TartaRugosa ha letto e scritto di: Andrea Bajani (2021), Il libro delle case, Feltrinelli,Milano

Gaston Bachelard, filosofo francese, definisce la casa come uno spazio che racchiude e comprime il tempo attraverso la memoria e l’immaginazione. E’ questo spazio ancestrale che diventa eco e contenitore dei valori di intimità custoditi nel nostro mondo interiore. E’ fra queste mura che si raccolgono i quattro elementi della vita terrestre acqua, terra, aria, fuoco, agenti intermediari fra mondo esterno e interno

Tanto più gli anni scorrono, tanto più il legame con essa si rinforza, fino a farla diventare topografia del nostro essere intimo, allacciata ai ricordi, allo svolgimento della nostra vita, alla memoria della famiglia.

E’ finalmente giunto in libreria l’ultima fatica letteraria di Andrea Bajani, scrittore da me molto amato, che fa parlare l’esperienza della vita attraverso le case, tutte diverse nel ritrovarsi fra le pagine dove poggiano le fondamenta, ognuna connotata da una caratteristica, da una collocazione, da un’appartenenza, da un’esperienza, da un’emozione.

Case che si susseguono saltellando nell’arco temporale come succede ai ricordi, che si affacciano ora a un passato molto remoto con sguardo infantile, ora con gli occhi da adolescente sgranati sul mondo, ora con riflessività più matura legata all’adultità. E in questo andirivieni tra una casa e l’altra trovano domicilio dolori, unioni, separazioni, amicizie, turbamenti, traslochi, eventi.

Case che ci parlano del dentro e del fuori, affrescando pareti, porte e finestre con affondi sentimentali, biografici, ecologici, sociali, economici nonché storici relativi allo scavalco fra l’ultimo quarto del Novecento e il primo ventennio del Duemila.

Case che non equivalgono a semplici planimetrie, ma ci prendono per mano e ci conducono dentro storie di crescita, nello stesso modo in cui siamo soliti quando rievochiamo fasi della vita segnate da specifiche esperienze, inesorabilmente influenzate dall’epoca attraversata nel diventare grandi.

Case, quindi, che riguardano un’infinità di situazioni e dove anche specifici oggetti di arredamento o di utilizzo quotidiano vengono presentati quali involucri protettivi dell’Io che contengono.

Ma anche case che riportano a eventi tragici, a episodi che hanno segnato la vita politica e culturale dei nostri tempi.

Bajani pennella una suggestiva poetica dello spazio che incolla alla lettura, sorprendendo anche per le incredibili incursioni in un inanimato ricco di empatia.

Confesso: sono molto parziale e mi risulta difficile segnalare citazioni a supporto del magico mood in cui sono trascinata.

Riporto pertanto solo alcuni stralci per me suggestivi e virtuosi.

Varcare la soglia di quelle case è come entrare nel paese delle meraviglie, dove già la targhetta d’ingresso evoca visioni e dove gli umani che le abitano restano solo pronomi o gradi di parentela .

Casa delle parole

Quando entra nella casa delle parole, si toglie le scarpe e le lascia accanto alla porta, parallele. Se è estate, toglie anche i calzini e li infila nello spazio che era occupato dai suoi piedi.

Quando si sfila dalle scarpe e illumina lo schermo del computer, Io si 1rasferisce in un mondo dove Moglie non esiste.

Tutti i giorni, afferra il capo della corda di parole che vede nello schermo, ci si aggrappa e scende giù puntando i piedi nudi contro il muro bianco del suo monitor, fino a sparire in basso, nella luce. (…)al tramonto torna indietro: si aggrappa alla corda di parole e, puntando di nuovo i piedi contro la parete, si tira su metro dopo metro. Fino a raggiungere la superficie, e ricomparire, oltre il rettangolo luminoso del computer, nello studio.

Casa del persempre

La casa del persempre è a struttura circolare, ha la forma e la natura di un anello nuziale. In quanto ritrovato architettonico è tra quelli tecnologicamente più avanzati: scompare dentro un palmo, può stare in una tasca. La misura esatta della Casa del persempre, in cui Io abita felice, è dunque una circonferenza (…). Si aggiungano pochi dettagli sull’interno. Soffitto e pavimento sono la stessa curvatura: non c’è soluzione di continuità tra ciò che sta sopra e ciò che è sotto. E’ un unico flusso, è spazio in eterno movimento: ogni millimetro rincorre il precedente, senza una vera intenzione di passarlo. Il futuro è il pifferaio dietro cui sfila ogni minuto già trascorso. (…) Dentro non c’è altro, perché è Io il vero arredo della casa.

Casa della voce

Può ospitare una persona in verticale, due al massimo se insieme a un adulto c’è un bambino. E’, nei fatti, un parallelepipedo di plastica, un cassone con al centro un telefono a gettoni. Il che significa una cornetta appesa a un gancio, a una pulsantiera, e una fessura per inserire le monete. (…) Incorniciata dal cassone verticale, è messa in piazza l’espressione fisca del sentimento. Dentro quel teatro passano amori laceranti, liti ereditarie, racconti della buonanotte, richieste di riscatti, nomi di bambini appena nati, voti presi a scuola.

Casa della dispersione

Potrebbe sembrare una discarica, se non fosse per il relativo buono stato degli oggetti e degli arredi. (…) tutto qui è pronto a essere venduto e dunque a ritornare in uso. (…) Stoccato dentro uno spazio di all’incirca mille metri quadri, illuminato dalla luce glaciale dei neon allungati sul soffitto, sta il residuato di centinaia di vite precedenti, poi disassemblate, disposte dentro il capannone e messe in vendita a un prezzo umiliante rispetto al suo valore. Ogni oggetto porta un cartellino con sopra scritto a pennarello una cifra mille volte ribassata e cancellata e poi riscritta con l’unico obiettivo di essere venduta e liquidata.

Casa degli appunti

E’ una casa delle parole semovente, è dove la sua attività si è trasferita, Io non ci entra ogni mattina, ma apre la porta quando vuole. Tecnicamente è un taccuino. Ha 81 pagine e quindi altrettanti appartamenti.

Gli appunti sono frasi malandate, vivono di pura sussistenza. Sono sbilenche, malconce, nessuno le farebbe abitare dentro un libro.

L’entrata è unica, ha un portone sobrio. E’ di cartone, di colore nero. (…) Essendo gli spazi assegnati per odine di arrivo, è naturale che ogni alloggio ospiti appunti che hanno, con gli altri, poco a che spartire. Ma la convivenza non è mai stata un gran problema. Qualcuno a volte tira una riga per ricavarsi un proprio spazio, ma per lo più si vive in pace.

E poi tante altre cui chiedere ospitalità.

Non ultimo, c’è la mia celebrazione. All’inizio, qua e là citata e verso il termine appare anche Tartaruga. Ma a lei dedico post a parte, perché che TartaRugosa sarei se non le dessi la giusta rilevanza che merita!

TartaRugosa ha letto e scritto di: Alessandro Baricco (2021), Quel che stavamo cercando. 33 frammenti, Feltrinelli, Milano

Si può condividere o criticare i contenuti e la forma scelti da Baricco per guardare alla pandemia come evento che trascende il virus e si spinge verso confini ignoti.

Si possono leggere i suoi frammenti come visioni oniriche o coglierli come lame taglienti per valicare frontiere scomode.

Si può decidere di darne un’interpretazione psicanalitica o semplicemente lasciarsi trasportare nel continente insidioso della profondità morale.

Leggo queste sue righe private nel giorno in cui si dà notizia di una bambina di dieci anni che, chiusa in bagno, si stringe la cintura dell’accappatoio intono al collo per aderire al black out challenge (sfida di soffocamento estremo) lanciata da Tik Tok fino a morirne.

Ancor più, alla luce di questo evento, la reverie di Baricco non può lasciare indifferenti e, incamminandosi nel suo tracciato, meglio si comprende come l’autore abbia potuto dare alla Pandemia sembianze di creatura mitica, figura in cui una comunità di viventi organizza il materiale caotico delle proprie paure, convinzioni, memorie o sogni.

Il mito nasce, cresce e si diffonde con gesti, cause e tempi che, se pur complesso da spiegare, gli consente di imporsi sino a raggiungere una tale statura da essere elevato quasi a divinità, Nel caso della creatura mitica Pandemia, i prodromi del suo assemblaggio, a posteriori, sono visibili in numerosi segni: innocui eventi sportivi, profili social apparentemente insignificanti, governi fragili, giornali sull’orlo del fallimento, semplici aeroporti, anni di politica sanitaria, il pensare di innumerevoli intellettuali, comportamenti sociali radicati nelle più antiche tradizioni, App improvvisamente utilissime, il ritorno sulla scena degli esperti, il silenzioso esserci dei giganti dell’economia digitale … un contagio delle menti prima che dei corpi.

La deflagrazione è stata subito fragorosa e rapida, non così dissimile dalla crescita del cosmo digitale in cui ci muoviamo, nuovo universo di senso che, sotto forma di una rivoluzione epocale, sta ridefinendo anche un nuovo tipo di uomo (multipli i riferimenti al saggio The Game)

Ma come ha potuto, la Pandemia, essere così forte e veloce?

Baricco attribuisce questa possibilità all’acquisizione, in una sorta di volontà maggioritaria, di tre abilità:

1. una capacità di calcolo vertiginoso

2. un sistema a bassissima densità e quindi percorribile ad altissime velocità da qualsiasi vettore;

3. un motore narrativo a trazione integrale, in cui chiunque – chiunque – può produrre storie.

Ravvisa poi una seconda risposta che è più difficile da accettare: per contenere tutta quella forza, la figura mitica della Pandemia doveva essere sospinta da una corrente di desiderio immane. O da un bisogno gigantesco di pronunciare qualcosa. O da una diffusissima urgenza di dare suono a uno strazio intollerabile. Adesso possiamo anche scegliere di considerarla come una semplice emergenza sanitaria. Ma come non capire, invece, che è un urlo?

Un mito, scrive Baricco, non produce ordine, ma definizione: è un libro mastro dove dare e avere non producono un risultato finale, ma tanti risultati possibili.

Gli umani hanno trovato nella Pandemia l’elettrizzante accadere di qualcosa che spezza, interrompe, ricomincia, termina.

Al pari della civiltà digitale, resa possibile da piccoli focolai isolati che in rapidi tempi si sono aggregati per contagio, anche la Pandemia ha usato la stessa tattica. Possiamo quindi considerarla geneticamente digitale nei modi, nella struttura, nel suo modo di evolversi, nella sua velocità, nella sua semplicità quasi infantile.

Il fatto è che i sistemi adottati per governarla si basano su intelligenze novecentesche, mostrando un’inettitudine incapace di stare al passo con un prodotto figlio dell’era digitale. Questa nuova figura mitica sta mettendo in evidenza il tramonto di tutti i Saperi; ancor più in imbarazzo risalta la scienza come “sapere utile”: più la scienza rivendica la correttezza del proprio metodo … più distoglie i riflettori dal vero problema: i processi, obsoleti, che reggono, come uno scheletro, il flusso di quel metodo.

Siamo rimasti senza Saperi, perchè ci siamo affidati a un solo sapere, quello scientifico, che si è arrotolato su se stesso, irrigidito da processi obsoleti e da schematismi inadatti al Game. O lo liberiamo al più presto da se stesso, dice la Pandemia, o diventerà fede pura, mistica: attesa messianica di un vaccino.

Quante domande scomode di fronte a questa creatura mitica: casuale il rigore chirurgico con cui sfalcia la popolazione più fragile? Ci sfiora forse la consapevolezza di vivere troppo a lungo? E tutti i numeri legati alla salute finanziaria di una contabilità retta dal PIL dove sono finiti?

E’ come se la Pandemia avesse svuotato quei numeri di qualsiasi significato, smontando una connessione tra la gara per la ricchezza e il senso del lavoro che da tempo si sopportava con l’ottusa mitezza di animali da soma. Che evidentemente covavano una loro sconcertante vendetta.

E ancora: quale rapporto ambivalente sta mostrando verso il Potere? Da una parte lo rivitalizza e gli restituisce il dominio di salvatore, un Potere che decreta, calcola, prescrive, punisce e che si presenta come unica certezza valida a porsi davanti al nemico per sbaragliarlo. Dall’altra invita ognuno a “pensare l’impensabile” per riconoscere il Potere come portatore di possibilità: si affaccia l’ipotesi che un collasso controllato, seguito da una ricostruzione con tecniche prima impensate, sia l’unico sistema per interrompere la degenerazione cronica del nostro edificio-mondo … ogni utopia cresce sulle macerie di un passato … ogni vita è frutto di un lutto.

Quel che stavamo cercando: si può dire che quasi tutte le scelte, di ogni tipo, fatte dagli umani negli ultimi cinquant’anni sembrano fatte apposta per creare le condizioni di una pandemia. Non necessariamente negativa, o mortale, e sicuramente non confinata nei limiti angusti di un evento sanitario.

Che cosa cerchiamo in questa creatura mitica di cui, più o meno inconsapevolmente, ci prendiamo quotidiana cura?

Sarebbe tragico considerare un castigo la malattia che uccide, ma sarà imperdonabile pensare, da ora in poi, che una sorta di immunità ci tiene al riparo dalle conseguenze di ciò che facciamo. Così, nelle corsie in cui si moriva soli senza sapere di cosa, noi abbiamo disegnato la sintesi mitica di un nostro possibile destino, per costringerci a guardarlo, a temerlo, a dirlo, forse a fermarlo.

TartaRugosa ha letto e scritto di Georges Perec (1989) “Pensare/Classificare”, Rizzoli, Milano. Ripubblicato da Quodlibet editore nel 2024

Così come l’introduzione del concetto di “ limite” libera la creatività nella psiche umana, altrettanto si può affermare che, nella scrittura, la costrizione induce alla produzione di fantasia.

E’ questo il primo pensiero che mi è sopraggiunto quando mi sono finalmente decisa di approfondire la conoscenza dell’Ou-Li-Po Ouvroir de littérature potentielle (“Opificio di letteratura potenziale”), gruppo francese fondato da Queneau e a cui aderirono, fra altri, Georges Perec e Italo Calvino.

Perec mi intriga molto ed è ritornato fra le mie mani grazie all’ossessione classificatoria di TartaRugoso , così lontana dalle mie modalità che seguono altre linee di pensiero e, nonostante ciò, degne di esistere, come fra poco vedremo direttamente dalle parole di Perec.

Tornando all’Ou-Li-Po, ciò che rende affascinante l’approccio di questo opificio è lo sforzo di proporre a chi scrive nuove strutture di natura matematica o l’invenzione di procedimenti che, in virtù di regole date (appunto le costrizioni) consente il raggiungimento di soluzioni originali e bizzarre.

Calvino, parlando di Perec, affermava che ”la costrizione allarga le potenzialità visionarie e risveglia i demoni poetici più inaspettati e segreti” e la metafora dell’oulipiano simile al corridore nella corsa ad ostacoli è molto efficace: “per arrivare a scegliere quello che vuole, comincia mettendo un certo numero di ostacoli sul cammino che lo conduce a ciò che cerca, e questi ostacoli si chiamano costrizioni, regole».

Nel capitolo Brevi note sull’arte e il modo di sistemare i propri libri, è geniale il modo utilizzato da Perec per ragionare sull’ampliamento dello spazio di una biblioteca. Parte da una formula matematica che fissa il totale di opere da non superare nel numero 361: K+X >361>K-Z (se K è uguale a 361 e inteso come numero giusto per una biblioteca, se entra un’opera nuova X occorre eliminarne un’altra Z, in modo che K rimanga costante).

Ma la razionalità apparentemente semplice della formula si scontra con gli ostacoli della realtà libraria: per esempio che “un volume contasse per un (1) libro, anche se riuniva (3) romanzi (o raccolte di poesie o di saggi, ecc.) … non alterava affatto il progetto iniziale, semplicemente invece di parlare di 361 opere, si decise che la biblioteca essenziale avrebbe dovuto comporsi idealmente di 361 autori”. Tutto ciò avrebbe potuto funzionare, ma … per le opere che vengono scritte o riscritte da più autori? “certe opere, poniamo i romanzi del ciclo cavalleresco, non avevano autore o ne avevano più d’uno e ceri autori, i dadaisti, per esempio, non potevano essere separati gli uni dagli altri senza perdere automaticamente dall’80 al 90% del loro interesse precipuo: si giunse così all’idea di una biblioteca limitata a 361 temi”.

Di fatto “uno dei principali problemi per l’uomo che conserva i libri che ha letto o che si ripromette di leggere, è dunque quello dell’accrescimento della propria biblioteca”.

Ed è sulla base di questa osservazione che Perec dà inizio ai diversi modi di scegliere ed organizzare gli spazi per ordinare i libri di cui si è in possesso, con lo stile dei tentativi di esaurimento di un luogo: “nell’ingresso, nel soggiorno, nella o nelle camere, nel cesso … sulle mensole dei caminetti o dei radiatori (pur considerando che, alla lunga, il calore può risultare nocivo), tra due finestre, nella strombatura di una porta chiusa, sugli scalini di uno sgabello di biblioteca, rendendolo così inutilizzabile (molto chic, vedi Renan), sotto una finestra, in un mobile disposto obliquamente e che ne pari il vano fra i due (molto chic, fa ancora più effetto con qualche pianta verde)”. Quanto al modo di sistemare i libri, elenca: “ordine alfabetico, ordine per continente o paesi, ordine per colore, ordine in base alla data di acquisto, ordine secondo la data di pubblicazione, ordine per formati, ordine per generi, ordine seguendo i grandi periodi letterari, ordine per lingua, ordine per priorità di lettura, ordine per rilegature, ordine per collane”.

Specifica inoltre che “conviene distinguere le classificazioni stabili da quelle provvisorie .. queste ultime destinate a durare appena qualche giorno in attesa che il libro trovi, o ritrovi, il suo posto definitivo”, e questa precisazione porta alla mia memoria i grandi trasferimenti che ogni tanto in casa sconvolgono la mia ricerca di testi che credevo in un posto e invece sono stati spostati in un altro, problema evidentemente non solo mio, visto che Perec conclude: “aspettando l’ordine, li trasporto da una stanza all’altra, da uno scaffale all’altro, da un mucchio all’altro, e mi capita di passare tre ore a cercare un libro senza trovarlo, ma con la soddisfazione, a volte, di scoprirne altri sei o sette che mi vanno bene lo stesso”.

L’intero testo rispecchia lo stile di Perec: guardare il quotidiano attraverso la memoria autobiografica e il gusto ludico sollecitato dall’Ou-Li-Po nella creazione di contrasti e virtuosismi di prodezze.

Come nel capitolo Considerazioni sugli occhiali, vero esercizio per cimentarsi con l’arte dello scrivere, partendo proprio da questo spunto: A proposito di quanto sia difficile parlare di occhiali in generale e nel mio caso in particolare. L’autore dedica ben quindici pagine a descrivere l’oggetto in sé nelle sue particolarità e nei diversi periodi storici e al rapporto con il soggetto che li indossa.

Specificità d’uso: certuni portano gli occhiali per tutto il giorno, altri in qualche occasione ben precisa, per esempio per guidare o per leggere … Posto degli occhiali: alcune persone tengono gli occhiali anche quando non li usano; li spostano sulla fronte o decisamente tra i capelli: altre, che devono avere una costante paura di perderli, li lasciano penzolare attorno al collo servendosi di una catenella; altre ancora li sistemano in una particolare custodia .. altre invece li posano sempre e rigorosamente allo stesso posto, in un cassetto del comò, sulla mensola del lavabo o di fianco al posto per vedere la televisione. Pulire gli occhiali: so che esiste una carta speciale che certi ottici danno in omaggio … molte persone invece …usano comunemente tutto ciò che capita loro a portata di mano: fazzoletto, Kleenex, tovagliolo, angolo di tovaglia, ecc. Gesti con gli occhiali: poiché si ritiene che gli occhiali conferiscano un’aria severa a chi li porta, alcune persone se li tolgono in segno di benevolenza … grattarsi la fronte con gli occhiali o mordicchiare le stanghette sono segni di profonda riflessione”.

Emblematico il capitolo che dà il titolo al testo Pensare/classificare: “E’ talmente forte la tentazione di distribuire il mondo intero secondo un unico codice! Una legge universale reggerebbe l’insieme dei fenomeni: due emisferi, cinque continenti, maschile e femminile, animale e vegetale, singolare, plurale, destra sinistra, quattro stagioni, cinque sensi, cinque vocali, sette giorni, dodici mesi, ventisei lettere. .. Con le mie classificazioni ho sempre un problema: non durano … il gran numero delle cose da mettere a posto, la sensazione che sia quasi impossibile distribuirle secondo criteri veramente soddisfacenti, fanno sì che non ci riesca mai e che mi fermi a sistemazioni provvisorie e vaghe.. Il risultato finale è dato da categorie che, quanto meno, sono strane; per esempio una cartellina piena di scartoffie varie sulla quale si trova scritto “Da classificare” o un cassetto con l’etichetta “urgente 1” che non contiene nulla (nel cassetto” urgente 2” c’è qualche vecchia fotografia, in quello “urgente 3” alcuni quaderni nuovi”). Insomma, me la cavo”.

Anche in queste parole c’è un vago rispecchiamento di ciò che accade nella nostra casa e nei nostri contenitori, visto che entrambi, nelle reciproche diversità, godiamo del furor classificatorio.

Godibilissima la lettura di queste pagine in cui troviamo inserite considerazioni anche intorno ai temi delle case abitate, di schede di cucina, di stanze di analisi, di scrivanie, di città ideali, di moda … una vera immersione nell’arte dello scrivere senza frontiere.

scheda di Quodlibet editore:

https://www.quodlibet.it/libro/9788822922083

TartaRugosa ha letto e scritto di Ivano Gobbato (2020), La Biblioteca dei libri perduti, Dominioni, Como

Ha ragione l’editore quando, nella Presentazione, scrive: “E’ uno di quei libri che sullo scaffale ci deve essere, come un vecchio amico che ti dà sicurezza sapendo che esiste. Dentro c’è una storia che è un’infinità di storie”, compresa quella di scoprire il significato di un album di figurine e di un cappello alla Davy Crockett alla fine del racconto, suggello di un rapporto molto intenso col fratello maggiore Paolo. Un racconto dedicato al ricordo dell’ingresso nel magico mondo dei libri, avvenuto per Ivano in modo inconsueto e ricco di fascino.

Come del resto lo è lo sguardo del bambino che si affaccia alla vita sperimentando emozioni contrastanti (curiosità, paura, coraggio), ma irrinunciabili per giungere alla conoscenza di ciò che è ancora ignoto.

Questa volta l’incognita è custodita in una vecchia casa abbandonata: un relitto chiuso da una sequenza di assi inchiodate. I Marelli se ne erano semplicemente andati, dispersi per il mondo. … Il Comune si era limitato a far mettere una muraglia di assi di legno per impedire che si potesse entrare, soprattutto noi bambini che a quel tempo una sola raccomandazione ricevevamo dagli adulti: “Non mettetevi nei pericoli”.

[Tutto ciò che ha a che fare con l’abbandono provoca in me seduzione. Forse ancora sotto l’influsso degli alberi murati di Moresco, associo sempre un luogo abbandonato a una forma di vita inedita, non più per mano umana, ma per il potere esercitato dalle cose che contiene].

Con gli occhi dell’infanzia, quella porta aperta spalancata come un enorme sbadiglio esercitava insieme attrazione e sgomento, nonché l’inesorabile richiamo a ritornarvi dopo la prima fuga nel bosco. Con le dovute precauzioni però, perché quando si ha paura c’è sempre un oggetto transizionale che accorre in nostro soccorso. In questo caso si tratta del cappello di Crockett, perché quando lo mettevo mi sembrava di essere una Giovane Marmotta, come i tre nipoti di Paperino.

Il porticato, la porta, le scale, le stanze, l’incontro con i fantasmi – innocue lenzuola a proteggere i mobili -, le cornici vuote sull’intonaco delle pareti che un tempo ospitavano armadi, specchiere, quadri, e, finalmente, una porta accostata, non di facile accesso a causa di un tappeto rotolato contro di essa. Ma, rimosso l’ostacolo, ecco la magia.

Scatole, scatole ovunque … scatole impilate a gruppi più alti di me ma alcune erano cadute rovesciando il loro contenuto a terra. Libri, erano tutte piene di libri.

Inizia così il viaggio retrospettivo dell’autore fra le ore trascorse in compagnia dei libri e l’inaudito piacere del rovistare fra quelle scatole.

E’ tale l’intensità della descrizione di quella strana, disordinata ma fornita biblioteca che pare di essere lì, vicino al bambino ammaliato che non si accorge del tempo che passa, catturato da ciò che non sempre gli è comprensibile e che tuttavia inesorabilmente lo accalappia.

E con lui, altrettanto inesorabilmente, anch’io viaggio all’indietro tra i libri che nei primi anni di vita mi hanno stregata e, come l’autore, vorrei poterli narrare con lo stesso vigore che mostra la sua penna, qualche decina d’anni dopo, quando capisci la potenza incrociata della lettura e della scrittura.

Mi è impossibile, oggi, riuscire a distinguere, in un libro che ho amato, tra quello che ci avevo trovato alla prima lettura e le cose che si sono accumulate poi, dopo averlo preso in mano un’altra volta, e un’altra ancora….

Perchè la verità è che non sappiamo mai che cosa succederà prima che accada, giusto?

L’autore ama Stephen King, scrittore che in tanti romanzi racconta i passaggi drammatici che scaraventano da un’età della vita all’altra. Anche al bambino del racconto succede qualcosa di violento e inatteso che ci lascia col fiato sospeso.

Ritroveremo l’autore cresciuto, con un paesaggio cambiato. Casa Marelli è stata definitivamente abbattuta, lasciando il posto a una moderna palazzina.

Non ho la minima idea di che fine possano avere fatto i miei libri … Di certo saranno finiti sepolti, o inceneriti, come si fa con i rifiuti. Peccato.

Ma poiché è l’ombra delle cose quella che resta appiccicata addosso come un’invisibile resina, nella soffitta della sua vecchia casa ritroveremo la scatola in cui gelosamente sono custoditi gli oggetti che hanno chiuso un’epoca spensierata.

Inalterato però, anche ora che molte cose sono cambiate, l’amore viscerale che Gobbato ha conservato per i libri.

A chiunque transiti di qui come non suggerire lo splendido blog www.intornoailibri.it.? Qui lo ritroveremo adulto, impegnato a leggere e consigliare libri fondanti per chi ama leggere e scrivere.

Non ultimo, per me, il piacere di scoprire non solo di condividere la passione per Stephen King, ma anche per Vivian Maier, fotografa eccelsa della street photography.

Ecco la foto da lui designata per farci conoscere il berretto di Davy Crockett e, verosimilmente, il bambino del racconto.

Vivian Maier, Boy in a coonskin cap, 1955

TartaRugosa ha letto e scritto di: Antonio Moresco (2020), Canto degli alberi, Aboca, Arezzo

L’autore, chiuso nella stretta dell’isolamento causato dalla pandemia, di notte esce e nel cammino lungo le strade deserte si sofferma a osservare gli alberi. Ne scopre la voce, il pensiero, la potenza comunicativa.

Parla agli alberi per parlare a se stesso, intrattiene dialoghi, interroga, risponde, instaura un sodalizio basato sul reciproco ascolto e in questi suoi intrattenimenti intersoggettivi con la vita arborea scopre le differenze tra essere umano ed essere vegetale, in un alternarsi continuo di flussi di coscienza, poesia, fantasia e sogni.

L’attenzione è rivolta soprattutto agli alberi murati, ritenuti così simili agli uomini murati di tutto il mondo a causa di un infinitesimo virus, e Moresco rimane folgorato dalla sapienza con cui queste creature sanno strappare la vita là dove trovano improbabili pertugi per nascere, negli spazi dove il vento ha deposto il loro seme.

ci sono quelli i cui semi attecchiscono nei muri, negli interstizi tra un mattone e l’altro o tra una pietra e l’altra, dentro la calce; ci sono quelli ridotti quasi alla sola corteccia, riempiti di mattoni e cemento nelle loro cavità e che però la primavera continuano a coprirsi di nuove foglie; ci sono quelli che si incuneano con le loro radici nell’asfalto dei marciapiedi e che lo sollevano e squarciano con le loro dure vene nere, tanto che devi camminarci sopra sollevando molto i piedi e le gambe e allargando le braccia come un equilibrista sul filo. … Da quando ho cominciato a osservare gli alberi murati ne ho visti scaturire con la loro silenziosa e inarrestabile spinta dalle superfici più impensate. Ne ho visti erompere da vecchie edicole di giornali chiuse da tempo … dai comignoli di case abbandonate … dai cartelli stradali … dalle zone industriali dismesse … dalle pompe di benzina con le colonnine sfondate … dalle ruote abbandonate delle macchine … dai varchi delle finestre delle case abbandonate … dalle massicciate delle ferrovie … dai cimiteri di macchine … dalle fessure e crepe di statue su cui il vento aveva trasportato per caso i loro semi.

L’albero murato diventa così una specie a se stante, qualcosa che insegna all’essere umano nuovi modi per misurarsi con i limiti, qualcosa che sa indicare una strada per superarli senza la bussola di una macchina centrale cerebrale.

Che cos’è il cervello?”

Come faccio a spiegarti … è la centrale del corpo”

Ah sì? E se si blocca quello si blocca tutto?”

Più o meno”

Come siete fatti male!”

Loro, gli alberi, si parlano e conoscono tutto ciò che avviene nel mondo umano grazie alle infinite connessioni tra ogni singola parte della loro struttura, che viaggi nel buio del sottosuolo o si protenda verso la vastità della luce: radici, tronco, rami, foglie, midollo.

La nostra sapienza è una cosa sola con noi, con le nostre radici, i nostri rami, le nostre foglie, fa un tutt’uno con i nostri corpi e si modifica e cresce con loro, mentre quella che state costruendo voi è tutta fuori di voi e vi sta oltrepassando”.

E ancora, ascoltando la voce degli alberi, si impara come il mondo vegetale guarda agli uomini e come leggono la loro storia.

Per noi alberi voi umani siete tutti piccoli, brutti e deformi. … Ma come fate a essere così piccoli, così brutti e così deformi e nello stesso tempo a credervi i più grandi, i più belli e persino i più intelligenti e i padroni assoluti del mondo e dell’universo?”

E poi c’è il magico incontro col tiglio:

Una delle macchine parcheggiate ha una portiera aperta, quella dalla parte del posto di guida. Mi avvicino, faccio per chiuderla, e allora mi accorgo che la chiave è ancora inserita nel cruscotto. … Però c’è qualcosa di strano davanti all’altro sedile … qualcosa di sottile che sale dal tappetino e che arriva fino al cruscotto e anche oltre, fino al parabrezza. …”e tu chi sei?” “sono un tiglio” mi risponde una vocina” “Come ha fatto il tuo seme ad attecchire su quel tappetino di gomma?” “Perché sopra c’era un po’ di terra, che si è staccata dalla suola delle scarpe di chi saliva. E a me è bastato”.

Ma non è quello il suo posto: è giunta l’ora di partire e di raggiungere i suoi simili. Dopo tanto gridare è arrivato qualcuno che ha sentito la sua voce e lo conduce dove la piantina esige: “Voglio andare finalmente dentro la terra, con le mie radici, con la mia vita!”.

In un crescendo di intensità incontriamo così tre cori.

Il coro degli alberi che canta:

Noi sappiamo tutto di voi, sappiamo anche quello che voi non sapete, non volete sapere. … Vi siete inventati un’essenza separata che avete chiamato anima solo per poter dire, pensare e delirare che solo voi ce l’avevate mentre tutti gli altri ne erano privi e quindi potevano essere sterminati, maciullati, annientati e sacrificati sull’altare della vostra folle specie.”
“Che mondo è questo? Le nostre radici si dicevano l’un l’altra, sbalordite, continuando a correre sottoterra e incrociandosi con mille altre radici. Che pensiero è questo? Che specie è questa? Ne abbiamo viste tante passare, ma mai una specie spaventata, disperata e folle come questa.”

Il coro degli alberi capovolti, invece, una distesa di radici attorcigliate e di fili frementi e di nodi che si stagliano contro il cielo, indica una possibile strada (compresa la fatica per costruirla) per intravvedere un mutamento, una mutazione, che non si sa mai da che parte inizia, ma che pure qualcuno a un certo punto la sollecita, iniziando ad assumere la posizione all’ingiù.

Occorre cambiare gioco:

Dovrebbero cominciare a formarsi nuove, sperimentali e diffuse sinapsi, nuove visioni e nuovi sogni, dovrebbero formarsi nuove possibilità umane e postumane impensate, che forse si stanno già formando, chi può dire, perché quando si formano nessuno riesce per un po’ o per molto ad avvistarle, nessuno se ne accorge, se ne può o se ne vuole accorgere, urgono irresistibilmente dal basso e nessuno le sente, come le radici che crescono in silenzio sotto terra o murate vive, quelle bianche, quelle nere, quelle di fuoco e anche quelle musicali.

Se noi non ci fossimo capovolti e non avessimo cominciato questo inconcepibile viaggio senza speranza non avremmo mai immaginato che dietro il cielo potesse esserci un altro cielo, che dietro la luce potesse esserci un’altra luce, che si potesse trovare e inventare un altro cielo al di là della terra e un’altra terra al di là del cielo … E allora, forse, anche gli umani, assistendo a questo sconvolgente e inarrestabile riposizionamento vegetale, … allora, forse, anche le loro teste e i loro cervelli, invece di galleggiare nell’aria, cominceranno a radicarsi poco per volta dentro la terra e a mettere radici là dentro … E allora, forse, anche loro capovolgeranno se stessi e la loro vita e capovolgeranno il mondo, cominceranno a muoversi in un mondo capovolto mai visto prima, che era sotto i loro occhi ma che non vedevano”.

Il terzo coro, quello degli alberi musicali ci accompagna alla metamorfosi finale, la più complessa perché non può mai essere programmata, ma la si costruisce a poco a poco mescolando la realtà, l’immaginazione e il sogno.

E’ il regno della poesia, del canto, della musica che non può essere annientato, ma va custodito e tramandato per sognare il nuovo sogno, il salto di specie.

E così ci siamo separati dagli altri alberi silenziosi, ci siamo dovuti separare per non farci immobilizzare, per poter continuare a sognare che a poco a poco anche tutti gli altri alberi diventeranno musicali … che tutto il nostro pianeta diventerà un pianeta musicale, che la sua musica potrà tracimare oltre la sua stessa atmosfera .. e forse persino voi, se riuscirete a tracimare da voi stessi e ad andare verso un’invenzione di specie … allora ci verremo incontro alla fine del tempo e all’inizio del tempo, nel tempo che c’è al di là del tempo e allora ci riconosceremo e ci abbracceremo e ci proietteremo e ci inventeremo …”

Non sono altrettanto sognanti le riflessioni finali di Moresco che, all’epoca della stesura del libro, riportava un bilancio di 33.000 morti nel nostro Paese e il timore di un ritorno alla normalità senza cambiare niente, senza inventare niente.

Oggi gli umani stanno sognando la fine guardando un’altra volta al di fuori di sé, al vaccino. La visione interiore, la metamorfosi, pare una strada ancora lontana.

I morti sinora sono 61.240.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Pierre Bayard (2012), Come parlare di luoghi senza esserci mai stati, Traduzione di Riccardo Bentsik, Excelsior 1881, Milano

Ecco un motto molto accattivante : “Il miglior modo per parlare di un posto è di restarsene a casa”, che – per una tartaruga – calza alla perfezione.

Di nuovo Bayard, già incontrato con “Come parlare di un libro senza averlo mai letto”, che questa volta ci prova con i luoghi, dimostrando che l’ignoranza rispetto ad un argomento non sempre è un ostacolo per poterne parlare con competenza e che molti scrittori e pensatori preferiscono restare al proprio scrittoio piuttosto che affrontare i posti di cui desiderano parlare.

Fra i molti citati, ne scelgo alcuni.

Chi non conosce, almeno di nome, Marco Polo che, dopo aver soggiornato diciassette anni in Cina, scrive con dovizia e rigore dettagliate informazioni sulla vita quotidiana che lì si svolge, dall’amministrazione, alle pratiche religiose, gusti alimentari, costumi amorosi, flora e fauna. Curioso tuttavia che gli archivi imperiali consultati negli anni successivi non rechino alcuna testimonianza del suo passaggio e delle cariche importanti da Polo rivestite, come minuziosamente da lui descritto. E altrettanto singolare è che Polo non nomina mai le migliaia di chilometri della Grande Muraglia “che pure deve aver attraversato a più riprese durante le sue peregrinazioni”. Che tali dimenticanze confermino l’ipotesi di alcuni autori secondo i quali “il veneziano non si sarebbe mai spinto oltre Costantinopoli, dove la sua famiglia aveva un’impresa commerciale per la quale transitava un gran numero di viaggiatori in grado, con i loro racconti, di alimentare la sua fantasiosa creatività?

Che dire di Edouard Glissant, che sceglie di scrivere un libro sull’Isola di Pasqua senza poterci andare, perché troppo stanco e malato? Il metodo è semplice, basta poter contare su un informatore fidato, come nel caso di Sylvie Séma, moglie di Glissant.

A distanza, senza muoversi da casa, grazie alla documentazione fotografica, disegni e aneddoti inviati dalla moglie e grazie alla lettura di altri autori come Melville, Neruda, Borer,  Métraux, Glissant potrà tradurre le molteplici fonti in “descrizioni ricche e di grande rilievo, a testimonianza della profonda conoscenza dei luoghi da lui acquisita, di certo assai più puntuale di quella che avrebbe potuto ricavare da una permanenza fisica, sia pure prolungata, sul luogo, che non gli avrebbe necessariamente fornito una visione d’insieme”. In questo caso Bayard parla di dévoyage, ovvero l’assunzione del punto di vista dell’altro per farlo proprio affinché diventi “del tutto lecito per lui affermare di conoscere il posto, e forse ancor meglio di uno qualunque dei suoi abitanti, troppo vicino all’oggetto della propria percezione perché gli sia concesso di parlarne con il dovuto distacco”.

Interessante pure l’analisi del luogo condotta dagli antropologi che, per ragioni di studio, devono restare il più lungo possibile nelle terre scelte per osservare i costumi di coloro che le abitano. Bayard sceglie Margaret Mead e qui la mia corazza ha un sussulto, perché è proprio lei il trait-d’union dell’inizio della mia relazione amorosa con TartaRugoso, e spero non per i motivi che qui riporto. Mead concentra la sua ricerca sulle abitudini di vita dei Samoani e la parte che maggiormente ha attirato l’attenzione è stata quella relativa ai costumi sessuali: “La tesi centrale dell’opera, che ne ha decretato il successo mondiale, è che la sessualità samoana è molto più libera di quella degli Occidentali e soprattutto di quella dei nordamericani, i cui comportamenti sono repressi da proibizioni ormai interiorizzate”.

In questo caso il luogo è veramente esperito dalla viaggiatrice, non esistono quindi finzioni o rappresentazioni immaginarie e tuttavia vi può essere ugualmente la scrittura di una conoscenza falsata. A Mead, infatti, vengono contestate molte osservazioni che, secondo alcuni critici, derivano da una visione parziale, ideologica e condizionata da racconti impropri. In particolare: 1) Mead “avrebbe selezionato i  fatti e piegato la loro lettura in favore della teoria che voleva difendere”; 2) l’antropologa “per ragioni di comodità personale, decise di andare a stare vicino a una famiglia americana … e si privò delle possibilità di osservazione diretta che le avrebbero permesso di verificarle proprie tesi. La sua ignoranza della lingua samoana …aumentava la distanza con i soggetti che intendeva studiare”; 3) poiché possedeva solo alcuni rudimenti della lingua, “Mead fu costretta a fidarsi delle testimonianze delle sue giovani informatrici che andavano regolarmente a farle visita … e che le avrebbero delineato un mondo dai costumi aperti, con una gioia liberatrice accresciuta dal fatto che vivevano in un universo dai costumi particolarmente oppressivi”.

Siamo perciò anche in questo caso di fronte a un paese immaginario dove viene inventato (o proiettato) qualcosa che non esiste nella realtà, fatto che mette in discussione uno dei fondamenti dell’antropologia e della sociologia, ovvero l’osservazione partecipante. Qui  Bayard fa riferimento al testo di Perec ”La vita, istruzioni per l’uso” dove “si parla di un antropologo che segue le tracce della tribù Kubu e si interroga sulle misteriose ragioni dei continui spostamenti degli indigeni, prima di capire che costoro si comportavano così a causa della sua presenza e non facevano altro che cercare di sfuggirgli”.

Certo però che lo studio di Mead è servito a dare un contributo al dibattito sull’educazione degli adolescenti americani, nonché a fornire a TartaRugosa il pretesto di restituire il libro a TartaRugoso…

Sulla possibilità di parlare di luoghi usando solo l’immaginazione, Bayard cita l’esempio di Psalmanazar che, nel XVIII secolo a Londra, fece notevole scalpore per le sue descrizioni di Formosa, isola natale della quale rivelò informazioni che “sconvolgevano le comuni conoscenze in materia” fra cui anche la lingua che “suscitò grande interesse in molti intellettuali, fra cui Leibniz, e continuò a essere studiata dai linguisti in virtù del suo rigore”.

Peccato che Psalmanazar non arrivasse da Formosa, ma dalla Francia e avesse scelto quella falsa identità per poter circolare in Europa più liberamente.

La sua potente immaginazione gli aveva permesso di ricreare se stesso: “senza una potente immaginazione non si può pretendere di parlare in modo convincente di luoghi in cui non si è  mai stati. La capacità  di sognare e far sognare è essenziale per chi intenda descrivere un paese a sé sconosciuto e speri di trascinarvi con  il pensiero i propri auditori o i propri lettori”.

Fatto che succede  anche con Blaise Cendrars che esemplifica come si possa prendere il treno più famoso del mondo, la Transiberiana, senza muoversi dalla stazione.

Incalza Bayard “che l’essenziale, per uno scrittore, è di far viaggiare il lettore … Infatti non è il luogo … ma una dimensione altra, che potremmo chiamare spirito del luogo, ciò  a cui deve guardare lo scrittore…. Lo spirito del luogo richiede un processo di idealizzazione … le sue caratteristiche principali devono essere semplificate e rese universali, affinché, tramite la forza dell’invenzione della scrittura, possa divenire, tanto nel presente quanto nel futuro, proprietà immaginaria di tutti”.

Anche in questo libro ritorna un tema caro a Bayard, ovvero la capacità creativa e immaginativa che consente di oltrepassare la frontiera che separa la realtà dalla finzione: “Qualsiasi sia il  contesto di parola e di scrittura, l’invenzione del luogo adatto sarà dunque tanto più credibile quanto più vero sarà il soggetto che lo crea. Prima di ogni altra cosa è se stessi che si tratta di ascoltare, ed è alla scrittura e alla ricostruzione di sé che bisogna lasciarsi andare, se  si vuole attirare l’altro da sé verso il proprio paese interiore, per il tramite di un’esperienza universale”.

Un buon viatico per il mio prossimo immobile letargo, che si configura di gran movimento!

TartaRugosa ha letto e scritto di: Marisa Bulgheroni (2020), Stella nera. Frammenti di una vita a due, Il Saggiatore, Milano

Il lutto, inteso come sentimento di dolore che proviamo per la perdita di una persona cara, è un evento che ci appartiene e ci richiede un lungo lavoro per ritrovare un orizzonte di senso, nonostante il definitivo congedo da qualcuno che nella nostra vita ha molto contato.

Con l’espressione “lavoro del lutto” Freud indica il processo energetico necessario per avviare quell’elaborazione psichica che consentirà di interiorizzare l’immagine del defunto e di riorganizzare l’intero mondo interno senza la presenza fisica della persona cara.


Un distacco importante non può essere assorbito in un periodo breve: l’ordine sconvolto dall’evento ha bisogno di essere ricomposto attraverso una serie di gesti, atti, reazioni che annunciano un’occasione di trasformazione per chi rimane e si interroga sul senso di sopravvivere avendo perso, nella persona amata, anche un pezzo di se stesso.

Andandotene, ti sei portato via una parte di me. E può una farfalla volare con un’ala sola?”

Anni come giorni, come secoli. Il tempo impazzito. Eri tu che lo scandivi. Senza te non ho orologi, non ho bussole. E così non mi avventuro nel mondo come quando c’eri tu”.

Stella nera è un intimo dialogo, un monologo interiore che l’autrice, la scrittrice e poetessa Marisa Bulgheroni, intrattiene con se stessa per tentare di riconciliarsi con il suo nuovo destino.

Non si riesce a elaborare il lutto. Ci si chiede: perché è giusto elaborare il lutto? Per affidare i morti alla morte e ritornare, vivi, nella vita? Per liberarci di un dolore che, prolungato, diviene malattia, a volte malattia mortale? O per respingere il passato nel passato? Non ho l’arte di elaborare il lutto. E’ la nostalgia l’ostacolo che impedisce l’elaborazione del lutto? Forse solo scrivendone posso tentare. Vorrei saper reggere le arcate del ricordo come Atlante”.


Nel processo di elaborazione è presente un’oscillazione fra esigenze opposte: da una parte la lenta acquisizione della consapevolezza che la perdita è avvenuta, dall’altra l’inutile tentativo di riappropriarsi dell’amato, come se tutto potesse tornare come prima.

Si dice la vita continua. Sì, la vita continua, inesorabile come la corrente di un fiume che ti trascina. Passano gli anni come grandi uccelli migratori in volo verso l’imprevedibile. Passano i giorni, le ore, ma niente è come prima, quando c’eri tu, e ore, giorni, anni sono numeri, non più storia.

Non è che io rifiuti la vita, ma mi è sempre più difficile affrontare la fatica di vivere senza di te.

A volte il dolore è un vuoto: un’assenza a se stessi. Il dolore è un vuoto d’aria che trascina verso il basso… nell’assenza si perde la percezione del tempo, del luogo, del proprio corpo. Poi, all’improvviso, la consapevolezza ritorna: sono io, sei tu. Tu che mi hai lasciata. Ti prego: se ti chiamo, rispondimi. So di volere troppo, ma di troppo ho bisogno per vivere questi giorni d’esilio”.

Ci vuole tempo. Tempo e ricerca di forme vitali per accogliere il se stesso strappato all’altro. Tempo per ricucire lo strappo. Tempo per consentire a chi non c’è più di dimorare finalmente dentro il vuoto dell’anima.

Ognuno cerca il proprio modo per sopravvivere al distacco.

Marisa adotta i “giochi in cui io ti avrei riproposto istanti o frammenti della nostra vita, saccheggiando lo scrigno delle comuni memorie” attraversoil “E poi? Racconta ancora!” richiesto ancora dal marito mentre i giorni diventavano più brevi.

Arriva poi il tempo del “Dove vorresti essere oggi?” e del “Ricordi?” dove l’attivazione di scene del passato diventa la celebrazione di una vita insieme e dove, lentamente, l’assenza diventa presenza, riproponendo la qualità del tragitto percorso insieme e del rinnovamento di emozioni che nemmeno la morte potrà annullare.

E subito ho intuito che solo costruendo un libro per te – come una dimora in cui tu potessi abitare – ti avrei riavuto con me. Quella voce incessante, che mi accompagnò nei primi mesi del lutto, fu l’oggetto della mia ricerca quando sembrò tacere.

Chi è solo nel suo lutto ha come unica compagna la memoria: non più all’immaginazione, ma alla memoria è affidato il suo stesso futuro. Raccontarti la nostra vita equivaleva a richiamarti nel mondo”.

Affinché la profondità della ferita si riduca e la mancanza possa acquistare valore di presenza invisibile, ma forte, nella memoria, è importante cercare di colmare il vuoto creduto insanabile:

E’ la memoria che mi permette di farti vivere in me, e, come una lanterna magica, proietta episodi rilevanti o minimi della nostra storia. Ma, anche se le vivide immagini di cui è intessuta la nostra vicenda si appannassero, mi resterebbe, incancellabile, la percezione di te, garante della mia vita.

L’esito positivo del lutto si ha quando chi resta riesce a sostenere il tormento emotivo di dover ammettere che la perdita è davvero definitiva, ma che la memoria del passato si erge come base di quella identità che si credeva sparita insieme all’affetto significativo.


La morte non ha interrotto la conversazione tra noi due, ma l’ha modificata. Non ci troveremo mai più seduti l’uno di fronte all’altra a un tavolo nel brusio di un ristorante. I moduli del nostro conversare saranno come piccioni viaggiatori che si scambiano messaggi nei cieli.

La potenza del ricordo che non cerca più oggetti, questo o quell’altro episodio, ma li contiene tutti indistintamente. In questo senso io posso dire che la misura del tuo essere vivo è affidata a me, al mio ricordo di te, alla mia ricerca di un dialogo con te, alla mia ombra che ti segue.

Stella nera è il passo finale che ha impegnato Marisa nel tempo necessario per affidare alla “scrittura il mistero del nostro essere al mondo per poi scomparire”.

Per non cedere alla distrazione che avrebbe offuscato il ricordo.

Per finalmente riascoltare la voce in “un silenzio carico di parole” nel movimento continuo della vita, nel suo incessante vagare fra il sogno del mondo interno e il ritorno al mondo esterno.

Ecco le ultime nate per augurarvi buona giornata, G. e C.

Ecco le ultime nate per augurarvi buona giornata .

Una è ingessata con un cerottone perché il carapace non era ancora del tutto chiuso