TartaRugosa ha letto e scritto di: Serena Dandini (2022), Cronache dal Paradiso, Einaudi Torino

A noi tartarughe piace sognare soprattutto quando, sepolte nell’attesa del transito invernale, abbiamo molte ore a disposizione per farlo. E che cosa appare nel nostro cervello ibernato? Ovviamente distese di verde trifoglio, gialli fiori di tarassaco, tenere cimette di ortica, infiniti prati da esplorare …

E le parole confortanti degli umani che, come noi, fanno del giardino il loro paradiso terrestre:

Allora cos’è in fondo il Paradiso se non un meraviglioso giardino?”

Con Serena Dandini la traccia che conduce verso l’ideale di Eden esclusivi inizia dalla casa di campagna dell’autrice, luogo dell’infanzia e contenitore di memorie familiari che si schiudono qui e là come tracce indelebili di legami, giochi, suppellettili, mobili, colori, profumi, rumori. Voglia di fuggirne, ma desiderio di tornarvi – col ricordo – per ritrovarvi quell’azzurro dell’ortensia della nonna, impossibile da riprodurre nonostante tutti gli espedienti praticati.

A questo album di famiglia rivissuto attraverso la penna si intrecciano altri taccuini di viaggio, racconti che si riferiscono ad aneddoti, ossessioni, passioni di personaggi noti e meno noti, ma aventi lo stesso denominatore comune: il giardino, l’incanto di un Eden personalizzato, la scoperta di nuovi orizzonti paradisiaci.

C’è chi cerca il Paradiso nel tempo passato, chi confida speranzoso nell’aldilà o chi, con più tenacia, vuole raggiungerlo a tutti i costi sulla Terra”.

Fra i tanti che grazie all’autrice mettono in scena i sogni inseguiti, troviamo Claude Monet e le sue amatissime ninfee: “Era così posseduto dalla visione di quei fiori e dai riflessi che proiettavano sull’acqua che negli ultimi anni non ha dipinto altro”. Oggi, nel Museo dell’Orangerie di Parigi, possiamo ammirare novanta metri di dipinti (dodici tele giganti di quattro metri per due) equiparabili a distese immense di pittura in cui immergersi, sperimentando l’emozione di chi con tanta devozione le ha fermate nel tempo.

Leggiamo anche la storia di Jeanne Baret che travestita da ragazzo, fingendosi eunuco, accompagna sul veliero di De Bougainville il botanico Commerson, spinta da un indomabile spirito d’avventura e desiderosa di scoprire sempre nuove specie vegetali. Sarà proprio lei a trovare “uno splendido fiore esotico. Il fusto ricorda quello di una vite ed è forte e affusolato, le tonalità delle ghirlande, dal rosso al malva, sono rese più intense dal minuscolo fiore bianco che nasce all’interno di ogni corolla”. Commerson, rimasto a bordo perché impedito al cammino da dolori a una gamba, si onorerà del merito della scoperta del fiore e dell’attribuzione del nome, che, per piaggeria verso l’ammiraglio che l’ha voluto a bordo, battezzerà bougainvillea.

Non manca il grande “Fabrizio De Andréimpetuoso giardiniere che, come un alchimista d’altri tempi, sperimentava formule magiche mischiando diversi tipi di stallatico ad acqua tiepida, spargendone secchiate sulle aspre terre della Gallura, con il sogno di far crescere nel suo Paradiso camelie e azalee, piante refrattarie a quelle latitudini battute dal libeccio.”

E incontreremo la frenesia di Frederic Eden, gentiluomo inglese trasferitosi a Venezia verso la fine del’Ottocento, il quale, forse per onorare il suo nome, “decise di trasformare la terra brulla di un angolo della Giudecca, in un Paradiso terrestre” e nonostante le avversitàcausate dall’acqua salmastra “riuscì in pochi anni a realizzare quella che sembrava un’utopia”. Ne faranno memoria i frequentatori ospiti di quel parco meraviglioso – fra cui Gabriele D’Annunzio e Eleonora Duse, Marcel Proust, Rainer Maria Rilke, Jean Cocteau, Henry James – trovando più che verosimile associare quel luogo ad un santuario di bellezza.

Purtroppo ai tempi attuali nulla più è rimasto se non quelle testimonianze, poiché alla morte di Eden e in seguito ai vari passaggi di proprietà, l’ultimo, l’artista austriaco Hundertwasser, abbandonerà le cure e la manutenzione del paradiso lagunare, lasciando trasformare il giardino in una selva impraticabile e ordinando che alla sua morte nessuno vi ponesse mai più mano o permettesse visite.

Nabokov invece risveglia i suoi sensi solo quando in mezzo ai boschi rincorre con un retino le farfalle. “Non c’è successo letterario, onorificenza o premio che possano eguagliare il piacere che gli procura lo studio scientifico di una farfalla.

L’imperatrice Giuseppina Bonaparte, originaria della Martinica, riesce incredibilmente a riprodurre una giungla tropicale alle porte di Parigi. “Nel salone in vetro e ferro riscaldato da dodici enorme stufe a carbone, ha realizzato il suo Paradiso terrestre: è difficile farsi spazio fra strelitzie, orchidee e rose in fiore. Gigantesche piante esotiche creano una selva intricata che offre tutte le possibili sfumature di verde, punteggiate dell’arancione di ananas maturi in pieno novembre”

La scrittrice Agatha Christie si arruola ventenne tra le infermiere volontarie dell’ospedale cittadino per assistere i giovani soldati feriti durante la prima guerra mondiale. Forse è il contatto continuo con la morte che l’aiuterà a descrivere ogni tipo di decesso nei suoi innumerevoli romanzi gialli o forse è l’utilizzo di numerosi unguenti preparati a base di veleni per le medicazioni che farà di lei la serial killer più letale della narrativa (la morte per avvelenamento è il metodo più frequente nei suoi delitti).

La fama e il successo delle sue opere coroneranno il suo sogno: tornare in campagna, in una casa con giardino E che giardino…”vivace e movimentato, ricco di aiuole lussureggianti, macchie di specie tropicali portate dai suoi viaggi e, quasi un omaggio al proprio successo, molti alberi di mandorle amare, frutto proibito da cui si estrae il cianuro”.

Alexandra David-Néel, anticonformista bramosa di avventure, muore a centouno anni, pochi mesi dopo il rinnovo del passaporto per una spedizione in Oriente. Formidabile donna d’azione riveste i ruoli più disparati: giornalista, orientalista, suffragetta battagliera per i diritti delle donne, anarchica e femminista, nonché prima cantante all’Opera Company di Hanoi. Ha un obiettivo ben preciso: raggiungere il suo personale Paradiso a Lhasa, capitale sacra del Tibet. Ci riuscirà all’età di 55 anni dopo infinite e pericolose peregrinazioni.

I Giardini della Mortella di Ischia sono invece il frutto della caparbietà del musicista William Walton e sua moglie Susana: insieme, in dieci anni di lavoro, trasformano una valle di terra scura simile a una cava di pietra “in uno dei giardini più belli d’Italia incastonato in un panorama mozzafiato” trasformato in seguito “in un luogo a disposizione dei giovani compositori di tutto il mondo, che vivono e studiano in quell’incanto creando nuova musica”.

Ci imbattiamo, verso il finale, nell’ostinazione di Margaret Mee, pittrice botanica che insegue, per dipingerlo en plain air, lo sbocciare del fiore di luna, fenomeno dalla flebile durata dello spazio di una notte. In Amazzonia ”a settantasette anni e con due trapianti di anca all’attivo, anziché limitarsi a curare l’orto di casa, Margaret sta navigando su un remoto affluente del Rio Cuieiras quando all’improvviso vede il fiore di luna in bocciolo. E’ come una visione. Il respiro si spezza. Ferma la barca. Apre il blocco di disegno, impugna il pennello con gesto consumato e inizia a dipingere, lo fa cogliendo l’attimo, senza riflettere, il cuore tremante e la mano ferma”.

Le tartarughe sono testarde, ma anche sentimentali e visionarie. Immaginano che, spostandosi sempre un po’ più in là, dove esiste la terra nuovi gloriosi miracoli siano possibili. E, come gli umani, li vanno a cercare.

Tartarugosa ha letto e scritto di: Camille De Angelis, (2022), Bones and all, Traduzione di Vincenzo Latronico, Mondadori, Milano

Appartengo a quella generazione che, durante gli anni tardo-adolescenziali, nelle domeniche invernali in compagnia di un numero ristretto di amici, amava trascorrere il pomeriggio nelle fumose sale cinematografiche. Il rito era consueto: scorrere le pagine del Corriere, scartare i film da cassetta e scegliere quelli ritenuti “impegnati”. Quanto più indecifrabili, tanto più must da non perdere.

Era di rigore, all’uscita, con le caldarroste in mano, elucubrare su significati e interpretazioni cavillose. Molto spesso, nel caso fosse tratto da un romanzo, non mancava mai la considerazione: “Certo che il libro è molto meglio”, sfoggiando così cultura e sapienza.

Tali ricordi riaffiorano poiché nel caso del libro appena terminato, letto dopo la visione del film di Guadagnino, vige l’inverso “Certo che il film è molto meglio”, chissà se perché nel frattempo sono invecchiata o perché sono i tempi ad essere cambiati.

Il tema del romanzo non nasconde un certo che di macabro, essendo relativo al ben radicato tabù del cannibalismo, ma il linguaggio narrativo evita lo splatter e lascia intuire gli accadimenti solo attraverso inquietanti indizi.

La storia di Maren pertanto non ripugna, ma commuove, esortando il lettore a partecipare – e talvolta parteggiare – alle sue difficoltà incontrate nel prendere consapevolezza dell’ineluttabilità della sua condizione:

Quella sera ho capito che ci sono due tipi di fame. Ce n’è uno che posso soddisfare con gli hamburger e il latte al cioccolato, ma c’è un’altra parte di me che resta in attesa. Può aspettare per mesi, magari anche anni, ma prima o poi dovrò cederle. E’ come se ci fosse una voragine dentro di me e quando assume quella forma là, c’è soltanto una cosa che la possa riempire

e della solitudine con cui è costretta ad affrontare i suoi impulsi (la madre l’abbandona, il padre, scoprirà, è ricoverato in una clinica psichiatrica).

La verità è come le fauci di un mostro, un mostro ben più pericoloso di me. Ti si spalanca sotto i piedi come una voragine, ci caschi dentro, e vieni divorato. Ovviamente mi era balenato per la testa il sospetto che mia madre avesse paura di me … Non mi aveva mai amata vero? Si era sentita responsabile per ciò che facevo, come se la colpa di ogni mia azione ricadesse su di lei che mi aveva messo al mondo. Ogni gesto di affetto che mi aveva riservato nasceva dal senso di colpa, non dall’amore. Per tutto quel tempo in realtà non aveva fatto che attendere il momento in cui finalmente avrebbe potuto lasciarmi da sola.”

La sua caratteristica non è unica. Maren scoprirà che altri, come lei, hanno attitudine per quella “brutta cosa” e nell’incontro con Lee, pure cannibale, nascerà una relazione che porterà entrambi ad arrivare alle origini della loro enigmatica peculiarità.

Nell’esplorazione di se stessa e nel bisogno di perdonarsi ed essere perdonata, il cammino della ricerca di Maren potrà solo confermare che ogni tentativo di redenzione è destinato al fallimento.

Nel film, invece, la trasposizione che Guadagnino ne fa sullo schermo si arricchisce di numerosi spunti.

Troviamo infatti una Maren fragile e impaurita, perennemente in fuga alla ricerca della madre mai conosciuta, e che diventa predatrice solo per difendersi, aborrendo lei stessa questa sua pulsione, ma impossibilitata a sbarazzarsene del tutto.

Simbolicamente ne ho personalmente tratto significazioni molto aderenti al nostro tempo:

– la crescita in assenza del padre, inteso non nell’unico senso biologico, ma proprio come figura mentore di accompagnatore dell’adolescente verso l’adultità; una solitudine ben rappresentata dalle sconfinate campagne deserte che i ragazzi si lasciano alle spalle, nella loro fuga continua da persone e situazioni pericolose, alla ricerca del proprio posto in un mondo disposto ad accettarli per quello che sono;

– la relazione amorosa che nei due ragazzi, consapevoli della loro diversità, diventa lo strumento per sentirsi accomunati, per potersi riconoscere e accettare;

– la diversità, di cui il cannibalismo è quell’estremo simbolo del nostro bisogno di inglobare tutto ciò che vediamo a qualsiasi costo, ma anche la faticosa condizione in cui ci si può trovare nel confrontarsi in un mondo che premia solo il potere e la competizione;

– altri accenni a temi sociali (l’omosessualità, il femminicidio,la violenza, la dipendenza);

– la morte come irrimediabile fine dell’esistenza. Una morte che ci porrà di nuovo di fronte all’inevitabile, ma in questo caso la decisione di Maren di nutrirsi di Lee ferito a morte, obbedendo alla sua supplica, sarà il compimento del suo supremo gesto d’amore.

Lee e Maren, definitivo corpo unico che trascende i limiti della carne, potrà forse rappresentare il passo finale per aiutare la ragazza a sopravvivere in un mondo in cui ci si trova costretti a fare tutto da soli.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Mélissa Da Costa (2021), I quaderni botanici di Madame Lucie, Traduzione di Elena Cappellini, Rizzoli/BUR, Milano

Accadono improvvisi, quando meno te li aspetti, eventi capaci di interrompere il flusso della vita così come lo conoscevi, annientando ogni promessa di futuro.

E’ proprio quello che succede ad Amande, mentre attende il rientro di Benjamin per una gioiosa serata all’aperto nello scoccare dell’arrivo dell’estate, mentre indugia col suo pancione prossimo a dare alla luce una bimba.

Benjamin non rientrerà e a lei spetterà la drammatica incombenza di riconoscerne il corpo straziato dall’incidente di moto. Lo shock ricevuto causerà il parto prematuro e anche la minuscola Manon non sopravviverà alla nascita. Tutto nel giro di poche ore.

Un doppio lutto tragico che lascia solo la voglia del silenzio pensoso, perchè ogni parola è insufficiente, come lo è il contatto col mondo da cui decide di assentarsi, scegliendo una casa isolata nell’Auvergne, dove si rinchiuderà, sbarrando fuori anche la luce del giorno ed eliminando ogni strumento che segni il passare del tempo.

Nel giro di qualche giorno ho deciso di stabilirmi in mezzo al nulla. Avevo bisogno di scappare dall’estate. Avevo bisogno di calma per pensare. Pensare a loro.”

Nella disperazione che il doppio distacco ha scatenato, nell’ordine sconvolto dall’abbattersi degli eventi, Amande affronta con se stessa la ricomposizione della sopravvivenza. E’ un percorso lungo, faticoso, quasi una missione per trapiantare ciò che è stato in nuovo orizzonte di senso.

Lasciata alla spalle la fase del torpore, connotata dall’incredulità e dallo smarrimento totale, subentrano i passaggi più impegnativi per risalire il baratro e sbiadire le immagini che ingombrano i ricordi della perdita. Insieme a lei fissiamo le parole chiave che puntellano il suo incerto cammino: il primo comandamento è Lascia entrare.

Ho deciso che non avrò alcun calendario. Niente giorni, niente date, niente scadenze, niente incombenze precise. Ho bisogno di libertà. Solo un foglio bianco che mi ricordi il mio obiettivo, la ragione che mi spinge a fare un passo avanti. Il problema è che non ho ancora deciso quale possa essere. … Qualche parola, non di più. Prendo la biro che trovo sul tavolo, mi avvicino. Scrivo la prima parola: Lascia. Aggiungo la parola entrare. Una frase in sospeso, che attende il seguito. Non so. Lasciare entrare cosa? Il sole? La vita? Preferisco fermarmi lì. E’ già abbastanza”.

Scopriremo l’importanza di un gatto e del passato dell’exproprietaria dell’appartamento preso in affitto che, come lei, per elaborare il lutto della perdita del marito aveva scelto di fare entrare nella propria vita il giardino, l’orto e una minuziosa descrizione di ogni atto compiuto a contatto con la natura.

I quaderni botanici di Madame Lucie, che Amande ha salvato dal trasloco affrettato da parte della figlia Julie, diventeranno il suo viatico quotidiano perché, se hanno funzionato per madame Lucie, forse aiuteranno anche lei.

Sono pieni di scritte. I calendari. E anche le agende. Liste di cose da fare, promemoria, consigli. E’ annotato persino il meteo dl giorno. … Sa perché lo facesse?

Ha iniziato a farlo dopo la morte di Paul, mio padre, suo marito .. Ha iniziato a stendere delle liste per non lasciarsi andare”.

Quelle liste diventano suo punto di appoggio, una forma di protezione che talvolta serve ad instaurare pure un dialogo con Benjamin e a sorridere per la sua sorpresa nel vedere la giovane sposa impegnata in mansioni fino allora impensabili e sconosciute.

La seconda tappa della ricostruzione di sé è racchiusa nella parola Celebra, laddove non esiste né il tempo né il desiderio di cercare conforto nella fede o in un Dio in cui non ha mai creduto. Ancora una volta la risposta sarà trovata nel fazzoletto di terra e nelle candele che Julie le ha insegnato a realizzare.

Ma non mi servono chiese, preghiere o rosari per commemorare i miei morti. Ho un salice piangente, che ha il nome di un defunto, un gatto che mi ha adottato e delle candele che ho modellato con le mie mani. Ho la luna piena e anche la brezza, perché senza di lei le candele non danzerebbero … E nemmeno le nostre ombre.”

Ho iniziato a celebrare il vento tra gli alberi, appendendo degli utensili da cucina, dei barattoli di latta e delle conchiglie. … Ogni tanto accendo delle candele sul davanzale della finestra. E parlo alle verdure, alla corteccia degli alberi e anche alla luna.”

Per riorganizzare il mondo c’è bisogno di un terzo passaggio: Condividi.

Il ruolo degli altri è fondamentale nell’attraversamento della sofferenza e Amande lo scoprirà grazie alla ripresa dei contatti coi ragazzi del Centro dove Benjamin lavorava, all’energia di Julie, implicata pure lei nella cura della ferita della separazione dal marito, all’amorevole presenza della famiglia di Benjamin che, in modalità diverse, subiscono l’impatto del lutto in tempi successivi, e, strano ma vero, anche alle veloci visite della madre, sempre alla ricerca di un futuro migliore, sicura di averlo trovato alla Réunion e a una nuova relazione. Non ultimo, probabilmente simbolo di riappacificazione col destino, con la neonata Mae, figlia del fratello di Benjamin e che coincidenza aveva voluto che nascesse a poca distanza da Manon.

Le prime, coraggiose, uscite di casa appaiono come segno di nuove prospettive.

Entro in cucina con il cappotto ancora addosso … Fuori il vento soffia minaccioso. Sono felice di essere a casa. Sono stata via solo un giorno, il primo da quando mi sono trasferita qui, e la casa mi è mancata. Mi addormento di buon umore, quella sera. … Una felicità rabberciata, ma comunque una felicità”.

Il vino bianco è dolce. I panini gustosi. Fatico ancora a credere di essere qui, nell’Auvergne, lontano da casa, in compagnia della figlia dell’ex proprietaria. La mia vita non ha più niente a che vedere con quella di dieci mesi fa.”

L’ultima riparazione di un tragitto fatto di salite e discese è nell’imposizione Lascia andare.

Nel rigurgito del dolore, Amande scoprirà che nella cavità del pino in cui aveva depositato la sua fede nuziale ora c’è un nido di pettirossi:

cinque uova bianche tendenti all’azzurro, con delle macchie rosse, nascoste nel nido dentro la cavità nel tronco. Cinque uova nel mio pino sacro. E’ emozionante come veder sbocciare i fiori o crescere le fragole verdi. E’ la vita che si annida dappertutto nella mia vecchia casa”.

Solo quando lo troverà vuoto maturerà una nuova consapevolezza:

ed è in quell’istante che la vedo. Un corpicino paffuto. Due biglie nere che mi fissano. Si è appollaiata sul bordo del buco. Dove prima c’era il nido. La riconoscerei tra mille. E’ mamma pettirosso. … Non ho bisogno che mi ricordi come funziona la vita, con il suo ciclo naturale. Vorrei che almeno per oggi mi concedesse di essere triste.”

Il rito di passaggio verso nuovi giorni a venire è compiuto. Amande abbandonerà definitivamente la casa in cui ha vissuto con Benamin e il lavoro dove aveva chiesto l’aspettativa.

I quaderni botanici hanno risvegliato una parte di sé ignota: il suo futuro sarà illuminato da una suggestiva attitudine artigianale, trasformata, con il supporto di Julie, in piccola impresa che colorerà il suo nuovo tempo.

Inizio a disegnare su un foglio i braccialetti e le coroncine, mi aiuta a visualizzarli. Schizzo le campanule color malva dei giacinti, la forma così particolare della trombetta dei narcisi, i petali viola intenso dei crochi, l’edera che si intreccia con i fiori, dando un tocco di verde, e le margherite, fresche, semplici, per un tocco più raffinato di bianco. Immagino diversi modelli. Uno molto colorato, sui toni del blu, del malva e del viola… è energico pieno di vitalità … le fascette le scelgo in base ai modelli: quello colorato, quello raffinato e quello minimalista”.

E’ passato un anno, e il 21 giugno successivo non ha rimosso i giorni del passato ma li ha trasformati in dolce ricordo.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Alba Donati (2021), La libreria sulla collina, Einaudi, Torino

Quando sulla scrivania arriva un testo come questo, i libridinosi esultano di felicità. Non solo perché pensano a quanto sarebbe bello avere una simile libreria sotto casa, ma perché, amabilmente invidiosi, vorrebbero essere loro stessi gli autori delle pagine che, sotto forma di diario, si rincorrono fra memorie, citazioni, stimolazioni sensoriali, segnalazioni di libri ed autori che già desidereresti avere sul tavolo di lettura.

E anche perché è una cronistoria che mostra come sia possibile realizzare un sogno, quando ci credi davvero.

La libreria era dappertutto, prima ancora di nascere. Aveva già iniziato a fare incantesimi quando ancora era un poggio scosceso con qualche cespo di insalata, due pali arrugginiti e un filo per stendere i panni”.

Non si tratta infatti di una libreria convenzionale: Sopra la Penna è una specie di cottage-chalet letterario di legno che trasmette il sapore di casa, che affaccia su un giardino e su un panorama mozzafiato delle colline toscane, una libreria mignon che sorge a Lucignana, un paesino arrampicato su un monte di 180 persone.

Cosa rispondere a chi chiede come m’è venuta l’idea di aprire una libreria in un posto sperduto. Il fatto che per me questo posto sperduto è il centro del mondo perché lo guardo con gli occhi di una bambina che ha salito scale traballanti e vissuto in case gelide in gelidi inverni, una bambina che ha riparato come poteva le cose rotte.

Perché l’infanzia una trappola, ha il brutto e il bello, solo che devi trovare la bacchetta magica per trasformare l’uno nell’altro. Adesso ho il mio cocchio pieno di libri, sono a posto.

Nella vita di Alba entri discreto, in punta di piedi, incontrando lentamente le persone della comunità che hanno svolto un ruolo importante nella crescita di una bambina in cui “l’idea della libreria giaceva di certo acquattata” dai primi anni di vita. Quelle stesse persone che si stringeranno attorno a lei per aiutarla ad affrontare le avversità che pare vogliano contrastare la sopravvivenza di un luogo fatato.

Perché quando credi a un’idea, la coltivi e la curi senza mai arrenderti di fronte alle difficoltà (l’incendio dopo un mese dall’apertura, il nefasto periodo del lockdown causato dal Covid, far quadrare i conti). Con leggerezza poetica, sfogliando giorno per giorno il diario di una nascita, ci si ritrova a sentirsi parte di quella piccola comunità stretta intorno ad Alba, ognuno con i mezzi che può mettere a disposizione, per difendere un bene comune così prezioso.

E come solo una penna poetica sa fare, respiri, vedi, assapori, annusi un mondo di magia, quasi ti fossi piacevolmente smarrito in una fiaba reale.

Al giardino si accede da un cancello verde salvia, si scende n gradino e sei in una fiaba.. C’è il susino selvatico, e il pesco, il plumbago, il glicine, rose e peonie. I tavolini e le sedie sono in ferro, ci sono due Adirondack celesti e due sdraio con il telo a fiori.

Il tè è una tappa fondamentale della visita alla libreria … Tè verde, nero, rosso, bianco. Poi si sceglie fra vaniglia, bergamotto, ginseng, mango, lime, curcuma, zenzero, cannella, mandarino, miele e limone. Il Tè che viene dal Kent si presenta in confezioni da collezione con sopra il volto di una scrittrice e di uno scrittore. E naturalmente ci sono le marmellate letterarie, la marmellata di Virginia Woolf con arance amare e whisky … di Colette con susine e anice stellato … inutile cercarle si trovano solo da noi.

Per non parlare degli oggetti (da brava TartaRugosa viaggio sempre con la casa addosso, mio vero riparo):

E’ arrivato The Literary Witches Oracle, un mazzo di strani tarocchi che interroga il futuro attraverso le figure di alcune scrittrici. … le calze fatte da una signora in Israele con le parole di Orgoglio e pregiudizio e di Alice nel paese delle meraviglie… E’ così che riempio la mia libreria, con libri e oggetti che dai libri provengono.

Geniale la chiusura giornaliera con l’elenco dei libri ordinati:

Mi piacciono i libri che ti fanno leggere altri libri. Una catena che non dovremmo mai interrompere. L’unica forma di eternità che possiamo sperimentare è qui sulla terra, diceva Pia (Pera). Il giardino è una forma dell’eternità”.

Vero brivido libidinoso trovarci anche i nomi delle autrici preferite: Pia Pera, Emily Dickinson, Wislawa Szynborska, Alice Munro, Jane Austen, Annie Ernaux, Magda Szabò, Lucie Di Mélissa Da Costa,Laura Imai Messina,Vivian Meier, Frida Kahlo; fra gli autori Mark Strand, Emanuele Trevi, Kent Haruf, Murakami Haruki … e tanti, tanti titoli più che mai accattivanti di cui prendere nota per sprofondare in nuove storie.

Tante persone cercano storie, non importa chi le abbia scritte, servono storie per distrarsi, per immedesimarsi, per farsi trasportare altrove. Chiedono storie che non facciano male, che siano disposte a curare una ferita, a infondere fiducia e bellezza.

Grazie quindi ad Alba Donati per avere dato una scossa al desiderio di saperne di più, alla libertà dei pensieri, alla voglia di diventare pellegrini verso la sua creatura e ricordare sempre che:

la libreria è una scuola, una finestra su un mondo che pensiamo di conoscere e non è vero”.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Clara Dupont – Monod (2022), Adattarsi, Traduzione di Tommaso Gurrieri, Edizioni Clichy (FI)

Ma i bambini sono gli unici a scambiare le pietre per giocattoli. Ci danno un nome, ci colorano, ci ricoprono di disegni e di scritte, ci dipingono, ci incollano addosso gli occhi, una bocca, capelli di fili d’erba, ci impilano per fare case, ci lanciano per farci rimbalzare, ci mettono in fila per fare la linea della porta o le rotaie di un treno. Gli adulti ci usano, i bambini ci distraggono. E’ per questo che siamo così profondamente legate a loro. E’ una questione di gratitudine. Gli dobbiamo questo racconto, e ogni adulto dovrebbe ricordarsi di essere debitore verso il bambino che è stato.

Sono le pietre della Cevenne a offrire il loro sguardo su ciò che avviene dentro una famiglia in cui arriva un figlio inadatto. Di lui, solo poche parole: sarebbe rimasto cieco, non avrebbe camminato, sarebbe stato privo di parola, e le sue membra non avrebbero obbedito a niente poiché il cervello non trasmetteva ciò che doveva. Una presenza-assenza che pervade lo svolgimento della narrazione, mostrando come, nell’ordinarietà tranquilla di una famiglia qualsiasi, un tale evento possa sconquassare i singoli destini, influenzandone lo sviluppo e inclinazioni.

Quello che invece le pietre raccontano riguarda le prospettive da cui i fratelli si affacciano all’accoglienza della nuova nascita: il maggiore, la minore e l’ultimo (nato dopo l’inadatto che aveva superato i quattro anni di vita diagnosticati). Verranno sempre definiti dall’ordine cronologico di comparsa nel mondo, senza un nome proprio, poiché il dolore è universale e nell’avversità ognuno di noi può trovare il suo rispecchiamento.

La natura della valle in cui vive la famiglia è un’altra protagonista della storia, con la sua vegetazione, i suoi animali, il suo fiume, i cicli delle stagioni, e le turbolenze atmosferiche, talvolta paurose e deflagranti, esattamente come le interruzioni e le deviazioni dell’esistenza. Diventerà mezzo di comunicazione tra l’inadatto e il maggiore che, contrariamente alla minore, eserciterà l’accudimento dello sfortunato fratello con la più totale dedizione, sfruttando la bellezza del creato e raccontandolo al bambino col linguaggio dei suoni e dei rumori. per arrivare a infrangere la barriera che lo isola dal mondo.

Aveva capito presto che l’udito, l’unico senso che funzionava, era uno strumento prodigioso…. Il mondo era diventato una bolla sonora, cangiante, in cui era possibile tradurre tutto con il rumore e la voce.”

In un’età ancora fanciullesca, il maggiore impara velocissimamente che se l’inadatto non imparerà mai niente, sarà lui stesso a insegnare agli altri. E vede la sua vita cambiare, ma senza rinunce o sacrifici obbligatori: era maturata in lui la consapevolezza che i più deboli vanno protetti e amati per quello che sono.

Prima c’era la vita, gli altri. Adesso c’era suo fratello Amava più di ogni altra cosa l’impassibile bontà, il suo primordiale candore. La sua felicità si riduceva a cose semplici, la pulizia, la sazietà, la morbidezza del suo pigiama viola o una carezza. Il maggiore capiva che in questo risiedeva l’esperienza della purezza. E ne era sconvolto.”

Per il maggiore la cura prevale sopra ogni altra cosa. Se ne accorgerà anche la minore, che fino alla nascita dell’inadatto era stata la sua ombra e che ora ha dovuto cedere il privilegio dell’attenzione. Lo percepisce chiaramente: ora è l’inadatto la ragione di vita del fratello maggiore. Giorno e notte si perde in quel povero corpo, si immedesima, si prodiga e imparerà a conoscere il mondo e le sue contraddizioni, l’indifferenza, la curiosità malvagia, la burocrazia. Quando inadatto sarà respinto dall’istituto cui i genitori si erano rivolti per l’aiuto nella cura, il maggiore assisterà attonito alla trafila dei certificati medici, delle cartelle neuropsicometriche, del fare la coda, correre dietro ai documenti, rimanere in attesa al telefono, la necessità della supplica.

Ne trasse un odio inesauribile verso la burocrazia. Fu l’unico sentimento negativo che si ancorò in lui in modo definitivo.”

Quando si trova una nuova casa per bambini come l’inadatto, affidati alle suore, il maggiore è l’unico a sprofondare in un’inesauribile e sconfinata tristezza. Il divano e il letto vuoti sono una visione inaccettabile, la mancanza fisica lo trafigge, la preoccupazione per un trattamento inadeguato di mani sconosciute lo tramortisce. La sofferenza diventa così totale che persino il ritorno periodico di inadatto non è sufficiente a restituirgli la gioia del rivederlo: ha troppa paura del successivo abbandono. Meglio schermarsi dietro l’arretramento, rimuovendo emozioni troppo devastanti.

Ma non riesce a mantenere a lungo questo atteggiamento e lentamente cerca di recuperare il tempo perso, di perdonare, di perdonarsi e accettare la svolta del ricovero come nuova tappa del destino, portando alla luce un sentimento nuovo e potente.

Perchè alla fine quella prova si era trasformata in forza. E anche se aveva perso l’abitudine di confidarsi, di aprirsi, di invitare i suoi amici, ne aveva ricevuto, in cambio, quell’amore prezioso.”

La morte dell’inadatto lo fa ripiombare nell’isolamento. La traiettoria del suo futuro non prevede ripensamenti, la formazione di nuovi legami affettivi, la felicità. Troppo pericolosi perché forieri di perdita. La matematica e i numeri saranno l’unica consolazione, perché i numeri non tradiscono, sono affidabili e non riservano brutte sorprese.

Ha perso la pace. In lui qualcosa si è trasformato in pietra, che non significa essere insensibile ma semmai resistente, immobile, implacabilmente identico giorno dopo giorno.”

Esattamente all’opposto, invece, i sentimenti e il comportamento della minore.

Lei non provava nessuna tenerezza. Quello che vedeva era una marionetta pallida che richiedeva le cure di un neonato eterno. … Il bambino distruggeva in silenzio, si era preso la gioia dei suoi genitori, aveva trasformato la sua infanzia e sequestrato il suo amato fratello maggiore.”

Le pietre vedono e ascoltano. Sanno che i bambini comprendono ciò che accade intorno a loro, ma non sempre sono capaci di tradurre le proprie emozioni in un linguaggio appropriato. Ed è proprio questo che impegna la minore: utilizzare le sue emozioni dirottandole verso comportamenti aggressivi e rabbiosi, irrisolti persino dalle tre psicoterapie intraprese.

Io, la minore, mi oppongo sempre.”

L’unica a comprenderla, a non giudicarla, sarà la nonna e la cancellazione del bambino dalla sua vita. La minore cercherà di appropriarsi delle gioie della giovinezza, rassegnandosi anche all’allontanamento del maggiore.

Accettare era meno doloroso che sentirsi esclusa. Preferiva un fratello maggiore sciolto nel dolore a uno felice senza di lei.

Nel susseguirsi dei giorni, tuttavia, succede che anche per la nonna arrivi la fine. E con essa il crollo della minore che, pur non sapendolo ancora, cercherà nel suo futuro la terra portoghese tanto cara alla nonna e ai suoi racconti.

Il suo cuore si coprì di una pellicola di ghiaccio. La minore diventò un blocco di pietra. Il suo cuore era stato strappato, non lo aveva più, per lei era finita.”

Ma le pietre sono resistenti.

La minore osserva il dolore che alberga nella sua famiglia. Il maggiore lontano, il padre scosso dalla rabbia, la madre annientata dalla perdita della propria madre.

Non era più l’ora del dolore. Era l’ora del salvataggio di una famiglia in pericolo. Suo padre diventava violento, sua madre muta, e il maggiore era già un fantasma. Era l’ora di combattere.”

La nuova missione di mettere in salvo gli affetti le restituisce la pace, ora che nel suo presente è apparso un quaderno per elencare i problemi e trovare le soluzioni. Meccanicamente nella lista rientravano ogni giorno tutte le disfunzioni osservate e, accanto, le alternative possibili per eliminarle. Allineando la razionalità al sentimento, la minore riesce in questo modo a spuntare gli obiettivi prefissati, accontentandosi anche di piccoli gesti, di parole strappate, dell’abbozzo di un sorriso.

Noi la guardavamo nella corte posare il quaderno come se prendesse a schiaffi il tavolo e annotare, premendo con la penna sulla carta, l’avanzare della guerra. Si adattava, sotto il nostro sguardo, proprio come avevano fatto suo fratello, i suoi genitori e tanta gente prima di loro, attirando ogni volta la nostra ammirazione. Sarà raccontata primo o poi l’agilità che sviluppano coloro che la vita maltratta, il loro talento nel trovare ogni volta un nuovo equilibrio, sarà raccontato il funambolismo dei perseguitati?”

La minore ripara con abnegazione i cocci della propria famiglia e ne formerà una propria, non prima di essere finalmente riuscita a sbloccare anche il suo, di dolore.

Di tutta questa storia – fatta di resistenza proprio come loro – le pietre hanno ancora un capitolo cui assistere: l’arrivo di ultimo, quando maggiore e minore sono ormai grandi, quando inadatto è morto, quando padre e madre, alla notizia della gravidanza, trepidano per la paura di un nuovo imperfetto.

Ultimo sembra nascere con l’istinto di non creare nessun problema, per compensare quello che l’aveva preceduto.

Lo sapeva. Era nato con l’ombra di un morto.”

Ultimo ama la Storia: “la Storia era un viaggio in un continente ignoto e che tuttavia era in armonia con il suo presente. Si sentiva situato tra migliaia di vite vìssute e di altre vite future. Perché così non era più l’ultimo.”

Ama la natura, ama i suoi genitori e i fratelli lontani. Ama anche inadatto, che non c’è più, ma che sente dentro di sé: gli parlava spesso, gli rivelava il suo universo segreto con la certezza di essere capito.

Che difficile compito spetta a ultimo. Raccogliere i fantasmi del passato, senza riaprire con le sue domande ferite ancora suscettibili. Nella ricerca di un equilibrio anche per se stesso sviluppa una notevole intelligenza, E’ sensibile, dotato di spirito, attento, empatico. Osserva il comportamento di maggiore e minore quando arrivano in visita e gli effetti che la vita ha lasciato sulle scelte compiute. Le figlie della minore saranno le uniche a non trascinarsi il fardello della colpa e a smuovere nuove predisposizioni verso il futuro. Il maggiore invece resiste nel ricordo, quasi fosse la sua unica possibilità di sopravvivenza.

Ultimo svolge inconsapevolmente il ruolo di conciliatore, il sopravvissuto che vivendo all’ombra dei racconti narrati e alle conversazioni confidenziali col fratello assente riesce a riportare nei gesti del quotidiano una serenità perduta, persino il senso dell’ironia nel padre e nella madre che nomineranno la loro prole con “ferito”, “ribelle”, “inadatto”, “stregone”, e il giudizio “proprio un bel lavoro”.

Un racconto poetico e struggente che evidenzia senza fingimenti i diversi volti del dolore e delle faticose capacità di adattarsi ad esso, nella perenne ricerca del senso nuovamente possibile anche quando pare che una forza devastatrice proietti in un mondo tagliato fuori dal mondo, sul bordo dell’abisso, tra un tempo spensierato trascorso e un avvenire terribile.

TartaRugosa ha letto e scritto di: José Saramago (2003), Le intermittenze della morte, Traduzione di Rita Desti, Feltrinelli, Milano

José Saramago torna con il suo surrrealismo a proporci una storia basata sul “cosa succederebbe se…” e questa volta la protagonista è niente meno che la morte. In un Paese senza nome, dalla mezzanotte del trentuno dicembre, non muore più nessuno.

Nel vortice del classico stile di scrittura di Saramago, quello che costringe a non riuscire mai a prendere il respiro, ci si potrebbe attendere che, sconfitta la morte, ne sarebbe conseguito

il godimento felice di una vita eterna qua sulla terra, era divenuto un bene per tutti, come il sole che nasce tutti i giorni e l’aria che respiriamo.

Invece fra ironia e profonda dissacrazione, ciò che potrebbe rappresentare la realizzazione della sconfitta dell’umano terrore, si trasforma in un nuovo modo per esercitare le squallide abitudini di trarre vantaggio a qualsiasi costo dall’eternità conquistata.

Saramago non risparmia nessuno: la politica, le istituzioni, la mafia, la chiesa, le famiglie, le assicurazioni, le pompe funebri.

Eminenza, mi perdoni, temo di non comprendere dove vuole arrivare, Senza morte, mi ascolti bene, signor primo ministro, senza morte non c’è resurrezione, e senza resurrezione non c’è chiesa.

Come c’era da aspettarsi, i primi e formali reclami vennero dalle imprese degli affari funerari. Bruscamente sforniti della loro materia prima, i proprietari cominciarono col fare il classico gesto di portarsi le mani alla testa, gemendo come in un coro di prefiche. E ora che ne sarà di noi …

Anche i direttori e gli amministratori degli ospedali, tanto dello stato come privati, non tardarono molto a bussare alla porta del ministero degli affari sociali … abbiamo già cominciato a mettere i malati nei corridoi … e tutto indica che in meno di una settimana ci troveremo con le infermerie stracolme

… le case di riposo per la terza e quarta età, quelle benefiche istituzioni create tenendo conto della tranquillità delle famiglie che non hanno né il tempo né la pazienza di pulire mocci, badare agli sfinteri affaticati e alzarsi di notte per portare la padella, anch’esse non tardarono ad andare a picchiare il capo contro il muro del pianto.

ciò che la maphia si proponeva di fare era semplicemente entrare e uscire, ricordiamoci ancora una volta che i pazienti perdevano la vita nell’istante stesso in cui li trasportavano dall’altro lato, da quel momento in poi non avranno bisogno di restare laggiù neanche un momento in più, giusto il tempo di morire… se volevano vivere una vita tranquilla, di chiudere un occhio davanti al traffico clandestino di pazienti terminali e di chiuderli persino tutti e due se non volevano aumentare con il loro stesso corpo il numero delle persone dalla cui osservazione erano stati incaricati.

Dopo sette mesi colpo di scena: la morte fa pervenire nell’ufficio del primo ministro una missiva in cui dichiara

a partire dalla mezzanotte di oggi si tornerà a morire come succedeva sin dal principio dei tempi e fino al giorno trentuno dicembre dello scorso anno, devo spiegare che l’intenzione di interrompere la mia attività, a smettere di ammazzare, è stata di offrire a quegli esseri umani che tanti mi detestano una piccola dimostrazione di cosa sarebbe per loro vivere per sempre … d’ora in poi tutti quanti saranno avvertiti e avranno la scadenza di una settimana per mettere in ordine quanto ancora gli resta di vita

Tutto, con gran sollievo di tutti, torna alla normalità. E se in teoria quello dell’avviso sembra una buona idea, nella realtà non si dimostra tale, poiché a nessuno piace ricevere la temuta lettera di colore viola in cui si legge:

Caro signore, sono spiacente di comunicarle che la sua vita terminerà alla scadenza improrogabile di una settimana, faccia del suo meglio per godersi il tempo che le resta, la sua attenta servitrice, morte.

La caccia al mittente, naturalmente, non porta a nessun risultato. La morte, proprio perché sta dappertutto, non può stare da nessuna parte, e quindi ne risulterebbe l’impossibilità di situare e definire, il luogo da cui è venuta.

Tuttavia, e qui sta il guizzo originale, una lettera non riuscirà ad essere consegnata al proprio destinatario e tornerà al punto di partenza, mettendo la morte nelle condizioni di rinviarla e di riceverla nuovamente indietro per più e più volte.

Quel diavolo di violoncellista, che sin dal giorno della sua nascita era indicato per morire giovane, con quarantanove primavere appena, aveva finito per compiere sfacciatamente i cinquanta.

La morte si arrabbia e dall’ogni luogo dove sta, decide di andare di persona a vedere la casa del violoncellista di notte, osservando minuziosamente tutto ciò che contiene nei vari locali, tra cui un pianoforte aperto, un violoncello, un leggio con tre brani di schumann e lo stesso violoncellista, addormentato sul letto con un cane acciambellato sul tappeto.

Questa morte che lo sta guardando non sa come fare per ammazzarlo.

Occorre preparare un piano e la morte lo fa con accuratezza, diventando donna giovane e affascinante, seguendo il violoncellista a teatro e ascoltando il suo concerto.

Il violoncellista comincia a suonare il suo assolo .. come se si stesse congedando dal mondo, dicendo finalmente tutto quello che aveva taciuto, i sogni infranti, i desideri frustrati, la vita insomma.

La morte, fattasi umana, incontra il violoncellista, gli parla, gli annuncia la consegna di una lettera, gli telefona di notte , gli promette di incontrarlo nuovamente il giorno dopo. Ma non si farà vedere nella data promessa, bensì il giorno successivo, quando ormai non è più attesa dal violoncellista, deluso e arrabbiato con se stesso per essersi innamorato di una donna di cui non conosce nulla, e per la quale lui, invece, non ha segreti. La lettera è sempre al suo posto, pronta per la consegna.

La morte, quasi incredula del suo modo di agire, fa i conti con inattese trasformazioni: la bellezza, l’armonia, i sentimenti, le emozioni le fanno accantonare il suo originario progetto e sarà proprio lei a voler celebrare la vita, incenerendo con un fiammifero la lettera viola dopo una appassionata notte d’amore.

Lei, che non dormiva mai, sentì che il sonno le faceva calare dolcemente le palpebre.

Festina lente

Catturano l’ultimo tepore

scordato da un’estate distratta.

E’ l’orologio delle ombre

che avverte le sagge tartarughe.

Lentamente si affrettano

a terminare lo scavo

nella nera terra,

più friabile dopo la pioggia.

Le notti ora sono fresche,

nel meriggio compaiono, a tratti,

con un cammino indolente e svogliato.

Sfuggono ai tempi bui e cupi, le sagge,

sanno che il vero riparo

sta dalla parte delle radici.

Lì s’inabisseranno,

in attesa dell’eterno ritorno.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Pilar Quintana (2022), La cagna, Traduzione di Pino Cacucci, Baldini Castoldi La Tartaruga, Milano

Quintana, con una scrittura quasi febbrile, ci trascina da subito in un ambiente che mostra in tutta la sua forza i rapporti tra mondo e natura; qui incontriamo Damaris, donna ferita da una maternità mancata, ma intensamente voluta e ricercata anche con i mezzi più ancestrali, affini alla stregoneria e fatta di unguenti e pratiche sciamaniche.

Damaris non aveva potuto avere figli. Si era messa con Rogelio ancora diciottenne e dopo un paio d’anni la gente cominciava a chiederle “A quando un bebé? A un certo punto aveva dovuto spiegare a quanti facevano domande che il problema era lei che non rimaneva incinta.

Adesso stava per compiere quarant’anni, l’età in cui le donne inaridiscono, come aveva sentito dire una volta a suo zio.

Il rapporto col marito è rude, un uomo dedito al lavoro su pescherecci, senza tante parole e dotato di quel senso pratico che a volte pare rasentare la violenza; al di là delle apparenze però non soggiogherà mai Damars alle sue volontà, anzi si rivelerà presenza alleata di fronte a momenti di difficoltà e di scelte da compiere.

Chi è dunque Damaris e che cosa desidera? Incapace di colmare un desiderio di genitorialità che la fa sentire incompiuta, sterile, buona solo a sfasciare tutto ciò che tocca deciderà di adottare una cucciola sopravvissuta alla madre trovata morta.

Chirli sarà il nome della cagnolina, lo stesso nome che avrebbe voluto dare a una figlia.

Alla fine del primo mese, degli undici cuccioli ne restavano solo tre.

Cerca forse la proiezione di un modo di esercitare il sospirato ruolo materno? Le attenzioni verso la cagnolina rispecchiano fin dai primi attimi di convivenza un eccesso di cure, uno sforzo di addomesticamento e di dimostrazione di amore che, scopriremo, non verranno ricambiate con la stessa intensità.

Ci troviamo in un villaggio colombiano, un’ambientazione degradata

il villaggio di Damaris era formato da una lunga strada con le case su entrambi i lati. Erano tutte costruzioni sgangherate, che si reggevano su pali di legno, con le pareti di assi inchiodate e tetti anneriti dalla muffa.

che tuttavia mescola differenze di ceto fra i vari attori che compaiono sulla scena. Infatti il terreno dove viveva Damaris durante l’infanzia è attiguo a quello della ricca coppia Reyes: casa con piscina. gazebo e barbecue. Il loro figlio, Nicolasito, era nato nello stesso giorno di Damaris: il primo gennaio. I due erano diventati amici e Damaris seguiva spesso il coetaneo nelle sue esplorazioni sulla scogliera.

L’oceano è un altro grande protagonista della storia, testimone della natura impetuosa e selvaggia, capace di togliere vite senza preavvisi. E’ proprio sulle sue coste frastagliate che si consumerà la tragedia, quando Nicolasito, non ascoltando le raccomandazioni dell’amichetta

si era messo in piedi su uno scoglio e l’onda che si era infranta, un’onda particolarmente violenta, lo aveva portavo via.

Damaris (nata senza padre e ospitata dallo zio poiché la madre, per mantenere la figlia, aveva dovuto cercare lavoro a Buenaventura), sarà educata dallo zio nell’unico modo conosciuto: le botte. Quando si saprà che Nicolasito è scomparso, la punizione sarà di una frustata al giorno.

Si fermerà alla 34esima frustata, avvenuta nel giorno in cui il mare restituisce il corpo di Nicolasito.

Dopo questo evento i Reyes non torneranno più nella casa della scogliera, ma nemmeno la metteranno in vendita, affidandola dopo varie vicissitudini alle cure di Damaris e suo marito, promettendo un compenso che si sapeva non sarebbe mai arrivato, essendo il facoltoso sig. Reyes caduto in disgrazia e diventato squattrinato.

Ma i custodi che avevano preceduto la coppia erano convinti che prima o poi i Reyes sarebbero tornati nel posto dove era morto il loro figlio. Per cui si erano sforzati di mantenere in ordine la casa e soprattutto la stanza del povero Nicolasito, così come l’avevano lasciata.

Chirli è una cucciolotta vispa e affettuosa che si aggiunge ai tre cani di Rogelio, poco incline ad accogliere una quarta intrusa, ma la cui presenza sarà accettata nonostante i piccoli disastri prodotti dalla cagnolina, tali da indurre a non lasciarla entrare in casa.

Scoraggiata, ben presto Damaris dovrà realizzare che le coccole e l’amore ossessivo riservati a Chirli non eviteranno un comportamento inatteso: scomparire nella boscaglia per intere giornate.

Durante la prima fuga il pensiero dominante di Damaris è quello di cercarla e salvarla dai pericoli e la gioia del ritrovamento faciliterà il perdono. Ma alle altre che seguono, sopraggiunge un sentimento di riprovazione e di accusa per la sua ingratitudine. Di fronte ad un’assenza più prolungata, Damaris smise di sperare che la cagna fosse ancora in vita,

La cagna ricomparve quando ormai nessuno ne parlava più con Damaris…. Aveva le zecche, un taglio in un orecchio, una profonda piaga in una zampa posteriore e le costole sporgenti.

Prevale ancora una volta la propensione alle cure, cessate le quali, però, la sequenza fuga-ritorno-fuga diventa una costante.

La sfida è esasperante e la resistenza messa a dura prova, finché l’ultimo ritorno rivelò una Chirli di nuovo docile e sottomessa, vogliosa di coccole. Fu commentato sarcasticamente dal marito Rogelio: E’ così solo perché è gravida”.

Una nemesi inaccettabile:

Damaris non sopportava neanche di vedersela davanti. Era una tortura constatare che la pancia cresceva ogni giorno … La cagna sarebbe risultata una pessima madre. La seconda notte divorò uno dei cuccioli, nei giorni seguenti abbandonava i tre rimasti per andare a prendere il sole al bordo della piscina.

Una maternità, quella della cagna, incurante dell’affetto e della protezione della prole, un’incapacità ingiustificabile e per la quale non si possono trovare scusanti. Soprattutto perché ben presto Chirli riprende le sue scorribande, alternandole a rimpatriate sempre meno gradite a Damaris.

Forse Damaris si attendeva da Chirli un riconoscimento filiale? O immaginava di poter piegare la natura animale a quella umana? Ci troviamo di fronte a una donna che racchiude dentro di sé l’amaro gusto di solitudine, di affetti non coincidenti con le sue aspettative, di un contesto sociale e familiare aspro, in cui non riesce a trovare una giusta collocazione esistenziale. E ora che anche Chirli l’ha tradita, le resta un’unica possibilità da percorrere: sbarazzarsene.

Chirli, donata a una stravagante venditrice ambulante, conserverà tuttavia il suo istinto nostalgico del ritorno alla casa originaria.

Dopo l’ultimo avvertimento alla nuova padrona di tenere a bada la cagna, poiché non le sarà più riportata indietro, Damaris si ritrova sola, col marito lontano e i pensieri del passato.

Viene assalita da un desiderio di pulizia, di sistemazione della casa, in particolare del riassetto della stanza del povero Nicolasito, fantasma ancora presente a ricordarle colpa e inettitudine.

Al mattino si concentrò sul bagno e la cucina. Svuotò i gabinetti e gli sciacquoni per pulirli a fondo, lavò le stoviglie e tutti gli utensili della cucina, sgrassò i vetri delle finestre e lo specchio, strofinò l’acquaio, la doccia, il lavandino, i pavimenti e le pareti, e passò la candeggina sulle piastrelle e negli spazi tra le mattonelle… Pensò ai Reyes, magari fossero passati in una giornata come quella, trovando la casa tirata a lucido e lei sudata e sporca, perché si rendessero conto che era una gran lavoratrice anche se non le sborsavano un soldo, e una brava persona.

Il passato è difficile da cancellare. Il non sentirsi mai adeguata, l’aver conosciuto un’educazione primitiva, la rinuncia a tenerezza e desiderio d’intimità coniugale, ci mostrano una Damaris contesa fra sentimenti contrastanti e a sua volta preda di istinti primordiali.

Ancora una volta Chirli è riuscita a tornare e ha lasciato il segno.

Ciò che vide la lasciò impietrita. Le tende del povero Nicolasito erano sparse al suolo, sporche di fango e tutte strappate…. Allora, vide la cagna. .. Damaris afferrò una corda per ormeggiare le barche, fece un nodo scorsoio e accalappiò la cagna prendendola alle spalle. Tirò la corda e il nodo si strinse …strinse … l’unico dettaglio che Damaris notò furono le mammelle gonfie dell’animale.

Gli avvoltoi che volano alti sulla selva inestricabile ci lasciano attoniti e sgomenti.