Tartarughe emiliane

Preparativi di culle da parte delle sorelle di Giunone e Dafne (foto inviate da C. e G.)

Anche Giunone ha fatto il suo nido!

TartaRugosa ha letto e scritto di: Paolo Milone (2021), L’arte di legare le persone, Einaudi, Torino

Leggo alcune stroncature su questo libro, accusato di voler ripristinare, sia pur velato da poetiche narrazioni, l’antico modello manicomiale.

Pur trovando crudo il capitolo “Legare le persone”, trovo che il testo vada accolto nella sua interezza, con gli opportuni distinguo.

Edoardo, ti ricordi quando lavoravamo alla Salute Mentale?

Facevi una visita domiciliare a uno schizofrenico e ti

ritrovavi a fare:

l’elettricista, il consulente matrimoniale, il medico di famiglia,

il cuoco, l’arredatore,

il personal trainer, l’idraulico, l’amministratore,

il giardiniere, il veterinario, il muratore,

il sarto, la stiratrice, il calzolaio, il postino, l’antennista,

il portinaio, l’assaggiatore, la colì, il maestro del té,

il coloritore, il magazziniere, il carbonaio, il callista,

il buttafuori, il cacciatopi, scarafaggi e l’accalappiacani.

Ti ricordi, Edoardo?

Come ci si divertiva.

Poi ci siamo trasferiti in ospedale, e ci è toccato fare gli

psichiatri.

Questa sottolineatura è di non poco conto per immergersi nelle pagine di chi, dopo aver lavorato in un Centro Salute Mentale, ha prestato servizio in un reparto ospedaliero di Psichiatria d’urgenza dedicando quarant’anni di lavoro alla follia.

In Psichiatria d’urgenza, quella che va accettata

completamente è la persona, non la malattia.

Non parrebbero parole di nostalgia verso quel tempo in cui:

per trovare infermieri, i capisala del manicomio

battevano la porta ai parroci di campagna e facevano

incetta di uomini nerboruti.

Un libro, quello di Milone, scritto totalmente in versi liberi, più simile a uno zibaldone di stati d’animo, sensazioni, paure, sensi di colpa, emozioni che esplorano il “dentro” di una relazione curante/curato che non trascende dal coinvolgimento di Altri (colleghi, studenti, vicini di casa, congiunti, ma anche ambiente e città) e assai lontano da tassonomie, classificazioni di disturbi, strumenti, criteri di diagnostici e di valutazione.

Più che l’affabulazione, ci trovo il desiderio di rivisitare il proprio operato professionale e umano, di creare contiguità tra marginalità e compostezza, di esportare a occhi estranei o costellati di pregiudizi che:

Se non hai mai provato il dolore psichiatrico,

non dire che non esiste.

Ringrazia il Signore e taci.

I matti sono nostri fratelli. La differenza tra noi e loro

è un tiro di dadi riuscito bene

per questo noi stiamo dall’altra parte della scrivania.

In molti dei paragrafi che costituiscono, numerati, affreschi dei singoli capitoli, appaiono frammenti di storie permeate da umanità, dialogo, ascolto, riflessione, quesiti, senza censure davanti anche ai possibili sbagli o fallimenti.

Così è descritto il “transfert”:

Se tu non fossi grave …

se tu non fossi una bipolare …

se io non fossi il tuo curante …

se io ti avessi conosciuta in un negozio, per strada, al mare,

in un altro mondo …

forse …

Chiara, se tu non fossi tu e io non fossi io.

O la tragedia di chi, dopo alti e bassi:

Qualcuno mi ha detto che sei scesa al capolinea e sei

rimasta in piedi sul muraglione.

Qualcuno mi deve aver detto che ti sei incamminata verso

la balaustra e ti sei gettata di sotto.

Un altro l’ha ripetuto: Lucrezia si è gettata di sotto.

Un altro mi ha detto: non prenderla così. Siediti. Hai fatto

tutto il possibile….

Piangiamo Ci arrabbiamo.

Cosa ho fatto di sbagliato? Cosa ho dimenticato di fare?

Nella giostra degli incontri c’è chi transita, chi permane, chi è tossico, chi seducente, chi è etilista, chi aggressivo, chi minaccioso, chi carcerato, chi è demente, chi sfiora la morte, chi ne diventa per sempre amante. Discendere nel girone infernale è un costante misurarsi a tu per tu con le storie di chi, nel proprio dolore, è impegnato con raggiri, manipolazioni, lusinghe, violenze a tenersi in qualche modo aggrappato alla vita.

Fra le pagine, inoltre, si intersecano diversi paesaggi ambientali e umani: i carruggi genovesi in cui è impossibile camminare senza scontrarsi con gli altri passanti, la serenità del mare, le puzze e i profumi, le pontificazioni accademiche, le critiche, le fatiche, l’affaccio delle giovani professioni con i loro tirocini, convinzioni, modi di interpretare i diversi volti della follia.

Mi dici che un paziente agitato e confuso si può calmare

con la parola e il gesto.

Luca, il paziente agitato e confuso non comprende

né parole, né gesto, per definizione.

Tu insisti che lo hai fatto più volte.

Non erano pazienti agitati e confusi.

Ricorrenti le alternative alle analisi descrittive dei sintomi dei disturbi mentali elencati nei manuali diagnostici sempre più voluminosi, certo poetiche e forse poco scientifiche, ma metafore efficaci in cui ognuno di noi potrebbe trovare qualcosa di sua appartenenza:

Se un paziente tiene una mano

sul petto in alto, è un ansioso.

Mano a sinistra sul cuore: Ipocondriaco.

Mano sul petto in basso: depresso.

Mano sull’addome: depresso meno consapevole.

Mano sull’inguine: isterico.

Se invece la mano è sul capo o sulle gambe, sono cavoli:

lì ci vuole uno specialista coi fiocchi.

Un ricoverato giura di aver visto Rufo oggi ai piedi del suo

letto: questa si chiama allucinazione.

La paziente che lo ama giura di averlo visto librarsi in cucina:

questa si chiama visione.

Un Alzheimer giura di avergli parlato poco fa:

questa si chiama confabulazione.

Una paziente privata ha telefonato sperando di trovarlo qui:

questa si chiama illusione.

Giorgio lo schizofrenico dice che è lui al piano di sopra e

ci spia: questo si chiama delirio.

Io stesso ho avuto l’impressione di vederlo un attimo fa in

corridoio: questo si chiama déja-vu.

Prescrivere medicine e andarsene

è come dare bigliettini dell’oroscopo,

come affidare al mare un messaggio in bottiglia.

I depressi soffrono per colpa, il loro è un problema morale,

non capiscono a cosa servano le medicine.

I maniacali stanno bene come stanno e non vogliono

medicine deprimenti.

Gli schizofrenici sono affezionati alle loro voci e non

capiscono neanche chi tu sia.

I paranoici sono convinti che tu voglia avvelenarli.

I caratteriali ingurgitano tutto il flacone la sera stessa.

I nevrotici sono gli unici che leggono le ricette e le seguono

pedissequamente, fino al primo effetto collaterale,

poi non le vogliono più.

Nel capitolo più controverso e dibattuto “Legare le persone” sono contenute le crude descrizioni militaresche delle pratiche esercitate, nonché le situazioni in cui vengono applicate. Siamo nella Psichiatria d’urgenza e non ci si può permetterti di filosofare sui massimi sistemi e sulla loro mancanza: devi agire con chi ti trovi davanti, spesso lì condotto anche attraverso Trattamento Sanitario Obbligatorio.

Sono andato a un seminario sulle contenzioni.

Un collega dice quante ne ha fatte nella sua vita:

sono quante ne faccio io in un anno.

Perchè facciamo tante contenzioni in Reparto 77?

Siamo così cattivi? Siamo così incapaci?

Il metodo più semplice per non legare nessuno,

è non ricoverare pazienti da legare.

Se non si ricoverano etilisti, caratteriali, tossicodipendenti,

psicoorganici, dementi, intossicati, violenti in genere,

cosa resta da legare al letto? Gli infermieri tra di loro.

Basta rifiutare i pazienti agitati e confusi

e trasformare la Psichiatria in Psicologia.

I pazienti agitati, li legheranno altri.

Conosco l’argomento e figuriamoci se non approvo l’eliminazione della contenzione.

Ma ci sono situazioni in cui il tempo dell’ascolto è impossibile, pena l’incolumità del paziente e di altri; ci sono situazioni in cui è il paziente che ti chiede

il riunire frammenti spezzati tra loro,

mettere insieme mente e corpo, riunificare la persona,

come un gesso rinsalda le ossa.

Far di pezzi, uno.

Se non c’è il legare, non immagino la sedazione farmacologica come qualcosa di migliore.

E ci sono poi situazioni, quelle sì che fanno ribollire il sangue, in cui l’unico modo, forse, per evitare di ricorrere a tale strumento è la possibilità di avere i mezzi indispensabili: personale, servizi, reti, politiche sanitarie e sociali. Perchè siamo tutti convinti che prevenire è meglio che curare e siamo tutti bravi a dire che cosa non funziona quando il caso esplode fra le mani.

In questo capitolo io ci ho letto i casi limite, mentre in moltissime altre parti ho trovato empatia, comprensione, speranza, disillusione, voglia di proseguire nonostante. Insomma quell’”Arte di legare” dai molteplici significati, a partire dall’immagine di copertina che mostra due mani che cingono una vita.

Signori, lo dico chiaro: io non so nulla di interpretazione

dei sogni. Non è il mio mestiere.

I miei pazienti non parlano dei loro sogni notturni:

ci vivono dentro.

Io non cerco interpretazioni: ho bisogno di una corda per

tirarli fuori.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Cristina Peri Rossi (1990), Il Museo degli Sforzi Inutili, Traduzione di Vittoria Spada, Einaudi, Torino

Di Cristina Peri Rossi non sono riuscita a racimolare molte notizie: scrittrice nata a Montevideo nel 1941, nel 1972 dovette fuggire dalla dittatura militare: banditi i suoi libri, esautorata dalla professione di giornalista, licenziata dalla cattedra di letteratura, i militari golpisti ritirarono persino la sua nazionalità uruguaiana. Dal 1975 vive in esilio a Barcellona.

Julio Cortazar, definito l’Italo Cavino latinoamericano, è stato suo mentore,maestro, amico, nonché amante e, folgorato dalla sua scrittura, le dedicò molteplici poesie sull’amore irraggiungibile.

Scrittrice di racconti, romanzi, poesie e saggistica ha vinto numerosi importanti premi letterari, ma delle opere prodotte, pochissime sono state tradotte in italiano. Fervente lottatrice contro le dittature, sostiene femminismo e diritti degli omosessuali. Ha un blog (www.cristinaperirossi.es).

Il libro di racconti brevi “Il Museo degli Sforzi Inutili” è un condensato di pagine fortemente allegoriche, almeno questa è la sensazione che molte delle vicende descritte mi hanno suscitato e che mi hanno spinto a cercare di approfondire la personalità di questa donna.

Difficile definire il genere della sua scrittura, talvolta surreale sino a rasentare il metafisico e comunque denso di riferimenti, anche comici, di situazioni paradossali che racchiudono nevrosi e ossessioni di personaggi “a lato” della vita quotidiana, ma che di questa ne mostrano contraddizioni, patimenti, deviazioni.

Magnetico, mi ha letteralmente sedotto sia per la lirica del linguaggio, sia per le storie scelte come metafore di sentimenti universali. A partire dal primo racconto, che dà il titolo al libro: il Museo in cui ognuno di noi avrebbe molto da stoccare, se non fosse che “solo una minima parte degli sforzi inutili riesce ad arrivare al Museo … l’esorbitante quantità di sforzi inutili fatti continuamente richiederebbe che mota gente vi lavorasse” e anche perché ”E’ molto strano che gli sforzi inutili si ripetano, ma nel catalogo non li si include: occuperebbero troppo spazio”.

Coinvolgenti per l’ambientazione, L’atleta che inciampa e Istruzioni per scendere dal letto rimandano al desiderio di “mollare la presa”.

Nel primo, il fondista che “davano come favorito e pronosticavano persino un record” proprio quando sta per dare, al penultimo giro di corsa, la conferma alle previsioni “provò un desiderio enorme di fermarsi …l’estasi di lasciarsi cadere; la divina, sublime estasi di fermarsi, di scivolare dolcemente verso il bordo, il bordo della pista, a pochi metri dalla fine, appena un po’ prima del traguardo … lasciarsi andare … volgere gli occhi verso l’alto e contemplare il cadenzato volo degli uccelli”, mentre intorno a lui si scatena il putiferio.

Nel secondo, nascosta tra le pieghe di una minuziosa descrizione dei passi necessari per alzarsi al letto e prendere contatto con la realtà esterna, l’autrice mostra, senza sconti, la tetra banalità della ripetitività dei gesti che riempiono la nostra vita. Seguiamo lo sguardo e il pensiero del protagonista: “Quando riesco a scendere (dal letto), la prima sensazione che provo è di allegria: sono molto orgoglioso di avercela fatta…. Presto, l’allegria scompare: per terra la vita è molto difficile. In primo luogo gli uomini stando tutti in piedi si sentono simili e questo li rende molto ostili fra loro … quando sono nel letto, nessuno mi chiama in causa: si misurano fra di loro, come se io fossi un oggetto fra tanti, un lume o un armadio … Confuso e in preda all’angoscia, torno a letto rapidamente. Lì mi rannicchio fra le lenzuola, riparato e protetto”.

La dimensione del dolore traspare in parecchi racconti in forma prismatica ed esaminata da diverse angolazioni.

Ne: “Il tempo tutto lenisce” al banco dei pegni incontriamo un acquirente e un venditore di tempo. C’è chi vuole comprarlo: “Mi servirebbe una bella fetta di tempo … Me la metta sulle ferite: me ne vado subito a letto e spero di svegliarmi guarito” e c’è chi vuole venderlo “A me è molto scomodo … mi piace ammazzarlo in molti modi, gettarlo dalla finestra, dilapidarlo, farmelo esplodere fra le mani”. Quando credi di non averne bisogno è superfluo, da buttare, quando invece ne hai bisogno potresti considerare quella stessa porzione mercanteggiata “un tempo inutile, un tempo accessorio, ma che avrebbe risanato i tessuti”.

Anche nella Storia d’amore ci imbattiamo nel lento, smisurato soffocamento di un rapporto di coppia totalizzante, dove in virtù del dedicare la propria vita all’altro, la simbiosi che si viene a creare ci presenta un uomo curvo, schiacciato dalla presenza della sua donna issata sulle spalle che, per non staccarsi mai, emette un liquido vischioso ineliminabile. “Disse che mi amava e mi donò la sua vita. …Non esistono vite leggere. Sono tutte difficili da portare. … Sotto il peso della sua vita, io avanzavo chino … quand’anche passasse qualcuno io non lo vedrei, piegato come sono per il peso. So che presto morirò”.

Ma il dolore insegna anche il dono della cura. Ne Parlare al muro, nel corso della notte, un uomo trova una porta maltrattata e ne ha pena “La sollevò come poté, perché era semisvenuta, priva di forze e pesava molto. …A casa la sistemò per terra, lunga quant’era, mentre andava a cercare un panno per pulirle le ferite, le ammaccature che si era fatta…Lo fece dolcemente e coscienziosamente, senza affrettarsi … La pittura disuguale si poteva correggere con nuovi cosmetici; erano in vendita in qualsiasi negozio. Per quanto le cicatrici non fossero facilmente occultabili, non pensava che dovessero angustiarla più di tanto: le conferivano carattere e maturità, cose che a questo mondo non abbondano”.

Alcune similitudini le troviamo in Lettere e Aeroporti. In queste due storie l’oggetto concerne la dimora. Nel primo racconto l’essere senza domicilio del protagonista lo porta a discutere col postino perché delle molte lettere che gli vengono scritte, lui non ne riceve alcuna:” Ricevo molte lettere e mi spiace non poter rispondere alla maggior parte, dal momento che non ho un domicilio stabile né la macchina da scrivere…. Non m’importa se qualcun altro riceve le lettere destinate a me o se qualcuno le legge al posto mio; mi basta sapere che molta gente mi scrive senza sapere nemmeno dove sto … io so che c’è gente che le scrive ed è sempre possibile leggerle sulle ali degli uccelli o nel fondo di una bottiglia o sulla sabbia umida del mare”.

In Aeroporti, invece è descritta la vita dell’aeroporto, con i suoi viaggiatori e le diverse sensazioni provate verso gli spostamenti. Ci si sofferma in particolare a narrare “ il curioso congresso dei viaggiatori che non sono mai riusciti a partire…. Tutti gli invitati non erano mai riusciti, per una ragione o per l’altra, a partire dall’aeroporto … Presidente Onorario un tale che aveva cercato di partire dall’aeroporto di Copenaghen per ben venticinque volte, senza riuscirvi” e, colui che raggiunse la maggior popolarità, invece, fu “un viaggiatore frustrato di New York, che aveva affittato un locale inutilizzato dell’aeroporto Kennedy per curarvi i suoi affari, ricevere visite e trascorrere il tempo libero”.

Di una cattiveria atroce La pecora ribelle e L’effetto della luce sui pesci.

Il primo parte innocuamente con la conta delle pecore che saltano lo steccato per facilitare l’arrivo del sonno. Ma in questo espediente emerge lo spirito ribelle di una pecora, che non vuole gregariamente assimilarsi al comportamento delle altre. A nulla valgono gli incitamenti a compiere il gesto: “Salta maledetta … Non ascoltava il mio grido, brucava vicino allo steccato, senza guardare oltre”. Il protagonista, che detesta la violenza, cade progressivamente in una rabbia inaudita che ci conduce al finale tragico: “la pecora spirava, sarebbe morta da un momento all’altro senza saltare, le assestai un altro colpo là dov’era rosea, la morbida carne, la delicata carne di pecora che non finirà più al mattatoio, perché non ha saltato, perché non ha capito che lo steccato era un ostacolo superabile”.

Altrettanto sconcertante per la crudezza contenuta è L’effetto della luce sui pesci. Qui il protagonista narra il fascino di vivere con una vasca di pesci, scelta che ha cambiato radicalmente il suo stile di vita. “Adesso torno a casa subito, quando esco dal lavoro, ansioso di sedermi di fronte alla vasca, a guardare i movimenti ipnotici dei pesci, sospeso io pure, nell’acqua piena di barbigli e filamenti”. Addirittura gli pare che la sua compagnia sia apprezzata, che forse lo riconoscono. In queste maniacali osservazioni si accorge di un comportamento dapprima sconosciuto: i pesci lottano fra loro.“ Adesso rincaso subito, specialmente da quando ho scoperto che la vasca mi riserva un meraviglioso svago: contemplare i pesci che si divorano fra loro. .. non tollero più visite … una volta che invitai due amici … non se ne sarebbero più andati via: erano intenzionati a starsene in poltrona finché uno dei pesci non avesse inghiottito l’altro. … Giunsero a implorarmi di lasciarli rimanere fino alla fine”.

Di entrambi arrivano come strali la naturalezza del male e la sottile linea di confine che ci divide dal diventare mostruosamente efferati.

In totale sono trenta le storie che riempiono le pagine di questo testo, dove ognuno, abbandonandosi, potrà trovare significati e simboli dei tempi che abitiamo.

TartaRugosa ha letto e scritto di Valentina Parrella (2008), Lo spazio bianco, Einaudi

Alcune opere attraggono già dalla copertina e dal titolo, e la mano indugia prima di entrare nella storia rannicchiata fra le pagine.

Quello “spazio bianco” mi riporta sui banchi di scuola e, a onor del vero, anche allo stile attuale, quando la penna sostituisce il tasto del computer. “Non scrivere tutto così addossato, lascia più spazio, le parole devono respirare” raccomandava la maestra prima, la professoressa poi.

Credevo di aver posto rimedio quando, come oggetto transazionale, utilizzavo la stilografica con un pennino molto sottile. La vergatura affilata restituiva la luminosità del bianco del foglio intorno … Non c’è stato esame scritto che non sia stato tracciato da quel pennino.

Mi piace lasciar scorrere la mente fra le associazioni, catena inesauribile di immagini che disegnano i luoghi interiori: lo spazio bianco è una sottrazione, è un respiro, è una pausa, è un’attesa, è mettere una distanza, è spostare lo sguardo da un vicino a un lontano, è prendere tempo, è un riverbero, è un vuoto, è una pennellata di luce quando c’è il buio intorno, è un andare a capo, è una vertigine, è un foglio da scrivere, è un frammento di eterno.

Spazio bianco è un nuovo inizio …

Nella storia di Maria improvvisamente la vita si sospende.

Quella figlia “arrivata quando nessuno se l’aspettava più … da un amore distratto, … un padre che l’aveva lasciata là, con il sapore del caffè in bocca, e un’ecografia sotto il braccio”, ebbene quella figlia decide di prendersi spazio nella vita troppo presto per potercela fare da sola.

Il fatto è che mia figlia Irene stava morendo, o stava nascendo, non ho capito bene: per quaranta giorni è stato come nominare la stessa condizione. …Quando avevo detto morendo erano saltati su, tutti, gli amici, i parenti, i colleghi, scuotevano la testa, allargavano le palpebre, poi sorridevano: e lì lo sapevo che stavano per partire cinque minuti di ridefinizione del significante, seguiti da inviti a cene e prime d’opera. Per abbreviare i tempi ho cercato di usare sempre l’altro sinonimo: nascendo. E così loro, tutti, ci hanno creduto. Li rassicurava. … L’altra cosa è stata appunto questo: che mia figlia Irene stava morendo e io non ho potuto dirlo a nessuno”.

Quali, quanti, come sono gli spazi bianchi del tempo di una madre accanto all’incubatrice, nel tentativo sempre diverso di dare una risposta a quella domanda proferita dal medico: “La bambina nascerà sicuramente viva, ma potrebbe morire subito, o sopravvivere con gravi handicap, oppure stare bene, lei lo sa?”

Spazio bianco come l’assenza di una presenza

Non ho neppure capito bene se Irene mi mancava, la notte. Non avevo mai conosciuto la sua presenza e ora mi toccava un’assenza che non sapevo riconoscere. La cercavo in come me la sarei immaginata, e non potevo. Non potevo guardare la parete della camera da letto e proiettarci l’immagine di una culla, finchè il suo unico spazio era dentro la terapia intensiva. Io non avevo immagini”.

Spazio bianco come la nuvoletta che sparisce

“… una psicologia d’oltreoceano lavorava svelta per noi, e veniva applicata, e portava nel reparto nuvolette rosa o azzurre con i nomi del bambini scritti a penna tra i sorrisi festosi del primario. Uno dei calcoli che tornava, era che una nuvoletta su quattro spariva”.

Spazio bianco come il sangue nello spazio cavo

“- … Abbiamo fatto a sua figlia un’ecografia dalla fontanella, abbiamo trovato un’emorragia.

Dove?

Intraventricolare. E’ una cosa molto comune nei nati pretermine.

Che significa?

Dipende; il sangue è in uno spazio cavo. Potrebbe fermarsi lì e assorbirsi. Oppure, se le pareti del cervello si sono dilatate … insomma: dirà la prima parola a dieci mesi? Camminerà a un anno? Signora saranno tutti progressi”.

Spazio bianco come il dileguarsi del ricordo

“Stai tranquilla: i bambini della terapia intensiva non ricordano nulla. L’unica cosa che gli resta è un dolore sordo al tallone, da dove gli fanno i prelievi. Un’ipersensibilità”.

Spazio bianco come il tempo dell’attesa

La dottoressa chiamava una madre e le annunciava che … avrebbero tentato di staccare il bambino dalla macchina, dargli autonomia di respiro. … Non sono buona ad aspettare. Aspettare senza sapere è stata la più grande incapacità della mia vita. Nell’attesa ho avuto lo spazio per costruire enormi impalcature di significato, e dieci minuti dopo farle crollare, per mia stessa mano”.

Spazio bianco come i giri intorno alle cose buone

Con le cose buone della vita io non ero mai stata indulgente. Forse credevo di più alle sconfitte, sapevo affrontarle meglio: erano come le temevo, cioè come le avevo immaginate. Intorno alle cose buone facevo dei lunghi giri larghi tenendo sempre gli occhi altrove”.

Spazio bianco come lo spazio del non respiro

Ogni volta che Irene succhiava troppo forte, il latte le colava nella trachea e il suo torace non aveva la forza di tossirlo fuori: semplicemente si bloccava. Smetteva di respirare fino alla cianosi … Me la rimettevano in braccio e io, dopo averla quasi uccisa, dovevo ricominciare”.

Spazio bianco come i 15 giorni per acquistare il corredo

“ – devo comprare una culla

– …

Una culla con le ruote voglio dire; un carrozzino, un fasciatoio, forse lo sterilizza biberon e un sapone neutro, pure, penso. Mi serve un catalogo Chicco e delle lenzuola, piccole.

Quanto tempo hai?

Più o meno quindici giorni.

Ce la possiamo fare, perfino con i tuoi gusti”.

Maria insegna “materie letterarie in una scuola serale. Prima-terza media a giganteschi camionisti che faticano a infilarsi nei banchi”.

Irene sarebbe dovuta nascere a giugno, dopo l’esame. Ha mantenuto la promessa.

E a giugno Maria è lì, nell’aula magna, nel giorno della prova d’italiano. Signori dalle teste brizzolate scrivono composti. Di molti conosciamo un po’ la storia, vite marginali, smarriti stranieri, gente di cui “avevamo smesso di occuparci di visti e permessi di soggiorno, quando avevamo capito che a essere fiscali ci si sarebbero svuotate le classi”.

Spazio bianco come un nuovo inizio

“- Professoré.

– Sto pensando.

– Io devo scrivere altre due pagine, al presente, che è un presente nuovo.

Ho capito.

– Mettici uno spazio bianco e ricomincia a scrivere quello che vuoi.

Ma si può fare?

– Sì, lascia un rigo in bianco e ricomincia sotto”.

Sul grande schermo, nel 2009, il film dal titolo omonimo realizzato da Francesca Comencini, con Margherita Buy.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Giovanni Montanaro (2020), Il libraio di Venezia, Feltrinelli, Milano

Un piccolo libro che parla di grandi amori.

Innanzi tutto per Venezia, decadente e struggente laguna poggiata sul mare e dal mare periodicamente inghiottita e poi rigettata, con l’alta marea preceduta dal suono delle sirene e i veneziani che conoscono i passaggi da attraversare senza le passerelle, vera attrazione per turisti spaesati e conquistati, felici di fotografarsi con stivaloni alti fino alla coscia.

Venezia è sempre bellissima. … Sarà che è fatta per viverci, che è stata costruita quando il mondo era della misura degli uomini. … Che è democratica, perché ci si va a piedi, tutti quanti, con la stessa pioggia, con lo stesso vento. …Sarà che ti sembra sempre che stia per finire.

Che ti sembra impossibile, che tutta questa bellezza, questa ricchezza possano durare per sempre- Perchè la città è fragile, in pericolo, pare che nessuno lo capisca, che tanti vengono a farle del male, le orde dei turisti che paiono una pompa da giardino sfuggita di mano, l’incuria, il cattivo gusto, i veneziani che la svendono, i negozi con i pesciolini che ti mordicchiano i piedi e quelli che vendono caramelle fluorescenti”.

Venezia che ha la forma di un pesce, che sta sotto e poi riemerge e diventa come una foresta capovolta, con milioni di tronchi che la tengono legata sui fondali, per paura che possa fuggire lontana, senza ritorno.

Venezia amata e vilipesa, Venezia che sa resistere.

L’altro grande amore è per i libri, che sono la vita stessa e quindi debbono essere difesi e salvaguardati, perché sono la nostra identità, la nostra memoria e anche loro, come noi, sono fragili. (A fine testo sono 21 le schede che l’autore scrive per presentarci le librerie della laguna, sorelle della Moby Dick protagonista del racconto e che,come lei, sono state travolte nel novembre del 2019 da un’insospettabile marea di 187 centimetri che ha devastato, travolto e trascinato via centinaia di libri).

Soprattutto quando irrompe l’inondazione.

Quaranta centimetri in più del previsto. Quaranta centimetri in più cambiano tutto, travolgono letti, spazzano fogli, distruggono provviste, sporcano materassi, e poi calzini, telefoni, gioielli, bicchieri, piatti, stoviglie, libri, centinaia di libri, e adesso non si può fare niente, non si può reagire, non c’è più tempo, né spazio per mettere le cose in salvo, solo stare a guardare, piangere, all’inesorabile bagnarsi, lerciarsi, disfarsi. … L’acqua è inarrestabile, l’acqua non si ferma più, l’acqua si porta via tutto. L’acqua viene ovunque, sgorga dai canali, dai tombini, dai water, dai rubinetti, dal cielo”.

C’è poi l’amore di Vittorio per la sua libreria e per Sofia, giovane studentessa che trova terapeutico soffermarsi a guardare i libri di Vittorio, a sentirne parlare, a farseli consigliare.

Moby Dick è il nome della libreria di Vittorio. “E’ aperta tutti i giorni, anche la domenica. E spesso la luce è accesa fino a sera tardi, perché se Vittorio si mette a leggere non si accorge del tempo che passa … se cerchi un libro che non ha, Vittorio si fa in quattro per procurartelo il prima possibile, e poi ti fa scoprire i libri che non cercavi, quelli che non sapevi di volere … Ha inventato una rassegna di presentazione, la gente riempie il campo fino a tardi per ascoltare poesie, qualche volta organizza un concertino jazz, invita autori italiani a parlare dei loro libri”.

Ma c’è pure l’amore dei veneziani di laguna che non possono non amare Venezia, ormai conoscono i suoi segreti, i capricci dei flussi e riflussi delle maree; si sono attrezzati, sanno come intervenire per mettere in sicurezza le loro mercanzie, sanno interpretare i numeri dei bollettini che scandiscono le ore e i centimetri dove l’acqua tornerà a fare da padrona e Venezia tornerà a essere un pesce.

Ma il giorno dell’inondazione è un giorno diverso e quando finalmente l’acqua torna indietro “Vittorio non si vede. Si è chiuso dentro la Moby Dick. I primi due scaffali sono andati sott’acqua, il terzo è salvo per miracolo … qualche centinaio di libri sono andati perduti, tantissimi, troppi….Ne afferra qualcuno, li apre, li scuote, li sgocciola. … Non c’è niente da fare. Sono da buttare”.

Una vera tragedia, ma l’amore viene in soccorso.

Perchè se la sciagura è di tutti, tutti si sentono chiamati. E’ qualcosa di più del senso civico, è qualcosa di più della condivisione delle perdite, della solidarietà, del salvare il salvabile, della paura della fine per sempre. Quel qualcosa di più è la consapevolezza che siamo tutti fragili. Così fragili.

E allora bisogna darsi da fare. Non perdere tempo. Andare alla ricerca di chi ha meno forze per fare le pulizie, di sgombrare scantinati, di lavare ciò che rimane per evitare che la salsedine continui il lavoro dell’acqua e, quando credi di avere finito, ricominciare da capo.

Vittorio ha capito che i libri non bisogna metterli ad asciugare sul termosifone. A stare al caldo si increspano, si rovinano ancora di più. Bisogna usare il phon, Aria fredda. Una pagina alla volta. E’ un lavoro infinito, un lavoro frustrante. Lo fa con pochi libri, alcuni che forse può ancora vendere, alcuni a cui tiene particolarmente, che non vuole perdere”.

Braccia, gambe, mani di giovani, vicini, clienti, parroci, commercianti, chi può svolge un lavoro prettamente fisico, chi non può mette mano al portafogli e Moby Dick diventa non solo luogo di sosta e consultazione, ma centro di smercio, di acquisto irrefrenabile, di smania di avere un libro che probabilmente non si leggerà mai.

Poi c’è sempre qualcuno che invece se ne frega, che non dà peso alle tragedie, che mette al centro il proprio benessere e la propria avidità: Vittorio, dopo aver fatto i conti delle perdite, deve misurarsi col raddoppio del canone di affitto della sua libreria, che non può essere contrattato. Si profila davvero la fine, che però non è una fine, perché la vita dopo tutto ci può offrire una svolta e per Vittorio quella svolta ha il nome Sofia, riapparsa dopo giorni e giorni di duro lavoro di pulizie delle calli della città.

C’è anche l’amore dell‘alleato nascosto, quello che in ogni storia sbuca all’improvviso con un colpo di scena.

Pure nella storia del libraio di Venezia c’è qualcuno che dalla sua abitazione ha osservato tutto e che sa tutto: della devastazione dell’inondazione, dell’innamoramento di Vittorio, dell’amore corrisposto segretamente di Sofia che aspetta solo un bacio, della decisione di chiusura della Moby Dick perché non ci si sta più con i conti, di un negozio di merciaia rimasto vuoto quando la vecchia signora Rosalba che fatica a reggersi sulle gambe, si è ritirata dagli affari.

Entra in gioco, traballante ma determinata, la signora Rosalba che spesso abbiamo incontrato fra le pagine, mentre assiste e commenta i fatti del quotidiano che animano il campo su cui affaccia la sua finestra.

Perchè Moby Dick non può morire.

Benvenuto nella tua nuova libreria … Hai anche una vetrina in più. Il canone non sarà un problema … La cassa potresti lasciarla lì, dove ce l’avevo io…

Vittorio si guarda intorno. Li vede già i suoi scaffali, quelli vecchi, quelli nuovi. Proust, Pamuk Borges, Berto, Dumas, Modiano, Montale, Achmatova, Mann,Pascal, Wells, Montaigne, Auden, Handke, Hastings, Freud, tutti gli altri, sono pronti per migrare da una parte all’altra del campo”.

E’ un racconto prezioso questo del libraio di Venezia, una storia metafora del nostro attuale pezzo di esistenza, per dirlo con le stesse parole di Montanaro:

Venezia, l’acqua alta e la reazione dei suoi abitanti sono anche il simbolo delle tante emergenze di questo Paese, delle tante impreviste tragedie che continuano a colpirlo ma che, alla fine, non riescono mai ad averla vinta”.

La tartaruga (Trilussa)


Mentre una notte se n’annava a spasso,
la vecchia tartaruga fece er passo più lungo
de la gamba e cascò giù
cò la casa vortata sottoinsù.
Un rospo je strillò: “Scema che sei!
Queste sò scappatelle che costeno la pelle…”
“lo sò” rispose lei “ma prima de morì,
vedo le stelle”.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Duccio Demetrio (2021), All’antica. Una maniera di esistere, Raffaello Cortina, Milano

Da questo libro è bene si astengano coloro che fanno della velocità il loro mito, che ritengono il passato qualcosa di cui è meglio liberarsi, che sono assaliti dal desiderio di sbarazzarsi dalle cianfrusaglie collezionate negli anni della vita, che considerano Gozzano leader indiscusso delle cose di pessimo gusto, che leggono nel carpe diem unicamente la voluttà edonistica e il bel vivere, che dileggiano e deridono una modalità di esistere all’antica, come il titolo cita.

Perché in queste pagine, nell’antico, si vagola carezzando autobiografia, sociologia, etnografia, filosofia, poesia, iconografia, tutto ciò che “ci spinge ad amare e cercare il volto poetico delle cose, delle persone, dei paesi, delle ore e degli stati di grazia che la memoria, a nostra insaputa, ha saputo invece difendere per noi. Per fortuna senza chiederci il permesso”.

E poiché il rievocare trova sì supporto incoraggiante nelle parole, ma anche nelle immagini, ecco che ingentiliscono la densità delle pagine scritte, allentando la presa del pensiero, svariate icone scelte dall’autore “per il silenzio che le avvolge, per la compostezza dell’aspetto, per l’ineloquenza e la oltretemporalità promanante da ciascuna di esse”.

E’ bene inoltre precisare, prima di avviarsi a sondare tale sentimento, che: “Evocare l’antico non equivale a rimpiangere ingenui e nostalgici ritorni a questo o quel lontano passato e, tanto meno, da queste pagine si lanceranno invettive contro l’era digitale, sognando il ritorno alle penne d’oca, ai telefoni a gettone, ai treni a vapore”. Ma nemmeno ci si confonda con un revival dettato dalla moda, dove profumi d’altri tempi occhieggiano furbescamente all’avventore, millantando genuine attrattive in un tempo attuale troppo artificiale e sepolto da una modernità mal accettata.

Ben venga, al contrario, il saper prendersi il giusto tempo per rifugiarsi in quel luogo mentale dove sono custodite memorie gravide “di storie che si sono succedute provenendo all’infinito e a esso dirette, incuranti dei calendari”.

Non c’è bisogno di cercarlo, l’antico, perché è lui che ci abita e suscita inspiegabili echi emotivi, che forse ci giungono più chiari se consideriamo “che i ricordi di luoghi, case,stanze, giardini, oggetti della nostra infanzia ci appartengono affettivamente molto più di quanto potesse accadere a genitori e nonni…. Per noi, emotivamente, valevano di più poiché possedevano un passato, una doppia storia, erano intrisi delle narrazioni dei nostri cari”.

L’antico è senza tempo, è un sentimento che riecheggia qualcosa che si è perduto pur non avendolo mai né posseduto, né tanto meno vissuto: “Eppure, saperlo dentro di noi allevia ogni sofferenza temporanea. La sua figura indefinita va e viene, torna e ci rincuora. Ci dona il senso di appartenenza alla vita presente e non solo, come comunemente si crede, a quella già trascorsa”.

L’antico, ancora, lo possiamo ritrovare in un aggettivo oggi desueto – dabbene – che pure connota chi persegue un certo modo di essere, ovvero quelle belle e brave persone il cui “ottimismo pacato, trattenuto e non sospetto, ci accompagna a modi gentili e sempre cordiali in ogni circostanza. A tal punto che ci rivolgiamo a loro, nelle richieste d’aiuto, non con imbarazzo: poiché li sappiamo riflessivi, riservati e fidati, disponibili ad ascoltare e generosi. Solleciti e ospitali, leali e schietti non soltanto per un garbo naturale e spontaneo. Perché in costoro avverti anche la forza del carattere, temperamento, tempra vitale, tenacia … Come si diceva una volta: determinazione e fermezza, lungimiranza e perspicacia”. Doti che pare non si attaglino alla velocità della modernità, all’innovazione tecnologica che polverizza tutto ciò che non tiene il passo del suo procedere, ma che, viceversa, restituiscono un’immagine sfuocata e démodé di chi invece tenacemente persevera nel mantenere un certo stile di esistere, coltivando sobrietà nel fare e nel dire.

Ma tornando agli indaffarati del vivere attuale, i quali, travolti dall’inesorabilità del ritmo accelerato che li opprime, cercano consolazione o spensieratezza nel qui e ora dell’attimo fuggente, ecco proprio quegli impazienti corrono il rischio di smarrire per sempre quel frammento, deprivandolo della traccia, del segno che resta.

Invece “Quell’attimo non va colto nella sua singolarità ma in sequenza rispetto a un prima e a un dopo. A una durata sempre preceduta da altri attimi. Il carpe diem ritrova così il suo senso e la sua autentica entità fenomenica nell’unitarietà complessa del giorno. Dove l’attenzione va posta sulla necessità di non farsi sfuggire nulla nella prospettiva del giorno, di quelle ventiquattr’ore convenzionali che sono sufficienti a offrirci la sua entità ed esemplarità storica”.

Perchè il carpe diem racchiude valore infinito costituito non solo da ebbrezza e felicità fugaci, ma anche da attraversamenti perigliosi nelle terre del dolore, della disperazione, della perdita, del lutto, attimi questi da sigillare e da destinare a una memoria disposta a raccontarsi e offrirci nuovi modi d’essere nei giorni a venire.

L’antico è tutto ciò che rivendica con il nostro aiuto il diritto a perdurare finché se ne abbia rimembranza, a essere incluso durevolmente nella memoria. Non per perseguitarci inutilmente, ma anzi, per consentirci di vivere nella intima, segreta, tacita gioiosità di quanto, grazie a noi, può tentare di esistere ben oltre i limiti imposti dallo scorrere del tempo…. Con il passato di quelle cose umane o materiali che un gesto, un sogno, una passione misero al mondo, chiedendoci di prendercene cura”.

Ed è proprio il prendersene cura che ci conduce alla “maniera”: le sagge maniere di vivere, le buone maniere di essere ed esistere secondo un percorso ispirato alle virtù, “la scelta di un modo di vivere che diventa maniera nel momento in cui trascende gli aspetti soltanto modali, rivelando la propria intima natura filosofica, religiosa e spirituale, poetica”.

Di passo in passo ci spostiamo ancora fra le pagine trovando disseminati molteplici spunti per esplorare e, perché no, ri-scoprire un proprio modo d’essere all’antica, smanioso di “perdurare finché se ne abbia rimembranza, a essere incluso durevolmente nella memoria”.

Conclude il saggio una “speciale convocazione” di ventitré poesie dove “l’antico appare senza fretta, senza doverlo andare a cercare”.

In ognuna di esse, come lo stesso autore con prosa poetante evoca, il lettore potrà lentamente abbandonarsi, assaporare il risvegliarsi di ricordanze e stati d’animo da riportare alla luce, a cui finalmente ora, giunto alle ultime pagine, ha imparato a dare un nome.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Gabriella Bernabò (2012), Per troppa vita che ho nel sangue. Antonia Pozzi e la sua poesia, Ancora Editrice, Milano

E’ momento di riprendere in mano e rileggere questa biografia con quel turbamento suscitato forse da un titolo contraddittorio “per troppa vita che ho nel sangue”, così lontano dall’idea che a soli 26 anni (3 dicembre 1938) Antonia abbia deciso di abbandonare la scena della vita.

D’altronde le biografie servono proprio a mettere in luce passaggi significativi per tentare di capire il mistero che ognuno di noi nasconde.

Spiegare le ragioni di un suicidio non è mai affare agevole. Scrive Bernabò: “Far dipendere la sua decisione finale semplicemente da una delusione amorosa significherebbe non capire la complessità e la profondità del suo dramma … Antonia avvertiva in sé una straordinaria energia vitale ed era portata ad esprimerla, nella vita come nell’arte, ma si accorgeva della difficoltà di viverla appieno in un universo raggelante”.

Per tentare di comprendere meglio occorre quindi contestualizzare l’epoca della sua esistenza e la cultura di quei tempi.

Antonia appartiene a una famiglia colta, raffinata e benestante: padre avvocato, madre contessa appassionata d’arte e di musica, nonno noto storico, nonna – nipote di Tommaso Grossi -vivace e sensibile, dai quali assorbe un appassionante e costante desiderio di apprendere. Accanto agli studi classici coltiva pertanto le sue passioni per la musica, il disegno, la scultura, le lingue straniere, gli sport del tennis, nuoto, equitazione, sci, alpinismo.

In particolare “l’amore per la montagna e le scalate non si risolse per Antonia in un semplice fatto sportivo, ma ebbe sempre un significato esistenziale profondo, fu cioè una ricerca, a volte anche ai limiti del sacrificio (aveva una debolezza congenita degli arti che le rendeva difficile arrampicarsi), di essenzialità, purezza e forza”.

Il suo luogo maggiormente amato è Pasturo, un piccolissimo paese ai piedi della Grigna “Quando dico che qui sono le mie radici non faccio solo un’immagine poetica. Perchè ad ogni ritorno fra questi muri, fra queste cose fedeli e uguali, di volta in volta ho deposto e chiarificato a me stessa i miei pensieri, i miei sentimenti più veri”. (Ed è proprio ai piedi delle sue mamme montagne che Antonia oggi riposa, secondo la sua volontà).

Apparentemente dunque la sua infanzia, costellata da figure parentali positive, è colorata di rosa. Ma Antonia ha troppa vita nel sangue e un padre che, pur agevolando ogni sua passione e aspirando a una sua emancipazione, resta controllore e censore di entusiasmi troppo accesi, “col comprensibile desiderio di proteggere dalla tempeste della vita una creatura tanto sensibile e vibrante qual era la figlia”.

La sua presenza decisionista si rivela in modo emblematico in occasione del giovanile innamoramento di Antonia verso Antonio Maria Cervi. Siamo nel 1927. Antonia frequenta la prima liceo e inizia a dedicarsi con assiduità alla poesia: “La poesia ha questo compito sublime di prendere tutto il dolore che ci spumeggia e ci romba nell’anima e di placarlo, di trasfigurarlo nella suprema calma dell’arte, così come sfociano i fiumi nella vastità celeste del mare. La poesia è una catarsi del dolore, così come l’immensità della morte è una catarsi della vita”.

Rimane affascinata dal professore di greco e latino e dalla passione con cui trasmette i suoi saperi ai giovani allievi, curandosi della loro formazione e approfondendo la loro cultura persino con regali di libri di alto contenuto a chi raggiungeva risultati brillanti. La sua natura evidentemente ha molte affinità con quella di Antonia (amore per la conoscenza, la poesia, l’arte, il bene, il bello). Questo fascino diventa presto amore, fortemente ostacolato dal padre “un uomo ambizioso come lui non avrebbe potuto aderire facilmente a un matrimonio non particolarmente prestigioso dell’unica figlia … le ragioni della sua opposizione erano prima di tutto la forte differenza di età e il fatto che Antonio Maria Cervi era meridionale e in quanto tale poco accetto alla buona società milanese degli anni Trenta”.

Il professor Cervi, di alta integrità morale, fu sempre estremamente corretto nei rapporti che ebbe con le sue allieve e anche quando si legò maggiormente ad Antonia, il suo sentimento rimase in gran parte quello di fratello maggiore, piuttosto che di amante. “Forse, a causa delle notevole differenza di età e di educazione, il suo affetto per lei acquistava alcune connotazioni paterne e tradizionaliste, che lo spingevano a trascurare il valore della passionalità e, più in generale, dell’emozionalità femminile di lei”.

Nel 1930 Antonia frequenta presso la Regia Università di Milano la facoltà di lettere e filosofia dove incontra maestri illustri e frequenta nuove importanti amicizie, fra cui Remo Cantoni, Dino Formaggio, Vittorio Sereni. Di questo periodo sono numerose le poesie dove Antonia racconta la sua travagliata storia d’amore che esplode drammaticamente nel 1931. In quell’estate infatti Antonia viene mandata dal padre in Inghilterra con la scusa di migliorare la conoscenza della lingua inglese, ma in realtà per essere allontanata dal professor Cervi che, offeso dal comportamento dimostrato nei suoi confronti, non incoraggia certamente la prosecuzione di quel rapporto. “Entrambi gli uomini della vita di Antonia, il padre e l’amato, rientravano in fondo in uno stesso sistema rigidamente patriarcale (tipico dell’Italia dell’epoca) che voleva ricondurla a una sorta di ordine: quello della figlia emancipata, ma ligia ai doveri del suo rango sociale, nel caso del padre; quello della sposa-madre portatrice di valori tradizionali nel caso di Cervi, con l’aggiunta, oltre tutto, dell’idea di una maternità di Antonia che gli restituisse il fratello morto Annunzio….Antonia andò incontro a una terribile crisi pur di non venir meno ai doveri verso di loro e per cercare di conciliarli, con il risultato di scontentare entrambi e di esaurire le proprie energie. … Ecco che allora i suoi veri e complessi desideri, le sue autentiche parole erano destinate a restare soffocate, e si delineava in lei l’idea della morte come restitutrice di serenità. Soltanto nella poesia poteva esplodere il suo desiderio di autenticità e di una libera ricerca di sé”.

Gli anni 1934 e 1935 sono riempiti da viaggi (Sicilia, Grecia, Africa mediterranea, Austria, Germania) e dalla scrittura della tesi su Flaubert.

La relazione con Cervi è definitivamente tramontata, pur lasciando ampia traccia nel poetare di Antonia.

Il lavoro sulla tesi e l’influenza di Banfi spingono Antonia ad accarezzare il progetto di passare dalla poesia alla prosa: “L’idea di per sé non sarebbe stata strana, conteneva anzi una progettualità interessante che avrebbe fatto capolino nelle ultime composizioni di Antonia, decisamente aperte al sociale; ma diventava negativa in quanto l’autrice, a causa dei giudizi negativi sui suoi versi ricevuti da Banfi e da Paci, viveva la sua vocazione poetica con una sorta di senso di colpa e si sentiva quasi delegittimata nel coltivarla … Tuttavia continuava a perdere energia, illudendosi di potersi volgere disinvoltamente alla prosa realistica, il che non le era molto congeniale e, forse, contribuì a deprimerla. Certo era ben lontana dal sospettare di essere giunta nella poesia a esiti di grande originalità. Solo molto più tardi tali risultati sarebbero stati valorizzati fino in fondo come fervida testimonianza di un momento particolarmente inquieto della cultura italiana ed europea e, nello stesso tempo, di un’autonoma voce di donna in un contesto intellettuale per il resto sostanzialmente maschile”.

Le sue poesie del 1935 mostrano una nuova illusione amorosa con Remo Cantoni e il mancato riconoscimento della sua poesia da parte dell’ambiente banfiano.

Forse per questo motivo nell’anno successivo, 1936, la produzione poetica cala e Antonia cerca una nuova ricostruzione di sé dedicandosi con intensità allo studio, allo sport, ai viaggi. Diventa anche più sistematico il gusto per la fotografia che “la porta a ricercare una solidità dell’esistente, e a ricercarla in un mondo semplice, contadino o montano che sia; essa diventa una forma di relazione affettiva col mondo nella quale Antonia esprime insieme l’angoscia-fascino della morte e l’amore per la vita”.

Il 1937 vede l’affacciarsi di una nuova amicizia con Dino Formaggio, grazie al quale Antonia scopre il quartiere operaio di Piazzale Corvetto. La sua poesia attraversa una nuova stagione “più complessa e originale, con una più ampia apertura alla realtà storica e sociale del suo tempo … un’apertura per lei dolorosa, a causa del contatto con un mondo di grande miseria e desolazione, ma in parte anche vitale, perché consona al suo essere più profondo, proteso fervidamente verso gli altri e verso una concreta realizzazione di sé nella vita pratica”.

E questa vitalità sembra accompagnarla nella progettazione dei nuovi impegni: ottiene una cattedra per l’insegnamento di materie letterarie presso l’Istituto Tecnico Schiaparelli, intraprende azioni di impegno sociale a favore dei poveri in compagnia dell’amica Lucia, intensifica la sua attività fotografica che andava di pari passo con la sua nuova ispirazione realistica.

Ma sono di quei tempi anche il progredire della violenza razzista di Mussolini e del regime fascista oramai allineati sulle posizioni della Germania nazista. Nel novembre 1938 circa cento professori ebrei furono allontanati dalle università italiane.

Antonia doveva sentirsi sempre più estranea all’ambiente familiare e, nello stesso tempo poco capita, per la sua collocazione sociale, dai compagni. Si affezionò ancora più a Dino. Scambiò forse l’estroversione e la cordialità dell’amico per qualcosa di più intenso, e ricominciò a sognare un avvenire di sposa e di madre”. Desiderio anche questa volta disatteso da Dino, il quale accettava null’altro che un forte rapporto di amicizia.

Questo è il quadro di quei tempi: lo scandire del trascorrere degli anni e la storia del primo Novecento è significativo per allargare lo sguardo sui disagi esistenziali di una donna e di un’epoca.
Sintetizza Bernabò a proposito della personalità di Antonia: “Certo una forte inquietudine, congiunta con un senso di insicurezza e, a volte, di inferiorità rispetto alla disinvoltura, reale o apparente, da lei percepita negli altri; un evidente desiderio di conferme affettive esterne, che la portava a caricare i rapporti privilegiati di forti aspettative, con una conseguente facilità alle delusioni e a uno spiccato senso di abbandono, una frequente tendenza al sogno; una sensibilità fuori del comune, che la spingeva ad assorbire la sofferenza umana e a farsene carico, vivendola frequentemente con un senso di colpa per la propria appartenenza sociale elevata. … La sensibilissima Antonia doveva sentirsi stretta tra l’aspirazione a un protagonismo culturale e letterario e il desiderio, invece, di una vita più semplice, all’insegna di quel sogno di felicità domestica che in quell’epoca pareva inevitabilmente connessa con il destino femminile…. Aspirava a esistere intera in un mondo che invece la voleva restringere nel ruolo tradizionale della ragazza della buona società … oppure la accettava solo in quanto mera ripetitrice di una cultura che, per quanto aperta e moderna rispetto ai tempi, le precludeva un’autentica emozionalità di donna e una vera espressione personale”.

Per troppa vita che ho nel sangue

tremo

nel vasto inverno

La potenzialità umana e artistica di Antonia, di straordinaria intensità, non trovando al suo manifestarsi un adeguato riconoscimento diventa probabilmente una delle cause della sua tragedia esistenziale, come se quella troppa vita implodesse dentro di lei, svuotandola e portandola a cercare nel vasto inverno un’altra felicità.

TartaRugosa ha letto e scritto di Georges Perec (1974) “Specie di spazi”, traduzione di Roberta Delbono, Bollati Boringhieri

Rieccomi a Perec.

In questa fase storica in cui il mondo si misura con le costrizioni, una delle possibili forme di evasione è guardare a loro come opportunità.

Che è esattamente ciò che ha fatto Perec con gli altri fondatori dell’Ou.Li.Po. (laboratorio di letteratura potenziale tra cui annoverare anche Italo Calvino), ovvero considerare regole e restrizioni formulate a priori come incentivo alla creazione letteraria.

Più rigide sono le regole, maggiore è la libertà di sperimentare nuove forme espressive. Il concetto prevalente, in qualche modo rivoluzionario, sancisce che è meglio sottostare a norme scelte, piuttosto che doverne osservare altre di cui magari non si è nemmeno consapevoli.

Messa in soffitta l’ispirazione, l’invenzione parte dalle “catene”: la sfida quindi non sarà la produzione di un’opera letteraria come classicamente interpretata, bensì lo scoprire le potenzialità offerte dalle costrizioni e le nuove strutture di composizioni di linguaggi che ne verranno liberate.

Non so se questa modalità di ricerca è sufficiente a esercitare fascino su di me. Sono più propensa a optare per lo stato ipnotico in cui sprofondo quando mi perdo nelle liste apparentemente costituite da ossessive descrizioni di oggetti o situazioni banali, quando m’imbatto negli elenchi di innumerevoli parole, verbi, aggettivi che sembrano uscire dal nulla e che pure servono a donare un’immagine quasi pittorica di ciò che raccontano, quando il termine “osservazione” si traduce nell’impossibile tentativo di quello che Perec definirà “esaurimento di un luogo”, quando persino la disposizione geometrica delle parole sulla pagina diventano giochi di simmetrie palanti.

Oggetto di questo libro sono gli spazi in cui viviamo:
il nostro sguardo percorre lo spazio e ci dà l’illusione del rilievo e della distanza. E’ proprio così che costruiamo lo spazio: con un alto e un basso, una sinistra e una destra, un davanti e un dietro, un vicino e un lontano”.

Nell’ordine, Perec esplora: la pagina, il letto, la camera, l’appartamento, il palazzo, la strada, il quartiere, la città, la campagna, il Paese, l’Europa, il mondo, lo spazio.

Per ognuna di queste voci entrano in gioco memorie (mi ricordo ..), chirurgiche enumerazioni di caratteristiche pertinenti allo spazio considerato, giochi numerici basati sulle distanze, propositi per ulteriori sviluppi di applicazioni di metodi.

Alcuni assaggi: abbiamo mai considerato il numero di letti in cui abbiamo dormito?

Perec lo fa:

ho cominciato già da parecchi anni a fare l’inventario, il più esaustivo e preciso possibile, di tutti i Luoghi dove ho dormito. Per ora, non ho praticamente neanche cominciato a descriverli; ma credo di averli individuati quasi tutti; ce ne sono circa duecento (non se ne vengono ad aggiungere più di una mezza dozzina all’anno: sono diventato piuttosto casalingo). Non ho ancora deciso definitivamente in che modo li classificherò. Sicuramente non per ordine cronologico. Probabilmente neanche per ordine alfabetico (sebbene sia il solo ordine la cui pertinenza non debba essere giustificata). Forse secondo la loro disposizione geografica, il che accentuerebbe l’aspetto “Guida” di questo libro. O meglio, secondo una prospettiva tematica che potrebbe sfociare in una specie di tipologia delle camere da letto …”(elencate 9 categorie di camere in cui si è transitati per poco o molto tempo).

E valutare un aeroporto come possibile appartamento?:

vivere per un mese in un aeroporto internazionale senza mai uscirne: il grosso delle attività vitali e la maggior parte delle attività sociali si possono svolgere agevolmente nell’ambito di un aeroporto internazionale: vi si trovano poltrone profonde e sedili non troppo scomodi, e spesso persino sale di riposo dove i viaggiatori in transito possono fare un sonnellino; vi si trovano W.C., alberghi diurni e, spesso, saune e bagni turchi: vi si trovano parrucchieri, pedicure, infermieri, massaggiatori e fisioterapisti, lustrascarpe, lavasecco espresso che si fanno ugualmente in quattro per riparare i tacchi e fare una copia delle chiavi, orologiai e ottici; vi si trovano ristoranti, bar e caffetterie, pellettieri e profumieri, fiorai, librai, venditori di dischi, tabaccai e confettieri, venditori di penne stilografiche e fotografi; vi si trovano negozi d’alimentari, cinema, un ufficio postale, servizi di segreteria volante e, ovviamente, una sfilza di banche (poiché è praticamente impossibile, al giorno d’oggi, vivere senza avere a che fare con una banca)”.

Abbiamo mai varcato le nostre porte con queste meditazioni?

La porta rompe lo spazio, lo scinde, vieta l’osmosi, impone la compartimentazione: da un lato, ci sono io e casa mia, il privato, il domestico (o spazio sovraccarico delle mie proprietà: il mio letto, la mia moquette, il mio tavolo, la mia macchina da scrivere, i miei libri…) dall’altro, ci sono gli altri, il mondo, il pubblico, il politico. Non si può andare dall’uno all’altro lasciandosi scivolare,non si passa dall’uno all’altro, né in un senso, né nell’altro: ci vuole una parola d’ordine, bisogna oltrepassare la soglia, bisogna farsi riconoscere, bisogna comunicare, come il prigioniero comunica con il mondo esterno”.

Tra le lunghe liste di ciò che descrive lo spazio che non vorremmo mai abitare scelgo:

L’inabitabile: il mare immondezzaio, le coste irte di filo spinato, la terra pelata, la terra carnaio, i mucchi di carcasse, i fiumi letamai, le città nauseabonde.

L’inabitabile: lo striminzito, l’irrespirabile, il piccolo, il meschino, il ristretto, il calcolare al centesimo.

L’inabitabile: il rinchiuso, il vietato, l’ingabbiato, l’inchiavistellato, i muri irti di cocci di bottiglia, gli spioncini, i blindaggi”

Mentre non potrò più pensare a una strada come semplice sinonimo di via in cui si abita o si transita:

la strada è uno spazio fiancheggiato, generalmente sui suoi due lati più lunghi, da case; la strada è ciò che separa le case l’una dall’altra, ed è anche ciò che permette di andare da una casa all’altra, sia percorrendola, sia attraversandola. L’affiancamento parallelo di due serie di palazzi.

Al contrario dei palazzi che appartengono quasi sempre a qualcuno, le strade in linea di massima non appartengono a nessuno. Sono divise,abbastanza equamente, tra una zona riservata alle automobili, che viene chiamata carreggiata, e due zone,, evidentemente più strette, riservate ai pedoni, dette marciapiedi. .. Le zone di contatto tra la carreggiata e i marciapiedi permettono di posteggiare agli automobilisti che non desiderano più circolare …”.

Per chi volesse cimentarsi con questo tipo di scrittura, non mancano gli esercizi … Per me, che in questa parte dell’anno vivo nel sottosuolo, quale esercizio migliore del seguente?

Sforzarsi di immaginare il più precisamente possibile, sotto la rete stradale, il groviglio delle fognature, il passaggio delle linee del metrò, la proliferazione invisibile e sotterranea dei condotti (elettricità, gas, linee della posta neumatica) senza la quale non ci sarebbe traccia di vita in superficie”.

Il mio alibi è che vivo in campagna … ma non mancano suggestioni perecchiane nemmeno su questo luogo.

Registro infine lo scopo ultimo di tutto questo forsennato listare:

Scrivere: cercare meticolosamente di trattenere qualcosa, di far sopravvivere qualcosa: strappare qualche briciola precisa al vuoto che si scava, lasciare, da qualche parte, un solco, una traccia, un marchio o qualche segno”.

Casa di Tartaruga

tratto da: Il libro delle case, di Andrea Bajani

Casa di Tartaruga

Lo spazio non è molto,ma l’impressione non è di un luogo angusto. E’ concepito per un unico inquilino, una sorta di monolocale con lo stretto indispensabile.

L’entrata è una sola, sul davanti.

Da lì Tartaruga guarda il mondo; da lì, si ritira.

Sulla parte posteriore ci sono due finestre sempre aperte, da cui entra luce ed escono le zampe. Altre due aperture sulle pareti laterali e una più modesta in fondo per la coda.

Il soffitto è a volta, imponente, pur nelle dimensioni ridotte della casa. Le aperture – anteriore, posteriore e laterali – proiettano sulla volta tutto quello a cui Tartaruga passa accanto. Il mondo è ciò che viene proiettato sul soffitto. Se Tartaruga si muove, la proiezione cambia: la volta si fa schermo,la casa è un cinema ambulante.

Il pavimento, così come tutte le altre pareti, è in materiale osseo. Le piastrelle sono una decina, anche se sembrerebbe un’unica gettata.

E’ austero, ma non freddo, elegante con imperfezioni.

Su quel pavimento, più che camminarci, Tartaruga sta sdraiata. Il suolo che calpesta è quello fuori, su cui lascia le sue impronte.

In generale l’interno è sobrio. L’acustica è quella di una grotta: il rumore del mondo ci resta intrappolato, entra dalle finestre e poi comincia a propagarsi. Si spegne poco a poco, sfiatato fuori lentamente.

Da dentro la casa, i tuoni sono boati la cui eco dura a lungo. La pioggia trasforma l’appartamento in un inferno. Ogni goccia è un rullo di tamburi.

Vista da fuori la casa di Tartaruga è una casa indipendente. Ha un unico piano; niente inquilini sopra e sotto, nessuna interferenza. E’ senza fondamenta, è appoggiata al suolo.

Il tetto è composto di sessanta tegole intarsiate e di colore scuro.

Il bagno è esterno.

La casa di Tartaruga è anche la sua tomba.

Se la trascina dietro a ogni passo, la abita da viva.

Non dovrà spostarsi quando morirà.