Tartarugosa ha letto e scritto di: Franco ARMINIO (2011), TERRACARNE, Mondadori, Milano

I miei giri diventano sempre più circoscritti.

La zona della tana è già stata individuata e non mi fido a lasciare incustodito per troppo tempo quell’invitante giaciglio intiepidito dai raggi pomeridiani di un settembre generoso di luce e calore.

Nonostante la mitezza della temperatura e l’abbondante vegetazione colorata dai frutti maturi, sento l’avvicinarsi del tempo del silenzio e del riposo. Cerco le parole custodi del mio scivolare nel sonno in una scrittura densa, struggente, nostalgica, così vicina allo stato d’animo scatenato dal necessario temporaneo congedo dal luogo che amo.

Terracarne è già un titolo che fa intuire la comunione totale del corpo con la terra, e questo annuncio solletica l’attesa del lungo abbraccio che mi cullerà nei prossimi mesi. Nell’imminente immobilità causata dal freddo del Nord, un libro che parla di spostamenti intorno ai paesi invisibili e ai paesi giganti del Sud dell’Italia è una tentazione cui non so resistere, pungolata dalla visione della mappatura geografica che orienta il mio andare e dalla certezza che questo viaggio sia in realtà perno su cui avvolgere pensieri e riflessioni sulla ricerca proprio di quei luoghi che sempre inseguono i nostri sogni infranti.

Franco Arminio cerca di tratteggiare lo spirito del suo vagare con lo splendido termine di paesologo, una professione conosciuta a ben pochi e che trova nelle sue pagine sfumature di definizioni appena delineate: “La paesologia è semplicemente la scrittura che viene dopo aver bagnato il corpo nella luce di un luogo … Il paesologo va nei paesi a pescare lo sconforto e si ritrova tra le mani un poco di beatitudine: può essere uno scalino, una casa nuova o antica, può essere la visione di un castello o di un albero di noci, può essere una piazza vuota o un vicolo col ronzio di un televisore. Si va nei luoghi più sperduti e affranti e si trova qualcosa, ci si riempie perché il mondo ha più senso dov’è più vuoto, il mondo è sopportabile solo nelle sue fessure, negli spazi trascurati, nei luoghi dove il rullo del consumare e del produrre ha trovato qualche sasso che non si lascia sbriciolare … non basta attraversare un luogo, ci vuole che il luogo ti attraversi”.

Che cosa cerca Arminio in questo suo interminabile transitare tra i paesi del Sud? Un Sud che scopriamo a intermittenza congelato tra il ricordo di una geografia originaria disegnata dal moto perpetuo e lo scontro con l’insulto di un divenire ributtante, perché di quella terra nulla rispetta. Il ritratto paesaggistico del Mezzogiorno d’Italia è di un realismo spietato, ma la voce narrante è quella di un poeta che sa come guidarci fra terre ancora intatte nella loro primigenia bellezza per poi scaraventarci analogamente negli scempi della cosiddetta modernità, basata sul più bieco sfruttamento della cultura locale.

Non esistono mezzi termini nel suo citare Salvemini: “Cento anni fa Gaetano Salvemini scriveva: Nel Mezzogiorno d’Italia la potenza sociale, politica, morale della piccola borghesia intellettuale è assai più grande e più malefica che nel Nord. … Essi non vedono nella vita se non un gioco di protezioni, uno scontrarsi di influenze più o meno efficaci, un prevalere di simpatie o antipatie capricciose. Per essi non esiste alcuna scala di valori morali obiettivi. Il merito consiste nell’avere un protettore potente. Sarebbero capaci di presentarsi innanzi a un possibile patrono in ginocchio, strisciando la lingua per terra”.

E allora dove si spinge la ricerca, se poi alla fine non è la politica, il progresso, la ricostruzione, ma la gente stessa artefice delle proprie rovine? “L’Irpinia che è venuta dopo il terremoto, quella che c’è adesso, è una terra stuprata in molti punti, una terra che a viverci dentro ogni giorno ti dà tanto dolore, ma pure un soffio incerto di lietezza. Non starò a dire ancora una volta degli errori e degli orrori della ricostruzione, del grande abbaglio di portare le industrie in montagna, dell’illusione che fare tante case avrebbe dato più vita ai paesi. …Le colpe delle classi dirigenti di allora, che poi sono le stesse di adesso, sono evidenti. Non si possono tacere, tuttavia, anche le colpe di gran parte della popolazione, che fu tanto ansiosa allora di partecipare alla spartizione del bottino. … Nuovi sono gli intonaci, le vernici, ma il malanimo di questa terra è ancora qui, la diffidenza e il rancore restano il nostro marchio di fabbrica, unitamente al vittimismo e all’accidia.”

Arminio sa qual è l’affanno della sua rincorsa: “Il Sud che cerco è annidato nei paesi più sperduti, il Sud che resiste dove c’è poca gente, dove ci sono alberi, erbacce, cardi, il Sud che vive ancora solo dove è più dimesso, il Sud che non crede alla pagliacciata del progresso, il Sud dei cani randagi, dei vecchi seduti sulle scale, delle case di pietra incollate in lunghe fila che si attorcigliano. Il Sud che amo ha più di ottant’anni e rughe non lisciate, è una tribù di reumi e bastoni, è ugualmente lontano dall’Europa e dall’Africa, è una terra di magie arrangiate, di cimiteri sempre ampliati, di piazze livide e rancorose. Io voglio frugare tutta la vita in questo Sud fino a quando scompare, voglio restare tutta la vita dentro i suoi paesi rotti e malandati. Sono un guardiano della più solitaria disperazione. Sono vivo nei paesi invernali quando passa un funerale, sono vivo quando nevica e nei giorni più ventosi, nelle case dove i ragni fanno i nidi nelle damigiane, nel bar degli scapoli…. L’Italia che amo è quella che non sa niente di sé, che non si sente ricca né povera, che non si vanta e non si lamenta, un’Italia che appare a lampi su strade periferiche, un’Italia rimasta viva per sbaglio, per le amnesie della politica, per i mancamenti del progresso”.

E’ l’affanno di svelare un genius loci imbavagliato, impaurito, offuscato da strati di finta civilizzazione: “Mi sembra che il mondo lo abbiamo svuotato a furia di riempirlo. Mi sembra che le nostre giornate siano una trafila affannosa nella scontentezza. Siamo scontenti nel tempo libero e quando lavoriamo, siamo scontenti quando il nostro amore è corrisposto e anche quando non lo è. Siamo scontenti quando gli altri ci ignorano e quando si occupano di noi. Forse il problema sta nel fatto che siamo troppi. Forse la vita ha un suo tetto di intensità prestabilito. La felicità che si poteva spartire un milione di uomini è la stessa che adesso si debbono spartire un miliardo di uomini. Il nostro sfiatamento sta tutto nell’aver invaso il pianeta con la nostra presenza”.

Mentre leggo tremo e scavo. Esagerato dire che lo faccio per orgoglio, per rivoluzione, per utopia o, forse, per paura. Semplicemente scavo per sentire la terra che diventa parte di me ed io parte di lei, condividendone, per il periodo del sonno, lo spazio dello stesso punto di vista di un paesaggio perduto.

La società è basata su un diluvio di bugie, si rimane insieme per diplomazia. I luoghi non ci corrispondono e noi non corrispondiamo ai luoghi, le vicinanze sono sempre precarie, un colpo di vento le fa saltare. Si parla tanto di comunità, ma a malapena riusciamo a contenerci in noi stessi. … Solo quando il filo si spezza ci accorgiamo che in fondo qualcosa di quello che stiamo facendo ha un senso. Ci accorgiamo che il segreto è il semplice stare da qualche parte, con quello che c’è, perché è sempre tanto, una collina, un albero. Tendiamo a posare su tutto i teloni dell’abitudine, però un colpo secco a volte viene da sotto e ci scompiglia, e allora vediamo che tutto è appoggiato provvisoriamente sulla tavola del mondo. …Bisogna soffiare nelle nostre visioni come se fossero piume. E così pure nella nostra carne. Io vivo così, a metà tra me stesso e il paesaggio, vivo nel mio respiro e nel respiro della terra.”

TartaRugosa ha letto e scritto di: Kazuo Ishiguro (2009) Notturni, Einaudi Traduzione di Susanna Basso

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Non è raro che mi soffermi a pensare alle peculiarità dell’autunno. Ora che siamo a fine ottobre, mi viene scherzosamente da dire che questa stagione ha la foga di espiare il senso di colpa provato ad essere zona intermedia tra l’estate e l’inverno.

E’ forse questo il motivo, mi racconto, che tanta dolcezza hanno il colore, la temperatura, il sapore della natura. Ad attutire, o meglio, a lenire le precoci ombre della sera o il tardivo chiarore del levarsi del sole.

E’ tempo di introspezione, di sereno ritiro, in attesa che nel rigore invernale si sciolgano pian piano le riserve estive, affinchè si prepari il giusto spazio per il nuovo risveglio. Chissà se è così che pensano le tartarughe …

Nel frattempo, già il titolo della raccolta di racconti di Ishiguro mi è parso in sintonia con l’umore un po’ melanconico che accompagna questo passaggio stagionale, suffragato dall’incipit del risvolto di copertina: “Il Notturno in musica è una composizione di carattere lirico e melodico, veicolo di atmosfere sognanti e sentimenti ambivalenti e in senso ampio ispirato alla notte”.

I racconti in totale sono cinque e il tema dominante è retto da strumenti musicali, componimenti, autori e brani di musica jazz, esercizi e ricerca di ispirazioni. Per gli intenditori di questo genere, quindi, una vera carezza per occhi e orecchie.

Per me, più ignorante in tema di jazz (del resto anche Paolo Conte canta “Le donne odiavano il jazz, non si capisce il motivo”), il piacere di abbandonarmi al contenuto delle storie e all’atmosfera dolce-amara creata dai relativi protagonisti.

Perché, come spiegavo all’inizio, c’è sempre un languore misterioso nei momenti di transizione, in quella fase in cui è più facile capire ciò che perdi e più complicato mettere a fuoco ciò che cerchi ed accettare che forse non lo troverai mai.

Intendiamoci, non sono storie tristi. Ishiguro sa sempre dove fermarsi per garantire quel giusto mix di partecipazione, identificazione e comprensione delle emozioni in gioco. Alcune situazioni poi così surreali da rasentare il divertimento. E le rispettive voci narranti ti trattano come un vecchio amico, messo lì ad ascoltare ciò che avviene.

E come spettatore accompagni questi incontri che capitano casualmente e alla cui base ci sta sempre un tormento, un’interrogazione, un sentimento interrotto, un’aspirazione fallita.

Tony Gardner, per esempio, improvvisa una serenata in gondola per Lindy per chiudere degnamente ventisette anni di matrimonio, pur continuando ad amarla. L’attonito chitarrista che gli chiederà il motivo si sentirà rispondere: “Il fatto è che non sono più il grande nome che ero una volta … Potrei lavorare alla mia rinascita … Bisogna essere disposti a tanti cambiamenti, alcuni anche molto difficili …perfino a rinunciare a certe cose che si amano .. Hanno tutti nel letto una moglie giovane. Io e Lindy siamo destinati a renderci ridicoli … Ho già messo gli occhi su una signorina che ha fatto altrettanto con me. Lindy lo sa benissimo”.

Lindy è l’unico personaggio che ritroveremo in “Notturno” alle prese con un lifting rivitalizzante e a contatto, durante la degenza, con Steve, sassofonista di brutto aspetto, il cui nuovo amante della moglie, per rimediare al tradimento, gli paga un intervento facciale ad opera del più famoso chirurgo estetico della città .Obiettivo: che questa operazione lo lanci verso la notorietà. E il produttore non esita a rimarcare la splendida occasione di avere come compagna di clinica proprio Lindy Gardner “Hai presente chi sono i suoi amici? Sai che cosa potrebbe fare per te semplicemente alzando la cornetta del telefono? … Tientela buona, aspetta di avere la tua faccia nuova e le porte si apriranno. Entrerai in serie A, in cinque secondi netti”. L’unico momento d’oro sarà ricevere un trofeo trafugato nottetempo da Lindy e destinato ad un musicista mediocre. Lindy sarà presto dimessa, quanto a Steve non resta che nutrire speranza “Forse ha ragione Lindy … ho bisogno di prospettiva e in effetti la vita è molto di più che amare qualcuno. Forse questa per me è davvero una svolta, e la serie A mi sta aspettando. Forse ha ragione lei”.

Che forse è la stessa speranza del giovane chitarrista presente in” Malvern Hills”. Mollata l’università, teme il rientro da Londra per dover raccontare come “non avevo raggiunto ogni obiettivo su cui avessi puntato”. La sorella e il suo ristorante diventano un luogo di sicurezza per il tetto sopra la testa e la possibilità di “creare” nuovi pezzi musicali. Un fugace incontro con una coppia di musicisti professionisti svizzeri rinforza la sua idea di “mettere su un gruppo”, nonostante le parole della donna che lo ascolta “Già una vita qualunque riserva tante delusioni. Se poi sogni in grande …”. Ma sognare non costa quanto trovare il finale adatto al brano in corso d’opera.

Più difficile invece mettere ordine in una vecchia coppia di amici che, dopo anni di matrimonio, scoprono segreti e bugie. Ritrovarsi come mediatore paciere significa essere disposti ad inventarsi quanto di più bizzarro esista per sedare umori insolenti, anche a prezzo di scoprire cosa un’amica pensa veramente di te.

Amaro l’ultimo racconto “Violoncellisti”. Non perché l’ungherese Tibor, allievo di Petrovic, si vede “costretto a eseguire musica che detestava e ad arrangiarsi tra sistemazioni o troppo costose o squallide”, ma perché una misteriosa americana – Eloise McCormack – si spaccia per insigne musicista e diventa mentore del “potenziale” di Tibor. “Il fatto è che, sin da quel primo incontro, Tibor aveva provato la curiosità di sentirla suonare, ma la soggezione gli aveva impedito di chiederglielo. Una minuscola puntura di diffidenza l’aveva avvertita solo quando, guardandosi intorno, non aveva visto traccia del violoncello di lei”. Poi la confessione: “Il fatto che io non abbia ancora imparato a suonare il violoncello non cambia niente, in realtà. Deve capire che io sono davvero una virtuosa, solo che devo ancora sbocciare”.

Certo è destino che non sapremo mai cosa succederà dopo ogni punto che chiude il racconto. Ma è bello sapere che si può accarezzare un sogno e che ad ogni notte, comunque vada, subentra sempre il giorno.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Remo Ceserani, Danilo Mainardi (2013), L’uomo, i libri e altri animali, Il Mulino, Bologna

Il tutto è partito da una lettura casuale a me riferita: “I rettili erano comparsi da poco quando in alcuni s’andò sviluppando la novità evolutiva di una corazza insieme cornea e ossea. Un notevole avanzamento di carattere difensivo, avvenuto ben più di duecento milioni di anni fa. Una volta rinchiusesi lì dentro, però, queste primitive tartarughe divennero conservatrici e, praticamente, smisero di evolversi. Loro (a differenza di altri animali) tartarughe erano e tartarughe sono rimaste”.

Sob, sono da un’eternità vittima di una stasi evolutiva: “La loro stirpe, in definitiva, s’è specializzata troppo e ciò adesso le impedirebbe di sviluppare quelle soluzioni adattative che forse le sarebbero utili per continuare a sopravvivere”.

Liquidata così dal mio mitico, amato Danilo Mainardi?

Stasi per stasi, (che sia stato quello sforzo primordiale a costringermi a dormire per metà della vita?), la lettura è piacevolmente proseguita con il dibattito-epistolario fra due ex compagni di scuola – Remo Ceserani e Danilo Mainardi – che hanno intrapreso strade diseguali, ma conservato la stessa abitudine di essere curiosi verso il sapere e la conoscenza. Anche in questo volume, dove si interseca lo sguardo di due apparenti differenze: “Io perennemente con l’etologia in testa, lui con in testa la letteratura. Passioni contrapposte? Si vedrà.”

Il gioco è proprio questo: cimentarsi in un viaggio tra letteratura ed etologia per trovare analogie e contrasti (ma pure possibili convergenze) tra i rispettivi campi di ricerca ed interessi, affidandosi a parole appartenenti ad entrambi i mondi letterario ed etologico.

Ecco emergere quindi temi come la comunicazione, i personaggi romanzeschi e l’antromorfizzazione di alcuni animali, la cultura e l’evoluzione biologica, il linguaggio, l’aggressività, i sogni, il sesso, la paura.

Da un lato le posizioni di Mainardi che si fondano sulla globalità delle forme di vita, senza soffermarsi unicamente su quella umana, dal cui aspetto culturale è invece attratto il letterato Ceserani. E mentre Ceserani mette a fuoco solo la storia culturale della nostra specie, Mainardi adotta l’ottica del paleontologo, ovvero: “Mi viene da ragionare in termini di milioni, talora addirittura di miliardi di anni. Per me Homo sapiens è una specie giovanissima, sempre sotto il collaudo della selezione naturale, e ti assicuro che è una specie a rischio. Mi viene dunque da sorridere quando la Chiesa cattolica si vanta di durare ormai da duemila anni. E che saranno mai duemila anni, anche per la nostra giovanissima specie, nell’ottica del paleontologo?

La discussione sulla cultura diventa particolarmente feconda grazie all’analisi condotta da Bauman, sociologo citato da Ceserani, per evidenziare il passaggio dalla modernità alla postmodernità. Bauman così sintetizza le sue riflessioni sulla concezione di modernità solida e liquida: “da una parte le nazioni e le istituzioni sociali, familiari e individuali forti, l’egemonia del centro sulla periferia, gli equilibri di potere, i conflitti e le guerre, la ricerca di identità, i problemi della sicurezza, le pratiche di esclusione e sospetto verso gli altri,le forme di assimilazione forzata; dall’altra il sistema decentralizzato, la multidimensionalità e fluidità dei rapporti, l’ibridazione, gli spostamenti massicci di popolazioni, l’aspirazione alla libertà, l’uso della rete nei sistemi della comunicazione”.

Tale citazione serve a Ceserani per dimostrare come, nella specie umana, il sistema culturale si fondi su aspetti politici, etici e morali di possibile evoluzione in tempi brevi: “Se le analisi di Bauman sono vere, tu e io, nati nella prima metà del Novecento, avremmo vissuto in due sistemi sociali e culturali nettamente diversi: un’infanzia, adolescenza e giovinezza solide e una maturità liquida”.

Mainardi conferma: “occorre rilevare che l’evoluzione culturale è straordinariamente più rapida di quella biologica. Il cambiamento evolutivo culturale può infatti determinarsi all’interno di una popolazione in brevissimo tempo, senza attendere ricambi generazionali.” Pur tuttavia non può non considerare l’aspetto della selezione naturale “un comportamento, indipendentemente dal fatto che sia trasmesso per via genetica o apprendimento sociale, se mal adattativo viene comunque penalizzato dalla selezione naturale”, quindi un tipo di evoluzione che si sviluppa in un movimento lungo e interrotto, tendenzialmente lento, contrario alla visione di Ceserani che percepisce l’evoluzione culturale “come un movimento più agitato e drammatico, fatto di salti e di conflitti.”

Ed è qui che l’occhio del paleontologo riesce a coniugare ciò che le teorie dividono:”la vita non è che un unico, seppur lungo, episodio. Gli studiosi della biologia sono innanzitutto degli storici, studiosi di una storia naturale che non potrebbe mai ripetersi uguale a come è stata, con le stesse specie, i suoi rigogli, le sue crisi, i suoi equilibri e squilibri, estinzioni e nuove comparse, mescolamenti”. E aggiunge Mainardi “Dovendo però anche confrontarmi con la vita di tutti i giorni … è come se possedessi due distinte consapevolezze. Una lente che mi consentisse di guardare questo modesto spazio temporale amplificato, dove io sono ben più partecipe, e un’altra che se risale all’età dei dinosauri, diventa come un film accelerato. La progressiva scomparsa di quei rettiloni, della conseguente comparsa dei loro nipoti uccelli, della trasformazione di qualche dinosauro in coccodrillo o caimano o alligatore, della subdola apparizione dei primi piccoli mammiferi”. La vita è tutta vita, ma è come se l’uomo la volesse interpretare come leggenda, teso com’è ad anteporre innanzi tutto se stesso.

Certo l’uomo appare come l’animale culturale per eccellenza, ma è pur vero che anche altre specie animali sono in grado di produrre e trasferire fra loro soluzioni di problemi, linguaggi e innovazioni. ”All’interno dei sistemi comunicativi delle specie animali, quanto ai contenuti, si va da informazioni fondamentali per la sopravvivenza, come la specie e il sesso d’appartenenza, a segnali che possono essere ritenuti analoghi a vere e proprie parole create ad hoc per indicare qualcosa che proprio in quel momento sta avvenendo”.

Le storie di animali che corroborano la discussione sono numerose e gustosissime (sia viste con l’occhio dello scienziato che attraverso le opere di famosi scrittori) e sollevano curiosità e risposte che ben evidenziano quanti misteri ancora debbano essere svelati sulle convergenze tra la specie umana e le altre abitatrici del nostro pianeta.

Nello scenario della trattazione di temi sulla consapevolezza, la morte, l’aggressività, la violenza, la paura, Mainardi rilancia e pone in primo piano una sgradita specificità tipica dell’essere umano: “noi esseri umani siamo una specie molto diversa da tutte le altre soprattutto perché abbiamo sviluppato una straordinaria e unica capacità di evoluzione culturale.. Ciò ci è costato, in termini evolutivi, la perdita quasi totale delle istruzioni genetiche per stare al mondo (i cosiddetti istinti tanto per intenderci), ed è proprio per questo che abbiamo una sete di conoscenza sempre impellente, indispensabile per la nostra stessa sopravvivenza di animali culturali. Ecco allora che noi animali onnivori (dunque parzialmente carnivori), certe altre specie dobbiamo ‘consumarle’, in quanto culturali, non solo mangiandole, ma anche in altri modi, e cioè per il nostro insaziabile bisogno di conoscenza. E’ all’interno di questo bisogno che, tra le curiosità in qualche caso giustificabili, si localizza la sperimentazione sugli animali”.

Riconosce, Mainardi, un fenomeno etologico che riguarda solo la nostra specie: la pseudospeciazione, e di essa ne parla per affrontare il tema della violenza e dell’aggressività, spiegando che “sono rari i casi naturali in cui le interazioni aggressive intraspecifiche sfociano nella morte. Le due possibili soluzioni naturali degli scontri aggressivi fra animali non portano mai all’uccisione dello sconfitto, ma, in alternativa, o all’interazione sociale o a una spaziatura fra gli individui”.

Il termine pseudospeciazione viene citato da uno studio di Konrad Lorenz: “Ogni gruppo culturale sufficientemente circoscritto tende a considerarsi una specie a sé e a non ritenere come veri e propri uomini i membri di altre unità analoghe … poiché i nemici non sono considerati veri uomini, si può infierire su di loro tranquillamente”.

Secondo questa definizione, Mainardi afferma che è la cultura (o certi tipi di cultura) a rendere l’uomo crudele. Per natura, infatti, l’essere umano dovrebbe essere altruista ed empatico; razzismo, fanatismo, olocausto, santa inquisizione, torture vengono riservati, secondo la pseudospeciazione, ad esseri in vario modo classificati, ma sempre in senso fortemente negativo, come ‘diversi’. “La pseudospeciazione, i riti di guerra, la disciplina assoluta e acritica richiesta ai soldati, la propaganda che racconta l’avversario come perennemente aggressivo, l’obliterazione dei segnali etologici di paura e resa, utili in natura per smorzare gli attacchi, fanno slittare la sana e adattativa aggressività animale in qualcosa di ben più atroce. E tutto ciò non per natura ma per cultura. Certo è che in nessun’altra specie, tranne che nell’umana, gli individui risultano così disinvoltamente, e consapevolmente, sacrificabili”.

Anche di se stessi, verrebbe da aggiungere, leggendo queste parole sull’evoluzione della vita sulla Terra: “Nella storia della vita sulla Terra si sono già verificati, e superati, cinque periodi di grave crisi. Non per nulla quella che stiamo vivendo viene dai paleontologi definita la ‘sesta estinzione’. Le precedenti crisi non furono comunque mai definitive. Altrimenti non saremmo qui. E, occorre rilevare, al loro termine seguì sempre un periodo di rigoglio evolutivo. Rimane però istruttivo il fatto che, a decretarne la fine fu, come del resto è logico, la scomparsa della causa stessa che le aveva prodotte. Ebbene, è fondamentale allora ricordarci che la sesta estinzione, quella che stiamo vivendo, l’abbiamo fabbricata soltanto noi. Sarebbe dunque essenziale che comprendessimo, ma sul serio, che è solo salvando le altre specie, soprattutto salvando gli equilibri naturali, che potremmo salvare noi stessi. Altrimenti sarebbe come se stessimo allegramente organizzando, col nostro comportamento intelligente, il nostro suicidio.

Beninteso a tutto vantaggio del mondo postumano!

TartaRugosa ha letto e scritto di: Jostein Gaarder (2019), Semplicemente perfetto, Traduzione di Ingrid Basso, Editore Longanesi

Semplicemente perfetto, quante volte siamo riusciti a dire queste due parole, oppure a pensarle?

Vivere o immaginare occasioni, circostanze, eventi in cui tutto funziona così come lo attendiamo, nulla fuori posto, momenti magici dove si vorrebbe che il tempo si fermasse o restasse immutabile.

Così come accade nell’incontro tra Albert e Eirin:

Ci conoscevamo soltanto da una settimana, ma ci sembrava di aver vissuto insieme tutta la vita, o meglio, perché è questa la verità, era come se sapessimo che avremmo vissuto un’intera vita insieme, e questa consapevolezza si manifestò per la prima volta durante una gita a bordo di una barca a remi rubata sul Glitretjern.

Non è solo l’intesa e il presentimento di un futuro di coppia: anche il luogo della fuga d’amore è semplicemente perfetto.

Perdemmo letteralmente la testa per quello scintillante lago nel bosco. C’era un piccolo capanno di legno dipinto di rosso, col tetto spiovente e le imposte bianche, isolato su un’angusta baia … come se presentissimo che quello un giorno, dopo molti, molti anni, sarebbe stato il nostro lago e che la casetta rossa un giorno sarebbe stata nostra…. Prendemmo a calci la porta ed entrammo …poco prima di addormentarci, esausti di tenerezza e di piacere, Eirin sussurrò che la capanna era davvero una Casa delle fiabe.

Lo sappiamo tutti, però – anche se fatichiamo a riconoscerlo – che il susseguirsi dei giorni non è mai perfetto. Anche nell’amore si insinuano tentennamenti, segreti, dubbi, tormenti.

Ripenso a Marianne come alla mia fidanzata di gioventù, per qualche istante rivivo la nostra intimità di allora. Poi c’è stato un intermezzo, molti anni dopo, e non è un bel ricordo. Eirin non l’ha mai saputo. Il ritorno di fiamma con Marianne durò qualche settimana, finché io fui sopraffatto dalla vergogna e dal pentimento.

Tuttavia il magico potere della Casa delle fiabe fa riprendere linfa al rapporto: ricominciammo a guardarci e a passare più tempo insieme.

Di nuovo, tutto sembrerebbe semplicemente perfetto, se non fosse che succede qualcosa di troppo sconvolgente per ritenere che i giorni a venire abbiano lo stesso sapore.

Siamo così sconfinati, insondabilmente ricchi di impressioni vitali, di conoscenza, di ricordi e di legami. E se ci spezziamo, tutto si dissolve, si allontana e viene dimenticato.

La vita di un uomo si riassume semplicemente così: C’era una volta … E venne una notte.

Adesso è arrivata la notte.

Prima un indizio, poi una diagnosi.

Mentre Eirin è lontana per un importante convegno in Australia e Marianne vicina – l’ex fidanzata è diventata ora loro medico curante – sarà proprio quest’ultima che cercherà di accompagnare alla crudezza delle parole una vicinanza emotiva.

Ero stato da Marianne per farmi visitare la mano. Nel giro di poco tempo le dita erano diventate rigide e immobili.

Ripenso a Marianne, a tutto ciò che è riuscita a dirmi, a tutto ciò che è riuscita a tradurre in parole con la più grande leggerezza. Credo sia andata ben oltre il dovere di un medico di famiglia. … E’ rimasta seduta e mi ha accarezzato le mani: non solo quella malata, ma anche quella buona. In pochi secondi è riuscita a stordirmi completamente. E’ stata una specie di lobotomia.

Ho la sclerosi laterale amiotrofica, la SLA.

Mi dà da uno a tre anni di vita e quando le chiedo di essere più precisa, ammette che meno del cinquanta per cento dei malati è ancora vivo un anno e mezzo dopo la diagnosi.

Quando si giunge a fare i conti con le imperfezioni del corpo e quando le previsioni restringono il tempo che rimane, c’è bisogno di interrogarsi sul senso di una vita che sta per cambiare, anzi che sta già cambiando.

Devo scrivere, perché la scrittura è il solo modo per mettere a fuoco tutto. Mi costringe a sintetizzare i pensieri prima che finiscano sulla carta.

La perfezione, in tal senso, forse è proprio quella di chiuderla lì, con la vita, prima di verificare ciò di cui il corpo è ancora capace di riservare nel decorso della malattia.

Questo giorno è arrivato all’improvviso. Non sono ancora riuscito ad accettare l’idea che presto dovrò lasciare tutto, assolutamente tutto. …Non ho paura di morire, quasi il contrario: ho addosso una tristezza così profonda per il fatto che presto avvizzirò e me ne andrò, che non so per quanto tempo avrò il coraggio di conviverci.

Io ho la libertà di scegliere di rompere con tutti i legami sociali e di trovare per conto mio una via di ritorno alla natura.

Ed è semplicemente perfetto poterlo fare proprio nel luogo più amato e desiderato, nella Casa delle fiabe, violata in un giorno d’estate, e ritrovata dopo lunghi anni, quando il proprietario decide di venderla a quella coppia che riconosce, senza però rivelarlo, come i due ragazzi che si erano intrufolati nella sua casa durante la sua assenza.

Che cosa fa una persona quando prende congedo dalla vita? Scrive. Scrive a chi rimane per non lasciare nulla in sospeso, per spiegare, per raccontare i lati più misteriosi e segreti del proprio passato, per rivivere la propria storia.

Sono davanti al sommo commiato della mia vita e non sento più la necessità di trattenere nulla…. Non ho intenzione di andarmene da questo pianeta lasciandomi dietro una grande menzogna.

Sul “libro della baita”, nelle pagine ancora bianche, Albert scrive a Eirin, al figlio Christian e sua moglie June e alla nipotina Sarah, perché tutti devono sapere che la sua scelta coincide con il modo perfetto per andarsene con dignità, senza essere di peso a nessuno.

Presto non sarò più in grado di comunicare con il prossimo. In primavera sentirò cinguettare il merlo, ma non sarò più in grado di voltarmi per cercare di individuarlo.

Qualcosa impedirà però che il commiato diventi concreto.

E’ semplicemente perfetto essere parte dell’universo, perché esso stesso è stato perfettamente adatto fin dal primo momento per atomi, molecole, stelle e pianeti. E per esseri viventi come noi.

Nelle ventiquattro ore che si è concesso per scrivere il suo addio, Albert non dialoga solo con i suoi ricordi e i suoi turbamenti: nella solitudine della Casa delle fiabe altre presenze vitali si aggirano con un intreccio triangolare teso a ricomporre il dilemma della scelta. Noi non siamo soltanto natura. Siamo una fitta trama in cui rientrano i contesti famigliare, sociale e culturale.

Alla ricerca dell’Uno con il Tutto, Albert riflette sul rapporto con l’universo e di quanto esso sia infinitamente più grande e più forte della nostra fugacità terrena, ma ancor più riflette su ciò che unisce gli essere viventi e su quanto sia fondamentale avere accanto persone che ti sostengono nei momenti più bui dell’esistenza.

I piccoli semi di un iniziale processo di riconciliazione partono proprio dalla considerazione che avere solo poche ore per dire addio al mondo e agli affetti è troppo poco e che c’è la necessità di potersi regalare una seconda possibilità, qualsiasi cosa accada. I giorni che sono stati quasi soltanto buoni ormai stanno alle nostre spalle. Ora arriveranno quelli cattivi, ma forse ci troveremo qualcosa di buono.

Resto fermo a osservare il lago per un lungo istante. Bizzarro, penso, quanto scuro e minaccioso apparisse questa notte. Adesso è azzurro come l’erba trinità, e come il cielo terso di oggi.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Gabriele Romagnoli (2017), Solo bagaglio a mano, Universale Economica Feltrinelli, Milano

Suggerire a una tartaruga di viaggiare con solo bagaglio a mano è divertente, data la sua innata propensione a trascinarsi appresso l’intera casa. Ma, forse proprio per questo, il guscio può essere paragonato a una valigia, in cui, tolto il corpo, non rimane molto altro spazio in cui stipare “roba”.

Alla base del libro troviamo proprio questo concetto: la ricerca dell’essenza è intrecciata al sapersi liberare dal superfluo e a saper imparare ad agire per sottrazione.

Tutti noi abbiamo troppe cose che non ci servono o ci portano sulla strada sbagliata, bagagli troppo pesanti che ci inducono a scegliere percorsi più facili per non faticare troppo. Amiamo il segno più e il meno ci spaventa. Eppure ‘fare a meno’ è un verbo da coniugare con esultanza.

La metafora del viaggiare leggeri è quanto mai efficace se applicata all’umana predisposizione ad individuare il senso della propria esistenza.

L’autore sviluppa una serie di riflessioni grazie alla partecipazione ad un originale esperimento svolto in Corea del Sud, dove, per ostacolare l’elevato numero di suicidi, viene proposto un falso funerale con relativa chiusura in una bara, non prima di aver scritto su un foglio l’ultimo saluto alle persone più care e disposto la destinazioni dei propri beni materiali. La cerimonia comprende la vestizione con un abito funerario senza tasche.

Scopo di questo bizzarro rituale non è prepararsi a morire quanto, piuttosto, imparare a vivere.

Perché nel momento in cui ti confronti con la tua finitudine scopri di quante cose sei ingombro, sacrificando spesso a loro spazio prezioso per ciò che nella vita conta davvero.

In questa claustrofobica chiusura nascono in Romagnoli ricordi di eventi, aneddoti, cronache di vita che per il giornalista meritano di essere evocati per stimolare un pensiero critico sul nostro occidentale modello di vita.

Il recupero dell’operazione di sottrazione (togliere anziché aggiungere) aiuta a comprendere che i limiti in generale sono un vantaggio, non una diminuzione delle possibilità. Le convinzioni sono indumenti superflui. Come eliminarle? Per cominciare, le certezze. Quelle più definitive e solide, quindi più pesanti, quelle assolute: scaricarle pensando che invece è tutto relativo.

Nel bagaglio a mano, dove lo spazio è ridotto, ci metti non quello che ci sta, ma quello che vuoi. Quante volte tendiamo a caricarci di ciò che non serve o scegliere situazioni in cui non consideriamo che la fatica è superiore al risultato! Ancorati alla certezza che l’accumulo sia un simbolo di prestigio, di potere, o di un fittizio senso di godimento non ci accorgiamo di quanto nella nostra vita è in sovrappiù.

Un racconto autobiografico scuote la mia attenzione: si tratta della madre dell’autore e del suo acquisto di un bellissimo, morbido tappeto da bagno che, dopo essere stato esibito e aver raccolto molto entusiasmo dalla famiglia, viene inspiegabilmente riposto nel ripiano più alto di un ripostiglio. Forse per non sciuparlo, o per le grandi occasioni, o per tenerlo nel dovuto rispetto dato il suo pregio. E nel frattempo nel bagno di caso continuano a susseguirsi tappeti di scarsa qualità. Il piacere di poter usufruire dell’oggetto annientato dal piacere del possedere: le infinite, quasi tutte sbagliate, declinazioni del verbo possedere. Che per me significa: essere posseduti. Credi sia attivo, invece è passivo.

Come mi ci riconosco anch’io! Talvolta le tentazioni non sono respinte perché prevale il senso del bello, del possesso per l’appunto, ma poi, trascorso il momento del godimento, quell’oggetto resta lì per diverse ragioni: un senso di colpa per aver speso soldi per qualcosa di non indispensabile, la costatazione che non rispondeva a un’effettiva necessità, l’attesa di una speciale occasione che non arriverà mai. Lo scivolamento dei giorni pian piano fa passare quell’oggetto in second’ordine, fino a farti scordare quanto lo avevi falsamente ritenuto importante e, quindi, decidere di liberartene.

Il bagaglio a mano rivela il superfluo. Se torni e ce l’hai fatta con quel numero di capi, fogge e colori, significa che non hai davvero bisogno di quanto nel tuo guardaroba esorbita.

In realtà quello che più ci pesa addosso e che si radica nei nostri sogni sono le mancate soddisfazioni. Che farne? La soluzione più semplice è continuare a inseguirle, perché Hillman insegna, in ognuno di noi abita un daimon che attende solo di essere scoperto.

Hillman racconta di una bambina di colore salita su un palco di Harlem per un saggio di fine anno e annunciata come danzatrice che tirò la giacca del presentatore e disse a sorpresa: ‘Canto, invece!’ Era Ella Fitzgerald improvvisamente consapevole di sé.

Anche l’idea che abbiamo di noi stessi, il nostro egocentrismo può diventare zavorra.

Troppi si ritengono primattori di un copione che prevede solo comparse. Accendono a giorno stanze che implorano ombra, quiete, dimenticanza: le stanze in cui vegliamo sulla nostra irrinunciabile essenza.

Nell’esperimento coreano, prima di procedere alla chiusura della bara, presentano un video in cui l’esistenza umana, in media di 80 anni e sulla scorta di una serie di interviste, viene così sintetizzata:

23 anni a dormire, 20 a lavorare, 6 a mangiare, 5 a bere e a fumare, altri 5 aspettando un appuntamento, 4 a pensare, 228 giorni a lavarsi la faccia e i denti, 26 giocando con i figli, 18 a farsi il nodo alla cravatta. E, da ultimo, 46 ore di felicità.

Se questo è ciò che sta dentro la valigia della nostra vita, quando l’apriamo vorremmo trovare qualcosa in più di quelle poche 46 ore. Cerchiamolo avendo cura di ricordare sempre che la vita è imprevedibile e che è importante sapere che esiste sempre un piano B. Soprattutto quando incontriamo la parola “senza”.

La vita ci insegna a fare senza e a proseguire, resistere e migliorare proprio per questo. Perdere è, a volte, arricchirsi: scoprire che si avevano false necessità, affrancarsi da pesi e bisogni. S può rimanere senza qualcosa e stare meglio di prima, soprattutto se quella cosa la si è donata ad altri. Un vestito senza tasche porta già tutto: un’esistenza che basta a se stessa.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Michela Murgia (2009), Accabadora, Einaudi, Torino

Capita talvolta di portarsi addosso un nome che già prefigura un destino.

Chissà se nell’immaginazione di una Bonaria Urrai bambina il peso di quel “Bonaria” custodiva la traccia di ciò che sarebbe successo nella sua vita, nelle sue scelte, nelle sue azioni.

Perché qui troviamo un’altra bambina, Maria, quarta figlia non desiderata di Anna Teresa Listru, che in un giorno di luglio con una sporta di uova fresche e prezzemolo, saluta la madre e insieme ad una Bonaria già avanti nell’età imbocca la nuova strada verso un futuro difficilmente pensabile per lei che per prima si era sempre considerata “l’ultima”.

Fill’e anima”, sarà da quel momento per tutto il paese:

Lei è Maria”. E quell’essere semplicemente Maria doveva bastare a quanti avessero voluto capirne di più. La gente di Soreni ci aveva messo un po’, ma alla fine aveva afferrato l’antifona di quella misteriosa liturgia, e tutt’a un tratto era come se fosse stato sempre così, anima e fill’e anima, un modo meno colpevole di essere madre e figlia”.

Che si sa, la gente di paese ha sempre motivi di cui parlare o sparlare fin tanto che qualcosa di nuovo non accade e sposta l’attenzione sull’ultimo evento. E in quei di Soreni la tradizione è custodita gelosamente. I segreti si nutrono di quel non dire che è come se fosse detto, di quel sapere mal nascosto e costruito su credenze arcaiche, tessute di rituali magici e convinzioni superstiziose. Una cultura primitiva, ma non per questo totalmente priva di morale.

Ha chiesto lui di me?”

No, non parla più da settimane. Ma io a mio padre lo capisco”

…”Uscite tutti”

Rimasta sola con il vecchio, lo esaminò. Bonaria gli prese la mano scarna tastando con attenzione il polso e l’avambraccio, e qualcosa in quel contatto le strappò un sussulto. Il vecchio emise un verso rauco “Chiamata ti hanno, alla fine”.

Malgrado la sua debolezza, il sussurro del vecchio non si perse nello scialle e Bonaria Urrai lo udì perfettamente. Fuori c’era la famiglia che attendeva pregando, ma l’accabadora non ci mise nemmeno il tempo di un Pater ave gloria per uscire dalla camera del vecchio, avendo cura di lasciarsi aperta la porta alle spalle.

Antonia Vargiu, per avermi chiamata senza motivo, siate maledetti voi tutti presenti. ..Sai benissimo che tuo padre non è morente, non è nemmeno vicino al suo giorno. Dagli da mangiare, piuttosto. Se muore per fame, tu non addormentarti più”.

Perché Bonaria, oltre che sarta, è anche questo: l’accabadora, l’ultima madre che pietosamente dà la morte quando il patimento impone un’agonia troppo grande per essere sopportato. E’ appena quindicenne quando assiste alle mosse di questo mestiere nella casa di una giovane puerpera colpita da emorragia: “Quando la stessa donna aveva chiesto la grazia, le altre avevano agito per lei in un clima di condivisa naturalezza, dove atto illecito sarebbe parso piuttosto il non far nulla”.

In quella terra aspra e chiusa, dopo che la liberazione della casa da ogni oggetto benedetto non era sufficiente a lasciar andare il sofferente, ecco che l’accabadora nel buio della notte, avvolta nel lungo scialle di lana, calava come ultima ombra per esortare il respiro finale.

Maria questo non lo sa e lo scoprirà ad un prezzo molto caro, quando il suo crescere è più che mai confuso tra i sogni di bambina e i desideri di donna ancora acerba.

Succede che nella vigna dei Bastia, durante la raccolta dei grappoli profumati, un lamento rompa la gaia baldanza dei giovani impegnati nel faticoso lavoro. Proviene da un muretto, uno di quei confini fatti “a secco in basalto nero, ciascuno con il suo astio a tenerlo su”. “Nicola Bastia esaminava la base del muretto esplorando attento le fessure tra i massi. … Dopo qualche minuto si alzò da terra brusco come c’era finito, e con uno strano sguardo cercò gli occhi del padre “Hanno spostato il confine”.

Dopo aver disfatto il muretto in pochi minuti “Il piccolo sacco di juta comparve dal punto più interno del muro. Nicola estrasse l’arresoja dalla tasca sotto gli sguardi tesi del padre e della madre. La lama lacerò la stoffa … rivelando quello che si agitava debolmente nel sacchetto. Era un cucciolo di cane. Vedendo con cosa era stato legato e sepolto, il segno della croce stavolta se lo fecero tutti. Persino Nicola”.

In quella terra in cui “la parola giustizia veniva pronunciata solo quando c’erano da evocare cieche persecuzioni contro qualcuno”, la maledizione di una fattura non poteva essere perdonata. E Nicola cerca la vendetta, ma non sempre la vendetta è giusta come la si crede. Nicola perderà una gamba e, per la sua età, il suo carattere e temperamento, questo costo è troppo alto da tollerare.

La notte di Ognissanti, la porta delle case viene lasciata aperta per la cena delle anime.

Quella notte, Andria, fratello di Nicola, si appresta a controllare quale anima entrerà a bere l’acquavite lasciata sul tavolo e a prendere il tabacco trinciato “così avrebbe saputo cosa rispondere a Maria, quando diceva che le anime non andavano in giro a tormentare nessuno”.

E sarà quella la notte in cui Bonaria, per la prima volta avrà il dubbio “di non essere capace di distinguere tra la pietà e il delitto .. quando negli occhi di Nicola Bastiu aveva letto la determinazione di chi cerca disperatamente non la pace, ma un complice”.

E’ arrivato il momento della verità nel drammatico confronto tra Maria e Bonaria:

(Andria) Dice che vi ha visto stanotte entrargli in camera e soffocarlo con un cuscino”…

Me lo ha chiesto lui”…

Nella mente di Maria la verità si fece chiara improvvisamente, e nell’istante stesso in cui la realizzava, la figlia di Anna Teresa e Sisinnio Listru seppe con certezza chi era la donna che le stava davanti.…

L’ultima. Io sono stata l’ultima madre che alcuni hanno visto” …Quando parlò, Bonaria seppe che non c’erano più spazi per capire.

Per me siete stata la prima, e se mi chiedeste di morire, io non sarei capace di uccidervi solo perché è quello che volete” …

Quando verrà il momento, Maria, scoprirai cose di te che non conosci ancora” …

Non verrà quel momento…io voglio andare via da voi … Subito. Domani stesso”.

Farsi accabadora dei propri ricordi non è impresa facile. Rinascere una terza volta ancor meno. Maria, a Torino, si inventa una vita nuova come bambinaia di due ragazzini ricchi e viziati, da conquistare a poco a poco, entrando nelle viscere delle loro storie, frugando nel nero e nel dolore più cupo, perché a volte, per comprendere la propria disperazione, si rende necessario scoprire quella degli altri.

I ricordi non muoiono a comando, “lentamente tornarono a uno a uno, visi, voci e luoghi dell’infanzia in cui era cresciuta, e Maria si scoprì ad abitarli senza chiedere permesso”.

Poi tre fatti: una lettera complicata da aprire, un sentimento represso venuto alla luce, la riscossione del debito del fill’e anima.

In quella terra sarda da cui era partita, Maria ritorna e reincontra una Bonaria il cui “corpo era diventato così delicato che anche un semplice massaggio sarebbe stato sufficiente a sbriciolarle le ossa ormai fragilissime”. Un ammonimento riaffiora:

Farai tante scelte nella vita che non ti piacerà fare, e le farai anche tu perchè vanno fatte, come tutti”.

Non si riesce a morire per protezione o per colpa.

Il primo motivo è abbastanza semplice da verificare: “Tolse tutti i quadretti a soggetto religioso dai muri della camera, recuperò le immaginette dalle pagine dei libri e dal fondo dei cassetti … soprattutto portò via la palma benedetta della settimana santa appesa dietro la porta … La vecchia non indossava scapolari o altri oggetti che potessero trattenerla, tranne la catenina del battesimo, che Maria ebbe cura di sfilarle dal collo con delicatezza, mentre l’altra la fissava senza una protesta.”

Non successe niente.

La colpa è fatto più complicato; è più oscura e alberga in tutte le anime, abbarbicata com’è all’azione e al pensiero. Bonaria, Maria, Andria: un incontro comune, un parlare interrotto, una paura di scoprire e scoprirsi, una necessità di ritrovarsi.

L’anima ha voglia di perdono, ma non sempre si sente libera di andare da sola. Ha bisogno di un gesto, di un tocco leggero, di sentirsi accompagnata da chi ha amato.

Anima e fill’e anima, infine, riprendono a parlare lo stesso, misterioso, linguaggio del bene.

P.S.

Mentre scrivo sento il messaggio del suicidio di Mario Monicelli e sono ancora emozionata dal racconto di settimana scorsa di Roberto Saviano sulla storia d’amore di Piero e Mina Welby.

Situazioni limite, ma proprio per questo risposte ancor più significative di fronte al nuovo imperante tabù della morte (o forse della vita?).

Tabù perché si cerca con ogni mezzo di non far entrare la morte nella storia del vivere, nuovo perché è cambiata la modalità per osteggiare il trapasso. A voler continuamente allontanare la linea di confine tra l’al di qua e l’al di là si ottiene la rovinosa conseguenza di non sapere più a quale dei due mondi si appartiene.

La “macchina umana” è il nuovo mostro tecnologico che ne risulta, dove il respiro diventa bombola, dove il battito diventa pompa, dove lo sguardo diventa monitor, dove il contatto diventa guanto, dove la parola diventa numero.

Non si riesce a morire per protezione o per colpa. Difficile comprendere l’esatta collocazione di questo nuovo prodotto umano.

Grazie a Monica per il dono di Accabadora.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Simon Winchester (2018), Il professore e il pazzo, Traduzione di Maria Cristini Leardini, Adelphi Edizioni, Milano

Mi chiedo perché io sia sempre così attratta dalle storie ambientate nell’Inghilterra vittoriana. Non conosco la Gran Bretagna e la sua capitale, eppure nei film, come nei libri, la fantasia e l’immaginazione mi trascinano nelle strade fumose, caligginose, nebbiose, maggiormente in periferia, dove industrie, case, fiumiciattoli e destini malfamati si intersecano con le contraddizioni e le divisioni sociali, povertà e filantropia, furti e riscatti, espedienti e ricchezza. E’ indubbio che ci sia lo zampino di Charles Dickens e dei suoi monumentali romanzi sociali; insieme a lui altri grandi come Robert Louis Stevenson, Arthur Conan Doyle e, più tardi, in versione femminile, le sorelle Bronte. Jane Austen, Virginia Woolf avranno sicuramente lasciato il segno nei miei viaggi interiori.

Un altro quesito riguarda il perché sia il film sia questo libro di Winchester mi abbiano letteralmente stregata e trascinata nel vortice della storia delle parole.

Su quest’ultimo, forse, una spiegazione (direbbe TartaRugoso) è legata al mio desiderio di controllo, ma di fatto tutto ciò che ha a che fare con le liste, gli elenchi, le classificazioni, mi affascina.

Il Professore e il Pazzo non è solo la storia dei suoi due principali artefici, il Prof. James Murrray, responsabile e direttore editoriale del progetto, e il Dr. William Minor, internato nel manicomio di Broadmoor, principale collaboratore nella costruzione dell’Oxford English Dictionary.

Il vero protagonista è lui, il dizionario, o meglio, le parole che contiene.

Nato per volontà dell’esclusiva Philological Society di Londra ci vollero più di settant’anni per creare i dodici mastodontici volumi che formavano la prima edizione di quello che sarebbe diventato il grande Oxford English Dictionary (OED). Fu portato a termine nel 1928; negli anni successivi ci furono cinque supplementi e poi, mezzo secolo dopo, una seconda edizione che integrava la prima e tutti i volumi supplementari in una nuova serie di venti volumi.

Per la mia probabile latente ossessività l’elemento più fascinoso è la ricerca del significato di ogni parola (origini, storia e trasformazioni) attraverso l’uso di citazioni che dimostravano esattamente come era stata usata una parola nel corso dei secoli, quali sottili variazioni aveva subito nelle sue sfumature di significato, nell’ortografia o nella pronuncia e, cosa forse ancor più importante, come e più esattamente quando era entrata per la prima volta nella lingua.

L’urgenza di un così ambizioso progetto derivava dal fatto che in un’epoca pullulante di intensa attività intellettuale, i pochi dizionari esistenti erano piuttosto modesti e imperfetti: quando William Shakespeare scriveva le sue opere, non poteva verificare l’esattezza di parole insolite, non avrebbe trovato nessun libro che gli dicesse se la parola che aveva scelto era scritta correttamente, se l’aveva scelta bene, e se l’aveva usata nel modo giusto e nel punto giusto.

Imperdonabile. Anche in considerazione che l’espansione geografica di quegli anni stava portando la lingua inglese a diventare internazionale e quindi necessitava di essere meglio conosciuta e, soprattutto, per una forma di orgoglio nazionale, non si poteva essere inferiori a italiani, francesi e tedeschi già molto avanti per la salvaguardia del proprio patrimonio linguistico (in Italia l’Accademia della Crusca risale al 1582).

Anche l’Inghilterra doveva munirsi di un dizionario il cui fulcro fosse la storia dell’arco di esistenza di ogni singola parola, una sua biografia corredata di atto di nascita che mostrasse dove era stata usata per la prima volta.

E’ un assioma che esistano tre alternative per stilare un elenco di parole. Si possono registrare le parole che si sentono. Si possono copiare le parole da altri dizionari già esistenti. Oppure si può leggere e poi, nel più scrupoloso dei modi, registrare tutte le parole che si sono lette, selezionarle e disporle in un elenco.

Di questo incarico fu ritenuto idoneo James Murray, le cui competenze vengono da lui stesso così descritte: La filologia è stata per tutta la vita il mio campo di ricerca favorito, possiedo una padronanza generale della lingua e della letteratura delle classi ariane e siro-arabiche; delle lingue romanze italiano, francese, catalano, spagnolo, latino e in misura minore portoghese, valdese, provenzale e vari dialetti; un’accettabile familiarità con l’olandese, tedesco, francese e occasionalmente fiammingo, danese. So un po’ di celtico e al momento sono impegnato con lo slavo, avendo raggiunto una soddisfacente conoscenza del russo.

Di certo il candidato ideale per il conferimento del contratto, accettato il quale Murray prese due decisioni: costruire lo Scriptorium, piccolo edificio in cui si sarebbe riunito con i suoi collaboratori per curare l’edizione del dizionario; scrivere un appello a tutti i lettori di lingua inglese per arruolare un corposo numero di volontari che leggessero e segnalassero le parole ritenute valevoli di essere inserite nel dizionario.

L’appello inserito nei giornali, riviste, libri raggiunse, fra gli altri, anche il manicomio criminale di Broadmoor, nel Berkshare, e capitò nelle mani di William Minor, lì ricoverato da otto anni, in seguito a un omicidio di un passante da lui ritenuto suo persecutore.

Soffriva di manie di persecuzione, è vero; ma era un uomo sensibile e intelligente, laureato a Yale, istruito e curioso. Era, si capisce, incredibilmente ansioso di avere qualcosa di utile da fare, qualcosa che potesse occupare le settimane e i mesi e gli anni e i decenni che gli si prospettavano.

Nel libro sono minuziosamente descritte le storie di vita di entrambi questi due uomini. Particolarmente emblematica la vicenda esistenziale dell’americano Minor, l’insorgenza e l’evoluzione della sua malattia che lo porterà a gesti autolesionisti drammatici e che troverà in Murray un fedele amico, pronto a sostenere la sua causa di rimpatrio negli Stati Uniti.

La trama che seguo, però, è centrata sul metodo della costruzione dell’opera letteraria e sicuramente, senza l’ausilio del Dr. Minor, forse il destino della stessa sarebbe stata ben diversa.

Quando si parla di metodo, anche la follia può rivelarsi utile. Ecco come Minor riuscì a non disperdersi fra i rivoli della monumentale ricerca e a diventare, seppur a distanza, fondamentale sostegno per l’edificazione del dizionario, già in crisi alla lettera A:

Prese da un cassetto quattro fogli di carta bianca e una boccetta di inchiostro nero e scelse la penna dal pennino più sottile. Piegò i fogli in due formando un quaderno, un fascicolo di otto pagine. … Ogniqualvolta incontrava una parola di suo interesse, la trascriveva in caratteri minuscoli, quasi microscopici, nella giusta posizione all’interno del quaderno che aveva creato. … La scrisse nella prima colonna, e decise di inserire la parola e il relativo numero di pagina a circa un terzo dell’altezza. La posizione era precisa e il motivo era che Minor era certo di trovare, prima o poi, un’altra parola interessante che iniziasse con la stessa lettera, e quindi calcolava la possibilità che venisse inserita o prima o dopo la parola già scritta e,dopo l’inserimento, lasciava un po’ di spazio nell’eventualità di incontrare un’altra parola che iniziasse con la stessa lettera. .. Parola dopo parola, ciascuna con l’ortografia esatta, la posizione nel quaderno perfettamente appropriata, la pagina del libro in cui si trovava riportata con precisione, la lista cresceva e cresceva.

Questo metodo di lavoro, totalmente diverso da quello degli altri, lo mise in grado di poter rispondere prontamente alle richieste provenienti da Murray: ricevuta la parola ricercata, non aveva altro da fare che controllare la sua esistenza nella lista (e quasi sempre l’aveva già selezionata), risalire alle fonti, ricopiare la biografia di quella specifica parola e spedirla allo Scriptorium (la parola Art sarebbe stato il suo primo cimento).

Allo Scriptorium, dove arrivavano un migliaio di schede al giorno, un impiegato divideva il contenuto di ogni mazzetto in base all’ordine alfabetico, un altro divideva le parole in base alle varie parti del discorso cui appartenevano e infine un altro controllava che le citazioni fossero disposte in ordine cronologico. Un redattore provvedeva a suddividere i significati della parola secondo le varie sfumature assunte nel corso della sua esistenza e scriveva la definizione.

Nel 1928 l’annuncio finale del suo completamento:

Dodici ponderosi volumi; 414.825 parole definite; 1.827.306 citazioni esemplificative utilizzate, decine di migliaia delle quali offerte dal solo William Minor. Messi l’uno accanto all’altro, i caratteri coprono 286 chilometri, ovvero la distanza che separa Londra da Manchester. Scartando tutti i segni di interpunzione e tutti gli spazi, ci sono ben 227.779.589 tra lettere e numeri.

Ad ogni nuovo capitolo è entusiasmante imbattersi in esergo in una voce originale dell’OED che introduce all’argomento ivi trattato.

E, ci credereste?, naturalmente in vendita su Amazon in versione Nuovo o Usato con l’unico rammarico dei commentatori sul peso eccessivo …

TartaRugosa ha letto e scritto di: Daniel Schachter (2001), I sette peccati della memoria. Come la mente dimentica e ricorda. Traduzione di Cristiana Mennella. Mondadori

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Daniel Schachter (2001)

I sette peccati della memoria. Come la mente dimentica e ricorda

Traduzione di Cristiana Mennella

Mondadori

1760229

Terminati lo studio e il lavoro di scrittura, finalmente la scrivania è ritornata in ordine. Archiviati i libri consultati, mi soffermo su Schachter, direttore del dipartimento di Psicologia dell’università di Harvard e già brillante autore di altri testi sulla memoria.

I sette peccati della memoria” è un saggio, ma contemporaneamente un testo divulgativo che, sulla base della volontà di chi l’ha scritto, classifica il mondo complesso della memoria in una forma accessibile a ogni categoria di lettori, mescolando scienza ed esperienza e, soprattutto, agendo da specchio sui nostri “personali peccati” di questa importante funzione cognitiva.

Leggendolo ci si può anche divertire, oltre che a meditare sulle manchevolezze di cui talvolta non ci accorgiamo o di cui ci preoccupiamo in eccesso o, per contro, sottovalutiamo.

Partendo dalla domanda sul come, quando e perché la memoria può crearci problemi, Schachter riflette sulla sua ventennale esperienza di studioso e arriva a individuare una chiave interpretativa che aiuta a districarsi nel labirinto degli scherzi della memoria, anzi delle memorie.

La mia ipotesi è che le disfunzioni mnestiche si possano suddividere in sette grandi trasgressioni: labilità, distrazione, blocco, errata attribuzione, suggestionabilità, distorsione e persistenza. Come i sette peccati capitali, quelli della memoria fanno parte della vita quotidiana e portano guai”.

Il peccato della labilità colpisce maggiormente i young old, i giovani vecchi intorno alla sessantina e li accompagna negli anni a seguire. Man mano che il tempo passa subentra l’oblio: “con il tempo i particolari diventano sfocati e si moltiplicano le interferenze di successive esperienze simili. Ecco quindi che facciamo sempre più affidamento sull’essenziale del ricordo, cercando di ricostruirne i particolari per inferenza e addirittura tirando a indovinare. La labilità comporta un progressivo passaggio dalle descrizioni dettagliate alle ricostruzioni generiche”.

Le variazioni individuali naturalmente sono variabili, poiché anche influenzate dalle circostanze successive alla nascita del ricordo. Che i vecchi amino raccontare spesso gli stessi episodi, potrà annoiare l’ascoltatore, ma sicuramente costituisce per loro un costante ripasso che permette di far riaffiorare quell’evento con una certa precisione, liberandolo dal rischio della labilità. Probabilmente, sarà un ricordo legato a qualcosa di emotivamente importante, essendo l’emozione fondamentale per l’archiviazione dell’esperienza.

L’autore non si limita a elencare i peccati: per ciascuno di essi fornisce una dettagliata spiegazione scientifica legata al funzionamento cerebrale e suggerisce anche opportuni rimedi per contrastarli. Per esempio, quanto più associamo alle situazioni rappresentazioni visive – una mnemotecnica vecchia di duemila anni – tanto più sarà facile salvarle dalla dimenticanza.

Il peccato della distrazione ci invita a ricordare che l’attenzione è il primo ingrediente per la conservazione della memoria: se siamo assorbiti da una telenovela alla TV è probabile che dimentichiamo di spegnere il gas o non registriamo la raccomandazione che ci viene data da qualcuno della famiglia. Consoliamoci, non stiamo perdendo la memoria, più semplicemente pecchiamo di un’attenzione insufficiente al momento della codifica dell’evento. Quindi, per superare questo ostacolo, Schachter invita a utilizzare la memoria prospettica creando promemoria scritti adeguati: “quando annotiamo qualcosa, tutte le informazioni pertinenti sono disponibili nella memoria di lavoro, ma per evitare di non riconoscere poi quanto si è scritto occorre trasferire quanti più dettagli possibili dalla memoria di lavoro al promemoria scritto”. Per evitare, come capita a me e a TartaRugoso, la fatidica domanda mentre si agita un foglietto: “Ma secondo te a che cosa si riferisce?”.

Il peccato di blocco è quello universalmente conosciuto come “ce l’ho sulla punta della lingua”. In questo caso l’informazione non è svanita dalla memoria: è annidata chissà dove pronta a riaffacciarsi con qualche altro suggerimento, ma non è disponibile quando serve. Il blocco è esasperante perché sapete con certezza di poter ritrovare l’informazione, ma allo stesso tempo non ci riuscite. Il non insistere nella ricerca a volte è la cosa migliore perché così lasciamo libera la mente di svincolarsi dall’attenzione conscia e quindi pronta a lavorare in forma autonoma per il recupero. E’ diffuso infatti il fenomeno che la parola cercata riemerga quando siamo impegnati in tutt’altro, facendoci esultare anche se fuori tempo. Di altra natura invece è il blocco conseguente a un’esperienza traumatica, per intenderci il concetto freudiano di rimozione, la cui origine non è ancora compresa ma su cui la neurodiagnostica sta lavorando soprattutto indagando la regione frontale del cervello.

Il peccato di errata attribuzione si verifica quando si ascrive un ricordo a una fonte o a un contesto sbagliati. E’ un peccato che ha ripercussioni in ambito forense: il testimone oculare può riportare pericolosi errori di attribuzione, riferendo informazioni delle quali è convinto siano avvenute in un certo luogo e in una certa ora, mentre invece si riferiscono ad altri momenti. O riconoscere un volto credendo di averlo visto sul luogo dell’incidente, mentre lo si è incrociato in un altro contesto. O, ancora, a distanza di un po’ di tempo dalla prima testimonianza, non essere più sicuro di alcuni dettagli denunciati. Si tratta di una confusione di mancato assemblaggio: “quando si verifica l’evento, l’oggetto rimane slegato dal suo contesto preciso. Il mancato assemblaggio può creare confusione tra gli eventi realmente vissuti e quelli solo pensati o immaginati”. Altrettanto emblematica è la criptomnesia che si verifica quando un individuo riproduce o pensa o suona scritti o idee o canzoni di altri, attribuendoli a se stesso (plagio involontario).

A dare mano forte a questo peccato, si può associare quello della suggestionabilità, ovvero la tendenza a incorporare nei propri ricordi informazioni fuorvianti che provengono da fonti esterne: da altre persone, da materiali scritti o immagini, addirittura dai mezzi di informazione.

Per restare in ambito processuale, domande tendenziose possono influenzare il teste, virando la sua risposta a quella che si desidera realmente ottenere. La cosa diventa ancor più preoccupante con i bambini in età prescolare: insistere con interrogatori o porre domande-suggerimento di un certo tipo può indurre a un racconto non veritiero a causa della debolezza dei sistemi mnestici infantili: Sempre più studi di laboratorio indicano che i bambini faticano a situare il ricordo, vale a dire dove e quando è avvenuto un particolare episodio. Interrogati più volte, cominceranno a crederlo familiare solo perché è stato tirato in ballo spesso. Non ricordando nel dettaglio da dove provenga il senso di familiarità, i piccoli cominciano a mescolare pezzi di episodi passati, o addirittura a introdurre elementi immaginari.

Il peccato di distorsione dà come risultato la produzione di una versione falsata di un episodio o di un pezzo della propria vita perché sottopone alla visione attuale quanto è accaduto in quel passato. La distorsione, in sintesi, dimostra la difficoltà di scindere il ricordo di “come eravamo” dalla valutazione presente di “come siamo”. Questo per esempio può avvenire quando esageriamo i problemi attraversati, oppure l’attribuzione a se stessi solo di successi, scartando i fallimenti. Nel caso del giudizio a posteriori, invece, prevale l’impulso di ricostruire un passato sulla base delle informazioni che nel frattempo si sono accumulate. “L’ho sempre saputo” è più facile da dirsi col senno di poi che al momento in cui accade una circostanza.

Infine, il peccato di persistenza viene giudicato dall’autore come il più invalidante in quanto trova terreno fertile nella depressione e nella ruminazione (tendenza a rimuginare su un pensiero fisso). Al contrario della labilità, della distrazione e del blocco, che implicano l’oblio di informazioni o di eventi che vorremmo ricordare, la persistenza ci porta a ricordare quello che vorremmo tanto dimenticare. Succede a tutti che di fronte a certi eventi della vita restiamo incollati al dolore e al pensiero fisso di quello che è successo (un fallimento, un insuccesso, un lutto, una separazione), ma poi col tempo il dolore si attenua: in età anziana addirittura si tende ad allontanare le emozioni negative a favore di quelle positive. Le persone con un’emotività sana cesseranno di lasciarsi ossessionare dai ricordi dolorosi, mentre i soggetti con uno schema di sé negativo saranno maggiormente inclini a imprimere ben bene e in forma duratura i ricordi delle esperienze negative sino a diventare patologici.

Schachter non ci parla dei sette peccati in forma solo di vizio: sottolinea che ad essi possono essere associate anche virtù.

Nel caso della persistenza, il ricordo preciso di dove è avvenuto un pericolo e che cosa sia successo può fungere come evitamento di un fatto analogo.

Nel caso della labilità, si può considerare l’oblio che interviene col passare del tempo come “effetto pulitore”: inutile serbare informazioni che rimangono inutilizzate per lunghi periodi. Analogamente si può considerare che anche per il blocco e la distrazione sia meglio togliere che aggiungere: un sistema dipendente dall’elaborazione codificherà in maniera approfondita soltanto gli episodi importanti che quindi torneranno in mente con più facilità. Quelli che passano inosservati senza mettere in moto la codifica elaborativa saranno di poco conto e quindi inutili da ricordare.

E se l’errata attribuzione si verifica quando sfuggono i dettagli di un’esperienza, si potrà ragionevolmente considerare che ricordare solo il senso generale può anch’esso essere una risorsa perché ci permetterà ugualmente di trarne vantaggio a discapito dei particolari inessenziali.

Richiamando il fatto che la distorsione è un effetto del bisogno di autostima, un’alta opinione di sé sembra favorire la salute mentale anziché minarla. Le persone che indulgono nelle illusioni positive rendono bene in molti aspetti della loro vita. I depressi invece rendono tutt’altro che bene.

A ben pensarci quindi non si può non concordare con Schachter quando afferma che i sette peccati non sono semplici seccature da minimizzare o evitare, ma spiegano in che modo la memoria attinge al passato per informare il presente, preserva elementi dell’esperienza attuale per servirsene in futuro, ci consente di tornare indietro nel tempo quando lo desideriamo.

Ognuno quindi si consoli: peccare (di memoria) fa bene.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Alessandro Vanoli (2018), Inverno. Il racconto dell’attesa, Il Mulino, Bologna

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Alessandro Vanoli (2018)

Inverno. Il racconto dell’attesa

Il Mulino, Bologna

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Ora che è iniziata la primavera e l’ora legale si è insediata, il ricordo dell’inverno è sfumato, probabilmente anche grazie a una stagione insolitamente mite, priva di piogge, neve e gelo.

Molto lontana quindi dal racconto che Vanoli offre al lettore utilizzando un metodo originale, singolare e suggestivo: leggere la storia dell’umanità attraverso il freddo.

C’è una storia millenaria che ci riguarda e che ha a che vedere col freddo e col ghiaccio. Una storia che comincia quando non eravamo troppo diversi da altri animali e che poi si inoltra su per i secoli, raccontando di riti, feste, abitudini quotidiane, battaglie e tanto altro ancora”.

E nell’epoca in cui TartaRugosa è sprofondata nelle viscere della terra, l’ascolto di cosa accade in superficie corrisponde a vedere la realtà nascosta con la stessa fascinazione prodotta dalla fiaba raccontata di fronte al fuoco del camino, così come ce la propone l’autore. In tre tempi: l’inverno delle origini; l’inverno moderno; l’inverno dell’intimità e dell’attesa.

Come immaginare il primo inverno della storia? “Ovunque i ghiacciai scivolano dalle montagne più alte nelle valli sottostanti e scavano solchi profondi che un giorno saranno laghi. E più il freddo aumenta più i fiumi si seccano e i ghiacciai trattengono l’acqua e il terreno è gelato in profondità. E’ l’inverno della terra, l’ultima grande glaciazione prima che cominci a scorrere il tempo della storia, quello della civiltà e dell’agricoltura”.

E’ proprio grazie all’inverno che l’uomo si è mosso alla conquista del mondo, impara a cacciare, a coprirsi, ad accendere il fuoco. Ed è nel gelo dei suoi mesi che si affermano le prime tradizioni che ancora resistono ai giorni nostri: la nascita di Gesù, i re magi, l’epifania, lo scontro di potere tra papa e imperatore, il presepe, il carnevale, sono tutti eventi che hanno il freddo come protagonista e che ci mostrano come i nostri avi fossero diversi da noi. “Uomini i cui corpi per mesi e mesi non avevano altra possibilità che le basse temperature. Un inverno privo di rifugio e di luoghi caldi dove trascorrere il tempo. Quel freddo lungo e inarrestabile era forse parte di una relazione con il mondo e la natura che abbiamo perso per sempre”.

Così come oggi, XXI secolo, si discute intorno al riscaldamento della terra, qualche secolo fa – tra il 1570 e il 1685 – la temperatura subiva l’andamento opposto, calando di quasi due gradi centigradi. “Perché tutto questo accadesse ancora oggi nessuno è riuscito davvero a spiegarlo. Quel che è certo è che il mondo cambiò: inverni glaciali, estati piovose e primavere sferzate dalla grandine. La natura, insomma, stava cambiando”.

Qualche esempio: il lago di Costanza gelava interamente circa ogni dozzina di anni, così come succedeva ai fiumi Reno e Tamigi, o, per stare in casa nostra, si poteva raggiungere in carrozza Venezia da Mestre sulla laguna ghiacciata.

Ma l’interesse dello storico Vanoli non si sofferma solo sulla ricerca dei simboli religiosi, aprendo varchi di conoscenza sul problema della nascita di Cristo, l’invenzione del presepe, il festeggiamento di San Nicola nelle tradizioni germaniche e il digiuno del mese di Ramadan islamico.

Suggestiva la sua narrazione dei primi passi scientifici della medicina che, proprio grazie al freddo, riesce a prendere distanza da preghiere, fede e ciarlatani. Il primo teatro anatomico fondato da Gian Battista Da Monte è strettamente correlato al clima invernale: “le lezioni di anatomia, infatti, si tenevano principalmente d’inverno proprio per la migliore conservazione dei cadaveri, con una cerimonia pubblica che comprendeva la presenza di varie autorità oltre ai chirurghi e si snodava per ben tre giorni di aperture, dedicati rispettivamente al ventre, al torace e al cranio”.

Sempre nel campo delle scoperte, avvincente la descrizione del passaggio a nord-ovest. A poco più di un secolo dopo la scoperta dell’America, restava aperto il sogno dell’India e dell’Asia e con esso la ricerca del passaggio per accedervi. “Era ormai chiaro a tutti che il passaggio a nord-ovest esisteva, nascosto da qualche parte tra i mari artici, impraticabile durante i mesi invernali e pericoloso durante quelli estivi a causa dello scioglimento dei ghiacci. Per molto tempo l’Artico sarebbe rimasto un mistero e ancora più ignoto l’altro grande inverno geografico, l’Antartide”.

Solo nel febbraio 1775 il comandante inglese James Cook può scrivere:”Che possa esserci un continente di grande estensione vicino al polo io non lo nego:il freddo intensissimo, le numerose isole e le vaste zone di ghiaccio galleggiante, tutto tende a dimostrare che ci debba essere una terra a sud. Ma se queste sono le terre che abbiamo scoperto, che cosa possiamo aspettarci da quelle giacenti ancora più a sud, dato che possiamo ragionevolmente supporre di aver visto le migliori?”. Dobbiamo aspettare il 1911 prima di veder svettare sul ghiaccio la bandiera lasciata dal norvegese Amundsen che col suo equipaggio conquista finalmente l’Antartide.

Non mancano, come sfondo artistico, i riferimenti a grande opere pittoriche e musicali attinenti all’inverno. Le tele di Bruegel, Avercamp, Hokusai, Hiroshige, Monett, Chagall impreziosiscono la lettura del libro, mentre le note del concerto in fa minore di Vivaldi ci ricordano come lo stesso abbia descritto il calendario in musica, di cui Inverno costituisce l’ultimo dei quattro concerti solisti per violino.

In campo letterario chi meglio dei russi può spiegarci il rigore del Generale Inverno? Sulla scia della tormenta di neve che introduce la passione tra Anna Karenina e l’ufficiale Vronskij è inevitabile la citazione del collasso della Grande Armata napoleonica così ben descritta ancora da Tolstoj in Guerra e Pace “Battuti da continue interminabili tormente di neve, incapaci di trovare riparo o cibo se non vestendosi delle pellicce rubate ai moscoviti e uccidendo i propri animali, per freddo spesso si impazzì prima di morire di una morte atroce”. Una nuova tragedia nel secolo successivo la dobbiamo alla Prima guerra mondiale: “Immaginate un’ampia fascia, larga più o meno una quindicina di chilometri, che dalla Manica si estende sino alla frontiera tedesca fino a Basilea, letteralmente cosparsa di cadaveri e solcata da rozze sepolture, in cui fattorie, villaggi e cascinali sono mucchi informi di macerie annerite, in cui i campi, le strade e persino gli alberi sono scavati, straziati e distorti dalle granate e deturpati dalle carcasse di cavalli, buoi, pecore e capre, orribilmente smembrati e sfigurati e sparsi dappertutto… L’inverno fece diventare tutto questo ancora più terribile, trasformando le trincee in trappole mortali”.

Purtroppo dopo pochi decenni il gelo dell’inverno insegue ancora la guerra, questa volta in Russia, opprimendo gli italiani che si ritiravano dal Don, con il fiato che si gela sulla barba e sui baffi, come Rigoni Stern racconta nel Sergente nella neve.

Ormai siamo giunti ai giorni attuali.

La neve la conosciamo sui campi da sci, ben imbacuccati e pronti a rifugiarci al caldo dopo lo sport; il freddo lo lasciamo fuori dalla porta. Dentro, dalla stufa, siamo passati al riscaldamento centralizzato “Nel Vecchio come nel Nuovo Mondo esso mutò rapidamente il volto più intimo delle città, cambiando il senso delle feste e dello stare insieme”.

Che cosa ci è rimasto oggi dell’inverno?

Vanoli ci trascina nel White Christmas di Bing Crosby che ci fa pensare che ogni Natale è bianco, anche senza la neve. Riflette sulle feste come occasioni di consumismo, ma non si vuole ancorare a questa immagine. Dichiara infatti che “le feste non muoiono facilmente: si trasformano, forse, cambiano forme e riti, ma sopravvivono. Il Natale e l’inverno ci chiedono qualcosa e noi forse abbiamo qualcosa ancora da chiedere a loro”.

Questo post lo dedico a Luna, che per un giorno solo non è riuscita a salutare la primavera e ha voluto affidare all’inverno il suo trasferimento altrove.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Francesco Piccolo (2010) MOMENTI DI TRASCURABILE FELICITA’, Einaudi (con il trailer del film del 2019 diretto da Daniele Luchetti con protagonista Pif)

TartaRugosa ha letto e scritto di:  Francesco Piccolo (2010)

MOMENTI DI TRASCURABILE FELICITA’,  Einaudi

TartaRugosa ha letto e scritto di:  Francesco Piccolo (2010)

MOMENTI DI TRASCURABILE FELICITA’,  Einaudi

 

E’ impossibile negarlo: ci sono momenti della vita in cui hai bisogno di dare sfogo a piccole, intime debolezze di solito tenute sotto controllo per via delle convenzioni sociali. Oppure solo per sorridere sui difettucci nascosti che gli altri nemmeno immaginano di te.

Niente di eccezionale, ben inteso: modeste maniacalità, infinitesimali vizietti, imperfezioni mascherate dalla patina del perbenismo.

Permettere loro di far capolino dà come risultato un senso di appagamento, di apprezzabile soddisfazione. Poco importa se talvolta originano un giudizio morale del tutto individualistico: in fondo non si è causato grave danno a nessuno.

Che diamine, nel rapporto con se stessi si può essere generosi e concedersi qualche sporadica deviazione.

Più incredibile riscontrare come questo fenomeno sia diffuso. Non rispetto alla presenza delle suddette debolezze, ma proprio relativamente ai contenuti e agli atteggiamenti delle stesse.

Nel libro di Piccolo ne ho selezionate alcune e mi sono divertita ad annotare, autobiograficamente,  la mia esperienza personale.

Francesco Piccolo:

vedo l’annuncio di un film che aspettavo. C’è scritto: “da venerdì”. Chiudo il giornale sapendo che da venerdì … non so ancora, dove, quando. Ma ci andrò. … Settimana dopo settimana vedo le sale che cambiano, che si riducono; e so che il prossimo giovedì tremerò perché da domani forse non c’è più, il film. … E poi lo lascio andare via, quel film che volevo assolutamente vedere; non potevo perdermelo e me lo perdo, e da domani dirò che me lo sono perso, che mi dispiace.

TartaRugosa:

Annunciano il trailer della prossima uscita di un film il cui regista mi sta a molto cuore. Subito mi allerto, già pregustando il piacere della nuova opera. Naturalmente comunico a TartaRugoso l’evento e, naturalmente, anche lui condivide l’attesa con lo stesso entusiasmo. Nella nostra città sono a poco poco scomparse le sale cinematografiche che ci permettevano una piacevole passeggiata a piedi per poterle raggiungere e, all’uscita, durante il ritorno, scambiarsi commenti e impressioni. E’ rimasto un cinema in periferia e un multisale in un paese limitrofo. Lì esce il film. Entrambi ne gioiamo e ci confermiamo che una delle prossime sere ci andremo, senza ombra di dubbio. Poi una sera uno dei due rincasa troppo tardi, oppure la dannata televisione presenta un programma di attualità cui come si fa a rinunciare, dato i tempi che corriamo? Oppure piove. Oppure fa freddo. Oppure fa caldo. Oppure c’è del lavoro da sbrigare perché ci si è ridotti all’ultimo minuto. I giorni passano. L’entusiasmo scema. Uno dei due dice: Magari lo daranno in TV. L’altro risponde che forse sì, forse addirittura sarà reso disponibile su e-Mule. Entrambi però concordano che bisogna segnarselo da qualche parte, se no va a finire che ce lo si dimentica.

Francesco Piccolo

In treno… mi piace tanto trovare qualcuno che si è seduto al mio posto, sperando che io non arrivi. Lo so che ha guardato l’orologio un sacco di volte, lo so che ogni volta che si avvicinava qualcuno temeva che fosse colui che reclamava il suo posto; lo so che ogni volta ha tirato un sospiro pieno di speranza. E lo so che ora, un paio di minuti prima della partenza, crede di avercela fatta. In quel momento, arrivo io.

TartaRugosa

Adoro i treni, anche se negli ultimi anni ho viaggiato con minor frequenza rispetto al passato. Nel frattempo sono successe delle cose alle Ferrovie Italiane. Per esempio hanno abolito quasi tutti i treni intercity sostituendoli con Frecce varie, che ti garantiscono un arrivo in tempi supersonici a scapito di un prezzo che quasi quasi conviene di più l’aereo (che io aborro). Sulle Frecce è d’obbligo la prenotazione. Accade tuttavia che mentre ti trascini negli angusti spazi dei “siluri”, cercando di capire qual è la tua poltrona, una volta identificatola la trovi occupata. Allora guardi il biglietto in mano, per verificare se il numero segnato è effettivamente quello del corridoio (o del finestrino) e inizi una serie di sguardi per segnalare all’occupante che quello è il “tuo” posto. Se ti va bene, l’altro, sbuffando, si alza, incomincia a trafficare sbattendo contro il tavolino, smontando il computer che già aveva installato, recuperando la borsa, la valigia, i vari capi d’abbigliamento e se ne va alla ricerca del posto giusto. Se ti va  male, inizia una trattativa con l’occupante, il quale ti invita a considerare l’ipotesi che sia tu ad occupare il suo posto, per via che a lui o chi lo accompagna non piace andare contromarcia, oppure al bambino piace stare vicino al finestrino, oppure perché non si era accorto dell’errore, ma adesso come si fa con tutta quella gente? In genere impreco silenziosamente e vado alla ricerca del posto in questo caso sbagliato, preparandomi la giustificazione da eventualmente fornire al controllore.

Francesco Piccolo

Il giorno in cui sta per scattare l’ora legale, o solare. … Perché c’è sempre qualcuno, che pure quando gli hai fatto dei disegnini sulla carta, non è convinto, e dice che secondo lui è il contrario: cioè che dormiremo un’ora in più, e non un’ora in meno come dite tutti (o un’ora in meno e non in più). …Quando sbadigli, o dici di aver fame, o sonno, c’è sempre qualcuno che ti ricorda che è logico, perché sono le dieci, ma è come se fossero le undici; sono le due, ma è come se fosse l’una.

TartaRugosa

Sono incredibilmente dipendente dall’ora legale, perché il suo declinare avvicina le tenebre e questo mi causa un leggero turbamento. Questo fatto (la dipendenza) mi mette in una posizione di forza nelle discussioni. Dopo aver allenato il mio cervello a memorizzare che solare è l’orario naturale, mentre legale è quello artificiale, non temo più nessuno. Perché puntualmente anche nei miei dintorni avvengono dibattiti dello stesso tipo sopra riportati: “no, se diventa più buio è perché porti l’orologio avanti, non indietro”. In una sola cosa cedo all’ovvietà: a mezzogiorno guardo TartaRugoso e dico “Beh, inizio ad apparecchiare. In fondo sarebbe l’una”.

Francesco Piccolo

La soddisfazione di infilare il braccio in fondo al frigorifero del bar o del supermercato e tirare fuori la bottiglia di latte con la scadenza più lontana, che qualcuno ha volontariamente coperto per farmi comprare la bottiglia con la scadenza più vicina.

TartaRugosa

Sottoscrivo parola per parola.

Francesco Piccolo

Quando si comprano le caramelle alla frutta, si scelgono prima quelle che piacciono di più, e alla fine rimangono sempre quelle arancioni e quelle gialle: all’arancia e al limone. Che non mi piacciono e non piacciono quasi a nessuno, per questo rimangono. Però, a quel punto, in assenza delle altre, uno comincia a mangiare pure quelle. E, in assenza delle altre, sono buone.

TartaRugosa

Aggiungo una vena sadica. Il momento della caramella coincide con l’orario che si dedica alla visione TV. E’ abbastanza raro che il vaso dei bonbon contenga quelli alla frutta, però sporadicamente può succedere che i famigerati spicchi arancione o gialli si mescolino a qualche altra leccornia (magari fanno parte integrante di quelle scatole assortite che ricevi come regalo o che vinci in qualche pesca di beneficenza). Sì, lo confesso. Sapendo che TartaRugoso agisce su imitazione e quindi dirà. “E a me no?”, scelgo apposta il fatidico spicchio (di cui il tempo ha reso la carta appiccicosa e difficile da scartare), aspettando con soddisfazione il solito rimbrotto “A me sempre le più schifose”, a cui subito replico “Sono le ultime”.

Francesco Piccolo
Chiudermi a chiave nei bagni delle case dove non sono mai stato e mettermi a curiosare su tutti i prodotti che usano.

TartaRugosa

Non credo sia solo un problema di curiosità. Il bagno per me è un locale mitico: è la prima cosa che vado a controllare in un albergo e di solito il mio giudizio ruota tutto intorno a questo locale e a ciò che mette a disposizione. Se è un tre stelle e fornisce solo le bustine di shampoo e le saponette mi indispettisco. Mi aspetto infatti che ci sia anche la salvietta pulisciscarpe, la cuffietta per la doccia, magari anche la crema per il corpo. Tutti oggetti che infilo nel beauty-case e mi porto a casa, dove li farò invecchiare in un cestino di paglia intrecciato acquistato dieci anni fa ad Alghero.

Se invece frequento il bagno di casa di amici mi piace vedere sui ripiani i prodotti esposti. Avendo il tempo confesso che aprirei boccette e boccettine, come facevo da piccola a casa di mia zia, quando esploravo nelle antine a specchio del mobiletto sopra il lavandino per controllare i colori degli smalti e rubare un po’ di crema Cera di Cupra. Se andava bene, mettevo anche un po’ di fondotinta e annusavo il rossetto.

Francesco Piccolo

Quando va via la luce, e poi torna, tutti gli orologi digitali della casa lampeggiano e segnalano zero punto zero (00:00).

TartaRugosa

In città è abbastanza difficile che ciò accada, mentre nella vecchia casa di campagna è un fenomeno molto più frequente di quanto ci si possa aspettare. E’  sufficiente l’arrivo di un temporale, o chissà quale tipo di accidente (c’è chi nel paese parla di momenti di sovraccarico) per far scattare il salvavita e piombare nei tempi della preistoria. Se effettivamente è in corso un temporale (chissà perché è sempre notte fonda), tengo la pila sul comodino e ogni manciata di minuti, mi alzo perché vedo sparire lo 00:00 e devo quindi riattivare il contatore. TartaRugoso nervosamente reclama e mi invita a lasciare tutto nel buio, che prima o poi il temporale  passerà. Ed io inevitabilmente rispondo che c’è la carne nel freezer.

Francesco Piccolo

Quando sfogli le riviste senza fermarti perché non c’è nemmeno un articolo interessante, e poi le metti subito tra la carta da buttare.

TartaRugosa

E’ mia consuetudine conservare alcuni settimanali (L’Espresso) e il fumetto mensile Julia per il viaggio in treno verso il capoluogo. Un’ora all’andata più un’ora al ritorno sono di solito bastevoli ad esaurire le scorte, poiché spesso i rotocalchi, tra la pubblicità e articoli poco avvincenti, si sfogliano abbastanza rapidamente. Ma capita che invece si concentrino una serie di scritti che allungano il tempo della lettura. E allora, durante le ultime due fermate prima dell’arrivo, la velocità dello scartabello aumenta perché alla stazione ci si deve alleggerire del peso della carta. Se proprio proprio non ce la faccio, me ne rammarico, perché devo riportare il settimanale a casa.

Francesco Piccolo

Aspetto quelli che escono dai camerini e mostrano agli accompagnatori e alla commessa come gli sta il vestito che stanno provando.  Si girano, si mettono di lato. Chiedono:”che dici?” … E poi, tutte le frasi che dice la commessa per essere convincente; soprattutto quando, di fronte a un vestito più grande di quattro taglie, dice con naturalezza: “basta che lo lava una volta e si restringe”.

TartaRugosa

Ahimé, sono una di quelle. I camerini di solito hanno una luce al neon abbagliante che come prima cosa mette in risalto le borse sotto gli occhi e le rughe e già predispone male al resto. Poi, almeno questo è quello che succede a me, ti trovi lì per qualche casualità (un capo che hai visto in vetrina, i saldi di fine stagione interessanti), vestita da tutti i giorni e con una serie di cose a carico, tipo la cartelletta di lavoro, la borsetta, il sacchetto della spesa, l’ombrello. Già metà del camerino viene ingombrato da questo, in più ci si aggiunge il fatto che quasi sempre c’è un unico attaccapanni dove appoggi il capo che hai scelto. Il resto lo accumuli per terra. Se è d’inverno, è improbabile che tu abbia indosso calze o scarpe adeguate all’indumento scelto, quindi il risultato è sempre abbastanza sconfortante. Di fuori la commessa incalza Come va? E tu vergognosamente tiri la tendina e inizi a giustificarti “Ecco, forse visto con queste calze, o con questo maglione … non rende” . E la commessa si affretta a portarti qualche altro capo più adeguato da abbinare, nella speranza di aumentare il numero degli acquisti. Tu fai le smorfie, lo appoggi al corpo, imprechi per le mille imperfezioni che lo specchio ti rimanda, pensi che so a Claudia Schiffer e ti dici che schifo che fai. Ma la commessa insiste: “E’ fatto proprio per lei”, anche se tu vedi che ti balla in vita o che le maniche sono troppo corte. Perché in questo caso è quasi matematico che la commessa ti dica: “Dopo qualche lavaggio un po’ cede”

Se poi parliamo di scarpe, le cose non funzionano meglio. Ho il piede lungo e largo e talvolta necessito del mezzo numero in più, che è veramente eccezionale da trovare. E allora il solerte commesso incomincia a premere la punta della calzatura e con aria convinta e speranzosa ti fa notare “Vede che c’è spazio?”, se però tu rispondi che è un problema non di lunghezza, ma di larghezza, a questo punto respira sollevato e ti rassicura “Non si preoccupi, dopo un po’ che le mette si allargano”. In questo modo ho buttato via in gioventù un certo numero di scarpe, perché non osavo dire di no.