TartaRugosa ha letto e scritto di: Fredrik Backman (2018), L’uomo che metteva in ordine il mondo, Mondadori. Traduzione di Anna Airoldi

Ebbene sì, le vacanze di Natale di quest’anno hanno salutato una TartaRugosa trasgressiva: prima il piacere, poi il dovere.

In effetti la pila di libri sulla scrivania che, accanto a quelli di studio e di lavoro, cresceva di giorno in giorno era una tentazione troppo grossa per resistere. E così dal 20 dicembre a Santo Stefano, più che mai ritirata nel mio guscio, ho macinato pagine su pagine. E sono stata punita. Dall’influenza.

Ora che le vacanze sono finite, mi ritrovo con la stessa lunga lista di cose da fare stilata al loro inizio (opportunamente accompagnata dalla mitica frase “Mi ci dedicherò durante le feste”), ma non sono pentita. In vecchiaia anche le tartarughe diventano un po’ incoscienti.

Dei libri divorati, alcuni sono stati un piacevole passatempo, altri decisamente più incisivi. Perché, gira e rigira, nonostante tutto, si sono rivelati quelli più attinenti alle mie tematiche professionali.

Nella mia proverbiale lentezza, non potendo scriverne di ognuno, tenterò di estrapolare quanto meno delle chiavi che, in forma differente, ruotano al racconto che più mi ha emozionato e che dà il titolo a questo post.

Le chiavi sono “relazioni”, “morte” ,“elaborazione del lutto”, “tempo”.

Il testo di Vittorio LingiardiIo, tu, noi, Vivere con se stessi, l’altro, gli altri” rappresenta lo sfondo su cui si stagliano i romanzi di Pierre LemaitreIl colore dell’incendio”, di Sandro VeronesiIl colibrì” e, appunto, questo di Fredrik Backman.

Rispondono, sia pur in maniera differenziata, ad alcune domande che lo psichiatra si pone: “Come si può vivere con gli altri se non si riesce a convivere con se stessi? Come organizzare in modo coerente la propria esistenza senza cedere alla tentazione della rigidità?”. “Ogni giorno ci imbattiamo in noi stessi … Vogliamo cose diverse, spesso incompatibili: avventura e sicurezza, solitudine e compagnia, fermezza e patteggiamento, parola e silenzio”.

Nei patchwork narrativi qui trattati, tutti i protagonisti devono affrontare emozioni e dolori utilizzando i propri meccanismi vicendevolmente difensivi e proiettivi.

Madeleine Péricourt, ne “Il cuore dell’incendio”, è la protagonista che, ai tempi del primo dopoguerra, si trova improvvisamente a gestire l’impero finanziario della famiglia dopo la morte del padre e un inatteso e sorprendente incidente del figlioletto. La madre – siamo all’inizio degli anni Trenta – deve fare i conti con personaggi che si scopriranno sordidi, corrotti e in corsa per il potere: o soccombere, o difendersi a spada tratta grazie a machiavellici intrighi, in cui le orchestrazioni e le scelte effettuate sovvertiranno i destini di molti uomini.

La convivenza che Madeleine deve garantire a se stessa sarà alimentata da uno spietato spirito di vendetta sempre in bilico tra morale e desiderio, che tuttavia le consentirà di sopravvivere e di superare i dolori del passato: “Madeleine rimase per un po’ a fissare il tavolo, il bicchiere, il giornale. Era già esausta per quello che si apprestava a fare. La sua morale e gli scrupoli che provava la spingevano a desistere, mentre la collera e il risentimento la inducevano a farlo. Cedette al rancore, come sempre”.

Marco Carrera, ne “Il colibrì”, ci accompagna nella sua saga familiare come farebbe il colibrì, capace di volare indietro: nonostante tutto sembri precipitarlo in un fondo sempre più buio, nell’apparente immobilismo Marco dimostra che si può sopravvivere anche restando fermi, esattamente come le ali del colibrì che freneticamente battono per tenerlo sospeso nell’aria e fargli conquistare la sopravvivenza.

Attraverso la parola e il racconto – come suggerisce Lingiardi, per fare pace con se stessi il modo migliore è raccontarsi “raccontarsi per ritrovarsi”– Marco ripercorre pezzi interi della propria esistenza costellata di eventi tragici, rimpianti e relazioni interrotte . Svilupperà resilienza risalendo all’indietro fino alle origini della sua storia e scoprendo l’illusoria felicità del padre e della madre; il dramma esistenziale della sorella; l’amore nascosto del fratello per la stessa donna che amerà clandestinamente e platonicamente per tutta la vita; la follia della moglie e l’investitura della figlia come promessa di una nuova generazione capace di sopravvivere alle rovine di quella vecchia.

Arriviamo infine al nostro protagonista principale: Mr. Ove, l’uomo che non poteva fare a meno di mettere in ordine il mondo. Mi piace prima ricordare il “Noi” di Lingiardi che considera il tema della convivenza sociale in serio pericolo e che ritiene come unica soluzione possibile, per evitare lo sbriciolamento del vivere insieme, “un’instancabile azione quotidiana per il noi”.

Mr. Ove apparentemente sembrerebbe molto lontano da questo atteggiamento: misantropo, estremamente parsimonioso, abitudinario, solitario e asociale, facilmente irascibile, tenacemente e morbosamente attaccato al rispetto delle regole, “un vicino amaro come una medicina”. (mamma mia, quante di queste caratteristiche ho trovato anche in me!)

Incomprensibilmente, date le peculiarità del carattere, una giovane, intelligente, socievole e bella donna, Sonja, si innamora di lui e i due si sposano. La perdita della moglie, troppo prematura, getta nello sconforto Mr. Ove, che non sa più che farsene della propria vita e decide di farla finita. Nella sua meticolosità e nel suo desiderio che anche dopo la sua scomparsa tutto resti nell’ordine più assoluto, Mr. Ove pianifica con estrema precisione ogni dettaglio per il gesto estremo. E lo fa per quattro volte. Una volta col gancio e col trapano per potersi impiccare; una volta col tubo di scappamento dell’automobile per morire asfissiato; una volta tentando di gettarsi dalla banchina della stazione per finire sotto il treno; una volta con un vecchio fucile per sparsi un colpo in testa.

Ma quel maledetto Noi incombe sulle sue strategie, portando lentamente nelle pagine della storia incredibili personaggi – assolutamente insopportabili per Mr. Ove – che impediranno ogni volta l’attuazione del piano di suicidio.

Perchè dipanando la storia di Mr. Ove si scoprirà che oltre a un difetto congenito (il suo cuore è più grande del normale), quelli che sembrano difetti sono la dimostrazione di un cuore grande anche nelle azioni di solidarietà verso i bisogni (incapacità o imbecillità della gente che non sa fare più niente, a detta di Ove) degli altri.

Durante questa lettura si ride e si piange. Il divertimento è legato alla capacità della scrittura di farti immedesimare nelle varie situazioni rocambolesche, in cui da un’iniziale antipatia precipiti nel riconoscimento della grandezza valoriale che abita Mr. Ove, scoprendo le sue aperture verso i temi più graffianti della complessa modernità.

Ci si commuove per la caparbia ostinazione di ricerca di confronto che Ove ha con la tomba di sua moglie: non esiste episodio che non venga da lui raccontato al suo cospetto per immaginarne le possibili reazioni di approvazione o diniego, a richiamo di quel “tu” espresso da Lingiardi: “Riconoscere il “tu” significa sposare un principio di organizzazione psichica che mi permette sia di conoscere la mente dell’altro come fonte di intenzione e di iniziativa, sia di sentirmi conosciuto”.La loro è stata una vera e profonda relazione amorosa.

Ci si intenerisce per il rapporto col gatto randagio che, come tutti gli animali, ha subito riconosciuto dietro la ruvidezza di quell’uomo un porto sicuro e mette in pratica tutte le mosse possibili per ottenere ciò che vuole: non separarsi mai da lui.

Si piange perché la maschera del burbero solitario in realtà svela una forte dimensione sociale: quando, per altre vie, la morte sopraggiunge davvero la collettività si scopre orfana di un vero maestro di vita. “Al funerale si presentarono più di trecento persone”.

Mr. Ove (En man som heter Ove) è un film del 2015  diretto da Hannes Holm Paese di produzione: Svezia

E’ grazie alla visione del film che sono approdata alla lettura del libro.

Tartarugosa ha letto e scritto di: Franco ARMINIO (2011), TERRACARNE, Mondadori, Milano

I miei giri diventano sempre più circoscritti.

La zona della tana è già stata individuata e non mi fido a lasciare incustodito per troppo tempo quell’invitante giaciglio intiepidito dai raggi pomeridiani di un settembre generoso di luce e calore.

Nonostante la mitezza della temperatura e l’abbondante vegetazione colorata dai frutti maturi, sento l’avvicinarsi del tempo del silenzio e del riposo. Cerco le parole custodi del mio scivolare nel sonno in una scrittura densa, struggente, nostalgica, così vicina allo stato d’animo scatenato dal necessario temporaneo congedo dal luogo che amo.

Terracarne è già un titolo che fa intuire la comunione totale del corpo con la terra, e questo annuncio solletica l’attesa del lungo abbraccio che mi cullerà nei prossimi mesi. Nell’imminente immobilità causata dal freddo del Nord, un libro che parla di spostamenti intorno ai paesi invisibili e ai paesi giganti del Sud dell’Italia è una tentazione cui non so resistere, pungolata dalla visione della mappatura geografica che orienta il mio andare e dalla certezza che questo viaggio sia in realtà perno su cui avvolgere pensieri e riflessioni sulla ricerca proprio di quei luoghi che sempre inseguono i nostri sogni infranti.

Franco Arminio cerca di tratteggiare lo spirito del suo vagare con lo splendido termine di paesologo, una professione conosciuta a ben pochi e che trova nelle sue pagine sfumature di definizioni appena delineate: “La paesologia è semplicemente la scrittura che viene dopo aver bagnato il corpo nella luce di un luogo … Il paesologo va nei paesi a pescare lo sconforto e si ritrova tra le mani un poco di beatitudine: può essere uno scalino, una casa nuova o antica, può essere la visione di un castello o di un albero di noci, può essere una piazza vuota o un vicolo col ronzio di un televisore. Si va nei luoghi più sperduti e affranti e si trova qualcosa, ci si riempie perché il mondo ha più senso dov’è più vuoto, il mondo è sopportabile solo nelle sue fessure, negli spazi trascurati, nei luoghi dove il rullo del consumare e del produrre ha trovato qualche sasso che non si lascia sbriciolare … non basta attraversare un luogo, ci vuole che il luogo ti attraversi”.

Che cosa cerca Arminio in questo suo interminabile transitare tra i paesi del Sud? Un Sud che scopriamo a intermittenza congelato tra il ricordo di una geografia originaria disegnata dal moto perpetuo e lo scontro con l’insulto di un divenire ributtante, perché di quella terra nulla rispetta. Il ritratto paesaggistico del Mezzogiorno d’Italia è di un realismo spietato, ma la voce narrante è quella di un poeta che sa come guidarci fra terre ancora intatte nella loro primigenia bellezza per poi scaraventarci analogamente negli scempi della cosiddetta modernità, basata sul più bieco sfruttamento della cultura locale.

Non esistono mezzi termini nel suo citare Salvemini: “Cento anni fa Gaetano Salvemini scriveva: Nel Mezzogiorno d’Italia la potenza sociale, politica, morale della piccola borghesia intellettuale è assai più grande e più malefica che nel Nord. … Essi non vedono nella vita se non un gioco di protezioni, uno scontrarsi di influenze più o meno efficaci, un prevalere di simpatie o antipatie capricciose. Per essi non esiste alcuna scala di valori morali obiettivi. Il merito consiste nell’avere un protettore potente. Sarebbero capaci di presentarsi innanzi a un possibile patrono in ginocchio, strisciando la lingua per terra”.

E allora dove si spinge la ricerca, se poi alla fine non è la politica, il progresso, la ricostruzione, ma la gente stessa artefice delle proprie rovine? “L’Irpinia che è venuta dopo il terremoto, quella che c’è adesso, è una terra stuprata in molti punti, una terra che a viverci dentro ogni giorno ti dà tanto dolore, ma pure un soffio incerto di lietezza. Non starò a dire ancora una volta degli errori e degli orrori della ricostruzione, del grande abbaglio di portare le industrie in montagna, dell’illusione che fare tante case avrebbe dato più vita ai paesi. …Le colpe delle classi dirigenti di allora, che poi sono le stesse di adesso, sono evidenti. Non si possono tacere, tuttavia, anche le colpe di gran parte della popolazione, che fu tanto ansiosa allora di partecipare alla spartizione del bottino. … Nuovi sono gli intonaci, le vernici, ma il malanimo di questa terra è ancora qui, la diffidenza e il rancore restano il nostro marchio di fabbrica, unitamente al vittimismo e all’accidia.”

Arminio sa qual è l’affanno della sua rincorsa: “Il Sud che cerco è annidato nei paesi più sperduti, il Sud che resiste dove c’è poca gente, dove ci sono alberi, erbacce, cardi, il Sud che vive ancora solo dove è più dimesso, il Sud che non crede alla pagliacciata del progresso, il Sud dei cani randagi, dei vecchi seduti sulle scale, delle case di pietra incollate in lunghe fila che si attorcigliano. Il Sud che amo ha più di ottant’anni e rughe non lisciate, è una tribù di reumi e bastoni, è ugualmente lontano dall’Europa e dall’Africa, è una terra di magie arrangiate, di cimiteri sempre ampliati, di piazze livide e rancorose. Io voglio frugare tutta la vita in questo Sud fino a quando scompare, voglio restare tutta la vita dentro i suoi paesi rotti e malandati. Sono un guardiano della più solitaria disperazione. Sono vivo nei paesi invernali quando passa un funerale, sono vivo quando nevica e nei giorni più ventosi, nelle case dove i ragni fanno i nidi nelle damigiane, nel bar degli scapoli…. L’Italia che amo è quella che non sa niente di sé, che non si sente ricca né povera, che non si vanta e non si lamenta, un’Italia che appare a lampi su strade periferiche, un’Italia rimasta viva per sbaglio, per le amnesie della politica, per i mancamenti del progresso”.

E’ l’affanno di svelare un genius loci imbavagliato, impaurito, offuscato da strati di finta civilizzazione: “Mi sembra che il mondo lo abbiamo svuotato a furia di riempirlo. Mi sembra che le nostre giornate siano una trafila affannosa nella scontentezza. Siamo scontenti nel tempo libero e quando lavoriamo, siamo scontenti quando il nostro amore è corrisposto e anche quando non lo è. Siamo scontenti quando gli altri ci ignorano e quando si occupano di noi. Forse il problema sta nel fatto che siamo troppi. Forse la vita ha un suo tetto di intensità prestabilito. La felicità che si poteva spartire un milione di uomini è la stessa che adesso si debbono spartire un miliardo di uomini. Il nostro sfiatamento sta tutto nell’aver invaso il pianeta con la nostra presenza”.

Mentre leggo tremo e scavo. Esagerato dire che lo faccio per orgoglio, per rivoluzione, per utopia o, forse, per paura. Semplicemente scavo per sentire la terra che diventa parte di me ed io parte di lei, condividendone, per il periodo del sonno, lo spazio dello stesso punto di vista di un paesaggio perduto.

La società è basata su un diluvio di bugie, si rimane insieme per diplomazia. I luoghi non ci corrispondono e noi non corrispondiamo ai luoghi, le vicinanze sono sempre precarie, un colpo di vento le fa saltare. Si parla tanto di comunità, ma a malapena riusciamo a contenerci in noi stessi. … Solo quando il filo si spezza ci accorgiamo che in fondo qualcosa di quello che stiamo facendo ha un senso. Ci accorgiamo che il segreto è il semplice stare da qualche parte, con quello che c’è, perché è sempre tanto, una collina, un albero. Tendiamo a posare su tutto i teloni dell’abitudine, però un colpo secco a volte viene da sotto e ci scompiglia, e allora vediamo che tutto è appoggiato provvisoriamente sulla tavola del mondo. …Bisogna soffiare nelle nostre visioni come se fossero piume. E così pure nella nostra carne. Io vivo così, a metà tra me stesso e il paesaggio, vivo nel mio respiro e nel respiro della terra.”

TartaRugosa ha letto e scritto di: Kazuo Ishiguro (2009) Notturni, Einaudi Traduzione di Susanna Basso

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Non è raro che mi soffermi a pensare alle peculiarità dell’autunno. Ora che siamo a fine ottobre, mi viene scherzosamente da dire che questa stagione ha la foga di espiare il senso di colpa provato ad essere zona intermedia tra l’estate e l’inverno.

E’ forse questo il motivo, mi racconto, che tanta dolcezza hanno il colore, la temperatura, il sapore della natura. Ad attutire, o meglio, a lenire le precoci ombre della sera o il tardivo chiarore del levarsi del sole.

E’ tempo di introspezione, di sereno ritiro, in attesa che nel rigore invernale si sciolgano pian piano le riserve estive, affinchè si prepari il giusto spazio per il nuovo risveglio. Chissà se è così che pensano le tartarughe …

Nel frattempo, già il titolo della raccolta di racconti di Ishiguro mi è parso in sintonia con l’umore un po’ melanconico che accompagna questo passaggio stagionale, suffragato dall’incipit del risvolto di copertina: “Il Notturno in musica è una composizione di carattere lirico e melodico, veicolo di atmosfere sognanti e sentimenti ambivalenti e in senso ampio ispirato alla notte”.

I racconti in totale sono cinque e il tema dominante è retto da strumenti musicali, componimenti, autori e brani di musica jazz, esercizi e ricerca di ispirazioni. Per gli intenditori di questo genere, quindi, una vera carezza per occhi e orecchie.

Per me, più ignorante in tema di jazz (del resto anche Paolo Conte canta “Le donne odiavano il jazz, non si capisce il motivo”), il piacere di abbandonarmi al contenuto delle storie e all’atmosfera dolce-amara creata dai relativi protagonisti.

Perché, come spiegavo all’inizio, c’è sempre un languore misterioso nei momenti di transizione, in quella fase in cui è più facile capire ciò che perdi e più complicato mettere a fuoco ciò che cerchi ed accettare che forse non lo troverai mai.

Intendiamoci, non sono storie tristi. Ishiguro sa sempre dove fermarsi per garantire quel giusto mix di partecipazione, identificazione e comprensione delle emozioni in gioco. Alcune situazioni poi così surreali da rasentare il divertimento. E le rispettive voci narranti ti trattano come un vecchio amico, messo lì ad ascoltare ciò che avviene.

E come spettatore accompagni questi incontri che capitano casualmente e alla cui base ci sta sempre un tormento, un’interrogazione, un sentimento interrotto, un’aspirazione fallita.

Tony Gardner, per esempio, improvvisa una serenata in gondola per Lindy per chiudere degnamente ventisette anni di matrimonio, pur continuando ad amarla. L’attonito chitarrista che gli chiederà il motivo si sentirà rispondere: “Il fatto è che non sono più il grande nome che ero una volta … Potrei lavorare alla mia rinascita … Bisogna essere disposti a tanti cambiamenti, alcuni anche molto difficili …perfino a rinunciare a certe cose che si amano .. Hanno tutti nel letto una moglie giovane. Io e Lindy siamo destinati a renderci ridicoli … Ho già messo gli occhi su una signorina che ha fatto altrettanto con me. Lindy lo sa benissimo”.

Lindy è l’unico personaggio che ritroveremo in “Notturno” alle prese con un lifting rivitalizzante e a contatto, durante la degenza, con Steve, sassofonista di brutto aspetto, il cui nuovo amante della moglie, per rimediare al tradimento, gli paga un intervento facciale ad opera del più famoso chirurgo estetico della città .Obiettivo: che questa operazione lo lanci verso la notorietà. E il produttore non esita a rimarcare la splendida occasione di avere come compagna di clinica proprio Lindy Gardner “Hai presente chi sono i suoi amici? Sai che cosa potrebbe fare per te semplicemente alzando la cornetta del telefono? … Tientela buona, aspetta di avere la tua faccia nuova e le porte si apriranno. Entrerai in serie A, in cinque secondi netti”. L’unico momento d’oro sarà ricevere un trofeo trafugato nottetempo da Lindy e destinato ad un musicista mediocre. Lindy sarà presto dimessa, quanto a Steve non resta che nutrire speranza “Forse ha ragione Lindy … ho bisogno di prospettiva e in effetti la vita è molto di più che amare qualcuno. Forse questa per me è davvero una svolta, e la serie A mi sta aspettando. Forse ha ragione lei”.

Che forse è la stessa speranza del giovane chitarrista presente in” Malvern Hills”. Mollata l’università, teme il rientro da Londra per dover raccontare come “non avevo raggiunto ogni obiettivo su cui avessi puntato”. La sorella e il suo ristorante diventano un luogo di sicurezza per il tetto sopra la testa e la possibilità di “creare” nuovi pezzi musicali. Un fugace incontro con una coppia di musicisti professionisti svizzeri rinforza la sua idea di “mettere su un gruppo”, nonostante le parole della donna che lo ascolta “Già una vita qualunque riserva tante delusioni. Se poi sogni in grande …”. Ma sognare non costa quanto trovare il finale adatto al brano in corso d’opera.

Più difficile invece mettere ordine in una vecchia coppia di amici che, dopo anni di matrimonio, scoprono segreti e bugie. Ritrovarsi come mediatore paciere significa essere disposti ad inventarsi quanto di più bizzarro esista per sedare umori insolenti, anche a prezzo di scoprire cosa un’amica pensa veramente di te.

Amaro l’ultimo racconto “Violoncellisti”. Non perché l’ungherese Tibor, allievo di Petrovic, si vede “costretto a eseguire musica che detestava e ad arrangiarsi tra sistemazioni o troppo costose o squallide”, ma perché una misteriosa americana – Eloise McCormack – si spaccia per insigne musicista e diventa mentore del “potenziale” di Tibor. “Il fatto è che, sin da quel primo incontro, Tibor aveva provato la curiosità di sentirla suonare, ma la soggezione gli aveva impedito di chiederglielo. Una minuscola puntura di diffidenza l’aveva avvertita solo quando, guardandosi intorno, non aveva visto traccia del violoncello di lei”. Poi la confessione: “Il fatto che io non abbia ancora imparato a suonare il violoncello non cambia niente, in realtà. Deve capire che io sono davvero una virtuosa, solo che devo ancora sbocciare”.

Certo è destino che non sapremo mai cosa succederà dopo ogni punto che chiude il racconto. Ma è bello sapere che si può accarezzare un sogno e che ad ogni notte, comunque vada, subentra sempre il giorno.

Tartaruga, l’animale della resilienza: leggende e significato simbolico – in GreenMe.it

La tartaruga è un animale che rappresenta la tenacia, la resilienza, la forza, ma anche la longevità. È considerata una creatura saggia e fra quelle che riescono a difendersi meglio, per via del suo carapace. Vediamo insieme qualche leggenda e la sua simbologia.

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Tartaruga, l’animale della resilienza: leggende e significato simbolico – GreenMe.it

Giuseppe Conte IL POMERIGGIO D’AMORE DI DUE TARTARUGHE, 30 luglio, 9 agosto 1977

Che violenta, sorda, cozzante pazienza

quella della tartaruga maschio, dal

piccolo guscio verde e marrone, che

per tutto il pomeriggio ha stretto al muro

della cunetta nel giardino la

tartaruga femmina, compagna

ben più grande di lui, quieta, pacatamente

ritrosa.

Con la sua testa vischiosa, retrattile

avanzava e le mordeva le

zampe anteriori, poi

quelle posteriori – e chi può dire

la dolcezza del mordere d’amore

di una tartaruga – le sollevava

il guscio, le si infilava

sotto, veloce e determinato più di quanto

gli consentisse la sua natura.

Faticando, ma irriducibile, preciso

tra brevi, ripetuti cozzi, sordi come

di scaglie di pietra, di cavità che si

incontrano, la stringeva al muro e la

mordeva, e se lei provava a fuggire, la

seguiva con un suo breve scatto a

zig-zag.

Poi d’improvviso alzava le sue zampe

anteriori sul guscio di lei, cercava come

un suo equilibrio nello spingere,

brutale ma elastico e di una

sua impensabile tormenta leggerezza.

Lei emetteva un grido

di paura, mai sentito da tartarughe, tanto

che abbiamo creduto subito che fosse

quello di un uccello ferito

caduto o sotto l’abete o tra le

rose del giardino; e Baffo il cane

da caccia correva qua e là senza degnare

la scena di uno sguardo.

Così sino al tramonto hanno giocato

le tartarughe, animali buffi ma capaci

di questo inesauribile cercarsi, di fatiche

immani, di movimenti di avvicinamento

tortuosi e minerali.

Quei gusci, e il loro battere, rintoccare,

pietre impazzite, pietre d’amore, e

quel contatto caldo, invisibile, e per il quale

nessuna, neppure la più aggirante manovra

era superflua. Infine hanno raggiunto il

piacere.

Noi dobbiamo parlare per cercarci, diventare

sguardi, e se fuggiamo insieme forse è per

tentare di morire senza toccarci: carezzare

è difficile per chi

crede di avere un’anima, e baciare

è difficile, o di una tenerezza

troppo facile, troppo raggiungibile

forse.

 

 

 

 

da L’ultimo aprile bianco, Società di Poesia, 1979

TartaRugosa ha letto e scritto di: Remo Ceserani, Danilo Mainardi (2013), L’uomo, i libri e altri animali, Il Mulino, Bologna

Il tutto è partito da una lettura casuale a me riferita: “I rettili erano comparsi da poco quando in alcuni s’andò sviluppando la novità evolutiva di una corazza insieme cornea e ossea. Un notevole avanzamento di carattere difensivo, avvenuto ben più di duecento milioni di anni fa. Una volta rinchiusesi lì dentro, però, queste primitive tartarughe divennero conservatrici e, praticamente, smisero di evolversi. Loro (a differenza di altri animali) tartarughe erano e tartarughe sono rimaste”.

Sob, sono da un’eternità vittima di una stasi evolutiva: “La loro stirpe, in definitiva, s’è specializzata troppo e ciò adesso le impedirebbe di sviluppare quelle soluzioni adattative che forse le sarebbero utili per continuare a sopravvivere”.

Liquidata così dal mio mitico, amato Danilo Mainardi?

Stasi per stasi, (che sia stato quello sforzo primordiale a costringermi a dormire per metà della vita?), la lettura è piacevolmente proseguita con il dibattito-epistolario fra due ex compagni di scuola – Remo Ceserani e Danilo Mainardi – che hanno intrapreso strade diseguali, ma conservato la stessa abitudine di essere curiosi verso il sapere e la conoscenza. Anche in questo volume, dove si interseca lo sguardo di due apparenti differenze: “Io perennemente con l’etologia in testa, lui con in testa la letteratura. Passioni contrapposte? Si vedrà.”

Il gioco è proprio questo: cimentarsi in un viaggio tra letteratura ed etologia per trovare analogie e contrasti (ma pure possibili convergenze) tra i rispettivi campi di ricerca ed interessi, affidandosi a parole appartenenti ad entrambi i mondi letterario ed etologico.

Ecco emergere quindi temi come la comunicazione, i personaggi romanzeschi e l’antromorfizzazione di alcuni animali, la cultura e l’evoluzione biologica, il linguaggio, l’aggressività, i sogni, il sesso, la paura.

Da un lato le posizioni di Mainardi che si fondano sulla globalità delle forme di vita, senza soffermarsi unicamente su quella umana, dal cui aspetto culturale è invece attratto il letterato Ceserani. E mentre Ceserani mette a fuoco solo la storia culturale della nostra specie, Mainardi adotta l’ottica del paleontologo, ovvero: “Mi viene da ragionare in termini di milioni, talora addirittura di miliardi di anni. Per me Homo sapiens è una specie giovanissima, sempre sotto il collaudo della selezione naturale, e ti assicuro che è una specie a rischio. Mi viene dunque da sorridere quando la Chiesa cattolica si vanta di durare ormai da duemila anni. E che saranno mai duemila anni, anche per la nostra giovanissima specie, nell’ottica del paleontologo?

La discussione sulla cultura diventa particolarmente feconda grazie all’analisi condotta da Bauman, sociologo citato da Ceserani, per evidenziare il passaggio dalla modernità alla postmodernità. Bauman così sintetizza le sue riflessioni sulla concezione di modernità solida e liquida: “da una parte le nazioni e le istituzioni sociali, familiari e individuali forti, l’egemonia del centro sulla periferia, gli equilibri di potere, i conflitti e le guerre, la ricerca di identità, i problemi della sicurezza, le pratiche di esclusione e sospetto verso gli altri,le forme di assimilazione forzata; dall’altra il sistema decentralizzato, la multidimensionalità e fluidità dei rapporti, l’ibridazione, gli spostamenti massicci di popolazioni, l’aspirazione alla libertà, l’uso della rete nei sistemi della comunicazione”.

Tale citazione serve a Ceserani per dimostrare come, nella specie umana, il sistema culturale si fondi su aspetti politici, etici e morali di possibile evoluzione in tempi brevi: “Se le analisi di Bauman sono vere, tu e io, nati nella prima metà del Novecento, avremmo vissuto in due sistemi sociali e culturali nettamente diversi: un’infanzia, adolescenza e giovinezza solide e una maturità liquida”.

Mainardi conferma: “occorre rilevare che l’evoluzione culturale è straordinariamente più rapida di quella biologica. Il cambiamento evolutivo culturale può infatti determinarsi all’interno di una popolazione in brevissimo tempo, senza attendere ricambi generazionali.” Pur tuttavia non può non considerare l’aspetto della selezione naturale “un comportamento, indipendentemente dal fatto che sia trasmesso per via genetica o apprendimento sociale, se mal adattativo viene comunque penalizzato dalla selezione naturale”, quindi un tipo di evoluzione che si sviluppa in un movimento lungo e interrotto, tendenzialmente lento, contrario alla visione di Ceserani che percepisce l’evoluzione culturale “come un movimento più agitato e drammatico, fatto di salti e di conflitti.”

Ed è qui che l’occhio del paleontologo riesce a coniugare ciò che le teorie dividono:”la vita non è che un unico, seppur lungo, episodio. Gli studiosi della biologia sono innanzitutto degli storici, studiosi di una storia naturale che non potrebbe mai ripetersi uguale a come è stata, con le stesse specie, i suoi rigogli, le sue crisi, i suoi equilibri e squilibri, estinzioni e nuove comparse, mescolamenti”. E aggiunge Mainardi “Dovendo però anche confrontarmi con la vita di tutti i giorni … è come se possedessi due distinte consapevolezze. Una lente che mi consentisse di guardare questo modesto spazio temporale amplificato, dove io sono ben più partecipe, e un’altra che se risale all’età dei dinosauri, diventa come un film accelerato. La progressiva scomparsa di quei rettiloni, della conseguente comparsa dei loro nipoti uccelli, della trasformazione di qualche dinosauro in coccodrillo o caimano o alligatore, della subdola apparizione dei primi piccoli mammiferi”. La vita è tutta vita, ma è come se l’uomo la volesse interpretare come leggenda, teso com’è ad anteporre innanzi tutto se stesso.

Certo l’uomo appare come l’animale culturale per eccellenza, ma è pur vero che anche altre specie animali sono in grado di produrre e trasferire fra loro soluzioni di problemi, linguaggi e innovazioni. ”All’interno dei sistemi comunicativi delle specie animali, quanto ai contenuti, si va da informazioni fondamentali per la sopravvivenza, come la specie e il sesso d’appartenenza, a segnali che possono essere ritenuti analoghi a vere e proprie parole create ad hoc per indicare qualcosa che proprio in quel momento sta avvenendo”.

Le storie di animali che corroborano la discussione sono numerose e gustosissime (sia viste con l’occhio dello scienziato che attraverso le opere di famosi scrittori) e sollevano curiosità e risposte che ben evidenziano quanti misteri ancora debbano essere svelati sulle convergenze tra la specie umana e le altre abitatrici del nostro pianeta.

Nello scenario della trattazione di temi sulla consapevolezza, la morte, l’aggressività, la violenza, la paura, Mainardi rilancia e pone in primo piano una sgradita specificità tipica dell’essere umano: “noi esseri umani siamo una specie molto diversa da tutte le altre soprattutto perché abbiamo sviluppato una straordinaria e unica capacità di evoluzione culturale.. Ciò ci è costato, in termini evolutivi, la perdita quasi totale delle istruzioni genetiche per stare al mondo (i cosiddetti istinti tanto per intenderci), ed è proprio per questo che abbiamo una sete di conoscenza sempre impellente, indispensabile per la nostra stessa sopravvivenza di animali culturali. Ecco allora che noi animali onnivori (dunque parzialmente carnivori), certe altre specie dobbiamo ‘consumarle’, in quanto culturali, non solo mangiandole, ma anche in altri modi, e cioè per il nostro insaziabile bisogno di conoscenza. E’ all’interno di questo bisogno che, tra le curiosità in qualche caso giustificabili, si localizza la sperimentazione sugli animali”.

Riconosce, Mainardi, un fenomeno etologico che riguarda solo la nostra specie: la pseudospeciazione, e di essa ne parla per affrontare il tema della violenza e dell’aggressività, spiegando che “sono rari i casi naturali in cui le interazioni aggressive intraspecifiche sfociano nella morte. Le due possibili soluzioni naturali degli scontri aggressivi fra animali non portano mai all’uccisione dello sconfitto, ma, in alternativa, o all’interazione sociale o a una spaziatura fra gli individui”.

Il termine pseudospeciazione viene citato da uno studio di Konrad Lorenz: “Ogni gruppo culturale sufficientemente circoscritto tende a considerarsi una specie a sé e a non ritenere come veri e propri uomini i membri di altre unità analoghe … poiché i nemici non sono considerati veri uomini, si può infierire su di loro tranquillamente”.

Secondo questa definizione, Mainardi afferma che è la cultura (o certi tipi di cultura) a rendere l’uomo crudele. Per natura, infatti, l’essere umano dovrebbe essere altruista ed empatico; razzismo, fanatismo, olocausto, santa inquisizione, torture vengono riservati, secondo la pseudospeciazione, ad esseri in vario modo classificati, ma sempre in senso fortemente negativo, come ‘diversi’. “La pseudospeciazione, i riti di guerra, la disciplina assoluta e acritica richiesta ai soldati, la propaganda che racconta l’avversario come perennemente aggressivo, l’obliterazione dei segnali etologici di paura e resa, utili in natura per smorzare gli attacchi, fanno slittare la sana e adattativa aggressività animale in qualcosa di ben più atroce. E tutto ciò non per natura ma per cultura. Certo è che in nessun’altra specie, tranne che nell’umana, gli individui risultano così disinvoltamente, e consapevolmente, sacrificabili”.

Anche di se stessi, verrebbe da aggiungere, leggendo queste parole sull’evoluzione della vita sulla Terra: “Nella storia della vita sulla Terra si sono già verificati, e superati, cinque periodi di grave crisi. Non per nulla quella che stiamo vivendo viene dai paleontologi definita la ‘sesta estinzione’. Le precedenti crisi non furono comunque mai definitive. Altrimenti non saremmo qui. E, occorre rilevare, al loro termine seguì sempre un periodo di rigoglio evolutivo. Rimane però istruttivo il fatto che, a decretarne la fine fu, come del resto è logico, la scomparsa della causa stessa che le aveva prodotte. Ebbene, è fondamentale allora ricordarci che la sesta estinzione, quella che stiamo vivendo, l’abbiamo fabbricata soltanto noi. Sarebbe dunque essenziale che comprendessimo, ma sul serio, che è solo salvando le altre specie, soprattutto salvando gli equilibri naturali, che potremmo salvare noi stessi. Altrimenti sarebbe come se stessimo allegramente organizzando, col nostro comportamento intelligente, il nostro suicidio.

Beninteso a tutto vantaggio del mondo postumano!

TartaRugosa ha letto e scritto di: Jostein Gaarder (2019), Semplicemente perfetto, Traduzione di Ingrid Basso, Editore Longanesi

Semplicemente perfetto, quante volte siamo riusciti a dire queste due parole, oppure a pensarle?

Vivere o immaginare occasioni, circostanze, eventi in cui tutto funziona così come lo attendiamo, nulla fuori posto, momenti magici dove si vorrebbe che il tempo si fermasse o restasse immutabile.

Così come accade nell’incontro tra Albert e Eirin:

Ci conoscevamo soltanto da una settimana, ma ci sembrava di aver vissuto insieme tutta la vita, o meglio, perché è questa la verità, era come se sapessimo che avremmo vissuto un’intera vita insieme, e questa consapevolezza si manifestò per la prima volta durante una gita a bordo di una barca a remi rubata sul Glitretjern.

Non è solo l’intesa e il presentimento di un futuro di coppia: anche il luogo della fuga d’amore è semplicemente perfetto.

Perdemmo letteralmente la testa per quello scintillante lago nel bosco. C’era un piccolo capanno di legno dipinto di rosso, col tetto spiovente e le imposte bianche, isolato su un’angusta baia … come se presentissimo che quello un giorno, dopo molti, molti anni, sarebbe stato il nostro lago e che la casetta rossa un giorno sarebbe stata nostra…. Prendemmo a calci la porta ed entrammo …poco prima di addormentarci, esausti di tenerezza e di piacere, Eirin sussurrò che la capanna era davvero una Casa delle fiabe.

Lo sappiamo tutti, però – anche se fatichiamo a riconoscerlo – che il susseguirsi dei giorni non è mai perfetto. Anche nell’amore si insinuano tentennamenti, segreti, dubbi, tormenti.

Ripenso a Marianne come alla mia fidanzata di gioventù, per qualche istante rivivo la nostra intimità di allora. Poi c’è stato un intermezzo, molti anni dopo, e non è un bel ricordo. Eirin non l’ha mai saputo. Il ritorno di fiamma con Marianne durò qualche settimana, finché io fui sopraffatto dalla vergogna e dal pentimento.

Tuttavia il magico potere della Casa delle fiabe fa riprendere linfa al rapporto: ricominciammo a guardarci e a passare più tempo insieme.

Di nuovo, tutto sembrerebbe semplicemente perfetto, se non fosse che succede qualcosa di troppo sconvolgente per ritenere che i giorni a venire abbiano lo stesso sapore.

Siamo così sconfinati, insondabilmente ricchi di impressioni vitali, di conoscenza, di ricordi e di legami. E se ci spezziamo, tutto si dissolve, si allontana e viene dimenticato.

La vita di un uomo si riassume semplicemente così: C’era una volta … E venne una notte.

Adesso è arrivata la notte.

Prima un indizio, poi una diagnosi.

Mentre Eirin è lontana per un importante convegno in Australia e Marianne vicina – l’ex fidanzata è diventata ora loro medico curante – sarà proprio quest’ultima che cercherà di accompagnare alla crudezza delle parole una vicinanza emotiva.

Ero stato da Marianne per farmi visitare la mano. Nel giro di poco tempo le dita erano diventate rigide e immobili.

Ripenso a Marianne, a tutto ciò che è riuscita a dirmi, a tutto ciò che è riuscita a tradurre in parole con la più grande leggerezza. Credo sia andata ben oltre il dovere di un medico di famiglia. … E’ rimasta seduta e mi ha accarezzato le mani: non solo quella malata, ma anche quella buona. In pochi secondi è riuscita a stordirmi completamente. E’ stata una specie di lobotomia.

Ho la sclerosi laterale amiotrofica, la SLA.

Mi dà da uno a tre anni di vita e quando le chiedo di essere più precisa, ammette che meno del cinquanta per cento dei malati è ancora vivo un anno e mezzo dopo la diagnosi.

Quando si giunge a fare i conti con le imperfezioni del corpo e quando le previsioni restringono il tempo che rimane, c’è bisogno di interrogarsi sul senso di una vita che sta per cambiare, anzi che sta già cambiando.

Devo scrivere, perché la scrittura è il solo modo per mettere a fuoco tutto. Mi costringe a sintetizzare i pensieri prima che finiscano sulla carta.

La perfezione, in tal senso, forse è proprio quella di chiuderla lì, con la vita, prima di verificare ciò di cui il corpo è ancora capace di riservare nel decorso della malattia.

Questo giorno è arrivato all’improvviso. Non sono ancora riuscito ad accettare l’idea che presto dovrò lasciare tutto, assolutamente tutto. …Non ho paura di morire, quasi il contrario: ho addosso una tristezza così profonda per il fatto che presto avvizzirò e me ne andrò, che non so per quanto tempo avrò il coraggio di conviverci.

Io ho la libertà di scegliere di rompere con tutti i legami sociali e di trovare per conto mio una via di ritorno alla natura.

Ed è semplicemente perfetto poterlo fare proprio nel luogo più amato e desiderato, nella Casa delle fiabe, violata in un giorno d’estate, e ritrovata dopo lunghi anni, quando il proprietario decide di venderla a quella coppia che riconosce, senza però rivelarlo, come i due ragazzi che si erano intrufolati nella sua casa durante la sua assenza.

Che cosa fa una persona quando prende congedo dalla vita? Scrive. Scrive a chi rimane per non lasciare nulla in sospeso, per spiegare, per raccontare i lati più misteriosi e segreti del proprio passato, per rivivere la propria storia.

Sono davanti al sommo commiato della mia vita e non sento più la necessità di trattenere nulla…. Non ho intenzione di andarmene da questo pianeta lasciandomi dietro una grande menzogna.

Sul “libro della baita”, nelle pagine ancora bianche, Albert scrive a Eirin, al figlio Christian e sua moglie June e alla nipotina Sarah, perché tutti devono sapere che la sua scelta coincide con il modo perfetto per andarsene con dignità, senza essere di peso a nessuno.

Presto non sarò più in grado di comunicare con il prossimo. In primavera sentirò cinguettare il merlo, ma non sarò più in grado di voltarmi per cercare di individuarlo.

Qualcosa impedirà però che il commiato diventi concreto.

E’ semplicemente perfetto essere parte dell’universo, perché esso stesso è stato perfettamente adatto fin dal primo momento per atomi, molecole, stelle e pianeti. E per esseri viventi come noi.

Nelle ventiquattro ore che si è concesso per scrivere il suo addio, Albert non dialoga solo con i suoi ricordi e i suoi turbamenti: nella solitudine della Casa delle fiabe altre presenze vitali si aggirano con un intreccio triangolare teso a ricomporre il dilemma della scelta. Noi non siamo soltanto natura. Siamo una fitta trama in cui rientrano i contesti famigliare, sociale e culturale.

Alla ricerca dell’Uno con il Tutto, Albert riflette sul rapporto con l’universo e di quanto esso sia infinitamente più grande e più forte della nostra fugacità terrena, ma ancor più riflette su ciò che unisce gli essere viventi e su quanto sia fondamentale avere accanto persone che ti sostengono nei momenti più bui dell’esistenza.

I piccoli semi di un iniziale processo di riconciliazione partono proprio dalla considerazione che avere solo poche ore per dire addio al mondo e agli affetti è troppo poco e che c’è la necessità di potersi regalare una seconda possibilità, qualsiasi cosa accada. I giorni che sono stati quasi soltanto buoni ormai stanno alle nostre spalle. Ora arriveranno quelli cattivi, ma forse ci troveremo qualcosa di buono.

Resto fermo a osservare il lago per un lungo istante. Bizzarro, penso, quanto scuro e minaccioso apparisse questa notte. Adesso è azzurro come l’erba trinità, e come il cielo terso di oggi.

… Erano diversi giorni che pensavo di spedirti la foto che vedrai in allegato. L’ho scattata nella Desert Haus del parco di Schönbrunn (VIENNA) … , da una mail di A. C., 19 maggio 2019

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TartaRugosa ha letto e scritto di: Gabriele Romagnoli (2017), Solo bagaglio a mano, Universale Economica Feltrinelli, Milano

Suggerire a una tartaruga di viaggiare con solo bagaglio a mano è divertente, data la sua innata propensione a trascinarsi appresso l’intera casa. Ma, forse proprio per questo, il guscio può essere paragonato a una valigia, in cui, tolto il corpo, non rimane molto altro spazio in cui stipare “roba”.

Alla base del libro troviamo proprio questo concetto: la ricerca dell’essenza è intrecciata al sapersi liberare dal superfluo e a saper imparare ad agire per sottrazione.

Tutti noi abbiamo troppe cose che non ci servono o ci portano sulla strada sbagliata, bagagli troppo pesanti che ci inducono a scegliere percorsi più facili per non faticare troppo. Amiamo il segno più e il meno ci spaventa. Eppure ‘fare a meno’ è un verbo da coniugare con esultanza.

La metafora del viaggiare leggeri è quanto mai efficace se applicata all’umana predisposizione ad individuare il senso della propria esistenza.

L’autore sviluppa una serie di riflessioni grazie alla partecipazione ad un originale esperimento svolto in Corea del Sud, dove, per ostacolare l’elevato numero di suicidi, viene proposto un falso funerale con relativa chiusura in una bara, non prima di aver scritto su un foglio l’ultimo saluto alle persone più care e disposto la destinazioni dei propri beni materiali. La cerimonia comprende la vestizione con un abito funerario senza tasche.

Scopo di questo bizzarro rituale non è prepararsi a morire quanto, piuttosto, imparare a vivere.

Perché nel momento in cui ti confronti con la tua finitudine scopri di quante cose sei ingombro, sacrificando spesso a loro spazio prezioso per ciò che nella vita conta davvero.

In questa claustrofobica chiusura nascono in Romagnoli ricordi di eventi, aneddoti, cronache di vita che per il giornalista meritano di essere evocati per stimolare un pensiero critico sul nostro occidentale modello di vita.

Il recupero dell’operazione di sottrazione (togliere anziché aggiungere) aiuta a comprendere che i limiti in generale sono un vantaggio, non una diminuzione delle possibilità. Le convinzioni sono indumenti superflui. Come eliminarle? Per cominciare, le certezze. Quelle più definitive e solide, quindi più pesanti, quelle assolute: scaricarle pensando che invece è tutto relativo.

Nel bagaglio a mano, dove lo spazio è ridotto, ci metti non quello che ci sta, ma quello che vuoi. Quante volte tendiamo a caricarci di ciò che non serve o scegliere situazioni in cui non consideriamo che la fatica è superiore al risultato! Ancorati alla certezza che l’accumulo sia un simbolo di prestigio, di potere, o di un fittizio senso di godimento non ci accorgiamo di quanto nella nostra vita è in sovrappiù.

Un racconto autobiografico scuote la mia attenzione: si tratta della madre dell’autore e del suo acquisto di un bellissimo, morbido tappeto da bagno che, dopo essere stato esibito e aver raccolto molto entusiasmo dalla famiglia, viene inspiegabilmente riposto nel ripiano più alto di un ripostiglio. Forse per non sciuparlo, o per le grandi occasioni, o per tenerlo nel dovuto rispetto dato il suo pregio. E nel frattempo nel bagno di caso continuano a susseguirsi tappeti di scarsa qualità. Il piacere di poter usufruire dell’oggetto annientato dal piacere del possedere: le infinite, quasi tutte sbagliate, declinazioni del verbo possedere. Che per me significa: essere posseduti. Credi sia attivo, invece è passivo.

Come mi ci riconosco anch’io! Talvolta le tentazioni non sono respinte perché prevale il senso del bello, del possesso per l’appunto, ma poi, trascorso il momento del godimento, quell’oggetto resta lì per diverse ragioni: un senso di colpa per aver speso soldi per qualcosa di non indispensabile, la costatazione che non rispondeva a un’effettiva necessità, l’attesa di una speciale occasione che non arriverà mai. Lo scivolamento dei giorni pian piano fa passare quell’oggetto in second’ordine, fino a farti scordare quanto lo avevi falsamente ritenuto importante e, quindi, decidere di liberartene.

Il bagaglio a mano rivela il superfluo. Se torni e ce l’hai fatta con quel numero di capi, fogge e colori, significa che non hai davvero bisogno di quanto nel tuo guardaroba esorbita.

In realtà quello che più ci pesa addosso e che si radica nei nostri sogni sono le mancate soddisfazioni. Che farne? La soluzione più semplice è continuare a inseguirle, perché Hillman insegna, in ognuno di noi abita un daimon che attende solo di essere scoperto.

Hillman racconta di una bambina di colore salita su un palco di Harlem per un saggio di fine anno e annunciata come danzatrice che tirò la giacca del presentatore e disse a sorpresa: ‘Canto, invece!’ Era Ella Fitzgerald improvvisamente consapevole di sé.

Anche l’idea che abbiamo di noi stessi, il nostro egocentrismo può diventare zavorra.

Troppi si ritengono primattori di un copione che prevede solo comparse. Accendono a giorno stanze che implorano ombra, quiete, dimenticanza: le stanze in cui vegliamo sulla nostra irrinunciabile essenza.

Nell’esperimento coreano, prima di procedere alla chiusura della bara, presentano un video in cui l’esistenza umana, in media di 80 anni e sulla scorta di una serie di interviste, viene così sintetizzata:

23 anni a dormire, 20 a lavorare, 6 a mangiare, 5 a bere e a fumare, altri 5 aspettando un appuntamento, 4 a pensare, 228 giorni a lavarsi la faccia e i denti, 26 giocando con i figli, 18 a farsi il nodo alla cravatta. E, da ultimo, 46 ore di felicità.

Se questo è ciò che sta dentro la valigia della nostra vita, quando l’apriamo vorremmo trovare qualcosa in più di quelle poche 46 ore. Cerchiamolo avendo cura di ricordare sempre che la vita è imprevedibile e che è importante sapere che esiste sempre un piano B. Soprattutto quando incontriamo la parola “senza”.

La vita ci insegna a fare senza e a proseguire, resistere e migliorare proprio per questo. Perdere è, a volte, arricchirsi: scoprire che si avevano false necessità, affrancarsi da pesi e bisogni. S può rimanere senza qualcosa e stare meglio di prima, soprattutto se quella cosa la si è donata ad altri. Un vestito senza tasche porta già tutto: un’esistenza che basta a se stessa.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Michela Murgia (2009), Accabadora, Einaudi, Torino

Capita talvolta di portarsi addosso un nome che già prefigura un destino.

Chissà se nell’immaginazione di una Bonaria Urrai bambina il peso di quel “Bonaria” custodiva la traccia di ciò che sarebbe successo nella sua vita, nelle sue scelte, nelle sue azioni.

Perché qui troviamo un’altra bambina, Maria, quarta figlia non desiderata di Anna Teresa Listru, che in un giorno di luglio con una sporta di uova fresche e prezzemolo, saluta la madre e insieme ad una Bonaria già avanti nell’età imbocca la nuova strada verso un futuro difficilmente pensabile per lei che per prima si era sempre considerata “l’ultima”.

Fill’e anima”, sarà da quel momento per tutto il paese:

Lei è Maria”. E quell’essere semplicemente Maria doveva bastare a quanti avessero voluto capirne di più. La gente di Soreni ci aveva messo un po’, ma alla fine aveva afferrato l’antifona di quella misteriosa liturgia, e tutt’a un tratto era come se fosse stato sempre così, anima e fill’e anima, un modo meno colpevole di essere madre e figlia”.

Che si sa, la gente di paese ha sempre motivi di cui parlare o sparlare fin tanto che qualcosa di nuovo non accade e sposta l’attenzione sull’ultimo evento. E in quei di Soreni la tradizione è custodita gelosamente. I segreti si nutrono di quel non dire che è come se fosse detto, di quel sapere mal nascosto e costruito su credenze arcaiche, tessute di rituali magici e convinzioni superstiziose. Una cultura primitiva, ma non per questo totalmente priva di morale.

Ha chiesto lui di me?”

No, non parla più da settimane. Ma io a mio padre lo capisco”

…”Uscite tutti”

Rimasta sola con il vecchio, lo esaminò. Bonaria gli prese la mano scarna tastando con attenzione il polso e l’avambraccio, e qualcosa in quel contatto le strappò un sussulto. Il vecchio emise un verso rauco “Chiamata ti hanno, alla fine”.

Malgrado la sua debolezza, il sussurro del vecchio non si perse nello scialle e Bonaria Urrai lo udì perfettamente. Fuori c’era la famiglia che attendeva pregando, ma l’accabadora non ci mise nemmeno il tempo di un Pater ave gloria per uscire dalla camera del vecchio, avendo cura di lasciarsi aperta la porta alle spalle.

Antonia Vargiu, per avermi chiamata senza motivo, siate maledetti voi tutti presenti. ..Sai benissimo che tuo padre non è morente, non è nemmeno vicino al suo giorno. Dagli da mangiare, piuttosto. Se muore per fame, tu non addormentarti più”.

Perché Bonaria, oltre che sarta, è anche questo: l’accabadora, l’ultima madre che pietosamente dà la morte quando il patimento impone un’agonia troppo grande per essere sopportato. E’ appena quindicenne quando assiste alle mosse di questo mestiere nella casa di una giovane puerpera colpita da emorragia: “Quando la stessa donna aveva chiesto la grazia, le altre avevano agito per lei in un clima di condivisa naturalezza, dove atto illecito sarebbe parso piuttosto il non far nulla”.

In quella terra aspra e chiusa, dopo che la liberazione della casa da ogni oggetto benedetto non era sufficiente a lasciar andare il sofferente, ecco che l’accabadora nel buio della notte, avvolta nel lungo scialle di lana, calava come ultima ombra per esortare il respiro finale.

Maria questo non lo sa e lo scoprirà ad un prezzo molto caro, quando il suo crescere è più che mai confuso tra i sogni di bambina e i desideri di donna ancora acerba.

Succede che nella vigna dei Bastia, durante la raccolta dei grappoli profumati, un lamento rompa la gaia baldanza dei giovani impegnati nel faticoso lavoro. Proviene da un muretto, uno di quei confini fatti “a secco in basalto nero, ciascuno con il suo astio a tenerlo su”. “Nicola Bastia esaminava la base del muretto esplorando attento le fessure tra i massi. … Dopo qualche minuto si alzò da terra brusco come c’era finito, e con uno strano sguardo cercò gli occhi del padre “Hanno spostato il confine”.

Dopo aver disfatto il muretto in pochi minuti “Il piccolo sacco di juta comparve dal punto più interno del muro. Nicola estrasse l’arresoja dalla tasca sotto gli sguardi tesi del padre e della madre. La lama lacerò la stoffa … rivelando quello che si agitava debolmente nel sacchetto. Era un cucciolo di cane. Vedendo con cosa era stato legato e sepolto, il segno della croce stavolta se lo fecero tutti. Persino Nicola”.

In quella terra in cui “la parola giustizia veniva pronunciata solo quando c’erano da evocare cieche persecuzioni contro qualcuno”, la maledizione di una fattura non poteva essere perdonata. E Nicola cerca la vendetta, ma non sempre la vendetta è giusta come la si crede. Nicola perderà una gamba e, per la sua età, il suo carattere e temperamento, questo costo è troppo alto da tollerare.

La notte di Ognissanti, la porta delle case viene lasciata aperta per la cena delle anime.

Quella notte, Andria, fratello di Nicola, si appresta a controllare quale anima entrerà a bere l’acquavite lasciata sul tavolo e a prendere il tabacco trinciato “così avrebbe saputo cosa rispondere a Maria, quando diceva che le anime non andavano in giro a tormentare nessuno”.

E sarà quella la notte in cui Bonaria, per la prima volta avrà il dubbio “di non essere capace di distinguere tra la pietà e il delitto .. quando negli occhi di Nicola Bastiu aveva letto la determinazione di chi cerca disperatamente non la pace, ma un complice”.

E’ arrivato il momento della verità nel drammatico confronto tra Maria e Bonaria:

(Andria) Dice che vi ha visto stanotte entrargli in camera e soffocarlo con un cuscino”…

Me lo ha chiesto lui”…

Nella mente di Maria la verità si fece chiara improvvisamente, e nell’istante stesso in cui la realizzava, la figlia di Anna Teresa e Sisinnio Listru seppe con certezza chi era la donna che le stava davanti.…

L’ultima. Io sono stata l’ultima madre che alcuni hanno visto” …Quando parlò, Bonaria seppe che non c’erano più spazi per capire.

Per me siete stata la prima, e se mi chiedeste di morire, io non sarei capace di uccidervi solo perché è quello che volete” …

Quando verrà il momento, Maria, scoprirai cose di te che non conosci ancora” …

Non verrà quel momento…io voglio andare via da voi … Subito. Domani stesso”.

Farsi accabadora dei propri ricordi non è impresa facile. Rinascere una terza volta ancor meno. Maria, a Torino, si inventa una vita nuova come bambinaia di due ragazzini ricchi e viziati, da conquistare a poco a poco, entrando nelle viscere delle loro storie, frugando nel nero e nel dolore più cupo, perché a volte, per comprendere la propria disperazione, si rende necessario scoprire quella degli altri.

I ricordi non muoiono a comando, “lentamente tornarono a uno a uno, visi, voci e luoghi dell’infanzia in cui era cresciuta, e Maria si scoprì ad abitarli senza chiedere permesso”.

Poi tre fatti: una lettera complicata da aprire, un sentimento represso venuto alla luce, la riscossione del debito del fill’e anima.

In quella terra sarda da cui era partita, Maria ritorna e reincontra una Bonaria il cui “corpo era diventato così delicato che anche un semplice massaggio sarebbe stato sufficiente a sbriciolarle le ossa ormai fragilissime”. Un ammonimento riaffiora:

Farai tante scelte nella vita che non ti piacerà fare, e le farai anche tu perchè vanno fatte, come tutti”.

Non si riesce a morire per protezione o per colpa.

Il primo motivo è abbastanza semplice da verificare: “Tolse tutti i quadretti a soggetto religioso dai muri della camera, recuperò le immaginette dalle pagine dei libri e dal fondo dei cassetti … soprattutto portò via la palma benedetta della settimana santa appesa dietro la porta … La vecchia non indossava scapolari o altri oggetti che potessero trattenerla, tranne la catenina del battesimo, che Maria ebbe cura di sfilarle dal collo con delicatezza, mentre l’altra la fissava senza una protesta.”

Non successe niente.

La colpa è fatto più complicato; è più oscura e alberga in tutte le anime, abbarbicata com’è all’azione e al pensiero. Bonaria, Maria, Andria: un incontro comune, un parlare interrotto, una paura di scoprire e scoprirsi, una necessità di ritrovarsi.

L’anima ha voglia di perdono, ma non sempre si sente libera di andare da sola. Ha bisogno di un gesto, di un tocco leggero, di sentirsi accompagnata da chi ha amato.

Anima e fill’e anima, infine, riprendono a parlare lo stesso, misterioso, linguaggio del bene.

P.S.

Mentre scrivo sento il messaggio del suicidio di Mario Monicelli e sono ancora emozionata dal racconto di settimana scorsa di Roberto Saviano sulla storia d’amore di Piero e Mina Welby.

Situazioni limite, ma proprio per questo risposte ancor più significative di fronte al nuovo imperante tabù della morte (o forse della vita?).

Tabù perché si cerca con ogni mezzo di non far entrare la morte nella storia del vivere, nuovo perché è cambiata la modalità per osteggiare il trapasso. A voler continuamente allontanare la linea di confine tra l’al di qua e l’al di là si ottiene la rovinosa conseguenza di non sapere più a quale dei due mondi si appartiene.

La “macchina umana” è il nuovo mostro tecnologico che ne risulta, dove il respiro diventa bombola, dove il battito diventa pompa, dove lo sguardo diventa monitor, dove il contatto diventa guanto, dove la parola diventa numero.

Non si riesce a morire per protezione o per colpa. Difficile comprendere l’esatta collocazione di questo nuovo prodotto umano.

Grazie a Monica per il dono di Accabadora.