TARTARUGHE, di Anna Bergna

TARTARUGA

Spinge la testa, la inclina di lato.

Le solletico la pelle del collo dov’è più sottile:

non ha altra compagnia,

mi pare indispensabile toccarla.

Penso alla saldatura dentro la corazza.

Legata disarmata

nell’abitacolo di un carro armato.

Ci rifletto stretta sul divano

sotto una coperta che potrei alzare.

Lei si affaccia, stende le zampe,

dietro sporge la coda,

ma dentro non può invitare alcuno:

condannata ad abitare sola la sua casa.

 

TARTARUGA 2

Pare l’evoluzione

abbia lavorato alla corazza

stretta in una cappa di paura.

L’accoppiamento

senza una pancia morbida,

io non capisco come si possa fare.

Senza carezze, come?

 

TARTARUGA 3

Mi cammina tra i piedi,

ma abitiamo lo stesso giardino?

Nell’angolo dove le foglie si sciolgono

ho sepolto il suo vecchio coinquilino:

un coniglio.

Ha un significato per lei?

Sa che la terra e un cimitero?

Vede lampeggiare la freccia?

 

Un mondo leggero il suo,

se e solo crosta di presente.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Andrée Bella (2014) Socrate in giardino, Passeggiate filosofiche tra gli alberi, Ponte alle Grazie, Salani Editore, Milano

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Andrée Bella (2014)

Socrate in giardino

Passeggiate filosofiche tra gli alberi

Ponte alle Grazie, Salani Editore, Milano

socragiardigrande

 

Non è questione di amare o meno la natura.

La questione riguarda piuttosto l’interrogarsi, il soffermarsi, l’ascoltare e l’ascoltarsi.

Perché ci sono vicende in cui l’uso delle parole può rivelarsi insufficiente, se non inopportuno e inefficace.

Sono le vicende dell’umana sorte legate al mistero, all’insondabile, all’ineffabile che, nella loro presunta individualità, si dispiegano  ad accogliere l’universale e l’eterno.

In quel  vuoto che si forma dentro, nel tempo surreale che può perdere il suo senso,volgere lo sguardo alla natura che ci possiede,  prendersi per mano e accompagnarsi lungo la vita diventa la terapia più profonda per ritrovare se stessi.

Per lo meno, da tartaruga la vedo così, e così la vorrei vivere, nonostante l’obiettiva difficoltà.

Ho imparato due definizioni di vita:

Bios (da cui biografia), che designa la vita legata al nostro nome e alla nostra storia, il cui inizio è sancito dalla data di nascita e la cui fine dalla data di morte.

Zoé (da cui zoologia), che designa la vita universale che ciascuno di noi si porta dentro, intrecciata sì alla bios, ma ben più ampia, una vita senza nome e al di là del pensiero.

Andrée Bella suggerisce di connettere il microcosmo (il proprio agire e il proprio sentire) al macrocosmo (quel tutto senza il quale la vita umana non avrebbe potuto darsi): “A partire da questa prospettiva il senso dell’anima si trova nel mondo e quello del mondo può essere riconosciuto e celebrato nell’anima e i due poli risultano essere indissociabili”.

Perché quindi non ispirarsi agli esercizi dell’antica terapeutica filosofica, grazie ai quali si può tentare di trasformare i propri modi di sentire e pensare?

E’ intorno a questo tema che il sottotitolo del libro “Passeggiate filosofiche tra gli alberi” ci insegna ad essere “sereni e fermi anche di fronte alle avversità, comprese la vecchiaia, la malattia e la morte stessa”, nonché a “vivere concretamente cercando di non smarrirsi nei meandri quotidiani del piccolo, soffocati da abitudini inerti o doveri vuoti”.

La prima passeggiata propone l’esperienza filosofica dell’autunno e le riflessioni mito-botaniche sulla perdita e sulla morte.

Fra noccioli, edere, betulle, è l’incontro con un pino silvestre in difficoltà che maggiormente mi colpisce. Proprio lui, “emblema immaginario di una forza che non soccombe all’arrivo del freddo” è lì, malato e in sofferenza, eppure sa che deve in qualche modo resistere, imparare a sopportare. Il pino dolorante allora evoca questo esercizio “Mettere a fuoco la capacità di resistenza”. “La capacità di resistenza è una cosa diversa da una stanca rassegnazione o dall’atto di ribellione, pur potendo coincidere in parte con l’una o con l’altro. A volte siamo costretti a subire situazioni che non possiamo cambiare. Situazioni difficilissime, malattie gravi, proprie o altrui, licenziamenti ingiusti, incidenti, morti improvvise e premature, inganni e così via. Situazioni per le quali non si vive, ma si sopravvive. … La capacità di resistere, che può avere tratti eroici anche in certi gesti quotidiani, come alzarsi ogni mattina … implica costanza, volontà e fatica. … La fatica può essere foriera di grande felicità, Ma bisogna imparare a sopportarla … Ogni difficoltà superata significa apprendimento, cambiamento.”. Come si può imparare qualcosa se prima non si sperimenta un crollo?

Anche l’incontro con i pioppi neri fortifica l’esercizio,

Narra la leggenda che Fetonte, figlio del dio Sole, riuscì a farsi prestare dal padre il carro di fuoco per poter volare nel cielo, ma la sua incapacità di governare le briglie rischiò di fargli bruciare l’intera terra  e Zeus fu quindi costretto a intervenire e a fulminarlo. Le sorelle Eliadi, vedendo il corpo cadere nel fiume Eridano, iniziarono a piangere senza smettere mai e Zeus, impietosito, le trasformò in pioppi neri. La loro corteccia nera ci ricorda che “bisogna saper guidare il carro, non avvicinarsi troppo al sole e neppure alla terra, saper stare in equilibrio. Il tentativo di trasfigurare il dolore e la sofferenza, di trascendere e trasformare il negativo e di oltrepassare il limite e salire, deve accompagnarsi alla conoscenza permessa dal discendere e dal vedere il limite e la morte”.

La seconda passeggiata celebra le nozze tra acqua e terra, con la bella metafora del “lasciarsi accadere” come i salici disposti in riva al fiume: “Rami che sanno ondeggiare assieme alla corrente, senza spezzarsi, delicati e potenti nell’arginare i fiumi”. L’esercizio è “Provare a stare con quello che c’è, dentro e fuori, ogni giorno”. “Accettare ciò che si è e si ha o non si ha più … La consapevolezza che è inutile inasprirsi, chiudersi, rifiutare ciò che accade. Inutile pensare che la propria sofferenza sia colpa degli altri o di qualcosa che ci manca”.

Ci vengono in aiuto gli stoici e la loro disciplina dell’assenso: vedere le cose così come sono, cercando di eliminare il giudizio e il pathos che le rende terribili e temibili per noi.

La forza acquatica, ricordiamolo, possiede le sue ombre e i suoi rischi. Possiamo infatti impantanarci nella palude: “quando il saper seguire e adattarsi alle situazioni diventa passività, fino a un’immobilità stagnante e mortifera. Una situazione psichica in cui tutto è annacquato e non ci si può appoggiare a nulla, i contorni si sciolgono e non permettono appigli”.

E’ l’ontano l’albero cui dobbiamo rivolgerci per arginare lo sprofondamento depressivo. Il legno di quest’albero, infatti, non marcisce (il ponte di Rialto poggia su pali di ontano, così come molteplici cattedrali medievali). “Dove l’acqua ristagna, ecco nascere gli ontani a fissare l’azoto dell’aria e a resistere. E’  una necessità di equilibrio e complementarietà, saper lasciare accadere e scegliere, accogliere e decidere, abbandonarsi e sforzarsi, ascoltare e prendere la parola, cedere e proporre, coltivare pace e saper combattere”.

Sempre dagli stoici un altro esercizio: “Inserire ogni oggetto nella catena delle cause”. Serve a ricordare che le cose non possono esistere da sole.

Ecco la quercia e la ghiandaia. La ghiandaia sputa nel terreno le ghiande che porta nel becco, le osserva e le ingoia di nuovo tutte, tranne una, che resta lì nel terreno, pronta a seguire il suo nuovo destino. Fa questa operazione più volte salvando se stessa e la quercia, che si propaga in continuazione. Gli stoici sostenevano che per un singolo fare il bene della comunità equivale anche a fare il proprio bene e invitavano quindi all’esercizio dell’azione al servizio degli altri.

Nella terza passeggiata, dedicata alle nozze tra terra e fuoco, l’esercizio proposto è “Attenzione alla sensazione e alla consapevolezza di essere vivi”. Ovunque. Persino in un parcheggio di città, dove il rapporto con la natura può essere solo immaginato. “L’accaparramento di suolo a fini commerciali, la parcellizzazione pianificata e la privatizzazione, l’aumento dei dispositivi di controllo e l’omogeneizzazione delle attività legate al consumo rendono più difficile abitare felicemente il territorio urbano. … Ma forse esiste, è esistito e sicuramente potrà sopravvivere un desiderio altrettanto intenso di liberarsi di tutto ciò. Un desiderio che mira a costruire vite, strade e case differenti. E’ il desiderio filosofico, un bisogno di trasformazione e miglioramento di sé e del mondo che con il possesso non ha nulla a che vedere”.

Guardiamo dunque quel fico che rompe il cemento e cresce nella crepa del muro. Il fico è il simbolo di illuminazione e conoscenza, della “forza misteriosa che si propaga e si espande. Oltre la morte. Instancabile. Eterna. E’ una volontà umana che cerca perseverante, nonostante il morire, il senso della vita”. Nella sua vitalità ci insegna che per alimentare la fiamma del mondo bisogna andare oltre ai propri interessi. Solo così, misteriosamente, potremo comprendere che soffiando sul fuoco del mondo si soffia su un fuoco che pure è nostro e ci è intimo.

Entusiasmarsi equivale ad avere un “soffio dentro”, cosa che accade ogni volta che respiriamo. Nella natura il respiro è dato dal vento e dal suono che produce soffiando fra gli alberi e “forse bisogna imparare dai pioppi tremuli, imparare a oscillare con il vento. Senza fermarlo, senza imprigionarlo, senza farsi sbatacchiare qua e là”. Ogni città dovrebbe possedere un luogo in cui fermarsi ad ascoltare il canto dei pioppi, un luogo dove “mettersi ad ascoltare la voce del vento. Per addolcire la scansione meccanica dei ritmi quotidiani e la visione ristretta del tempo rigidamente organizzato. Per rimettere  tutto questo nell’orizzonte terrestre, nel succedersi delle stagioni e delle ore geologiche”.

La quarta passeggiata, infine, propone riflessioni mito-botaniche sulla nascita e rinascita: “Essere o non essere. E’ come un glicine che si appoggia a un albero”. “Bisogna comprendere come esercitarsi a rinascere e a innamorarsi. Il memento mori, ricordati che devi morire, si trasforma in memento vivere, ricordati di vivere”.

E ricordarsi di vivere non è poi vicenda così scontata, in quanto l’abitudine può inibire l’esercizio della meraviglia e della sorpresa, precipitandoci nella noia, come già osservava Seneca “Il sole non ha spettatori se non durante le eclissi”. Orfeo, il mitico musico cantore, sceso vivo nell’Ade aveva saputo evocare con il suo canto cosmico la gratitudine per la bellezza di tutto ciò che vive ed è destinato a scomparire. E l’Amor fati di stoica memoria insegna proprio ad innamorarsi di ciò che naturalmente accade, così come enunciava Marco Aurelio: “Non devi cercare di ottenere che gli avvenimenti avvengano come tu vuoi, ma desiderare gli avvenimenti così come avvengono e sarai sereno”. L’esercizio in questo caso, quindi, è quello di mantenere alta la consapevolezza che non tutto dipende da noi in ciò che ci accade nella vita. Ciò che invece è strettamente dipendente da noi è il nostro modo di vivere e percepire gli eventi che ci capitano. Se qualsiasi cosa ci capiti è consueta e ovvia, allora ricordiamo che amore del fato significa “Amore di una primavera capace di non dimenticare l’autunno. E viceversa di un autunno capace di non dimenticare la primavera … Camminiamo memori di queste alternanze, sereni come coloro che si esercitano a non avere paura di ciò che normalmente si considera negativo. … Stoicamente, camminiamo”.

Imparare pertanto a lasciarsi sbocciare in primavera. Così come il serpente, nella prima giornata di sole, esce dalla propria pelle, pronto per indossarne una nuova.

O, da tartaruga, rivedere l’azzurro del cielo dopo aver contemplato il buio della terra.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Stephen King (2000), La tempesta del secolo, Sperling &Kupfer, Traduzione di Tullio Dobner

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Stephen King (2000)

La tempesta del secolo, Sperling &Kupfer

Traduzione di Tullio Dobner

tempesta

Questa volta Stephen King non lascia via di scampo: questa volta vince proprio il Male.

Siamo a Little Tall Island, una piccola isola davanti alla costa del Maine, un luogo che già conosciamo per avervi incontrato Dolores Claiborne, del cui marito più volte nel libro si ricorda la misteriosa morte.

E’ una piccola comunità che fa vanto della propria coesione e della propria capacità di conservare i segreti per fronteggiare i rigori di una natura ostile, soprattutto in quel 1989, quando dalla TV viene dato annuncio dell’arrivo della tempesta del secolo: “Venti da uragano lungo la costa del Maine e sulle isole … quando comincerà a cadere la neve l’intensità della precipitazione crescerà velocissimamente … Diciamo che l’entità delle precipitazioni sarà straordinaria. Un metro? Probabile. Due? Possibile anche questo”.

Affascinati anche dalla modalità narrativa – praticamente la diretta sceneggiatura di quello che diventerà un film televisivo – seguiamo pietrificati il parallelo avvicendarsi dei tre giorni di tormenta e il diabolico piano di Linoge, il Male vestito da mostro.

Mentre larghe falde di neve si infittiscono sempre più, avvolgendo dapprima strade, poi auto e furgoni, infine case e negozi, ombre di orrore si allungano nelle tenebre della notte che cala.

Le storie delle famiglie della comunità, nuclei compatti di amore ed affetto, iniziano a mostrare incrinature sottili che presto si aprono in larghe crepe, dove precipita quell’integrità di idea di famiglia perfetta.

Il primo omicidio non resta a lungo misterioso. Linoge ha voglia di essere arrestato. Fa parte del suo piano informare tutti da subito sul perché è lì: DATEMI QUELLO CHE VOGLIO E ME NE VADO.

Fuori la tempesta infuria e l’orribile presagio che mai più nulla sarà come prima è anche il cedimento del faro, simbolo di luce e orientamento.

Linoge è la diabolica creatura che proietta e contemporaneamente rispecchia il fondo buio della coscienza, là dove si ha paura di guardare.

Le scene orrorifiche che il Satana perpetra celano gli scheletri sepolti nelle storie degli apparentemente tranquilli abitanti dell’isola.

La presenza del Male come prodotto delle responsabilità individuali emerge come per incanto grazie alla sapiente regia di Linoge che SA e CONOSCE i segreti di ognuno e se ne arma le mani: “L’isola è piena di adulteri, pedofili, ladri, intemperanti, assassini, prepotenti, farabutti e avidi idioti. Io li conosco tutti … nato nel vizio, morto nel supplizio. Nato nel peccato, a entrare sia invitato”.

Mosse da una forza superiore e incontrollabile, delicate e sensibili creature soggiogate da vendetta, rancore, delusione, invidia che annebbiano vista e coscienza,  diventano attori di raccapriccio e terrore, di omicidi crudeli ed efferati, punizioni terribili per peccati commessi e mai confessati.

Linoge, presentificazione del Male e della Cattiva Coscienza, porta agli uomini della comunità il suo messaggio: “Io ho vissuto a lungo, migliaia di anni, ma non sono un dio e nemmeno uno degli immortali … Calcherò ancora qualche suolo quando voi sarete sotto terra. Ma dal punto di vista della mia esistenza personale, mi resta poco tempo … Voglio qualcuno da allevare e istruire; qualcuno a cui passare tutto quello che ho imparato e tutto ciò che so; voglio qualcuno che porti avanti il mio lavoro quando io non potrò più farlo … Voglio un bambino. Uno degli otto che dormono là dietro. Non m’importa quale, sono tutti uguali ai miei occhi. Datemi quello che voglio, datemelo spontaneamente, e andrò via. … Negatemelo e i sogni che avete fatto la notte scorsa si avvereranno. I bambini cadranno dal cielo, voi andrete a gettarvi nell’oceano, a due a due, e quando la tempesta sarà finita, troveranno quest’isola vuota, deserta”.

Il Male non può permettersi di svanire senza lasciare eredi.

Sono ancora i bambini innocenti ad essere vittime del Male, irretiti dai suoi giochi e dalle sue magie, dalla testa del suo bastone che da cane lupo con la bocca insaguinata può trasformarsi in cane affettuoso, festosa guida nel cielo azzurro dietro cui Linoge vola tenendo per mano due bambini, a loro volta uniti ad altri due, fino a formare una larga V.

Se il Male sente di essere a fine corsa, deve continuare a nutrirsi, e non è detto che la vittima sacrificale se ne dispiaccia: se allevata dalla tenera età, un giorno potrà persino chiamarlo padre …

“Datemi quello che voglio …” la realtà del sacrificio di un figlio è più insopportabile di qualsiasi altro scenario, ma l’alternativa (la scomparsa di tutti) è un’atrocità  tragicamente superiore ad ogni tipo di incubo.

Quanto possono ancora sopportare gli abitanti di Little Tall Island?

Mike Anderson, lo sceriffo, è l’unico che disperatamente tenta di resistere, di ricompattare le forze di ognuno: “Opporglisi, uno di fianco all’altro, spalla a spalla. Dirgli di no in una voce sola. Fare quello che c’è scritto sulla porta attraverso la quale passiamo per entrare qui dentro, avere fede in Dio e ciascuno nel suo prossimo. E allora … forse … se ne andrà. Come sempre se ne vanno le tempeste, quando hanno esaurito la loro energia”.

C’è un fascino misterioso e malato nel guardare in faccia il Male.

Qualcosa che attrae e ipnotizza.

Andy: “Che scelta abbiamo. Che cos’altro possiamo fare?”

Tavia: “Tu parli come se avesse intenzione di uccidere il bambino, Mike … Come se fosse una sorta di … di sacrificio umano. A me è sembrata piuttosto una specie di adozione”.

Jonas: “Anzi, gli promette lunga vita. Se gli si vuole credere, naturalmente. E dopo aver visto io … il fatto è che io gli credo”.

Per Mike il dolore è insopportabile, folle, senza senso. Il cerchio composto della piccola comunità si sfalda e anche Molly, sua moglie, gli è contraria: “Non ci siamo mai tirati indietro davanti ai nostri doveri, Michael. Abbiamo partecipato a tutti i momenti della vita di quest’isola e ne faremo parte anche questa volta”.

Nessuno può contrastare Linoge. Ciò che hanno visto ha fatto loro capire che la sua forza soprannaturale ha la possibilità di sovvertire il corso degli eventi secondo un preciso disegno di distruzione.

Meglio accettare il mostruoso aut-aut. La pallina nera resterà fra le mani di Molly, segno che il prescelto da Linoge diventerà proprio il figlioletto di Molly e Mike.

E Linoge ringrazia.

“Avete fatto una cosa difficile, amici miei, ma a dispetto di quanto possa avervi detto lo sceriffo, è anche una cosa buona. La cosa giusta. La sola cosa, in realtà, che avrebbero potuto fare persone responsabili e amorevoli, date le circostanze”.

I segreti hanno bisogno di qualcuno che li ascolti, perché se rimangono prigionieri nel cuore di chi li vive, non potrà esserci salvezza.

Mike lascia l’isola e, a distanza di anni, coosceremo l’evoluzione dei personaggi incontrati durante la famosa tempesta del secolo.

Diversamente da altri romanzi di King, qui non siamo in presenza della favola che oppone il Bene al Male. Qui la paura del nostro tempo prende il sopravvento, è come se il mondo si svelasse a se stesso tirando fuori l’Ombra annidata nei gesti più banali, nelle pareti della casa, nei sotterranei della città.

E’ un romanzo senza speranza: infine il Male ce l’ha fatta a venire a regnare sulla Terra.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Ian McEwan (2005), SABATO, Einaudi, Traduzione di Susanna Basso

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Ian McEwan (2005)

SABATO, Einaudi

Traduzione di Susanna Basso

sabato

 

Una costante tensione pervade Henry – “quarantotto anni, e già in pieno sonno alle nove e mezza di un venerdì sera; ecco che cosa significa professionalità al giorno d’oggi” – da quando, quel sabato, nell’avvicinarsi della luce del giorno, una strana euforia lo cattura e lo porta alla finestra, da dove assisterà ad un atterraggio di emergenza di un aereo in fiamme.

Così inizia quella sua mattina, incupita dall’ansia di capire e di sapere che cosa sta succedendo su quell’aereo, ora che nella memoria ancora ben impresso rimane l’11 settembre che ha mutato la storia.

Una tensione che si dilata nell’attesa della comunicazione del fatto ai notiziari televisivi e che non si allenta quando si annuncia  che la causa è dovuta ad un incendio determinato da un guasto elettrico a bordo, “una notizia che ha deluso le aspettative – neanche un malvagio, nemmeno un morto” perché ormai così gira il mondo e nulla è più sicuro e vien da dubitare persino sugli incidenti tecnici.

Questo è il “dopo” dell’11 settembre e nel trascorrere delle ore di quel sabato l’ombra  di quel tragico avvenimento spesso ritornerà a far capolino nei dubbi, nelle discussioni, nello stile decisionale di questo affermato neurochirurgo che si prepara a vivere una giornata  in cui più eventi debbono incastrarsi per godersi l’ordine domenicale.

La famiglia Perowne, londinese, organizza il sabato nel rispetto dei ruoli, tempi e aspettative di ogni singolo suo membro.

Vari ingredienti fanno da contesto: intreccio e scontro generazionale, pressione del clima storico-politico contemporaneo, scienza e bioetica, dubbi dell’età di mezzo. Tutto avvolto in un freddo febbraio londinese in un susseguirsi di scenari esterni ed interni: la piazza, la manifestazione, il campo di squash, l’ospedale, la casa di riposo, l’agiata residenza privata.

I gesti e i pensieri di Henry ci accompagnano in questo spaccato di storia familiare che pur nel rocambolesco sviluppo di sole ventiquattro ore ci permette di capire come la famiglia Perowne abbia saputo coniugare al proprio interno prestigio, affermazione, carriera, comprensione, affetti durevoli nonostante le singole, comprensibili, diverse visioni del mondo.

Henry, un affermato neurochirurgo e Rosalind, una brillante avvocatessa, fidata e fedele compagna: “del resto, in una ambiziosa mezza età, spesso sembra non esistere altro che il lavoro … in assenza del lavoro può addirittura sembrare che non ci sia niente, che Henry e Rosalind Perowne non siano niente”.

E poi Theo, il figlio adolescente immerso nella musica, sicura promessa del suo futuro e Daisy, la giovane figlia diventata improvvisamente donna e i suoi premi letterari, quasi certa eredità del nonno materno John Grammaticus, geloso custode dei segreti della poesia e del poetare.

Già, i figli: per Henry la tensione è rivolta alla difficoltà di essere genitori, alle perplessità nel comprendere le possibili influenze sullo sviluppo del loro carattere e del loro atteggiamento verso la vita: “Ma ciò che davvero determina il genere di persone che sta per arrrivare nella nostra vita è l’incontro di quel singolo spermatozoo con quel singolo ovulo, e il modo in cui saranno scelte le carte dai rispettivi mazzi, come verranno mescolate, tagliate e distribuite al momento della ricombinazione”.

E  c’è anche Lilian, l’anziana madre che “aveva dedicato la vita alla casa, ai riti quotidiani di lustrare, spolverare, pulire e riordinare … E’ sicuramente a causa sua che Henry si sente a proprio agio in sala operatoria .. col pavimento tirato a cera, gli strumenti chirurgici in acciaio sistemati in file parallele su un vassoio sterile…”. Ora è stata rapita dall’Alzheimer e “ci volle un giorno per smantellare la sua vita” dopo averla condotta in casa di riposo.

In quel sabato, giornata in cui il “tempo risulta sempre interrotto, non soltanto da missioni e incombenze famigliari e sportive, ma anche dall’inquietudine che deriva da queste settimanali isole d’ozio” l’agenda si preannuncia densa di attività.

Ma può accadere che in una giornata come il sabato le strade si riempino di centinaia e centinaia di persone per dimostrare “di avere molto a cuore la vita degli iracheni … senza che nessuna di quelle persone sia stata torturata dal regime, o conosca e ami qualcuno che lo sia stato, e neppure sappia granché perfino dei luoghi in questione”.

Può anche accadere, quel sabato, che “lo schianto di uno specchietto tranciato insieme allo stridore di lamiere sfregate mentre due auto contemporaneamente si immettono in un corridoio largo abbastanza ad accoglierne una soltanto” non sia un incidente di poco conto, ma rappresenti il punto di avvio di una drammatica escalation, con risvolti imprevedibili, essendo uno dei due guidatori una persona colpita da una grave patologia neurodegenerativa quale il morbo di Huntington.

Una giornata, quel sabato, che Henry ha programmato a misura: la partita di squash col collega anestesista Jay Strauss – “detestano perdere tutte e due”; la spesa per la cena a base di pesce in occasione del rientro della primogenita e del suocero; la visita alla madre in casa di riposo, ben sapendo che “lei non lo aspetta e non resterebbe delusa se lui non si presentasse”; la partecipazione alla prova del concerto del figlio, perché “Theo suona come un angelo … e l’orgoglio per il proprio figlio – inseparabile dal piacere che gli procura la musica stessa – si manifesta con la sensazione di una stretta al torace, non lontana dal dolore fisico”.

Le ore del sabato scivolano e la gioia per il rientro della figlia si scontra con la tensione per l’inevitabile discussione sulla manifestazione e sull’ipotetico esito dell’invasione americana in Iraq. E’ così difficile per Henry schierarsi a tutto tondo o con i pacifisti o con i sostenitori degli Stati Uniti. Conflitto acceso, duro, dove il peso dell’età e lo spettro dello scorrere del tempo conducono ad una più pacata interpretazione degli accadimenti, diversamente dalla veemenza ideologica di quegli stessi pacifisti che manifestano per poter “revocare l’intervento prima che sia troppo tardi”.  “Dio ci scampi dagli utopisti, uomini pieni di zelo e sicuri del cammino verso l’ordine sociale e perfetto. Eccoli di nuovo, totalitaristi sotto altre spoglie, innocui e isolati adesso, ma in costante crescita e pieni di rabbia e smaniosi di un ennesimo bagno di sangue”.

Un padre in netto contrasto con la figlia che quasi non crede alla per lei nuova versione paterna: “Di genocidi e torture, di fosse comuni, apparati di sicurezza e totalitarismi criminali, la generazione dell’i-Pod non vuole sentirne parlare. Che niente venga a turbare il loro mondo di sballo da ecstasy, voli a prezzi stracciati e reality show … L’Islam radicale detesta la vostra libertà”.

Insomma, un sabato laborioso ed impegnativo.

A cui si aggiunge la tensione sotterranea per quel banale incidente d’auto e quella diagnosi formulata a colpo d’occhio, destinati a diventare per Henry la fiammella che alimenterà lunghe e dolorose riflessioni sul senso della vita, sulle decisioni politiche, sull’etica della cura, sull’elogio del dubbio , il non senso della vendetta, la probabilità del perdono.

Giacchè tutto sembra precipitare quando, al momento della cena di quel sabato,  il giovane malato e i suoi accoliti faranno irruzione nell’abitazione di Henry, tenendo Rosalind sotto minaccia di un coltello: “Il fatto che Baxter sia qui è logico, ovvio …Ma certo! Quasi tutti gli elementi della sua giornata si trovano riuniti qui, manca solo che compaiano sua madre e Joy Strauss con la racchetta da squash”. “Ma come ha potuto non capire che è pericoloso umiliare un uomo emotivamente labile come Baxter? Il tutto per scampare a un pestaggio e arrivare in tempo utile alla partita di squash”.

I colpi di scena per sbrogliare l’oscura scena non mancheranno di sollevare altri indugi ed interrogativi nell’ Henry professionista, così rinomato e così in balia della scelta fra sé umano e sé difensore della vita.

“Perché a dispetto di tutti i progressi recenti, ancora non si è scoperto come questo approssimativo chilogrammo di cellule ben protette codifichi di fatto le informazioni, come custodisca esperienze, sogni, ricordi e propositi … Ma i limiti dell’arte, cioè della neurochirurgia allo stato attuale delle cose, sono piuttosto inequivocabili: di fronte a questi codici sconosciuti, a questo fitto e geniale circuito, lui e i suoi colleghi possono offrire giusto la competenza di un intervento idraulico”.

Quel sabato infine volge al termine, lasciando il ricordo di come “le conseguenze di un atto possano sfuggire al nostro controllo e generare altri eventi, ulteriori conseguenze fino a trascinarci in situazioni che mai ci saremmo sognati di scegliere”.

Sabato, una giornata che scivolerà dentro il giorno che segue, pur nella consapevolezza che “nessuna domenica contiene la stessa promessa né l’energia del giorno che la precede”.

Sabato, metafora del giorno del dubbio, età dell’incertezza, obbligo di procedere.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Philip Roth (2010) L’UMILIAZIONE, Einaudi Traduzione di Vincenzo Mantovani

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Philip Roth (2010)

L’UMILIAZIONE, Einaudi

Traduzione di Vincenzo Mantovani

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Sulla quarta di copertina l’indicazione “Roth aggiunge un altro inquietante tassello all’opera dei suoi ultimi anni”.

Ci sono degli argomenti “scomodi” da affrontare nella scrittura e la parola suicidio colpisce sempre per la brutalità che esprime e per il tormento così difficile da comprendere e da condividere nella sua scelta finale.

Simon Axler, il protagonista, inizia un soliloquio fra sé e sé rispetto al crollo esistenziale che avverte quando, del tutto inaspettata, compare la sua incapacità di recitare. A più di sessant’anni può capitare di avere qualche inciampo, ma questa volta è diverso: il grande attore “vedeva il proprio crollo con la stessa lucidità con cui si vedeva recitare. … Non sapeva come passare da un minuto all’altro, era come se la mente gi si stesse liquefacendo, aveva il terrore di stare da solo, non riusciva a dormire più di due o tre ore per notte, mangiava appena, ogni giorno pensava di ammazzarsi con l’arma che aveva in solaio – un fucile a pompa Remington che teneva nella casa isolata per autodifesa – e nondimeno gli sembrava tutta una commedia, una commedia recitata male. Quando reciti la parte di uno che sta crollando, la tua interpretazione ha un ordine e una coerenza; quando la persona che vedi crollare sei tu, e quella che stai recitando è la tua fine, è tutta un’altra cosa, una cosa spaventosa e terrorizzante”.

Questo l’antefatto: scoprire che l’attore recitante altrui ruoli non sta più rappresentando una finzione, ma la sua stessa indesiderata prigione. “La mattina se ne stava a letto per ore ma, invece di nascondersi da quel ruolo, recitava quel ruolo. E quando finalmente si alzava, l’unica cosa a cui riusciva a pensare era il suicidio, e non la sua simulazione. Un uomo che voleva vivere nella parte di un uomo che voleva morire”.

Capita che improvvisamente nella vita giungano simultanei smottamenti nelle variabili più significative: lavoro, affetti, salute … ma, nella maggior parte dei casi, la precarietà che ne deriva può costituire un nuovo punto di partenza per scoprire uno sconosciuto Sé. Se ciò non accade, le crepe aperte difficilmente riescono a sostenere l’intera impalcatura del corpo e della mente.

La forza inaudita che serve per programmare la propria fine richiede tempo e pensiero. Simon Axler, alla sola idea di “salire le scale che portavano in solaio, caricare il fucile, mettersi la canna in bocca” preferisce telefonare al medico “per chiedergli di provvedere al suo ricovero in una clinica psichiatrica quel giorno stesso”.

Qui “ogni ora di veglia era riempita di attività e appuntamenti per evitare che i pazienti si ritirassero nelle proprie stanze a stendersi sul letto depressi e infelici o si intrattenessero fra loro per parlare dei modi in cui avevano cercato di uccidersi”.

Ed è proprio nella clinica psichiatrica che fra le storie “degli antichi temi della letteratura drammatica: incesto, tradimento, crudeltà, vendetta, gelosia, rivalità, desiderio, perdita, disonore, lutto”, le sedute individuali e di gruppo, le terapie antidepressive, Simon si ritrova ad apprendere la storia di Sybil Van Buren, una bruna trentacinquenne divorata dal rimorso e dalla colpa di non essere stata capace di reagire di fronte a un’orrenda visione e di averne addirittura messo in dubbio la veridicità.

Il quarto giorno mi ero convinta di aver immaginato tutto, e due settimane dopo, mentre Alison era a scuola e lui al lavoro, ho tirato fuori il vino, il Valium e il sacchetto di plastica .. ricordo che non c’era più aria e mi sono affrettata a strapparmi il sacchetto. E non so cosa rimpiango di più: se avere tentato di farlo e non esserci riuscita. … L’unica cosa che voglio fare adesso è sparargli””. Queste le considerazioni della giovane mamma che aveva trovato il suo secondo marito con la testa affondata fra le gambe della figlia di otto anni e accettato la sua debole difesa di “cercare la causa di un prurito lamentato dalla piccina”.

L’uscita dalla clinica non necessariamente riconsegna alla società una persona completamente risorta, ma per lo meno accarezza l’auspicio di riposizionarla sul cammino interrotto dalla crisi.

Simon Axler ora è di nuovo a casa, seduto di fronte al suo agente che tenta di rassicurarlo: “la memoria diventa un grande motivo di ansia per gli attori di teatro che arrivano ai sessanta o settant’anni. Un tempo potevi imparare a memoria un copione in una giornata: ora sei fortunato se in una giornata impari una pagina”.

L’idea del suicidio è un’idea sottile, pervasiva, che ti entra dentro e lavora implacabile. Per un attore della fama di Simon, è facile far scorrere nella memoria i drammi in cui c’è un personaggio che si uccide. “Hedda in Hedda Gabler, Giulia nella Signorina Giulia, Fedra in Ippolito, Giocasta in Edipo Re, quasi tutti in Antigone, Willy Loman in Morte di un commesso viaggiatore … Cassio e Bruto in Giulio Cesare, Gonerilla in Re Lear, Ivanov in Ivanov … E quell’elenco sbalorditivo comprendeva solo opere in cui lui aveva recitato almeno una volta. Ce n’erano altre, molte altre. … Si prefisse di rileggere quelle opere. Sì, doveva affrontare a viso aperto quanto c’era di più spaventoso. Nessuno doveva poter dire che non ci aveva riflettuto a fondo”.

Poi accade un evento nuovo: un incontro col femminile, un femminile insolito, una lesbica quarantenne figlia di attori conosciuti da Simon molti anni prima sulla scena.

Eros e Thanatos si ammiccano. Simon si accende di desiderio, Peegen decide che dopo l’esperienza lesbica ha voglia di un uomo, “quell’uomo, quell’attore che aveva venticinque anni più di lei ed era amico della sua famiglia da decenni”.

Potere del sesso e dell’amore … “presto lui non ebbe più la sensazione di essere rimasto solo al mondo, solo e senza il suo talento. Era felice: una sensazione inattesa. … C’era lui. C’era lei. Le possibilità di entrambi erano drasticamente cambiate”.

I giochi sessuali, l’intimità ritrovata, il desiderio di un nuovo inizio rimbalzano nella testa di Simon, a dispetto delle critiche dei genitori di Peegen per quell’eccessiva differenza di età, della visita dell’amante delusa di Peegen che lo allerta sul suo indomabile carattere, delle scappatelle confessate dalla stessa Peegen, forse orfana della sua inclinazione primaria a favore delle donne.

Nonostante ciò, l’illusione del ritorno ad una vita normale si affaccia con prepotenza, lasciando a Simon il suono di parole pronunciate solo nella fantasia: “Se dobbiamo continuare, io voglio tre cose. Voglio che ti fai operare alla schiena. Voglio che riprendi la tua carriera. Voglio che mi metti incinta”.

Ma il peso delle parole non dette possono avere comunque effetti strabilianti. “La iella era finita. Finiti i tormenti che aveva voluto infliggersi da sé. Aveva ritrovato la fiducia, il dolore se n’era andato, l’abominevole paura era sparita e tutte le cose che aveva perso erano tornate al loro posto. La ricostruzione di una vita era iniziata quando si era innamorato di Peegen Stapleford”. Finalmente la sconfitta dell’umiliazione.

Simon intraprende una serie di visite per capire quali possano essere, alla sua età, i rischi di concepire figli non sani e si rivede nuovamente a calcare le scene, questa volta senza esitazioni e senza flessioni.

Visioni eteree, fluide, vaporose. Deve assolutamente raccontarlo a Peegen quando tornerà a casa, in quella stessa casa dove pochi giorni prima si era orgiasticamente consumato un incontro a tre, quegli “allettanti giochi che molte coppie fanno per eccitarsi e divertirsi”.

Il mondo irreale fantasticato stride nella realtà vera, nella voce di Peegen che gli annuncia “Siamo alla fine … Non è quello che voglio. Ho commesso un errore”… “Lei andò via con la sua auto e il crollo di Axler durò cinque minuti, un crollo prodotto da una caduta che si era voluto e da cui non restava ormai possibilità di ripresa”.

L’idea del suicidio è un’idea sottile, pervasiva, che ti entra dentro e lavora implacabile; “i fallimenti erano suoi, come la sconcertante biografia sulla quale era impalato” questo è il pensiero di Simon dopo l’ennesima umiliazione per la telefonata fatta ai genitori di Peegen per urlare la propria rabbia.

E Sybil Van Buren? Sul periodico della contea era apparso un articolo che raccontava di un famoso chirurgo plastico ucciso a colpi di arma da fuoco dalla moglie da cui era separato. Sybil assume le sembianze di un esempio di coraggio “Se lei è stata capace di farlo, posso farlo anch’io!”.

Come può un uomo decidere di uccidersi?

Questa volta non vince l’uomo capace di scendere le scale del solaio e telefonare di nuovo al medico per il ricovero.

Questa volta predomina l’uomo attore. “A venticinque anni quando, da vero fenomeno teatrale, riusciva in tutto ciò che tentava e otteneva tutto ciò che voleva, aveva interpretato l’aspirante giovane scrittore di Cechov che si sente un completo fallito, un uomo ridotto alla disperazione dalle sconfitte nel lavoro e in amore”.

Il fatto è che Konstantin Gavrilovic si è sparato” l’ultimo biglietto trovato accanto al cadavere dell’umiliato Simon.

TartaRugosa ha letto e scritto di: IRVIN YALOM (2015), Guarire d’amore, Raffaello Cortina, Milano (traduzione di Serena Lauzi)

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Irvin Yalom  (2015)

Guarire d’amore

Raffaello Cortina, Milano

(traduzione di Serena Lauzi)

9788860307712B

Yalom è lo psichiatra che tutti vorremmo conoscere, in caso di necessità. Ottantaquattrenne continua a scrivere le sue esperienze in modo estremamente accattivante: un po’ romanziere, un po’ saggista, un po’ filosofo, un po’ psicologo … una cosa è certa, quando inizi un suo libro non lo molli finché lo hai finito.

Ciò che di lui mi è sempre piaciuto, oltre allo stile di scrittore, è la semplicità con cui tratta le variabili più critiche dell’esistenza umana, nonché il suo modo di porsi verso l’indagine terapeutica. Non dogmatico, mostra una sensibilità straordinaria verso la scelta dei cammini da percorrere per trarre l’altro dall’empasse in cui è incappato. Ed è sempre pronto a mettersi in gioco; a dichiarare talvolta la casualità della chiave giusta per produrre svolte; a confessare le sue stesse debolezze, sia a livello personale, sia nei controtransfert inevitabili della professione; a disporre del confronto con altre modalità di gestione del setting; a essere tutt’uno con le storie altrui.

“ … l’atteggiamento professionale di distaccata obiettività, tanto caro al metodo scientifico, può essere del tutto inappropriato. Il fatto è che noi psicoterapeuti non possiamo dispensare comprensione ed esortare i pazienti a lottare decisi con i loro problemi. Non possiamo parlare in termini di voi e i vostri problemi. Dobbiamo parlare invece di noi e dei nostri problemi, perché la vita e l’esistenza saranno sempre legate a doppio filo alla morte, l’amore alla perdita, la libertà alla paura, la crescita alla separazione. Noi, tutti noi, ci siamo dentro insieme”.

Queste risonanti affermazioni sono il prologo che Yalom offre alla lettura del presente testo, facendo seguire la presentazione di uno dei suoi tanti metodi per portare alla luce le difficoltà esistenziali. Un’unica domanda: “Che cosa vorresti?”, semplice sì nella forma, ma che in ambito psicoterapeutico può scatenare emozioni fortissime.

Yalom, nel suo volume di dieci storie di guarigione, parte da un’ipotesi base che lo guida a scegliere le tecniche terapeutiche più efficaci alla persona richiedente aiuto: tale ipotesi fonda sull’assunto che l’angoscia denunciata sia il prodotto di tutti gli sforzi che un soggetto deve compiere per poter convivere con gli affanni e la durezza dei fatti della vita.

In particolare lo psichiatra mette a fuoco quattro temi principali:

  • la morte come evento inevitabile
  • la libertà dell’autodeterminazione per compiere le proprie scelte
  • la solitudine
  • l’assenza di senso

Relativamente alla paura della morte Yalom riflette sulla potenza di due illusioni utili a procurarsi un senso di sicurezza: “Una è la convinzione dell’unicità irripetibile della propria persona, l’altra è la convinzione che esista un mezzo ultimo di salvezza. Seppure sia vero che queste sono illusioni, in quanto convinzioni false e preconcette, in questo caso io non adopero il termine illusione nella sua accezione negativa: esistono infatti credenze universalmente diffuse che compaiono con una funzione ben precisa in parecchi racconti”.

Nel caso di Elva, Yalom descrive una sua regressione durante il percorso di cura causata dallo scippo della borsetta, fatto per lei traumatizzante poiché del tutto inatteso, come più volte sottolinea “Non avrei mai pensato che potesse accadere proprio a me”.

Tale gesto aveva messo in risalto la perdita dell’invulnerabilità perché, come spiega lo psicoterapeuta “sentirsi unici e irripetibili costituisce una delle modalità principali con cui neghiamo la realtà della morte: proprio quella parte della nostra mente che assolve il compito di attenuare in qualche modo il terrore della morte genera in noi la sensazione irrazionale di essere invulnerabili e  inviolabili, per cui cose spiacevoli  come la vecchiaia e la morte sono un destino riservato agli altri,ma non a noi, come se la nostra personale esistenza si svolgesse al di là e al di sopra delle leggi universali e del destino umano e biologico”.

La borsetta rubata di Elva testimoniava il furto della razionale illusione di essere in qualche modo eternamente protetta.

L’unicità, continua, è un meccanismo derivante dall’interno, mentre la convinzione del mezzo di salvezza è un fattore che proviene dall’esterno: “Per quanto noi si possa vacillare, star male o giungere a un punto limite della nostra vita, in lontananza giganteggia sempre, ne siamo convinti, la figura del soccorritore onnipotente che ci saprà restituire alla condizione precedente. … L’essere umano o afferma la propria autonomia attraverso l’autoaffermazione eroica di sé oppure ricerca la sicurezza attraverso la fusione con una forza superiore. In altre parole, o fonda se stesso oppure si fonde con qualcosa di esterno; o si separa o si congiunge”.

Rispetto al concetto di libertà, immagine positiva per la quale tutti noi lottiamo, Yalom spiega come essa appaia strettamente legata all’angoscia. Infatti libertà “significa che ognuno di noi è responsabile delle sue scelte, delle sue azioni e della vita che fa”.

Una psicoterapia è destinata al fallimento fintanto che la persona continuerà ad attribuire le responsabilità di ciò che essa è all’esterno (il lavoro, le relazioni sbagliate, la società): se la colpa è degli altri, perché dovrei essere io quello che cambia?

Dal momento che i pazienti tendono ad avere delle resistenze rispetto all’assunzione delle proprie responsabilità, il terapeuta si trova costretto a elaborare tecniche capaci di rendere i pazienti consapevoli del fatto che la causa dei propri problemi va ricercata in sé stessi”.

Il fascino delle sue spiegazioni sta proprio in questo. Dentro le storie dei personaggi che presenta, pian piano si dipana il groviglio emotivo del disagio e appaiono nuove prospettive determinate dal suo indagare, dal suo disvelare, dal suo rischiare nel privato faccia a faccia della narrazione di sé. Nel caso del peso della libertà, la vita di Betty è esemplare: un’irrimediabile obesa che a causa del suo sentirsi vuota verso gli altri intraprende un rapporto patologico col cibo e Yalom, che pure ha in profonda antipatia le persone obese, la aiuta a riprendere il controllo delle sue pulsioni fameliche all’interno di una terapia di gruppo.

Rispetto al tema della solitudine, anche in questo caso Yalom è alla ricerca di come la coscienza di sé possa generare angoscia e di come la tendenza a instaurare rapporti fusionali con qualcuno venga spesso considerato rimedio per sentirsi un po’ meglio. Eppure la solitudine “ha a che vedere con lo spazio invalicabile che separa ogni Io dagli altri, uno spazio che non si annulla neppure in presenza di relazioni interpersonali profondamente gratificanti. … Attenzione quindi all’intensità e all’esclusività del legame con l’altro: non è, come tanti pensano, una prova della purezza dell’amore … Per quanto si cerchi disperatamente di attraversare questa vita a due a due o in gruppo, vi sono momenti, in special modo all’approssimarsi della morte, in cui la verità – il fatto cioè, che si nasce soli e soli si muore – erompe con terribile evidenza”.

Infine, sulla ricerca di senso, “più astratta e volontaria è la sua ricerca, meno sono le possibilità di trovarlo … il senso è un portato dell’impegno e della piena assunzione delle responsabilità” e tale fattore è anche un punto di sfida per il terapeuta, che deve accompagnare il paziente nel reperire il giusto modo di essere per fare cadere l’interrogativo di “dove si trova il senso”.

Su questo tema Yalom non può nascondere le proprie stesse incertezze sul senso della professione di terapeuta.

Per quanto diffusa possa essere l’idea che i terapeuti guidano il paziente verso fasi prevedibili della terapia con metodo e padronanza della situazione verso un obiettivo altrettanto prevedibile, ciò si dà estremamente di rado. Al contrario, i terapeuti generalmente oscillano, improvvisano e brancolano alla ricerca della giusta direzione. … Nel momento stesso in cui scelgo di entrare a pieno titolo nella vita del paziente, io, il terapeuta, non solo sarò posto d fronte ai suoi stessi problemi, ma dovrò anche essere preparato a vederli in sintonia con la prospettiva del paziente”.

Singolare anche la chiusura del volume: una postfazione scritta a distanza di venticinque anni con la sorpresa della rilettura di un sé più giovane e in perenne formazione e trasformazione.

Che Yalom il senso lo abbia perfettamente trovato è comunque dimostrato dalle sue seguenti parole:

Termino questa retrospettiva con un’osservazione che il mio Sé più giovane avrebbe trovato sorprendente: lo scenario, a ottant’anni, è migliore di quanto mi aspettassi. Sì, non posso negare che la vita, negli ultimi anni, sia proprio un dannato succedersi di perdite; ciò nonostante, ho raggiunto nel mio settimo, ottavo e nono decennio una tranquillità e una felicità di gran lunga superiori a quanto immaginavo possibile”.

Silvia Ronchey, IL GUSCIO DELLA TARTARUGA. Vite più che vere di uomini illustri, Nottetempo, 2009

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TartaRugosa ha letto e scritto di: Mark Forsyth (2015), L’IGNOTO IGNOTO, Traduzione di Giuseppe Laterza, Edizioni Laterza

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Mark Forsyth (2015)

L’IGNOTO IGNOTO

Traduzione di Giuseppe Laterza

Edizioni Laterza

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Il sottotitolo di questo scritto cita “Le librerie e il piacere di non trovare quello che cercavi”.

Lo scrittore Forsyth è tra i più noti linguisti in Gran Bretagna ed è autore di diversi bestseller sull’origine e il significato delle parole della lingua inglese.

Non lo conoscevo assolutamente, ma capisco perfettamente, dalla lettura della nota dell’editore, l’attrattività che spesso può esercitare un buon titolo.

Grazie quindi a Giuseppe Laterza, al suo fiuto e alla sua volontà di tradurlo per ampliarne la conoscenza.

Il secondo grazie va ad Anna che, in virtù dell’accidentalità raccontata da Forsyth, ne ha fatto dono a TartaRugoso, senza immaginare il piacere riflesso scatenato dal mio ritrovamento.

Ogni libridinoso, infatti, non riuscirebbe a riporlo senza averlo prima letto d’un fiato, proprio come accaduto a Laterza mentre faceva la coda in libreria e a me medesima, dopo averlo visto appoggiato sulla scrivania.

Se di ringraziamenti si deve parlare, il terzo grazie va in maniera del tutto singolare nientemeno che a Donald  Rumsfeld, segretario della Difesa ai tempi di George Bush jr. su una cui frase si sviluppano le riflessioni di Forsyth:
Ci sono cose che sappiamo di sapere. Ci sono cose che sappiamo di non sapere. Ma c’è anche l’ignoto ignoto, cioè le cose che non sappiamo di non sapere”.

Stupito che alcuni possano ridicolizzare il senso di queste parole, l’autore ne sostiene l’argomentazione, focalizzando l’attenzione sui libri e sulle librerie in un itinerario fantastico.

E’ infatti difficile scoprire il buco delle conoscenze anche parlando di libri: ci sono cose che sai (ho letto i Promessi Sposi); cose che sai di non sapere (Proust ha scritto Alla ricerca del tempo perduto, ma non l’ho letto); cose che non sai di non sapere (fino a poco fa Forsyth e L’ignoto ignoto).

Ci sono anche libri di cui non ho mai sentito parlare e, non avendone mai sentito parlare, non mi rendo neppure conto di non aver letto. … E non posso cercarli, visto che non ne conosco neppure i nomi. Sono degli ignoti ignoti, e non posso struggermi dal desiderio di incontrarli, considerata la mia doppia ignoranza”.

Porta quindi come esempio l’accidentalità dell’incontro di alcuni testi (abbandonato su una panca della piscina comunale, sotto il divano di un amico) dichiarando come, senza quella casualità, non avrebbe mai potuto immaginarne l’esistenza (non sapere di non spere).

Sicuramente l’intenzione di Forsyth non è quella di suscitare un rigurgito nostalgico verso l’oggetto libro. Anzi si affretta a chiarire ogni apprezzamento possibile verso il mondo informatico:

Il mondo va avanti e di un sacco di cose perdiamo le tracce, dai motori a scoppio alle videocassette al vaiolo. Possiamo pure strepitare, ma in realtà non vorremmo affatto che tornassero. Internet è un’invenzione meravigliosa e non scomparirà. Se sai cosa vuoi, Internet te lo trova”.

E sulla base di questa sua convinzione continua:

La mia tesi, quella intorno a cui gira tutta a mia argomentazione, è che ottenere quello che già sapevi di volere non è sufficiente. Le cose migliori sono quelle di cui non conoscevi l’esistenza fino al momento in cui non le hai avute”.

E’ la casualità che dona l’opportunità di apparire.

Tra l’altro, e come dargli torto, non è proprio l’accidentalità il tema ricorrente di infinite storie romantiche? E se ciò ha valore per le più belle vicende d’amore romanzate – da Elisabeth Bennet a Romeo  e Giulietta – perché non dovrebbe valere anche per l’innamoramento di un libro in cui sei incidentalmente incappato?

Il metodo per rendere possibile, almeno parzialmente, il superamento dell’ignoto ignoto è progettare le Buone Librerie:

La fantascienza non mi ha appassionato finché un giorno ho preso in mano un racconto di Philip Dick. L’unica spiegazione è che era in evidenza sul tavolo di una libreria… La prima pagina mi piacque… quando finii di leggerlo, ne avevo ancora voglia … Ci sono momenti in cui vorresti sbarazzarti subito dei tuoi soldi, lanciare la banconota alla ragazza che sta alla cassa per affrettarti verso l’uscito e andare a caccia di un posto dove sederti a leggere … Non importa quale libro sia. E’ quello che ha catturato il tuo sguardo. O forse è semplicemente quello che ti è capitato in mano. Ma questo è sufficiente, se ti trovi in una Buona Libreria. Perché in una Buona Libreria tutti i libri sono buoni. … Non basta avere libri buoni, non devi avere libri brutti”.

L’autore riprende la sua confutazione su Internet: “ha creato la deleteria possibilità di ottenere ciò che desideri … pertanto gli ignoti noti sono ormai pochi e rari. … Quasi per ogni domanda c’è una risposta. Rimangono soltanto le domande che non conoscevi, che ballano il can can alle tue spalle. Gli ignoti ignoti”.

In fondo scoprire di non sapere che non sappiamo è una bella sfida e l’invito è incoraggiante: “Quel libro ti attende ancora, il libro perfetto, quello che risponderà a tutte le domande che non sapevi di voler fare. E’ sullo scaffale in alto, nell’angolo, a portata della tua mano. L’ignoto ignoto, ciò che non sapevi di non sapere è lì che ti aspetta in fondo alla libreria”.

Alla sua caccia, dunque!

EMILY DICKINSON, PORTAMI IL TRAMONTO IN UNA TAZZA: … “quanti passetti fa la tartaruga” …

EMILY DICKINSON

PORTAMI IL TRAMONTO IN UNA TAZZA

Portami il tramonto in una tazza
conta le anfore del mattino
le gocce di rugiada.
Dimmi fin dove arriva il mattino –
quando dorme colui che tesse
d’azzurro gli spazi.

Scrivimi quante sono le note
nell’estasi del nuovo pettirosso
tra i rami stupefatti – quanti passetti
fa la tartaruga
Quante coppe di rugiada beve
l’ape viziosa.

E chi gettò i ponti dell’arcobaleno,
chi conduce le docili sfere
con intrecci di tenero azzurro.
Quali dita congiungono le stalattiti,
chi conta le conchiglie della notte
attento che non ne manchi una.

Chi costruì questa casetta bianca
e chiuse così bene le finestre
che non riesco a vedere fuori.
Chi mi farà uscire con quanto mi occorre
in un giorno di festa
per volare via – in pompa magna.

.

Bring me the sunset in a cup –
Reckon the morning’s flagons up
And say how many Dew –
Tell me how far the morning leaps –
Tell me what time the weaver sleeps
Who spun the breadths of blue!

Write me how many notes there be
In the new Robin’s extasy
Among astonished boughs –
How many trips the Tortoise makes –
How many cups the Bee partakes,
The Debauchee of Dews!

Also, who laid the Rainbow’s piers,
Also, who leads the docile spheres
By withes of supple blue?
Whose fingers string the stalactite –
Who counts the wampum of the night
To see that none is due?

Who built this little Alban House
And shut the windows down so close
My spirit cannot see?
Who’ll let me out some gala day
With implements to fly away,
Passing Pomposity?

(da Poesie – Traduzione di Bruna Dell’Agnese)

Sorgente: Il canto delle sirene: Il tramonto in una tazza

TartaRugosa ha letto e scritto di: Francesco Ghiaccio, Marco D’Amore (2015), Un posto sicuro, Sperling & Kupfer

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Francesco Ghiaccio, Marco D’Amore (2015),

Un posto sicuro,

Sperling & Kupfer

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La narrazione è un modo di ricordare e di fare memoria, tanto più importante quando l’atto del raccontare va oltre l’accadimento personale e porta alla luce un passato che, sia pure in forme diverse, è più che mai attuale e riguarda l’intera umanità.

La vicenda che si svolge a Casale Monferrato, infatti, è una visione parziale: la lavorazione dell’amianto non è solo un fatto italiano, ora che gran parte della sua produzione si è spostata in Cina, Brasile, Russia, India.

A Casale l’Eternit è sopravissuta fino al 1986 la più grande fabbrica italiana dove hanno trovato occupazione oltre duemila dipendenti, attirati dal posto sicuro, una retribuzione migliore di altre occupazioni  e la speranza di costruire un futuro di benessere.

L’XI° Festival del Cinema di Como, iniziato proprio ieri con questo film del regista Ghiaccio, ha molti pregi, tra cui anche quello di ospitare registi e attori che possono raccontare la nascita della loro opera, le motivazioni, le difficoltà, le aspirazioni.

“Un posto sicuro” non è un film da cassetta e gli ostacoli da superare sono stati molti, ma l’obiettivo di Francesco Ghiaccio e dell’attore Marco D’Amore di porsi davanti a un passato tragico e di maturare la consapevolezza che bisogna opporsi all’oblio è motivo più che sufficiente per lanciare l’invito allo spettatore di acquisire conoscenza su una vicenda dolorosa, sottovalutata e, peggio ancora, rimasta senza giustizia.

Lo strumento scelto va ben al di là della mera accusa sui danni dell’amianto e la lista impressionante di cifre delle vittime che ancora oggi continua.

E’ il racconto di una storia che coinvolge il rapporto spezzato di un padre e un figlio che solo la malattia condurrà al ricongiungimento.

Ma è anche un racconto che mette in evidenza profondi aspetti psicologici: la reazione alla malattia; la revisione del ruolo genitoriale; la progettualità del morente; la rabbia di chi resta; la resilienza come capacità di evolversi positivamente anche di fronte a eventi catastrofici: l’umorismo come elemento determinante per non essere schiacciati dalla depressione; la narrazione emozionale come momento auto terapeutico per superare l’insoddisfazione esistenziale.

Luca, figlio trentenne di Eduardo, da piccolo, esattamente come suo padre, scopre l’amore per la recita e lo coltiva frequentando la scuola di recitazione e aspirando a calcare il palcoscenico. Ma qualcosa non va nei suoi giri in diverse città e si ritrova di nuovo nella città natale  a sbarcare il lunario con impieghi temporanei di animatore di feste “Faccio dei numeri da pagliaccio, delle gag … posso fare imitazioni, posso cantare … sì … tutte le canzoni che vuole” con la solitudine e la delusione in corpo, addolcite da un uso smodato di alcool e una casa in disordine come i suoi pensieri.
Quando un incontro femminile sembra dare sollievo alla sua esistenza, una telefonata notturna lo avvisa del ricovero ospedaliero del padre, figura con cui ha tagliato i rapporti da anni e verso la quale non nutre alcun affetto filiale.

Cionondimeno si presenta in corsia, dove viene avvertito delle condizioni fisiche di Eduardo: mesotelioma avanzato per il quale è ormai sconsigliato l’uso di chemioterapia.

L’incontro fra i due uomini è tutt’altro che semplice: ognuno cova dentro sé rancori, abbandoni e incomprensioni. Eduardo non apprezza le scelte precarie del figlio su cui probabilmente proiettava il suo disegno personale di successo teatrale; Luca rimugina un’adolescenza costellata dall’assenza del padre e dall’infelicità della madre, alla cui morte ha assistito da solo.

L’accorciarsi del tempo che resta e il ritrovamento inizialmente non gradito del figlio innescano in Eduardo profondi cambiamenti: riflettere sulla propria esistenza e sulle mancanze affettive suscitate solo dal desiderio di lavorare e di affermarsi in fabbrica per garantire stabilità e sicurezza alla famiglia “Non sono stato un padre, non sono stato un marito, ho lavorato tutta la vita là dentro e il risultato è che siamo due estranei”; scoprirsi Padre di fronte alle debolezze del figlio e comprendere l’importanza di rappresentare una guida nella costruzione di un progetto possibile “Torna a recitare, eri bravo. Una volta sono venuto a vederti in teatro … Me ne sono andato prima che riaccendessero le luci” “Se tu hai sentito che questo spettacolo è la cosa giusta per te, fallo. Fallo o ti ritroverai un giorno con il rimpianto di non averci provato”; ritrovare l’entusiasmo per la recita e rendersi artefice del recupero della sala parrocchiale in disuso per ripristinare l’antico teatro di paese; utilizzare il ricordo della polvere bianca come simbolo di punto di arrivo di aspirazioni per un futuro solido “C’è stato un periodo in cui eravamo più di duemila operai. Eravamo orgogliosi di lavorare qui, ne andavamo fieri; tutti volevano entrare all’Eternit perché lo stipendio era più alto rispetto a quello delle altre fabbriche, c’era chi si faceva raccomandare o addirittura pagava per essere assunto”; recuperare amici e colleghi per tessere insieme il peso che il ricordo del passato ha gettato sulle loro spalle; sollecitare il compito della testimonianza con tutti i mezzi possibili “Si contavano quasi duemila morti soltanto nella città di Casale. Il calcolo partiva dagli anni Sessanta, quando la notizia aveva cominciato a fare scalpore, ma chissà quanti ne erano morti dalla fondazione della fabbrica nel 1906, senza che il mesotelioma venisse diagnosticato La fabbrica aveva chiuso nell’86, ma ogni anno a Casale si contavano ancora cinquanta, cinquantacinque morti. Un numero che era destinato a crescere sino al 2020 quando, forse, avrebbe iniziato a diminuire. Più di millecinquecento i morti in Italia ogni anno”.

Per Luca il percorso è più difficile e altalenante. C’è la paura di mantenere un rapporto amoroso con Raffaella che più volte caccia via, sdegnando solo apparentemente un’offerta di aiuto; c’è l’incontro misterioso con la fisicità fragile del padre e i gesti della cura nei momenti più critici “Quando Luca fece per abbassare la maglia del pigiama per sistemarla sul ventre, Eduardo allargò le braccia e le poggiò dietro la schiena del figlio, come in un abbraccio. Stettero così per qualche istante, poi Luca si accorse che suo padre lo stava osservando con gli occhi pieni di riconoscenza e amore. Non ricordava di averlo mai visto così. Istintivamente posò la mano sulla testa di Eduardo per sistemargli i capelli. Una carezza che lo rese padre di suo padre”.; c’è il desiderio di dare voce alla sua rabbia inscenando una rappresentazione teatrale di cui però non è del tutto convinto; c’è il timore di aver contratto la stessa malattia del padre mentre un attacco di panico gli taglia il respiro; c’è il dolore del tempo gettato nella smoderatezza; c’è la voglia di rimettersi in gioco dopo la distruzione del materiale raccolto per lo spettacolo; c’è la scoperta che gli altri sono importanti se dai loro ascolto e se sai accogliere le loro vite.

Una storia pesante e leggera che lascia il segno per il messaggio che trasmette, perché il racconto non è solo fiction, ma è realtà vera, sia pure nascosta sotto altri nomi.

Perché Francesco e Marco ci hanno creduto e vogliono tenere vivo il ricordo con ogni mezzo: cinema, teatro e pure libro che nasce subito dopo la realizzazione del film.

Perché nello sforzo del ricordare non entra solo la recriminazione e l’accusa, ma l’avvertimento che si possono fare grandi gesti di educazione positiva al futuro di adulti e di giovani, che forse di questo problema non hanno mai sentito parlare se non in modo superficiale.

Perché è solo entrando nel vivo delle storie che puoi smettere di dire “Non ne sapevo niente” e stupirti delle conseguenze.

Un film e un libro sulla memoria profondamente vitali perché esprimono l’inclinazione dell’errare, il disincanto delle facili certezze e la fatica della riparazione.

Per questo è importante dare loro il necessario credito e farli entrare anche nella nostra individuale memoria.