TartaRugosa ha letto e scritto di: Francesco Ghiaccio, Marco D’Amore (2015), Un posto sicuro, Sperling & Kupfer

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Francesco Ghiaccio, Marco D’Amore (2015),

Un posto sicuro,

Sperling & Kupfer

postosicuro

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La narrazione è un modo di ricordare e di fare memoria, tanto più importante quando l’atto del raccontare va oltre l’accadimento personale e porta alla luce un passato che, sia pure in forme diverse, è più che mai attuale e riguarda l’intera umanità.

La vicenda che si svolge a Casale Monferrato, infatti, è una visione parziale: la lavorazione dell’amianto non è solo un fatto italiano, ora che gran parte della sua produzione si è spostata in Cina, Brasile, Russia, India.

A Casale l’Eternit è sopravissuta fino al 1986 la più grande fabbrica italiana dove hanno trovato occupazione oltre duemila dipendenti, attirati dal posto sicuro, una retribuzione migliore di altre occupazioni  e la speranza di costruire un futuro di benessere.

L’XI° Festival del Cinema di Como, iniziato proprio ieri con questo film del regista Ghiaccio, ha molti pregi, tra cui anche quello di ospitare registi e attori che possono raccontare la nascita della loro opera, le motivazioni, le difficoltà, le aspirazioni.

“Un posto sicuro” non è un film da cassetta e gli ostacoli da superare sono stati molti, ma l’obiettivo di Francesco Ghiaccio e dell’attore Marco D’Amore di porsi davanti a un passato tragico e di maturare la consapevolezza che bisogna opporsi all’oblio è motivo più che sufficiente per lanciare l’invito allo spettatore di acquisire conoscenza su una vicenda dolorosa, sottovalutata e, peggio ancora, rimasta senza giustizia.

Lo strumento scelto va ben al di là della mera accusa sui danni dell’amianto e la lista impressionante di cifre delle vittime che ancora oggi continua.

E’ il racconto di una storia che coinvolge il rapporto spezzato di un padre e un figlio che solo la malattia condurrà al ricongiungimento.

Ma è anche un racconto che mette in evidenza profondi aspetti psicologici: la reazione alla malattia; la revisione del ruolo genitoriale; la progettualità del morente; la rabbia di chi resta; la resilienza come capacità di evolversi positivamente anche di fronte a eventi catastrofici: l’umorismo come elemento determinante per non essere schiacciati dalla depressione; la narrazione emozionale come momento auto terapeutico per superare l’insoddisfazione esistenziale.

Luca, figlio trentenne di Eduardo, da piccolo, esattamente come suo padre, scopre l’amore per la recita e lo coltiva frequentando la scuola di recitazione e aspirando a calcare il palcoscenico. Ma qualcosa non va nei suoi giri in diverse città e si ritrova di nuovo nella città natale  a sbarcare il lunario con impieghi temporanei di animatore di feste “Faccio dei numeri da pagliaccio, delle gag … posso fare imitazioni, posso cantare … sì … tutte le canzoni che vuole” con la solitudine e la delusione in corpo, addolcite da un uso smodato di alcool e una casa in disordine come i suoi pensieri.
Quando un incontro femminile sembra dare sollievo alla sua esistenza, una telefonata notturna lo avvisa del ricovero ospedaliero del padre, figura con cui ha tagliato i rapporti da anni e verso la quale non nutre alcun affetto filiale.

Cionondimeno si presenta in corsia, dove viene avvertito delle condizioni fisiche di Eduardo: mesotelioma avanzato per il quale è ormai sconsigliato l’uso di chemioterapia.

L’incontro fra i due uomini è tutt’altro che semplice: ognuno cova dentro sé rancori, abbandoni e incomprensioni. Eduardo non apprezza le scelte precarie del figlio su cui probabilmente proiettava il suo disegno personale di successo teatrale; Luca rimugina un’adolescenza costellata dall’assenza del padre e dall’infelicità della madre, alla cui morte ha assistito da solo.

L’accorciarsi del tempo che resta e il ritrovamento inizialmente non gradito del figlio innescano in Eduardo profondi cambiamenti: riflettere sulla propria esistenza e sulle mancanze affettive suscitate solo dal desiderio di lavorare e di affermarsi in fabbrica per garantire stabilità e sicurezza alla famiglia “Non sono stato un padre, non sono stato un marito, ho lavorato tutta la vita là dentro e il risultato è che siamo due estranei”; scoprirsi Padre di fronte alle debolezze del figlio e comprendere l’importanza di rappresentare una guida nella costruzione di un progetto possibile “Torna a recitare, eri bravo. Una volta sono venuto a vederti in teatro … Me ne sono andato prima che riaccendessero le luci” “Se tu hai sentito che questo spettacolo è la cosa giusta per te, fallo. Fallo o ti ritroverai un giorno con il rimpianto di non averci provato”; ritrovare l’entusiasmo per la recita e rendersi artefice del recupero della sala parrocchiale in disuso per ripristinare l’antico teatro di paese; utilizzare il ricordo della polvere bianca come simbolo di punto di arrivo di aspirazioni per un futuro solido “C’è stato un periodo in cui eravamo più di duemila operai. Eravamo orgogliosi di lavorare qui, ne andavamo fieri; tutti volevano entrare all’Eternit perché lo stipendio era più alto rispetto a quello delle altre fabbriche, c’era chi si faceva raccomandare o addirittura pagava per essere assunto”; recuperare amici e colleghi per tessere insieme il peso che il ricordo del passato ha gettato sulle loro spalle; sollecitare il compito della testimonianza con tutti i mezzi possibili “Si contavano quasi duemila morti soltanto nella città di Casale. Il calcolo partiva dagli anni Sessanta, quando la notizia aveva cominciato a fare scalpore, ma chissà quanti ne erano morti dalla fondazione della fabbrica nel 1906, senza che il mesotelioma venisse diagnosticato La fabbrica aveva chiuso nell’86, ma ogni anno a Casale si contavano ancora cinquanta, cinquantacinque morti. Un numero che era destinato a crescere sino al 2020 quando, forse, avrebbe iniziato a diminuire. Più di millecinquecento i morti in Italia ogni anno”.

Per Luca il percorso è più difficile e altalenante. C’è la paura di mantenere un rapporto amoroso con Raffaella che più volte caccia via, sdegnando solo apparentemente un’offerta di aiuto; c’è l’incontro misterioso con la fisicità fragile del padre e i gesti della cura nei momenti più critici “Quando Luca fece per abbassare la maglia del pigiama per sistemarla sul ventre, Eduardo allargò le braccia e le poggiò dietro la schiena del figlio, come in un abbraccio. Stettero così per qualche istante, poi Luca si accorse che suo padre lo stava osservando con gli occhi pieni di riconoscenza e amore. Non ricordava di averlo mai visto così. Istintivamente posò la mano sulla testa di Eduardo per sistemargli i capelli. Una carezza che lo rese padre di suo padre”.; c’è il desiderio di dare voce alla sua rabbia inscenando una rappresentazione teatrale di cui però non è del tutto convinto; c’è il timore di aver contratto la stessa malattia del padre mentre un attacco di panico gli taglia il respiro; c’è il dolore del tempo gettato nella smoderatezza; c’è la voglia di rimettersi in gioco dopo la distruzione del materiale raccolto per lo spettacolo; c’è la scoperta che gli altri sono importanti se dai loro ascolto e se sai accogliere le loro vite.

Una storia pesante e leggera che lascia il segno per il messaggio che trasmette, perché il racconto non è solo fiction, ma è realtà vera, sia pure nascosta sotto altri nomi.

Perché Francesco e Marco ci hanno creduto e vogliono tenere vivo il ricordo con ogni mezzo: cinema, teatro e pure libro che nasce subito dopo la realizzazione del film.

Perché nello sforzo del ricordare non entra solo la recriminazione e l’accusa, ma l’avvertimento che si possono fare grandi gesti di educazione positiva al futuro di adulti e di giovani, che forse di questo problema non hanno mai sentito parlare se non in modo superficiale.

Perché è solo entrando nel vivo delle storie che puoi smettere di dire “Non ne sapevo niente” e stupirti delle conseguenze.

Un film e un libro sulla memoria profondamente vitali perché esprimono l’inclinazione dell’errare, il disincanto delle facili certezze e la fatica della riparazione.

Per questo è importante dare loro il necessario credito e farli entrare anche nella nostra individuale memoria.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Marlen Haushofer, LA PARETE, Edizioni E/O, 1^ edizione 1992, Roma, pp. 285, Traduzione dal tedesco di Ingrid Harbeck

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Marlen Haushofer,

LA PARETE,

Edizioni E/O, 1^ edizione 1992, Roma, pp. 285,

Traduzione dal tedesco di Ingrid Harbeck

parete

Quarant’anni, una gita in montagna, la vita che nel giro di poche ore si trasforma.

Un romanzo particolare che ad una prima lettura veloce e un po’ superficiale aveva ostinatamente catturato il mio pensiero sulle origini di quella parete misteriosa che sconvolge il destino della protagonista.

Una seconda lettura, invece, mi ha trascinato nella storia di questa donna di cui non si sa il nome (“Nessuno mi chiama con questo nome, dunque non esiste più”). Solo che è vedova e madre di due figlie.

Pochissime informazioni emergeranno della sua vita precedente a quell’incredibile pomeriggio che l’ha invece costretta, dopo due anni, a scrivere ciò che ha scritto: “Mi sono imposta questo compito per impedirmi di fissare il crepuscolo e di aver paura. Perché ho paura … La sola cosa che conta è scrivere, e non esistendo più altri discorsi, devo tener vivo questo monologo senza fine”.

Quello che invece è chiaro fin da subito è l’entità della tragedia, le cui cause non saranno mai svelate, se non attraverso sporadiche supposizioni assolutamente non verificabili.

Lo sconcertante avvenimento è che dopo la partenza dallo chalet di montagna di Luise, cognata, e Hugo, marito di Luise, per raggiungere il paese ed effettuare ordinarie incombenze, non vi sarà più il loro ritorno.

La protagonista col cane Lince il mattino seguente si incamminano nei pressi e apprendiamo dalla donna: “ …Girai attorno a una catasta di legna che mi ostruiva la vista, e lì trovai il cane seduto che gemeva. Dal muso gli colava della bava rossa … dopo pochi passi urtai con violenza la fronte, e indietreggiai barcollando … Tre volte mi alzai per convincermi che lì., a tre metri di distanza, ci fosse veramente qualcosa di invisibile, freddo, liscio a impedirmi di proseguire il cammino … La parete non era solo invisibile, ma anche infrangibile, data l’incredibile furia con cui i tronchi e le pietre l’avevano colpita”.

Il dilemma sull’origine della parete lascia lentamente spazio ad un’altra questione: costrizione o conquista di una nuova libertà? “Per dieci giorni mi ero stordita di lavoro, ma la parete stava sempre lì, e nessuno era venuto a prendermi. Non mi restava che affrontare finalmente la realtà … E naturalmente potevo restare qui e tentare di sopravvivere … Se oggi ripenso alla donna di prima, quella donna col piccolo mento che si affannava tanto per apparire più giovane, provo poca simpatia per lei”.

Ciò che si vede al di là della parete è solo evocatore di morte. Il mondo si è fermato. Ma dall’altra parte una donna vive e scopre una nuova se stessa grazie “alle piccole eccentricità di Hugo”, la compagnia di un cane, una mucca gravida e una gatta, un sacchetto di fagioli e patate “il tesoro più prezioso per il futuro”.

Come per tutti i processi di trasformazione, però, il costo è alto.

Occorre recuperare capacità sopite, organizzare il presente senza trascurare soluzioni ingegnose per affrontare il futuro, traslare la cura di sé attraverso la responsabilità della cura degli altri pochi essere viventi a lei vicini “ignoro cosa sarebbe successo, se la responsabilità per le mie bestie non mi avesse costretto a sbrigare perlomeno i lavori indispensabili”. Tutti gesti quotidiani essenziali, faticosi, dolorosi.

La natura è dura, aspra, spietata.

Pagina dopo pagina partecipi alla soddisfazione per le conquiste strappate con le unghie e alla disperazione per le perdite non previste, non prevedibili, non evitabili.

“La parete mi ha costretto a iniziare una vita tutta nuova, ma le cose che mi toccano veramente sono rimaste identiche a prima: la nascita, la morte, le stagioni, la crescita e il declino”.

Alcune critiche parlano di questa donna come di un Robinson Crosué al femminile.

Indubbiamente siamo al cospetto di un romanzo centrato sulle potenzialità del femminile, fortemente simbolico e di grande ricchezza psicologica.

La partita rimane aperta “… compresi di non potermene andare … Non potevo fuggire e piantare in asso i miei animali … Qualcosa di radicato nella mia natura mi rendeva impossibile abbandonare ciò che mi era stato affidato”.

La parete così irruente nelle prime pagine del diario, lentamente si dilegua nella narrazione fino ad essere presentata come “una cosa né viva, né morta, in verità non mi riguarda affatto per questo non la sogno”.

Ma tu lettore sai che esiste, così invisibile e così ostile.

Forse è proprio il sapere di quella parete che mi ha lasciato un senso di amarezza. O forse la cornacchia bianca, che tenta di chiudere il testo con un messaggio di speranza.

O forse ancora il sapere che nelle transizioni ci sei sempre immersa: “A volte desidererei non essere gravata dal peso della decisione. … Ma sono un essere umano e posso pensare e agire solo come tale”. Così sia.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Alan Bennett (5^ edizione 2006), La signora nel furgone, Piccola Biblioteca Adelphi, Traduzione di Giulia Arborio Mella

La signora nel furgone - Alan Bennett - copertina

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Alan Bennett (5^ edizione 2006),

La signora nel furgone, Piccola Biblioteca Adelphi,

Traduzione di Giulia Arborio Mella

C’è modo e modo di guardare alla vita. C’è chi si arrovella alla ricerca del senso – sia esso del tempo, dello spazio, del valore che conta, dell’esistere, del trapassare – facendo continuamente i conti col “sistema” cui appartiene.

C’è chi, come ad esempio Miss Shepherd, vive la vita secondo la propria volontà, senza eccessive mediazioni o complicate negoziazioni dettate dai condizionamenti culturali.

Come spesso accade, modificare la prospettiva del punto di vista può alterare o sconvolgere la tradizionale visuale. Può, per esempio, indurre a pensare a nuove formule dei concetti di esistenza, di libertà, di integrazione.

Chi sono? Dove vado? Cosa faccio? Miss S. ha le idee molto chiare su come agire e affrontare i problemi e, con una punta di orgoglio, nonostante le apparenze, non dubita sulle proprie condizioni di privilegio: “Magari mi hanno preso per una vecchia barbona. Lei … era un gradino più su della miseria e riteneva che una delle sue responsabilità nei confronti della società fosse quello di intercedere peri poveretti”.

Nelle scoppiettanti pagine di Bennett, tra le annotazioni diaristiche che l’autore fissa a memoria dell’arrivo del furgone della sessantenne Miss. S. nel suo giardino, emergono uno stile di vita e una percezione della qualità ben più radiose del contemporaneo medio, sempre pronto a rimuginare e a misurarsi con ciò che ancora non possiede.

Conosciamo dunque Miss S. nel suo furgone ridipinto di giallo simile a un impiastro “di uova strapazzate o di crema pasticcera grumosa”. Lei, il problema della sicurezza, l’ha risolto spostando progressivamente il suo furgone dalla strada al giardino di Bennett, appianando anche, con soluzioni fantasiose, l’approvvigionamento di luce e riscaldamento.

E il furgone, di per sé, non è l’unico mezzo di cui dispone. La sua passione per il suo personale tipo di guida le fanno accumulare un discreto “parco-mezzi”: una macchina Mini subito rubata; una Reliant Robin comperata con i risparmi del sussidio; due sedie a rotelle; un passeggino pieghevole; un passeggino pieghevole a due posti.

Miss S. è donna e come tale non del tutto indifferente al guardaroba; la scelta fra gli indumenti proposti dall’assistente sociale è però incentrata sulle reali necessità. Così lei può vantare un discreto assortimento di “gonne telescopiche … spesso allungate più volte, semplicemente cucendo una striscia di stoffa intorno all’orlo, senza particolare attenzione per gli accostamenti” abbinate all’alternanza “di ciabatte di pezza marrone con un paio di décolleté nere”. Più sorprendente e assortita invece l’indimenticabile cappelliera: “un berretto nero da ferroviere con visiera lunga; il berrettino da baseball di Charlie Brown; un cestino di paglia ottagonale assicurato al mento con una sciarpa di chiffon e un pezzetto di cartone per visiera; un pezzo di scatola di cornflakes che le fa da visiera, assicurato da una sciarpa di voile color lavanda; un berretto dell’Afrika Korps preso dall’usato militare; un berretto da golfista; foulards di varie tinte”.

Quanto all’ igiene e alla cosmesi: “quelle bottigliette di whisky? Il Bell’s …non è che lo bevo … lo uso per le frizioni. …la carta igienica …La uso per pulirmi la faccia”. Sì, forse qualche progresso da fare per l’uso del gabinetto, quella “complicata procedura di cui faceva parte il lancio mattutino di sacchetti di plastica fuori dal furgone”.

Ma in fondo ben altro merita considerazione. Per esempio offrire aiuto a Mrs. Tatcher sull’economia “Non vorrei essere pagata, visto che ho il sussidio … Io lo so che cosa ci vuole, è semplicissimo: Giustizia”. E in politica? Fervente anticomunista, Miss. S “nutriva una viscerale avversione per il Mercato Comune … in mancanza di un partito che le fosse del tutto congeniale fondò il proprio, il Fidelis Party”. E per ciò che riguarda il suo rapporto con Dio “E’ uno strano miscuglio di fede tradizionale e pensiero positivo e nonostante i falliti tentativi di prendere il velo – perché “troppo litigiosa”, comunque lei è “assicurata in paradiso”.

Quindici anni passeranno nel giardino di Bennett e arriverà anche il momento in cui Miss S. sente il bisogno di una chiaccherata con i servizi sociali. Con la consueta concretezza comprende che l’età e l’indebolimento della malattia la inducono ad usufruire del centro anziani per almeno un bagno e una visita. “A poco a poco Miss. B. la convince a uscire e a spostarsi sulla sedia a rotelle. I piedi gonfi sono striati di merda, e un brandello di carta igienica aderisce a una caviglia incrostata. … Fa un po’ di storie per controllare che il furgone sia ben chiuso … mentre va via ha intorno come un’aura di signorilità”.

Il ritorno sarà l’ultimo. “Sdraiata fra lenzuola candide poggiate sul cumulo di pattume di cui trabocca il furgono, così verrà trovata il mattino dopo. Morta”.

Le ultime pagine sono dedicate alle riflessioni di Bennett e ai suoi interrogativi sul perché Miss S. avesse deciso di vivere così. E rovistando alla ricerca della busta che Miss S. gli aveva raccomandato “continuai a imbattermi in oggetti che mi facevano pensare che “vivere così” non fosse molto diverso da come vivono tutti”. Che in fondo collocarsi nella curva gaussiana della normalità è solo un concetto statistico e diventa complicato stabilire con esattezza la differenza tra la deviazione standard e la campana centrale.

C’è chi si lascia caricare addosso le sovrastruture addebitando ad esse infelicità ed insoddisfazione. C’è chi, come Miss S. per esempio, non ha avuto bisogno di ideologie per vivere a tutto tondo la sua indipendenza.

Una felice e complementare combinazione con il racconto “Mandami a dire” dell’omonimo testo di Roveredo.

Vai alla scheda del film pubblicata in cinrac.com:

TartaRugosa ha letto e scritto di: Amos Oz (2005), D’un tratto nel folto del bosco, Feltrinelli

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Amos Oz (2005),

D’un tratto nel folto del bosco, Feltrinelli

oz

Triste è essere bambini e poter solo immaginare, attraverso il ricordo degli adulti o illustrazioni appese alle pareti dell’aula della scuola, chi sono gli animali.

E oscuro è il mistero del bosco, in cui, una notte, tutta la fauna vivente scomparve.

La minaccia scende con il buio e ovunque aleggia il presagio che, con l’avanzare delle tenebre, bisogna ben proteggersi nelle proprie case.

Chi sfida il folto del bosco, incauto, ne sarà punito, come è accaduto a Nimi che, dopo la sua prima incursione, ha sostituito la parola con il nitrito.

Si mormora, nel paese, della cupa presenza di Nehi, demone del bosco, unico responsabile della cattura e del rapimento di tutti gli animali, bestie e bestiole che un tempo allietavano le case, i prati, il fiume e il vento del paese.

Realtà o leggenda?

I bambini così crescono, sentendo raccontare e poi negare, poiché, in fondo, il sapore della fiaba incanta o spaventa, ma la realtà è sempre un’altra cosa.

E chi si ostina a rievocare troppo o a diffondere una descrizione troppo minuziosa di un animale o di un verso o di un’orma, viene zittito e guardato con sospetto.

Ma nelle storie c’è sempre qualcuno che sfida la congiura del silenzio.

Così Mati e Maya vogliono indagare, guardando in faccia la propria paura, ma ugualmente pronti a carpire il segreto del bosco.

In un avventuroso viaggio verso la conquista dell’ignoto, rincontrano Nimi e, sorpresa!, ha ripreso a parlare. O meglio, non aveva mai smesso. Piuttosto il suo “nitrillo” corrispondeva ad una scelta di rottura verso chi lo canzonava e lo offendeva solo perché affermava di sentire i suoni degli animali.

Il cammino prosegue sempre più intricato e tortuoso, a ridosso del fiume.

Mati, il ragazzo, vorrebbe tornare indietro, ma Maya è ostinata e decisa.

Si va avanti.

E in un giorno che non lascia incedere la notte, avviene l’incontro con Nehi, il demone del bosco.

Dal suo racconto, Mati e Maya apprendono la “sua” verità, così simile a quella di Nimi.

Anche Nehi, da piccolo, aveva appreso e sviluppato il linguaggio degli animali: il cagnesco, il micioliano, l’equese, il mucchese, il moschese … e gli adulti lo guardavano con sospetto ed imbarazzo. Persino i genitori non avevano ostacolato il suo vagabondare nel bosco, finchè Nehi aveva deciso che quella sarebbe stata la sua nuova dimora. E gli animali … avevano compiuto la stessa scelta, stabilendosi con lui.

E questa potrebbe essere la storia.

Una separazione, un distacco dai propri simili poiché percepiti come ottusi, malevoli, insensibili. L’adozione di uno stile di vita più aereo, pacifico, sereno, di un contatto primordiale con la natura, ed il suo addestramento a non essere più crudele e nefasta.

Ma l’autore è Amos Oz.

Come nel romanzo Una storia d’amore e di tenebra, ritorna ancora una volta l’appassionata e disperata ricerca di ritrovare uno spazio di dialogo.

Nella storia D’un tratto nel folto del bosco la metafora che traspare è daccapo la frattura tra il popolo israeliano e palestinese e il desiderio di lanciare una traiettoria di riavvicinamento, unito alla paura del rinnovo del tormento, dell’ostilità e dell’incomprensione.

Per questo quando Mati e Maya interrogano Nehi prospettandogli la gioia, per il loro paese, di riappropriarsi di ciò che hanno perduto grazie ad un suo ritorno, Nehi non potrà che invocare: “Parlate loro. Parlate a quelli che offendono e anche a quelli che tormentano e a quelli che sono contenti di far del male agli altri. Parlate, voi due, a chiunque sia disposto ad ascoltare. Cercate di parlare persino a quelli che prendono in giro voi, che non vi degnano che del loro disprezzo. Nan badateci, continuate a tentare di parlare”.

E il meditabondo rientro verso casa di Mati e Maya, il continuo incalzare del nome di tutti coloro che dovranno essere informati, il timore di essere beffeggiati e comunque la reciproca promessa di riuscire a dialogare, concludono con la parola “Domani” la speranza di intravedere un possibile disegno di unione.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Alice Munro (2001). The bear came over the mountain. tratto da: Nemico, amico, amante …, Einaudi Traduzione di Susanna Basso

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Alice Munro (2001).
The bear came over the mountain.
tratto da: Nemico, amico, amante
, Einaudi

Traduzione di Susanna Basso

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Questa è una storia di memoria. Una memoria particolare.

Una memoria che appartiene a un tempo senza orologio, dove passato e futuro non offrono più la continuità temporale lungo la quale è possibile conservare un ordine esistenziale. E allora può succedere che in questo caos frammentato, senza il ricordo di ciò che è stato e l’incapacità di immaginare ciò che sarà, chi si muove brancola alla ricerca di un significato al proprio esistere.

Questa è una storia che si condensa nella unica, volubile memoria del presente, la sola memoria valida per chi imbocca il percorso del deterioramento cognitivo.

Lagoverde è il nuovo teatro dell’azione, dopo che la casa di Fiona si è trasformata, ai suoi sensi, in un luogo astratto e privo di riferimenti certi e sicuri.

L’ingresso nella “costruzione spaziosa con i soffitti a volta, dall’aria eternamente profumata di un vago aroma di pino” esige un’insindacabile regola: “I nuovi residenti non devono ricevere visite per i primi trenta giorni … il minimo necessario per ambientarsi”. Un sacrificio richiesto per evitare la sofferenza dei ripensamenti, dei rientri a casa e dei rinnovi delle procedure di inserimento, quando nuovamente la permanenza al domicilio diventa impossibile.

Che cos’è un mese se non un tempo diviso, frazionato in settimane, giorni, ore, minuti?

Che cos’è un mese per Fiona se non un tempo infinito, costituito dall’attimo testé percepito, che non si aggancia alla nostalgia dell’ieri e alla speranza del domani e che incunea solo il presente nella memoria effimera di ciò che si offre allo sguardo?

Nel campo visivo di Fiona appare Aubrey, il nuovo oggetto d’amore che non le richiede la storia di cinquant’anni vissuti con Grant per assumere la significazione di un sentimento forte, passionale, complice e protettivo.

Aubrey è lì, a Lagoverde, e vive accanto a Fiona nel presente che accade, motivo più che sufficiente per determinare quella tensione affettiva cui Fiona ha sempre aderito. Con Grant. Quello stesso Grant che ora, nel suo irrimediabile presente assume le sembianze “di un visitatore assiduo con un interesse particolare alla sua persona. O forse addirittura come una seccatura a cui, in base alle sue vecchie regole di cortesia, occorreva evitare che si accorgesse di esserlo”.

Grant rimane uno spettatore cui è vietato “pretendere di sapere da lei se lo riconoscesse come il marito di quasi cinquant’anni vissuti insieme”.

Così è il tempo a Lagoverde.

Dapprima scambiato per un nuovo arrivato nella piccola comunità, Grant potrebbe rivestire il ruolo di uno che conta, qualcuno che potrebbe intervenire in modo risolutivo affinchè Aubrey non se ne vada da Lagoverde.

Perchè Aubrey è marito di Marian e il suo soggiorno nella casa di cura è provvisorio in quanto Marian desidera condividere con lui la propria esistenza nonostante la malattia, non foss’altro per le insufficienti condizioni economiche, piuttosto che per un sincero sentimento amoroso.

E arriva il giorno della partenza di Aubrey.

Il presente si spezza. Quella memoria senza connessioni e senza progetti si incrina.

Fiona vive la nuova solitudine senza riuscire a farla abitare in un tempo ragionato. In quella sequenza di attimi che accadono non vede più Aubrey.

“Grant non ebbe fortuna. Fiona sembrava aver sviluppato un’antipatia nei suoi confronti, anche se si sforzava di mascherarla. Forse ogni volta che lo vedeva, le tornavano in mente gli ultimi minuti con Aubrey, quando gli aveva chiesto aiuto e lui non gliel’aveva dato”.

Quanto è misurabile l’intensità di un sentimento se l’Altro verso cui è diretto non possiede più gli strumenti per accoglierlo e corrisponderlo?

Grant non è stato un marito probo e fedele. Incline alle tentazioni, più volte ha ceduto ad ammiccanti inviti, consumati senza particolare convinzione e facilmente sgomberati dal cassetto dei ricordi. Ma poi “finito il periodo delle scappatelle nevrotiche … una vita nuova era una vita nuova”.

Com’è possibile dimostrare il proprio amore se l’Altro è lontano dal tempo e dallo spazio della traiettoria della vita?

Grant non vuole assistere alla dirompente sofferenza di Fiona e chiede a Marian di ipotizzare un ricovero definitivo anche per Aubrey.

E ora sul palcoscenico quattro personaggi ricercano un senso: Fiona e Aubrey sono ricettori passivi del qui e ora che transita in loro prossimità. Grant e Marian sfiorano, ognuno a modo suo, l’idea di un appuntamento possibile fra due persone più o meno sole.

Ma che cos’è una memoria che è vittima di un tempo senza orologio?

“Le cose cambiano di giorno in giorno e non ci si può fare niente. Capirà come funziona quando incomincerà a venire regolarmente. Imparerà a non prendersela. A vivere alla giornata” aveva commentato l’infermiera Kristy a Grant, quando, allo scadere del mese iniziale, aveva trovato avviata la nuova relazione tra la moglie e Aubrey.

“Un bel giorno ti senti salutare … così all’improvviso, sono completamente normali. Ma non dura molto. Non fai in tempo a dirti, però, è guarito, che gli va via la testa di nuovo. Di colpo”.

E ora che Grant vuol restituire Aubrey a Fiona, le lancette dell’orologio momentaneamente riprendono il loro cammino, riportando la memoria di Fiona in una consapevolezza che probabilmente durerà un lampo. Quel balenio di tempo sufficiente a ritrovare e partecipare un legame eterno, indifferente alla malattia che cancella la propria identità.

Di Sarah Polley, sugli schermi, il film Lontano da lei, con Fiona interpretata da Julie Christie.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Cormac McCarthy (2007), La strada, Einaudi Traduzione di Martina Testa

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Cormac McCarthy (2007)

La strada, Einaudi

Traduzione di Martina Testa

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Questo è un libro duro e spietato.

Solo grazie alla magistrale penna di McCarthy è possibile addentrarsi nel gorgo dell’apocalisse senza farsi troppo male.

Non c’è un “prima” che introduce allo scenario.

Si è subito immersi in una spettrale massa di cenere, di grigio. E fa sempre freddo, tanto freddo. Non esiste la luce. Anche quella del giorno è bianca, opaca, così come il colore del mare non è blu.

Qualsiasi rappresentazione umana sull’ipotesi di una catastrofe universale trova appagamento in queste 218 pagine costruite sulla maledizione di essere vivi.

Un uomo e un bambino catalizzano la trama della sopravvivenza. Una pistola sempre a portata di mano, solo una volta servita ad abbattere il nemico. L’ultimo proiettile potrebbe essere solo per difendere la propria dignità di essere umano ed evitare di soccombere per mano altrui: “Se ti trovano lo devi fare. Hai capito? Shh. Non piangere. Mi ascolti? Lo sai come si fa. Te la metti in bocca e la punti in su. Veloce e deciso. Hai capito?”

Un uomo, suo figlio e un simbolo di una modernità smarrita: un carrello del supermercato. Una residualità macabra da spingere lungo chilometri e chilometri di strade e sentieri alla ricerca del Sud.

Nella tragicità del faticoso percorso riemergono, quasi per caso, spezzoni di ricordi che allargano la conoscenza di quel padre e del di lui figlio. Una madre ha partorito poco dopo che tutto era successo e non ha resistito al poter verificare quel che sarebbe stato il seguito. E un padre che invece resiste per far portare il fuoco a quel bimbo, che vediamo lentamente maturare, sino ad assumere, se non sostituire, le responsabilità paterne. “Non tocca a te preoccuparti di tutto. Il bambino disse qualcosa che l’uomo non capì. Cosa?, disse. Il bambino alzò gli occhi, il viso sporco e bagnato. Sì, invece, disse. Tocca a me”.

Terra arida, ceneri di un mondo defunto che non esiste più, salvo funeree apparizioni di luoghi un tempo abitati, devastati e derubati da qualsiasi cosa utile alla sopravvivenza.

Anche in questo nuovo domani però, poche ma inquietanti persone fanno la loro comparsa, confermando l’eterna spartizione degli opposti. I buoni e i cattivi.

Lo spartiacque è la fame. Orribile. La frenetica caccia al commestibile, sempre più raro a trovarsi.

E per alcuni l’unica opportunità è l’altro che incrocia sul suo cammino.

Il bambino emaciato e consunto non appartiene a questa categoria. Ne è terrorizzato e sa che non ha più senso fingere di non vedere e non capire.

La pietà ha sempre su di lui il sopravvento: non si strappa di dosso la fame, ma nemmeno la visione di chi si trascina allo stremo.

Poche le righe di felicità alla scoperta di un segreto deposito dove giacciono “casse su casse di cibo in scatola. … Cos’è tutta questa roba, papà? E’ roba da mangiare”.

Ma poi occorre ripartire. Di nuovo il buio, il gelo, la pioggia, la cenere.

Padre, figlio e la desolazione.

Arriva il momento di congedarsi. L’estremo addio e l’impegno di portare il fuoco.

Potrebbe essere questa la fine della storia.

Ma la vita è più forte della morte.

McCarthy ci regala una briciola di illusione in un nuovo incontro.

“Come faccio a sapere che sei uno dei buoni? Non puoi. Devi fidarti. … Tu porti il fuoco? …Sì, portiamo il fuoco. Ci sono anche dei bambini? Sì. Anche un maschio? Abbiamo un maschio e una femmina… E non ve li siete mangiati. No. … Posso venire con voi? Sì che puoi. Allora OK. OK”.

Nel mistero di una cosa che non si può più rimettere a posto, la timida speranza di qualcosa che si può ancora fare.

Da leggere sull’onda delle vibranti note del Requiem di Mozart.

  • Su questo libro, in evidente sincronicità, ha scritto anche Prisma

Magda Szabò (2005), LA PORTA, Einaudi, Traduzione di Bruno Ventavoli

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Magda Szabò (2005)

LA PORTA, Einaudi

Traduzione di Bruno Ventavoli

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Sarà che il vocabolo “porta” mi richiama il ricordo di un minaccioso Barbablù dell’infanzia e, da quei tempi lontani, un uscio chiuso, ovunque sia situato, mi impone l’indugio e la trepidazione. Sarà che le vecchie e amate porte monumentali con i loro intarsi, pomelli o batacchi dorati mi hanno sempre fatto immaginare scenari vietati e impenetrabili.

Di certo, fotografia e titolo del romanzo apparso un giorno sul comodino mi hanno dato subito da intendere che non sarebbe stata una lettura facile.

Sicuramente non  per lo stile o per la trama, entrambi snodati e incalzanti.

La storia di Emerenc è una storia strettamente allacciata a quella che Hillman definisce “la forza del carattere” , lo straordinario tratto che esalta ciò che in ognuno di noi è unico, irriducibile, singolare, strano.

Quando avviene che nel destino della vita due caratteri debbano incrociarsi e scontrarsi per bagaglio biografico, culturale e valoriale antitetico, può accadere che le direzioni degli individuali percorsi prendano le necessarie distanze. Oppure può capitare che la relazione cerchi, sia pur disperatamente, uno spiraglio dove incunearsi per scoprire il mistero dell’altro.

E’ così che mi piace leggere il simbolo della porta della casa di Emerenc che ci accompagna con un esplicito quanto non patteggiabile messaggio:non voglio essere aperta.

Che cosa ci sia al di là del battente sprangato, nessuno riesce ad immaginarlo. Esattamente come la storia di Emerenc, donna infaticabile, vigorosa, di un’energia senza fine nonostante la non giovane età. Quasi rocciosa, aguzza, pronta a scalfire la pelle e a provocare tagli quando il contatto dell’altro diventa più duraturo.

In questa storia di costruzione di un rapporto interindividuale c’è un altro.

Anzi, un’altra: Magda. Non di secondaria importanza inoltre il marito e il cane di Magda. Due forme viventi che si prestano a diventare importanti mezzi transizionali per avvicinare le due donne nei momenti in cui tutto, di nuovo, sembra definitivamente inconciliabile.

Perché è questo che costantemente avviene. Le piccole conquiste comunicative, le conoscenze di indizi che illuminano gli strani comportamenti di Emerenc, i tentativi di abbandono ad un affetto che litiga con le ferite profonde di una storia tragica e violenta si susseguono con un’oscillazione perpetua tra amore incondizionato e repentina riappropriazione di ciò che è stato concesso.

Ad ogni riconciliazione, però, la distanza si abbrevia.

Nel diario di Magda il lettore riesce ad assemblare il passato di Emerenc e si fa catturare dal suo carattere così indisponente e, al tempo stesso, generoso.Si entra talmente a fondo nella conoscenza delle due protagoniste che si soffre per i continui errori commessi da entrambe le parti per l’incapacità di dire all’altro “ti voglio bene, sei importante per me”.

Ti accorgi dell’identificazione e della partecipazione cui non puoi sottrarti – solo perché lettore – quando arriva il momento della malattia di Emerenc.

Sei agli ultimi capitoli del romanzo. I più struggenti. Ora sei al di là della porta.

Ti rendi conto che talvolta una porta chiusa non è una forma di riservatezza solo per chi dietro si difende. Sei tu stesso a sentirti nudo al cospetto dell’intimità dell’altro.Vorresti allora che quel varco aperto con la forza si rimarginasse e ripristinasse quella barriera fiduciosa e rispettosa dei tesori accumulati durante i giorni, i mesi, gli anni. Quegli oggetti così assurdi agli occhi degli altri, ma così densi di significato e valore per chi, con caparbietà, li ha stipati nel ripostiglio dell’anima e li ha sigillati con sicure mandate.

Vorresti dire a Magda “Dov’eri, Perché non ti trovavi lì dove dovevi essere, Quanto è sincero il tuo amore, Perché non capisci il tuo tradimento, Perché continui a mentire?”.

Non ti capaciti di quante bugie dovranno ancora essere mormorate per non avere il coraggio di confessare a Emerenc l’accaduto. Che, illusa, si mette di impegno per recuperare le forze, per guarire, per poter ritornare in quel luogo che crede esistere tuttora, ben protetto dalla sua porta.

Ma, già lo sai, niente più tornerà come prima. Così  come accade quando rivedi un film per la seconda volta e, pur conoscendone la sconsolata fine, speri che magicamente succeda un evento nuovo che capovolga la situazione.

La tanto desiderata verità arriva come una mannaia.

“Se mi avesse lasciata morire, come avevo deciso di fare quando mi sono resa conto che non sarei più stata in grado di affrontare un vero lavoro, avrei vegliato su di lei anche dalla tomba, ma ora non la sopporto più accanto a me. Vada via.”

Il rimorso di Magda è ora più comprensibile. Ce lo aveva confessato in apertura della storia: “Una sola volta nella mia vita … una porta si spalancò davanti a me, la porta di una persona che voleva difendere a ogni costo la propria solitudine e la propria misera impotenza, che non avrebbe mai aperto nemmeno se le fosse crollato addosso il tetto in fiamme. Solo io avevo il potere di vincere quella serratura: la donna che girò la chiave aveva più fede in me che in Dio, e io stessa, in quell’istante fatale, credetti di essere saggia, riflessiva, buona, razionale, come Dio. Ci sbagliammo entrambe, lei che si fidò di me, io che confidai troppo in me stessa. Ma ormai poco importa, perché ciò che è accaduto non si può rimediare”.

Una bruciante vicenda umana da leggere e ponderare, poiché nessuno di noi è esente dallo sperimentare sentimenti forti e, tanto meno, dal reggere la fatica di cedere un pezzo di sé per fare posto alla diversità dell’altro.

Pino Roveredo, Mandami a dire, Bompiani, 2005

TartaRugosa legge e scrive di:

Pino Roveredo (2005), Mandami a dire, Bompiani, Introduzione di Claudio Magris

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Ci sono tanti modi di dire la solitudine, l’indifferenza, lo sfruttamento, la violenza, l’emarginazione … Lo sappiamo dagli strilli dei titoli dei giornali, dalla retorica dei benpensanti, dal distacco delle analisi sociologiche, dall’enfasi delle interpretazioni psicologiche.
Roveredo, con “Mandami a dire”, ha scelto la forma più immediata, più diretta, più vera: la diversità come la terrificante normalità che non puoi scrollarti di dosso.

Nei suoi brevi quattordici racconti non c’è alcuno spazio per critiche o condanne ed è stupefacente il segno del graffio che ti rimane dopo aver incorporato quelle storie contrassegnate da una pacata rassegnazione, da una struggente accettazione dello svolgimento di un filo che non può appartenere ad un’altra matassa, perché altrimenti non si tratterebbe più della tua esistenza.

E se ogni storia è amara amara, perché ti senti così attratto dalla poetica crudezza di ciò che anche volendo non puoi certo definire “la rivincita degli sconfitti”?

Forse perché è come scrutare l’erba d’inverno dalla parte delle radici, dove sotto un’illusoria aridità si nasconde un invisibile fermento vitale che spinge contro la dura crostra di terra, reclamandone la legittima porzione di proprietà.

Ed ecco alcuni tenui fili che bucano il suolo:

Il sordomuto non può “mandare a dire” le cose più care. Le deve dimostrare. E allora l’Abbraccio abbraccia, il Bacio bacia, la Carezza accarezza. E poi c’è la fortuna del sesto senso, quella magica compensazione insegnata ai proprietari di una dimenticanza.

Il malato psichico ex degente manicomiale grida la paura atroce di chi è diventato prigioniero della libertà e ne è rimasto sopraffatto, sacrificandole la vita. Ricorda la storia di un amore sbocciato tra i cancelli chiusi e smarrito alla loro riapertura. Quell’amore faceva battere il cuore quando si era rinchiusi, ma ora nel fuori di un mondo che non ti appartiene, che non possiede amore, come fai a trovare la donna che ha voluto in regalo l’effimero fiore bianco di dicembre, cristallo di ghiaccio sciolto al primo contatto col calore e al cocente dolore delle botte ricevute per l’uscita non programmata?Resta ogni giorno il tentativo di digitare un numero di telefono a caso, per sfidare la legge delle probabilità e finalmente riudire la voce desiderata.

Anselmo ha raggiunto in quarantatre anni il record della produttività ad una catena di montaggio. Alienazione della fabbrica? No, tutt’altro. Per Anselmo il cartellino del timbro è l’accesso benefico ad una quotidiana seduta di cromoterapia. Là, al reparto Coperchi, ai suoi barattoli di vernice Anselmo parla e racconta di sé e del mondo a seconda del colore del giorno. Sono loro, i barattoli, gli amici fidati che non lo tradiscono mai. Gli unici amici pronti a colorare anche il momento del congedo finale.

Martino, l’eterno ultimo nelle corse ciclistiche, riconosce l’orientamento della strada osservando il movimento dei culi che lo precedono. Accade però che un dileggio, uno sfottò dei colleghi rintuzzino un orgoglio sopito che lo porta ad un passo dal traguardo, ma non alla tanto agognata vittoria. Martino perde il lavoro, ma nel letto d’ospedale sogna il ritorno al paese e l’avvenire di suo figlio.

Nini è di nuovo in punizione in un buio sgabuzzino e aspetta le busse del padre al suo ritorno serale. E intanto sogna un mondo di luce, senza sgabuzzini e tanti prati verdi dove correre con i bambini che sbagliano. Non sa, Nini, che dietro questi prati si annida il suo stesso futuro di padre violento. Così è la storia del maltrattato: ripetere lo stesso copione con chi gli succederà.

Il tredicenne aiuto dell’aiuto manovale. Una forza giovane e che costa poco. L’importante è resistere, non contare le dieci ore di lavoro, non contare le cinquantadue buche che le ruote della corriera incontrano lungo il percorso, non contare le urla che scendono nella scala gerarchica fino a lui, ultimo della fila, non contare le buste che passano dalla mani del padrone a quello dell’ispettore di controllo.

Basta resistere, senza contare le volte in cui le vertigini hanno fatto sognare le cinture di sicurezza.

Ma come si può resistere mentre si cade dal quarto piano?

In “Mandami a dire” altre vicende umane si succedono: una coppia adattata alla propria infelicità viene trasformata in mostro da prima pagina; i sogni che bussano alla porta di chi vuole andare lontano e non torna più; le illusioni e le disillusioni degli eterni giovani che inseguono all’indietro lo scorrere degli anni; una telefonata che annuncia la morte di un figlio.

E poi altri ancora … Graffiti memorabili, come li ricorda Magris nella sua magistrale introduzione. 14 piccoli capolavori da non perdere. Per leggere, per meditare, per farsene impossessare.

P.S. Devo a Prisma la mia gratitudine per evermi fatto conoscere Pino Roveredo, in questa sua segnalazione diUna carezza genitore

José Saramago, Cecità (traduzione di Rita Desti), Einaudi, 1995 | TartaRugosa

TartaRugosa legge e scrive di:

José Saramago, Cecità, (traduzione di Rita Desti),  Einaudi, 1995
L’infinito reticolo associativo che il nostro cervello può assemblare mi ha sempre affascinata.

Da una parola, un’idea, un pensiero possono srotolarsi miriadi di percorsi che, talvolta, ci conducono in luoghi ben diversi da quelli prefigurati.

E chissà quale sentiero partendo dall’ascolto degli eventi affioranti dal rumore del vivere – esplosioni di carne umana, sventramento di ambasciate, chiese, autobus e mercati, crollo di torri, sterminio di polli e di tacchini, scuoiamento di cani cinesi, infanticidi, stupri e ancora ancora ancora – mi ha invitato a re-incontrare la lettura di Cecità.

Ché pure già il titolo stimola all’evocazione della tenebra, del buio, dell’oscuro.

E invece no.

Saramago sceglie l’espediente del mal bianco, di una totale immersione in un mare di latte che pure ti impedisce di vedere, rendendoti cieco.

Dicevo appunto, chissà la mente dove ha scavato per farmi ritornare a questo libro: una sfida da non trascurare.

Succede, senza un motivo apparente, che un giorno, imbottigliato nel traffico, alla guida della sua auto, un uomo improvvisamente non vede più. Seguono, nell’ordine e in breve tempo, il tale che lo riaccompagna a casa – che si rivelerà ladro dell’auto delle cui chiavi è rimasto in possesso -, l’oculista, una prostituta, paziente dell’oculista, e poi via via il taxista, il ragazzo strabico, la moglie della prima vittima, la cameriera dell’albergo, tutte persone che di fatto, per qualche motivo, hanno visto intersecati i loro cammini.

E’ il contagio di qualcosa di cui non si conosce la causa, ma che, esponenzialmente, produce effetti sempre più devastanti.

Ovviamente, per motivi di sicurezza, si decide di scegliere un luogo per la messa in quarantena dei primi casi accertati: sarà un caso che quello ritenuto più adatto sia un vecchio manicomio dismesso?

Da qui inizia la diretta di un raccapricciante reality show: ogni giorno il numero degli internati aumenta, una voce metallica scandisce le 15 regole di convivenza cui attenersi per una totale autogestione, giacché per evitare la propagazione del mal bianco, nessuno dall’esterno potrà avvicinare i già contagiati e coloro che, potenzialmente,  hanno avuto occasione di contatto.

Di rilievo: una sola donna, la moglie dell’oculista, finge la cecità, ma ne è preservata e lungo tutta la storia la vedremo impegnata in una costante e volutamente occultata funzione di cura e di guida.

Per il resto, le pagine incalzanti, sostenute dallo stile narrativo di Saramago (punteggiatura scarna ed essenziale, l’uso della virgola come pausa di sospensione e il tutto-di-seguito con l’unico accorgimento della lettera maiuscola per sottolineare l’alternanza dei vari protagonisti) trasudano di miserie e abomini umani, immaginabili solo perché la vita ci insegna di che cosa può essere capace l’essere vivente.

E come in un funesto presagio fantascientifico, il dilagare dell’epidemia causerà l’arresto di tutto ciò che oggi definiamo modernità.

Senza più luce, acqua, impianti di gas, riscaldamento, … piano piano anche gli internati sopravvissuti si scoprono liberi, anche se la libertà acquisita è la memoria di che cosa là dentro è accaduto e l’inoltrarsi lungo strade mefitiche, putride, dove masse di uomini e donne ciechi errano brancolanti, calpestando i propri escrementi alla ricerca di cibo e, come nomadi forzati, occupano non più la propria casa, che non saprebbero più ritrovare data la loro condizione, bensì ogni spazio che trovano libero.

Una breve parentesi di serenità è offerta dal radunarsi del piccolo gruppo iniziatico nell’abitazione della coppia oculista/moglie vedente, ma anche in questo caso, che pure lascia spazio all’amore e alla forza dell’unione, non v’è risparmio dello scempio e dell’orrore che tutt’intorno accade.

La tensione della lettura cresce, pagina dopo pagina, in spettrali scenari dove non riesci a distinguere la visione dalla fantasia, poiché in molti rappresentazioni figurate ci rispecchi la realtà che tu stesso potresti vivere e che, anzi, in parti altre del mondo sono vissute.

Eccolo, infine, il bandolo associativo che mi ha riaccostato a Saramago.

Nelle ultime cinque pagine l’annuncio del passaggio dal mal bianco alla riacquisizione della vista, esplode titubante, quasi con incredulità nel poter dire Vedo così come precedentemente era stato detto Sono cieco.

Dentro la casa, fuori le strade. Ovunque è tripudio.

Ma lei, l’unica ad essere stata risparmiata dalla cecità, interroga e risponde al marito:

“… Perché siamo diventati ciechi, Non lo so, forse un giorno si arriverà a conoscerne la ragione, Vuoi che ti dica cosa penso, Parla, Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono.”

TartaRugosa ha letto e scritto di: Barbara Berckhan (2015), Piccolo manuale per persone vulnerabili, Urrà Feltrinelli, Traduzione di Cristina Malimpensa

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Barbara Berckhan (2015)

Piccolo manuale per persone vulnerabili, Urrà Feltrinelli

Traduzione di Cristina Malimpensa

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L’autrice, tedesca, cinquasettenne come me, psicologa e pedagoga, è stata definita in Germania la “Signora della comunicazione”.

Come restare quindi insensibili al libricino apparso sulla mia scrivania che promette di costruirsi una corazza personale e non perdere la serenità?

Le tartarughe di corazze se ne intendono … ma in questo caso la metafora che personalmente considero più congeniale è quella dell’ombrello: lo porti con te, non è detto che ti serva, ma se inizia a piovere lo apri e ti ripara.

Un’ottantina di pagine piacevolissime, veloci da leggere e al tempo stesso infinite, se ti proponi di seguire meticolosamente gli esercizi che vengono proposti per fabbricare una corazza sempre disponibile.

Alcune parole-chiave importanti: “Critico interiore”, “Lagnoso interiore”, “Setaccio”, “Distacco”, “Taglio”.

Le istruzioni per preparare la corazza (non obbligatoria, ma da tenere pronta all’uso se ci si sente sull’orlo di un attacco o se se ne è già in balia) prendono il via dall’utilizzo del setaccio che, come noto, è l’utensile che separa ciò che deve essere trattenuto da ciò che invece è pura zavorra.

Partendo dal presupposto che ogni individuo si imbatte in eventi gradevoli (di cui gioisce) e in altri che tali non possono essere definiti (di cui soffre), lo strumento del setaccio e la sua applicazione diventano passi indispensabili per filtrare “quanto per voi utile e positivo e non quanto vi disturba e infastidisce”.

La formula vincente è: “Lasciate andare quello che non volete. Non cedetegli tutte le vostre energie”.

Siccome l’azione non è meramente meccanica e, purtroppo, quando ci si sente stressati è piuttosto complesso saper scindere le proprie emozioni, la domanda che arriva in soccorso è: “Qual è l’aspetto positivo di questa situazione?”. Attenzione. Non vale la risposta “Nessuno”.

Infatti obbligarsi a dirigere la propria attenzione sulla ricerca della positività, innesca un processo cognitivo di focalizzazione sull’aspetto problematico che approda a una scoperta interessante, ovvero che la negatività non coincide mai con il 100%.

Inoltre, e questo è l’aspetto rilevante, anche la positività più minuscola si potenzia, quando viene valorizzata o, come dice l’autrice: “Chiedendovi quale sia l’aspetto positivo di quel contesto vi farà acquistare maggior stabilità. Vi concentrate più su quanto vi dà forza che su quanto ve la sottrae”.

Ma c’è un altro passaggio su cui soffermare la propria riflessione quando si attraversa uno stato di crisi: imparare a identificare quella malefica copia tuttofare che alberga nella nostra psiche e che non perde occasione per destabilizzarci e gettarci nel malumore.

Si tratta dei già citati “Critico interiore” e “Lagnoso interiore”

Il critico interiore emette giudizi negativi su di noi. Si tratta di commenti con i quali ci facciamo del male, ci insultiamo o ci svalutiamo. Se prendiamo sul serio tali pensieri, feriamo noi stessi e, di conseguenza, ci sentiamo a terra. … Dopo che il critico interiore ha emesso il suo giudizio, la nostra autostima non esiste più.

Funziona così: più forte è il critico interiore, più debole è la fiducia in noi stessi.”

La strategia di difesa non è così complicata. Una volta stanato il critico interiore, bisogna farlo uscire allo scoperto per scoprire i propri punti deboli. Ecco le domande che segnalano dove manca la corazza:

  • il mio critico interiore ha determinati argomenti su cui mi pungola?

  • quali rimproveri mi costringe a sentire di continuo?

  • che cosa continua a ripetermi?

  • che cosa trova di sbagliato in me da anni?

Poiché le risposte sono relative a pensieri che auto formuliamo, dobbiamo sempre ricordare che nessuno, dall’esterno, ci può rendere stabile o instabile. Solo IO sono in grado di farlo.

Il distacco è il deterrente migliore: “Smettete di dar credito a quanto vi suggerisce il critico interiore e questo sarà già un enorme passo verso una maggiore stabilità interiore. … Nessuno vi costringe a prestare fede al vostro critico interiore. E’ solo una voce critica nella vostra mente, e forse non dice la verità su di voi. Siete molto meglio di quanto lui sostenga.

Lasciate cadere i commenti del critico interiore. Pensate ad altro. Rivolgete l’attenzione a qualcosa di piacevole, a qualcosa di bello che state vedendo o ascoltando. E se, nonostante tutto, il critico torna a farsi sentire – e lo farà – ricominciate da capo. In questo modo vi costruirete una corazza nei suoi confronti”.

E per quanto riguarda il lagnoso interiore? Senza dubbio è un ottimo collega del critico, in quanto adora la sua collaborazione e il lavoro di squadra.

Così come il Critico è abilissimo a denigrarci, il Lagnoso è insuperabile nel criticare e condannare tutto e tutti: “Ovunque rivolga lo sguardo, il lagnoso interiore trova tutto scadente, corrotto, terribile, idiota o fatiscente”.

Anche in questo caso è bene ricordare che “più il vostro lagnoso interiore ha la possibilità di agire indisturbato, più vi sentite stressati e instabili”. Ed è anche subdolo, in quanto dandovi la possibilità di dare addosso agli altri, cerca di farvi sentire al di sopra di essi. Ma questo leggero senso di superiorità è una gioia effimera, in quanto è difficile vivere eternamente insoddisfatti.

Lamentarsi e non muovere un passo non serve proprio a nulla. “Se intendete cambiare davvero qualcosa nella vostra vita, prendete distanza dal vostro lagnoso interiore. In altre parola: smettete di inveire e cambiate quello che potete cambiare. In alternativa, cominciate ad accettarvi per quello che siete”.

Anche in questo caso i suggerimenti per domare il lagnoso sono di supporto per trovare un equilibrio interiore:

  • avere fiducia perché non esiste problema che non abbia una soluzione

  • rilassarsi, evento raggiungibile solo dopo aver preso coscienza dei propri limiti e accettato le cose per quello che sono

  • saper attendere ed esercitare l’arte della pazienza, perché non sempre i cambiamenti possono essere rapidi

  • cercare ciò che piace in qualsiasi situazione si stia vivendo

A conclusione del suo scritto, l’autrice propone una sorta di vademecum su cui basare la ricerca della propria stabilità:

semplificare: imparare a dire di no, saper distinguere le cose importanti da quelle insignificanti, saper operare scelte

un passo dopo l’altro: non farsi mai sopraffare dagli eventi

ridimensionare le aspettative: fare ciò che è possibile e cambiare quello che può essere cambiato

vivere liberamente le emozioni: “Nessuna emozione vuole rimanere per sempre. Tutte desiderano una sola cosa: scorrere. Le emozioni si modificano appena hanno modo di scorrere al nostro interno”

tenersi al di fuori: non immischiarsi in questioni che non ci riguardano e se invece ci intromettiamo offrire di meno, anziché dare subito troppo, sapendo mantenere le debite distanze

non è poi così grave: saper contenere l’agitazione e non fare mai degli eventi una questione di vita o di morte

mantenersi flessibili: mai considerare il proprio punto di vista un dogma. L’irremovibilità causa dolore e la vita è una scatola enorme piena di sorprese che richiede continui adattamenti.

Il termine corazza pertanto è da considerarsi un obiettivo per vivere la vita quotidiana in modo positivo sia come benessere personale, sia come felice integrazione con il mondo circostante. Un compito possibile, se a volerlo siamo noi stessi.