TartaRugosa ha letto e scritto di: Ian McEwan (2005), SABATO, Einaudi, Traduzione di Susanna Basso

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Ian McEwan (2005)

SABATO, Einaudi

Traduzione di Susanna Basso

sabato

 

Una costante tensione pervade Henry – “quarantotto anni, e già in pieno sonno alle nove e mezza di un venerdì sera; ecco che cosa significa professionalità al giorno d’oggi” – da quando, quel sabato, nell’avvicinarsi della luce del giorno, una strana euforia lo cattura e lo porta alla finestra, da dove assisterà ad un atterraggio di emergenza di un aereo in fiamme.

Così inizia quella sua mattina, incupita dall’ansia di capire e di sapere che cosa sta succedendo su quell’aereo, ora che nella memoria ancora ben impresso rimane l’11 settembre che ha mutato la storia.

Una tensione che si dilata nell’attesa della comunicazione del fatto ai notiziari televisivi e che non si allenta quando si annuncia  che la causa è dovuta ad un incendio determinato da un guasto elettrico a bordo, “una notizia che ha deluso le aspettative – neanche un malvagio, nemmeno un morto” perché ormai così gira il mondo e nulla è più sicuro e vien da dubitare persino sugli incidenti tecnici.

Questo è il “dopo” dell’11 settembre e nel trascorrere delle ore di quel sabato l’ombra  di quel tragico avvenimento spesso ritornerà a far capolino nei dubbi, nelle discussioni, nello stile decisionale di questo affermato neurochirurgo che si prepara a vivere una giornata  in cui più eventi debbono incastrarsi per godersi l’ordine domenicale.

La famiglia Perowne, londinese, organizza il sabato nel rispetto dei ruoli, tempi e aspettative di ogni singolo suo membro.

Vari ingredienti fanno da contesto: intreccio e scontro generazionale, pressione del clima storico-politico contemporaneo, scienza e bioetica, dubbi dell’età di mezzo. Tutto avvolto in un freddo febbraio londinese in un susseguirsi di scenari esterni ed interni: la piazza, la manifestazione, il campo di squash, l’ospedale, la casa di riposo, l’agiata residenza privata.

I gesti e i pensieri di Henry ci accompagnano in questo spaccato di storia familiare che pur nel rocambolesco sviluppo di sole ventiquattro ore ci permette di capire come la famiglia Perowne abbia saputo coniugare al proprio interno prestigio, affermazione, carriera, comprensione, affetti durevoli nonostante le singole, comprensibili, diverse visioni del mondo.

Henry, un affermato neurochirurgo e Rosalind, una brillante avvocatessa, fidata e fedele compagna: “del resto, in una ambiziosa mezza età, spesso sembra non esistere altro che il lavoro … in assenza del lavoro può addirittura sembrare che non ci sia niente, che Henry e Rosalind Perowne non siano niente”.

E poi Theo, il figlio adolescente immerso nella musica, sicura promessa del suo futuro e Daisy, la giovane figlia diventata improvvisamente donna e i suoi premi letterari, quasi certa eredità del nonno materno John Grammaticus, geloso custode dei segreti della poesia e del poetare.

Già, i figli: per Henry la tensione è rivolta alla difficoltà di essere genitori, alle perplessità nel comprendere le possibili influenze sullo sviluppo del loro carattere e del loro atteggiamento verso la vita: “Ma ciò che davvero determina il genere di persone che sta per arrrivare nella nostra vita è l’incontro di quel singolo spermatozoo con quel singolo ovulo, e il modo in cui saranno scelte le carte dai rispettivi mazzi, come verranno mescolate, tagliate e distribuite al momento della ricombinazione”.

E  c’è anche Lilian, l’anziana madre che “aveva dedicato la vita alla casa, ai riti quotidiani di lustrare, spolverare, pulire e riordinare … E’ sicuramente a causa sua che Henry si sente a proprio agio in sala operatoria .. col pavimento tirato a cera, gli strumenti chirurgici in acciaio sistemati in file parallele su un vassoio sterile…”. Ora è stata rapita dall’Alzheimer e “ci volle un giorno per smantellare la sua vita” dopo averla condotta in casa di riposo.

In quel sabato, giornata in cui il “tempo risulta sempre interrotto, non soltanto da missioni e incombenze famigliari e sportive, ma anche dall’inquietudine che deriva da queste settimanali isole d’ozio” l’agenda si preannuncia densa di attività.

Ma può accadere che in una giornata come il sabato le strade si riempino di centinaia e centinaia di persone per dimostrare “di avere molto a cuore la vita degli iracheni … senza che nessuna di quelle persone sia stata torturata dal regime, o conosca e ami qualcuno che lo sia stato, e neppure sappia granché perfino dei luoghi in questione”.

Può anche accadere, quel sabato, che “lo schianto di uno specchietto tranciato insieme allo stridore di lamiere sfregate mentre due auto contemporaneamente si immettono in un corridoio largo abbastanza ad accoglierne una soltanto” non sia un incidente di poco conto, ma rappresenti il punto di avvio di una drammatica escalation, con risvolti imprevedibili, essendo uno dei due guidatori una persona colpita da una grave patologia neurodegenerativa quale il morbo di Huntington.

Una giornata, quel sabato, che Henry ha programmato a misura: la partita di squash col collega anestesista Jay Strauss – “detestano perdere tutte e due”; la spesa per la cena a base di pesce in occasione del rientro della primogenita e del suocero; la visita alla madre in casa di riposo, ben sapendo che “lei non lo aspetta e non resterebbe delusa se lui non si presentasse”; la partecipazione alla prova del concerto del figlio, perché “Theo suona come un angelo … e l’orgoglio per il proprio figlio – inseparabile dal piacere che gli procura la musica stessa – si manifesta con la sensazione di una stretta al torace, non lontana dal dolore fisico”.

Le ore del sabato scivolano e la gioia per il rientro della figlia si scontra con la tensione per l’inevitabile discussione sulla manifestazione e sull’ipotetico esito dell’invasione americana in Iraq. E’ così difficile per Henry schierarsi a tutto tondo o con i pacifisti o con i sostenitori degli Stati Uniti. Conflitto acceso, duro, dove il peso dell’età e lo spettro dello scorrere del tempo conducono ad una più pacata interpretazione degli accadimenti, diversamente dalla veemenza ideologica di quegli stessi pacifisti che manifestano per poter “revocare l’intervento prima che sia troppo tardi”.  “Dio ci scampi dagli utopisti, uomini pieni di zelo e sicuri del cammino verso l’ordine sociale e perfetto. Eccoli di nuovo, totalitaristi sotto altre spoglie, innocui e isolati adesso, ma in costante crescita e pieni di rabbia e smaniosi di un ennesimo bagno di sangue”.

Un padre in netto contrasto con la figlia che quasi non crede alla per lei nuova versione paterna: “Di genocidi e torture, di fosse comuni, apparati di sicurezza e totalitarismi criminali, la generazione dell’i-Pod non vuole sentirne parlare. Che niente venga a turbare il loro mondo di sballo da ecstasy, voli a prezzi stracciati e reality show … L’Islam radicale detesta la vostra libertà”.

Insomma, un sabato laborioso ed impegnativo.

A cui si aggiunge la tensione sotterranea per quel banale incidente d’auto e quella diagnosi formulata a colpo d’occhio, destinati a diventare per Henry la fiammella che alimenterà lunghe e dolorose riflessioni sul senso della vita, sulle decisioni politiche, sull’etica della cura, sull’elogio del dubbio , il non senso della vendetta, la probabilità del perdono.

Giacchè tutto sembra precipitare quando, al momento della cena di quel sabato,  il giovane malato e i suoi accoliti faranno irruzione nell’abitazione di Henry, tenendo Rosalind sotto minaccia di un coltello: “Il fatto che Baxter sia qui è logico, ovvio …Ma certo! Quasi tutti gli elementi della sua giornata si trovano riuniti qui, manca solo che compaiano sua madre e Joy Strauss con la racchetta da squash”. “Ma come ha potuto non capire che è pericoloso umiliare un uomo emotivamente labile come Baxter? Il tutto per scampare a un pestaggio e arrivare in tempo utile alla partita di squash”.

I colpi di scena per sbrogliare l’oscura scena non mancheranno di sollevare altri indugi ed interrogativi nell’ Henry professionista, così rinomato e così in balia della scelta fra sé umano e sé difensore della vita.

“Perché a dispetto di tutti i progressi recenti, ancora non si è scoperto come questo approssimativo chilogrammo di cellule ben protette codifichi di fatto le informazioni, come custodisca esperienze, sogni, ricordi e propositi … Ma i limiti dell’arte, cioè della neurochirurgia allo stato attuale delle cose, sono piuttosto inequivocabili: di fronte a questi codici sconosciuti, a questo fitto e geniale circuito, lui e i suoi colleghi possono offrire giusto la competenza di un intervento idraulico”.

Quel sabato infine volge al termine, lasciando il ricordo di come “le conseguenze di un atto possano sfuggire al nostro controllo e generare altri eventi, ulteriori conseguenze fino a trascinarci in situazioni che mai ci saremmo sognati di scegliere”.

Sabato, una giornata che scivolerà dentro il giorno che segue, pur nella consapevolezza che “nessuna domenica contiene la stessa promessa né l’energia del giorno che la precede”.

Sabato, metafora del giorno del dubbio, età dell’incertezza, obbligo di procedere.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Philip Roth (2010) L’UMILIAZIONE, Einaudi Traduzione di Vincenzo Mantovani

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Philip Roth (2010)

L’UMILIAZIONE, Einaudi

Traduzione di Vincenzo Mantovani

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Sulla quarta di copertina l’indicazione “Roth aggiunge un altro inquietante tassello all’opera dei suoi ultimi anni”.

Ci sono degli argomenti “scomodi” da affrontare nella scrittura e la parola suicidio colpisce sempre per la brutalità che esprime e per il tormento così difficile da comprendere e da condividere nella sua scelta finale.

Simon Axler, il protagonista, inizia un soliloquio fra sé e sé rispetto al crollo esistenziale che avverte quando, del tutto inaspettata, compare la sua incapacità di recitare. A più di sessant’anni può capitare di avere qualche inciampo, ma questa volta è diverso: il grande attore “vedeva il proprio crollo con la stessa lucidità con cui si vedeva recitare. … Non sapeva come passare da un minuto all’altro, era come se la mente gi si stesse liquefacendo, aveva il terrore di stare da solo, non riusciva a dormire più di due o tre ore per notte, mangiava appena, ogni giorno pensava di ammazzarsi con l’arma che aveva in solaio – un fucile a pompa Remington che teneva nella casa isolata per autodifesa – e nondimeno gli sembrava tutta una commedia, una commedia recitata male. Quando reciti la parte di uno che sta crollando, la tua interpretazione ha un ordine e una coerenza; quando la persona che vedi crollare sei tu, e quella che stai recitando è la tua fine, è tutta un’altra cosa, una cosa spaventosa e terrorizzante”.

Questo l’antefatto: scoprire che l’attore recitante altrui ruoli non sta più rappresentando una finzione, ma la sua stessa indesiderata prigione. “La mattina se ne stava a letto per ore ma, invece di nascondersi da quel ruolo, recitava quel ruolo. E quando finalmente si alzava, l’unica cosa a cui riusciva a pensare era il suicidio, e non la sua simulazione. Un uomo che voleva vivere nella parte di un uomo che voleva morire”.

Capita che improvvisamente nella vita giungano simultanei smottamenti nelle variabili più significative: lavoro, affetti, salute … ma, nella maggior parte dei casi, la precarietà che ne deriva può costituire un nuovo punto di partenza per scoprire uno sconosciuto Sé. Se ciò non accade, le crepe aperte difficilmente riescono a sostenere l’intera impalcatura del corpo e della mente.

La forza inaudita che serve per programmare la propria fine richiede tempo e pensiero. Simon Axler, alla sola idea di “salire le scale che portavano in solaio, caricare il fucile, mettersi la canna in bocca” preferisce telefonare al medico “per chiedergli di provvedere al suo ricovero in una clinica psichiatrica quel giorno stesso”.

Qui “ogni ora di veglia era riempita di attività e appuntamenti per evitare che i pazienti si ritirassero nelle proprie stanze a stendersi sul letto depressi e infelici o si intrattenessero fra loro per parlare dei modi in cui avevano cercato di uccidersi”.

Ed è proprio nella clinica psichiatrica che fra le storie “degli antichi temi della letteratura drammatica: incesto, tradimento, crudeltà, vendetta, gelosia, rivalità, desiderio, perdita, disonore, lutto”, le sedute individuali e di gruppo, le terapie antidepressive, Simon si ritrova ad apprendere la storia di Sybil Van Buren, una bruna trentacinquenne divorata dal rimorso e dalla colpa di non essere stata capace di reagire di fronte a un’orrenda visione e di averne addirittura messo in dubbio la veridicità.

Il quarto giorno mi ero convinta di aver immaginato tutto, e due settimane dopo, mentre Alison era a scuola e lui al lavoro, ho tirato fuori il vino, il Valium e il sacchetto di plastica .. ricordo che non c’era più aria e mi sono affrettata a strapparmi il sacchetto. E non so cosa rimpiango di più: se avere tentato di farlo e non esserci riuscita. … L’unica cosa che voglio fare adesso è sparargli””. Queste le considerazioni della giovane mamma che aveva trovato il suo secondo marito con la testa affondata fra le gambe della figlia di otto anni e accettato la sua debole difesa di “cercare la causa di un prurito lamentato dalla piccina”.

L’uscita dalla clinica non necessariamente riconsegna alla società una persona completamente risorta, ma per lo meno accarezza l’auspicio di riposizionarla sul cammino interrotto dalla crisi.

Simon Axler ora è di nuovo a casa, seduto di fronte al suo agente che tenta di rassicurarlo: “la memoria diventa un grande motivo di ansia per gli attori di teatro che arrivano ai sessanta o settant’anni. Un tempo potevi imparare a memoria un copione in una giornata: ora sei fortunato se in una giornata impari una pagina”.

L’idea del suicidio è un’idea sottile, pervasiva, che ti entra dentro e lavora implacabile. Per un attore della fama di Simon, è facile far scorrere nella memoria i drammi in cui c’è un personaggio che si uccide. “Hedda in Hedda Gabler, Giulia nella Signorina Giulia, Fedra in Ippolito, Giocasta in Edipo Re, quasi tutti in Antigone, Willy Loman in Morte di un commesso viaggiatore … Cassio e Bruto in Giulio Cesare, Gonerilla in Re Lear, Ivanov in Ivanov … E quell’elenco sbalorditivo comprendeva solo opere in cui lui aveva recitato almeno una volta. Ce n’erano altre, molte altre. … Si prefisse di rileggere quelle opere. Sì, doveva affrontare a viso aperto quanto c’era di più spaventoso. Nessuno doveva poter dire che non ci aveva riflettuto a fondo”.

Poi accade un evento nuovo: un incontro col femminile, un femminile insolito, una lesbica quarantenne figlia di attori conosciuti da Simon molti anni prima sulla scena.

Eros e Thanatos si ammiccano. Simon si accende di desiderio, Peegen decide che dopo l’esperienza lesbica ha voglia di un uomo, “quell’uomo, quell’attore che aveva venticinque anni più di lei ed era amico della sua famiglia da decenni”.

Potere del sesso e dell’amore … “presto lui non ebbe più la sensazione di essere rimasto solo al mondo, solo e senza il suo talento. Era felice: una sensazione inattesa. … C’era lui. C’era lei. Le possibilità di entrambi erano drasticamente cambiate”.

I giochi sessuali, l’intimità ritrovata, il desiderio di un nuovo inizio rimbalzano nella testa di Simon, a dispetto delle critiche dei genitori di Peegen per quell’eccessiva differenza di età, della visita dell’amante delusa di Peegen che lo allerta sul suo indomabile carattere, delle scappatelle confessate dalla stessa Peegen, forse orfana della sua inclinazione primaria a favore delle donne.

Nonostante ciò, l’illusione del ritorno ad una vita normale si affaccia con prepotenza, lasciando a Simon il suono di parole pronunciate solo nella fantasia: “Se dobbiamo continuare, io voglio tre cose. Voglio che ti fai operare alla schiena. Voglio che riprendi la tua carriera. Voglio che mi metti incinta”.

Ma il peso delle parole non dette possono avere comunque effetti strabilianti. “La iella era finita. Finiti i tormenti che aveva voluto infliggersi da sé. Aveva ritrovato la fiducia, il dolore se n’era andato, l’abominevole paura era sparita e tutte le cose che aveva perso erano tornate al loro posto. La ricostruzione di una vita era iniziata quando si era innamorato di Peegen Stapleford”. Finalmente la sconfitta dell’umiliazione.

Simon intraprende una serie di visite per capire quali possano essere, alla sua età, i rischi di concepire figli non sani e si rivede nuovamente a calcare le scene, questa volta senza esitazioni e senza flessioni.

Visioni eteree, fluide, vaporose. Deve assolutamente raccontarlo a Peegen quando tornerà a casa, in quella stessa casa dove pochi giorni prima si era orgiasticamente consumato un incontro a tre, quegli “allettanti giochi che molte coppie fanno per eccitarsi e divertirsi”.

Il mondo irreale fantasticato stride nella realtà vera, nella voce di Peegen che gli annuncia “Siamo alla fine … Non è quello che voglio. Ho commesso un errore”… “Lei andò via con la sua auto e il crollo di Axler durò cinque minuti, un crollo prodotto da una caduta che si era voluto e da cui non restava ormai possibilità di ripresa”.

L’idea del suicidio è un’idea sottile, pervasiva, che ti entra dentro e lavora implacabile; “i fallimenti erano suoi, come la sconcertante biografia sulla quale era impalato” questo è il pensiero di Simon dopo l’ennesima umiliazione per la telefonata fatta ai genitori di Peegen per urlare la propria rabbia.

E Sybil Van Buren? Sul periodico della contea era apparso un articolo che raccontava di un famoso chirurgo plastico ucciso a colpi di arma da fuoco dalla moglie da cui era separato. Sybil assume le sembianze di un esempio di coraggio “Se lei è stata capace di farlo, posso farlo anch’io!”.

Come può un uomo decidere di uccidersi?

Questa volta non vince l’uomo capace di scendere le scale del solaio e telefonare di nuovo al medico per il ricovero.

Questa volta predomina l’uomo attore. “A venticinque anni quando, da vero fenomeno teatrale, riusciva in tutto ciò che tentava e otteneva tutto ciò che voleva, aveva interpretato l’aspirante giovane scrittore di Cechov che si sente un completo fallito, un uomo ridotto alla disperazione dalle sconfitte nel lavoro e in amore”.

Il fatto è che Konstantin Gavrilovic si è sparato” l’ultimo biglietto trovato accanto al cadavere dell’umiliato Simon.

Tartarugosa fuori dalla tana

CARPI

CORREGGIO

MODENA

TartaRugosa ha letto e scritto di: IRVIN YALOM (2015), Guarire d’amore, Raffaello Cortina, Milano (traduzione di Serena Lauzi)

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Irvin Yalom  (2015)

Guarire d’amore

Raffaello Cortina, Milano

(traduzione di Serena Lauzi)

9788860307712B

Yalom è lo psichiatra che tutti vorremmo conoscere, in caso di necessità. Ottantaquattrenne continua a scrivere le sue esperienze in modo estremamente accattivante: un po’ romanziere, un po’ saggista, un po’ filosofo, un po’ psicologo … una cosa è certa, quando inizi un suo libro non lo molli finché lo hai finito.

Ciò che di lui mi è sempre piaciuto, oltre allo stile di scrittore, è la semplicità con cui tratta le variabili più critiche dell’esistenza umana, nonché il suo modo di porsi verso l’indagine terapeutica. Non dogmatico, mostra una sensibilità straordinaria verso la scelta dei cammini da percorrere per trarre l’altro dall’empasse in cui è incappato. Ed è sempre pronto a mettersi in gioco; a dichiarare talvolta la casualità della chiave giusta per produrre svolte; a confessare le sue stesse debolezze, sia a livello personale, sia nei controtransfert inevitabili della professione; a disporre del confronto con altre modalità di gestione del setting; a essere tutt’uno con le storie altrui.

“ … l’atteggiamento professionale di distaccata obiettività, tanto caro al metodo scientifico, può essere del tutto inappropriato. Il fatto è che noi psicoterapeuti non possiamo dispensare comprensione ed esortare i pazienti a lottare decisi con i loro problemi. Non possiamo parlare in termini di voi e i vostri problemi. Dobbiamo parlare invece di noi e dei nostri problemi, perché la vita e l’esistenza saranno sempre legate a doppio filo alla morte, l’amore alla perdita, la libertà alla paura, la crescita alla separazione. Noi, tutti noi, ci siamo dentro insieme”.

Queste risonanti affermazioni sono il prologo che Yalom offre alla lettura del presente testo, facendo seguire la presentazione di uno dei suoi tanti metodi per portare alla luce le difficoltà esistenziali. Un’unica domanda: “Che cosa vorresti?”, semplice sì nella forma, ma che in ambito psicoterapeutico può scatenare emozioni fortissime.

Yalom, nel suo volume di dieci storie di guarigione, parte da un’ipotesi base che lo guida a scegliere le tecniche terapeutiche più efficaci alla persona richiedente aiuto: tale ipotesi fonda sull’assunto che l’angoscia denunciata sia il prodotto di tutti gli sforzi che un soggetto deve compiere per poter convivere con gli affanni e la durezza dei fatti della vita.

In particolare lo psichiatra mette a fuoco quattro temi principali:

  • la morte come evento inevitabile
  • la libertà dell’autodeterminazione per compiere le proprie scelte
  • la solitudine
  • l’assenza di senso

Relativamente alla paura della morte Yalom riflette sulla potenza di due illusioni utili a procurarsi un senso di sicurezza: “Una è la convinzione dell’unicità irripetibile della propria persona, l’altra è la convinzione che esista un mezzo ultimo di salvezza. Seppure sia vero che queste sono illusioni, in quanto convinzioni false e preconcette, in questo caso io non adopero il termine illusione nella sua accezione negativa: esistono infatti credenze universalmente diffuse che compaiono con una funzione ben precisa in parecchi racconti”.

Nel caso di Elva, Yalom descrive una sua regressione durante il percorso di cura causata dallo scippo della borsetta, fatto per lei traumatizzante poiché del tutto inatteso, come più volte sottolinea “Non avrei mai pensato che potesse accadere proprio a me”.

Tale gesto aveva messo in risalto la perdita dell’invulnerabilità perché, come spiega lo psicoterapeuta “sentirsi unici e irripetibili costituisce una delle modalità principali con cui neghiamo la realtà della morte: proprio quella parte della nostra mente che assolve il compito di attenuare in qualche modo il terrore della morte genera in noi la sensazione irrazionale di essere invulnerabili e  inviolabili, per cui cose spiacevoli  come la vecchiaia e la morte sono un destino riservato agli altri,ma non a noi, come se la nostra personale esistenza si svolgesse al di là e al di sopra delle leggi universali e del destino umano e biologico”.

La borsetta rubata di Elva testimoniava il furto della razionale illusione di essere in qualche modo eternamente protetta.

L’unicità, continua, è un meccanismo derivante dall’interno, mentre la convinzione del mezzo di salvezza è un fattore che proviene dall’esterno: “Per quanto noi si possa vacillare, star male o giungere a un punto limite della nostra vita, in lontananza giganteggia sempre, ne siamo convinti, la figura del soccorritore onnipotente che ci saprà restituire alla condizione precedente. … L’essere umano o afferma la propria autonomia attraverso l’autoaffermazione eroica di sé oppure ricerca la sicurezza attraverso la fusione con una forza superiore. In altre parole, o fonda se stesso oppure si fonde con qualcosa di esterno; o si separa o si congiunge”.

Rispetto al concetto di libertà, immagine positiva per la quale tutti noi lottiamo, Yalom spiega come essa appaia strettamente legata all’angoscia. Infatti libertà “significa che ognuno di noi è responsabile delle sue scelte, delle sue azioni e della vita che fa”.

Una psicoterapia è destinata al fallimento fintanto che la persona continuerà ad attribuire le responsabilità di ciò che essa è all’esterno (il lavoro, le relazioni sbagliate, la società): se la colpa è degli altri, perché dovrei essere io quello che cambia?

Dal momento che i pazienti tendono ad avere delle resistenze rispetto all’assunzione delle proprie responsabilità, il terapeuta si trova costretto a elaborare tecniche capaci di rendere i pazienti consapevoli del fatto che la causa dei propri problemi va ricercata in sé stessi”.

Il fascino delle sue spiegazioni sta proprio in questo. Dentro le storie dei personaggi che presenta, pian piano si dipana il groviglio emotivo del disagio e appaiono nuove prospettive determinate dal suo indagare, dal suo disvelare, dal suo rischiare nel privato faccia a faccia della narrazione di sé. Nel caso del peso della libertà, la vita di Betty è esemplare: un’irrimediabile obesa che a causa del suo sentirsi vuota verso gli altri intraprende un rapporto patologico col cibo e Yalom, che pure ha in profonda antipatia le persone obese, la aiuta a riprendere il controllo delle sue pulsioni fameliche all’interno di una terapia di gruppo.

Rispetto al tema della solitudine, anche in questo caso Yalom è alla ricerca di come la coscienza di sé possa generare angoscia e di come la tendenza a instaurare rapporti fusionali con qualcuno venga spesso considerato rimedio per sentirsi un po’ meglio. Eppure la solitudine “ha a che vedere con lo spazio invalicabile che separa ogni Io dagli altri, uno spazio che non si annulla neppure in presenza di relazioni interpersonali profondamente gratificanti. … Attenzione quindi all’intensità e all’esclusività del legame con l’altro: non è, come tanti pensano, una prova della purezza dell’amore … Per quanto si cerchi disperatamente di attraversare questa vita a due a due o in gruppo, vi sono momenti, in special modo all’approssimarsi della morte, in cui la verità – il fatto cioè, che si nasce soli e soli si muore – erompe con terribile evidenza”.

Infine, sulla ricerca di senso, “più astratta e volontaria è la sua ricerca, meno sono le possibilità di trovarlo … il senso è un portato dell’impegno e della piena assunzione delle responsabilità” e tale fattore è anche un punto di sfida per il terapeuta, che deve accompagnare il paziente nel reperire il giusto modo di essere per fare cadere l’interrogativo di “dove si trova il senso”.

Su questo tema Yalom non può nascondere le proprie stesse incertezze sul senso della professione di terapeuta.

Per quanto diffusa possa essere l’idea che i terapeuti guidano il paziente verso fasi prevedibili della terapia con metodo e padronanza della situazione verso un obiettivo altrettanto prevedibile, ciò si dà estremamente di rado. Al contrario, i terapeuti generalmente oscillano, improvvisano e brancolano alla ricerca della giusta direzione. … Nel momento stesso in cui scelgo di entrare a pieno titolo nella vita del paziente, io, il terapeuta, non solo sarò posto d fronte ai suoi stessi problemi, ma dovrò anche essere preparato a vederli in sintonia con la prospettiva del paziente”.

Singolare anche la chiusura del volume: una postfazione scritta a distanza di venticinque anni con la sorpresa della rilettura di un sé più giovane e in perenne formazione e trasformazione.

Che Yalom il senso lo abbia perfettamente trovato è comunque dimostrato dalle sue seguenti parole:

Termino questa retrospettiva con un’osservazione che il mio Sé più giovane avrebbe trovato sorprendente: lo scenario, a ottant’anni, è migliore di quanto mi aspettassi. Sì, non posso negare che la vita, negli ultimi anni, sia proprio un dannato succedersi di perdite; ciò nonostante, ho raggiunto nel mio settimo, ottavo e nono decennio una tranquillità e una felicità di gran lunga superiori a quanto immaginavo possibile”.

Silvia Ronchey, IL GUSCIO DELLA TARTARUGA. Vite più che vere di uomini illustri, Nottetempo, 2009

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GINA, CHICCO e BALDO nella via agli orti. GIOVE nella via del Caco. Le perfette convivenze | da COATESA SUL LARIO … e dintorni

Sorgente: GINA, CHICCO e BALDO nella via agli orti. E GIOVE nella via del Caco. Le perfette convivenze | COATESA SUL LARIO … e dintorni

TartaRugosa ha letto e scritto di: Mark Forsyth (2015), L’IGNOTO IGNOTO, Traduzione di Giuseppe Laterza, Edizioni Laterza

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Mark Forsyth (2015)

L’IGNOTO IGNOTO

Traduzione di Giuseppe Laterza

Edizioni Laterza

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Il sottotitolo di questo scritto cita “Le librerie e il piacere di non trovare quello che cercavi”.

Lo scrittore Forsyth è tra i più noti linguisti in Gran Bretagna ed è autore di diversi bestseller sull’origine e il significato delle parole della lingua inglese.

Non lo conoscevo assolutamente, ma capisco perfettamente, dalla lettura della nota dell’editore, l’attrattività che spesso può esercitare un buon titolo.

Grazie quindi a Giuseppe Laterza, al suo fiuto e alla sua volontà di tradurlo per ampliarne la conoscenza.

Il secondo grazie va ad Anna che, in virtù dell’accidentalità raccontata da Forsyth, ne ha fatto dono a TartaRugoso, senza immaginare il piacere riflesso scatenato dal mio ritrovamento.

Ogni libridinoso, infatti, non riuscirebbe a riporlo senza averlo prima letto d’un fiato, proprio come accaduto a Laterza mentre faceva la coda in libreria e a me medesima, dopo averlo visto appoggiato sulla scrivania.

Se di ringraziamenti si deve parlare, il terzo grazie va in maniera del tutto singolare nientemeno che a Donald  Rumsfeld, segretario della Difesa ai tempi di George Bush jr. su una cui frase si sviluppano le riflessioni di Forsyth:
Ci sono cose che sappiamo di sapere. Ci sono cose che sappiamo di non sapere. Ma c’è anche l’ignoto ignoto, cioè le cose che non sappiamo di non sapere”.

Stupito che alcuni possano ridicolizzare il senso di queste parole, l’autore ne sostiene l’argomentazione, focalizzando l’attenzione sui libri e sulle librerie in un itinerario fantastico.

E’ infatti difficile scoprire il buco delle conoscenze anche parlando di libri: ci sono cose che sai (ho letto i Promessi Sposi); cose che sai di non sapere (Proust ha scritto Alla ricerca del tempo perduto, ma non l’ho letto); cose che non sai di non sapere (fino a poco fa Forsyth e L’ignoto ignoto).

Ci sono anche libri di cui non ho mai sentito parlare e, non avendone mai sentito parlare, non mi rendo neppure conto di non aver letto. … E non posso cercarli, visto che non ne conosco neppure i nomi. Sono degli ignoti ignoti, e non posso struggermi dal desiderio di incontrarli, considerata la mia doppia ignoranza”.

Porta quindi come esempio l’accidentalità dell’incontro di alcuni testi (abbandonato su una panca della piscina comunale, sotto il divano di un amico) dichiarando come, senza quella casualità, non avrebbe mai potuto immaginarne l’esistenza (non sapere di non spere).

Sicuramente l’intenzione di Forsyth non è quella di suscitare un rigurgito nostalgico verso l’oggetto libro. Anzi si affretta a chiarire ogni apprezzamento possibile verso il mondo informatico:

Il mondo va avanti e di un sacco di cose perdiamo le tracce, dai motori a scoppio alle videocassette al vaiolo. Possiamo pure strepitare, ma in realtà non vorremmo affatto che tornassero. Internet è un’invenzione meravigliosa e non scomparirà. Se sai cosa vuoi, Internet te lo trova”.

E sulla base di questa sua convinzione continua:

La mia tesi, quella intorno a cui gira tutta a mia argomentazione, è che ottenere quello che già sapevi di volere non è sufficiente. Le cose migliori sono quelle di cui non conoscevi l’esistenza fino al momento in cui non le hai avute”.

E’ la casualità che dona l’opportunità di apparire.

Tra l’altro, e come dargli torto, non è proprio l’accidentalità il tema ricorrente di infinite storie romantiche? E se ciò ha valore per le più belle vicende d’amore romanzate – da Elisabeth Bennet a Romeo  e Giulietta – perché non dovrebbe valere anche per l’innamoramento di un libro in cui sei incidentalmente incappato?

Il metodo per rendere possibile, almeno parzialmente, il superamento dell’ignoto ignoto è progettare le Buone Librerie:

La fantascienza non mi ha appassionato finché un giorno ho preso in mano un racconto di Philip Dick. L’unica spiegazione è che era in evidenza sul tavolo di una libreria… La prima pagina mi piacque… quando finii di leggerlo, ne avevo ancora voglia … Ci sono momenti in cui vorresti sbarazzarti subito dei tuoi soldi, lanciare la banconota alla ragazza che sta alla cassa per affrettarti verso l’uscito e andare a caccia di un posto dove sederti a leggere … Non importa quale libro sia. E’ quello che ha catturato il tuo sguardo. O forse è semplicemente quello che ti è capitato in mano. Ma questo è sufficiente, se ti trovi in una Buona Libreria. Perché in una Buona Libreria tutti i libri sono buoni. … Non basta avere libri buoni, non devi avere libri brutti”.

L’autore riprende la sua confutazione su Internet: “ha creato la deleteria possibilità di ottenere ciò che desideri … pertanto gli ignoti noti sono ormai pochi e rari. … Quasi per ogni domanda c’è una risposta. Rimangono soltanto le domande che non conoscevi, che ballano il can can alle tue spalle. Gli ignoti ignoti”.

In fondo scoprire di non sapere che non sappiamo è una bella sfida e l’invito è incoraggiante: “Quel libro ti attende ancora, il libro perfetto, quello che risponderà a tutte le domande che non sapevi di voler fare. E’ sullo scaffale in alto, nell’angolo, a portata della tua mano. L’ignoto ignoto, ciò che non sapevi di non sapere è lì che ti aspetta in fondo alla libreria”.

Alla sua caccia, dunque!

Il mondo delle tartarughe A Castelnuovo Bormida, in provincia di Alessandria, Rino Sauta scruta la terra e soccorre le tartarughe, da La Stampa 4 aprile 2016

Il mondo delle tartarughe
A Castelnuovo Bormida, in provincia di Alessandria, Rino Sauta scruta la terra e soccorre le tartarughe. Negli anni è riuscito a salvare migliaia di animali e ora vorrebbe creare un vero e proprio parco dedicato alle sue piccole e grandi creature.

Sorgente: Le pressioni di Total e la difesa di Renzi, l’Europa che si disgrega e il parco delle tartarughe – pamalteo@gmail.com – Gmail

Associazione Tartamondo: Fondata nel febbraio del 2010 in risposta alla crisi italiana e mondiale delle tartarughe terrestri e palustri

Fondata nel febbraio del 2010 in risposta alla crisi italiana e mondiale delle tartarughe terrestri e palustri è oggi una realtà che opera costantemente per la protezione delle tartarughe

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Sorgente: Tartamondo

EMILY DICKINSON, PORTAMI IL TRAMONTO IN UNA TAZZA: … “quanti passetti fa la tartaruga” …

EMILY DICKINSON

PORTAMI IL TRAMONTO IN UNA TAZZA

Portami il tramonto in una tazza
conta le anfore del mattino
le gocce di rugiada.
Dimmi fin dove arriva il mattino –
quando dorme colui che tesse
d’azzurro gli spazi.

Scrivimi quante sono le note
nell’estasi del nuovo pettirosso
tra i rami stupefatti – quanti passetti
fa la tartaruga
Quante coppe di rugiada beve
l’ape viziosa.

E chi gettò i ponti dell’arcobaleno,
chi conduce le docili sfere
con intrecci di tenero azzurro.
Quali dita congiungono le stalattiti,
chi conta le conchiglie della notte
attento che non ne manchi una.

Chi costruì questa casetta bianca
e chiuse così bene le finestre
che non riesco a vedere fuori.
Chi mi farà uscire con quanto mi occorre
in un giorno di festa
per volare via – in pompa magna.

.

Bring me the sunset in a cup –
Reckon the morning’s flagons up
And say how many Dew –
Tell me how far the morning leaps –
Tell me what time the weaver sleeps
Who spun the breadths of blue!

Write me how many notes there be
In the new Robin’s extasy
Among astonished boughs –
How many trips the Tortoise makes –
How many cups the Bee partakes,
The Debauchee of Dews!

Also, who laid the Rainbow’s piers,
Also, who leads the docile spheres
By withes of supple blue?
Whose fingers string the stalactite –
Who counts the wampum of the night
To see that none is due?

Who built this little Alban House
And shut the windows down so close
My spirit cannot see?
Who’ll let me out some gala day
With implements to fly away,
Passing Pomposity?

(da Poesie – Traduzione di Bruna Dell’Agnese)

Sorgente: Il canto delle sirene: Il tramonto in una tazza