TartaRugosa ha letto e scritto di: Antonio Moresco (2020), Canto degli alberi, Aboca, Arezzo

L’autore, chiuso nella stretta dell’isolamento causato dalla pandemia, di notte esce e nel cammino lungo le strade deserte si sofferma a osservare gli alberi. Ne scopre la voce, il pensiero, la potenza comunicativa.

Parla agli alberi per parlare a se stesso, intrattiene dialoghi, interroga, risponde, instaura un sodalizio basato sul reciproco ascolto e in questi suoi intrattenimenti intersoggettivi con la vita arborea scopre le differenze tra essere umano ed essere vegetale, in un alternarsi continuo di flussi di coscienza, poesia, fantasia e sogni.

L’attenzione è rivolta soprattutto agli alberi murati, ritenuti così simili agli uomini murati di tutto il mondo a causa di un infinitesimo virus, e Moresco rimane folgorato dalla sapienza con cui queste creature sanno strappare la vita là dove trovano improbabili pertugi per nascere, negli spazi dove il vento ha deposto il loro seme.

ci sono quelli i cui semi attecchiscono nei muri, negli interstizi tra un mattone e l’altro o tra una pietra e l’altra, dentro la calce; ci sono quelli ridotti quasi alla sola corteccia, riempiti di mattoni e cemento nelle loro cavità e che però la primavera continuano a coprirsi di nuove foglie; ci sono quelli che si incuneano con le loro radici nell’asfalto dei marciapiedi e che lo sollevano e squarciano con le loro dure vene nere, tanto che devi camminarci sopra sollevando molto i piedi e le gambe e allargando le braccia come un equilibrista sul filo. … Da quando ho cominciato a osservare gli alberi murati ne ho visti scaturire con la loro silenziosa e inarrestabile spinta dalle superfici più impensate. Ne ho visti erompere da vecchie edicole di giornali chiuse da tempo … dai comignoli di case abbandonate … dai cartelli stradali … dalle zone industriali dismesse … dalle pompe di benzina con le colonnine sfondate … dalle ruote abbandonate delle macchine … dai varchi delle finestre delle case abbandonate … dalle massicciate delle ferrovie … dai cimiteri di macchine … dalle fessure e crepe di statue su cui il vento aveva trasportato per caso i loro semi.

L’albero murato diventa così una specie a se stante, qualcosa che insegna all’essere umano nuovi modi per misurarsi con i limiti, qualcosa che sa indicare una strada per superarli senza la bussola di una macchina centrale cerebrale.

Che cos’è il cervello?”

Come faccio a spiegarti … è la centrale del corpo”

Ah sì? E se si blocca quello si blocca tutto?”

Più o meno”

Come siete fatti male!”

Loro, gli alberi, si parlano e conoscono tutto ciò che avviene nel mondo umano grazie alle infinite connessioni tra ogni singola parte della loro struttura, che viaggi nel buio del sottosuolo o si protenda verso la vastità della luce: radici, tronco, rami, foglie, midollo.

La nostra sapienza è una cosa sola con noi, con le nostre radici, i nostri rami, le nostre foglie, fa un tutt’uno con i nostri corpi e si modifica e cresce con loro, mentre quella che state costruendo voi è tutta fuori di voi e vi sta oltrepassando”.

E ancora, ascoltando la voce degli alberi, si impara come il mondo vegetale guarda agli uomini e come leggono la loro storia.

Per noi alberi voi umani siete tutti piccoli, brutti e deformi. … Ma come fate a essere così piccoli, così brutti e così deformi e nello stesso tempo a credervi i più grandi, i più belli e persino i più intelligenti e i padroni assoluti del mondo e dell’universo?”

E poi c’è il magico incontro col tiglio:

Una delle macchine parcheggiate ha una portiera aperta, quella dalla parte del posto di guida. Mi avvicino, faccio per chiuderla, e allora mi accorgo che la chiave è ancora inserita nel cruscotto. … Però c’è qualcosa di strano davanti all’altro sedile … qualcosa di sottile che sale dal tappetino e che arriva fino al cruscotto e anche oltre, fino al parabrezza. …”e tu chi sei?” “sono un tiglio” mi risponde una vocina” “Come ha fatto il tuo seme ad attecchire su quel tappetino di gomma?” “Perché sopra c’era un po’ di terra, che si è staccata dalla suola delle scarpe di chi saliva. E a me è bastato”.

Ma non è quello il suo posto: è giunta l’ora di partire e di raggiungere i suoi simili. Dopo tanto gridare è arrivato qualcuno che ha sentito la sua voce e lo conduce dove la piantina esige: “Voglio andare finalmente dentro la terra, con le mie radici, con la mia vita!”.

In un crescendo di intensità incontriamo così tre cori.

Il coro degli alberi che canta:

Noi sappiamo tutto di voi, sappiamo anche quello che voi non sapete, non volete sapere. … Vi siete inventati un’essenza separata che avete chiamato anima solo per poter dire, pensare e delirare che solo voi ce l’avevate mentre tutti gli altri ne erano privi e quindi potevano essere sterminati, maciullati, annientati e sacrificati sull’altare della vostra folle specie.”
“Che mondo è questo? Le nostre radici si dicevano l’un l’altra, sbalordite, continuando a correre sottoterra e incrociandosi con mille altre radici. Che pensiero è questo? Che specie è questa? Ne abbiamo viste tante passare, ma mai una specie spaventata, disperata e folle come questa.”

Il coro degli alberi capovolti, invece, una distesa di radici attorcigliate e di fili frementi e di nodi che si stagliano contro il cielo, indica una possibile strada (compresa la fatica per costruirla) per intravvedere un mutamento, una mutazione, che non si sa mai da che parte inizia, ma che pure qualcuno a un certo punto la sollecita, iniziando ad assumere la posizione all’ingiù.

Occorre cambiare gioco:

Dovrebbero cominciare a formarsi nuove, sperimentali e diffuse sinapsi, nuove visioni e nuovi sogni, dovrebbero formarsi nuove possibilità umane e postumane impensate, che forse si stanno già formando, chi può dire, perché quando si formano nessuno riesce per un po’ o per molto ad avvistarle, nessuno se ne accorge, se ne può o se ne vuole accorgere, urgono irresistibilmente dal basso e nessuno le sente, come le radici che crescono in silenzio sotto terra o murate vive, quelle bianche, quelle nere, quelle di fuoco e anche quelle musicali.

Se noi non ci fossimo capovolti e non avessimo cominciato questo inconcepibile viaggio senza speranza non avremmo mai immaginato che dietro il cielo potesse esserci un altro cielo, che dietro la luce potesse esserci un’altra luce, che si potesse trovare e inventare un altro cielo al di là della terra e un’altra terra al di là del cielo … E allora, forse, anche gli umani, assistendo a questo sconvolgente e inarrestabile riposizionamento vegetale, … allora, forse, anche le loro teste e i loro cervelli, invece di galleggiare nell’aria, cominceranno a radicarsi poco per volta dentro la terra e a mettere radici là dentro … E allora, forse, anche loro capovolgeranno se stessi e la loro vita e capovolgeranno il mondo, cominceranno a muoversi in un mondo capovolto mai visto prima, che era sotto i loro occhi ma che non vedevano”.

Il terzo coro, quello degli alberi musicali ci accompagna alla metamorfosi finale, la più complessa perché non può mai essere programmata, ma la si costruisce a poco a poco mescolando la realtà, l’immaginazione e il sogno.

E’ il regno della poesia, del canto, della musica che non può essere annientato, ma va custodito e tramandato per sognare il nuovo sogno, il salto di specie.

E così ci siamo separati dagli altri alberi silenziosi, ci siamo dovuti separare per non farci immobilizzare, per poter continuare a sognare che a poco a poco anche tutti gli altri alberi diventeranno musicali … che tutto il nostro pianeta diventerà un pianeta musicale, che la sua musica potrà tracimare oltre la sua stessa atmosfera .. e forse persino voi, se riuscirete a tracimare da voi stessi e ad andare verso un’invenzione di specie … allora ci verremo incontro alla fine del tempo e all’inizio del tempo, nel tempo che c’è al di là del tempo e allora ci riconosceremo e ci abbracceremo e ci proietteremo e ci inventeremo …”

Non sono altrettanto sognanti le riflessioni finali di Moresco che, all’epoca della stesura del libro, riportava un bilancio di 33.000 morti nel nostro Paese e il timore di un ritorno alla normalità senza cambiare niente, senza inventare niente.

Oggi gli umani stanno sognando la fine guardando un’altra volta al di fuori di sé, al vaccino. La visione interiore, la metamorfosi, pare una strada ancora lontana.

I morti sinora sono 61.240.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Pierre Bayard (2012), Come parlare di luoghi senza esserci mai stati, Traduzione di Riccardo Bentsik, Excelsior 1881, Milano

Ecco un motto molto accattivante : “Il miglior modo per parlare di un posto è di restarsene a casa”, che – per una tartaruga – calza alla perfezione.

Di nuovo Bayard, già incontrato con “Come parlare di un libro senza averlo mai letto”, che questa volta ci prova con i luoghi, dimostrando che l’ignoranza rispetto ad un argomento non sempre è un ostacolo per poterne parlare con competenza e che molti scrittori e pensatori preferiscono restare al proprio scrittoio piuttosto che affrontare i posti di cui desiderano parlare.

Fra i molti citati, ne scelgo alcuni.

Chi non conosce, almeno di nome, Marco Polo che, dopo aver soggiornato diciassette anni in Cina, scrive con dovizia e rigore dettagliate informazioni sulla vita quotidiana che lì si svolge, dall’amministrazione, alle pratiche religiose, gusti alimentari, costumi amorosi, flora e fauna. Curioso tuttavia che gli archivi imperiali consultati negli anni successivi non rechino alcuna testimonianza del suo passaggio e delle cariche importanti da Polo rivestite, come minuziosamente da lui descritto. E altrettanto singolare è che Polo non nomina mai le migliaia di chilometri della Grande Muraglia “che pure deve aver attraversato a più riprese durante le sue peregrinazioni”. Che tali dimenticanze confermino l’ipotesi di alcuni autori secondo i quali “il veneziano non si sarebbe mai spinto oltre Costantinopoli, dove la sua famiglia aveva un’impresa commerciale per la quale transitava un gran numero di viaggiatori in grado, con i loro racconti, di alimentare la sua fantasiosa creatività?

Che dire di Edouard Glissant, che sceglie di scrivere un libro sull’Isola di Pasqua senza poterci andare, perché troppo stanco e malato? Il metodo è semplice, basta poter contare su un informatore fidato, come nel caso di Sylvie Séma, moglie di Glissant.

A distanza, senza muoversi da casa, grazie alla documentazione fotografica, disegni e aneddoti inviati dalla moglie e grazie alla lettura di altri autori come Melville, Neruda, Borer,  Métraux, Glissant potrà tradurre le molteplici fonti in “descrizioni ricche e di grande rilievo, a testimonianza della profonda conoscenza dei luoghi da lui acquisita, di certo assai più puntuale di quella che avrebbe potuto ricavare da una permanenza fisica, sia pure prolungata, sul luogo, che non gli avrebbe necessariamente fornito una visione d’insieme”. In questo caso Bayard parla di dévoyage, ovvero l’assunzione del punto di vista dell’altro per farlo proprio affinché diventi “del tutto lecito per lui affermare di conoscere il posto, e forse ancor meglio di uno qualunque dei suoi abitanti, troppo vicino all’oggetto della propria percezione perché gli sia concesso di parlarne con il dovuto distacco”.

Interessante pure l’analisi del luogo condotta dagli antropologi che, per ragioni di studio, devono restare il più lungo possibile nelle terre scelte per osservare i costumi di coloro che le abitano. Bayard sceglie Margaret Mead e qui la mia corazza ha un sussulto, perché è proprio lei il trait-d’union dell’inizio della mia relazione amorosa con TartaRugoso, e spero non per i motivi che qui riporto. Mead concentra la sua ricerca sulle abitudini di vita dei Samoani e la parte che maggiormente ha attirato l’attenzione è stata quella relativa ai costumi sessuali: “La tesi centrale dell’opera, che ne ha decretato il successo mondiale, è che la sessualità samoana è molto più libera di quella degli Occidentali e soprattutto di quella dei nordamericani, i cui comportamenti sono repressi da proibizioni ormai interiorizzate”.

In questo caso il luogo è veramente esperito dalla viaggiatrice, non esistono quindi finzioni o rappresentazioni immaginarie e tuttavia vi può essere ugualmente la scrittura di una conoscenza falsata. A Mead, infatti, vengono contestate molte osservazioni che, secondo alcuni critici, derivano da una visione parziale, ideologica e condizionata da racconti impropri. In particolare: 1) Mead “avrebbe selezionato i  fatti e piegato la loro lettura in favore della teoria che voleva difendere”; 2) l’antropologa “per ragioni di comodità personale, decise di andare a stare vicino a una famiglia americana … e si privò delle possibilità di osservazione diretta che le avrebbero permesso di verificarle proprie tesi. La sua ignoranza della lingua samoana …aumentava la distanza con i soggetti che intendeva studiare”; 3) poiché possedeva solo alcuni rudimenti della lingua, “Mead fu costretta a fidarsi delle testimonianze delle sue giovani informatrici che andavano regolarmente a farle visita … e che le avrebbero delineato un mondo dai costumi aperti, con una gioia liberatrice accresciuta dal fatto che vivevano in un universo dai costumi particolarmente oppressivi”.

Siamo perciò anche in questo caso di fronte a un paese immaginario dove viene inventato (o proiettato) qualcosa che non esiste nella realtà, fatto che mette in discussione uno dei fondamenti dell’antropologia e della sociologia, ovvero l’osservazione partecipante. Qui  Bayard fa riferimento al testo di Perec ”La vita, istruzioni per l’uso” dove “si parla di un antropologo che segue le tracce della tribù Kubu e si interroga sulle misteriose ragioni dei continui spostamenti degli indigeni, prima di capire che costoro si comportavano così a causa della sua presenza e non facevano altro che cercare di sfuggirgli”.

Certo però che lo studio di Mead è servito a dare un contributo al dibattito sull’educazione degli adolescenti americani, nonché a fornire a TartaRugosa il pretesto di restituire il libro a TartaRugoso…

Sulla possibilità di parlare di luoghi usando solo l’immaginazione, Bayard cita l’esempio di Psalmanazar che, nel XVIII secolo a Londra, fece notevole scalpore per le sue descrizioni di Formosa, isola natale della quale rivelò informazioni che “sconvolgevano le comuni conoscenze in materia” fra cui anche la lingua che “suscitò grande interesse in molti intellettuali, fra cui Leibniz, e continuò a essere studiata dai linguisti in virtù del suo rigore”.

Peccato che Psalmanazar non arrivasse da Formosa, ma dalla Francia e avesse scelto quella falsa identità per poter circolare in Europa più liberamente.

La sua potente immaginazione gli aveva permesso di ricreare se stesso: “senza una potente immaginazione non si può pretendere di parlare in modo convincente di luoghi in cui non si è  mai stati. La capacità  di sognare e far sognare è essenziale per chi intenda descrivere un paese a sé sconosciuto e speri di trascinarvi con  il pensiero i propri auditori o i propri lettori”.

Fatto che succede  anche con Blaise Cendrars che esemplifica come si possa prendere il treno più famoso del mondo, la Transiberiana, senza muoversi dalla stazione.

Incalza Bayard “che l’essenziale, per uno scrittore, è di far viaggiare il lettore … Infatti non è il luogo … ma una dimensione altra, che potremmo chiamare spirito del luogo, ciò  a cui deve guardare lo scrittore…. Lo spirito del luogo richiede un processo di idealizzazione … le sue caratteristiche principali devono essere semplificate e rese universali, affinché, tramite la forza dell’invenzione della scrittura, possa divenire, tanto nel presente quanto nel futuro, proprietà immaginaria di tutti”.

Anche in questo libro ritorna un tema caro a Bayard, ovvero la capacità creativa e immaginativa che consente di oltrepassare la frontiera che separa la realtà dalla finzione: “Qualsiasi sia il  contesto di parola e di scrittura, l’invenzione del luogo adatto sarà dunque tanto più credibile quanto più vero sarà il soggetto che lo crea. Prima di ogni altra cosa è se stessi che si tratta di ascoltare, ed è alla scrittura e alla ricostruzione di sé che bisogna lasciarsi andare, se  si vuole attirare l’altro da sé verso il proprio paese interiore, per il tramite di un’esperienza universale”.

Un buon viatico per il mio prossimo immobile letargo, che si configura di gran movimento!

TartaRugosa ha letto e scritto di: Marisa Bulgheroni (2020), Stella nera. Frammenti di una vita a due, Il Saggiatore, Milano

Il lutto, inteso come sentimento di dolore che proviamo per la perdita di una persona cara, è un evento che ci appartiene e ci richiede un lungo lavoro per ritrovare un orizzonte di senso, nonostante il definitivo congedo da qualcuno che nella nostra vita ha molto contato.

Con l’espressione “lavoro del lutto” Freud indica il processo energetico necessario per avviare quell’elaborazione psichica che consentirà di interiorizzare l’immagine del defunto e di riorganizzare l’intero mondo interno senza la presenza fisica della persona cara.


Un distacco importante non può essere assorbito in un periodo breve: l’ordine sconvolto dall’evento ha bisogno di essere ricomposto attraverso una serie di gesti, atti, reazioni che annunciano un’occasione di trasformazione per chi rimane e si interroga sul senso di sopravvivere avendo perso, nella persona amata, anche un pezzo di se stesso.

Andandotene, ti sei portato via una parte di me. E può una farfalla volare con un’ala sola?”

Anni come giorni, come secoli. Il tempo impazzito. Eri tu che lo scandivi. Senza te non ho orologi, non ho bussole. E così non mi avventuro nel mondo come quando c’eri tu”.

Stella nera è un intimo dialogo, un monologo interiore che l’autrice, la scrittrice e poetessa Marisa Bulgheroni, intrattiene con se stessa per tentare di riconciliarsi con il suo nuovo destino.

Non si riesce a elaborare il lutto. Ci si chiede: perché è giusto elaborare il lutto? Per affidare i morti alla morte e ritornare, vivi, nella vita? Per liberarci di un dolore che, prolungato, diviene malattia, a volte malattia mortale? O per respingere il passato nel passato? Non ho l’arte di elaborare il lutto. E’ la nostalgia l’ostacolo che impedisce l’elaborazione del lutto? Forse solo scrivendone posso tentare. Vorrei saper reggere le arcate del ricordo come Atlante”.


Nel processo di elaborazione è presente un’oscillazione fra esigenze opposte: da una parte la lenta acquisizione della consapevolezza che la perdita è avvenuta, dall’altra l’inutile tentativo di riappropriarsi dell’amato, come se tutto potesse tornare come prima.

Si dice la vita continua. Sì, la vita continua, inesorabile come la corrente di un fiume che ti trascina. Passano gli anni come grandi uccelli migratori in volo verso l’imprevedibile. Passano i giorni, le ore, ma niente è come prima, quando c’eri tu, e ore, giorni, anni sono numeri, non più storia.

Non è che io rifiuti la vita, ma mi è sempre più difficile affrontare la fatica di vivere senza di te.

A volte il dolore è un vuoto: un’assenza a se stessi. Il dolore è un vuoto d’aria che trascina verso il basso… nell’assenza si perde la percezione del tempo, del luogo, del proprio corpo. Poi, all’improvviso, la consapevolezza ritorna: sono io, sei tu. Tu che mi hai lasciata. Ti prego: se ti chiamo, rispondimi. So di volere troppo, ma di troppo ho bisogno per vivere questi giorni d’esilio”.

Ci vuole tempo. Tempo e ricerca di forme vitali per accogliere il se stesso strappato all’altro. Tempo per ricucire lo strappo. Tempo per consentire a chi non c’è più di dimorare finalmente dentro il vuoto dell’anima.

Ognuno cerca il proprio modo per sopravvivere al distacco.

Marisa adotta i “giochi in cui io ti avrei riproposto istanti o frammenti della nostra vita, saccheggiando lo scrigno delle comuni memorie” attraversoil “E poi? Racconta ancora!” richiesto ancora dal marito mentre i giorni diventavano più brevi.

Arriva poi il tempo del “Dove vorresti essere oggi?” e del “Ricordi?” dove l’attivazione di scene del passato diventa la celebrazione di una vita insieme e dove, lentamente, l’assenza diventa presenza, riproponendo la qualità del tragitto percorso insieme e del rinnovamento di emozioni che nemmeno la morte potrà annullare.

E subito ho intuito che solo costruendo un libro per te – come una dimora in cui tu potessi abitare – ti avrei riavuto con me. Quella voce incessante, che mi accompagnò nei primi mesi del lutto, fu l’oggetto della mia ricerca quando sembrò tacere.

Chi è solo nel suo lutto ha come unica compagna la memoria: non più all’immaginazione, ma alla memoria è affidato il suo stesso futuro. Raccontarti la nostra vita equivaleva a richiamarti nel mondo”.

Affinché la profondità della ferita si riduca e la mancanza possa acquistare valore di presenza invisibile, ma forte, nella memoria, è importante cercare di colmare il vuoto creduto insanabile:

E’ la memoria che mi permette di farti vivere in me, e, come una lanterna magica, proietta episodi rilevanti o minimi della nostra storia. Ma, anche se le vivide immagini di cui è intessuta la nostra vicenda si appannassero, mi resterebbe, incancellabile, la percezione di te, garante della mia vita.

L’esito positivo del lutto si ha quando chi resta riesce a sostenere il tormento emotivo di dover ammettere che la perdita è davvero definitiva, ma che la memoria del passato si erge come base di quella identità che si credeva sparita insieme all’affetto significativo.


La morte non ha interrotto la conversazione tra noi due, ma l’ha modificata. Non ci troveremo mai più seduti l’uno di fronte all’altra a un tavolo nel brusio di un ristorante. I moduli del nostro conversare saranno come piccioni viaggiatori che si scambiano messaggi nei cieli.

La potenza del ricordo che non cerca più oggetti, questo o quell’altro episodio, ma li contiene tutti indistintamente. In questo senso io posso dire che la misura del tuo essere vivo è affidata a me, al mio ricordo di te, alla mia ricerca di un dialogo con te, alla mia ombra che ti segue.

Stella nera è il passo finale che ha impegnato Marisa nel tempo necessario per affidare alla “scrittura il mistero del nostro essere al mondo per poi scomparire”.

Per non cedere alla distrazione che avrebbe offuscato il ricordo.

Per finalmente riascoltare la voce in “un silenzio carico di parole” nel movimento continuo della vita, nel suo incessante vagare fra il sogno del mondo interno e il ritorno al mondo esterno.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Raymond Queneau (1983) Esercizi di stile, Einaudi Traduzione di Umberto Eco

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Un gioco di bravura irresistibile:

“Queneau usa le figure retoriche per ottenere effetti comici ma nel contempo fa del comico anche sulla retorica … La retorica non si limita alle sole figure e cioè alla sola elocutio.

C’è l’inventio e c’è la dispositivo, c’è la memoria, c’è la pronuntiatio, ci sono i generi oratori, le varie forme di narratio, ci sono le tecniche argomentative, le regole di compositio, e nei manuali classici sta anche la poetica, con tutta la tipologia dei generi letterari e dei caratteri …”

Ci voleva Umberto Eco ad azzardare la traduzione dei 99 esercizi di stile di Raymond Queneau, animatore dell’esperimento dell’Oulipo, nel cui ambito anche Georges Perec ha dato il suo notevole contributo.

Perché gli Exercices di Queneau sono una “scommessa metalinguistica” che si basa su tutte le variazioni pensabili di un brevissimo testo, da cui le 98 variazioni che seguono sortiscono, nel loro insieme, un effetto comico globale: “mentre si ride su uno scambio meccanico di lettere alfabetiche, si ride nel contempo sulla scommessa dell’autore, sugli equilibrismi che egli mette in opera per vincerla, e sulla natura sia di una lingua data che della facoltà del linguaggio nel suo insieme”.

E perché pochi come Eco avrebbero saputo allineare così fruttuosamente le conversioni dal francese all’italiano, permettendosi di giocare con altrettanto perfezionismo e, pur nella scelta di alcune licenze di tipo linguistico-culturale, mantenere un assoluto spirito di fedeltà al testo originale.

Non rinuncia, Eco, di sottolineare di aver dovuto reprimere molte tentazioni: “avrei voluto provare l’eufemismo, la metalessi, l’ipallage, ero tentato di parodiare il linguaggio avvocatesco, quello degli architetti o dei creatori di moda, il sinistrese, o di raccontare la storia alla Hemingway, alla Robbe-Gullet, alla Moravia …”

E continua: “Exercices de style è come l’uovo di Colombo, una volta che qualcuno ha avuto l’idea è assai facile andare avanti ad libitum …”

Trovo così vere queste parole che, presa dall’entusiasmo della lettura di queste splendide 99 variazioni, mi sono divertita pure io a scegliere 9 titoli dai 99 proposti, partendo da un iniziale “Notazioni” (di mia pura invenzione) e da lì liberare la mia tartarughesca creatività.

NOTAZIONI

Pomeriggio d’estate. Sulla stretta strada che costeggia il lago, un autobus e un camion provenienti da direzioni opposte, bloccano il traffico. Riescono solo a passare pedoni, ciclisti e motociclisti. Una donna incinta seduta vicino al guidatore della corriera sviene.

RETROGRADO

Gravida accomodata al fianco del conducente del mezzo pubblico perde i sensi. Sulla strada transitano camminanti, bicicli e centauri. Le automobili invece stazionano dietro la corriera e il camion bloccati nella strettoia asfaltata. Il sole è ancora alto nel cielo e illumina il lago.

SORPRESE

Incredibile! Chi avrebbe mai detto che in un pomeriggio simile – mai stato così caldo! – sarebbe svenuta solo una donna, per giunta con un pancione enorme per essere incinta di soli 5 mesi? E la colpa di chi? Non certo di quel gruppo di ciclisti che sogna di raggiungere l’acqua del lago. L’avreste mai detto? Una betoniera immensa che a dir poco sfiora il muso dell’autobus di linea! I due colossi si incrociano e sapete che cosa fanno le  altre vetture? Mica prestano soccorso alla sventurata. Macchè! Se ne stanno lì boccheggiando e sudando.

INSISTENZA

Faceva caldo quel giorno. Era un pomeriggio molto caldo. Erano le ore più calde di quel giorno estivo che cade nel mese centrale dell’estate, ovvero fine luglio, un periodo caldissimo dell’anno. Pure la strada era calda. L’asfalto bolliva e il luccichio del lago spargeva calore. Sulla calda strada asfaltata, uno da nord, l’altro da sud, giungevano un autobus e un camion. La strada era calda e pure stretta. I due giganti mezzi se ne stavano uno in fronte all’altro, provenienti da due direzioni opposte, e siccome uno occupava il lato destro della strada calda e l’altro il lato sinistro della stessa strada calda, nessuno riusciva a passare, essendo le corsie asfaltate riempite da questi due automezzi fuori misura. Nel pertugio lasciato a margine dell’autobus e dal camion, uno a destra e l’altro a sinistra, potevano intrufolarsi pochi fortunati: camminatori, pedalatori, motociclisti. Fortunati anche perché potevano stare all’aria aperta di quella giornata talmente calda che sia i viaggiatori dell’autobus, sia gli occupanti del camion grondavano sudore sotto un sole spietato. Probabilmente  se l’autobus proveniente da nord fosse partito prima, non avrebbe incrociato il camion proveniente da sud in quel punto così stretto della strada, che nelle ore bollenti del pomeriggio di un’estate torrida, sembrava un girone dell’inferno. Dentro l’autobus tutti avevano molto caldo, perché stando fermi bloccati dal camion, non potevano sentire nemmeno un filo d’aria, come invece succedeva ai pedoni, ai ciclisti e ai motociclisti che, per caldo facesse, almeno erano fuori all’aperto. La signora incinta, seduta vicino al conducente dell’autobus che arrivava da nord, a un certo punto, a causa del calore estivo insopportabile, scivolò svenuta. Era proprio svenuta svenuta come quando si perdono i sensi.

DUNQUE, CIOE’

Cioè faceva caldo, dunque con quel sole, ecco, cioè, la corriera, cioè alla curva stretta, non prima, cioè quando ha visto arrivare il camion … Cioè tutti avevano capito che sì, cioè, non poteva farcela a passare. Dunque le moto, sì, cioè, anche le biciclette, cioè, voglio dire, dunque, quelle che passavano, cioè non si fermavano, dunque, potevano sorpassare. Cioè, l’autobus era fermo, dunque, con tutti i viaggiatori dentro che, cioè, ci faceva un gran caldo! Dunque la donna, cioè, quella incinta, cioè quella seduta vicino alla guida, dunque, quasi ci lascia la pelle, cioè sviene.

VERO?

Vero che caldo? Vero come sono strette, vero, le strade del lago?

Vero che non dovrebbero passare, vero, quei camion così grossi, vero? Vero che anche i ciclisti, vero, quando stanno tutti vicini, vero, bloccano il traffico, vero?

Vero che le donne, vero, quelle gravide, vero, dovrebbero stare più riguardate, vero? Perché col caldo, vero, se prendi un autobus e se l’autobus si incrocia, vero, con un camion, vero, poi sull’autobus, adesso che siamo in estate, vero, viene molto caldo, vero? E, vero, la donna col pancione, vero, poi sviene, vero?

INTERROGATORIO

  • Quando è successo?
  • Alle 16.30
  • Dove vi trovavate?
  • Sulla strada per Briz
  • Sia più preciso, per favore, lei è testimone oculare. Mi indichi in quale punto della strada per Briz è successo
  • Prima della farmacia del paese
  • Saprebbe descrivermi la dinamica dell’incidente?
  • L’autobus e il camion si sono incrociati nella strettoia e nessuno dei due riusciva a fare retromarcia perché le automobili al seguito non avevano lasciato distanza di sicurezza
  • Ritiene che l’autobus non abbia rispettato il segnale di precedenza?
  • Non saprei: ho solo sentito dire che una donna incinta era svenuta
  • Lei conosce la donna gravida?
  • No
  • Allora le sue sono solo supposizioni
  • Due ciclisti che passavano mi hanno detto di chiedere aiuto a qualcuno e così ho fatto
  • Allora c’è un concorso di colpa. Lei conosce questi due ciclisti?
  • No, io sono un passante che ha chiesto aiuto perché una donna in stato interessante aveva bisogno di soccorso
  • Quanto lei sta dicendo sarà messo agli atti. Si tenga a disposizione per ulteriori accertamenti

OLFATTIVO

Sulla strada ostruita dal traffico, tubi di scappamento esalavano asfissiante gas azzurrino. L’aria calda e afosa sollevava dalle acque del lago il tipico odore lacustre, dal sentore di pesce e alga marcita. Nelle autovetture in coda con i finestrini abbassati, le bottigliette di aranciata e pepsi cola a portata di bocca spargevano il loro aroma mescolato all’acre sudore olezzante di rabbia e calura degli occupanti seduti negli abitacoli surriscaldati.

Dalla cabina dell’autotreno un acuto effluvio di pane e mortadella, unito a tanfi di rutti aromatizzati al barbera, dirompeva fra gli insulti di un nerboruto guidatore, che non riusciva a sbloccarsi da quel fetido passaggio in cui aveva incrociato la corriera del paese.

Lì, inermi passeggeri aggrappati alle maniglie di sostegno, lasciavano sgorgare dalle ascelle gocce perlate, un miscuglio di profumi, saponi e odore corporeo, volgarmente: puzza.

E quel vortice di afrori incontrollati, salendo lungo le nari della donna incinta, forse raggiunse anche il feto protetto nel grembo materno. Il quale scalciò considerando: “Questo è troppo!”. E la mamma, per proteggerlo, pensò bene di svenire.

TELEGRAFICO

Segnalato intoppo stradale riva destra del lago. Stop. Autobus e TIR altezza farmacia Briz. Stop. Lunghe file di veicoli. Stop. Malore donna incinta. Stop.

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TartaRugosa riflette su: Marc Augè (Il tempo senza età, 2014, Raffaello Cortina) e Miciù (1997-) si tengono assieme

Ormai vecchiaia e soggettive descrizioni che grandi nomi ci regalano sono in graduale aumento, portando a conoscenza del lettore di come si arriva e si attraversa questo importante traguardo (se già non ci si è arrivati per conto proprio).

Marc Augé, antropologo e filosofo francese conosciuto soprattutto per la sua definizione di “non-luogo”, affronta il suo diventar vecchio contestualizzandolo per lo più come marchio sociale, come condizione imposta dalla sottolineatura tra età anagrafica e quella percepita. “Conosco la mia età, posso dichiararla, ma non ci credo”, sintetizza in una frase l’autore.

E il sottotitolo del libro “la vecchiaia non esiste” è ancora più lapidario, ovvero sebbene sia evidente che il corpo si logora col passare del tempo, la soggettività rimane identica e quindi, da questo punto di vista, la vecchiaia è superata dal concetto che rimanendo quello che siamo (Hillman insegna), praticamente moriamo tutti giovani.

Nelle reminiscenze raccontate da Augé, quella che mi ha fatto scattare la voglia di creare connessioni è il riferimento alla sua gatta Mounette (“ha avuto lunga vita da gatto ed è morta a circa quindici anni nell’appartamento dei miei genitori”) e alle trasformazioni da lei compiute nel corso della vita, senza però intaccare il suo carattere.

La sua indole è rimasta la stessa fino alla fine, godendo del più piccolo raggio di sole: incollata al calorifero in inverno; drizzando le orecchie al primo tubare dei piccioni in primavera; accettando i segni del nostro affetto costante con l’identica benigna indifferenza che aveva sempre fatto parte del suo fascino da quando era giovane”.

Ecco perché in questo caso Marc Augé e Miciù si tengono assieme.

Miciù, detta Lady Miciù”, ha appena compiuto 22 anni e 8 mesi. Ha avuto un ruolo molto importante nella nostra vita di TartaRugosi poiché ha segnato una svolta storica: è stato il primo animale che è entrato in appartamento per quello che si pensava un tempo predefinito dettato da una cura antibiotica (era una gattina partorita nel giardino lacustre e colpita a soli quattro mesi da rinite) e non ne è più uscita.

E’ sempre stata una gatta altezzosa con una forte padronanza del Sé (se di Sé si può parlare nel gatto) – da qui il soprannome di Lady – scorbutica con i suoi simili come si conviene a un figlio unico e viziato, affettuosa quanto basta secondo i suoi tempi, solitaria e curiosa, esploratrice quando riportata in vacanza nel giardino lacustre e temeraria fin troppo, avendola riacciuffata in più occasioni di fuga pericolosa.

Ne siamo sempre rimasti affascinati, quasi da babbei, osservandola crescere; divertendoci quando improvvisamente il rifugio sotto il divano non era più accessibile date le dimensioni aumentate con lo sviluppo; cedevoli quando i suoi perentori miagolii in piena notte eliminavano il diktat “nella stanza da letto no!”; premurosi le rarissime volte in cui qualche guaio ci costringeva a una visita dal veterinario; educativi, inutilmente, quando altri gatti sono entrati a condividere lo stesso tetto.

Come scrive Augé “E poi nel corso degli anni, impercettibilmente, le sue forze hanno incominciato a cedere”.

Da quando ha compiuto 19 anni, ho sempre pensato che fosse lei la prima a lasciarci. Invece – quasi come preveggenza del veterinario “Metterà via tutti”, – se ne sono andati prima Chat Noir e l’anno scorso Luna.

Il primo segnale di cedimento per Miciù è stata la sordità. Proprio non ci sente: da qualche anno sopraggiungere alle sue spalle la fa sempre trasalire. L’odorato però si conserva benissimo, visto che è sufficiente aprire una bustina per vederla arrivare. Ma mentre prima la sua corsa si manteneva abbastanza agile, da un paio d’anni probabilmente è intervenuta l’artrosi e ora, più che correre, si può dire caracolli, perché anche il cammino, all’alzata, è diventato incerto.

Dal maggio dell’anno scorso è peggiorata la sua insufficienza renale. Pur tuttavia anche l’estate del 2019 – i classici tre mesi – li ha trascorsi serenamente in giardino, trovando tutte le scorciatoie possibili per evitare i gradini e godendosi il sole nelle posizioni più strane per autocurarsi con l’elioterapia.

Nelle sue peripezie, tuttavia, è rimasta sempre la Lady che abbiamo conosciuto nel passato. I suoi spazi si sono mantenuti rigorosamente alla larga dagli altri quattrozampe e ha iniziato ad onorare di nuovo l’appartamento cittadino solo dopo quattro mesi dal decesso di Luna, infine convinta della sua assenza.

Anche nel caso di Miciù, sento di condividere l’assunto di Augé: il corpo parla della vecchiaia, ma la sua indole rimane quasi sovrapponibile alla sua più giovane adultità.

Ora, dallo scorso novembre, Miciù è costretta a provare l’ebbrezza dello studio veterinario: l’unica alternativa alla soppressione è infatti la flebo idratante a giorni alterni per diluire la carica batteriologica delle sue urine. Incredibilmente questi dieci minuti di terapia palliativa l’hanno ringalluzzita: dalla sua postazione fissa in bagno (ben vicina a lettiera, ciotola d’acqua e di cibo) ha iniziato le passeggiate in cucina e in soggiorno, ha ripreso a mangiare con discreto appetito, ma non riesce più a salire sulla poltrona.

Quindici giorni fa però c’è stato un ulteriore cedimento. Il suo digiuno protratto ci aveva convinto a intervenire in forma più drastica, poiché l’esperienza con Luna non voleva essere ripetuta.

Fissato l’appuntamento col veterinario per l’eutanasia dopo l’ultima idratazione – eravamo senza auto – ognuno di noi due TartaRugosi faceva i conti con la propria elaborazione del commiato. Perché anche se sono anni che ci diciamo che siamo arrivati alla fine, quando poi ci arrivi davvero non sei mai pronto.

Ma Miciù ha conservato anche la sua testardaggine, alla faccia della vetustà.

Ha ripreso a mangiare, se pur dimezzando le quantità. Sappiamo che stavolta non potranno esserci più riprese mirabolanti, ma siamo ancora affascinati dalle sue precise comunicazioni: al mattino non mangia se non iniziamo la giornata con lo sticker di ghiottoneria; alla sera, puntualmente, intorno alle venti, all’ora del telegiornale anziché accucciarsi sul tappetino vicino alla poltrona, si piazza a muso in su, fissandoti intensamente finché non la prendi in braccio.

Beninteso, la concessione è regolata dai suoi desideri: circa quindici minuti di coccole a base di baci e massaggi e poi il messaggio chiaro delle zampe anteriori sul bracciolo della poltrona. Fosse per lei si lancerebbe da sola, ma dopo aver assistito a un suo salto precario e a un trascinamento dolorante delle zampe posteriori, ora si muove verticalmente solo se accompagnata.

Gatta davvero con una soggettività sorprendente, tanto quanto Luna aveva una inaudita relazionalità.

Per Miciù non ci saranno commemorazioni particolari. Come per la sua Mamma Gatta Subdola, inavvicinabile ma onnipresente e deceduta a sedici anni nel giardino, mi limito con gioia a vederla vivere e a condividere il titolo dell’ultimo libro di Boncinelli: Essere vivi e basta.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Eleonora Tarabella (2019), La donna brutta. Vita e scrittura di Violette Leduc, Enciclopedia delle donne

Poco conosciuta, pochi i suoi romanzi tradotti in italiano, Violette Leducè una scrittrice dalla vita tormentata e incapace di adattarsi al mondo quotidiano.

Nata nel 1907 in una cittadina francese da una domestica sedotta dal figlio del padrone, a quattordici anni sarà dalla stessa mandata in collegio, dove scoprirà le sue prime pulsioni di desiderio verso una compagna di classe che sfoceranno nel romanzo Thèrese e Isabelle.

Violette è una donna ribelle, insofferente alle regole, artefice della propria costruzione di mostro, o di donna brutta (femme laide, scriverà di lei Simone De Beauvoir), supportata da un caratteraccio impossibile, dalla povertà e dalla vicinanza alla follia.

Eppure la sua scrittura è unica, tale da richiamare l’attenzione di Simone De Beauvoir, disposta a versarle una cifra mensile pur di permetterle di scrivere a tempo pieno.

Violette nei suoi scritti descrive con un linguaggio unico, lirico e carnale i suoi amori infelici, le sue esperienze lesbiche, i suoi innamoramenti di omosessuali, il fallimento del matrimonio e l’aborto, tutte relazioni sbagliate.

Resterà, prima di tutto per se stessa, quella “bastarda” che ha dato il titolo al libro che l’ha resa famosa e che porta la prefazione proprio di quella Simone di cui si è perdutamente innamorata, ma dalla quale non sarà mai contraccambiata.

Violette è “affamata” di Simone (L’affamata, 1948, è un’appassionata dichiarazione di amore folle e impossibile, che invade la vita e diventa scrittura: “Quando vi presenterò il mio quaderno saranno i baci che non vi darò mai”.) Simone, decisa, calma, razionale, è affascinata dal talento e dalla sincerità di Violette, ma respinta dal suo aspetto e conscia della sua nevrosi al punto da trattarla da “caso clinico”.

Questo pare il destino di Violette, essere di talento per i critici (Sartre, Genet) ma ignorata dal pubblico, cercare affetto ma essere respinta. Legge e scrive avidamente, perché Violette è un’affamata. Di vita, di amore, di persone, di emozioni. E’ bulimica nella sua affettività. Ama e odia, avvicina e poi allontana, graffia, scalza, si lamenta, petulante come pochi”

Quella di Leduc è letteratura dello scandalo, dell’eccesso, di quella parte maledetta che mette l’uomo di fronte alla miseria di cui è fatta la sua stessa vita.

Ma è anche letteratura della libertà, la libertà di scrivere d’amore senza nascondersi dietro alle parole, accettando il rischio della censura senza piegarsi a qualsivoglia perbenismo di facciata.

A-morale, irriverente, controversa, incomprensibile, paranoica, Violette Leduc ha gettato il seme per un nuovo modo di scrivere il femminile, nutrendosi dell’importate appoggio dei filosofi esistenzialisti, Simone de Beauvoir in particolare, ma con la straordinaria capacità di sporcarsi le mani della materia con cui è fatto il dolore di ogni donna”.

Quando proprio con La bastarda arriverà il successo Violette lo accoglierà con diffidenza, anche se finalmente i soldi – lei, tirchia per necessità – le permetteranno di acquistarsi una casa a Faucon, in Provenza, unico luogo che la metterà in contatto con la natura e la terra, facendole ritrovare un po’ di pace e serenità. Troverà la morte proprio qui, nel 1972, per un cancro al seno.

Me ne andrò come sono arrivata. Intatta, carica dei difetti che mi hanno tormentata. Avrei voluto nascere statua, invece sono una lumaca sotto il suo strame. La virtù, le qualità, il coraggio, la meditazione, la cultura. A braccia conserte, mi sono spezzata contro queste parole”.

L’appassionata biografia tracciata da Tarabella riporta in Appendice anche alcuni articoli di Leduc comparsi sulla rivista Pour Elle.

Inoltre la vita della scrittrice è raccontata nel film “Violette” (2015) di Martin Provost, già conosciuto per il successo di Séraphine.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Laura Imai Messina (2020), Quel che affidiamo al vento Piemme, Milano

Ho il privilegio (almeno sinora) di non essere mai stata coinvolta nelle catastrofi che stanno periodicamente sferzando il nostro pianeta.

Ricordo però l‘atmosfera misteriosa della mia visita di tantissimi anni fa agli scavi di Ercolano e Pompei: mi trovavo di fronte a scene sospese di frammenti di vita quotidiana consegnati all’immortalità proprio nel momento in cui si decretava la fine terrena.

Che cosa avevano interrotto quei fiumi di lava e ceneri sgorgati dalle viscere della terra? Quale era stato il pensiero di quei corpi colti in atteggiamenti e movimenti che in quegli attimi sarebbero diventati gli ultimi? Quali le parole non dette? La furia degli elementi aveva bloccato tutto, consegnando all’umanità l’enigma delle risposte.

La storia di Yui purtroppo non risale ai millenni trascorsi da quella tragedia. E’ storia del nostro secolo, quando nel 2011 tsunami e terremoto di proporzioni immani hanno sconvolto il Giappone, provocando migliaia di morti. L’onda aveva spazzato via tutto ciò che si trovava sul suo percorso, facendosi beffe dei vani tentativi di porsi in salvo di coloro che assistevano impotenti alla sua avanzata.

Lo tsunami raggiunse un’altezza di molto superiore alla stima prevista, così che alcuni rifugi divennero una formula guasta, una parola sbagliata, come una definizione imprecisa che crea una solida corrispondenza tra due cose che invece non si somigliano affatto. Così era successo anche a sua figlia e a sua madre, che nel rifugio avevano trovato la morte”.

La morte improvvisa dovuta a cause inaspettate e violente è un evento lacerante per chi resta: i fili spezzati della relazione si afflosciano, resta solo lo spazio per le domande e lo sconforto per ciò che non si è fatto o agito in maniera inopportuna.

Il “dopo” di Yui è un lento tragitto verso la ricostruzione, con tutti i travagli che l’elaborazione del lutto traumatico ingloba e l’inderogabile necessità di riorganizzare e ridefinire il proprio rapporto con chi non c’è più.

In questo dolente viaggio di resilienza, il giardino di Suzuki-san diventa il crocevia di chi si sente intrappolato e solo nel proprio dolore: C’è questa cabina telefonica in mezzo a un giardino, su una collina isolata dal resto. Il telefono non è collegato ma le voci le porta via il vento. …Una cabina telefonica in un giardino, un telefono non collegato tramite cui parlare con i propri defunti. Davvero riusciva a consolare una cosa così?… E se invece Bell Gardia fosse stato tanto pieno di gente da dover fare la fila? Del resto chi non ha dei morti con cui vorrebbe comunicare? Chi non ha almeno una cosa rimasta in sospeso con l’aldilà?

A Bell Gardia il vento non frena un momento. e Yui pensò allora che la cornetta, più che incanalare e guidare le voci verso un solo orecchio, avesse il compito di diffonderle in aria. Si domandò se quei morti richiamati alla vita di qui, in quella di là non si tenessero invece per mano, se non finissero per fare conoscenza tra loro, e per dare vita a storie che i vivi ignoravano completamente

Se la morte interrompe una interazione, non intacca certamente il legame di una relazione, con tutti i suoi desideri, aspettative, sogni costretti a un’immobilità non cercata nel pieno svolgimento della vita. Ma quando essa accade, allora l’ultima istantanea ha sempre necessità di essere ricomposta, per poterle dare una forma, una spiegazione, un diritto di replica. Per non essere travolti da sentimenti violenti e contrastanti, la rabbia, la nostalgia, la devozione, il rimpianto: “io dentro quella cornetta ci verso tutti i discorsi, anzi, molti di più …Non mi censuro mica. Glielo dico che è stato un idiota. Parlo, parlo e non mi torna in cambio nulla, solo silenzio. Però poi la notte lo sogno e lui mi risponde per filo e per segno. Sembrano le battute di un copione tagliato a metà. Ognuno dice la sua, a turno, quindi non litighiamo e abbiamo il tempo per pensare a cosa dirci la prossima volta.”.

Il Telefono del Vento, proprio perché senza fili, non è il luogo in cui esclusivamente si piange il morto, ma è sacralità di uno spazio in cui si intrecciano i fili delle storie dei sopravvissuti, perché i lutti si assomigliano tutti e, insieme,non si somigliano affatto.

C’era un ragazzino che andava lì ogni sera a leggere ad alta voce il giornale per il nonno, c’erano molti che andavano a piangere e basta. Qualcuno andava a consolare un defunto che non aveva avuto sepoltura, disperso chissà dove, sul fondo del mare o in uno dei tanti cumuli d’ossa che scava la guerra. C’era anche una madre che aveva perso i tre figli nello tsunami e non si rassegnava al silenzio, e allora parlava parlava, per riempire il vuoto rimasto. C’era una bambina che chiamava il proprio cane, che gli chiedeva come fosse nell’aldilà .. A frequentare quel luogo si capiva un po’ di più come funzionava la gente

Kui ha il grande compito di riacquistare sicurezza e fiducia nel futuro: il suo pellegrinaggio la porta periodicamente accanto al Telefono del Vento, ma nella cabina non riesce ad entrarci. Osserva e ascolta però le parole di chi in quella cornetta riversa tutto ciò che richiede un finale differito nel tempo.

Finale che arriverà anche per Yui, quando un altro uragano la porterà a sfidare la sua stessa vita pur di proteggere quel luogo di resilienza in cui, ognuno a modo suo, ha potuto ritrovare se stesso.

Della propria fragilità, Yui non amava parlare. L’aveva però alla fine accettata e quello era stato il modo per ricominciare a prendersi cura di sé .. . La vita consumava, col tempo creava innumerevoli crepe, fragilità. Erano però proprio queste a decidere la storia di ogni persona, a far venir voglia di andare avanti per vedere cosa sarebbe successo poco più in là.

Sarà infatti poco più in là che finalmente Yui varcherà la soglia e finalmente sarà pronta per una nuova storia di donna, moglie e madre.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Alicia Giménez Bartlett EXIT (2012). Traduzione di Maria Nicola Sellerio Editore Palermo

C’è un tempo per vivere e un tempo per morire.

A Exit si vive il tempo del morire.

Attenzione, la morte per libera scelta, non quella della malattia. Perché per accedere alla lussuosa villa di campagna è necessario produrre una certificazione che attesti l’assenza di depressione o malattie psichiche. Il contratto è chiaro: la permanenza, non più lunga di una stagione, può giungere al termine o col suicidio, o, in caso di ripensamento, con l’abbandono della sede prima dell’arrivo di nuovi ospiti.

E’ ovviamente pattuito che la morte non può avvenire se non per mano dello stesso richiedente: nella villa non si praticano omicidi.

Messa così parrebbe una lettura un po’ macabra, ma l’abilità della scrittrice sta proprio nella scelta di soffermarsi, più che sul singolo candidato e le sue motivazioni per dire addio alla vita, sulle dinamiche del gruppo che si trova a condividere i tre mesi di permanenza prima della fine. E lo fa con tale leggiadria e leggerezza che più volte il lettore sospetta un lieto fine (non previsto).

La parentesi di una stagione si dimostra quale metafora di un gradevole congedo cui non è difficile abituarsi, grazie al godimento dei piaceri garantiti dall’attenta e premurosa vigilanza dei due medici e dell’infermiera, della compagnia delle altre persone accomunate dal medesimo obiettivo, dell’esenzione dall’obbligo di dover spiegare la causa del gesto. Soprattutto perché a Exit in teoria erano in grado di inscenare o ricreare qualunque genere di suicidio, fantastico, storico o letterario che fosse.

Il progetto prevedeva che ciascuno potesse scegliere la morte che più desiderava, con l’ausilio della più affidabile consulenza medica, optando una teatralità del passaggio finale consono allo stile prescelto. “Sono venuta qui per suicidarmi in modo originale, personalizzato, confortevole e poco traumatico – esattamente come promette la vostra pubblicità

Perché qui mi è stato insegnato che è possibile farlo nel migliore dei modi, senza scomporsi, senza gridare dal terrore, lasciandosi portare da un sogno, senza sentirsi soli”.

Parrebbe che la morte desiderata trovi finalmente modo di esprimere ciò che nella vita non si è realizzato, una messa in scena che diventa la realtà agognata. Nulla si sa della biografia dei convitati: caratteri, personalità, inclinazioni emergono pian piano nello scorrere dei giorni, fra passeggiate nel parco, musica, pranzi raffinati, chiacchiere e nascite di irrefrenabili passioni. Non vi è nulla da perdere e nessun freno per ciò che la vita può ancora offrire. Seguiamo le ultime giornate di persone di diversa estrazione sociale: l’alto finanziere, il poeta, due bellissime giovani lesbiche e amanti, il ferroviere, la vedova, il clochard. E in questi succulenti ed erotici pomeriggi estivi la missione finale arriva come l’inevitabile scoccare dell’ora di un appuntamento inderogabile, richiamando l’attenzione degli organizzatori per allestimenti non sempre facili da realizzare.

Voleva morire come Giulio Cesare. Né più né meno. Chi poteva supporre che un uomo così umile e discreto se ne venisse fuori con un’idea del genere? Come tutti sanno, però Giulio Cesare non si era ucciso. Solo che al signor Ottosillabo la questione pareva secondaria. Aveva pagato il soggiorno perché trovava il progetto di Exit eccellente ...se qualcuno doveva vestirsi da antico romano e dargli qualche pugnalata, il problema non riguardava lui, riguardava unicamente i responsabili dell’organizzazione.

O la bella Clarissa che vuole uccidersi come Madame Bovary. “Col veleno?” “Col veleno e tutta la manfrina. Un suicidio letterario preso alla lettera”. Quel suicidio presentava non poche difficoltà. Data la sua esposizione per scene staccate, e la sua sostanziale concisione narrativa, l’episodio doveva essere largamente rimaneggiato.

Per non parlare di Eugenius: “L’importante per me è il sepolcro” “Intende dire un monumento funebre?” “Quello che voglio è una piramide. Voglio perdurare come i faraoni … Vi basterà accompagnarmi in solenne processione senza dimenticare di introdurre gli oggetti personali che io vi indicherò, insieme a cibo e buoni vini all’interno della piramide”.

Nella splendida villa dieci camere si aprono sul corridoio … la prima, ornata di pizzi e quadri antichi. La seconda ha un’aria alpina .. La terza è tutta rosa. La quarta, di ispirazione marinara … La sesta moderna e funzionale … La settima ricorda la cella di un monastero. L’ottava propende per uno spumeggiante stile Luigi XV. La nona è tutta specchi. La decima accoglie robusti mobili di rovere e quando sta per scadere il contratto l’organizzazione richiede praticità:

Signori, abbiamo pochi giorni di tempo e non possiamo fare a meno di entrare in argomento. Quanti di voi hanno deciso quando e come arriverà il trapasso?”.

Perché la nuova stagione è in arrivo e uomini e donne annoiati o stufi della loro esistenza attendono. Perché “Ci saranno sempre ospiti a Exit, sempre”.

TartaRugosa ha visto e scritto di: STILL LIFE (2013) regia di Uberto Paolini e Il mio ricordo degli eterni. Autobiografia, (2011) EMANUELE SEVERINO, Rizzoli

Il regista Uberto Paolini non ha una diretta discendenza dal più noto Pier Paolo, ma vanta comunque un’altrettanto nobile parentela, in quanto nipote di Luchino Visconti.

Il film Still life è la sua seconda prova di regista.

Martedì 21 gennaio 2020, Rai5 ha messo in onda questo film, nello stesso giorno in cui veniva data notizia della morte del filosofo Emanuele Severino (a distanza di quattro giorni dall’effettivo decesso, ma resa pubblica a funerali avvenuti secondo la volontà dello stesso Maestro).

Evento del tutto casuale ma, se considerato nell’ottica della sincronicità junghiana e del pensiero severiniano, assolutamente celebrativo della supremazia dell’Eterno.

John May è un impiegato comunale che si occupa della ricerca dei familiari di coloro che trapassano in condizioni di solitudine.

John May è una persona timida, sensibile, scrupolosa che indugia attentamente sui piccoli indizi trovati ogni volta che varca la soglia dell’abitazione di chi non c’è più.

Le sue mosse non sono dettate da curiosità morbose o protocolli d’ufficio. La sua personale vocazione va ben oltre: è l’umana ricerca della storia di chi ha affrontato la morte senza accompagnamento, privato dalla vicinanza di un affetto.

I colori della pellicola ci appaiono sfumati, più vicini al bianco/nero e appena ravvivati da tonalità grigio tortora e tenui pastelli, come a sottolineare la cupezza del compito assunto.

Pochissimi i dialoghi, più dense le immagini che sanno rappresentare lo svolgersi delle vicende esistenziali.

Entriamo in case da cui ancora traspira la vita di chi vi abitava: dalle foto incorniciate, a lettere ritrovate in un cassetto, a calze di nylon stese allineate ad asciugare sul filo della biancheria, a mutande appoggiate sul calorifero laddove bottiglie vuote testimoniano un trascorso di disperazione.

John May raccoglie indizi, ritaglia accuratamente fotografie che apposta in bell’ordine su un album dedicato che, nel corso del tempo, (22 anni) è diventato una sorta di “pictures of an exibition” sempre più consistente.

In questo rovistare nel passato c’è il desiderio di riallacciare legami allentati, di verificare le cause di quell’essere soli, di riconsegnare a chi rimane un ultimo ricordo.

Ma, ancor più struggente, i piccoli particolari di cui ogni singola vita è ricca, serviranno a John May a scrivere una necrologia personalizzato, un sermone individualizzato da consegnare e far leggere al prete durante la cerimonia funebre, in una chiesa vuota, dove l’unico presente, oltre all’officiante, è John May, solitario accompagnatore della salma anche al cimitero.

Altri personaggi compaiono nel film: addetti alle celle frigorifere, che ricordano a May che i giorni della ricerca dei superstiti stanno per scadere e la pratica in qualche modo va chiusa. E non sorprende il viso malinconico del nostro funzionario che appone sulla cartella il timbro “caso chiuso” nella maggior parte dei casi senza la soddisfazione di un esito positivo del suo lavoro.

Inaspettatamente la vita di May è scossa da un avviso crudele: il suo ufficio deve essere ridimensionato e poiché la sua presenza è giudicata inutile e costosa – “è troppo lento” nell’espletamento delle pratiche – sarà licenziato.

Sorpreso May incassa la notizia, ma chiede comunque qualche giorno di proroga per portare a compimento l’ultimo caso, quello di William Stoke, vecchio alcolista alloggiato nella casa di fronte alla sua.

Questa ultima ricerca lo farà risalire a Kelly la figlia di Stoke, ma da lui abbandonata molti anni prima. Per carpire ulteriori notizie, May riecupera anche vecchi amici di William e con loro si ritrova a condividere il prezzo richiesto per le informazioni, una bottiglia di whisky.

Kelly, raggiunta a Londra, prende atto della morte del padre e si oppone alla richiesta di presenziare al funerale. Si profila per May un’ulteriore e ultima archiviazione di una morte senza cordoglio. E’ nel suo ufficio per sistemare con estremo ordine i suoi incartamenti e uno squilllo di telefono lo distoglie da un gesto estremo.

E’ la voce di Kelly che ha cambiato idea e desidera incontrarlo.

Si apre una prospettiva insolita per John May: i colori della pellicola si riaccendono, sul suo viso mesto appare il sorriso, e l’emozione di accettare l’invito a bere qualcosa nel futuro sottolinea un nascente interesse fra i due.

Fin qui la storia. Ma che cosa tiene insieme la trama di questo denso film con il pensiero di Emanuele Severino?

Banale e riduttiva sarebbe la scelta di una happy end in cui lo sconforto del licenziamento viene ricompensato dall’amore grato di una figlia che ritrova il padre sparito grazie al distinto signore che si è fatto artefice del ricongiungimento.

La vita presenta eventi non programmabili e anche per lo spettatore pochi secondi sono sufficienti a capire che per John May non ci sarà un futuro.

Il suo funerale, seguito da nessuno, si svolgerà in concomitanza a quello di William, al cui feretro sono accodate tutte le persone che John ha raggiunto per darne la notizia.

Triste e amaro sarebbe questo finale su cui la cinepresa si sofferma: a pochi metri di distanza giacciono il “caso chiuso” di Stoke con un’ignara Kelly di nuovo vicino al padre e il tumulo di fredda terra nera che ricopre la bara di John nel deserto campo comune.

Scrive Emanuele Severino:

Poi, quando la vicenda terrena dell’uomo sarà giunta al proprio compimento, sarà necessario che ognuno faccia esperienza di tutte le esperienze altrui e che in ognuno appaia la Gioia infinita che ognuno di noi è nel profondo. Essa oltrepassa ogni dolore sperimentato dall’uomo” (p. 12)

Ed ecco che, ad uno ad uno, dal brullo paesaggio circostante, prendono corpo e movimento tutti coloro che in John May hanno trovato prossimità, compassione e umanità proprio nella condizione del compimento finale, quando tutto sembra destinato a diventare nulla.

Attorno al tumulo di John una moltitudine accorata accoglie con Gioia l’eterno suo esserci:

In pace riposano i cadaveri. Lasciandosi alle spalle il dolore e la morte, quella luce mostrerà all’infinito una Gioia sempre più infinita”.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Fredrik Backman (2018), L’uomo che metteva in ordine il mondo, Mondadori. Traduzione di Anna Airoldi

Ebbene sì, le vacanze di Natale di quest’anno hanno salutato una TartaRugosa trasgressiva: prima il piacere, poi il dovere.

In effetti la pila di libri sulla scrivania che, accanto a quelli di studio e di lavoro, cresceva di giorno in giorno era una tentazione troppo grossa per resistere. E così dal 20 dicembre a Santo Stefano, più che mai ritirata nel mio guscio, ho macinato pagine su pagine. E sono stata punita. Dall’influenza.

Ora che le vacanze sono finite, mi ritrovo con la stessa lunga lista di cose da fare stilata al loro inizio (opportunamente accompagnata dalla mitica frase “Mi ci dedicherò durante le feste”), ma non sono pentita. In vecchiaia anche le tartarughe diventano un po’ incoscienti.

Dei libri divorati, alcuni sono stati un piacevole passatempo, altri decisamente più incisivi. Perché, gira e rigira, nonostante tutto, si sono rivelati quelli più attinenti alle mie tematiche professionali.

Nella mia proverbiale lentezza, non potendo scriverne di ognuno, tenterò di estrapolare quanto meno delle chiavi che, in forma differente, ruotano al racconto che più mi ha emozionato e che dà il titolo a questo post.

Le chiavi sono “relazioni”, “morte” ,“elaborazione del lutto”, “tempo”.

Il testo di Vittorio LingiardiIo, tu, noi, Vivere con se stessi, l’altro, gli altri” rappresenta lo sfondo su cui si stagliano i romanzi di Pierre LemaitreIl colore dell’incendio”, di Sandro VeronesiIl colibrì” e, appunto, questo di Fredrik Backman.

Rispondono, sia pur in maniera differenziata, ad alcune domande che lo psichiatra si pone: “Come si può vivere con gli altri se non si riesce a convivere con se stessi? Come organizzare in modo coerente la propria esistenza senza cedere alla tentazione della rigidità?”. “Ogni giorno ci imbattiamo in noi stessi … Vogliamo cose diverse, spesso incompatibili: avventura e sicurezza, solitudine e compagnia, fermezza e patteggiamento, parola e silenzio”.

Nei patchwork narrativi qui trattati, tutti i protagonisti devono affrontare emozioni e dolori utilizzando i propri meccanismi vicendevolmente difensivi e proiettivi.

Madeleine Péricourt, ne “Il cuore dell’incendio”, è la protagonista che, ai tempi del primo dopoguerra, si trova improvvisamente a gestire l’impero finanziario della famiglia dopo la morte del padre e un inatteso e sorprendente incidente del figlioletto. La madre – siamo all’inizio degli anni Trenta – deve fare i conti con personaggi che si scopriranno sordidi, corrotti e in corsa per il potere: o soccombere, o difendersi a spada tratta grazie a machiavellici intrighi, in cui le orchestrazioni e le scelte effettuate sovvertiranno i destini di molti uomini.

La convivenza che Madeleine deve garantire a se stessa sarà alimentata da uno spietato spirito di vendetta sempre in bilico tra morale e desiderio, che tuttavia le consentirà di sopravvivere e di superare i dolori del passato: “Madeleine rimase per un po’ a fissare il tavolo, il bicchiere, il giornale. Era già esausta per quello che si apprestava a fare. La sua morale e gli scrupoli che provava la spingevano a desistere, mentre la collera e il risentimento la inducevano a farlo. Cedette al rancore, come sempre”.

Marco Carrera, ne “Il colibrì”, ci accompagna nella sua saga familiare come farebbe il colibrì, capace di volare indietro: nonostante tutto sembri precipitarlo in un fondo sempre più buio, nell’apparente immobilismo Marco dimostra che si può sopravvivere anche restando fermi, esattamente come le ali del colibrì che freneticamente battono per tenerlo sospeso nell’aria e fargli conquistare la sopravvivenza.

Attraverso la parola e il racconto – come suggerisce Lingiardi, per fare pace con se stessi il modo migliore è raccontarsi “raccontarsi per ritrovarsi”– Marco ripercorre pezzi interi della propria esistenza costellata di eventi tragici, rimpianti e relazioni interrotte . Svilupperà resilienza risalendo all’indietro fino alle origini della sua storia e scoprendo l’illusoria felicità del padre e della madre; il dramma esistenziale della sorella; l’amore nascosto del fratello per la stessa donna che amerà clandestinamente e platonicamente per tutta la vita; la follia della moglie e l’investitura della figlia come promessa di una nuova generazione capace di sopravvivere alle rovine di quella vecchia.

Arriviamo infine al nostro protagonista principale: Mr. Ove, l’uomo che non poteva fare a meno di mettere in ordine il mondo. Mi piace prima ricordare il “Noi” di Lingiardi che considera il tema della convivenza sociale in serio pericolo e che ritiene come unica soluzione possibile, per evitare lo sbriciolamento del vivere insieme, “un’instancabile azione quotidiana per il noi”.

Mr. Ove apparentemente sembrerebbe molto lontano da questo atteggiamento: misantropo, estremamente parsimonioso, abitudinario, solitario e asociale, facilmente irascibile, tenacemente e morbosamente attaccato al rispetto delle regole, “un vicino amaro come una medicina”. (mamma mia, quante di queste caratteristiche ho trovato anche in me!)

Incomprensibilmente, date le peculiarità del carattere, una giovane, intelligente, socievole e bella donna, Sonja, si innamora di lui e i due si sposano. La perdita della moglie, troppo prematura, getta nello sconforto Mr. Ove, che non sa più che farsene della propria vita e decide di farla finita. Nella sua meticolosità e nel suo desiderio che anche dopo la sua scomparsa tutto resti nell’ordine più assoluto, Mr. Ove pianifica con estrema precisione ogni dettaglio per il gesto estremo. E lo fa per quattro volte. Una volta col gancio e col trapano per potersi impiccare; una volta col tubo di scappamento dell’automobile per morire asfissiato; una volta tentando di gettarsi dalla banchina della stazione per finire sotto il treno; una volta con un vecchio fucile per sparsi un colpo in testa.

Ma quel maledetto Noi incombe sulle sue strategie, portando lentamente nelle pagine della storia incredibili personaggi – assolutamente insopportabili per Mr. Ove – che impediranno ogni volta l’attuazione del piano di suicidio.

Perchè dipanando la storia di Mr. Ove si scoprirà che oltre a un difetto congenito (il suo cuore è più grande del normale), quelli che sembrano difetti sono la dimostrazione di un cuore grande anche nelle azioni di solidarietà verso i bisogni (incapacità o imbecillità della gente che non sa fare più niente, a detta di Ove) degli altri.

Durante questa lettura si ride e si piange. Il divertimento è legato alla capacità della scrittura di farti immedesimare nelle varie situazioni rocambolesche, in cui da un’iniziale antipatia precipiti nel riconoscimento della grandezza valoriale che abita Mr. Ove, scoprendo le sue aperture verso i temi più graffianti della complessa modernità.

Ci si commuove per la caparbia ostinazione di ricerca di confronto che Ove ha con la tomba di sua moglie: non esiste episodio che non venga da lui raccontato al suo cospetto per immaginarne le possibili reazioni di approvazione o diniego, a richiamo di quel “tu” espresso da Lingiardi: “Riconoscere il “tu” significa sposare un principio di organizzazione psichica che mi permette sia di conoscere la mente dell’altro come fonte di intenzione e di iniziativa, sia di sentirmi conosciuto”.La loro è stata una vera e profonda relazione amorosa.

Ci si intenerisce per il rapporto col gatto randagio che, come tutti gli animali, ha subito riconosciuto dietro la ruvidezza di quell’uomo un porto sicuro e mette in pratica tutte le mosse possibili per ottenere ciò che vuole: non separarsi mai da lui.

Si piange perché la maschera del burbero solitario in realtà svela una forte dimensione sociale: quando, per altre vie, la morte sopraggiunge davvero la collettività si scopre orfana di un vero maestro di vita. “Al funerale si presentarono più di trecento persone”.

Mr. Ove (En man som heter Ove) è un film del 2015  diretto da Hannes Holm Paese di produzione: Svezia

E’ grazie alla visione del film che sono approdata alla lettura del libro.