivere senza avere a che fare con una banca)”.

Abbiamo mai varcato le nostre porte con queste meditazioni?

La porta rompe lo spazio, lo scinde, vieta l’osmosi, impone la compartimentazione: da un lato, ci sono io e casa mia, il privato, il domestico (o spazio sovraccarico delle mie proprietà: il mio letto, la mia moquette, il mio tavolo, la mia macchina da scrivere, i miei libri…) dall’altro, ci sono gli altri, il mondo, il pubblico, il politico. Non si può andare dall’uno all’altro lasciandosi scivolare,non si passa dall’uno all’altro, né in un senso, né nell’altro: ci vuole una parola d’ordine, bisogna oltrepassare la soglia, bisogna farsi riconoscere, bisogna comunicare, come il prigioniero comunica con il mondo esterno”.

Tra le lunghe liste di ciò che descrive lo spazio che non vorremmo mai abitare scelgo:

L’inabitabile: il mare immondezzaio, le coste irte di filo spinato, la terra pelata, la terra carnaio, i mucchi di carcasse, i fiumi letamai, le città nauseabonde.

L’inabitabile: lo striminzito, l’irrespirabile, il piccolo, il meschino, il ristretto, il calcolare al centesimo.

L’inabitabile: il rinchiuso, il vietato, l’ingabbiato, l’inchiavistellato, i muri irti di cocci di bottiglia, gli spioncini, i blindaggi”

Mentre non potrò più pensare a una strada come semplice sinonimo di via in cui si abita o si transita:

la strada è uno spazio fiancheggiato, generalmente sui suoi due lati più lunghi, da case; la strada è ciò che separa le case l’una dall’altra, ed è anche ciò che permette di andare da una casa all’altra, sia percorrendola, sia attraversandola. L’affiancamento parallelo di due serie di palazzi.

Al contrario dei palazzi che appartengono quasi sempre a qualcuno, le strade in linea di massima non appartengono a nessuno. Sono divise,abbastanza equamente, tra una zona riservata alle automobili, che viene chiamata carreggiata, e due zone,, evidentemente più strette, riservate ai pedoni, dette marciapiedi. .. Le zone di contatto tra la carreggiata e i marciapiedi permettono di posteggiare agli automobilisti che non desiderano più circolare …”.

Per chi volesse cimentarsi con questo tipo di scrittura, non mancano gli esercizi … Per me, che in questa parte dell’anno vivo nel sottosuolo, quale esercizio migliore del seguente?

Sforzarsi di immaginare il più precisamente possibile, sotto la rete stradale, il groviglio delle fognature, il passaggio delle linee del metrò, la proliferazione invisibile e sotterranea dei condotti (elettricità, gas, linee della posta neumatica) senza la quale non ci sarebbe traccia di vita in superficie”.

Il mio alibi è che vivo in campagna … ma non mancano suggestioni perecchiane nemmeno su questo luogo.

Registro infine lo scopo ultimo di tutto questo forsennato listare:

Scrivere: cercare meticolosamente di trattenere qualcosa, di far sopravvivere qualcosa: strappare qualche briciola precisa al vuoto che si scava, lasciare, da qualche parte, un solco, una traccia, un marchio o qualche segno”.

Casa di Tartaruga

tratto da: Il libro delle case, di Andrea Bajani

Casa di Tartaruga

Lo spazio non è molto,ma l’impressione non è di un luogo angusto. E’ concepito per un unico inquilino, una sorta di monolocale con lo stretto indispensabile.

L’entrata è una sola, sul davanti.

Da lì Tartaruga guarda il mondo; da lì, si ritira.

Sulla parte posteriore ci sono due finestre sempre aperte, da cui entra luce ed escono le zampe. Altre due aperture sulle pareti laterali e una più modesta in fondo per la coda.

Il soffitto è a volta, imponente, pur nelle dimensioni ridotte della casa. Le aperture – anteriore, posteriore e laterali – proiettano sulla volta tutto quello a cui Tartaruga passa accanto. Il mondo è ciò che viene proiettato sul soffitto. Se Tartaruga si muove, la proiezione cambia: la volta si fa schermo,la casa è un cinema ambulante.

Il pavimento, così come tutte le altre pareti, è in materiale osseo. Le piastrelle sono una decina, anche se sembrerebbe un’unica gettata.

E’ austero, ma non freddo, elegante con imperfezioni.

Su quel pavimento, più che camminarci, Tartaruga sta sdraiata. Il suolo che calpesta è quello fuori, su cui lascia le sue impronte.

In generale l’interno è sobrio. L’acustica è quella di una grotta: il rumore del mondo ci resta intrappolato, entra dalle finestre e poi comincia a propagarsi. Si spegne poco a poco, sfiatato fuori lentamente.

Da dentro la casa, i tuoni sono boati la cui eco dura a lungo. La pioggia trasforma l’appartamento in un inferno. Ogni goccia è un rullo di tamburi.

Vista da fuori la casa di Tartaruga è una casa indipendente. Ha un unico piano; niente inquilini sopra e sotto, nessuna interferenza. E’ senza fondamenta, è appoggiata al suolo.

Il tetto è composto di sessanta tegole intarsiate e di colore scuro.

Il bagno è esterno.

La casa di Tartaruga è anche la sua tomba.

Se la trascina dietro a ogni passo, la abita da viva.

Non dovrà spostarsi quando morirà.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Andrea Bajani (2021), Il libro delle case, Feltrinelli,Milano

Gaston Bachelard, filosofo francese, definisce la casa come uno spazio che racchiude e comprime il tempo attraverso la memoria e l’immaginazione. E’ questo spazio ancestrale che diventa eco e contenitore dei valori di intimità custoditi nel nostro mondo interiore. E’ fra queste mura che si raccolgono i quattro elementi della vita terrestre acqua, terra, aria, fuoco, agenti intermediari fra mondo esterno e interno

Tanto più gli anni scorrono, tanto più il legame con essa si rinforza, fino a farla diventare topografia del nostro essere intimo, allacciata ai ricordi, allo svolgimento della nostra vita, alla memoria della famiglia.

E’ finalmente giunto in libreria l’ultima fatica letteraria di Andrea Bajani, scrittore da me molto amato, che fa parlare l’esperienza della vita attraverso le case, tutte diverse nel ritrovarsi fra le pagine dove poggiano le fondamenta, ognuna connotata da una caratteristica, da una collocazione, da un’appartenenza, da un’esperienza, da un’emozione.

Case che si susseguono saltellando nell’arco temporale come succede ai ricordi, che si affacciano ora a un passato molto remoto con sguardo infantile, ora con gli occhi da adolescente sgranati sul mondo, ora con riflessività più matura legata all’adultità. E in questo andirivieni tra una casa e l’altra trovano domicilio dolori, unioni, separazioni, amicizie, turbamenti, traslochi, eventi.

Case che ci parlano del dentro e del fuori, affrescando pareti, porte e finestre con affondi sentimentali, biografici, ecologici, sociali, economici nonché storici relativi allo scavalco fra l’ultimo quarto del Novecento e il primo ventennio del Duemila.

Case che non equivalgono a semplici planimetrie, ma ci prendono per mano e ci conducono dentro storie di crescita, nello stesso modo in cui siamo soliti quando rievochiamo fasi della vita segnate da specifiche esperienze, inesorabilmente influenzate dall’epoca attraversata nel diventare grandi.

Case, quindi, che riguardano un’infinità di situazioni e dove anche specifici oggetti di arredamento o di utilizzo quotidiano vengono presentati quali involucri protettivi dell’Io che contengono.

Ma anche case che riportano a eventi tragici, a episodi che hanno segnato la vita politica e culturale dei nostri tempi.

Bajani pennella una suggestiva poetica dello spazio che incolla alla lettura, sorprendendo anche per le incredibili incursioni in un inanimato ricco di empatia.

Confesso: sono molto parziale e mi risulta difficile segnalare citazioni a supporto del magico mood in cui sono trascinata.

Riporto pertanto solo alcuni stralci per me suggestivi e virtuosi.

Varcare la soglia di quelle case è come entrare nel paese delle meraviglie, dove già la targhetta d’ingresso evoca visioni e dove gli umani che le abitano restano solo pronomi o gradi di parentela .

Casa delle parole

Quando entra nella casa delle parole, si toglie le scarpe e le lascia accanto alla porta, parallele. Se è estate, toglie anche i calzini e li infila nello spazio che era occupato dai suoi piedi.

Quando si sfila dalle scarpe e illumina lo schermo del computer, Io si 1rasferisce in un mondo dove Moglie non esiste.

Tutti i giorni, afferra il capo della corda di parole che vede nello schermo, ci si aggrappa e scende giù puntando i piedi nudi contro il muro bianco del suo monitor, fino a sparire in basso, nella luce. (…)al tramonto torna indietro: si aggrappa alla corda di parole e, puntando di nuovo i piedi contro la parete, si tira su metro dopo metro. Fino a raggiungere la superficie, e ricomparire, oltre il rettangolo luminoso del computer, nello studio.

Casa del persempre

La casa del persempre è a struttura circolare, ha la forma e la natura di un anello nuziale. In quanto ritrovato architettonico è tra quelli tecnologicamente più avanzati: scompare dentro un palmo, può stare in una tasca. La misura esatta della Casa del persempre, in cui Io abita felice, è dunque una circonferenza (…). Si aggiungano pochi dettagli sull’interno. Soffitto e pavimento sono la stessa curvatura: non c’è soluzione di continuità tra ciò che sta sopra e ciò che è sotto. E’ un unico flusso, è spazio in eterno movimento: ogni millimetro rincorre il precedente, senza una vera intenzione di passarlo. Il futuro è il pifferaio dietro cui sfila ogni minuto già trascorso. (…) Dentro non c’è altro, perché è Io il vero arredo della casa.

Casa della voce

Può ospitare una persona in verticale, due al massimo se insieme a un adulto c’è un bambino. E’, nei fatti, un parallelepipedo di plastica, un cassone con al centro un telefono a gettoni. Il che significa una cornetta appesa a un gancio, a una pulsantiera, e una fessura per inserire le monete. (…) Incorniciata dal cassone verticale, è messa in piazza l’espressione fisca del sentimento. Dentro quel teatro passano amori laceranti, liti ereditarie, racconti della buonanotte, richieste di riscatti, nomi di bambini appena nati, voti presi a scuola.

Casa della dispersione

Potrebbe sembrare una discarica, se non fosse per il relativo buono stato degli oggetti e degli arredi. (…) tutto qui è pronto a essere venduto e dunque a ritornare in uso. (…) Stoccato dentro uno spazio di all’incirca mille metri quadri, illuminato dalla luce glaciale dei neon allungati sul soffitto, sta il residuato di centinaia di vite precedenti, poi disassemblate, disposte dentro il capannone e messe in vendita a un prezzo umiliante rispetto al suo valore. Ogni oggetto porta un cartellino con sopra scritto a pennarello una cifra mille volte ribassata e cancellata e poi riscritta con l’unico obiettivo di essere venduta e liquidata.

Casa degli appunti

E’ una casa delle parole semovente, è dove la sua attività si è trasferita, Io non ci entra ogni mattina, ma apre la porta quando vuole. Tecnicamente è un taccuino. Ha 81 pagine e quindi altrettanti appartamenti.

Gli appunti sono frasi malandate, vivono di pura sussistenza. Sono sbilenche, malconce, nessuno le farebbe abitare dentro un libro.

L’entrata è unica, ha un portone sobrio. E’ di cartone, di colore nero. (…) Essendo gli spazi assegnati per odine di arrivo, è naturale che ogni alloggio ospiti appunti che hanno, con gli altri, poco a che spartire. Ma la convivenza non è mai stata un gran problema. Qualcuno a volte tira una riga per ricavarsi un proprio spazio, ma per lo più si vive in pace.

E poi tante altre cui chiedere ospitalità.

Non ultimo, c’è la mia celebrazione. All’inizio, qua e là citata e verso il termine appare anche Tartaruga. Ma a lei dedico post a parte, perché che TartaRugosa sarei se non le dessi la giusta rilevanza che merita!

TartaRugosa ha letto e scritto di: Alessandro Baricco (2021), Quel che stavamo cercando. 33 frammenti, Feltrinelli, Milano

Si può condividere o criticare i contenuti e la forma scelti da Baricco per guardare alla pandemia come evento che trascende il virus e si spinge verso confini ignoti.

Si possono leggere i suoi frammenti come visioni oniriche o coglierli come lame taglienti per valicare frontiere scomode.

Si può decidere di darne un’interpretazione psicanalitica o semplicemente lasciarsi trasportare nel continente insidioso della profondità morale.

Leggo queste sue righe private nel giorno in cui si dà notizia di una bambina di dieci anni che, chiusa in bagno, si stringe la cintura dell’accappatoio intono al collo per aderire al black out challenge (sfida di soffocamento estremo) lanciata da Tik Tok fino a morirne.

Ancor più, alla luce di questo evento, la reverie di Baricco non può lasciare indifferenti e, incamminandosi nel suo tracciato, meglio si comprende come l’autore abbia potuto dare alla Pandemia sembianze di creatura mitica, figura in cui una comunità di viventi organizza il materiale caotico delle proprie paure, convinzioni, memorie o sogni.

Il mito nasce, cresce e si diffonde con gesti, cause e tempi che, se pur complesso da spiegare, gli consente di imporsi sino a raggiungere una tale statura da essere elevato quasi a divinità, Nel caso della creatura mitica Pandemia, i prodromi del suo assemblaggio, a posteriori, sono visibili in numerosi segni: innocui eventi sportivi, profili social apparentemente insignificanti, governi fragili, giornali sull’orlo del fallimento, semplici aeroporti, anni di politica sanitaria, il pensare di innumerevoli intellettuali, comportamenti sociali radicati nelle più antiche tradizioni, App improvvisamente utilissime, il ritorno sulla scena degli esperti, il silenzioso esserci dei giganti dell’economia digitale … un contagio delle menti prima che dei corpi.

La deflagrazione è stata subito fragorosa e rapida, non così dissimile dalla crescita del cosmo digitale in cui ci muoviamo, nuovo universo di senso che, sotto forma di una rivoluzione epocale, sta ridefinendo anche un nuovo tipo di uomo (multipli i riferimenti al saggio The Game)

Ma come ha potuto, la Pandemia, essere così forte e veloce?

Baricco attribuisce questa possibilità all’acquisizione, in una sorta di volontà maggioritaria, di tre abilità:

1. una capacità di calcolo vertiginoso

2. un sistema a bassissima densità e quindi percorribile ad altissime velocità da qualsiasi vettore;

3. un motore narrativo a trazione integrale, in cui chiunque – chiunque – può produrre storie.

Ravvisa poi una seconda risposta che è più difficile da accettare: per contenere tutta quella forza, la figura mitica della Pandemia doveva essere sospinta da una corrente di desiderio immane. O da un bisogno gigantesco di pronunciare qualcosa. O da una diffusissima urgenza di dare suono a uno strazio intollerabile. Adesso possiamo anche scegliere di considerarla come una semplice emergenza sanitaria. Ma come non capire, invece, che è un urlo?

Un mito, scrive Baricco, non produce ordine, ma definizione: è un libro mastro dove dare e avere non producono un risultato finale, ma tanti risultati possibili.

Gli umani hanno trovato nella Pandemia l’elettrizzante accadere di qualcosa che spezza, interrompe, ricomincia, termina.

Al pari della civiltà digitale, resa possibile da piccoli focolai isolati che in rapidi tempi si sono aggregati per contagio, anche la Pandemia ha usato la stessa tattica. Possiamo quindi considerarla geneticamente digitale nei modi, nella struttura, nel suo modo di evolversi, nella sua velocità, nella sua semplicità quasi infantile.

Il fatto è che i sistemi adottati per governarla si basano su intelligenze novecentesche, mostrando un’inettitudine incapace di stare al passo con un prodotto figlio dell’era digitale. Questa nuova figura mitica sta mettendo in evidenza il tramonto di tutti i Saperi; ancor più in imbarazzo risalta la scienza come “sapere utile”: più la scienza rivendica la correttezza del proprio metodo … più distoglie i riflettori dal vero problema: i processi, obsoleti, che reggono, come uno scheletro, il flusso di quel metodo.

Siamo rimasti senza Saperi, perchè ci siamo affidati a un solo sapere, quello scientifico, che si è arrotolato su se stesso, irrigidito da processi obsoleti e da schematismi inadatti al Game. O lo liberiamo al più presto da se stesso, dice la Pandemia, o diventerà fede pura, mistica: attesa messianica di un vaccino.

Quante domande scomode di fronte a questa creatura mitica: casuale il rigore chirurgico con cui sfalcia la popolazione più fragile? Ci sfiora forse la consapevolezza di vivere troppo a lungo? E tutti i numeri legati alla salute finanziaria di una contabilità retta dal PIL dove sono finiti?

E’ come se la Pandemia avesse svuotato quei numeri di qualsiasi significato, smontando una connessione tra la gara per la ricchezza e il senso del lavoro che da tempo si sopportava con l’ottusa mitezza di animali da soma. Che evidentemente covavano una loro sconcertante vendetta.

E ancora: quale rapporto ambivalente sta mostrando verso il Potere? Da una parte lo rivitalizza e gli restituisce il dominio di salvatore, un Potere che decreta, calcola, prescrive, punisce e che si presenta come unica certezza valida a porsi davanti al nemico per sbaragliarlo. Dall’altra invita ognuno a “pensare l’impensabile” per riconoscere il Potere come portatore di possibilità: si affaccia l’ipotesi che un collasso controllato, seguito da una ricostruzione con tecniche prima impensate, sia l’unico sistema per interrompere la degenerazione cronica del nostro edificio-mondo … ogni utopia cresce sulle macerie di un passato … ogni vita è frutto di un lutto.

Quel che stavamo cercando: si può dire che quasi tutte le scelte, di ogni tipo, fatte dagli umani negli ultimi cinquant’anni sembrano fatte apposta per creare le condizioni di una pandemia. Non necessariamente negativa, o mortale, e sicuramente non confinata nei limiti angusti di un evento sanitario.

Che cosa cerchiamo in questa creatura mitica di cui, più o meno inconsapevolmente, ci prendiamo quotidiana cura?

Sarebbe tragico considerare un castigo la malattia che uccide, ma sarà imperdonabile pensare, da ora in poi, che una sorta di immunità ci tiene al riparo dalle conseguenze di ciò che facciamo. Così, nelle corsie in cui si moriva soli senza sapere di cosa, noi abbiamo disegnato la sintesi mitica di un nostro possibile destino, per costringerci a guardarlo, a temerlo, a dirlo, forse a fermarlo.

TartaRugosa ha letto e scritto di Georges Perec (1989) “Pensare/Classificare”, Rizzoli, Milano. Ripubblicato da Quodlibet editore nel 2024

Così come l’introduzione del concetto di “ limite” libera la creatività nella psiche umana, altrettanto si può affermare che, nella scrittura, la costrizione induce alla produzione di fantasia.

E’ questo il primo pensiero che mi è sopraggiunto quando mi sono finalmente decisa di approfondire la conoscenza dell’Ou-Li-Po Ouvroir de littérature potentielle (“Opificio di letteratura potenziale”), gruppo francese fondato da Queneau e a cui aderirono, fra altri, Georges Perec e Italo Calvino.

Perec mi intriga molto ed è ritornato fra le mie mani grazie all’ossessione classificatoria di TartaRugoso , così lontana dalle mie modalità che seguono altre linee di pensiero e, nonostante ciò, degne di esistere, come fra poco vedremo direttamente dalle parole di Perec.

Tornando all’Ou-Li-Po, ciò che rende affascinante l’approccio di questo opificio è lo sforzo di proporre a chi scrive nuove strutture di natura matematica o l’invenzione di procedimenti che, in virtù di regole date (appunto le costrizioni) consente il raggiungimento di soluzioni originali e bizzarre.

Calvino, parlando di Perec, affermava che ”la costrizione allarga le potenzialità visionarie e risveglia i demoni poetici più inaspettati e segreti” e la metafora dell’oulipiano simile al corridore nella corsa ad ostacoli è molto efficace: “per arrivare a scegliere quello che vuole, comincia mettendo un certo numero di ostacoli sul cammino che lo conduce a ciò che cerca, e questi ostacoli si chiamano costrizioni, regole».

Nel capitolo Brevi note sull’arte e il modo di sistemare i propri libri, è geniale il modo utilizzato da Perec per ragionare sull’ampliamento dello spazio di una biblioteca. Parte da una formula matematica che fissa il totale di opere da non superare nel numero 361: K+X >361>K-Z (se K è uguale a 361 e inteso come numero giusto per una biblioteca, se entra un’opera nuova X occorre eliminarne un’altra Z, in modo che K rimanga costante).

Ma la razionalità apparentemente semplice della formula si scontra con gli ostacoli della realtà libraria: per esempio che “un volume contasse per un (1) libro, anche se riuniva (3) romanzi (o raccolte di poesie o di saggi, ecc.) … non alterava affatto il progetto iniziale, semplicemente invece di parlare di 361 opere, si decise che la biblioteca essenziale avrebbe dovuto comporsi idealmente di 361 autori”. Tutto ciò avrebbe potuto funzionare, ma … per le opere che vengono scritte o riscritte da più autori? “certe opere, poniamo i romanzi del ciclo cavalleresco, non avevano autore o ne avevano più d’uno e ceri autori, i dadaisti, per esempio, non potevano essere separati gli uni dagli altri senza perdere automaticamente dall’80 al 90% del loro interesse precipuo: si giunse così all’idea di una biblioteca limitata a 361 temi”.

Di fatto “uno dei principali problemi per l’uomo che conserva i libri che ha letto o che si ripromette di leggere, è dunque quello dell’accrescimento della propria biblioteca”.

Ed è sulla base di questa osservazione che Perec dà inizio ai diversi modi di scegliere ed organizzare gli spazi per ordinare i libri di cui si è in possesso, con lo stile dei tentativi di esaurimento di un luogo: “nell’ingresso, nel soggiorno, nella o nelle camere, nel cesso … sulle mensole dei caminetti o dei radiatori (pur considerando che, alla lunga, il calore può risultare nocivo), tra due finestre, nella strombatura di una porta chiusa, sugli scalini di uno sgabello di biblioteca, rendendolo così inutilizzabile (molto chic, vedi Renan), sotto una finestra, in un mobile disposto obliquamente e che ne pari il vano fra i due (molto chic, fa ancora più effetto con qualche pianta verde)”. Quanto al modo di sistemare i libri, elenca: “ordine alfabetico, ordine per continente o paesi, ordine per colore, ordine in base alla data di acquisto, ordine secondo la data di pubblicazione, ordine per formati, ordine per generi, ordine seguendo i grandi periodi letterari, ordine per lingua, ordine per priorità di lettura, ordine per rilegature, ordine per collane”.

Specifica inoltre che “conviene distinguere le classificazioni stabili da quelle provvisorie .. queste ultime destinate a durare appena qualche giorno in attesa che il libro trovi, o ritrovi, il suo posto definitivo”, e questa precisazione porta alla mia memoria i grandi trasferimenti che ogni tanto in casa sconvolgono la mia ricerca di testi che credevo in un posto e invece sono stati spostati in un altro, problema evidentemente non solo mio, visto che Perec conclude: “aspettando l’ordine, li trasporto da una stanza all’altra, da uno scaffale all’altro, da un mucchio all’altro, e mi capita di passare tre ore a cercare un libro senza trovarlo, ma con la soddisfazione, a volte, di scoprirne altri sei o sette che mi vanno bene lo stesso”.

L’intero testo rispecchia lo stile di Perec: guardare il quotidiano attraverso la memoria autobiografica e il gusto ludico sollecitato dall’Ou-Li-Po nella creazione di contrasti e virtuosismi di prodezze.

Come nel capitolo Considerazioni sugli occhiali, vero esercizio per cimentarsi con l’arte dello scrivere, partendo proprio da questo spunto: A proposito di quanto sia difficile parlare di occhiali in generale e nel mio caso in particolare. L’autore dedica ben quindici pagine a descrivere l’oggetto in sé nelle sue particolarità e nei diversi periodi storici e al rapporto con il soggetto che li indossa.

Specificità d’uso: certuni portano gli occhiali per tutto il giorno, altri in qualche occasione ben precisa, per esempio per guidare o per leggere … Posto degli occhiali: alcune persone tengono gli occhiali anche quando non li usano; li spostano sulla fronte o decisamente tra i capelli: altre, che devono avere una costante paura di perderli, li lasciano penzolare attorno al collo servendosi di una catenella; altre ancora li sistemano in una particolare custodia .. altre invece li posano sempre e rigorosamente allo stesso posto, in un cassetto del comò, sulla mensola del lavabo o di fianco al posto per vedere la televisione. Pulire gli occhiali: so che esiste una carta speciale che certi ottici danno in omaggio … molte persone invece …usano comunemente tutto ciò che capita loro a portata di mano: fazzoletto, Kleenex, tovagliolo, angolo di tovaglia, ecc. Gesti con gli occhiali: poiché si ritiene che gli occhiali conferiscano un’aria severa a chi li porta, alcune persone se li tolgono in segno di benevolenza … grattarsi la fronte con gli occhiali o mordicchiare le stanghette sono segni di profonda riflessione”.

Emblematico il capitolo che dà il titolo al testo Pensare/classificare: “E’ talmente forte la tentazione di distribuire il mondo intero secondo un unico codice! Una legge universale reggerebbe l’insieme dei fenomeni: due emisferi, cinque continenti, maschile e femminile, animale e vegetale, singolare, plurale, destra sinistra, quattro stagioni, cinque sensi, cinque vocali, sette giorni, dodici mesi, ventisei lettere. .. Con le mie classificazioni ho sempre un problema: non durano … il gran numero delle cose da mettere a posto, la sensazione che sia quasi impossibile distribuirle secondo criteri veramente soddisfacenti, fanno sì che non ci riesca mai e che mi fermi a sistemazioni provvisorie e vaghe.. Il risultato finale è dato da categorie che, quanto meno, sono strane; per esempio una cartellina piena di scartoffie varie sulla quale si trova scritto “Da classificare” o un cassetto con l’etichetta “urgente 1” che non contiene nulla (nel cassetto” urgente 2” c’è qualche vecchia fotografia, in quello “urgente 3” alcuni quaderni nuovi”). Insomma, me la cavo”.

Anche in queste parole c’è un vago rispecchiamento di ciò che accade nella nostra casa e nei nostri contenitori, visto che entrambi, nelle reciproche diversità, godiamo del furor classificatorio.

Godibilissima la lettura di queste pagine in cui troviamo inserite considerazioni anche intorno ai temi delle case abitate, di schede di cucina, di stanze di analisi, di scrivanie, di città ideali, di moda … una vera immersione nell’arte dello scrivere senza frontiere.

scheda di Quodlibet editore:

https://www.quodlibet.it/libro/9788822922083

TartaRugosa ha letto e scritto di Ivano Gobbato (2020), La Biblioteca dei libri perduti, Dominioni, Como

Ha ragione l’editore quando, nella Presentazione, scrive: “E’ uno di quei libri che sullo scaffale ci deve essere, come un vecchio amico che ti dà sicurezza sapendo che esiste. Dentro c’è una storia che è un’infinità di storie”, compresa quella di scoprire il significato di un album di figurine e di un cappello alla Davy Crockett alla fine del racconto, suggello di un rapporto molto intenso col fratello maggiore Paolo. Un racconto dedicato al ricordo dell’ingresso nel magico mondo dei libri, avvenuto per Ivano in modo inconsueto e ricco di fascino.

Come del resto lo è lo sguardo del bambino che si affaccia alla vita sperimentando emozioni contrastanti (curiosità, paura, coraggio), ma irrinunciabili per giungere alla conoscenza di ciò che è ancora ignoto.

Questa volta l’incognita è custodita in una vecchia casa abbandonata: un relitto chiuso da una sequenza di assi inchiodate. I Marelli se ne erano semplicemente andati, dispersi per il mondo. … Il Comune si era limitato a far mettere una muraglia di assi di legno per impedire che si potesse entrare, soprattutto noi bambini che a quel tempo una sola raccomandazione ricevevamo dagli adulti: “Non mettetevi nei pericoli”.

[Tutto ciò che ha a che fare con l’abbandono provoca in me seduzione. Forse ancora sotto l’influsso degli alberi murati di Moresco, associo sempre un luogo abbandonato a una forma di vita inedita, non più per mano umana, ma per il potere esercitato dalle cose che contiene].

Con gli occhi dell’infanzia, quella porta aperta spalancata come un enorme sbadiglio esercitava insieme attrazione e sgomento, nonché l’inesorabile richiamo a ritornarvi dopo la prima fuga nel bosco. Con le dovute precauzioni però, perché quando si ha paura c’è sempre un oggetto transizionale che accorre in nostro soccorso. In questo caso si tratta del cappello di Crockett, perché quando lo mettevo mi sembrava di essere una Giovane Marmotta, come i tre nipoti di Paperino.

Il porticato, la porta, le scale, le stanze, l’incontro con i fantasmi – innocue lenzuola a proteggere i mobili -, le cornici vuote sull’intonaco delle pareti che un tempo ospitavano armadi, specchiere, quadri, e, finalmente, una porta accostata, non di facile accesso a causa di un tappeto rotolato contro di essa. Ma, rimosso l’ostacolo, ecco la magia.

Scatole, scatole ovunque … scatole impilate a gruppi più alti di me ma alcune erano cadute rovesciando il loro contenuto a terra. Libri, erano tutte piene di libri.

Inizia così il viaggio retrospettivo dell’autore fra le ore trascorse in compagnia dei libri e l’inaudito piacere del rovistare fra quelle scatole.

E’ tale l’intensità della descrizione di quella strana, disordinata ma fornita biblioteca che pare di essere lì, vicino al bambino ammaliato che non si accorge del tempo che passa, catturato da ciò che non sempre gli è comprensibile e che tuttavia inesorabilmente lo accalappia.

E con lui, altrettanto inesorabilmente, anch’io viaggio all’indietro tra i libri che nei primi anni di vita mi hanno stregata e, come l’autore, vorrei poterli narrare con lo stesso vigore che mostra la sua penna, qualche decina d’anni dopo, quando capisci la potenza incrociata della lettura e della scrittura.

Mi è impossibile, oggi, riuscire a distinguere, in un libro che ho amato, tra quello che ci avevo trovato alla prima lettura e le cose che si sono accumulate poi, dopo averlo preso in mano un’altra volta, e un’altra ancora….

Perchè la verità è che non sappiamo mai che cosa succederà prima che accada, giusto?

L’autore ama Stephen King, scrittore che in tanti romanzi racconta i passaggi drammatici che scaraventano da un’età della vita all’altra. Anche al bambino del racconto succede qualcosa di violento e inatteso che ci lascia col fiato sospeso.

Ritroveremo l’autore cresciuto, con un paesaggio cambiato. Casa Marelli è stata definitivamente abbattuta, lasciando il posto a una moderna palazzina.

Non ho la minima idea di che fine possano avere fatto i miei libri … Di certo saranno finiti sepolti, o inceneriti, come si fa con i rifiuti. Peccato.

Ma poiché è l’ombra delle cose quella che resta appiccicata addosso come un’invisibile resina, nella soffitta della sua vecchia casa ritroveremo la scatola in cui gelosamente sono custoditi gli oggetti che hanno chiuso un’epoca spensierata.

Inalterato però, anche ora che molte cose sono cambiate, l’amore viscerale che Gobbato ha conservato per i libri.

A chiunque transiti di qui come non suggerire lo splendido blog www.intornoailibri.it.? Qui lo ritroveremo adulto, impegnato a leggere e consigliare libri fondanti per chi ama leggere e scrivere.

Non ultimo, per me, il piacere di scoprire non solo di condividere la passione per Stephen King, ma anche per Vivian Maier, fotografa eccelsa della street photography.

Ecco la foto da lui designata per farci conoscere il berretto di Davy Crockett e, verosimilmente, il bambino del racconto.

Vivian Maier, Boy in a coonskin cap, 1955