Corteggiamenti

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Durante i corteggiamenti il maschio manifesta attenzione per la tartaruga femmina con violenti morsi ed urti contro il carapace. Tutto ciò continuerà finchè la femmina, esausta, sarà accondiscendente e permetterà al maschio di posizionarsi sul suo carapace per l’accoppiamento.

La violenza di questi approcci potrebbe indurre, chi vedesse la propria tartaruga così maltrattata, a separarla immediatamente dal suo compagno. Ma così facendo si otterrebbero solo deposizioni di uova non fecondate.

Esiste il rischio che la femmina riporti ferite più o meno gravi sia sugli arti anteriori che posteriori. Qualora se ne presentasse la necessità, occorre intervenire con un’adeguata medicazione.

Per alleviare parzialmente questa “sofferenza” è consigliabile che per ogni maschio si abbia un rapporto di almeno due femmine, in modo che le aggressioni si succedano con minor frequenza. Di conseguenza è da evitare che una sola femmina sia sottoposta alla presenza di due o più maschi.

E’ molto raro che l’accoppiamento avvenga al primo tentativo. Talvolta esso ha successo solo perché la femnmina si infila in un angolo che non le dà possibilità di fuga.

Magda Szabò (2005), LA PORTA, Einaudi, Traduzione di Bruno Ventavoli

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Magda Szabò (2005)

LA PORTA, Einaudi

Traduzione di Bruno Ventavoli

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Sarà che il vocabolo “porta” mi richiama il ricordo di un minaccioso Barbablù dell’infanzia e, da quei tempi lontani, un uscio chiuso, ovunque sia situato, mi impone l’indugio e la trepidazione. Sarà che le vecchie e amate porte monumentali con i loro intarsi, pomelli o batacchi dorati mi hanno sempre fatto immaginare scenari vietati e impenetrabili.

Di certo, fotografia e titolo del romanzo apparso un giorno sul comodino mi hanno dato subito da intendere che non sarebbe stata una lettura facile.

Sicuramente non  per lo stile o per la trama, entrambi snodati e incalzanti.

La storia di Emerenc è una storia strettamente allacciata a quella che Hillman definisce “la forza del carattere” , lo straordinario tratto che esalta ciò che in ognuno di noi è unico, irriducibile, singolare, strano.

Quando avviene che nel destino della vita due caratteri debbano incrociarsi e scontrarsi per bagaglio biografico, culturale e valoriale antitetico, può accadere che le direzioni degli individuali percorsi prendano le necessarie distanze. Oppure può capitare che la relazione cerchi, sia pur disperatamente, uno spiraglio dove incunearsi per scoprire il mistero dell’altro.

E’ così che mi piace leggere il simbolo della porta della casa di Emerenc che ci accompagna con un esplicito quanto non patteggiabile messaggio:non voglio essere aperta.

Che cosa ci sia al di là del battente sprangato, nessuno riesce ad immaginarlo. Esattamente come la storia di Emerenc, donna infaticabile, vigorosa, di un’energia senza fine nonostante la non giovane età. Quasi rocciosa, aguzza, pronta a scalfire la pelle e a provocare tagli quando il contatto dell’altro diventa più duraturo.

In questa storia di costruzione di un rapporto interindividuale c’è un altro.

Anzi, un’altra: Magda. Non di secondaria importanza inoltre il marito e il cane di Magda. Due forme viventi che si prestano a diventare importanti mezzi transizionali per avvicinare le due donne nei momenti in cui tutto, di nuovo, sembra definitivamente inconciliabile.

Perché è questo che costantemente avviene. Le piccole conquiste comunicative, le conoscenze di indizi che illuminano gli strani comportamenti di Emerenc, i tentativi di abbandono ad un affetto che litiga con le ferite profonde di una storia tragica e violenta si susseguono con un’oscillazione perpetua tra amore incondizionato e repentina riappropriazione di ciò che è stato concesso.

Ad ogni riconciliazione, però, la distanza si abbrevia.

Nel diario di Magda il lettore riesce ad assemblare il passato di Emerenc e si fa catturare dal suo carattere così indisponente e, al tempo stesso, generoso.Si entra talmente a fondo nella conoscenza delle due protagoniste che si soffre per i continui errori commessi da entrambe le parti per l’incapacità di dire all’altro “ti voglio bene, sei importante per me”.

Ti accorgi dell’identificazione e della partecipazione cui non puoi sottrarti – solo perché lettore – quando arriva il momento della malattia di Emerenc.

Sei agli ultimi capitoli del romanzo. I più struggenti. Ora sei al di là della porta.

Ti rendi conto che talvolta una porta chiusa non è una forma di riservatezza solo per chi dietro si difende. Sei tu stesso a sentirti nudo al cospetto dell’intimità dell’altro.Vorresti allora che quel varco aperto con la forza si rimarginasse e ripristinasse quella barriera fiduciosa e rispettosa dei tesori accumulati durante i giorni, i mesi, gli anni. Quegli oggetti così assurdi agli occhi degli altri, ma così densi di significato e valore per chi, con caparbietà, li ha stipati nel ripostiglio dell’anima e li ha sigillati con sicure mandate.

Vorresti dire a Magda “Dov’eri, Perché non ti trovavi lì dove dovevi essere, Quanto è sincero il tuo amore, Perché non capisci il tuo tradimento, Perché continui a mentire?”.

Non ti capaciti di quante bugie dovranno ancora essere mormorate per non avere il coraggio di confessare a Emerenc l’accaduto. Che, illusa, si mette di impegno per recuperare le forze, per guarire, per poter ritornare in quel luogo che crede esistere tuttora, ben protetto dalla sua porta.

Ma, già lo sai, niente più tornerà come prima. Così  come accade quando rivedi un film per la seconda volta e, pur conoscendone la sconsolata fine, speri che magicamente succeda un evento nuovo che capovolga la situazione.

La tanto desiderata verità arriva come una mannaia.

“Se mi avesse lasciata morire, come avevo deciso di fare quando mi sono resa conto che non sarei più stata in grado di affrontare un vero lavoro, avrei vegliato su di lei anche dalla tomba, ma ora non la sopporto più accanto a me. Vada via.”

Il rimorso di Magda è ora più comprensibile. Ce lo aveva confessato in apertura della storia: “Una sola volta nella mia vita … una porta si spalancò davanti a me, la porta di una persona che voleva difendere a ogni costo la propria solitudine e la propria misera impotenza, che non avrebbe mai aperto nemmeno se le fosse crollato addosso il tetto in fiamme. Solo io avevo il potere di vincere quella serratura: la donna che girò la chiave aveva più fede in me che in Dio, e io stessa, in quell’istante fatale, credetti di essere saggia, riflessiva, buona, razionale, come Dio. Ci sbagliammo entrambe, lei che si fidò di me, io che confidai troppo in me stessa. Ma ormai poco importa, perché ciò che è accaduto non si può rimediare”.

Una bruciante vicenda umana da leggere e ponderare, poiché nessuno di noi è esente dallo sperimentare sentimenti forti e, tanto meno, dal reggere la fatica di cedere un pezzo di sé per fare posto alla diversità dell’altro.

l’alimentazione della TARTARUGA

La dieta ideale della tartaruga è povera di proteine e� grassi, mentre è ricca in carboidrati complessi, fibre e calcio e sufficiente per gli altri minerali come il fosfato e le vitamine. Il calcio è importante per la costruzione della corazza e dello scheletro, specialmente nei giovani, per la produzione di uova nelle femmine che le depongono e per le funzioni muscolari.�
Ranuncolo, trifoglio, tarassaco, caprifoglio, piantaggine, crespigno e piante simili forniscono le fibre necessarie alla dieta in libertà. Essendo poichiloterme, le tartarughe sono in grado di digerire il cibo solo se mangiano alla giusta temperatura ambientale, l’ideale sarebbe tra i 20 e i 32°. Al di fuori di questo intervallo, diventano indolenti, possono sperimentare stress fisiologico, mangiare meno del fabbisogno, digerire in modo inefficiente e correre un rischio più alto di morte per malattia.Divertissement: le unghie smaltate possono essere scambiate per i loro frutti preferiti. Uno smalto vermiglio può essere scambiato per un pezzo di pomodoro. Come può testimoniare chiunque abbia avvicinato troppo un dito alla bocca di una tartaruga, hanno un morso tenace e forte che può far sanguinare, lasciando un chiaro segno della forma della mascella.

viaL’alimentazione della tartaruga.

Pino Roveredo, Mandami a dire, Bompiani, 2005

TartaRugosa legge e scrive di:

Pino Roveredo (2005), Mandami a dire, Bompiani, Introduzione di Claudio Magris

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Ci sono tanti modi di dire la solitudine, l’indifferenza, lo sfruttamento, la violenza, l’emarginazione … Lo sappiamo dagli strilli dei titoli dei giornali, dalla retorica dei benpensanti, dal distacco delle analisi sociologiche, dall’enfasi delle interpretazioni psicologiche.
Roveredo, con “Mandami a dire”, ha scelto la forma più immediata, più diretta, più vera: la diversità come la terrificante normalità che non puoi scrollarti di dosso.

Nei suoi brevi quattordici racconti non c’è alcuno spazio per critiche o condanne ed è stupefacente il segno del graffio che ti rimane dopo aver incorporato quelle storie contrassegnate da una pacata rassegnazione, da una struggente accettazione dello svolgimento di un filo che non può appartenere ad un’altra matassa, perché altrimenti non si tratterebbe più della tua esistenza.

E se ogni storia è amara amara, perché ti senti così attratto dalla poetica crudezza di ciò che anche volendo non puoi certo definire “la rivincita degli sconfitti”?

Forse perché è come scrutare l’erba d’inverno dalla parte delle radici, dove sotto un’illusoria aridità si nasconde un invisibile fermento vitale che spinge contro la dura crostra di terra, reclamandone la legittima porzione di proprietà.

Ed ecco alcuni tenui fili che bucano il suolo:

Il sordomuto non può “mandare a dire” le cose più care. Le deve dimostrare. E allora l’Abbraccio abbraccia, il Bacio bacia, la Carezza accarezza. E poi c’è la fortuna del sesto senso, quella magica compensazione insegnata ai proprietari di una dimenticanza.

Il malato psichico ex degente manicomiale grida la paura atroce di chi è diventato prigioniero della libertà e ne è rimasto sopraffatto, sacrificandole la vita. Ricorda la storia di un amore sbocciato tra i cancelli chiusi e smarrito alla loro riapertura. Quell’amore faceva battere il cuore quando si era rinchiusi, ma ora nel fuori di un mondo che non ti appartiene, che non possiede amore, come fai a trovare la donna che ha voluto in regalo l’effimero fiore bianco di dicembre, cristallo di ghiaccio sciolto al primo contatto col calore e al cocente dolore delle botte ricevute per l’uscita non programmata?Resta ogni giorno il tentativo di digitare un numero di telefono a caso, per sfidare la legge delle probabilità e finalmente riudire la voce desiderata.

Anselmo ha raggiunto in quarantatre anni il record della produttività ad una catena di montaggio. Alienazione della fabbrica? No, tutt’altro. Per Anselmo il cartellino del timbro è l’accesso benefico ad una quotidiana seduta di cromoterapia. Là, al reparto Coperchi, ai suoi barattoli di vernice Anselmo parla e racconta di sé e del mondo a seconda del colore del giorno. Sono loro, i barattoli, gli amici fidati che non lo tradiscono mai. Gli unici amici pronti a colorare anche il momento del congedo finale.

Martino, l’eterno ultimo nelle corse ciclistiche, riconosce l’orientamento della strada osservando il movimento dei culi che lo precedono. Accade però che un dileggio, uno sfottò dei colleghi rintuzzino un orgoglio sopito che lo porta ad un passo dal traguardo, ma non alla tanto agognata vittoria. Martino perde il lavoro, ma nel letto d’ospedale sogna il ritorno al paese e l’avvenire di suo figlio.

Nini è di nuovo in punizione in un buio sgabuzzino e aspetta le busse del padre al suo ritorno serale. E intanto sogna un mondo di luce, senza sgabuzzini e tanti prati verdi dove correre con i bambini che sbagliano. Non sa, Nini, che dietro questi prati si annida il suo stesso futuro di padre violento. Così è la storia del maltrattato: ripetere lo stesso copione con chi gli succederà.

Il tredicenne aiuto dell’aiuto manovale. Una forza giovane e che costa poco. L’importante è resistere, non contare le dieci ore di lavoro, non contare le cinquantadue buche che le ruote della corriera incontrano lungo il percorso, non contare le urla che scendono nella scala gerarchica fino a lui, ultimo della fila, non contare le buste che passano dalla mani del padrone a quello dell’ispettore di controllo.

Basta resistere, senza contare le volte in cui le vertigini hanno fatto sognare le cinture di sicurezza.

Ma come si può resistere mentre si cade dal quarto piano?

In “Mandami a dire” altre vicende umane si succedono: una coppia adattata alla propria infelicità viene trasformata in mostro da prima pagina; i sogni che bussano alla porta di chi vuole andare lontano e non torna più; le illusioni e le disillusioni degli eterni giovani che inseguono all’indietro lo scorrere degli anni; una telefonata che annuncia la morte di un figlio.

E poi altri ancora … Graffiti memorabili, come li ricorda Magris nella sua magistrale introduzione. 14 piccoli capolavori da non perdere. Per leggere, per meditare, per farsene impossessare.

P.S. Devo a Prisma la mia gratitudine per evermi fatto conoscere Pino Roveredo, in questa sua segnalazione diUna carezza genitore

José Saramago, Cecità (traduzione di Rita Desti), Einaudi, 1995 | TartaRugosa

TartaRugosa legge e scrive di:

José Saramago, Cecità, (traduzione di Rita Desti),  Einaudi, 1995
L’infinito reticolo associativo che il nostro cervello può assemblare mi ha sempre affascinata.

Da una parola, un’idea, un pensiero possono srotolarsi miriadi di percorsi che, talvolta, ci conducono in luoghi ben diversi da quelli prefigurati.

E chissà quale sentiero partendo dall’ascolto degli eventi affioranti dal rumore del vivere – esplosioni di carne umana, sventramento di ambasciate, chiese, autobus e mercati, crollo di torri, sterminio di polli e di tacchini, scuoiamento di cani cinesi, infanticidi, stupri e ancora ancora ancora – mi ha invitato a re-incontrare la lettura di Cecità.

Ché pure già il titolo stimola all’evocazione della tenebra, del buio, dell’oscuro.

E invece no.

Saramago sceglie l’espediente del mal bianco, di una totale immersione in un mare di latte che pure ti impedisce di vedere, rendendoti cieco.

Dicevo appunto, chissà la mente dove ha scavato per farmi ritornare a questo libro: una sfida da non trascurare.

Succede, senza un motivo apparente, che un giorno, imbottigliato nel traffico, alla guida della sua auto, un uomo improvvisamente non vede più. Seguono, nell’ordine e in breve tempo, il tale che lo riaccompagna a casa – che si rivelerà ladro dell’auto delle cui chiavi è rimasto in possesso -, l’oculista, una prostituta, paziente dell’oculista, e poi via via il taxista, il ragazzo strabico, la moglie della prima vittima, la cameriera dell’albergo, tutte persone che di fatto, per qualche motivo, hanno visto intersecati i loro cammini.

E’ il contagio di qualcosa di cui non si conosce la causa, ma che, esponenzialmente, produce effetti sempre più devastanti.

Ovviamente, per motivi di sicurezza, si decide di scegliere un luogo per la messa in quarantena dei primi casi accertati: sarà un caso che quello ritenuto più adatto sia un vecchio manicomio dismesso?

Da qui inizia la diretta di un raccapricciante reality show: ogni giorno il numero degli internati aumenta, una voce metallica scandisce le 15 regole di convivenza cui attenersi per una totale autogestione, giacché per evitare la propagazione del mal bianco, nessuno dall’esterno potrà avvicinare i già contagiati e coloro che, potenzialmente,  hanno avuto occasione di contatto.

Di rilievo: una sola donna, la moglie dell’oculista, finge la cecità, ma ne è preservata e lungo tutta la storia la vedremo impegnata in una costante e volutamente occultata funzione di cura e di guida.

Per il resto, le pagine incalzanti, sostenute dallo stile narrativo di Saramago (punteggiatura scarna ed essenziale, l’uso della virgola come pausa di sospensione e il tutto-di-seguito con l’unico accorgimento della lettera maiuscola per sottolineare l’alternanza dei vari protagonisti) trasudano di miserie e abomini umani, immaginabili solo perché la vita ci insegna di che cosa può essere capace l’essere vivente.

E come in un funesto presagio fantascientifico, il dilagare dell’epidemia causerà l’arresto di tutto ciò che oggi definiamo modernità.

Senza più luce, acqua, impianti di gas, riscaldamento, … piano piano anche gli internati sopravvissuti si scoprono liberi, anche se la libertà acquisita è la memoria di che cosa là dentro è accaduto e l’inoltrarsi lungo strade mefitiche, putride, dove masse di uomini e donne ciechi errano brancolanti, calpestando i propri escrementi alla ricerca di cibo e, come nomadi forzati, occupano non più la propria casa, che non saprebbero più ritrovare data la loro condizione, bensì ogni spazio che trovano libero.

Una breve parentesi di serenità è offerta dal radunarsi del piccolo gruppo iniziatico nell’abitazione della coppia oculista/moglie vedente, ma anche in questo caso, che pure lascia spazio all’amore e alla forza dell’unione, non v’è risparmio dello scempio e dell’orrore che tutt’intorno accade.

La tensione della lettura cresce, pagina dopo pagina, in spettrali scenari dove non riesci a distinguere la visione dalla fantasia, poiché in molti rappresentazioni figurate ci rispecchi la realtà che tu stesso potresti vivere e che, anzi, in parti altre del mondo sono vissute.

Eccolo, infine, il bandolo associativo che mi ha riaccostato a Saramago.

Nelle ultime cinque pagine l’annuncio del passaggio dal mal bianco alla riacquisizione della vista, esplode titubante, quasi con incredulità nel poter dire Vedo così come precedentemente era stato detto Sono cieco.

Dentro la casa, fuori le strade. Ovunque è tripudio.

Ma lei, l’unica ad essere stata risparmiata dalla cecità, interroga e risponde al marito:

“… Perché siamo diventati ciechi, Non lo so, forse un giorno si arriverà a conoscerne la ragione, Vuoi che ti dica cosa penso, Parla, Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono.”

La TARTARUGA

Marina o terrestre che sia, la tartaruga ha caratteristiche  che la rendono un animale cosmogonico:  la robustezza e solidità del carapace, il senso di forza e di pazienza  che emana, tutte qualità che   si esprimono anche nei sogni.
E’ il simbolo della stabilità del mondo, l’universo  ne viene sostenuto e contemporaneamente rappresentato. La forma tondeggiante del guscio  è immagine della volta celeste e degli spazi siderali, la parte inferiore più  piatta è il pianeta, e  la  tartaruga, fra questi  due piani , si pone come unione fra i due stati di materia e spirito, fra terracielo.

Simbolo importante in ogni cultura,  fin dall’antichità ha prestato le sue qualità simboliche di longevità, stabilità e pazienza ad ogni sua immagine  usata per esaltare la forza e la continuità del mondo visibile. Anche le sue carni o il suo cervello,  nascoste e protette dalla potente corazza, erano considerate miracolose e magiche: rimedio contro i veleni, materia prima per droghe o pozioni che rendevano immortali.Nei sogni, la tartaruga con il  suo incedere lento e metodico, indica  al sognatore  la necessità di una maggiore consapevolezza delle sue azioni, di una “lentezza” che si esprima in riflessione e metodo e non esploda in impulsività e fretta. In questo prospettiva la tartarugapuò comparire allo scopo di  equilibrare periodi stress, di movimento frenetico  o di pensieri  incontrollabili.

Il suo ritrarsi all’interno del guscio è l’equivalente simbolico di introversione  e meditazione, qualità che possono aiutare il sognatore a superare  situazioni che sfuggono al suo controllo, o che, come sopra, possono equilibrare componenti di superficialità o istintività, di avventatezza o di  estrema passionalità.  Può riferirsi anche alla preghiera e al bisogno di centrarsi, recuperando un contatto spirituale.
La   resistenza e robustezza della tartaruga sono il  simbolo di una forza che il sognatore può trovare in se stesso, così come la longevità e la leggendaria pazienza la rendono immagine degli attributi che si ha  forse bisogno di recuperare: una visione a lungo temine che non si arresti all’immediato, una capacità di spaziare con la mente e con i progetti volgendosi  al futuro, una sicurezza  e fiducia nel fare un passo dopo l’altro anche in condizioni avverse.
Per  il suo contatto con l’elemento terra, partecipa anche di  significati relativi all’abbondanza, al senso di rigenerazione e fecondità, può rappresentare la generatività del femminile, una femminilità attenta e materna, solida  e tollerante.
La tartaruga nei sogni può rappresentare  la madre, l’anziana nutrice o una figura di riferimento saggia e comprensiva,  la sposa che attende paziente, una Penelope che sa sfidare l’urgenza del presente e la cui sicurezza non viene alimentata dalla  speranza, ma dalla  fede.

da: http://guide.dada.net/sogni/interventi/2007/01/283679.shtml

TartaRugosa ha letto e scritto di: Barbara Berckhan (2015), Piccolo manuale per persone vulnerabili, Urrà Feltrinelli, Traduzione di Cristina Malimpensa

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Barbara Berckhan (2015)

Piccolo manuale per persone vulnerabili, Urrà Feltrinelli

Traduzione di Cristina Malimpensa

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L’autrice, tedesca, cinquasettenne come me, psicologa e pedagoga, è stata definita in Germania la “Signora della comunicazione”.

Come restare quindi insensibili al libricino apparso sulla mia scrivania che promette di costruirsi una corazza personale e non perdere la serenità?

Le tartarughe di corazze se ne intendono … ma in questo caso la metafora che personalmente considero più congeniale è quella dell’ombrello: lo porti con te, non è detto che ti serva, ma se inizia a piovere lo apri e ti ripara.

Un’ottantina di pagine piacevolissime, veloci da leggere e al tempo stesso infinite, se ti proponi di seguire meticolosamente gli esercizi che vengono proposti per fabbricare una corazza sempre disponibile.

Alcune parole-chiave importanti: “Critico interiore”, “Lagnoso interiore”, “Setaccio”, “Distacco”, “Taglio”.

Le istruzioni per preparare la corazza (non obbligatoria, ma da tenere pronta all’uso se ci si sente sull’orlo di un attacco o se se ne è già in balia) prendono il via dall’utilizzo del setaccio che, come noto, è l’utensile che separa ciò che deve essere trattenuto da ciò che invece è pura zavorra.

Partendo dal presupposto che ogni individuo si imbatte in eventi gradevoli (di cui gioisce) e in altri che tali non possono essere definiti (di cui soffre), lo strumento del setaccio e la sua applicazione diventano passi indispensabili per filtrare “quanto per voi utile e positivo e non quanto vi disturba e infastidisce”.

La formula vincente è: “Lasciate andare quello che non volete. Non cedetegli tutte le vostre energie”.

Siccome l’azione non è meramente meccanica e, purtroppo, quando ci si sente stressati è piuttosto complesso saper scindere le proprie emozioni, la domanda che arriva in soccorso è: “Qual è l’aspetto positivo di questa situazione?”. Attenzione. Non vale la risposta “Nessuno”.

Infatti obbligarsi a dirigere la propria attenzione sulla ricerca della positività, innesca un processo cognitivo di focalizzazione sull’aspetto problematico che approda a una scoperta interessante, ovvero che la negatività non coincide mai con il 100%.

Inoltre, e questo è l’aspetto rilevante, anche la positività più minuscola si potenzia, quando viene valorizzata o, come dice l’autrice: “Chiedendovi quale sia l’aspetto positivo di quel contesto vi farà acquistare maggior stabilità. Vi concentrate più su quanto vi dà forza che su quanto ve la sottrae”.

Ma c’è un altro passaggio su cui soffermare la propria riflessione quando si attraversa uno stato di crisi: imparare a identificare quella malefica copia tuttofare che alberga nella nostra psiche e che non perde occasione per destabilizzarci e gettarci nel malumore.

Si tratta dei già citati “Critico interiore” e “Lagnoso interiore”

Il critico interiore emette giudizi negativi su di noi. Si tratta di commenti con i quali ci facciamo del male, ci insultiamo o ci svalutiamo. Se prendiamo sul serio tali pensieri, feriamo noi stessi e, di conseguenza, ci sentiamo a terra. … Dopo che il critico interiore ha emesso il suo giudizio, la nostra autostima non esiste più.

Funziona così: più forte è il critico interiore, più debole è la fiducia in noi stessi.”

La strategia di difesa non è così complicata. Una volta stanato il critico interiore, bisogna farlo uscire allo scoperto per scoprire i propri punti deboli. Ecco le domande che segnalano dove manca la corazza:

  • il mio critico interiore ha determinati argomenti su cui mi pungola?

  • quali rimproveri mi costringe a sentire di continuo?

  • che cosa continua a ripetermi?

  • che cosa trova di sbagliato in me da anni?

Poiché le risposte sono relative a pensieri che auto formuliamo, dobbiamo sempre ricordare che nessuno, dall’esterno, ci può rendere stabile o instabile. Solo IO sono in grado di farlo.

Il distacco è il deterrente migliore: “Smettete di dar credito a quanto vi suggerisce il critico interiore e questo sarà già un enorme passo verso una maggiore stabilità interiore. … Nessuno vi costringe a prestare fede al vostro critico interiore. E’ solo una voce critica nella vostra mente, e forse non dice la verità su di voi. Siete molto meglio di quanto lui sostenga.

Lasciate cadere i commenti del critico interiore. Pensate ad altro. Rivolgete l’attenzione a qualcosa di piacevole, a qualcosa di bello che state vedendo o ascoltando. E se, nonostante tutto, il critico torna a farsi sentire – e lo farà – ricominciate da capo. In questo modo vi costruirete una corazza nei suoi confronti”.

E per quanto riguarda il lagnoso interiore? Senza dubbio è un ottimo collega del critico, in quanto adora la sua collaborazione e il lavoro di squadra.

Così come il Critico è abilissimo a denigrarci, il Lagnoso è insuperabile nel criticare e condannare tutto e tutti: “Ovunque rivolga lo sguardo, il lagnoso interiore trova tutto scadente, corrotto, terribile, idiota o fatiscente”.

Anche in questo caso è bene ricordare che “più il vostro lagnoso interiore ha la possibilità di agire indisturbato, più vi sentite stressati e instabili”. Ed è anche subdolo, in quanto dandovi la possibilità di dare addosso agli altri, cerca di farvi sentire al di sopra di essi. Ma questo leggero senso di superiorità è una gioia effimera, in quanto è difficile vivere eternamente insoddisfatti.

Lamentarsi e non muovere un passo non serve proprio a nulla. “Se intendete cambiare davvero qualcosa nella vostra vita, prendete distanza dal vostro lagnoso interiore. In altre parola: smettete di inveire e cambiate quello che potete cambiare. In alternativa, cominciate ad accettarvi per quello che siete”.

Anche in questo caso i suggerimenti per domare il lagnoso sono di supporto per trovare un equilibrio interiore:

  • avere fiducia perché non esiste problema che non abbia una soluzione

  • rilassarsi, evento raggiungibile solo dopo aver preso coscienza dei propri limiti e accettato le cose per quello che sono

  • saper attendere ed esercitare l’arte della pazienza, perché non sempre i cambiamenti possono essere rapidi

  • cercare ciò che piace in qualsiasi situazione si stia vivendo

A conclusione del suo scritto, l’autrice propone una sorta di vademecum su cui basare la ricerca della propria stabilità:

semplificare: imparare a dire di no, saper distinguere le cose importanti da quelle insignificanti, saper operare scelte

un passo dopo l’altro: non farsi mai sopraffare dagli eventi

ridimensionare le aspettative: fare ciò che è possibile e cambiare quello che può essere cambiato

vivere liberamente le emozioni: “Nessuna emozione vuole rimanere per sempre. Tutte desiderano una sola cosa: scorrere. Le emozioni si modificano appena hanno modo di scorrere al nostro interno”

tenersi al di fuori: non immischiarsi in questioni che non ci riguardano e se invece ci intromettiamo offrire di meno, anziché dare subito troppo, sapendo mantenere le debite distanze

non è poi così grave: saper contenere l’agitazione e non fare mai degli eventi una questione di vita o di morte

mantenersi flessibili: mai considerare il proprio punto di vista un dogma. L’irremovibilità causa dolore e la vita è una scatola enorme piena di sorprese che richiede continui adattamenti.

Il termine corazza pertanto è da considerarsi un obiettivo per vivere la vita quotidiana in modo positivo sia come benessere personale, sia come felice integrazione con il mondo circostante. Un compito possibile, se a volerlo siamo noi stessi.

Il percorso della memoria attraverso le fotografie di chi abita il quartiere di Mouraria a Lisbona, fotografie di Nottola donate a Luciana, maggio 2014

A Mouraria é um dos mais tradicionais bairros da cidade de Lisboa (da https://www.wikiwand.com/pt/Mouraria)

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