TartaRugosa ha letto e scritto di: Keisuke Matsumoto (2012), Manuale di pulizie di un monaco buddhista. Spazziamo via la polvere e le nubi dell’anima, Antonio Vallardi Editore, Milano (traduzione di Ramona Ponzini)

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Keisuke Matsumoto (2012)

Manuale di pulizie di un monaco buddhista

Spazziamo via la polvere e le nubi dell’anima

Antonio Vallardi Editore, Milano

(traduzione di Ramona Ponzini)

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Sul lato del pensiero musicale, nel 2007 la mia grande novità è stato poter essere invitato su Insensatez di Kosmogabri Chickasaw. Ed è al primo posto.

Poi arriva il resto, con mescolanza fra vecchio e nuovo, come si addice al mio status cronologico.

 

Leggendo questo libro ho scoperto qualche mio tratto buddista. Forse.

Non sono una maniaca delle pulizie, però ho ben chiari certi miei comportamenti rispetto ad esse, le cause che li scatenano e gli effetti che ne derivano. Sicuramente Matsumoto mi ha fatto più volte rispecchiare in alcune affermazioni.

Purtroppo sono ancora ben distante dallo Zengosaidan, ovvero “non pentirti di ciò che hai fatto in passato, non preoccuparti per il futuro e dedicati con tutte le tue forze a non avere mai rimpianti”.

Mi riconosco abbastanza in ciò che invece lo scostamento da questa filosofia comporta, come spiega l’autore: “Credo che le persone che vivono nella società contemporanea, sempre così indaffarate, arrivino a casa stanche, lascino i piatti sporchi nel lavandino, i vestiti nel cesto del bucato e poi si addormentino. La mattina seguente, però, si sveglieranno freschi e riposati? Non è più probabile che si sveglino tristi perché salutano il nuovo giorno circondati da tutte le cose lasciate in disordine la sera prima?”

Mmmh …

La casa in disordine effettivamente mi inquieta e la tendenza a non trascurare almeno bagno e cucina con annessi e connessi, più il rifacimento del letto prima di uscire sono senz’altro attività che mi fanno guardare alla giornata con un senso di maggior leggerezza.

Non c’è luogo come il bagno che sveli il vero volto di una casa. … L’acqua è il fondamento della vita. In una casa normale l’acqua si trova in cucina e in bagno. L’acqua entra nel nostro corpo, circola e poi viene espulsa, ritornando alla natura. Le pulizie di cucina e bagno sono basilari nelle pratiche religiose proprio perché siamo coscienti del fatto che sono i luoghi dove scorre l’acqua…. In qualsiasi tempio buddhista il bagno è sempre pulitissimo e davanti alla porta si troveranno le calzature sistemate con cura. Anche il gabinetto trasmette un senso di pulito e questo fa sì che vi si possano espletare le correlate funzioni con animo sereno. Sicchè, chi ha finito di utilizzarlo, dovendo fare in modo di non turbare tale atmosfera a scapito di chi vi entrerà in seguito, si preoccuperà di lasciare tutto pulito e in ordine. 

Ho inoltre dato una spiegazione al perché i vetri sporchi mi turbano e mi danno la sensazione di essere immersa nello sporco:

Il vetro è simbolo di trasparenza e di non attaccamento alle cose terrene. Se nei giorni nuvolosi i vetri delle finestre sono coperti di ditate, anche la nostra anima si rannuvolerà. Nel buddhismo la cosiddetta “giusta visione”, ossia il vedere attraverso il filtro di noi stessi, il nostro io, sconfigge ogni nube e permette di comprendere la vera essenza delle cose. … Le finestre sono, dunque, in qualche modo legate alla giusta visione delle cose e pulirle fino a farle sembrare trasparenti, fino, cioè, a farci dimenticare della loro esistenza, ci permette di vedere dall’altra parte senza renderci conto che c’è qualcosa che ci separa. Puliamole, dunque, fino a far sparire ogni ombra.

Vorrei essere un po’ più monaca, a questo riguardo, e utilizzare le raccomandazioni  sul come effettuare le pulizie del vetro: è essenziale la carta del giornale. Bisogna utilizzare carta di grandezza commisurata a quella del vetro da pulire, imbevuta della giusta quantità di acqua e detergente, e lucidare a fondo. .. Bisogna prima togliere le macchie più evidenti con movimenti verticali e orizzontale, fino a finire la miscela di acqua e detergente .. suggerisco di mescolare aceto e acqua insaponata. 

Nel testo sono parecchie le indicazioni date sia sul come eseguire le pulizie, sia su quali strumenti utilizzare. Sui pavimenti ho ancora molto da imparare:

I pavimenti vengono puliti ogni giorno, indipendentemente dal fatto che siano sporchi. Grazie a questo tipo di pulizie anche il nostro spirito si manterrà lucente…. Lucidare i pavimenti tutti i giorni vi permette di capire cosa significa realmente pulire la vostra anima. Una stanza sporca e in disordine è segno che anche il vostro spirito è sporco e in disordine.

Però mi consola verificare che sul “come lucidare i pavimenti” sono abbastanza a buon punto:

Per prima cosa bisogna passare la scopa e togliere la polvere, poi si prendono un secchio colmo d’acqua, uno straccio ben strizzato e si pulisce a fondo. Non sono necessari detergenti né stracci per asciugare. Poiché uno straccio ben strizzato trattiene l’acqua, una volta passato sul pavimento quest’ultimo si asciugherà da sé. .. Quando lucidiamo un pavimento non distraiamoci e concentriamoci su ciò che stiamo facendo, con naturalezza ci troveremo faccia a faccia con la nostra anima.

Ecco, guardando anche l’illustrazione dove si vede il monaco diligentemente a carponi che strofina il pavimento, debbo dire che io pure assumo quella posa, a dispetto di tutti gli elettrodomestici in commercio da me giudicati non all’altezza dell’antico olio di gomito, accompagnato dalla modernità di un panno in microfibre che un’amica mi ha suggerito e che, immerso e strizzato nell’acqua bollente, effettivamente ti fa rispecchiare nelle piastrelle.

Comunque l’insegnamento è impari: i monaci vivono nel tempio e non hanno tre gatti che girano per casa, oltre a TartaRugoso.

Sullo stirare temo non ci siano possibilità di recupero:

Anche noi monaci indossiamo l’abito monacale dopo averlo stirato. Così facendo il nostro spirito sarà ben curato e in armonia con il nostro vestiario. Le grinze, inoltre, rimandano la mente alla vecchiaia, sebbene ci siano monaci che continuano a svolgere in maniera ineccepibile le proprie attività anche a ottanta o novant’anni, in perfetta salute. … Stirare è l’attività ideale per chi vuole mantenere giovane il proprio spirito.

Si sente che l’autore è ancora nell’età in cui si pensa che le grinze possano essere ripassate facilmente come con il ferro da stiro!

Molti sono i suggerimenti pratici per chi si voglia avvicinare a meditazioni filosofiche e spirituali attraverso il fare le pulizie.

Chissà se riuscirò prima o poi ad arrivare alla seguente conquista:

Ogni cosa sta dove deve stare. Può sembrare ovvio, ma se si applica concretamente questo principio, non si correrà più il rischio di imbattersi in qualcosa fuori posto. Quando dobbiamo utilizzare un oggetto lo prendiamo dal luogo dove è collocato, ma una volta usato lo rimettiamo dov’era. … Sentire la voce delle cose. Lo spirito non va mai tenuto in una condizione di trascuratezza. Se usate le cose con cura, inizierete a sentire bisbigli all’orecchio dello spirito e sarete in grado di udire la loro stessa voce. Al contempo, è necessario conoscere a fondo lo spazio di sistemazione, ossia la stanza va percepita come se fosse una parte del nostro corpo e va pulita ripetutamente giorno dopo giorno. Capire l’essenza degli oggetti e avere dimestichezza con lo spazio in cui si trovano, ci permetterà di capire dove gli stessi oggetti vogliano essere riposti. E non dimenticate che tutti possono raggiungere questo stato mentale.

Nel mio spazio di solito i bisbigli non sono quelli delle cose, anzi sarebbe più corretto non definire bisbigli le esclamazioni ad alta voce su dove esse dovrebbero trovarsi  e su dove diavolo siano invece sparite.

Tuttavia lo spazio di sistemazione lo conosco proprio bene, considerato che anche nel disordine la maggior parte delle volte alla fine le cose si trovano!

In ogni caso nulla da obiettare sulla serenità dell’ordine. Non so se corrisponda a un ordine spirituale. Per quello che mi conosco, il mettere ordine è un esercizio che svolgo quando ho finalmente terminato qualche compito gravoso che teneva impegnata la mente. Una volta finito l’onere mentale, è quasi automatico che segua analogamente un’operazione di riordino dello spazio fisico.

Temo però che questo sia il processo inverso di ciò che predica la filosofia buddista.

Tartaruga : esercizi di disegno

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TartaRugosa ha letto e scritto di: Murakami Haruki (2015), La strana biblioteca, Traduzione di Antonietta Pastore. Illustrato da Lorenzo Ceccotti Einaudi

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Murakami Haruki (2015)

La strana biblioteca

Traduzione di Antonietta Pastore

Illustrato da Lorenzo Ceccotti

Einaudi

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Il racconto di Murakami Haruki si legge d’un fiato, presi dalla curiosità di inseguire l’intricato percorso che la via della conoscenza può determinare.

Indubbiamente la voglia di sapere del Ragazzo è insolita. Non sa quanto gli costerà questo suo indagare sul sistema di riscossione delle imposte vigente durante l’Impero ottomano.

Al vecchio brillarono gli occhi … Interessante, molto interessante”.

I libroni che il Vecchio gli consegna possono essere consultati esclusivamente all’interno della biblioteca.

La sala di lettura, confinata al termine di una scala molto lunga, può essere raggiunta dopo una serie di biforcazioni, ora a destra ora a sinistra, che solo il Vecchio conosce.

L’Uomo-pecora che li riceve sa subito cosa rispondere alla domanda del Ragazzo: “Scusi un attimo, signor Uomo-pecora! Non è mica una cella, questa, per caso?. Certo che lo è!, rispose lui.”

Il ragazzo ha solo un mese a disposizione per imparare a memoria quei grossi tomi.

Del Ragazzo sappiamo che è stato ben educato a obbedire, a non rifiutare mai un invito e a gioire delle soddisfazioni altrui; che la sua mamma va in ansia se non lo vede tornare a casa puntuale; che tale ansia è anche determinata dal fatto che il Ragazzo, quando era bambino, è stato morso da un cane molto feroce.

La permanenza in quella cella, però, non assomiglia a una punizione restrittiva.

Portate di cibo delizioso gli vengono fornite da una Ragazzina dolce e bellissima. L’Uomo-pecora che vigila su di lui è severo solo perché teme crudeli punizioni da parte del Vecchio. L’impossibile compito di mandare a memoria quegli enormi tre tomi è in realtà molto accessibile, poiché il Ragazzo diventa lui stesso il collettore delle tasse turco Ibn Armut Hasir.

In una certa misura il soggiorno nella sala di lettura/cella parrebbe fiabesca, non fosse per alcune condizioni date. L’una è che il mondo al di fuori continua e quindi il Ragazzo pensa alla madre preoccupata per il suo mancato rientro e alla possibilità che non dia da mangiare al suo storno.

L’altra, ben più inquietante, è che a missione compiuta, terminato il mese e appreso tutto ciò che i volumi hanno da spiegare, il Vecchio gli segherà la parte superiore del cranio e il suo cervello verrà succhiato.

“- Signor Uomo-pecora, perchè quel vecchio vuole mangiare il mio cervello?

– Perché i cervelli pieni di conoscenze sono squisiti, ecco perché. Sono cremosi. E al tempo stesso granulosi.

– Ma è una cosa mostruosa! Dal punto di vista di chi è succhiato, ovviamente.

– Sì, ma è una cosa che succede in tutte le biblioteche. Più o meno”.

Arriva la notte di luna nuova, quella che “porta via tante cose”.

In quella notte si può tentare la possibilità di fuggire, perché il Ragazzo, la Ragazzina e l’Uomo-pecora desiderano tornare nel mondo.

La fregatura, con i labirinti, è che soltanto alla fine sai se hai preso la strada giusta. Se scopri che ti sei sbagliato, di solito è troppo tardi per tornare indietro. Questo è il problema con i labirinti”.

Tuttavia l’impresa sembra riuscire, peccato che dopo il tortuoso tragitto a piedi nudi (perché le scarpe nuove scricchiolano troppo) lungo le biforcazioni e le porte che si aprono e si chiudono, ancora una volta si debba transitare dalla stanza 107, proprio là dove tutto era iniziato e dove stavolta non c’è solo il Vecchio, ma anche il feroce cane che ha aggredito il Ragazzo quando era bambino. Il cane, fra i denti, stringe lo storno.

Dopo alcuni colpi di scena, finalmente la fuga è riuscita e il Ragazzo torna a casa.

C’è la madre, c’è la colazione sul tavolo apparecchiato, ma non c’è lo storno e non c’è una richiesta di spiegazioni per la sua sparizione.

Dopo quell’accadimento il Ragazzo non va più alla biblioteca civica.

Mi succede di pensare a quelle belle scarpe che ho lasciato là sotto. E all’uomo-pecora e alla bellissima ragazza senza voce. Ma è accaduto veramente? In tutta onestà, non posso esserne sicuro, Ciò che so con certezza è che ho perso le mie scarpe e il mio amato storno”.

Quando la mamma muore, il Ragazzo resta proprio solo. Perché non ci sono più la mamma, le scarpe, lo storno, la Ragazza e l’Uomo-pecora: “Quando sono solo, il buio intorno a me si fa molto profondo. Come in una notte di luna nuova”.

Dal buio della profondità della tana, TartaRugosa medita sulle fasi della luna.

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TartaRugosa ha letto e scritto di: Pia Pera (2016), Al giardino ancora non l’ho detto, Ponte alle Grazie

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Pia Pera (2016)

Al giardino ancora non l’ho detto

Ponte alle Grazie

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E’ alle parole di Emily Dickinson che si ispira il titolo di questo libro, l’ultimo di Pia Pera.

” Al giardino ancora non l’ho detto – / non ce la farei. / Nemmeno ho la forza adesso / di confessarlo all’ape. / Non ne farò parola per strada – / le vetrine mi guarderebbero fisso – / che una tanto timida – tanto ignara / abbia l’audacia di morire. / Non devono saperlo le colline – / dove ho tanto vagabondato – / né va detto alle foreste amanti – / il giorno che me ne andrò – /e non lo si sussurri a tavola – / né si accenni sbadati, en passant, / che qualcuno oggi / penetrerà dentro l’Ignoto. ”

La scrittrice, maggiormente conosciuta per i suoi testi sui giardini, in queste pagine prende congedo dalla sua tenuta, nella campagna di Lucca.

Una sorta di diario non-diario: che il tempo scorre lo capisci dalla descrizione delle fioriture, delle messe a dimora di bulbi, rose e cespugli, dalle operazioni dettate dal susseguirsi delle stagioni.

E dai cambiamenti corporei che Pia descrive sia fisicamente, sia attraversando biografie di altre persone che si sono trovate in analoga situazione.

In questo soliloquio a flusso continuo emergono intrecci di varia natura: filosofici, poetici, letterari, autobiografici, tutti improntati alla presa di coscienza della propria finitudine, ma con un’apertura di orizzonte verso lo spazio più amato, il proprio giardino.

“Vale sempre la pena di piantare un giardino, poco importa se di tempo ne resta poco, se tutto vacilla e la morte avanza. Vale sempre la pena di trasformare uno spazio di terra in un posto accogliente, un luogo dove ci sia più vita”.

E’ un monologo denso, che non risparmia al lettore la partecipazione alle perdite narrate, talvolta con lucida razionalità, altre con nostalgia, altre con misto di speranza e investimento nei diversi tipi di cure.

“E’ cresciuta l’empatia. La consapevolezza che, non diversamente da una pianta, io pure subisco i danni delle intemperie, posso seccare, appassire, perdere pezzi, e soprattutto non muovermi come vorrei.

Mi trovo io stessa in balia. Questo ispira un sentimento di fratellanza col giardino, acuisce la sensazione di farne parte. Altrettanto indifesa, altrettanto mortale.

Forse non è così terribile che le forze lentamente scemino. Andarsene bisogna pure in qualche modo. Chi come me vive in solitudine fatica a rendersi conto che arriva il momento di cedere il passo, che la vita è fatta di fasi e non si resta identici fino alla fine”.

Il giardino è vita. Il giardino ha bisogno di cure. Le forze che si assottigliano sono per Pia fonte di preoccupazione, perché dove non c’è più dialogo tra uomo e paesaggio, la natura irrompe e se ne appropria. L’apprensione per il proprio futuro comprende anche la consapevolezza che ci sarà un inevitabile abbandono della manutenzione necessaria e questo tradimento il giardino ancora non lo conosce.

Pure esiste al tempo stesso un rispecchiamento, un desiderio di reciprocità:

“Non sono più il giardiniere. Sono pianta tra le piante, anche di me bisogna prendersi cura. Cosa è cambiato rispetto a prima? Innaffiavo, scavavo, pacciamavo, seminavo, coglievo, rastrellavo, potavo, bruciavo, concimavo, ramavo,tagliavo l’erba. Ora nulla di tutto questo. Passeggio, guardo, valuto, dico cosa fare, ma soprattutto: mi viene preparato da mangiare, mi viene servito a tavola, vengono lavate e stirate le mie cose, vengo accompagnata in auto. Comincio a somigliare sempre più a una pianta di cui bisogna prendersi cura, divento sorella di tutto quanto vive nel giardino, parte di questa sconfinata materia di cui ignoro confini e profondità”.

Lentamente mutano le prospettive:

“La malattia si distingue in questo: impone un’accelerazione a un processo di perdita che, semplicemente invecchiando, resterebbe impercettibile.

Forse questo bisogna fare nel tempo che resta. Non disperderlo in tentativi vani, ma concentrarsi e sfrondare. Più che mai sfrondare. Accettare serenamente la fine”.

Insieme a Pia viviamo momenti bui, le altalene delle remissioni e delle riacutizzazioni, il travaglio della scelta di eterogenei approcci di cura: i farmaci sperimentali, il Qi Gong, l’agopuntura, l’ayurveda, il bombardamento dei vari consigli forniti dalle testimonianze di altri malati sui poteri di improbabili guaritori, la ricerca delle energie elettromagnetiche nocive nel luogo domestico, il tentativo della terapia chelante. Tutto ciò a sua volta associato all’irrompere del sospetto di essere in mano a ciarlatani imbroglioni e alle decisioni prese all’ultimo minuto di sottrarsi o offrirsi a proposte terapeutiche non convenzionali.

Non solo le trasformazioni del corpo, ma della casa, degli spostamenti degli oggetti, dei libri da eliminare, della gioia per l’arrivo della carrozzina.

“Siamo noi a scegliere, di volta in volta, come vivere quanto ci viene dato. Questo imprevisto: a me la scelta tra farne un momento di frustrazione, o uno spiraglio di libera contemplazione nell’ora forse più bella del giorno, sospesa com’è tra il buio e la luce”.

Pur avendo scelto di vivere da sola, Pia riceve spesso visite e confidenze di amici lontani e vicini con cui condividere ricordi di viaggi, riflessioni sul pensiero buddhista, spostamenti verso studi medici, racconti di altre persone che come lei, hanno amato un giardino e a esso hanno dovuto dire addio.

Filosofi, poeti e scrittori lasciano le loro tracce in questo accompagnamento di sé.

Gradualmente, nella sua casa e nella sua terra, fanno comparsa figure di aiuto:“Quanto mi piace dire agli altri cosa devono fare. Ci voleva da ammalarsi, per scoprire quanto dare disposizioni sia in fondo più gratificante di una faticosa autosufficienza”.

Non è un percorso facile. Pia non pensava di morire a sessant’anni e spesso le piaceva immaginarsi vecchia, con le rughe e i capelli bianchi. Quando la malattia irrompe, però, bisogna fare appello a ciò che rimane e a come è possibile sfruttarlo al massimo e quando anche queste ultime capacità si dissolvono, la meditazione aiuta a tenere sotto controllo paura e terrore nel momento più cupo, quello della notte.

La revisione del proprio esistere si ancora alla similitudine delle stagioni:“Sul finire dell’inverno è sempre il mandorlo il primo a fiorire, adesso è il momento del susino. I meli non ancora, i ciliegi non ancora. Non sboccia tutto insieme, così ciascuno si gode il suo momento di gloria,ognuno a turno può esercitare la sua attrattiva ..Mi piacerebbe facessero così anche gli umani, che si accontentassero di primeggiare nel momento del loro massimo fulgore e accettassero poi di restarsene discretamente in disparte”.

Man mano che le possibilità del corpo si restringono, una nuova dimensione si apre:

“Adesso il giardino è il grembo in cui passo questo tempo fisicamente poco attivo in un senso di pace, serenità. E’ quello che vedo dalla finestra, quando sono sdraiata sul divano a leggere.  .. Il giardiniere e la morte si configura allora così: il rifugiarsi in un luogo ove morire non sia aspro.

E’ tutto di una bellezza, una grazia, un’armonia, che mi sorprendo a desiderare di vedere un’altra primavera ancora, e a pensare: che strano che adesso che ne dubito, che non lo do per scontato, il mondo mi appaia incredibilmente ricco di meraviglie”.

Il 26 luglio 2016 Pia se ne va.

TartaRugosa, nel suo giardino, aveva da poco finito di leggere quelle che sono diventate le sue memorie.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Philip Roth (2010) L’UMILIAZIONE, Einaudi Traduzione di Vincenzo Mantovani

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Philip Roth (2010)

L’UMILIAZIONE, Einaudi

Traduzione di Vincenzo Mantovani

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Sulla quarta di copertina l’indicazione “Roth aggiunge un altro inquietante tassello all’opera dei suoi ultimi anni”.

Ci sono degli argomenti “scomodi” da affrontare nella scrittura e la parola suicidio colpisce sempre per la brutalità che esprime e per il tormento così difficile da comprendere e da condividere nella sua scelta finale.

Simon Axler, il protagonista, inizia un soliloquio fra sé e sé rispetto al crollo esistenziale che avverte quando, del tutto inaspettata, compare la sua incapacità di recitare. A più di sessant’anni può capitare di avere qualche inciampo, ma questa volta è diverso: il grande attore “vedeva il proprio crollo con la stessa lucidità con cui si vedeva recitare. … Non sapeva come passare da un minuto all’altro, era come se la mente gi si stesse liquefacendo, aveva il terrore di stare da solo, non riusciva a dormire più di due o tre ore per notte, mangiava appena, ogni giorno pensava di ammazzarsi con l’arma che aveva in solaio – un fucile a pompa Remington che teneva nella casa isolata per autodifesa – e nondimeno gli sembrava tutta una commedia, una commedia recitata male. Quando reciti la parte di uno che sta crollando, la tua interpretazione ha un ordine e una coerenza; quando la persona che vedi crollare sei tu, e quella che stai recitando è la tua fine, è tutta un’altra cosa, una cosa spaventosa e terrorizzante”.

Questo l’antefatto: scoprire che l’attore recitante altrui ruoli non sta più rappresentando una finzione, ma la sua stessa indesiderata prigione. “La mattina se ne stava a letto per ore ma, invece di nascondersi da quel ruolo, recitava quel ruolo. E quando finalmente si alzava, l’unica cosa a cui riusciva a pensare era il suicidio, e non la sua simulazione. Un uomo che voleva vivere nella parte di un uomo che voleva morire”.

Capita che improvvisamente nella vita giungano simultanei smottamenti nelle variabili più significative: lavoro, affetti, salute … ma, nella maggior parte dei casi, la precarietà che ne deriva può costituire un nuovo punto di partenza per scoprire uno sconosciuto Sé. Se ciò non accade, le crepe aperte difficilmente riescono a sostenere l’intera impalcatura del corpo e della mente.

La forza inaudita che serve per programmare la propria fine richiede tempo e pensiero. Simon Axler, alla sola idea di “salire le scale che portavano in solaio, caricare il fucile, mettersi la canna in bocca” preferisce telefonare al medico “per chiedergli di provvedere al suo ricovero in una clinica psichiatrica quel giorno stesso”.

Qui “ogni ora di veglia era riempita di attività e appuntamenti per evitare che i pazienti si ritirassero nelle proprie stanze a stendersi sul letto depressi e infelici o si intrattenessero fra loro per parlare dei modi in cui avevano cercato di uccidersi”.

Ed è proprio nella clinica psichiatrica che fra le storie “degli antichi temi della letteratura drammatica: incesto, tradimento, crudeltà, vendetta, gelosia, rivalità, desiderio, perdita, disonore, lutto”, le sedute individuali e di gruppo, le terapie antidepressive, Simon si ritrova ad apprendere la storia di Sybil Van Buren, una bruna trentacinquenne divorata dal rimorso e dalla colpa di non essere stata capace di reagire di fronte a un’orrenda visione e di averne addirittura messo in dubbio la veridicità.

Il quarto giorno mi ero convinta di aver immaginato tutto, e due settimane dopo, mentre Alison era a scuola e lui al lavoro, ho tirato fuori il vino, il Valium e il sacchetto di plastica .. ricordo che non c’era più aria e mi sono affrettata a strapparmi il sacchetto. E non so cosa rimpiango di più: se avere tentato di farlo e non esserci riuscita. … L’unica cosa che voglio fare adesso è sparargli””. Queste le considerazioni della giovane mamma che aveva trovato il suo secondo marito con la testa affondata fra le gambe della figlia di otto anni e accettato la sua debole difesa di “cercare la causa di un prurito lamentato dalla piccina”.

L’uscita dalla clinica non necessariamente riconsegna alla società una persona completamente risorta, ma per lo meno accarezza l’auspicio di riposizionarla sul cammino interrotto dalla crisi.

Simon Axler ora è di nuovo a casa, seduto di fronte al suo agente che tenta di rassicurarlo: “la memoria diventa un grande motivo di ansia per gli attori di teatro che arrivano ai sessanta o settant’anni. Un tempo potevi imparare a memoria un copione in una giornata: ora sei fortunato se in una giornata impari una pagina”.

L’idea del suicidio è un’idea sottile, pervasiva, che ti entra dentro e lavora implacabile. Per un attore della fama di Simon, è facile far scorrere nella memoria i drammi in cui c’è un personaggio che si uccide. “Hedda in Hedda Gabler, Giulia nella Signorina Giulia, Fedra in Ippolito, Giocasta in Edipo Re, quasi tutti in Antigone, Willy Loman in Morte di un commesso viaggiatore … Cassio e Bruto in Giulio Cesare, Gonerilla in Re Lear, Ivanov in Ivanov … E quell’elenco sbalorditivo comprendeva solo opere in cui lui aveva recitato almeno una volta. Ce n’erano altre, molte altre. … Si prefisse di rileggere quelle opere. Sì, doveva affrontare a viso aperto quanto c’era di più spaventoso. Nessuno doveva poter dire che non ci aveva riflettuto a fondo”.

Poi accade un evento nuovo: un incontro col femminile, un femminile insolito, una lesbica quarantenne figlia di attori conosciuti da Simon molti anni prima sulla scena.

Eros e Thanatos si ammiccano. Simon si accende di desiderio, Peegen decide che dopo l’esperienza lesbica ha voglia di un uomo, “quell’uomo, quell’attore che aveva venticinque anni più di lei ed era amico della sua famiglia da decenni”.

Potere del sesso e dell’amore … “presto lui non ebbe più la sensazione di essere rimasto solo al mondo, solo e senza il suo talento. Era felice: una sensazione inattesa. … C’era lui. C’era lei. Le possibilità di entrambi erano drasticamente cambiate”.

I giochi sessuali, l’intimità ritrovata, il desiderio di un nuovo inizio rimbalzano nella testa di Simon, a dispetto delle critiche dei genitori di Peegen per quell’eccessiva differenza di età, della visita dell’amante delusa di Peegen che lo allerta sul suo indomabile carattere, delle scappatelle confessate dalla stessa Peegen, forse orfana della sua inclinazione primaria a favore delle donne.

Nonostante ciò, l’illusione del ritorno ad una vita normale si affaccia con prepotenza, lasciando a Simon il suono di parole pronunciate solo nella fantasia: “Se dobbiamo continuare, io voglio tre cose. Voglio che ti fai operare alla schiena. Voglio che riprendi la tua carriera. Voglio che mi metti incinta”.

Ma il peso delle parole non dette possono avere comunque effetti strabilianti. “La iella era finita. Finiti i tormenti che aveva voluto infliggersi da sé. Aveva ritrovato la fiducia, il dolore se n’era andato, l’abominevole paura era sparita e tutte le cose che aveva perso erano tornate al loro posto. La ricostruzione di una vita era iniziata quando si era innamorato di Peegen Stapleford”. Finalmente la sconfitta dell’umiliazione.

Simon intraprende una serie di visite per capire quali possano essere, alla sua età, i rischi di concepire figli non sani e si rivede nuovamente a calcare le scene, questa volta senza esitazioni e senza flessioni.

Visioni eteree, fluide, vaporose. Deve assolutamente raccontarlo a Peegen quando tornerà a casa, in quella stessa casa dove pochi giorni prima si era orgiasticamente consumato un incontro a tre, quegli “allettanti giochi che molte coppie fanno per eccitarsi e divertirsi”.

Il mondo irreale fantasticato stride nella realtà vera, nella voce di Peegen che gli annuncia “Siamo alla fine … Non è quello che voglio. Ho commesso un errore”… “Lei andò via con la sua auto e il crollo di Axler durò cinque minuti, un crollo prodotto da una caduta che si era voluto e da cui non restava ormai possibilità di ripresa”.

L’idea del suicidio è un’idea sottile, pervasiva, che ti entra dentro e lavora implacabile; “i fallimenti erano suoi, come la sconcertante biografia sulla quale era impalato” questo è il pensiero di Simon dopo l’ennesima umiliazione per la telefonata fatta ai genitori di Peegen per urlare la propria rabbia.

E Sybil Van Buren? Sul periodico della contea era apparso un articolo che raccontava di un famoso chirurgo plastico ucciso a colpi di arma da fuoco dalla moglie da cui era separato. Sybil assume le sembianze di un esempio di coraggio “Se lei è stata capace di farlo, posso farlo anch’io!”.

Come può un uomo decidere di uccidersi?

Questa volta non vince l’uomo capace di scendere le scale del solaio e telefonare di nuovo al medico per il ricovero.

Questa volta predomina l’uomo attore. “A venticinque anni quando, da vero fenomeno teatrale, riusciva in tutto ciò che tentava e otteneva tutto ciò che voleva, aveva interpretato l’aspirante giovane scrittore di Cechov che si sente un completo fallito, un uomo ridotto alla disperazione dalle sconfitte nel lavoro e in amore”.

Il fatto è che Konstantin Gavrilovic si è sparato” l’ultimo biglietto trovato accanto al cadavere dell’umiliato Simon.

TartaRugosa ha letto e scritto di: IRVIN YALOM (2015), Guarire d’amore, Raffaello Cortina, Milano (traduzione di Serena Lauzi)

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Irvin Yalom  (2015)

Guarire d’amore

Raffaello Cortina, Milano

(traduzione di Serena Lauzi)

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Yalom è lo psichiatra che tutti vorremmo conoscere, in caso di necessità. Ottantaquattrenne continua a scrivere le sue esperienze in modo estremamente accattivante: un po’ romanziere, un po’ saggista, un po’ filosofo, un po’ psicologo … una cosa è certa, quando inizi un suo libro non lo molli finché lo hai finito.

Ciò che di lui mi è sempre piaciuto, oltre allo stile di scrittore, è la semplicità con cui tratta le variabili più critiche dell’esistenza umana, nonché il suo modo di porsi verso l’indagine terapeutica. Non dogmatico, mostra una sensibilità straordinaria verso la scelta dei cammini da percorrere per trarre l’altro dall’empasse in cui è incappato. Ed è sempre pronto a mettersi in gioco; a dichiarare talvolta la casualità della chiave giusta per produrre svolte; a confessare le sue stesse debolezze, sia a livello personale, sia nei controtransfert inevitabili della professione; a disporre del confronto con altre modalità di gestione del setting; a essere tutt’uno con le storie altrui.

“ … l’atteggiamento professionale di distaccata obiettività, tanto caro al metodo scientifico, può essere del tutto inappropriato. Il fatto è che noi psicoterapeuti non possiamo dispensare comprensione ed esortare i pazienti a lottare decisi con i loro problemi. Non possiamo parlare in termini di voi e i vostri problemi. Dobbiamo parlare invece di noi e dei nostri problemi, perché la vita e l’esistenza saranno sempre legate a doppio filo alla morte, l’amore alla perdita, la libertà alla paura, la crescita alla separazione. Noi, tutti noi, ci siamo dentro insieme”.

Queste risonanti affermazioni sono il prologo che Yalom offre alla lettura del presente testo, facendo seguire la presentazione di uno dei suoi tanti metodi per portare alla luce le difficoltà esistenziali. Un’unica domanda: “Che cosa vorresti?”, semplice sì nella forma, ma che in ambito psicoterapeutico può scatenare emozioni fortissime.

Yalom, nel suo volume di dieci storie di guarigione, parte da un’ipotesi base che lo guida a scegliere le tecniche terapeutiche più efficaci alla persona richiedente aiuto: tale ipotesi fonda sull’assunto che l’angoscia denunciata sia il prodotto di tutti gli sforzi che un soggetto deve compiere per poter convivere con gli affanni e la durezza dei fatti della vita.

In particolare lo psichiatra mette a fuoco quattro temi principali:

  • la morte come evento inevitabile
  • la libertà dell’autodeterminazione per compiere le proprie scelte
  • la solitudine
  • l’assenza di senso

Relativamente alla paura della morte Yalom riflette sulla potenza di due illusioni utili a procurarsi un senso di sicurezza: “Una è la convinzione dell’unicità irripetibile della propria persona, l’altra è la convinzione che esista un mezzo ultimo di salvezza. Seppure sia vero che queste sono illusioni, in quanto convinzioni false e preconcette, in questo caso io non adopero il termine illusione nella sua accezione negativa: esistono infatti credenze universalmente diffuse che compaiono con una funzione ben precisa in parecchi racconti”.

Nel caso di Elva, Yalom descrive una sua regressione durante il percorso di cura causata dallo scippo della borsetta, fatto per lei traumatizzante poiché del tutto inatteso, come più volte sottolinea “Non avrei mai pensato che potesse accadere proprio a me”.

Tale gesto aveva messo in risalto la perdita dell’invulnerabilità perché, come spiega lo psicoterapeuta “sentirsi unici e irripetibili costituisce una delle modalità principali con cui neghiamo la realtà della morte: proprio quella parte della nostra mente che assolve il compito di attenuare in qualche modo il terrore della morte genera in noi la sensazione irrazionale di essere invulnerabili e  inviolabili, per cui cose spiacevoli  come la vecchiaia e la morte sono un destino riservato agli altri,ma non a noi, come se la nostra personale esistenza si svolgesse al di là e al di sopra delle leggi universali e del destino umano e biologico”.

La borsetta rubata di Elva testimoniava il furto della razionale illusione di essere in qualche modo eternamente protetta.

L’unicità, continua, è un meccanismo derivante dall’interno, mentre la convinzione del mezzo di salvezza è un fattore che proviene dall’esterno: “Per quanto noi si possa vacillare, star male o giungere a un punto limite della nostra vita, in lontananza giganteggia sempre, ne siamo convinti, la figura del soccorritore onnipotente che ci saprà restituire alla condizione precedente. … L’essere umano o afferma la propria autonomia attraverso l’autoaffermazione eroica di sé oppure ricerca la sicurezza attraverso la fusione con una forza superiore. In altre parole, o fonda se stesso oppure si fonde con qualcosa di esterno; o si separa o si congiunge”.

Rispetto al concetto di libertà, immagine positiva per la quale tutti noi lottiamo, Yalom spiega come essa appaia strettamente legata all’angoscia. Infatti libertà “significa che ognuno di noi è responsabile delle sue scelte, delle sue azioni e della vita che fa”.

Una psicoterapia è destinata al fallimento fintanto che la persona continuerà ad attribuire le responsabilità di ciò che essa è all’esterno (il lavoro, le relazioni sbagliate, la società): se la colpa è degli altri, perché dovrei essere io quello che cambia?

Dal momento che i pazienti tendono ad avere delle resistenze rispetto all’assunzione delle proprie responsabilità, il terapeuta si trova costretto a elaborare tecniche capaci di rendere i pazienti consapevoli del fatto che la causa dei propri problemi va ricercata in sé stessi”.

Il fascino delle sue spiegazioni sta proprio in questo. Dentro le storie dei personaggi che presenta, pian piano si dipana il groviglio emotivo del disagio e appaiono nuove prospettive determinate dal suo indagare, dal suo disvelare, dal suo rischiare nel privato faccia a faccia della narrazione di sé. Nel caso del peso della libertà, la vita di Betty è esemplare: un’irrimediabile obesa che a causa del suo sentirsi vuota verso gli altri intraprende un rapporto patologico col cibo e Yalom, che pure ha in profonda antipatia le persone obese, la aiuta a riprendere il controllo delle sue pulsioni fameliche all’interno di una terapia di gruppo.

Rispetto al tema della solitudine, anche in questo caso Yalom è alla ricerca di come la coscienza di sé possa generare angoscia e di come la tendenza a instaurare rapporti fusionali con qualcuno venga spesso considerato rimedio per sentirsi un po’ meglio. Eppure la solitudine “ha a che vedere con lo spazio invalicabile che separa ogni Io dagli altri, uno spazio che non si annulla neppure in presenza di relazioni interpersonali profondamente gratificanti. … Attenzione quindi all’intensità e all’esclusività del legame con l’altro: non è, come tanti pensano, una prova della purezza dell’amore … Per quanto si cerchi disperatamente di attraversare questa vita a due a due o in gruppo, vi sono momenti, in special modo all’approssimarsi della morte, in cui la verità – il fatto cioè, che si nasce soli e soli si muore – erompe con terribile evidenza”.

Infine, sulla ricerca di senso, “più astratta e volontaria è la sua ricerca, meno sono le possibilità di trovarlo … il senso è un portato dell’impegno e della piena assunzione delle responsabilità” e tale fattore è anche un punto di sfida per il terapeuta, che deve accompagnare il paziente nel reperire il giusto modo di essere per fare cadere l’interrogativo di “dove si trova il senso”.

Su questo tema Yalom non può nascondere le proprie stesse incertezze sul senso della professione di terapeuta.

Per quanto diffusa possa essere l’idea che i terapeuti guidano il paziente verso fasi prevedibili della terapia con metodo e padronanza della situazione verso un obiettivo altrettanto prevedibile, ciò si dà estremamente di rado. Al contrario, i terapeuti generalmente oscillano, improvvisano e brancolano alla ricerca della giusta direzione. … Nel momento stesso in cui scelgo di entrare a pieno titolo nella vita del paziente, io, il terapeuta, non solo sarò posto d fronte ai suoi stessi problemi, ma dovrò anche essere preparato a vederli in sintonia con la prospettiva del paziente”.

Singolare anche la chiusura del volume: una postfazione scritta a distanza di venticinque anni con la sorpresa della rilettura di un sé più giovane e in perenne formazione e trasformazione.

Che Yalom il senso lo abbia perfettamente trovato è comunque dimostrato dalle sue seguenti parole:

Termino questa retrospettiva con un’osservazione che il mio Sé più giovane avrebbe trovato sorprendente: lo scenario, a ottant’anni, è migliore di quanto mi aspettassi. Sì, non posso negare che la vita, negli ultimi anni, sia proprio un dannato succedersi di perdite; ciò nonostante, ho raggiunto nel mio settimo, ottavo e nono decennio una tranquillità e una felicità di gran lunga superiori a quanto immaginavo possibile”.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Mark Forsyth (2015), L’IGNOTO IGNOTO, Traduzione di Giuseppe Laterza, Edizioni Laterza

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Mark Forsyth (2015)

L’IGNOTO IGNOTO

Traduzione di Giuseppe Laterza

Edizioni Laterza

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Il sottotitolo di questo scritto cita “Le librerie e il piacere di non trovare quello che cercavi”.

Lo scrittore Forsyth è tra i più noti linguisti in Gran Bretagna ed è autore di diversi bestseller sull’origine e il significato delle parole della lingua inglese.

Non lo conoscevo assolutamente, ma capisco perfettamente, dalla lettura della nota dell’editore, l’attrattività che spesso può esercitare un buon titolo.

Grazie quindi a Giuseppe Laterza, al suo fiuto e alla sua volontà di tradurlo per ampliarne la conoscenza.

Il secondo grazie va ad Anna che, in virtù dell’accidentalità raccontata da Forsyth, ne ha fatto dono a TartaRugoso, senza immaginare il piacere riflesso scatenato dal mio ritrovamento.

Ogni libridinoso, infatti, non riuscirebbe a riporlo senza averlo prima letto d’un fiato, proprio come accaduto a Laterza mentre faceva la coda in libreria e a me medesima, dopo averlo visto appoggiato sulla scrivania.

Se di ringraziamenti si deve parlare, il terzo grazie va in maniera del tutto singolare nientemeno che a Donald  Rumsfeld, segretario della Difesa ai tempi di George Bush jr. su una cui frase si sviluppano le riflessioni di Forsyth:
Ci sono cose che sappiamo di sapere. Ci sono cose che sappiamo di non sapere. Ma c’è anche l’ignoto ignoto, cioè le cose che non sappiamo di non sapere”.

Stupito che alcuni possano ridicolizzare il senso di queste parole, l’autore ne sostiene l’argomentazione, focalizzando l’attenzione sui libri e sulle librerie in un itinerario fantastico.

E’ infatti difficile scoprire il buco delle conoscenze anche parlando di libri: ci sono cose che sai (ho letto i Promessi Sposi); cose che sai di non sapere (Proust ha scritto Alla ricerca del tempo perduto, ma non l’ho letto); cose che non sai di non sapere (fino a poco fa Forsyth e L’ignoto ignoto).

Ci sono anche libri di cui non ho mai sentito parlare e, non avendone mai sentito parlare, non mi rendo neppure conto di non aver letto. … E non posso cercarli, visto che non ne conosco neppure i nomi. Sono degli ignoti ignoti, e non posso struggermi dal desiderio di incontrarli, considerata la mia doppia ignoranza”.

Porta quindi come esempio l’accidentalità dell’incontro di alcuni testi (abbandonato su una panca della piscina comunale, sotto il divano di un amico) dichiarando come, senza quella casualità, non avrebbe mai potuto immaginarne l’esistenza (non sapere di non spere).

Sicuramente l’intenzione di Forsyth non è quella di suscitare un rigurgito nostalgico verso l’oggetto libro. Anzi si affretta a chiarire ogni apprezzamento possibile verso il mondo informatico:

Il mondo va avanti e di un sacco di cose perdiamo le tracce, dai motori a scoppio alle videocassette al vaiolo. Possiamo pure strepitare, ma in realtà non vorremmo affatto che tornassero. Internet è un’invenzione meravigliosa e non scomparirà. Se sai cosa vuoi, Internet te lo trova”.

E sulla base di questa sua convinzione continua:

La mia tesi, quella intorno a cui gira tutta a mia argomentazione, è che ottenere quello che già sapevi di volere non è sufficiente. Le cose migliori sono quelle di cui non conoscevi l’esistenza fino al momento in cui non le hai avute”.

E’ la casualità che dona l’opportunità di apparire.

Tra l’altro, e come dargli torto, non è proprio l’accidentalità il tema ricorrente di infinite storie romantiche? E se ciò ha valore per le più belle vicende d’amore romanzate – da Elisabeth Bennet a Romeo  e Giulietta – perché non dovrebbe valere anche per l’innamoramento di un libro in cui sei incidentalmente incappato?

Il metodo per rendere possibile, almeno parzialmente, il superamento dell’ignoto ignoto è progettare le Buone Librerie:

La fantascienza non mi ha appassionato finché un giorno ho preso in mano un racconto di Philip Dick. L’unica spiegazione è che era in evidenza sul tavolo di una libreria… La prima pagina mi piacque… quando finii di leggerlo, ne avevo ancora voglia … Ci sono momenti in cui vorresti sbarazzarti subito dei tuoi soldi, lanciare la banconota alla ragazza che sta alla cassa per affrettarti verso l’uscito e andare a caccia di un posto dove sederti a leggere … Non importa quale libro sia. E’ quello che ha catturato il tuo sguardo. O forse è semplicemente quello che ti è capitato in mano. Ma questo è sufficiente, se ti trovi in una Buona Libreria. Perché in una Buona Libreria tutti i libri sono buoni. … Non basta avere libri buoni, non devi avere libri brutti”.

L’autore riprende la sua confutazione su Internet: “ha creato la deleteria possibilità di ottenere ciò che desideri … pertanto gli ignoti noti sono ormai pochi e rari. … Quasi per ogni domanda c’è una risposta. Rimangono soltanto le domande che non conoscevi, che ballano il can can alle tue spalle. Gli ignoti ignoti”.

In fondo scoprire di non sapere che non sappiamo è una bella sfida e l’invito è incoraggiante: “Quel libro ti attende ancora, il libro perfetto, quello che risponderà a tutte le domande che non sapevi di voler fare. E’ sullo scaffale in alto, nell’angolo, a portata della tua mano. L’ignoto ignoto, ciò che non sapevi di non sapere è lì che ti aspetta in fondo alla libreria”.

Alla sua caccia, dunque!

TartaRugosa ha letto e scritto di: Barbara Berckhan (2015), Piccolo manuale per persone vulnerabili, Urrà Feltrinelli, Traduzione di Cristina Malimpensa

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Barbara Berckhan (2015)

Piccolo manuale per persone vulnerabili, Urrà Feltrinelli

Traduzione di Cristina Malimpensa

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L’autrice, tedesca, cinquasettenne come me, psicologa e pedagoga, è stata definita in Germania la “Signora della comunicazione”.

Come restare quindi insensibili al libricino apparso sulla mia scrivania che promette di costruirsi una corazza personale e non perdere la serenità?

Le tartarughe di corazze se ne intendono … ma in questo caso la metafora che personalmente considero più congeniale è quella dell’ombrello: lo porti con te, non è detto che ti serva, ma se inizia a piovere lo apri e ti ripara.

Un’ottantina di pagine piacevolissime, veloci da leggere e al tempo stesso infinite, se ti proponi di seguire meticolosamente gli esercizi che vengono proposti per fabbricare una corazza sempre disponibile.

Alcune parole-chiave importanti: “Critico interiore”, “Lagnoso interiore”, “Setaccio”, “Distacco”, “Taglio”.

Le istruzioni per preparare la corazza (non obbligatoria, ma da tenere pronta all’uso se ci si sente sull’orlo di un attacco o se se ne è già in balia) prendono il via dall’utilizzo del setaccio che, come noto, è l’utensile che separa ciò che deve essere trattenuto da ciò che invece è pura zavorra.

Partendo dal presupposto che ogni individuo si imbatte in eventi gradevoli (di cui gioisce) e in altri che tali non possono essere definiti (di cui soffre), lo strumento del setaccio e la sua applicazione diventano passi indispensabili per filtrare “quanto per voi utile e positivo e non quanto vi disturba e infastidisce”.

La formula vincente è: “Lasciate andare quello che non volete. Non cedetegli tutte le vostre energie”.

Siccome l’azione non è meramente meccanica e, purtroppo, quando ci si sente stressati è piuttosto complesso saper scindere le proprie emozioni, la domanda che arriva in soccorso è: “Qual è l’aspetto positivo di questa situazione?”. Attenzione. Non vale la risposta “Nessuno”.

Infatti obbligarsi a dirigere la propria attenzione sulla ricerca della positività, innesca un processo cognitivo di focalizzazione sull’aspetto problematico che approda a una scoperta interessante, ovvero che la negatività non coincide mai con il 100%.

Inoltre, e questo è l’aspetto rilevante, anche la positività più minuscola si potenzia, quando viene valorizzata o, come dice l’autrice: “Chiedendovi quale sia l’aspetto positivo di quel contesto vi farà acquistare maggior stabilità. Vi concentrate più su quanto vi dà forza che su quanto ve la sottrae”.

Ma c’è un altro passaggio su cui soffermare la propria riflessione quando si attraversa uno stato di crisi: imparare a identificare quella malefica copia tuttofare che alberga nella nostra psiche e che non perde occasione per destabilizzarci e gettarci nel malumore.

Si tratta dei già citati “Critico interiore” e “Lagnoso interiore”

Il critico interiore emette giudizi negativi su di noi. Si tratta di commenti con i quali ci facciamo del male, ci insultiamo o ci svalutiamo. Se prendiamo sul serio tali pensieri, feriamo noi stessi e, di conseguenza, ci sentiamo a terra. … Dopo che il critico interiore ha emesso il suo giudizio, la nostra autostima non esiste più.

Funziona così: più forte è il critico interiore, più debole è la fiducia in noi stessi.”

La strategia di difesa non è così complicata. Una volta stanato il critico interiore, bisogna farlo uscire allo scoperto per scoprire i propri punti deboli. Ecco le domande che segnalano dove manca la corazza:

  • il mio critico interiore ha determinati argomenti su cui mi pungola?

  • quali rimproveri mi costringe a sentire di continuo?

  • che cosa continua a ripetermi?

  • che cosa trova di sbagliato in me da anni?

Poiché le risposte sono relative a pensieri che auto formuliamo, dobbiamo sempre ricordare che nessuno, dall’esterno, ci può rendere stabile o instabile. Solo IO sono in grado di farlo.

Il distacco è il deterrente migliore: “Smettete di dar credito a quanto vi suggerisce il critico interiore e questo sarà già un enorme passo verso una maggiore stabilità interiore. … Nessuno vi costringe a prestare fede al vostro critico interiore. E’ solo una voce critica nella vostra mente, e forse non dice la verità su di voi. Siete molto meglio di quanto lui sostenga.

Lasciate cadere i commenti del critico interiore. Pensate ad altro. Rivolgete l’attenzione a qualcosa di piacevole, a qualcosa di bello che state vedendo o ascoltando. E se, nonostante tutto, il critico torna a farsi sentire – e lo farà – ricominciate da capo. In questo modo vi costruirete una corazza nei suoi confronti”.

E per quanto riguarda il lagnoso interiore? Senza dubbio è un ottimo collega del critico, in quanto adora la sua collaborazione e il lavoro di squadra.

Così come il Critico è abilissimo a denigrarci, il Lagnoso è insuperabile nel criticare e condannare tutto e tutti: “Ovunque rivolga lo sguardo, il lagnoso interiore trova tutto scadente, corrotto, terribile, idiota o fatiscente”.

Anche in questo caso è bene ricordare che “più il vostro lagnoso interiore ha la possibilità di agire indisturbato, più vi sentite stressati e instabili”. Ed è anche subdolo, in quanto dandovi la possibilità di dare addosso agli altri, cerca di farvi sentire al di sopra di essi. Ma questo leggero senso di superiorità è una gioia effimera, in quanto è difficile vivere eternamente insoddisfatti.

Lamentarsi e non muovere un passo non serve proprio a nulla. “Se intendete cambiare davvero qualcosa nella vostra vita, prendete distanza dal vostro lagnoso interiore. In altre parola: smettete di inveire e cambiate quello che potete cambiare. In alternativa, cominciate ad accettarvi per quello che siete”.

Anche in questo caso i suggerimenti per domare il lagnoso sono di supporto per trovare un equilibrio interiore:

  • avere fiducia perché non esiste problema che non abbia una soluzione

  • rilassarsi, evento raggiungibile solo dopo aver preso coscienza dei propri limiti e accettato le cose per quello che sono

  • saper attendere ed esercitare l’arte della pazienza, perché non sempre i cambiamenti possono essere rapidi

  • cercare ciò che piace in qualsiasi situazione si stia vivendo

A conclusione del suo scritto, l’autrice propone una sorta di vademecum su cui basare la ricerca della propria stabilità:

semplificare: imparare a dire di no, saper distinguere le cose importanti da quelle insignificanti, saper operare scelte

un passo dopo l’altro: non farsi mai sopraffare dagli eventi

ridimensionare le aspettative: fare ciò che è possibile e cambiare quello che può essere cambiato

vivere liberamente le emozioni: “Nessuna emozione vuole rimanere per sempre. Tutte desiderano una sola cosa: scorrere. Le emozioni si modificano appena hanno modo di scorrere al nostro interno”

tenersi al di fuori: non immischiarsi in questioni che non ci riguardano e se invece ci intromettiamo offrire di meno, anziché dare subito troppo, sapendo mantenere le debite distanze

non è poi così grave: saper contenere l’agitazione e non fare mai degli eventi una questione di vita o di morte

mantenersi flessibili: mai considerare il proprio punto di vista un dogma. L’irremovibilità causa dolore e la vita è una scatola enorme piena di sorprese che richiede continui adattamenti.

Il termine corazza pertanto è da considerarsi un obiettivo per vivere la vita quotidiana in modo positivo sia come benessere personale, sia come felice integrazione con il mondo circostante. Un compito possibile, se a volerlo siamo noi stessi.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Andrés Barba (2015), Ha smesso di piovere ( Ha dejado del llover), Traduzione di Federica Niola, Einaudi, Torino

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Andrés Barba, (2015)

Ha smesso di piovere

Traduzione di Federica Niola

Einaudi, Torino

978880621756gra

 

Storie di crescita che nulla hanno concesso nel mettere a nudo i complicati rapporti tra genitori e figli. Tutti e quattro i racconti, infatti, si imperniano sulla difficoltà di diventare grandi quando alle spalle si trascinano figure materne e paterne egoiste ed egocentriche, presenze a volte troppo presenti o troppo assenti ma che, in entrambi i casi, condizionano scelte e caratteri.

Eppure in queste storie le difficoltà vengono attraversate con lucida consapevolezza, senza illusioni o falsi convincimenti,  per approdare, infine, all’essenza del titolo del libro “Ha smesso di piovere”.

Accettazione è il termine che mi viene da adottare per definire il fil rouge dei personaggi che animano i fatti del quotidiano, qui raccontati con una sensibilità che da tempo non incontravo in uno scrittore maschio.

Accettazione che non fa assumere atteggiamenti di ripicca, rivalsa o vendetta.

Accettazione che non alimenta il colore della depressione o della rinuncia.

Accettazione che non comporta scelte di abbandono o di separazione.

Semplicemente accettazione del fatto che la vita è anche il risultato di chi ci ha cresciuto, che ha vissuto prima di noi e che ha elaborato il senso della vita in una forma che non è propriamente corrispondente a ciò che si vorrebbe.

Racconti dunque di formazione, di presa di coscienza che dopo la bufera il sole può tornare a illuminare il cielo e che anche gli scossoni possono declinarsi in amore e comprensione dell’altro.

 

Accettazione la  troviamo in Paternità, dove incontriamo il bellissimo protagonista bambino che supera il casting di una pubblicità televisiva trascinato da una madre che da subito si prefigura come concentrato di ambizione e sfrenato egocentrismo. Una madre che trasuda voglia di successo a qualunque costo. Chissà di questa voglia che cosa passa al figlio quando incontra di sorpresa il successo come musicista: “Lui non si faceva illusioni perché conosceva bene il mondo della musica, ma in quegli anni si era  goduto il suo successo minore come chi ha vinto inaspettatamente la lotteria: sperperando tutto”.

Così come di sorpresa scopre che anche la ragazza di cui si innamora è molto ricca, quella stessa ragazza che glielo ha tenuto nascosto, mentre, senza esitazioni, gli ha rivelato che diventerà padre. Già, diventare padre mentre la compagna prende distanza da lui: “Le cose non sono come me le ero immaginate. Questa non è la vita che voglio. … Ho parlato con i miei  genitori. Credo che tornerò a casa. Per il momento. Vuoi che ti avvisi per il parto?”.

Diventare padre non è più un’idea astratta: lo capisce bene mentre stringe fra le braccia il suo bambino. Suo e di Sonia. “Glielo mise tra le braccia. Era di una bruttezza e di una piccolezza sorprendenti. La prima cosa che lui notò fu la sua leggerezza, una leggerezza strana, come se fosse soltanto il frutto di una sensazione. … Come si faceva conoscenza con un neonato? L’unica cosa che sapeva di lui era che si trovava lì, vedeva che si sforzava, adesso che era sveglio, di delimitare il proprio corpo, di addomesticarlo. Comprendeva, anche se era ancora a un passo dal provarla davvero, un’emozione che faceva parte di un sistema amoroso che sino allora non aveva mai conosciuto. … Aveva ancora il neonato in braccio, sentiva il suo tiepido calore e la sua estraneità”.

Un bambino che non serve a riavvicinare i rispettivi nuclei familiari, anche se la nonna paterna riesce a brigare al punto tale da ottenere una visita al nipotino:  “… il bambino aveva avuto paura della nonna sin dall’inizio.. Paura e rifiuto, paura e ribrezzo forse. La madre si era avventata sul bambino con una disperazione così poco contenuta che lo aveva terrorizzato sin dal primo istante e Antòn aveva reagito male. … Lui provava compassione … in quel momento sua madre aveva cinquantasei anni …era sgradevole e commovente e difficile vedere  che gli anni non l’avevano placata per nulla e che la sua natura eccentrica la portava a desiderare di sopravvivere più ansiosamente che mai, a cercare un senso, a perseverare con ostinazione “.

Il senso di colpa della caduta incidentale del bambino, senza conseguenze, e l’ira di Sonia non sono sufficienti ad accanirsi verso la madre, ma semplicemente a riconfermargli l’idea che: “L’epoca in cui dava a lei la colpa di tutto era passata da tempo, ma gli era rimasta la sensazione che nell’intimo di sua madre tutto, persino l’amore, il desiderio e la fame di benessere, avesse un carattere così rudimentale da rendere inevitabile l’impossibilità di inserirsi nel mondo in cui cercava di imporsi con tanta lena”.

Il rapporto con il proprio figlio Antòn resta comunque tormentato e inasprito dal fatto che Sonia, con la maternità, conosce un processo trasformativo che lo allontanerà definitivamente dal legittimo padre, perennemente alle prese con una paternità complicata: “Per lui, il pensiero di Antòn era diventato una cosa naturale come respirare. Era sempre lì, schiacciato come la polpa carnosa di una vongola, come qualcosa che ormai si possiede, anche se lui non faceva alcuno sforzo per possederlo. Era un sentimento costante ma smorzato da un’enorme quantità di elementi attenuanti e deformanti. Spesso lo faceva sentire colpevole e disgraziato, come se tutta quella situazione emanasse un olezzo fastidioso e impossibile da eliminare. Il punto non era la mancanza di gentilezza. Erano gentili l’uno con l’altro, ma qualcosa dentro di loro aveva smesso di entusiasmarsi senza motivo per i piccoli gesti e le attenzioni”.

Pur essendo vero “che non sempre gli ha voluto bene, che c’è stato un momento in cui la sua vita era completa, e lui era felice, e il bambino non esisteva”, arriva anche il momento di fare i conti con la realtà e di vedere Antòn realmente. Succede quando insieme a una nuova donna, tutti e tre giocano a Monopoli: “Le mani del bambino gli sembrano un po’ più grandi. Gli occhi del bambino gli sembrano un po’ più grandi. Quando tira i dadi, inclina sempre la testa a sinistra, un gesto familiare. Ricorda che fa quel gesto anche la madre …Capisce la confusione delle proprietà, delle case. Le ha messe tutte in fila, come un minuscolo agglomerato urbano … Che cosa pensi di fare con tutti quei soldi? … La solitudine si trasforma in un riverbero sordo. Solitudine sua, ma anche solitudine del bambino … Gli fa piacere entrare nella sua solitudine, come se entrarvi fosse un gesto delicato e difficile, una sospensione e insieme uno slittamento … si concentra sulla sua faccia, come fosse la prima volta … Si concentra sui suoi vestiti, sulla forma delle sue braccia appoggiate sul tavolo con serietà, sul suo atteggiamento concentrato. Si concentra sulla sua solitudine.  Un sei, un tre, un quattro, la prigione, il posteggio gratuito, e ogni volta che passano dal via la banconota da ventimila fulgida e agognata. E allora, all’improvviso lo capisce”.

 

Accettazione la troviamo anche nel racconto Fedeltà, dove è protagonista una ragazza alle prese con la conoscenza carnale dell’amore. A diciassette anni Marina intreccia una relazione col diciottenne Ramon e fa l’amore per la prima volta nella biblioteca del padre “Se c’è una cosa che non manca in questa casa sono i libri. Ripeterla di fronte a Ramon costituiva un piacere addizionale e trionfale, quello di sapere  Ramon, un po’ umiliato, e quello dell’impatto dell’appartamento che il padre aveva affittato sotto la loro casa perché, dove abitavano, i libri, letteralmente, non ci stavano. Da quando aveva coscienza di sé Marina ricordava di essere stata circondata soltanto di libri, libri come una massa contorta e luminosa, come una creatura minacciosa e autonoma di cui si lamentava sempre la madre (che non leggeva quasi mai) e con la quale suo padre aveva un rapporto che lo faceva sentire a metà strada tra l’orgoglio e l’audacia”.

I libri diventano la presenza visibile di un padre più risucchiato dai suoi stessi volumi che dal resto della famiglia: “Erano una famiglia strana. Si eccitavano e si entusiasmavano a intermittenza, e a intermittenza rimanevano soli e indifesi. Erano irrequieti, ma solo interiormente, e non sapevano che farsene della normalità. Era come se aspettassero sempre che   accadesse qualcosa. Qualcosa che li sollevasse in aria, che li scuotesse e li facesse reagire. Solo in quei momenti si sentivano una famiglia”.

Chissà. Forse sono proprio i libri a suggerire a Marina l’idea di volerne scrivere uno e annunciarlo alla famiglia.

Quanto all’aspettativa che qualcosa accada, di certo a Marina succede, mentre fa la volontaria per Medici senza frontiere: “Avvenne una di quelle mattine, poco prima di tornare a casa per pranzo. … Fu allora che lo vide. All’inizio sembrava un’immagine fugace. Forse era un po’ diverso il suo modo di camminare o il suo atteggiamento, o il braccio sulle spalle della ragazza.. Persino le sue dimensioni parevano diverse, come se fosse più grande o qualcosa si fosse espanso nel suo corpo, cosa che in casa non accadeva. .. Aveva anche diversi libri sottobraccio, come a casa, e la ragazza portava una borsa di stoffa e una gonna estiva a fiori .. Erano una coppia anormale, forse un po’ squilibrata nell’età, ma niente di stupefacente”.

Un evento che turba ma non stupisce Marina, come se fosse nell’ordine naturale delle cose che il padre potesse tradire la moglie.

Scatta in Marina uno strano desiderio di protezione verso  la madre che annuncia il ritorno a casa del padre più tardi quella sera: “Mangiarono in silenzio …Marina pensò che se di punto in banco avesse detto alla madre di aver visto il padre per strada con una ragazza era molto probabile che non avrebbe cambiato espressione, magari avrebbe persino finito di mangiare il gazpacho con le sue solite cucchiaiate lente. All’improvviso, per la prima volta in vita sua, l’innocenza della madre le faceva male”.

Prevale tuttavia la curiosità adolescenziale piuttosto che il giudizio morale. Marina non resiste all’impulso di presentarsi alla porta dell’amante, forte del suo ruolo di volontaria fundraising. “Non sapeva che cosa si fosse aspettata di vedere prima di entrare in quella stanza. …Era tutto così scarno e apparentemente inoffensivo da farla sentire completamente disarmata. Quanta noia, quanta sapienza, quanta vita, quanto amore c’era in quelle tazze vuote di tè, in quegli scaffali quasi nudi, in quell’agitazione, nel vestito di quella ragazza?”

Nelle relazioni, talvolta, i meccanismi si ingrippano. Succede. Succede nell’adolescenza tormentata da reazioni esplosive e da emozioni esagerate. Succede nella coppia matura, un po’ appannata dalle abitudini. Succede nelle coppie clandestine, quando la scintilla iniziale scivola nelle abitudini che si rifuggono.

Marina incontra nuovamente Sandra e “non sapeva perché ma ebbe la certezza che il padre l’avesse abbandonata. Non sarebbe riuscita a dire su che cosa si basava quella certezza, ma all’improvviso non aveva il minimo dubbio: l’aveva abbandonata e Sandra non aveva reagito male, non aveva fatto drammi, non l’aveva perseguitato, non lo aveva mai chiamato alle quattro del mattino e non gli aveva mandato messaggi”.

Tra le due c’è uno scambio confidenziale, come se fossero vecchie amiche. Sandra parla del suo lavoro. Marina del suo progetto di scrivere un libro, di cui, lì per lì, inventa una trama che, guarda caso,  riguarda un uomo sposato infedele alla moglie.

Sandra non perde l’occasione per aiutarla a sviluppare l’intreccio, prendendo a falso pretesto la storia di una relazione extraconiugale avuta da un’amica “La mia amica ha sempre saputo che quell’uomo era sposato, e anche che non era un mascalzone. Finirono per avere una storia. Si vedevano quando potevano … Una volta la mia amica le chiese della moglie e l’uomo disse, semplicemente, che la amava, … Un pomeriggio lui le accarezzò le sopracciglia con le dita e lei incominciò a provare ribrezzo … all’improvviso capì. Quello era un gesto che quell’uomo faceva con la moglie …”.

Il sole dell’estate e le vacanze nel paese natio del padre riporta una luce nuova in famiglia, dopo un inizio freddo e guardingo. Più passano i giorni, più si allentano le tensioni. Ognuno, evidentemente, nei propri pensieri insegue il desiderio dell’ottimismo: “A quattro giorni dall’arrivo, pareva che dentro di loro qualcosa si fosse disteso. A volte si scoprivano a fissarsi senza rendersene conto, e sorridevano all’improvviso, come trasognati”.

Ritorna il sereno in quella stanza da letto della casa delle vacanze così reale come le cose che contiene “la lampadina al soffitto, il comodino, i vestiti del giorno prima, il giornale che il padre si era portato dietro per leggerlo a letto e che poi non aveva letto, il posacenere  con l’ultima sigaretta che aveva fumato la madre”.

Diventare grandi. Ora Marina conosce un po’ meglio l’amore.

Lo stesso tema dell’accettazione ricorre anche in Astuzia a Acquisti, due storie di nuovo alle prese con il rapporto madre e figlia, la prima durante la gestione della malattia, la seconda nella rielaborazione della fuga della madre e il rassegnato ripiegamento del padre che spera invano nel suo ritorno fino al momento della morte.

Un libro decisamente improntato sul cambiamento non privo di dolore, ma certamente finalizzato a trovare una nuova direzione per collocarsi fiduciosamente nel mondo.

Un libro che ispira coraggio e voglia di farcela nei momenti più ombrosi della vita.

la Tartarugosa di Stefania

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