CORVUS 2020: l’intervista senza precedenti, di TartaRugosa ai tempi del Covid-19, 23 marzo 2020

In psicologia, un metodo per sviluppare empatia (o anche per far fronte a vissuti
conflittuali di natura fisica, psichica, relazionale, emotiva) si basa sull’assumere la
prospettiva dell’oggetto con cui ci si sente in difficoltà (immaginare come l’altro
viva la situazione, cosa sente, cosa pensa). Metodo tra l’altro utilizzato anche
nella scrittura creativa, quando si raccontano i fatti della storia sulla base
dell’opinione di un certo protagonista.
Solo un mese fa, io e L. siamo state sfiorate dall’idea di frequentare un ciclo di
incontri di scrittura calendarizzati nella giornata di sabato, giorno libero per
entrambe.
Poi è successo quello che è successo e adesso i giorni liberi sono tanti.
Per cui tengo fede al mio proposito di riempire in modo proficuo le ore quotidiane,
cercando pure di tenere a bada momenti di ansia, immaginando (sia pur
faticosamente) di esorcizzare sentimenti pessimistici attraverso l’utilizzo del punto
di vista del soggetto più chiacchierato del momento.

Corvus 2020: l’intervista senza precedenti

Antefatto
C’è un grande fermento a Viruslandia. Da poche ore infatti è rientrato Corvus, il
primo virus del nuovo millennio che ha realizzato con successo il temuto salto di
specie. Avendo girato il mondo in lungo e in largo, si è dichiarato pronto per uno
scoop sensazionale: interloquire con l’umano per svelare il segreto della sua
notorietà.
Ecco che cosa ci ha raccontato.
Perchè il nome Corvus?
E’ il nome in codice che dobbiamo scegliere per contraddistinguere ogni missione
speciale. Corvus mi è stato ispirato dal corvo. Lei sa che la nostra diffusione è in
larga parte anche nelle specie animali e abbiamo appurato che i corvi sono molto
opportunisti, longevi e intelligenti nel sapersi procacciare il sostentamento.
Come funziona il vostro ordinamento gerarchico a Viruslandia?
Il mio popolo non ha come voi una stratificazione sociale complessa, regolata in
base a concetti di superiorità o inferiorità: noi siamo esseri aventi lo stesso diritto
egualitario di crescere e moltiplicarci.
L’organizzazione è molto semplice. Il gruppo più folto è quello dei Pacifici, che
confidano sui loro Sostenitori  (quelli che voi chiamate le Vittime) e conducono un’esistenza relativamente serena,
tant’è vero che a volte nemmeno ci si accorge di loro.
La nostra forza è data dai mentori, ovvero i Reduci. E’ grazie a loro che il nostro
popolo riceve un’istruzione accurata, concentrata in tre uniche materie: la Storia,la Scienza e la Comunicazione.
Gli elementi di base vengono recepiti da tutti, ma i mentori, nel trasmettere la loro
saggezza, selezionano tra gli allievi gli Innovatori, ai quali viene affidato il
compito, per l’appunto, di monitorare costantemente le condizioni ambientali più
idonee per la propria sopravvivenza e suggerire le strategie più semplici da
adottare nel caso sopraggiungessero stravolgimenti inaspettati. I Reduci sono i
depositari sia di imprese ben riuscite, sia di catastrofi che hanno rischiato più volte
il nostro annientamento.
Come dicevo, la nostra indole è pacifica, tuttavia anche a noi capita talvolta di
sbagliare tattica e di suscitare pertanto nel nostro Sostenitore reazioni di dura
rappresaglia.
Sappiamo, la Storia ce lo ha insegnato, che nei nostri rapporti con l’umano
abbiamo subito varie disfatte a causa di elementi tossici appositamente formulati
per metterci a tacere ed è diventato pertanto fondamentale istruire neo-scienziati
per aggirare l’ostacolo.
I Reduci hanno molto a cuore le nuove leve di virus che migliorano il nostro
assetto sociale. Sa, i Pacifici, in quanto tali, non gradiscono i cambiamenti, si
accontentano del loro status, col tempo si impigriscono e portano l’intera
Viruslandia ad appiattirsi e a dimenticare il gusto della sfida di nuove scoperte.
Sia ben chiaro, non è che poiché la nostra organizzazione sociale è semplice, i
nostri caratteri siano indefiniti.
Tutt’altro. Gli Innovatori sono quelli che voi chiamereste disadattati: polemici,
ostili, provocatori, litigiosi. Non è casuale che i Reduci li riescano ad individuare
immediatamente e ad investire sulla loro educazione. I tratti di personalità
vengono ritenuti importanti per la voglia di innovare, sovvertire un po’ le regole,
esplorare nuove frontiere, ma naturalmente occorre smussare i loro aspetti meno
piacevoli che si manifestano nella convivenza sociale.
Personalmente posso farmi da portavoce per tutti gli altri della categoria: la scuola
dei Reduci in qualche modo corrisponde a quella che chiamate casa di
correzione. Con grande pazienza, ma anche molta severità educativa, i nostri
mentori ci mostrano le modificazioni evolutive che ci permettono di popolare il
pianeta in misura assai superiore alla vostra. Inoltre, come superstiti alle grandi
tragedie incontrate nei nostri incontri con l’umanità, al termine del ciclo di studi ci
utilizzano per predisporre piani strategici da vagliare poi in un Grande Consiglio
che nominerà i lavori ritenuti migliori.
Ogni Innovatore sa che se porterà a casa un risultato discreto, sarà riconosciuto
come eroe della comunità. Non aspiriamo a premi di potere, ricchezza, prestigio:
per noi è sufficiente scoprire nuove opportunità per migliorare la nostra qualità di
vita.
Veniamo un po’ all’ultima impresa …

Come spiegavo, gli Innovatori disprezzano il pericolo e, nei lunghi anni di studio,
fanno della loro arroganza una prova di coraggio. Dopo essere stati bistrattati
dalla grande famiglia dei Pacifici, finalmente possono ripagare la fiducia posta nei
loro confronti dai Reduci con azioni di valore inestimabile.
Quando mi è stato comunicato dal Reduce Anziano che mi avrebbero affidato
una missione pericolosa, ne sono stato profondamente onorato, un po’ come per
alcuni della vostra Specie: immolarsi per il bene della patria, come per i vostri
kamikaze, è la massima aspirazione di ogni virus.
Per predisporre il progetto del salto ho ripreso per lungo tempo il ripasso dei
capitoli fondanti di Storia relativi ai nostri precedenti successi e su cui i Reduci
insistono fino a farceli imparare a menadito: spagnola, asiatica, aviaria, suina,
sars, tanto per citare le imprese più recenti.
Quello che ho ben interiorizzato è che occorre essere predisposti ai viaggi e
proprio da qui sono partito per pianificare un percorso. Alcuni elementi facilitanti ci
erano già stati passati: non bisogna né stare fermi, né prendersela comoda, né
manifestare comportamenti belligeranti.
Ho sempre sognato di varcare i confini di Viruslandia e scoprire le bellezze del
mondo. In questo voi ci avete insegnato moltissimo, ma un conto è studiare la
teoria, tutt’altro impatto invece è sperimentare direttamente la conoscenza della
diversità.
In questa missione ho goduto di scenari incredibili, di usanze di cui avevo sentito
qualche racconto, ma sicuramente impossibili da immaginare.
Vede, in questo pure abbiamo dei punti di contatto: spostarsi per voi è essenziale,
e non solo per divertimento. Noi abbiamo bisogno di qualcuno che ci accolga e ci
porti con loro, altrimenti diventerebbe davvero complicato superare le frontiere;
tenga conto che il salto di specie implica una sorta di salto nel buio. Per questo
abbiamo delle solide basi scientifiche per verificare man mano le soglie tollerabili.
Però avete scelto persone la cui età e condizioni fisiche non consentono grandi
spostamenti….
Ha ragione. Infatti uno dei motivi del mio rientro è proprio legato alla necessità di
registrare le curve delle età e del sesso e paragonarle tra i vari Paesi, perché, ma
questo già lo sapete, nei vostri territori sussistono parecchie disparità. Mi era
arrivato il messaggio che la vita media dell’umano è in aumento in parecchie zone
del mondo e questo è stato un indicatore che mi ha stimolato a scegliere una
categoria che già si era mostrata forte nel corso del tempo.
Nel materiale che ho raccolto, ho però segnalato che ci sono lacune nella nostra
materia di Scienze e quindi dobbiamo aggiornarla – un po’ come fate voi con
Wikipedia – perché l’età dell’anziano non è predittivo di vittoria.

Guardi che anche per noi è una tragedia la morte del nostro Sostenitore: se
muore lui, moriamo anche noi.
In questo evidentemente sono stato lungimirante, perché ho predisposto la nostra
moltiplicazione prevedendo che ogni soggetto potesse regalarci a 2,5 soggetti
diversi. Ma, e mi scusi se sono un po’ narcisista, la mia intelligenza ha fatto sì che
man mano che i nuovi virus si sviluppavano, migrassero con un insegnamento
fondamentale: cercare luoghi molto affollati e lasciar perdere anziani soli.
Per noi la Comunicazione è essenziale. Certo ammetto che sono stato anche un
po’ fortunato: sapesse quante persone avrei scartato in base all’età e le ho poi
invece ritrovate su navi ospitanti più di tremilacinquecento passeggeri; agli stadi
per assistere alle competizioni sportive; ai centri di ritrovo a giocare a carte, a
ballare; negli aeroporti e sui treni; nei cinema e nei teatri… Chi avrebbe mai
immaginato che in questo loro lodevole attivismo nascondessero nel corpo difese
molto basse. Abbiamo avuto anche noi parecchi decessi.
Però con i giovani e i bambini siete stati generosi
Guardi, per noi la generosità non esiste. Noi dobbiamo solo aumentare di numero.
Evidentemente giovani e bambini sono i Sostenitori ottimali ed è questo il
messaggio che cerco di trasmettere, sperando che i neovirus mi diano ascolto.
I veri Sostenitori sono proprio quelli che ci aiutano nel nostro processo di
moltiplicazione. Gli adolescenti, nelle loro manifestazioni, sono un po’ come i
nostri Innovatori prima della rieducazione: un po’ ribelli e menefreghisti, con tanta
energia e desiderosi di nuove avventure. Alcuni di loro ci sono stati proprio di
aiuto, anche se non posso fare a meno di mandare un ringraziamento a chi,
nonostante il pericolo, ha sfidato la sorte è si è spostato, trasportandoci in zone di
potenziale sviluppo.
Si ritiene un vincitore?
No, assolutamente. Già abbiamo visto che alcune parti del mondo sono diventate
off limits. Nel momento in cui voi non vi incontrate più, per noi è un’ecatombe.
Ecco perché una delle nostre parole chiave è Velocità: prima arriviamo in spazi in
cui esistono contatti di prossimità, più possibilità avremo di resistere ancora per un
po’.
Ma anche voi state imparando a comunicare quasi bene quanto noi.
Prima o poi quindi finiremo il nostro ciclo. Vede, il mio rientro a Viruslandia è
strategico. Ora che ho capito quali sono i mutamenti necessari, posso già da qui
inviare i compagni Innovatori a colpo sicuro sui nuovi Sostenitori.
Ultimamente ho infatti scoperto che ci sono parti del mondo in cui gli umani non
conoscono e non hanno i mezzi per tenerci a bada. Quindi, per concludere,
sicuramente questa missione terminerà, ma sarà necessario ancora del tempo.
Allora si ritene uno sconfitto?

No. Se lo ricorda cosa le ho detto all’inizio? Noi abbiamo i nostri Reduci che
lavorano incessantemente. Il mondo non finirà per noi, come non finirà per voi.
Avremo tutti un bel da fare dopo il nostro passaggio, ma questo è sempre stato il
nostro scopo esistenziale. E il tempo ce lo ha sempre dimostrato. Quando meno
uno se lo aspetta, noi arriviamo.

guardiamo Gilda e alla saggezza della sua lentezza e  capacità di resistere… , 20 mar 2020

carissima ****(e naturalmente *** e ***),
condivido ogni tuo pensiero, dal primo all’ultimo.
E proprio perchè cerco sempre di tenere una visione ampia – con tutti i limiti della mia ignoranza – continuo ad essere convinta che la vera tragedia che sta smuovendo il mondo (occidentale) è che è stato messo in scacco il delirio di onnipotenza dell’essere umano.
Arcisicuri di potercela fare sempre,  all’arrembaggio della conquista di altri spazi al di fuori della Terra, alla sperimentazione di un’intelligenza artificiale, ma, al tempo stesso, del tutto incuranti di quello che da decenni ci stanno raccomandando: il pianeta soffre, non è una risorsa inesauribile. Ci voleva una ragazzina autistica per cercare di richiamare l’attenzione su questi temi: pare un’ironia della sorte pensando alle folle sostenitrici delle sardine …
E ora, dopo giornate interminabili a cercare di capire che cosa fare, ad accusare le manovre economiche, a dire e negare, professare il giusto e l’ingiusto, il mondo sta collassando di fronte a un virus.
Non poterlo controllare è uno smacco.
Soprattutto perchè stavolta riguarda proprio tutti. Quando succedono terremoti, alluvioni, tsunami, (con un numero spaventoso di vittime) la nostra pancia ne viene ferita, ma se non ci riguarda da vicino, piano piano passa e resta solo l’oggi di chi è colpito e deve fare  conti con la ricostruzione.
 Ben inteso, percepisco il clima drammatico né lo sottovaluto, però non posso fare a meno di pensare anche ad altre notizie: prima, guardando la tv, uno spot pubblicitario ha messo in onda il filmato in cui si dichiara che muore un bambino denutrito ogni 15 secondi.  FIno a poco tempo fa, notizie riguardo allo scioglimento dei ghiacci, sembravano un muto appello a invitarci a fare qualcosa prima che la situazione diventi un’emergenza.
Speriamo che ora che siamo a casa, davvero un pensiero di più ampio respiro ci faccia riflettere sui nostri stili di vita e recuperare un senso di solidarietà verso la  terra che ci ospita e verso chi non ha ancora risorse per la propria sopravvivenza.
In tutto questo, ovvio prevale anche il sentimento della paura, ora che ci siamo accorti della nostra impotenza.
Che dirti, guardiamo gilda e alla saggezza della sua lentezza e  capacità di resistere… probabilmente a quest’ora le sue sorelle inizieranno a uscire anche ad amaltea.
speriamo di rivederle primo o poi…
baci
***
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Volevo condividere questo momento: Gilda oggi è vispissima sembra volerci dire che….andrà tutto bene, L. A.

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TartaRugosa riflette su: Marc Augè (Il tempo senza età, 2014, Raffaello Cortina) e Miciù (1997-) si tengono assieme

Ormai vecchiaia e soggettive descrizioni che grandi nomi ci regalano sono in graduale aumento, portando a conoscenza del lettore di come si arriva e si attraversa questo importante traguardo (se già non ci si è arrivati per conto proprio).

Marc Augé, antropologo e filosofo francese conosciuto soprattutto per la sua definizione di “non-luogo”, affronta il suo diventar vecchio contestualizzandolo per lo più come marchio sociale, come condizione imposta dalla sottolineatura tra età anagrafica e quella percepita. “Conosco la mia età, posso dichiararla, ma non ci credo”, sintetizza in una frase l’autore.

E il sottotitolo del libro “la vecchiaia non esiste” è ancora più lapidario, ovvero sebbene sia evidente che il corpo si logora col passare del tempo, la soggettività rimane identica e quindi, da questo punto di vista, la vecchiaia è superata dal concetto che rimanendo quello che siamo (Hillman insegna), praticamente moriamo tutti giovani.

Nelle reminiscenze raccontate da Augé, quella che mi ha fatto scattare la voglia di creare connessioni è il riferimento alla sua gatta Mounette (“ha avuto lunga vita da gatto ed è morta a circa quindici anni nell’appartamento dei miei genitori”) e alle trasformazioni da lei compiute nel corso della vita, senza però intaccare il suo carattere.

La sua indole è rimasta la stessa fino alla fine, godendo del più piccolo raggio di sole: incollata al calorifero in inverno; drizzando le orecchie al primo tubare dei piccioni in primavera; accettando i segni del nostro affetto costante con l’identica benigna indifferenza che aveva sempre fatto parte del suo fascino da quando era giovane”.

Ecco perché in questo caso Marc Augé e Miciù si tengono assieme.

Miciù, detta Lady Miciù”, ha appena compiuto 22 anni e 8 mesi. Ha avuto un ruolo molto importante nella nostra vita di TartaRugosi poiché ha segnato una svolta storica: è stato il primo animale che è entrato in appartamento per quello che si pensava un tempo predefinito dettato da una cura antibiotica (era una gattina partorita nel giardino lacustre e colpita a soli quattro mesi da rinite) e non ne è più uscita.

E’ sempre stata una gatta altezzosa con una forte padronanza del Sé (se di Sé si può parlare nel gatto) – da qui il soprannome di Lady – scorbutica con i suoi simili come si conviene a un figlio unico e viziato, affettuosa quanto basta secondo i suoi tempi, solitaria e curiosa, esploratrice quando riportata in vacanza nel giardino lacustre e temeraria fin troppo, avendola riacciuffata in più occasioni di fuga pericolosa.

Ne siamo sempre rimasti affascinati, quasi da babbei, osservandola crescere; divertendoci quando improvvisamente il rifugio sotto il divano non era più accessibile date le dimensioni aumentate con lo sviluppo; cedevoli quando i suoi perentori miagolii in piena notte eliminavano il diktat “nella stanza da letto no!”; premurosi le rarissime volte in cui qualche guaio ci costringeva a una visita dal veterinario; educativi, inutilmente, quando altri gatti sono entrati a condividere lo stesso tetto.

Come scrive Augé “E poi nel corso degli anni, impercettibilmente, le sue forze hanno incominciato a cedere”.

Da quando ha compiuto 19 anni, ho sempre pensato che fosse lei la prima a lasciarci. Invece – quasi come preveggenza del veterinario “Metterà via tutti”, – se ne sono andati prima Chat Noir e l’anno scorso Luna.

Il primo segnale di cedimento per Miciù è stata la sordità. Proprio non ci sente: da qualche anno sopraggiungere alle sue spalle la fa sempre trasalire. L’odorato però si conserva benissimo, visto che è sufficiente aprire una bustina per vederla arrivare. Ma mentre prima la sua corsa si manteneva abbastanza agile, da un paio d’anni probabilmente è intervenuta l’artrosi e ora, più che correre, si può dire caracolli, perché anche il cammino, all’alzata, è diventato incerto.

Dal maggio dell’anno scorso è peggiorata la sua insufficienza renale. Pur tuttavia anche l’estate del 2019 – i classici tre mesi – li ha trascorsi serenamente in giardino, trovando tutte le scorciatoie possibili per evitare i gradini e godendosi il sole nelle posizioni più strane per autocurarsi con l’elioterapia.

Nelle sue peripezie, tuttavia, è rimasta sempre la Lady che abbiamo conosciuto nel passato. I suoi spazi si sono mantenuti rigorosamente alla larga dagli altri quattrozampe e ha iniziato ad onorare di nuovo l’appartamento cittadino solo dopo quattro mesi dal decesso di Luna, infine convinta della sua assenza.

Anche nel caso di Miciù, sento di condividere l’assunto di Augé: il corpo parla della vecchiaia, ma la sua indole rimane quasi sovrapponibile alla sua più giovane adultità.

Ora, dallo scorso novembre, Miciù è costretta a provare l’ebbrezza dello studio veterinario: l’unica alternativa alla soppressione è infatti la flebo idratante a giorni alterni per diluire la carica batteriologica delle sue urine. Incredibilmente questi dieci minuti di terapia palliativa l’hanno ringalluzzita: dalla sua postazione fissa in bagno (ben vicina a lettiera, ciotola d’acqua e di cibo) ha iniziato le passeggiate in cucina e in soggiorno, ha ripreso a mangiare con discreto appetito, ma non riesce più a salire sulla poltrona.

Quindici giorni fa però c’è stato un ulteriore cedimento. Il suo digiuno protratto ci aveva convinto a intervenire in forma più drastica, poiché l’esperienza con Luna non voleva essere ripetuta.

Fissato l’appuntamento col veterinario per l’eutanasia dopo l’ultima idratazione – eravamo senza auto – ognuno di noi due TartaRugosi faceva i conti con la propria elaborazione del commiato. Perché anche se sono anni che ci diciamo che siamo arrivati alla fine, quando poi ci arrivi davvero non sei mai pronto.

Ma Miciù ha conservato anche la sua testardaggine, alla faccia della vetustà.

Ha ripreso a mangiare, se pur dimezzando le quantità. Sappiamo che stavolta non potranno esserci più riprese mirabolanti, ma siamo ancora affascinati dalle sue precise comunicazioni: al mattino non mangia se non iniziamo la giornata con lo sticker di ghiottoneria; alla sera, puntualmente, intorno alle venti, all’ora del telegiornale anziché accucciarsi sul tappetino vicino alla poltrona, si piazza a muso in su, fissandoti intensamente finché non la prendi in braccio.

Beninteso, la concessione è regolata dai suoi desideri: circa quindici minuti di coccole a base di baci e massaggi e poi il messaggio chiaro delle zampe anteriori sul bracciolo della poltrona. Fosse per lei si lancerebbe da sola, ma dopo aver assistito a un suo salto precario e a un trascinamento dolorante delle zampe posteriori, ora si muove verticalmente solo se accompagnata.

Gatta davvero con una soggettività sorprendente, tanto quanto Luna aveva una inaudita relazionalità.

Per Miciù non ci saranno commemorazioni particolari. Come per la sua Mamma Gatta Subdola, inavvicinabile ma onnipresente e deceduta a sedici anni nel giardino, mi limito con gioia a vederla vivere e a condividere il titolo dell’ultimo libro di Boncinelli: Essere vivi e basta.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Eleonora Tarabella (2019), La donna brutta. Vita e scrittura di Violette Leduc, Enciclopedia delle donne

Poco conosciuta, pochi i suoi romanzi tradotti in italiano, Violette Leducè una scrittrice dalla vita tormentata e incapace di adattarsi al mondo quotidiano.

Nata nel 1907 in una cittadina francese da una domestica sedotta dal figlio del padrone, a quattordici anni sarà dalla stessa mandata in collegio, dove scoprirà le sue prime pulsioni di desiderio verso una compagna di classe che sfoceranno nel romanzo Thèrese e Isabelle.

Violette è una donna ribelle, insofferente alle regole, artefice della propria costruzione di mostro, o di donna brutta (femme laide, scriverà di lei Simone De Beauvoir), supportata da un caratteraccio impossibile, dalla povertà e dalla vicinanza alla follia.

Eppure la sua scrittura è unica, tale da richiamare l’attenzione di Simone De Beauvoir, disposta a versarle una cifra mensile pur di permetterle di scrivere a tempo pieno.

Violette nei suoi scritti descrive con un linguaggio unico, lirico e carnale i suoi amori infelici, le sue esperienze lesbiche, i suoi innamoramenti di omosessuali, il fallimento del matrimonio e l’aborto, tutte relazioni sbagliate.

Resterà, prima di tutto per se stessa, quella “bastarda” che ha dato il titolo al libro che l’ha resa famosa e che porta la prefazione proprio di quella Simone di cui si è perdutamente innamorata, ma dalla quale non sarà mai contraccambiata.

Violette è “affamata” di Simone (L’affamata, 1948, è un’appassionata dichiarazione di amore folle e impossibile, che invade la vita e diventa scrittura: “Quando vi presenterò il mio quaderno saranno i baci che non vi darò mai”.) Simone, decisa, calma, razionale, è affascinata dal talento e dalla sincerità di Violette, ma respinta dal suo aspetto e conscia della sua nevrosi al punto da trattarla da “caso clinico”.

Questo pare il destino di Violette, essere di talento per i critici (Sartre, Genet) ma ignorata dal pubblico, cercare affetto ma essere respinta. Legge e scrive avidamente, perché Violette è un’affamata. Di vita, di amore, di persone, di emozioni. E’ bulimica nella sua affettività. Ama e odia, avvicina e poi allontana, graffia, scalza, si lamenta, petulante come pochi”

Quella di Leduc è letteratura dello scandalo, dell’eccesso, di quella parte maledetta che mette l’uomo di fronte alla miseria di cui è fatta la sua stessa vita.

Ma è anche letteratura della libertà, la libertà di scrivere d’amore senza nascondersi dietro alle parole, accettando il rischio della censura senza piegarsi a qualsivoglia perbenismo di facciata.

A-morale, irriverente, controversa, incomprensibile, paranoica, Violette Leduc ha gettato il seme per un nuovo modo di scrivere il femminile, nutrendosi dell’importate appoggio dei filosofi esistenzialisti, Simone de Beauvoir in particolare, ma con la straordinaria capacità di sporcarsi le mani della materia con cui è fatto il dolore di ogni donna”.

Quando proprio con La bastarda arriverà il successo Violette lo accoglierà con diffidenza, anche se finalmente i soldi – lei, tirchia per necessità – le permetteranno di acquistarsi una casa a Faucon, in Provenza, unico luogo che la metterà in contatto con la natura e la terra, facendole ritrovare un po’ di pace e serenità. Troverà la morte proprio qui, nel 1972, per un cancro al seno.

Me ne andrò come sono arrivata. Intatta, carica dei difetti che mi hanno tormentata. Avrei voluto nascere statua, invece sono una lumaca sotto il suo strame. La virtù, le qualità, il coraggio, la meditazione, la cultura. A braccia conserte, mi sono spezzata contro queste parole”.

L’appassionata biografia tracciata da Tarabella riporta in Appendice anche alcuni articoli di Leduc comparsi sulla rivista Pour Elle.

Inoltre la vita della scrittrice è raccontata nel film “Violette” (2015) di Martin Provost, già conosciuto per il successo di Séraphine.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Laura Imai Messina (2020), Quel che affidiamo al vento Piemme, Milano

Ho il privilegio (almeno sinora) di non essere mai stata coinvolta nelle catastrofi che stanno periodicamente sferzando il nostro pianeta.

Ricordo però l‘atmosfera misteriosa della mia visita di tantissimi anni fa agli scavi di Ercolano e Pompei: mi trovavo di fronte a scene sospese di frammenti di vita quotidiana consegnati all’immortalità proprio nel momento in cui si decretava la fine terrena.

Che cosa avevano interrotto quei fiumi di lava e ceneri sgorgati dalle viscere della terra? Quale era stato il pensiero di quei corpi colti in atteggiamenti e movimenti che in quegli attimi sarebbero diventati gli ultimi? Quali le parole non dette? La furia degli elementi aveva bloccato tutto, consegnando all’umanità l’enigma delle risposte.

La storia di Yui purtroppo non risale ai millenni trascorsi da quella tragedia. E’ storia del nostro secolo, quando nel 2011 tsunami e terremoto di proporzioni immani hanno sconvolto il Giappone, provocando migliaia di morti. L’onda aveva spazzato via tutto ciò che si trovava sul suo percorso, facendosi beffe dei vani tentativi di porsi in salvo di coloro che assistevano impotenti alla sua avanzata.

Lo tsunami raggiunse un’altezza di molto superiore alla stima prevista, così che alcuni rifugi divennero una formula guasta, una parola sbagliata, come una definizione imprecisa che crea una solida corrispondenza tra due cose che invece non si somigliano affatto. Così era successo anche a sua figlia e a sua madre, che nel rifugio avevano trovato la morte”.

La morte improvvisa dovuta a cause inaspettate e violente è un evento lacerante per chi resta: i fili spezzati della relazione si afflosciano, resta solo lo spazio per le domande e lo sconforto per ciò che non si è fatto o agito in maniera inopportuna.

Il “dopo” di Yui è un lento tragitto verso la ricostruzione, con tutti i travagli che l’elaborazione del lutto traumatico ingloba e l’inderogabile necessità di riorganizzare e ridefinire il proprio rapporto con chi non c’è più.

In questo dolente viaggio di resilienza, il giardino di Suzuki-san diventa il crocevia di chi si sente intrappolato e solo nel proprio dolore: C’è questa cabina telefonica in mezzo a un giardino, su una collina isolata dal resto. Il telefono non è collegato ma le voci le porta via il vento. …Una cabina telefonica in un giardino, un telefono non collegato tramite cui parlare con i propri defunti. Davvero riusciva a consolare una cosa così?… E se invece Bell Gardia fosse stato tanto pieno di gente da dover fare la fila? Del resto chi non ha dei morti con cui vorrebbe comunicare? Chi non ha almeno una cosa rimasta in sospeso con l’aldilà?

A Bell Gardia il vento non frena un momento. e Yui pensò allora che la cornetta, più che incanalare e guidare le voci verso un solo orecchio, avesse il compito di diffonderle in aria. Si domandò se quei morti richiamati alla vita di qui, in quella di là non si tenessero invece per mano, se non finissero per fare conoscenza tra loro, e per dare vita a storie che i vivi ignoravano completamente

Se la morte interrompe una interazione, non intacca certamente il legame di una relazione, con tutti i suoi desideri, aspettative, sogni costretti a un’immobilità non cercata nel pieno svolgimento della vita. Ma quando essa accade, allora l’ultima istantanea ha sempre necessità di essere ricomposta, per poterle dare una forma, una spiegazione, un diritto di replica. Per non essere travolti da sentimenti violenti e contrastanti, la rabbia, la nostalgia, la devozione, il rimpianto: “io dentro quella cornetta ci verso tutti i discorsi, anzi, molti di più …Non mi censuro mica. Glielo dico che è stato un idiota. Parlo, parlo e non mi torna in cambio nulla, solo silenzio. Però poi la notte lo sogno e lui mi risponde per filo e per segno. Sembrano le battute di un copione tagliato a metà. Ognuno dice la sua, a turno, quindi non litighiamo e abbiamo il tempo per pensare a cosa dirci la prossima volta.”.

Il Telefono del Vento, proprio perché senza fili, non è il luogo in cui esclusivamente si piange il morto, ma è sacralità di uno spazio in cui si intrecciano i fili delle storie dei sopravvissuti, perché i lutti si assomigliano tutti e, insieme,non si somigliano affatto.

C’era un ragazzino che andava lì ogni sera a leggere ad alta voce il giornale per il nonno, c’erano molti che andavano a piangere e basta. Qualcuno andava a consolare un defunto che non aveva avuto sepoltura, disperso chissà dove, sul fondo del mare o in uno dei tanti cumuli d’ossa che scava la guerra. C’era anche una madre che aveva perso i tre figli nello tsunami e non si rassegnava al silenzio, e allora parlava parlava, per riempire il vuoto rimasto. C’era una bambina che chiamava il proprio cane, che gli chiedeva come fosse nell’aldilà .. A frequentare quel luogo si capiva un po’ di più come funzionava la gente

Kui ha il grande compito di riacquistare sicurezza e fiducia nel futuro: il suo pellegrinaggio la porta periodicamente accanto al Telefono del Vento, ma nella cabina non riesce ad entrarci. Osserva e ascolta però le parole di chi in quella cornetta riversa tutto ciò che richiede un finale differito nel tempo.

Finale che arriverà anche per Yui, quando un altro uragano la porterà a sfidare la sua stessa vita pur di proteggere quel luogo di resilienza in cui, ognuno a modo suo, ha potuto ritrovare se stesso.

Della propria fragilità, Yui non amava parlare. L’aveva però alla fine accettata e quello era stato il modo per ricominciare a prendersi cura di sé .. . La vita consumava, col tempo creava innumerevoli crepe, fragilità. Erano però proprio queste a decidere la storia di ogni persona, a far venir voglia di andare avanti per vedere cosa sarebbe successo poco più in là.

Sarà infatti poco più in là che finalmente Yui varcherà la soglia e finalmente sarà pronta per una nuova storia di donna, moglie e madre.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Alicia Giménez Bartlett EXIT (2012). Traduzione di Maria Nicola Sellerio Editore Palermo

C’è un tempo per vivere e un tempo per morire.

A Exit si vive il tempo del morire.

Attenzione, la morte per libera scelta, non quella della malattia. Perché per accedere alla lussuosa villa di campagna è necessario produrre una certificazione che attesti l’assenza di depressione o malattie psichiche. Il contratto è chiaro: la permanenza, non più lunga di una stagione, può giungere al termine o col suicidio, o, in caso di ripensamento, con l’abbandono della sede prima dell’arrivo di nuovi ospiti.

E’ ovviamente pattuito che la morte non può avvenire se non per mano dello stesso richiedente: nella villa non si praticano omicidi.

Messa così parrebbe una lettura un po’ macabra, ma l’abilità della scrittrice sta proprio nella scelta di soffermarsi, più che sul singolo candidato e le sue motivazioni per dire addio alla vita, sulle dinamiche del gruppo che si trova a condividere i tre mesi di permanenza prima della fine. E lo fa con tale leggiadria e leggerezza che più volte il lettore sospetta un lieto fine (non previsto).

La parentesi di una stagione si dimostra quale metafora di un gradevole congedo cui non è difficile abituarsi, grazie al godimento dei piaceri garantiti dall’attenta e premurosa vigilanza dei due medici e dell’infermiera, della compagnia delle altre persone accomunate dal medesimo obiettivo, dell’esenzione dall’obbligo di dover spiegare la causa del gesto. Soprattutto perché a Exit in teoria erano in grado di inscenare o ricreare qualunque genere di suicidio, fantastico, storico o letterario che fosse.

Il progetto prevedeva che ciascuno potesse scegliere la morte che più desiderava, con l’ausilio della più affidabile consulenza medica, optando una teatralità del passaggio finale consono allo stile prescelto. “Sono venuta qui per suicidarmi in modo originale, personalizzato, confortevole e poco traumatico – esattamente come promette la vostra pubblicità

Perché qui mi è stato insegnato che è possibile farlo nel migliore dei modi, senza scomporsi, senza gridare dal terrore, lasciandosi portare da un sogno, senza sentirsi soli”.

Parrebbe che la morte desiderata trovi finalmente modo di esprimere ciò che nella vita non si è realizzato, una messa in scena che diventa la realtà agognata. Nulla si sa della biografia dei convitati: caratteri, personalità, inclinazioni emergono pian piano nello scorrere dei giorni, fra passeggiate nel parco, musica, pranzi raffinati, chiacchiere e nascite di irrefrenabili passioni. Non vi è nulla da perdere e nessun freno per ciò che la vita può ancora offrire. Seguiamo le ultime giornate di persone di diversa estrazione sociale: l’alto finanziere, il poeta, due bellissime giovani lesbiche e amanti, il ferroviere, la vedova, il clochard. E in questi succulenti ed erotici pomeriggi estivi la missione finale arriva come l’inevitabile scoccare dell’ora di un appuntamento inderogabile, richiamando l’attenzione degli organizzatori per allestimenti non sempre facili da realizzare.

Voleva morire come Giulio Cesare. Né più né meno. Chi poteva supporre che un uomo così umile e discreto se ne venisse fuori con un’idea del genere? Come tutti sanno, però Giulio Cesare non si era ucciso. Solo che al signor Ottosillabo la questione pareva secondaria. Aveva pagato il soggiorno perché trovava il progetto di Exit eccellente ...se qualcuno doveva vestirsi da antico romano e dargli qualche pugnalata, il problema non riguardava lui, riguardava unicamente i responsabili dell’organizzazione.

O la bella Clarissa che vuole uccidersi come Madame Bovary. “Col veleno?” “Col veleno e tutta la manfrina. Un suicidio letterario preso alla lettera”. Quel suicidio presentava non poche difficoltà. Data la sua esposizione per scene staccate, e la sua sostanziale concisione narrativa, l’episodio doveva essere largamente rimaneggiato.

Per non parlare di Eugenius: “L’importante per me è il sepolcro” “Intende dire un monumento funebre?” “Quello che voglio è una piramide. Voglio perdurare come i faraoni … Vi basterà accompagnarmi in solenne processione senza dimenticare di introdurre gli oggetti personali che io vi indicherò, insieme a cibo e buoni vini all’interno della piramide”.

Nella splendida villa dieci camere si aprono sul corridoio … la prima, ornata di pizzi e quadri antichi. La seconda ha un’aria alpina .. La terza è tutta rosa. La quarta, di ispirazione marinara … La sesta moderna e funzionale … La settima ricorda la cella di un monastero. L’ottava propende per uno spumeggiante stile Luigi XV. La nona è tutta specchi. La decima accoglie robusti mobili di rovere e quando sta per scadere il contratto l’organizzazione richiede praticità:

Signori, abbiamo pochi giorni di tempo e non possiamo fare a meno di entrare in argomento. Quanti di voi hanno deciso quando e come arriverà il trapasso?”.

Perché la nuova stagione è in arrivo e uomini e donne annoiati o stufi della loro esistenza attendono. Perché “Ci saranno sempre ospiti a Exit, sempre”.

Diego, la tartaruga gigante che ha ripopolato le Galapagos, articolo di Silvia Morosi in sette.corriere.it

TartaRugosa ha visto e scritto di: STILL LIFE (2013) regia di Uberto Paolini e Il mio ricordo degli eterni. Autobiografia, (2011) EMANUELE SEVERINO, Rizzoli

Il regista Uberto Paolini non ha una diretta discendenza dal più noto Pier Paolo, ma vanta comunque un’altrettanto nobile parentela, in quanto nipote di Luchino Visconti.

Il film Still life è la sua seconda prova di regista.

Martedì 21 gennaio 2020, Rai5 ha messo in onda questo film, nello stesso giorno in cui veniva data notizia della morte del filosofo Emanuele Severino (a distanza di quattro giorni dall’effettivo decesso, ma resa pubblica a funerali avvenuti secondo la volontà dello stesso Maestro).

Evento del tutto casuale ma, se considerato nell’ottica della sincronicità junghiana e del pensiero severiniano, assolutamente celebrativo della supremazia dell’Eterno.

John May è un impiegato comunale che si occupa della ricerca dei familiari di coloro che trapassano in condizioni di solitudine.

John May è una persona timida, sensibile, scrupolosa che indugia attentamente sui piccoli indizi trovati ogni volta che varca la soglia dell’abitazione di chi non c’è più.

Le sue mosse non sono dettate da curiosità morbose o protocolli d’ufficio. La sua personale vocazione va ben oltre: è l’umana ricerca della storia di chi ha affrontato la morte senza accompagnamento, privato dalla vicinanza di un affetto.

I colori della pellicola ci appaiono sfumati, più vicini al bianco/nero e appena ravvivati da tonalità grigio tortora e tenui pastelli, come a sottolineare la cupezza del compito assunto.

Pochissimi i dialoghi, più dense le immagini che sanno rappresentare lo svolgersi delle vicende esistenziali.

Entriamo in case da cui ancora traspira la vita di chi vi abitava: dalle foto incorniciate, a lettere ritrovate in un cassetto, a calze di nylon stese allineate ad asciugare sul filo della biancheria, a mutande appoggiate sul calorifero laddove bottiglie vuote testimoniano un trascorso di disperazione.

John May raccoglie indizi, ritaglia accuratamente fotografie che apposta in bell’ordine su un album dedicato che, nel corso del tempo, (22 anni) è diventato una sorta di “pictures of an exibition” sempre più consistente.

In questo rovistare nel passato c’è il desiderio di riallacciare legami allentati, di verificare le cause di quell’essere soli, di riconsegnare a chi rimane un ultimo ricordo.

Ma, ancor più struggente, i piccoli particolari di cui ogni singola vita è ricca, serviranno a John May a scrivere una necrologia personalizzato, un sermone individualizzato da consegnare e far leggere al prete durante la cerimonia funebre, in una chiesa vuota, dove l’unico presente, oltre all’officiante, è John May, solitario accompagnatore della salma anche al cimitero.

Altri personaggi compaiono nel film: addetti alle celle frigorifere, che ricordano a May che i giorni della ricerca dei superstiti stanno per scadere e la pratica in qualche modo va chiusa. E non sorprende il viso malinconico del nostro funzionario che appone sulla cartella il timbro “caso chiuso” nella maggior parte dei casi senza la soddisfazione di un esito positivo del suo lavoro.

Inaspettatamente la vita di May è scossa da un avviso crudele: il suo ufficio deve essere ridimensionato e poiché la sua presenza è giudicata inutile e costosa – “è troppo lento” nell’espletamento delle pratiche – sarà licenziato.

Sorpreso May incassa la notizia, ma chiede comunque qualche giorno di proroga per portare a compimento l’ultimo caso, quello di William Stoke, vecchio alcolista alloggiato nella casa di fronte alla sua.

Questa ultima ricerca lo farà risalire a Kelly la figlia di Stoke, ma da lui abbandonata molti anni prima. Per carpire ulteriori notizie, May riecupera anche vecchi amici di William e con loro si ritrova a condividere il prezzo richiesto per le informazioni, una bottiglia di whisky.

Kelly, raggiunta a Londra, prende atto della morte del padre e si oppone alla richiesta di presenziare al funerale. Si profila per May un’ulteriore e ultima archiviazione di una morte senza cordoglio. E’ nel suo ufficio per sistemare con estremo ordine i suoi incartamenti e uno squilllo di telefono lo distoglie da un gesto estremo.

E’ la voce di Kelly che ha cambiato idea e desidera incontrarlo.

Si apre una prospettiva insolita per John May: i colori della pellicola si riaccendono, sul suo viso mesto appare il sorriso, e l’emozione di accettare l’invito a bere qualcosa nel futuro sottolinea un nascente interesse fra i due.

Fin qui la storia. Ma che cosa tiene insieme la trama di questo denso film con il pensiero di Emanuele Severino?

Banale e riduttiva sarebbe la scelta di una happy end in cui lo sconforto del licenziamento viene ricompensato dall’amore grato di una figlia che ritrova il padre sparito grazie al distinto signore che si è fatto artefice del ricongiungimento.

La vita presenta eventi non programmabili e anche per lo spettatore pochi secondi sono sufficienti a capire che per John May non ci sarà un futuro.

Il suo funerale, seguito da nessuno, si svolgerà in concomitanza a quello di William, al cui feretro sono accodate tutte le persone che John ha raggiunto per darne la notizia.

Triste e amaro sarebbe questo finale su cui la cinepresa si sofferma: a pochi metri di distanza giacciono il “caso chiuso” di Stoke con un’ignara Kelly di nuovo vicino al padre e il tumulo di fredda terra nera che ricopre la bara di John nel deserto campo comune.

Scrive Emanuele Severino:

Poi, quando la vicenda terrena dell’uomo sarà giunta al proprio compimento, sarà necessario che ognuno faccia esperienza di tutte le esperienze altrui e che in ognuno appaia la Gioia infinita che ognuno di noi è nel profondo. Essa oltrepassa ogni dolore sperimentato dall’uomo” (p. 12)

Ed ecco che, ad uno ad uno, dal brullo paesaggio circostante, prendono corpo e movimento tutti coloro che in John May hanno trovato prossimità, compassione e umanità proprio nella condizione del compimento finale, quando tutto sembra destinato a diventare nulla.

Attorno al tumulo di John una moltitudine accorata accoglie con Gioia l’eterno suo esserci:

In pace riposano i cadaveri. Lasciandosi alle spalle il dolore e la morte, quella luce mostrerà all’infinito una Gioia sempre più infinita”.