TartaRugosa ha letto e scritto di: Gian Piero Quaglino (2015) Meglio un cane Raffaello Cortina, Milano

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Gian Piero Quaglino (2015)

Meglio un cane

Raffaello Cortina, Milano

 

Se ne sono andate a breve distanza l’una dall’altra, prima Briciola, poi Peggy.

Inaspettatamente la prima; con positivi segnali di ripresa la seconda, poi purtroppo cessati senza preventive avvisaglie.

In contemporanea è comparso sulla scrivania questo nuovo libro di Quaglino, noto psicologo della formazione la cui attenzione è da tempo rivolta ad una forma di apprendimento proiettato sulla riscoperta di sé come mezzo per cercare il senso di ciò che ci accade.

Probabilmente in questa direzione si inserisce molto bene il rapporto uomo/cane, animale questo molto speciale per lo studioso, così come ci racconta grazie alla citazione di numerosi miti, racconti e poesie che avvalorano la convinzione che un cane “è per sempre”.

Non stupisce quindi che fra i suoi ringraziamenti rientrino anche i detrattori del cane, coloro che non sanno, non capiscono, non accettano che l’uomo possa amare un cane: “Grazie a tutti i detrattori del cane. In loro abita un piccolo lupo, e quando l’ultimo di quei lupi sarà addomesticato dal cane, nessuno se la prenderà più con i cani”. E siccome la strada è ancora lunghissima, fino a quel giorno potremo continuare a dire “Meglio un cane”.

Che l’accanimento esista, considera Quaglino, lo si ricava anche da molteplici espressioni comuni: “dare del cane a qualcuno non è, esattamente, come fargli un complimento”e poi un freddo cane, un tempo da cani, un cibo da cani, un lavoro da cani, solo come un cane, per citare quelle più note.

Ma l’intenzione dell’autore è ben altra, ovvero un’approfondita ricerca sul significato del profondo rapporto che unisce questi due esseri viventi partendo dalla domanda “E’ nato prima l’uomo o il cane?”. E’ al mito che il quesito viene posto con sorprendenti risposte “il cane è l’antenato dell’uomo nel senso letterale del termine … il suo apripista, il suo battistrada”.

Secondo gli indigeni delle Isole Hawaii il cane viene generato poco prima del giorno, nelle ultime ombre della notte: “la venuta del cane è in quel punto, lungo quella linea sottile in cui il passato sta per entrare nel buio e il futuro per uscirne fuori. In quel punto, in quella terra di nessuno, che è una frontiera, che è una soglia … La soglia è però anche un punto di passaggio: un tramite, un giunto, un mezzo”.

Gli Apache Jicarilla del Nuovo Messico generano il cane con gli ultimi bagliori del tramonto e delle prime luci del mattino affinché possa proteggere gli uomini sia durante il giorno, sia durante la notte.

Così il cane, animale di soglia e di ombra, “saprà accompagnarci, scortarci e guidarci in ogni transito, passaggio, attraversamento fra un tempo e un altro, tra un mondo e un altro. Da una parte il cane vigilerà sul possibile smarrimento di chi si trova nelle ore incerte e dall’altra anticiperà, cioè pre-vedrà e pre-sentirà, i nostri passi.”

Su come invece sia avvenuto l’incontro tra l’uomo e il cane, più forte della scienza è ancora il mito che indubbiamente sancisce che “è il cane che ha deciso di stare con l’uomo e la scelta del cane è irrevocabile ed è una scelta per la vita… Il cane si è insediato su quella soglia di cui è l’animale per eccellenza … ha tracciato il confine al cui interno è comparso l’uomo”.

Con solida determinazione e inesauribile ricchezza di fonti, Quaglino sostiene che l’amore provato dal cane verso l’uomo è un amore speciale, anzi assoluto.

Un amore assoluto è un amore limpido e innocente, sincero e puro. E’ un amore che non giudica e non calcola, non finge e non mente … E’ proprio questo l’amore speciale del cane. E’ l’amore come dovrebbe essere, nella sua versione originale e originaria. … E’ un amore compatto e solido, non lisciato o spianato dalla corrente continua della modernità liquida: ha tutti i segni, i solchi e le rughe del tempo … è un amore che non si liquida: non va in fallimento né in saldo, non è al ribasso né in offerta … Insomma è l’amore assoluto com’è: inalterabile, inossidabile, incorruttibile e non trasferibile, non commerciabile, non alienabile. Punto e basta”.

L’amore assoluto è la fedeltà, una prerogativa inequivocabile del cane, così come spesso viene illustrato non solo nelle fiction (film e romanzi), ma pure nelle cronache della quotidianità dove commuovono i racconti di spericolati salvataggi, di ritrovamenti quasi impossibili, di accompagnamento durante la malattia, della morte stessa del cane affranto dalla perdita del suo padrone.

Il cane è fedele almeno il doppio di quanto mai possa esserlo un uomo. Il cane è fedele fino in fondo perché è fedele alla sua stessa fedeltà. Per quanto sia l’animale del limite e del chiaroscuro, quando si tratta di fedeltà non ci sono per lui né limitazioni né sfumature … La fedeltà non la si afferra se non si arriva a possedere l’essenza della capacità di rapporto”.

In questa sua fedeltà il cane sa dare prova di sé anche nel misurarsi coi sentimenti del proprio padrone, dimostrando la sua innata empatia e la sua discreta devozione che diventa “presa in carico” delle pene di chi gli sta accanto.

Il cane ha veramente una prodigiosa virtù antidepressiva … il cane sa fare la cosa più difficile quando si tratta di empatia, cioè della capacità di comprendere i sentimenti degli altri, di immedesimarsi in loro, di sentire e provare quello che gli altri sentono e provano, quello che li rende felici e soprattutto quello che li rende infelici: il cane sa tenere la soglia in modo così magistrale, così spontaneo e naturale, che c’è da dubitare fortemente che mai un uomo ci arrivi, ci possa o ci sappia arrivare”.

Totalmente da condividere pertanto l’opinione di Sir Walter Scott che, per esorcizzare la sofferenza provata per la scomparsa di un cane, scrive:

Ho pensato qualche volta al perché ai cani tocchi una vita così breve e mi sono quasi convinto che sia per la compassione che hanno per gli uomini; perché se noi soffriamo così tanto per la perdita di un cane dopo una vita in comune di dieci o dodici anni, cosa potrebbe accadere se vivessero il doppio di quel tempo?”.

E come non aderire anche all’invocazione di Emily che, dopo la morte del suo amatissimo Terranova Carlo (l’unica presenza ammessa nella sua stanza mentre scriveva poesie), rivolge al suo precettore Thomas Wentworth:” Carlo è morto, adesso mi farà lei da guida?”

E proprio in tema di compianto, commozione e pena per la sparizione dell’amato quattro zampe, ci giungono le parole dello psicologo, vero linimento per l’anima:

Proviamo a pensare. Proviamo a pensare che il cane che ci lascia ci ha lasciato esattamente lì dove lui è sempre stato: su quella soglia e in quell’ombra di cui è stato e sempre sarà l’animale per eccellenza. Noi non comprendiamo come si stia lì, esattamente noi abbiamo bisogno del nostro centro e della nostra lucidità. Il dolore ci confonde e ci disorienta. Non abbiamo dimestichezza di soglia e di ombre. Abbiamo preferito evitarle. Non siamo preparati. E’ vero, il cane ha provato a insegnarcelo, ma non si sa se abbiamo capito bene … La memoria c’è. La memoria resta. Questa memoria è strana … Sembra parlarci come il cane non è mai riuscito a fare … E’ un modo di parlare così amorevole e così compassionevole. E’ di tenerezza infinita. Scopriamo, con una certa sorpresa, che la memoria del cane che ci ha lasciato è veramente speciale. Come è stato il suo amore, appunto. E scopriamo, con una sorpresa ancora più grande, di amare questa memoria. Di amarla proprio per l’amore che abbiamo ricevuto dal cane. Nessun altro cane, no. Restiamo fedeli a lui. Dobbiamo restare fedeli a lui. Se faremo così, se resteremo fedeli a lui e alla sua memoria, pensiamo, lui sicuramente capirà e apprezzerà. Sì, lui capirà e apprezzerà. Ma non approverà. L’amore è una cosa. La fedeltà è un’altra. Lui non farebbe mai confusione. E anche noi dovremmo evitarlo. Se volessimo veramente restargli fedeli, ci direbbe il cane, dovremmo cercarne un altro. Ecco quello che ci direbbe. Ecco quello che lui intenderebbe per amore”.

Dedicato a Briciola e Peggy che continuano ad osservarci dalla loro soglia.

 

TartaRugosa ha letto e scritto di: Cinzia Bellotti (2014), Ti guardo e mi chiedo. Io, mamma e il terzo incomodo di nome Alzheimer, New Press, Cermenate (CO)

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Cinzia Bellotti (2014)

Ti guardo e mi chiedo.

Io, mamma e il terzo incomodo di nome Alzheimer

New Press, Cermenate (CO)

vai alla scheda dell’editore Newpress

Non è la prima volta che parlo di Alzheimer su queste pagine.

Ben venga quindi anche questo libro scritto direttamente da una familiare, una figlia che si è cimentata per un periodo piuttosto lungo sia con la malattia che ha colpito sua madre, sia con se stessa, alla ricerca di un nuovo equilibrio in tale tormentata vicenda.

Già il titolo predispone a intuire il processo trasformativo necessario: “ti guardo” come sforzo di capire che cosa all’altro da sé sta succedendo e “mi chiedo” come impegno a capirsi e adeguarsi alla nuova esistenza.

Perché Cinzia per stare accanto a sua madre ha fatto una scelta precisa: All’inizio del 2000 nutrivo il forte sospetto che mia madre fosse stata colpita dal morbi di Alzheimer, ma vivendo all’estero non potevo avere un riscontro a livello quotidiano. Nelle mie brevi soste in Italia notavo un continuo peggioramento della sua memoria, ma nulla di più. Decisi di tornare in Italia nel 2001 in seguito a un lungo periodo di maturazione …

Io amo la “scrittura di sé” e questo racconto dimostra ancora una volta come lo scrivere la propria storia serva a stabilire connessioni tra gli eventi che accadono e a cercare di riempire le zone di vuoto e di mistero che man mano si presentano, come se il poterle tracciare su un foglio aiutasse finalmente a riconoscerle, dare loro un nome e infine renderle dicibili.

L’Alzheimer è una patologia che scuote, spariglia e scompiglia, scardina ogni punto di riferimento sia della medicina, sia delle relazioni interpersonali: si ha modo di osservare come una persona smetta di essere quella che abbiamo conosciuto nel corso degli anni e diventi altro.

La comunicazione della diagnosi arriva a Cinzia in modo chiaro e crudo:

E’ in una fase lieve che sarà seguita da un livello moderato e da uno severo. Avrà già notato un deficit di memoria legato a un impoverimento delle funzioni cognitive, come il linguaggio e il senso di orientamento. Progressivamente arriveranno anche alterazioni comportamentali. Nella fase avanzata della malattia la perdita della capacità di scrivere, leggere e utilizzare correttamente i vocaboli impedirà di mantenere il ritmo abituale di vita. Ci potranno essere fasi di aggressività fisica, verbale, allucinazioni, depressioni, vagabondaggi e deliri durante tutta la durata della patologia. Nella fase avanzata anche l’attività motoria potrà essere compromessa, fino ad arrivare a una difficoltà di masticazione e deglutizione.

Così è il terzo incomodo di nome Alzheimer: inguaribile, di lunga durata, in perenne trasformazione involutiva, irreversibile. A questo deve adattarsi chi sta accanto alla persona che ne è colpita, cercando di accogliere nel nuovo vocabolario parole come imprevedibilità, imponderabilità, ingestibilità.

E, naturalmente, saper riconoscere e affrontare bisogni fino a qual momento sconosciuti, perché tale è la situazione avvertita quando ci si trova ingabbiati nella penosa oscillazione che dal “pieno” del nostro stare ci conduce al “vuoto” di ciò che ci viene sottratto.

Il problema è che la malattia, oltre ai malati veri e propri, colpisce in maniera collaterale anche i nuclei familiari che si prendono cura dei pazienti. Il trauma emotivo e il peso che devono portare possono procurare conseguenze anche gravi sul loro stato di salute generale. …

Prendersi cura di un malato di Alzheimer è un lavoro al quale ci si dedica generalmente a tempo pieno … Conciliare il ruolo di “assistente sanitaria” non qualificata con i tempi del proprio lavoro risulta particolarmente oneroso …

Il totale dei vari addendi è lungo: problemi economici, facendo un calcolo veloce mi sentii afferrare dal terrore: 500-600 euro per un centro diurno, un’eventuale badante sui 1000-1100 euro al mese più contributi e ferie, l’affitto,le spese, il cibo … le cose non si mettevano decisamente bene …; sociali, ci si sente soli … ci si sente impotenti; etici, non vorrei trovarmi nella situazione di decidere per te o per nessuno …;  psicologici, per oltre tre anni io e mio fratello, la badante e le rispettive famiglie siamo stati schiacciati dal peso di un impegno psicologico massacrante, che ci ha visti coinvolti in tutti gli aspetti dell’assistenza … abbiamo appreso strada facendo pregiudicando, in alcuni casi, la nostra salute mentale e fisica.

Che fare, come reagire, che peso dare alle proprie paure, come arrivare all’altro che si sta perdendo?

Cinzia scrive, osserva i comportamenti, si pone domande, riflette.

Considera che esistono due mondi: il proprio e quello della madre, due mondi possibili da accettare solo nel momento in cui cercare a tutti i costi una ragione perché ciò succede diventa superfluo. Occorre, pur con difficoltà, vivere la vita come si presenta. Quanto e cosa succeda dentro di te, nessuno lo sa. Possiamo solo tentare di immaginarlo, tu certo non sei più in grado di spiegarcelo.

Essere dentro “in situazione” vuol dire anche assumere una visione di ciò che è possibile fare e di ciò che invece è impossibile controllare, in quanto taluni accadimenti semplicemente arrivano, indipendentemente dalla tua volontà.

L’Alzheimer è uno di questi. La vita ci propone eventi che o decidiamo di far entrare nella sfera del possibile o ne restiamo talmente tramortiti da non avere più energia per continuare.

In questo Cinzia propone, senza dichiararlo esplicitamente, l’atteggiamento resiliente, ovvero quella predisposizione di entrare nella propria storia sapendo cogliere, oltre alla fatica, anche il trampolino di crescita e di nuove opportunità.

Purtroppo non siamo noi a decidere quello che succederà in futuro, possiamo solo limitarci a prendere quello che arriva. Nella tua diversità devo imparare ad accettarti

Mi hai dato una lezione di vita importantissima, confermandomi con la tua presenza che ci si deve impegnare a vivere come se fosse l’ultima volta che lo possiamo fare.

Rabbia, rancore, risentimento, colpa e rimpianti soggiogano e lasciano senza via di scampo.

Introspezione, interazione con chi ti sta intorno, iniziativa e umorismo facilitano invece la costruzione di una nuova relazione: Quando non capivo i tuoi comportamenti, ho imparato ad accettarti e ad apprezzarti per come sei.

La mamma di Cinzia ha l’Alzheimer e Cinzia è con la sua mamma con l’Alzheimer: insieme continuano a vivere nel meglio delle loro possibilità, utilizzando anche le risorse che la comunità mette a disposizione, casa di riposo compresa.

Concedersi delle tregue non è egoismo ma voler bene a se stessi, è la necessità di dare spazio alle proprie esigenze, di ricaricare le batterie consumate per far sì che i momenti spesi con chi ci circonda tornino ad essere di qualità. Bisogna assolutamente evitare la trappola del senso del dovere, che obbliga a uno stoicismo forzato, dannoso per tutti perché rende insopportabile la vicinanza del malato creando un senso di inadeguatezza nel malato stesso e in chi condivide la situazione.

Non vi è colpa nella malattia, è meglio usare le risorse per cercare soluzioni … e se non si riesce a rispettare l’impegno preso, pazienza, si deve alzare la mano per chiedere aiuto, evitando così di sentirsi sminuiti perché è inutile e nocivo.

Questo e altro fa parte della storia di Cinzia e il suo racconto scivola lieve fra le pagine, lasciando spazio alla positività dell’esperienza (pur riconoscendone le difficoltà)  e insegnando che anche quando sembra di essere ruzzolati in un baratro, un appiglio per risalire si trova sempre se si tengono gli occhi bene aperti, un po’ più in là del precipizio.


Il libro è stato presentato a Como in questa occasione:

Sabato 29 novembre alle 15, presso la Rsa “Le Camelie” (fondazione Ca’ d’Industria), di COMO (via Bignanico 20) presentazione del libro di CINZIA BELLOTTI, Ti guardo e mi chiedo. Io, mamma e il terzo incomodo di nome Alzheimer (New Press Edizioni) con Natascia Gamba, voce narrante e Luciana Quaia, psicologa; Fulvio Rosa al pianoforte

TartaRugosa ha letto e scritto di: Marie Kondo (2014), Il magico potere del riordino, Traduzione di Francesca Di Berardino, Editore Vallardi

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Marie Kondo (2014)

Il magico potere del riordino

Traduzione di Francesca Di Berardino

Editore Vallardi

vallardi

 

 

 

 

 

 

Il riordino è un’arte: questo è il messaggio trasmesso dal libro di Marie Kondo, la cui sbalorditiva professione è proprio l’insegnamento di come fare e mantenere l’ordine nella propria casa. Insegnamento che non avviene solo a livello formativo, ma anche con valutazioni domestiche e supervisioni sull’operato.

La regola base è quella di procurarsi un discreto numero di sacchi per la raccolta dei rifiuti e poi seguire con un protocollo delle categorie da passare al setaccio, ovvero: “prima i vestiti, poi i libri, le carte, gli oggetti misti e per ultimi i ricordi. Eliminando ciò che non vi serve seguendo quest’ordine vi avvantaggerete in modo sorprendente”.

La passione per il riordino nasce in Marie già nella primissima età attraverso letture di riviste per la casa, tentativi caratterizzati da successi e fallimenti ed elaborazione di tecniche del tutto personali che porteranno l’autrice a trovare un corrispettivo tra ordine dello spazio e ordine mentale, ma, soprattutto, a non ricadere più nel caos. Perché una volta appresa la tecnica, l’effetto boomerang è scongiurato.

Accade spesso che le nostre abitazioni diventino sempre più anguste a furia di accumulare cose e che le nostre lamentele più frequenti riguardino proprio la mancanza di spazio. Marie Kondo sostiene invece che non esiste casa che non disponga di spazio sufficiente e che i “problemi che si riscontrano sono legati al fatto che si possiedono troppe cose inutili”.

Per ovviare a questo problema dobbiamo dimenticare la diffusa convinzione del fare ordine un po’ per volta, magari partendo un giorno da un locale, un giorno da un altro e così via.

La ragione principale per cui le cose continuano ad accumularsi è perché non ne teniamo sotto controllo la quantità, non riusciamo a farlo perché i posti in cui le riponiamo sono sparsi ovunque. Con questi presupposti è normale che se riordinassimo seguendo l’ubicazione delle cose potremmo continuare all’infinito. Riordinare deve essere inteso per categorie, non per ubicazione”. Quindi bando al “un po’ per volta”, e largo al “categoria per categoria”, esercizio che richiede una massima concentrazione nel radunare in terra tutto ciò che concerne la categoria prescelta e procedere all’eliminazione.

Infatti “le operazioni di riordino devono sempre cominciare dal buttare via …Riordinare non necessita di complesse classificazioni. Le azioni fondamentali da eseguire sono due: buttare via ciò che non serve e trovare una collocazione a quello che rimane. E’ importante ricordarsi che buttare viene prima”.

La costante raccomandazione del buttare via serve proprio a prevenire la tendenza ad accantonare l’oggetto, convinti comunque che uno spazio glielo si possa trovare. Questo inevitabilmente condurrebbe non al riordino, ma al cambiamento di spazio, che è un’altra cosa e motivo di effetto boomerang, cioè della creazione immediata di un nuovo disordine.

Ma separarsi dalle cose non è semplice e, a pensarci, ognuno di noi ha mille motivazioni per giustificare la propria propensione all’accumulo.

Ecco perciò il consiglio fondamentale per poter agire senza troppi rimpianti: Pensare alle cose da eliminare rende infelici, quindi “ciò che dovremmo scegliere non è che cosa buttare, ma che cosa conservare”.

E da qui il passo è breve: “Conservate solo ciò che vi emoziona, il resto buttatelo via senza ripensamenti”.

Secondo l’autrice fare ordine è un dialogo con se stessi tramite gli oggetti e ciò significa che non sono ammesse altrui interferenze: riordinare vuol dire escludere gli altri, che non devono avere voce in capitolo sulle personali scelte, né tanto meno diventare i nuovi destinatari di ciò che decidiamo di eliminare.

Ecco alcuni suggerimenti relativi alle singole categorie.

Abbigliamento. “La prossima stagione voglio rivedere questo abito nel mio armadio?” è già una buona domanda per capire la sua futura destinazione. Un vestito che non piace più finisce sicuramente in un angolo recesso dell’armadio, tanto vale buttarlo, non senza averlo prima ringraziato per il suo servizio (la cerimonia del ringraziamento è sacra per l’autrice giapponese).

Per avere un armadio sempre in ordine, occorre anche organizzare la piegatura degli abiti, avendo cura di non ammassarli fra loro o accumularli l’uno sopra l’altro. Consiglia la piegatura fatta in modo tale che dell’indumento ne risulti un semplice rettangolo, sia per gli abiti, sia per calze o collant che non devono assolutamente essere appallottolate o annodate fra loro (anche la biancheria deve poter respirare!).

Libri. Pur rappresentando una categoria di cui è difficile separarsi, anche per i libri vale il principio dell’emozione che provocano. I libri che di solito si leggono più di una volta sono rari: “i libri si leggono per l’esperienza stessa di leggerli. Con il libro letto già una volta l’esperienza è stata fatta. Anche se non vi ricordate perfettamente il contenuto, è già tutto dentro di voi … Per un libro il tempismo è un fattore vitale: il momento giusto per leggerlo è quello in cui lo incrociate sul vostro cammino”. Bisogna immaginarsi la libreria solo composta da libri che piacciono: sarà più facile sbarazzarsi dei restanti.

Carte. Si suddividono in tre gruppi: quelle di cui occuparsi subito, quelle da conservare (come i contratti) e quelle da conservare di altro tipo. Ogni categoria dovrebbe essere ordinata in un contenitore e quello contenente i documenti di cui occuparsi subito dovrebbe essere sempre vuoto.

Oggetti misti. L’elenco proposto da Kondo è vario: cd e dvd; prodotti per la cura del corpo; cosmetici; accessori; oggetti di valore; dispositivi elettronici; utensili di uso quotidiano; utensili da cucina, stoviglie; altro. Un commento fondamentale, prima ancora dei suggerimenti, è il seguente: “Stranamente ci sono molte cose che vi accorgerete subito di voler buttare via senza la necessità di chiedervi se vi colpiscono oppure no. …Sembra strano, ma la maggior parte delle persone è inconsapevole delle cianfrusaglie che occupano spazio nella propria casa”.

Ricordi. Non si entra nel merito del valore o del senso di un oggetto legato a un ricordo. Ma qui entra in gioco il dialogo con se stessi: “Quando tenete in mano i vostri ricordi e decidete che cosa buttare via e che cosa conservare, per la prima volta nelle vostra vita vi confrontate con il passato. Finché queste cose rimarranno sepolte nel fondo di un cassetto, il vostro passato resterà un peso che vi zavorra e vi impedisce di vivere il vostro presente. Mettere in ordine le proprie cose una per una significa mettere in ordine anche il passato. Sistemare i ricordi vi fa resettare la vostra vita e vi fa saldare i conti in modo che possiate muovere i passi successivi verso il vostro futuro”.

E se qualcuno avesse ancora dei dubbi sul processo di separazione, mediti su queste parole: “Ogni cosa che possedete vuole esservi utile. Anche se la butterete via o la brucerete, si lascerà alle spalle un’aura di chi ha voluto rendersi utile. Non più prigioniera della sua forma reale, si muoverà nell’universo sotto forma di energia, facendo sapere alle altre che voi siete una persona speciale … Liberatevi di quelle cose che non vi emozionano più. Celebrate la vostra separazione da loro e il loro nuovo viaggio. Festeggiate questo momento. Credo davvero che le nostre cose siano più felici e più vive quando le lasciamo andare di quando le prendiamo per la prima volta”.

Sta per chiudersi il 2014.

Per il 2015 il motto è: fare riordino nella propria casa.

Detto da TartaRugosa fa quasi sorridere.

Francesco Piccolo (2013), Il desiderio di essere come tutti, Einaudi

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Francesco Piccolo (2013)

Il desiderio di essere come tutti

Einaudi

978880619456GRA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La lettura di questo libro è stata per certi versi liberatoria.

Di qualche anno più giovane di me, Francesco Piccolo ha attraversato gli ultimi decenni del Novecento e l’avvento del Duemila vivendo con spirito critico ed emotivo gli eventi storico-politici che quelli della mia generazione ben conoscono e, a loro volta, partecipato con diversi gradi di intensità.

Mi piace la scrittura di Piccolo. Contiene leggerezza e profondità, umorismo e serietà, sagacia e intuito, nonché, dettaglio per me non superficiale, un uso mirabile della punteggiatura. Insomma, le sue pagine scivolano mentre, preso per mano, entri, vivi e sorridi, perché in molte di quelle righe ci sono risvolti non troppo lontani dal comune idem-sentire.

Sensazione già commentata in questo spazio dopo la lettura di “Momenti di trascurabile felicità” e che ora ritorna, impellente, in questo suo raccontarsi.

A dire il vero lo scorrere l’indice mi aveva un po’ insospettito: le due uniche parti distinte “La vita pura: io e Berlinguer” e “La vita impura: io e Berlusconi” mi apparivano un ennesimo tentativo di cercare a tutti i costi una collocazione, l’una a detrimento dell’altra.

Ho dovuto invece immediatamente ricredermi quando, trascinata a ritroso nel tempo e scaraventata in ricordi e riflessioni, ho trovato molte affinità di pensiero e di posizioni con l’autore.

Perché in quel “tutti” c’ero anch’io e in quel pezzo di storia narrato si erano annidate speranze, illusioni e delusioni in cui individuale e collettivo, sia pure in forme diverse, non potevano restare in silenzio.

Di quel pezzo di storia narrato, mi limiterò a considerare i fatti che più mi hanno consentito di rivivere i miei turbamenti giovanili, portando alla memoria non solo gli eventi, ma anche, banalmente, frasi e luoghi comuni raccolti alla spicciolata, se non fra le pareti domestiche, senz’altro fra opinioni e pareri di gente vicina.

Classica, per esempio, la diffidenza verso il partito comunista e i rischi cui poteva essere sottoposto il nostro Paese, se il suo potere si fosse effettivamente affermato.

Scrive Piccolo a proposito del suo essere comunista e del confronto col padre: “Qualsiasi cosa farò, che non sarà in sintonia con quello che pensa lui, sarà da comunista. … Faccio il comunista ma poi vado a chiedergli le chiavi della macchina … fa il comunista con i soldi di papà. Voglio vedere se poi viene veramente (il comunismo)”. La frase che tormenterà l’autore per tutta la vita è proprio questa: “il fatto che lui vuole vedere cosa farò io, e quelli come me, se poi il comunismo viene veramente … Mio padre penserà sempre due cose ossessivamente: una, che se viene veramente il comunismo si scoprirà che in fondo nessuno è comunista; e l’altra, più pericolosa e più martellante nei miei confronti, che il comunismo è un sistema di divisione continua, meticolosa e ossessiva, di qualsiasi cosa si venga in possesso, volontariamente o involontariamente. Ed è per questo sistema morboso della divisione che pensa che se viene il comunismo poi nessuno vuole essere comunista. Per mio padre .. se uno è comunista e dovesse avere una macchina, poi, il bollo lo dovrà pagare Berlinguer. Se ne avrà due, dovrà darne una a un operaio”.

Forse queste convinzioni subirono una scossa non indifferente quando il segretario del Partito Comunista Enrico Berlinguer, dopo i fatti del Cile, presenta un nuovo progetto politico per la difesa della democrazia e per evitare la deriva del golpe fascista successa al popolo cileno: “se è vero che una politica di rinnovamento democratico può realizzarsi solo se è sostenuta dalla grande maggioranza della popolazione, ne consegue la necessità non soltanto di una politica di larghe alleanze sociali ma anche di un determinato sistema di rapporti politici, tale cha favorisca una convergenza e una collaborazione tra tutte le forze democratiche e popolari, fino alla realizzazione fra di esse di una alleanza politica”. Quindi due parole chiave: il dialogo (il compromesso) e il progresso(contro i conservatori, contro i reazionari). Un progetto difficile e tortuoso, tuttavia accolto da un importante interlocutore, Aldo Moro, che vede nell’alleanza la possibilità di continuare ad esercitare il proprio potere ancora a lungo nel futuro.

Succede però che al  momento del voto Moro viene rapito, evento che scuote a tutti i livelli “Il rapimento di Moro, quella operazione di guerra che aveva ucciso uomini, che adesso erano riversi nel sangue, penzolanti fuori da una macchina, quelle voci lente e addolorate che commentavano in diretta quello che non comprendevano, comunicando quindi uno stupore atterrito che faceva anche più paura, una paura che non se ne è andata più per un sacco di tempo – tutto questo era la prova definitiva che anche io, come ognuno, facevo parte della comunità”.

E quando Moro viene ucciso, muore anche il compromesso storico. Anche questo è inciso nella mia memoria quando, adolescente, mi trovo ad incrociare il Movimento studentesco. Quello della sinistra estrema, quello che aveva in odio il partito comunista perché considerato troppo “di destra” e troppo poco innovativo. In quell’élite di esaltati o masticavi il loro incomprensibile linguaggio o eri un diverso, un borghese, uno che la vera rivoluzione avrebbe spazzato via per lasciare spazio alla rivincita del calpestato proletariato: “se poi facevamo (anzi, facevano) la rivoluzione, tutti i borghesi di merda venivano cacciati via a calci in culo. Io ero un borghese di merda, quindi anch’io sarei stato preso a calci in culo, il giorno che avremmo fatto la rivoluzione. E certo, fa il comunista con i soldi di papà, mi dicevano. … A sedici anni la mia situazione era la seguente: a casa, se nominavo il PCI, ero considerato una specie di terrorista; fuori casa, se nominavo il PCI, ero considerato una specie di democristiano. Quindi, per un po’, ho smesso di parlarne”. Non è certo per quelli del Movimento che Berlinguer smette di cercare contatto con coloro che erano diversi e restare con coloro che si assomigliavano.

Se la DC trova come nuovo alleato Bettino Craxi, Berlinguer ritorna all’opposizione proponendo un programma etico, più che politico e alternativo. E così i comunisti “appresero con sollievo la decisione del nuovo corso di stare fuori dai giochi”.

Piccolo viveva al sud e ricorda di quei tempi il terremoto; io, del nord, di quegli anni ricordo la “Milano da bere”.

Sono già una studentessa lavoratrice quando accade l’ultimo atto di Berlinguer: la richiesta del referendum abrogativo della legge sulla scala mobile. Due giorni dopo, durante un comizio a Padova, nella piazza del mercato delle Erbe da me attraversata ogni volta che dovevo sostenere un esame, Berlinguer si sente male e l’11 giugno 1984 muore.

Ricordo quel giorno. Piazza San Giovanni a Roma contava forse più di 2 milioni di persone. Anche TartaRugoso era fra loro per rendere l’ultimo saluto a un uomo e alla sua idea di difendere con tenacia la purezza dell’etica e dei valori.

E leggendo le pagine di Piccolo emerge con più chiarezza nei miei pensieri che quel che resta bloccato e fissato nel tempo è l’idea di associare all’innovazione (Craxi) cinismo, disinvoltura, corruzione da cui, con estrema forza, “la sinistra si ritirava per sempre … sicura di stare dalla parte della ragione …Dall’entrata mancata nel governo e dal rapimento di Moro, nasce un’idea di purezza che non morirà più … E’ qui che sta il grande cambiamento: della vittoria non importava più nulla; bisognava soltanto segnare una volta e per sempre una linea di demarcazione, un’idea definitiva di diversità; bisognava sfilarsi dalla vita pubblica reale e rappresentare un’alternativa astratta, pulita, arroccata. Un’alternativa pura. Da quel momento in poi, ogni sconfitta politica diventava un rafforzativo delle proprie idee. Una conferma che il mondo è corrotto e che il progresso è malato. Una conferma, quindi, che le persone giuste e i pensieri giusti sono minoranza, fanno parte di un mondo altro, che non comunica più con il Paese – perché il resto del Paese, impuro e corrotto, si è perduto”.

Non che nel corso degli anni successivi non si sia riaffacciato il pensiero di una coalizione democratica allargata per raggiungere la funzione di governo, ma la fissazione della purezza a tutti i costi permane grazie alla “rifondazione” comunista, il cui stratega Bertinotti riesce a dare una svolta tassativa alla possibilità di garantire all’Italia un governo non di destra stabile.

Nel suo patto di desistenza con la sinistra, nel momento più cruciale e per via della purezza dei principi etici, Bertinotti, con grande sgomento degli alleati, riconsegna l’Italia al vituperato Berlusconi: “in quel momento si consuma, si esaurisce in un tempo brevissimo la rinascita dell’ultima spinta riformista del nuovo corso del centrosinistra”.

Su tutte le osservazioni possibili, è l’enunciato di Weber che richiama a un insegnamento per me fondamentale. “Max Weber distingue due modi di agire nella pratica politica: l’etica dei principi e l’etica della responsabilità.

Nella sostanza, chi si comporta secondo l’etica dei principi, non tiene conto delle conseguenze delle proprie idee. Cioè: fa delle scelte secondo i suoi ideali, agisce in un modo che ritiene giusto, e questo può bastare: le conseguenze che derivano da ciò che è stato fatto non interessano. .. Chi agisce secondo l’etica dei principi non si  occupa del fatto che a seguito di una decisione giusta le circostanze possano peggiorare lo stato dei fatti; l’importante è aver preso la decisione giusta, in sintonia con i propri ideali.

L’etica della responsabilità, invece, per ogni decisione da prendere tiene conto delle conseguenze prevedibili. Ingloba, nell’idea di giustizia, anche le conseguenze. … Chi fa politica secondo l’etica dei principi, segue le sue idee e tiene conto soltanto di quelle – in pratica si sottrae a un vero e proprio atto politico; chi fa politica secondo il principio della responsabilità, si pone ogni volta il problema di ciò che accadrà in seguito a una sua decisione – in pratica mette in atto un’azione politica”.

Ecco come ricordo quei giorni, esattamente come Piccolo:”Il gesto di Bertinotti è compiuto in nome della purezza, segue la sorda etica dei principi. Il Governo Prodi era stato il riscatto da questa purezza senza fertilità; se avesse portato a termine il suo mandato, probabilmente adesso vivremmo in un Paese diverso”. Se non altro, ma non mi consola, sono esente dal senso di colpa di Piccolo, che Bertinotti l’aveva votato.

Quello che invece trova completamente il mio accordo è la riflessione sull’era Berlusconi. L’essere “contro” è solo servito a rinforzare il principio secondo il quale se si è “contro” si è nel “Giusto”. “Da questa parte, dalla parte degli antiberlusconiani, si sono posizionati “tutti gli altri”. E siamo tanti. Con pensieri molto diversi, ma costretti a stare tutti insieme. Stiamo tra di noi, comunichiamo tra di noi. Ci confermiamo le nostre ragioni, ci rassicuriamo su un assunto fondamentale su cui abbiamo molto bisogno di essere rassicurati: che il mondo migliore è il nostro, assomiglia a noi e alla vita che viviamo, alle scelte che facciamo riguardo non soltanto a regole e leggi, ma anche a salute, cibo, educazione, linguaggio, libri, film, viaggi. Abbiamo pensatori di grande fama e carisma che stanno insieme a noi, ci rassicurano, dicono che siamo giusti e facciamo cose giuste; anche se il mondo sta andando da un’altra parte non ci dobbiamo preoccupare; stanno sbagliando e un giorno si ravvederanno, comprenderanno e torneranno. … Mai nessuno che metta in dubbio le nostre idee, si chieda se c’è qualcosa che non funziona, si chieda perché gli altri riescono a penetrare i desideri di una quantità di gente superiore alla nostra … Siamo assolutamente sicuri che il mondo è diviso in due, quelli che stanno sbagliando tutto e quelli che stanno facendo tutto bene, e per una coincidenza infelice la maggioranza continua a essere cieca e a guardare quelli che sbagliano”.

Il desiderio di essere come tutti è con acutezza messo in risalto dal racconto di un fatto personale. Piccolo ha una casa un po’ piccola che ha ampliato con la costruzione di due soppalchi però non risultati a catasto. Nel programma di Berlusconi, nella propaganda che precede le elezioni, era elencato un condono tombale in cui quei due soppalchi ci stavano benissimo. Piccolo e moglie naturalmente votano il Partito Democratico, ma “intanto che speravamo vincesse la sinistra, non ci sarebbe dispiaciuto del tutto se avesse perso la sinistra, a causa di quei soppalchi. Non ce lo siamo mai detti, ma sapevamo l’uno dell’altra non che ci avrebbe addirittura fatto piacere, anzi, per carità, ci saremmo indignati e incazzati anche stavolta. Solo che stavolta ci saremmo indignati e incazzati ma fino a un certo punto, perché un piccolo vantaggio ce ne sarebbe venuto”.

Conclude Piccolo che “questo è solo un Paese e la Storia ha insegnato che la corresponsabilità degli accadimenti è di coloro che vincono e di coloro che perdono, anche se non in parti uguali; poiché probabilmente in ognuno di noi al di qua del confine c’è una percentuale di superficialità, di spensieratezza e anche di mostruosità – che siamo sicuri di non avere, ma che abbiamo”.

Intanto oggi è stato eletto il nuovo Presidente: Sergio Mattarella.

Buona fortuna Italia e buon lavoro italiani

TartaRugosa ha letto e scritto di: Hanns-Josef Orthell (2012), Scrivere idee, Zanichelli

 

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Hanns-Josef Orthell (2012)

Scrivere idee, Zanichelli

Da quando TartaRugoso insegue l’arte della scrittura autobiografica la nostra casa si è ulteriormente riempita di libri che sviluppano tale argomento.

Ovviamente non potevo restare insensibile a questo evento.

Mi sono quindi immersa in questo delizioso libretto il cui obiettivo principale riguarda i possibili stili di annotare idee. Al lettore scegliere quale destinazione dare loro: diario di appunti, brogliaccio per catturare spunti creativi, scaletta su cui costruire un racconto, stimoli per liberarsi dall’ansia di iniziare una pagina bianca.

L’abitudine dell’annotazione, antica quanto l’uomo, si consolida soprattutto a partire dalla metà dell’Ottocento, quando la scrittura non doveva restare un passo indietro alle nuove tecniche di riproduzione della realtà (fotografia, cinema, arti) e, pertanto, scrivani e scrittori si impegnavano a ricercare nuove forme di descrizione della natura, delle città, delle cose e delle persone:

Raffinavano la lingua scarnificandola, in modo che reagisse anche ai particolari più insignificanti delle cose. Nel loro laboratorio creavano parole nuove e frasi smozzicate, le testavano, scartavano, modificavano di continuo Proprio l’incompiutezza, la provvisorietà e il disordine di questa forma di scrittura erano riconosciuti come qualcosa di positivo. Il fine del laboratorio di scrittura non era l’opera, ma il laboratorio stesso, che si era sostituito all’opera.

Sulla base di questa premessa Orthell aiuta a perfezionare le capacità di osservazione e percezione grazie all’ausilio di brani offerti da grandi scrittori che, per l’appunto, adottano stili differenziati nelle annotazioni figurative, di emozioni, di passioni.

Inizia con la descrizione di come progettare un testo attraverso le annotazioni di base simulando l’uso di registrazione, webcam, fotografia, indagine, dialogo; prosegue con l’approfondimento delle annotazioni figurative (ritratti, disegni, precisione, esperimenti) e delle annotazioni di emozioni e passioni (ricordi, finzioni, valvola di sfogo, enigmi poetici); conclude con le spiegazioni relative alle annotazioni classiche quali citazioni, brogliaccio, note scritte di buon’ora.

Divertente scoprire le attitudini di scrittori magari già conosciuti, ma che inseriti in questo dispiegamento risaltano ancora di più per le loro caratteristiche.

E’ l’esempio dell’amato George Perec, giustamente citato nel capitolo delle annotazioni “come una registrazione”. Infatti l’intento di Perec in “Tentativi di esaurimento di un luogo” sarebbe quello di creare una sorta di archivio di tutto ciò che si è verificato in un tempo e in un luogo determinati, per ritrarre un unico, inconfondibile scenario parigino.

Ciò che si può apprendere dalla sua lettura è che i dettagli apparentemente scritti come una registrazione, in realtà possono diventare fase embrionale di uno studio che analizza l’ambiente, con lo sguardo rivolto a forme ripetitive di comportamento e con la possibilità di trasformarsi in un primo materiale grezzo da cui sviluppare una narrazione più o meno romanzesca.

Nel capitolo “come una webcam” è il turno di Waltraud Schwab che si cimenta nella “cattura” di un particolare momento della vita berlinese, segnando con pochi tratti e poche righe un determinato episodio della quotidianità: sono soprattutto webcam ambientate in spazi chiusi e focalizzate sul comportamento di persone che diventano brevi racconti o efficaci microdrammi.

Peter Wehrli, invece, sceglie uno stile di annotazione simile a una fotografia, ovvero esprimere con una frase tutto ciò che avrebbe potuto cogliere con uno scatto fotografico. In tal senso la lingua deve suscitare la stessa sensazione di velocità e precisione, un effetto raggiungibile con l’uso di un’unica frase (istantanee letterarie).

Di Emile Zola e del  suo “Il ventre di Parigi” colpiscono gli appunti relativi all’anticipata ricerca di dettagli potenzialmente rilevanti, ma ancora non ben identificati per un futuro ruolo nel nascente romanzo. Zola adotta quindi lo stile dell’”indagatore”, scrivendo accuratamente ogni dettaglio colto nel mercato di Les Halles: letti con attenzione, i precisissimi appunti di Zola testimoniano la ricerca di un’ispirazione, che all’inizio manca di un obiettivo, ma che poi diventa sempre più intensa. Improvvisamente un dettaglio esce dal contesto, si staglia vivido e lascia dietro di sé tracce che si intersecheranno, tessendo una fitta trama e mettendo in relazione i diversi spazi.

Nella parte centrata sulle annotazioni figurative, sono venuta a conoscenza di Teofrasto di Ereso (371-287 a.C.), uno fra i più dotati discepoli di Aristotele.

Decisamente antesignano, nel suo libretto “I caratteri”, Teofrasto delinea una trentina di caratteri come se fossero “ritratti di una galleria”, facendo emergere dalle sue pazienti osservazioni materiale composto da persone (come il barbiere, il calzolaio e il salumiere), cose (le scarpe e i salumi) e azioni (come tagliarsi i capelli o cantare nel bagno) che rappresentano il corrispettivo carattere…. Si viene a creare lentamente un caleidoscopio composto da tante singole osservazioni che offrono un’immagine concreta e sfaccettata del personaggio.

Nella capacità di annotare con precisione,  Orthell cita Francis Ponge e “Il quaderno della pineta”. I brani scelti evidenziano il caratteristico movimento di chi passeggia in una pineta: tronchi grandi, non c’è sottobosco, il suolo è un fitto e uniforme tappeto di aghi, qualche roccia. Ne deriva con grande precisione l’effetto di un ambiente con una sua atmosfera, un suo profumo, una sua musicalità. L’abilità senza pari di tali descrizioni consiste nell’incredibile precisione dello sguardo, cui corrisponde la precisione della parola.

La scrittura dei ricordi (autobiografia) trova in Roland Barthes un efficace esponente. Il libro scelto è “Dove lei non è. Diario di lutto” costituito da una serie di appunti che verranno editati solo dopo la morte di Barthes.

Gli appunti del diario sono composti solo da poche frasi o da annotazioni scarse, prove di verbi o aggettivi che le abbelliscano. Questa stringatezza mostra in modo molto chiaro cosa devono fermare esattamente: un riflesso momentaneo del lutto, un istante costituito da nient’altro che una profonda disperazione. .. L’intero mondo di questi appunti tratta, con un’attenzione rigorosa e instancabile, di un’esacerbazione del lutto che non accenna ad affievolirsi, ma la cui forza sembra doversi trasformare lentamente in qualcosa di meno paralizzante.

Classica e allettante la proposta di utilizzare le citazioni per potenziare una scrittura personale. In questo caso viene in aiuto Walter Benjamin che, per sviluppare una grande opera filosofica su Parigi, raccolse migliaia di annotazioni estrapolate da citazioni raccolte nei testi disponibili presso le biblioteche di diversi Paesi. Le singole annotazioni non venivano scritte su quaderni, ma su foglietti o schede che potevano essere ordinati di continuo in base al tema trattato. Così il sapere era facile da reperire e sempre in movimento.

Benjamin, ricordato per la flanerie, dimostra come sia possibile svincolarsi dalle citazioni raccolte da testi di riferimento per originare un proprio pensiero sempre più chiaro e autonomo.

Chi scrive, copia, all’inizio in modo passivo, i brani che lo colpiscono. E’ lui a decidere cosa e quanto deve essere citato, indirizzando attraverso queste prime decisioni il futuro percorso della riflessione. L’autore potrà effettuare dei tagli e spostare o modificare leggermente alcune parole. Possiamo persino immaginare che alla fine giochi con le citazioni in assoluta libertà e che dopo un po’ possa anche dimenticare con quali stava giocando, così che i passi estratti e le annotazioni formeranno un testo originale, le cui tracce iniziali si riconosceranno solo con difficoltà, o non si distingueranno affatto.

Giacomo Leopardi e il suo Zibaldone sono invece portati come esempio delle annotazioni in forma di brogliaccio.

In questa raccolta caotica di scritti gli appunti di Leopardi coprono un campo di interessi vastissimo (filosofia, estetica, linguistica, letteratura, storia antica, religione cristiana, ecc.) e accompagnano sia le sue creazioni poetiche , sia le sue riflessioni filosofiche o erudite.

Orthell, in questo caso, esorta il potenziale scrittore a fare il seguente esercizio:

Annotate, senza pensarci troppo, una lista di parole che vi piacciono o trovate poetiche. In un secondo momento, provate a riflettere sul perché vi piacciono e, una volta capita la ragione, provate pensare ad altre parole che appartengono alla stessa famiglia.

Tanti sono comunque gli esercizi che l’autore propone per far sì che quella della annotazione diventi vera arte. Infatti sostiene che annotare è lo stimolante ideale delle capacità intellettuali, la caffeina letteraria per eccellenza.

Forse anche per questo motivo sarà a tutti utile prendere come esempio l’attitudine di Paul Valéry di scrivere tra le quattro e le otto del mattino (“annotare di buon’ora”)!

Luigi Pirandelllo, Una giornata – La tartaruga, da Luigi Pirandello Novelle per un anno, a cura di Mario Costanzo, Premessa di Giovanni Macchia, I Meridiani vol. III, Arnoldo Mondadori editore, Milano1990

Subito allora Mister Myshkow ritira dall’ajuola la tartaruga che non s’è mossa.

– M’hanno detto che porta fortuna, – soggiunge sorridente. – Non vorreste prenderla voi? Ve la offro.

Quello si scrolla furiosamente e con impero gli accenna di levarglisi dai piedi.

Ed ecco ora di nuovo Mister Myshkow con quella tartaruga in mano, in grande imbarazzo. Oh Dio, potrebbe lasciarla dovunque, anche in mezzo alla strada, appena fuori della vista di quel poliziotto che l’ha guardato così male, evidentemente perché non ha creduto ai gravi motivi di famiglia. Tutt’a un tratto, si ferma al baleno di un’idea. Sì, è senza dubbio un pretesto, per la moglie, quella tartaruga, e levato di mezzo questo, lei ne troverà subito un altro; ma difficilmente potrà trovarne uno più ridicolo di questo e che più di questo possa darle torto davanti al giudice e a tutti quanti. Sarebbe sciocco, dunque, non valersene. Lì per lì decide di rientrare in casa con la tartaruga.

Trova la moglie nel salotto. Senza dirle nulla si china e le posa davanti sul tappeto la tartaruga, là, come un ciottolo.

La moglie balza in piedi, corre in camera, gli si ripresenta col cappellino in capo.

– Dirò al giudice che alla compagnia di vostra moglie preferite quella della vostra tartaruga.

E se ne va.

Come se la bestiola dal tappeto l’abbia intesa, sfodera di scatto i quattro zampini, la coda e la testa e dondolando, quasi ballando, si muove per il salotto.

Mister Myshkow non può fare a meno di rallegrarsene, ma timidamente; batte le mani piano piano, e gli pare, guardandola, di dover riconoscere, ma senza esserne proprio convinto:

– La fortuna! La fortuna!

 

 tutto il racconto qui

Luigi Pirandelllo, Una giornata – La tartaruga.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Edoardo Lombardo Vallauri (2010), Semplificare – Micro-Filosofie del Quotidiano, Rai-Eri

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Edoardo Lombardo Vallauri (2010)

Semplificare – Micro-Filosofie del Quotidiano, Rai-Eri

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Ho il privilegio quasi quotidiano di attraversare piazza del Duomo per raggiungere la fermata dell’autobus.

La magia consiste nel trascorrere il lungo decumano e, improvvisamente, avere lo sguardo investito dall’imponente facciata gotica della cattedrale allineata al Broletto e decorata da una serie di sculture che incorniciano il portale d’ingresso e il rosone.

Lo scrivo perché leggendo Lombardi Vallauri nel capitolo “L’ignoranza è un bene prezioso” trovo le seguenti parole: “Quanto piacere provate a camminare dalla fermata dell’autobus al vostro luogo di lavoro, oppure a casa? Quanto godete nel guardarvi intorno in questo percorso abituale? Probabilmente, diciamo la verità: poco o niente. Ma sarebbe la stessa cosa in una città che non conoscete?”.

Se la memoria risale a un trentennio addietro, anche in quel tempo il tram che conduceva a scuola passava per la piazza del Duomo di una grande città metropolitana. Rappresentava un riferimento per segnalare che si era a metà percorso del lungo tragitto e che il tram avrebbe svuotato buona parte della sua affollatissima pancia. Quel particolare era ben più importante della stupenda opera architettonica.

Non riesco a misurare il grado di consapevolezza estetica tra quell’età e quella attuale, fatto sta che oggi qualcosa è mutato e lo sguardo si riempie sempre di meraviglia e di sensazione di privilegio per poter godere, già dal primo mattino, di un così solenne buongiorno.

Tornando a Vallauri e al suo “Semplificare”, occorre specificare che tale testo deriva dalla trascrizione dei suoi interventi radiofonici nella trasmissione “Castelli in aria” su Rai RadioTre (puntualmente registrati e ascoltati in giorni e orari compatibili con la mia presenza in casa).

L’essenza di questo programma era di stimolare la riflessione su argomenti o comportamenti più o meno complessi della vita di ogni giorno allo scopo di aprire nuove idee sulla loro interpretazione, compito che a Vallauri decisamente riesce molto bene, sia perché il suo linguaggio è chiaro e immediato, sia perché è certamente originale la sua volontà di offrire un intrattenimento intellettuale relativamente a temi di cui spesso ci troviamo a ragionare un po’ per partito preso o per frasi fatte.

Ecco quindi che ogni oggetto dei suoi ragionamenti si presta a una massima semplificazione, grazie a esempi e domande che conducono l’ascoltatore ad allargare il campo della conoscenza e, talvolta, persino a ribaltare l’idea di partenza.

Naturalmente, sempre nell’ambito del semplificare, questo libro non è un testo accademico-filosofico, ma ugualmente incisivo per stimolare la visione di un certo problema da una certa prospettiva e giungere a conclusioni magari inaspettate, ma sicuramente arricchenti sul piano della relazione e dell’interazione con gli altri.

Fatta questa doverosa premessa, mi soffermo sul capitolo 14 “L’ignoranza è un bene prezioso. Conservare un margine per lasciarsi sorprendere” per riallacciarmi alla frase citata in apertura.

Il tema qui trattato è relativo all’ignoranza, condizione considerata per lo più negativa da chi la manifesta.

In base all’assunto di guardare all’oggetto da una prospettiva diversa, Vallauri ribalta il concetto e dichiara che l’ignoranza deve essere considerata come un bene prezioso, in quanto se siamo all’oscuro di qualcosa (ignoranza = non sapere) saremo stimolati ad approfondire la conoscenza e quindi ad arricchirci intellettualmente.

Con specifico riferimento al godimento della strada percorsa, il fatto di meravigliarsi in un percorso nuovo, magari anche meno attraente di quello consuetudinario, è soprattutto determinato dal fatto che “non conoscere una cosa può rendere piacevole il non farne esperienza, mentre magari conoscendola bene il piacere cessa quasi del tutto … le probabilità di provare grande emozione si addensano verso l’esperienza nuova ancora in parte o del tutto sconosciuta”.

La percezione del nuovo diventa quindi qualcosa da cui può scaturire uno “svolgimento narrativo”, ovvero la novità in cui mi imbatto produce una sorta di “avventurosità” perché ancora non so come esattamente andrà a finire e cosa in me potrà cambiare dopo quell’incontro.

Vallauri parla anche dell’utilità esistenziale della non conoscenza, portando come esempio lo studente che partecipa all’Erasmus: poco importa se al ritorno non tutti gli esami gli verranno riconosciuti, l’effetto principale dell’esperienza è costituito da tutte le novità che essa ha suscitato, a partire da dove comprare il pane o del tipo di organizzazione del traffico o della diversa classificazione dei negozi, per non parlare della lingua diversa di un paese straniero: “già solo andare a comprare il pane è un piccolo corso di vita”.

La domanda che invece più mi ha solleticato pensando sia a me stessa sia a persone che col trascorrere degli anni danno per scontato che molte cose siano già state fatte o già viste è la seguente: “come si fa a restare ignoranti pur diventando sempre più sapienti?”.

Il quesito si pone poiché il sentimento della nostalgia della giovinezza riguarda molti individui. Afferma Vallauri: “La persona matura spesso non ha più tante cose nuove intorno a sé, e non ha più voglia di fare tante cose che lo attiravano da giovane, essenzialmente perché le ha già fatte troppe volte”. Questa tendenza nasconde non tanto il rimpianto di essere impossibilitati a fare quello che si faceva in gioventù, quanto il rimpianto “verso la propria personalità di giovane che godeva di fronte a molte più cose” e che poteva trovare molte più cose nuove di quello che accade in età avanzata.

Un fatto certo è che quanto più siamo abitudinari più ci sentiamo rassicurati perché ogni cosa è sotto controllo e siamo sicuri di raggiungere l’esito che desideriamo in ogni situazione iperappresa.

Però questa è una realtà che rischia di generare in noi poco entusiasmo, perché elimina completamente l’ignoranza: molti di noi crescendo riescono a privarsi totalmente di ogni situazione di ignoranza e ad avere intorno soltanto ciò che già conoscono e che funziona … La conoscenza rende efficaci, affidabili, sicuri e tranquilli; l’ignoranza rende emozionati”.

Citando il motto socratico “il vero sapiente è colui che sa di non sapere”, Vallauri rivaluta il non sapere e lo propone come sfida al vecchio saggio o che tale si ritiene di essere. Che fare quindi? “Basta decidere di frequentare un po’ ciò che ignoriamo. Basta decidere di non chiudersi nel nostro piccolo mondo rassicurante (casa, lavoro di routine, parenti, vecchi amici) e mettere il naso fuori. Appena si mette il naso fuori si scopre di essere completamente ignoranti; si scopre che c’è un’enorme quantità di nuovo che può ancora entrare a far parte della nostra vita ogni giorno”.

E’ solo con questo atteggiamento che si potrà affiancare all’efficienza derivante dal dominio di ciò che è noto l’emozione di scoprire cose che non sono ancora entrate in nostro possesso.

Altrettanto stimolanti le altre tematiche proposte (anche in CD-Audio con i testi originali delle conversazioni radiofoniche) inerenti l’innamoramento e le relazioni amorose; le scelte facili e difficili; gli oggetti status-symbol; l’educazione, il bambino poco socializzato e l’adolescenza; la pubblicità e molti altri aspetti del quotidiano che a volte ci perseguitano e interrogano senza apparenti sbocchi invece accessibili, se disponibili ad allargare le prospettive.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Francesco Piccolo (2015) MOMENTI DI TRASCURABILE INFELICITA’ Einaudi, 26 aprile 2015

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Francesco Piccolo (2015)

MOMENTI DI TRASCURABILE INFELICITA’

Einaudi

Scheda editore Einaudi

A pagina 75 Piccolo scrive questo momento di trascurabile infelicità:

Tutte le volte che mi diranno: era meglio “Momenti di trascurabile felicità” 

Già. Piccolo ha prodotto la versione complementare del suo precedente libro. Non saprei da che parte schierarmi. Quella volta mi ero divertita a riconoscere quanti momenti simili fanno parte della vita di tutti, compresa la  mia, e questa volta pure.

Ciò che per me resta insostituibile è la voglia di prendersi in giro, di saper ridere di sé e delle proprie minuscole nefandezze. Quelle cose che in genere si raccontano degli altri presentandole come difetti, nascondendo accuratamente che quei difetti sono anche nostri.

Piccolo provoca su di me un effetto contagioso: anche questa volta infatti non ho saputo rinunciare al rispecchiamento di alcune piccole e condivise infelicità, che qui mi diverto a ricordare.

Francesco Piccolo

Quando una bambina … si avvicinò a mia figlia a un campo scuola e indicandomi le disse: ma quello è tuo nonno?  Ma non tanto questo, quanto l’entusiasmo incontenibile di mia figla

TartaRugosa

Quando faccio il gruppo con le mie anziane e loro mi dicono: “E’ ancora tanto giovane!” e poi arriva un’ausiliaria che guardandomi chiede: “E’ un’ospite nuova?”

Francesco Piccolo

Per tutta la vita … ho subito questa frustrazione. Da bambino, la domenica o nei giorni festivi; da adulto, alle cene con gli amici. Quando abbiamo finito di mangiare, è il momento dei dolci, delle panne, delle ricotte, della cioccolata. Dei mignon, delle torte, dei cannoli. … Quando  ero piccolo, e adesso che sono grande, chiedevo e chiedo: posso andare a prendere i dolci? … Sempre, da quando ho avuto il dono della parola, della comprensione, fino a ora, mi hanno risposto: aspetta. … Non ho mai  capito perché bisogna aspettare per mangiare i dolce; eppure bisogna sempre aspettare.

TartaRugosa

Sono golosa e previdente. Se porto io il dolce, lo scelgo secondo i miei gusti e lo attendo con felicità; se invece non lo porto, immagino che l’ospite, o qualcun altro, abbia provveduto. Per cui mi riservo, durante il pasto, anche lo spazio per quella zuccherosa aggiunta finale. Mi tranquillizzo quando a tavola un lui o una lei lo ricorda: “C’è il dolce dopo”. E’ quel dopo che diventa difficile da pronosticare. L’esperienza mi ha insegnato che se è pranzo, il dolce slitta alla merenda; se invece è cena quasi tutti – non previdenti come la sottoscritta – dicono “Ho mangiato troppo. Piuttosto che il dolce, meglio un buon caffè”. E io che non bevo mai caffè e che mi sono tenuta leggera, li maledico silenziosamente.

Francesco Piccolo

Il fatto di non sapere se la luce del frigorifero, quando l’hai chiuso, si spegne veramente.

TartaRugosa

E’ successo recentemente: spalanco la porta del frigo e lo trovo al buio. Dico a TartaRugoso: “Temo che il frigo sia rotto. Non fa né luce, né rumore”. Ancora in pigiama restiamo tutti e due con le orecchie attaccate all’elettrodomestico, finché, dopo qualche minuto, un leggero ronzio segnala residui di vita. Imparo così: a) la luce del frigorifero si può spegnere anche se aperto; b) la lampadina si può cambiare; c) l’infelicità si può trasformare rapidamente in felicità.

Francesco Piccolo

Tento di arrivare con lo scooter al semaforo lentamente, così scatta il verde e io non devo fermarmi ma soprattutto non devo mettere il piede a terra.

Rallento, rallento, arrivo davanti a tutti, sono quasi fermo, cerco di tenere ancora un po’ l’equilibrio. Sono fermo. Non ce l’ho fatta. Metto il piede a terra. E, appena metto il piede a terra, scatta il verde.

TartaRugosa

Sull’autobus in un incrocio problematico della mia città.

La durata del semaforo verde consente il passaggio di 4 o 5 auto al massimo da sud verso nord, mentre nella traiettoria est-ovest il tempo è molto più prolungato. Puntualmente quando l’autobus dopo già una certa attesa riparte, guardo speranzosa la luce verde e incito, mentalmente, l’autista: “Dai, forza, dai, accelera che ce la fai!”. Naturalmente scatta subito il giallo. Qualche volta l’autista passa lo stesso, ma di solito no. E io malinconicamente attendo il nuovo verde.

Francesco Piccolo

Quando a casa mi dicono che non posso usare quello shampoo – che significa che è troppo buono per me.

TartaRugosa

A casa nostra invece è il miele. TartaRugoso reclama: “Non capisco perché il miele è solo un tuo diritto” e se ne prende un cucchiaione che a me basterebbe cinque volte.

Francesco Piccolo

Piove. Quando hai finalmente l’ombrello che funziona .. c’è qualcuno accanto a te che ha l’ombrello rotto…. Quindi devi accompagnarlo tu. Per l’intero tragitto continuerete a cambiarvi di posto … continuerete a dire: forse è meglio che lo tengo io; e quando lo tieni tu fai sempre in modo da coprire lui che te stesso, per non essere maleducato. … Alla fine dirà: forse è meglio se lo tengo io. E tu glielo dai e poi cominci a dire: alzalo, abbassalo, spostalo …

TartaRugosa

La stessa identica cosa con TartaRugoso che però a un certo punto si arrabbia,  mi molla, accelera il passo e si bagna tutto.

Francesco Piccolo

Negli alberghi, sei nel bagno, ti fai una doccia … all’improvviso ti ritrovi nel bel mezzo della questione della salvezza del pianeta. … C’è un cartello che ti supplica di resistere, di tenere ancora un giorno gli asciugamani che hai usato, e se lo farai, ci sono buone probabilità di salvare il pianeta. Conservi senz’altro gli asciugamani ancora per un giorno. Ma rimani sconcertato da quanto sia facile – sarebbe stato facile salvarlo, il pianeta.

TartaRugosa

Non vado mai in alberghi di lusso. A ben pensarci non vado quasi mai in albergo. Può però capitare che in occasione di qualche convegno usufruisca di un 4 stelle come forma di compenso per l’attività di relatrice. Il guaio più devastante è che non so mai come aprire la porta della camera (non c’è la chiave)  e accendere la luce (non c’è l’interruttore). Per precauzione porto sempre una piccola pila in viaggio. Quanto agli asciugamani, ne trovo sempre un numero così spropositato che faccio fatica a capire il riuso.

Francesco Piccolo 

Quando dicono che il rimedio omeopatico ti fa prima peggiorare, però dopo piano piano migliori.

TartaRugosa

Infatti quando il sintomo non peggiora mi viene la paura che non guarirò mai.

Francesco Piccolo

Sono un antireazionario. Credo nel progresso e credo che tutto migliori, sempre. …segretamente, so che una cosa non c’è,ma sono anche sicuro che nessuno me lo proporrà mai come argomento di discussione. Il cavatappi. Ne hanno inventati tantissimi … Ogni volta che qualcuno te ne mostra uno nuovo, ti spiega come funziona e sembra una meraviglia del progresso scientifico, Poi lo posiziona sulla bottiglia di vino e funziona e non funziona. … E alla fine, l’unica soluzione è di andare in cucina a cercare il vecchio cavatappi.

TartaRugosa

Immancabilmente alla fiera di Pasqua TartaRugoso scopre sempre un nuovo esemplare di cavatappi da sfoggiare nelle cene estive in giardino. Altrettanto immancabilmente qualcuno degli ospiti incaricato di aprire la bottiglia chiede: “Ma non c’è un cavatappi normale?” E mentre vado a prendere il buon cavatappi con le braccine, getto quello nuovo insieme all’altra ventina di esemplari accumulati negli anni e che non saprò mai come utilizzare.

Due momenti personali di trascurabile infelicità di TartaRugosa

Abito in un condominio dal riscaldamento centralizzato. Non sono quindi io a poter determinare come, quando e se accendere la caldaia. E così ogni anno si ripete lo stesso copione: arriva un’ondata di caldo nel mese di marzo, fuori si boccheggia e tutti dicono: “Non è normale, sembra giugno”. Il termometro dell’appartamento, totalmente esposto al sole, segna 26 gradi. Di notte le finestre restano spalancate.

Poi, a metà aprile, quando il regolamento impone la chiusura del riscaldamento, inevitabilmente arriva l’ondata di aria fredda. Sugli attaccapanni ricompaiono giacconi e maglioncini e il termometro di casa scende a 17 gradi.

L’infelicità forse  più grande è della portinaia che ascolta le lamentele di tutti i condomini cui risponde “Non dipende da me. E’ la legge. Riferitelo all’amministratore”.

Da quando sul mio piccolo balcone è comparso (ad opera di TartaRugoso) un vascone per fare l’orto in città, verso la fine di marzo, speranzosa dei poteri della temperatura mite, metto a dimora 18 piantine di insalata. E’ bello vederle crescere senza interferenze di formiche, lumache e merli. Di solito dopo una quarantina di giorni il vascone è di un verde rigoglioso e florido. E’ veramente una sofferenza procedere all’espianto. Il primo anno dell’esperienza, quasi metà delle insalate è andata “in fiore” perché mi dispiaceva raccoglierle …

TartaRugosa ha letto e scritto di: Ian McEwan (2014) La ballata di Adam Henry, Traduzione di Susanna Basso, Einaudi, Torino

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Ian McEwan (2014)

La ballata di Adam Henry

Traduzione di Susanna Basso

Einaudi, Torino

Un grazie a Nottola per la segnalazione di questo libro.

Ho letto alcune opere di Ian McEwan, ma non conoscevo questa. Condivido il suo dire: “Mi hanno detto che è un libro adatto per chi fa l’assistente sociale”.

La storia del giudice Fiona May, infatti, è intrisa di decisioni difficili da prendere nell’ambito di situazioni di disagio minorile (controversie spesso rese ancora più complicate da questioni etiche e religiose) e che vengono risolte attraverso la seria e rigorosa applicazione della legge “Children Act” del 1989 in difesa del minore.

Nel romanzo la vita privata e la vita professionale della protagonista si intrecciano e mescolano con inaspettati colpi di scena, il che rende ancora più appassionante la partecipazione del lettore alle vicende che si svolgono presso la Sezione Famiglia dell’Alta Corte britannica , là dove confluiscono misere “promesse d’amore abiurate o riscritte … figli moneta di scambio pronta all’uso da parte di madri, vittime di abbandoni economici o affettive … mariti violenti nei confronti di mogli e figli, mogli insincere  e maligne … figli vittime di autentici abusi, sessuali o mentali … seviziati, affamati o percossi a morte, sottoposti a rituali animisti per essere liberati da spiriti malvagi”  tutte situazioni senza speranza cui Fiona, professionista integerrima e coscienziosa, fiduciosa nelle disposizioni del diritto di famiglia, cerca di “restituire ragionevolezza”.

Accade però un fatto: improvvisamente, ecco che dopo “un’intera carriera trascorsa al di sopra della mischia, a consigliare, giudicare, e a commentare con sufficienza, in privato, la perversa assurdità delle coppie in fase di divorzio”, ora è proprio lei ad essere “trascinata sul fondo insieme a tutti gli altri, ad annaspare in quelle acque torbide”.

Dopo 35 anni di matrimonio lei e Jack, una coppia appagata, felicemente affermata sul piano professionale, si trova infatti ad affrontare un grave momento di crisi.

Jack, marito e professore, chiede a Fiona di poter vivere una passionale avventura. Un fatto di sesso, sia chiaro, null’altro visto che “l’amava e l’avrebbe amata sempre, che non c’era una vita diversa da quella che avevano, ma che i suoi bisogni sessuali non soddisfatti gli procuravano grande infelicità, che gli era capitata quell’occasione e che voleva coglierla, non senza informare lei e nella speranza anche di ottenere il suo consenso”.

Un vero fallimento per Fiona, da sempre immersa nelle umane debolezze, disposta a valutare in modo distaccato e neutrale ogni testimonianza, chiamata a redigere sentenze di fronte a decisioni eticamente complesse e, soprattutto, illusoriamente convinta di poter esonerare se stessa e il marito da condizioni simili a quelle passabili di giudizio ogni giorno dell’anno.

Ma chi si nasconde dietro Fiona giudice? Che siano vere le parole di Jack “Non sei stata tu a dirmi una volta che nei matrimoni che durano tanti anni si finisce per sentirsi come fratello e sorella? … Ora sono diventato tuo fratello …”.

Colpisce la fragilità dei pensieri e del comportamento: una donna che per la carriera ha rinunciato alla maternità e, probabilmente, a coltivare con più profondità il proprio rapporto coniugale. “Dopo la laurea, ulteriori esami, l’abilitazione all’esercizio della professione, il praticantato, la fortunata convocazione presso studi legali prestigiosi, qualche successo iniziale nella difesa di alcune cause disperate; quanto era sembrato logico, in tutto ciò, rimandare l’avvio di un bambino a dopo i trent’anni. E quando i trenta arrivarono, ecco presentarsi altri casi complicati e interessanti, altri successi … E si passò ai 35, quando Fiona sfacchinava 14 ore al giorno appassionandosi sempre di più al diritto di famiglia mentre la possibilità di crearsene una propria si allontanava … fino a che quando chiamata dal presidente dell’Alta Corte a prestare giuramento di fedeltà alla Corona, Fiona seppe che i giochi erano fatti, e che lei apparteneva alla legge come certe donne del passato si erano votate spose di Cristo”.

Nel dilaniante tormento causato dall’uscita di casa di Jack, Fiona si immerge nel lavoro senza lasciar apparire nulla della sua vicenda privata.

Ora ha un nuovo caso da seguire: Adam Henry, diciassette anni e nove mesi, affetto da una grave forma di leucemia, è condannato a morire se non riceverà quelle trasfusioni di sangue che il suo credo religioso (Testimoni di Geova) gli vietano. Il caso di vita o di morte deve essere risolto in tempi rapidissimi.

Adam, ragazzo intelligentissimo, musicista e poeta, mostra la sua assoluta convinzione a sospendere le cure, considerato che ricevere sangue da altri equivarrebbe a una insostenibile contaminazione. Le sue parole, dotte e saccenti, arrivano direttamente alle orecchie di Fiona, che ha deciso di incontrarlo all’ospedale e con cui si intrattiene anche oltre al dovuto.

Nonostante la chiara volontà di Adam di non sottostare alle cure, Fiona arriva a una determinazione opposta a quella del ragazzo e dei suoi familiari, così suffragata: “…La sua infanzia è stata un’interrotta e monotona esposizione a una potente visione del mondo dalla quale il ragazzo non può non essere stato condizionato. Non favorirà il suo benessere patire i tormenti di una morte non necessaria e trasformarsi così in un martire della fede. … Il suo benessere trarrà maggiore vantaggio dal suo amore per la poesia, dalla sua passione recente per il violino, dall’esercizio della sua intelligenza vivace e dall’espressione di una natura tenera e scherzosa e infine da tutta la vita e tutto l’amore che ha davanti a sé. … Deve essere protetto dalla sua religione e da se stesso”.

Il giorno stesso della sentenza, Jack torna a casa. Fiona se lo trova lì, seduto in paziente attesa sul pianerottolo, dopo aver scoperto che la chiave della porta d’ingresso è stata cambiata.

Ritroviamo una Fiona tradita e con un rancore non ancora estinto, una Fiona che dopo aver deposto la toga alla fine della sua giornata così trascorre il resto delle ore all’interno del suo “nido” domestico: “Procedevano nelle rispettive routine, svolgendo il proprio lavoro in parti diverse della città e, quando si ritrovavano confinati sotto lo stesso tetto, tendevano a scansarsi con garbo studiato, come ballerini a una festa di campagna. Se le questioni domestiche li costringevano a conversare, facevano a gara a chi era più educato e laconico, evitavano di mangiare insieme, lavoravano in stanze separate, ciascuno deconcentrato dalla cruda consapevolezza radioattiva dell’altro al di là di una parete. L’unico gesto conciliante di Fiona fu quello di consegnargli la chiave nuova”.

E c’è qualcos’altro che è cambiato nella vita di Fiona: la corrispondenza che puntualmente le arriva da un Adam Henry dapprima felice di aver sconfitto la morte grazie alla sua decisione di giudice e in seguito con un umore un po’ altalenante e il desiderio di incontrarla “Avrei tantissime domande da farle …Avrei voluto parlarle per strada, avvicinarmi e bussarle su una spalla …”

Cosa impedisce a Fiona di dare il richiesto riscontro a quelle missive? Forse il ricordo della musica suonata e le parole della poesia cantate con Adam durante quell’unico incontro ospedaliero vanno contro la sua deontologia professionale?

Quale ferita si riapre in un coinvolgimento così profondo nato al capezzale del letto di un ragazzo che spera solo di incontrarla di nuovo?

Perchè è proprio questo che farà Adam. Riuscirà a raggiungerla durante una sua trasferta di lavoro e inondarla con tutte le riflessioni nate dalla vicenda della malattia, nonché ringraziarla per averlo incontrato in quel letto d’ospedale: “La sua visita è stata una delle cose più belle che mi siano mai capitate. .. La religione dei miei genitori era il veleno e lei è stata l’antidoto”.

Ora che è stato strappato alla morte e privato dal fallace sostegno fornitogli dalla fede, Adam è alla ricerca di riferimenti adulti che sappiano accogliere e comprendere le sue agitazioni adolescenziali, la sua passione per la vita e per l’arte, le sue domande sul senso della vita. E lo chiede proprio a Fiona: “Ho una richiesta. Le sembrerà molto stupida, ma non dica subito di no, per favore. Mi prometta che ci penserà, la prego. …. Voglio venire a stare da lei”.

Una richiesta che razionalmente non può essere accettata, ma il cui rifiuto sarà destinato a lasciare un segno profondo.

Non ultimo perchè Fiona, nel congedarsi dal ragazzo, si trova a baciarlo sulle labbra: “Era sua intenzione dargli un bacio sulla guancia, ma mentre lei sollevava un po’ il viso per avvicinarsi al suo, Adam si chinò voltando la testa e le loro labbra si incontrarono. Fiona avrebbe potuto ritirarsi, fare immediatamente un passo indietro. E invece indugiò, disarmata, per un istante. … Se esisteva la possibilità di un bacio casto sulla bocca, di questo si trattò per Fiona. Un tocco fugace, ma qualcosa di più dell’idea di un bacio, qualcosa di più del bacio che una madre potrebbe dare a un figlio cresciuto”.

Ancora irrompe lo scomodo intreccio fra vita privata e vita professionale, dove quel “divino distacco” riconosciutole dai colleghi si sgretola inesorabilmente, scaraventandole addosso il caos confuso dei suoi sentimenti,: “Non era mai stata incline a gesti impulsivi, perciò non si capacitava del suo comportamento. … Per il momento a occuparle i pensieri era soltanto l’orrore di quanto sarebbe potuto accadere, la violazione al tempo stesso indegna e ridicola del’etica professionale. .. Difficile credere che nessuno l’avesse vista e lei potesse abbandonare indenne la scena del crimine … Digitò i due tasti del numero in memoria per chiamare suo marito. In fuga da un bacio, cercava tremebonda riparo nella propria solida reputazione di donna sposata”.

L’allontanamento da Adam lascia il posto a un riavvicinamento lento e ambivalente con Jack.

Quel ricordo del bacio – che nessuno aveva visto – scolora nel tempo, fino all’arrivo di una nuova lettera di Adam contenente i versi di una sua ballata.

E’ facile, forse, a quasi sessant’anni pensare alla giovinezza come a qualcosa di tumultuoso e irruente. Eticamente corretto, forse, il non rispondere perché altrimenti “Adam le avrebbe riscritto, se lo sarebbe di nuovo ritrovato sulla porta e avrebbe dovuto mandarlo via di nuovo”.

I sentimenti hanno un peso diverso nel susseguirsi dei cicli della vita e probabilmente è più conveniente, almeno per Fiona, fingere di pensare che quella ballata fosse un modo per rimproverarla di quello sconsiderato bacio dopo il quale l’aveva caricato su un taxi come fosse una valigia. “Adam Henry avrebbe passato con successo gli esami e si sarebbe iscritto a una buona università. E lei intanto sarebbe sbiadita nei suoi pensieri, per diventare una figura di secondo piano nel procedere della sua educazione sentimentale”.

Jack voleva una storia passionale con una giovane donna, Fiona aveva illuso un giovane uomo. E il conto da pagare è alto.

Ti eri innamorata di lui, Fiona?” le domande di Jack erano sempre estremamente dirette, ma di certo non si aspettava di assistere alla reazione di pianto della moglie che “sempre così composta, si lascia andare a uno sfogo di estremo, assoluto dolore”.

Fiona, nel turbamento dei suoi pensieri, cerca ancora una volta la scappatoia nella fredda razionalità, piuttosto che nel rimpianto di un figlio mai avuto o di una passione cui non si era mai abbandonata: “sull’onda di un impulso tanto forte quanto imperdonabile, lo aveva baciato e poi cacciato via. Prima di scappare a sua volta. Non aveva risposto alle sue lettere. Non aveva decifrato il segnale d’allarme contenuto nella poesia. Quanto si vergognava ora della meschinità con cui aveva temuto per la propria reputazione. La sua violazione dell’etica professionale andava al di là di qualunque comitato disciplinare.. Adam era venuto a cercarla e lei non aveva saputo offrirgli niente al posto della religione … Aveva pensato che le sue responsabilità non andassero oltre le mura dell’aula …”.

Jack ha ripreso il suo posto nel letto a fianco di Fiona.

Le ha detto che sì, certo che l’ama, qualsiasi cosa possa essere successo.

E’ successo che Adam – ormai maggiorenne – di fronte a un secondo attacco di leucemia ha potuto scegliere da solo la via da seguire.

– Credo sia stato un suicidio – … mentre il matrimonio faticosamente ripartiva, Fiona gli spiegò a voce bassa ma ferma la propria vergogna, la passione per la vita di quel ragazzo dolcissimo, e il ruolo che lei aveva avuto nella sua morte.

Kazuo Ishiguro, Non lasciarmi, Einaudi, 2006

TartaRugosa legge e scrive di Kazuo Ishiguro, Non lasciarmi, Einaudi, 2006. Traduzione di P. Novarese

Si può parlare di qualità di un servizio rivolto a persone programmate e create per essere utilizzate come donatori di organi?

Su tale interrogativo il lettore riflette nelle ultime pagine del commovente e tragico libro di Ishiguro “Non lasciarmi”.

Perché è solo nella parte finale del testo che si ricompongono i misteri e le non risposte disseminate nel lungo racconto di Kathy, unica superstite – anche se non è dato di sapere per quanto – di un gruppo di giovani cloni.

Si direbbe di “Non lasciarmi” un bel romanzo di formazione, di crescita, di amicizia, quegli ingredienti, insomma, che appartengono alla storia di bambini, poi ragazzi, infine adulti che trovano una collocazione nel mondo.

Ma non è così.

L’atmosfera di Hailsham è tenebrosa e leggera al tempo stesso.

Si stabiliscono affetti, rapporti, scambi, ma solo in un’area circoscritta, come se l’esterno non esistesse, se non occasionalmente con l’arrivo di grandi scatoloni colmi di oggetti, cui i ragazzi aspireranno per le loro private collezioni.

All’educazione di questi giovani provvede un corpo di insegnanti rigoroso e controllante, di cui qualcuno fatica a raccontare mezze verità.

C’è poi la figura di Madame, austera signorina vestita di grigio, che, periodicamente, arriva per scegliere alcune fra le migliori produzioni artistiche realizzate dai ragazzi, allo scopo di portarle in una sussurrata e forse ipotetica Galleria.

E’ proprio sulla Galleria che i sogni di Kathy e Tommy si frantumano ed emerge la domanda se i cloni hanno un’anima.

Perché chi sa di avere un ciclo di vita a termine dovrebbe aspirare a conoscere chi sono i “possibili”, ovvero gli umani da cui sono stati ricavati?

Perché, adolescenti, possono intraprendere un percorso distinto tra “donatori” e “assistenti”?

Perché c’è spazio per sentimenti quali complicità, intimità, gelosia, amore?

Chi sono i veri abitanti di Hailsham e perché i cloni di altri istituti li guardano con invidia?

Il denominatore comune a questi quesiti che pian piano emergono nel percorrere la storia raccontata da Kathy è quello della qualità della vita e del senso dell’esistenza.

Kathy e Tommy, nelle loro confidenze e nel loro ritrovarsi da adulti grazie all’intervento di Ruth, terza protagonista del racconto, sperano di poter sfidare la loro sorte e di poter ottenere una dilazione di ciò che è stato per loro programmato, se riusciranno a dimostrare che ciò che li unisce è un amore vero e profondo.

E’ qui che si riannodano alcuni dei fili rimasti sospesi lungo la narrazione: se Madame voleva accaparrarsi le opere dei ragazzi, di certo l’intenzione era poter valutare ed interpretare ciò che succedeva nel loro intimo, per poter, infine, giudicare se fosse realmente possibile influenzare il destino …

Ma queste illazioni si rivelano fasulle.

Madame e Miss Emily, la direttrice di Hailsham, sveleranno che queste ipotesi erano solo dicerie.

La Galleria, in realtà, doveva servire a dimostrare che i cloni, adeguatamente istruiti, educati, formati all’arte potevano acquisire una sensibilità diversa da altri simili, ospitati in istituzioni in cui lo stile di vita era di pessime condizioni.

Il godere delle bellezze della vita aiutava a maturare una ricchezza interiore e ad accettare con diversa coscienza l’ineluttabile destino di essere utilizzati come pezzi di ricambio.

Ma in fondo, a chi importa di coltivare un’anima se poi l’uomo può essere davvero considerato oggetto meccanico?

Hailsham chiuderà i battenti.

Amaro, dolce, coinvolgente “Non lasciarmi” sottolinea con inquietante preveggenza quale potrebbe essere lo sviluppo della scienza e quale, di nuovo, il prezzo da pagare per la ricerca umana dell’immortalità.