TartaRugosa ha letto e scritto di: Alberta Basaglia (2014) con Giulietta Raccanelli Le nuvole di Picasso Feltrinelli, Milano

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Alberta Basaglia (2014)

con Giulietta Raccanelli

Le nuvole di Picasso

Feltrinelli, Milano

C’è un passato che ritorna, leggendo queste pagine.

Il fatto che Alberta abbia tre anni e una virgola più di me significa aver vissuto più o meno contemporaneamente eventi, cultura, musica, letture di quegli anni. Gli anni del baby-boom, della risalita economica, ma anche gli anni delle conquiste sociali, delle piccole-grandi rivoluzioni, delle contestazioni.

La differenza è che Alberta questo clima l’ha vissuto da protagonista, anziché da spettatrice.

E’ attraverso lo sguardo di una bambina affetta da coloboma che le sue parole scivolano libere, così come le nuvole vaganti nei cieli azzurri disegnate sulla carta da pacchi.

“Ma tu perché guardi con la testa storta?” “Perché guardo storto? Perché così ci vedo meglio”. Una risposta perfetta, positiva e soddisfacente per il pubblico, ma anche per la bambina curiosa, che dalla sua simile si aspettava solo una cosa semplice come le cinque parole ricevute…. Esistono anche modi semplici per comunicare.

Vedere di sghembo non è certo un impedimento: ho vissuto senza limitazioni. Sono stata lasciata libera di decidere il mio modo di vedere. …La vita dei due genitori che mi erano capitati in sorte era talmente identificata nella loro scelta che tutto rientrava nello stesso calderone: l’idea era che tutti, proprio tutti – maschi, femmine, matti, malati, bambini, bambini malati – dovevano avere una possibilità per poter vivere la loro vita. La malattia c’è, non la si nega, ma il fatto che ci sia non deve impedire alla persona in questione di poter vivere e agli altri intorno di poter stare con lei.

Il passo indietro negli anni è vivido. Ci sono i riferimenti a Pippi Calzelunghe (Pippi, Pippi, Pippi che nome, fa’ un po’ ridere,
ma voi riderete per quello che farò!), agli episodi della Freccia Nera (prime identificazioni adolescenziali nell’eroe Aldo Reggiani e la sua amata, l’esordiente Loretta Goggi), ai cartoni del Carosello (Pallina con la sua coda bionda ballare e lucidare i pavimenti con la cera Solex o per non poter sognare sulla vita sempre rosa con la brava Maria Rosa e sul gigante buono che a detta delle mie compagne pensava sempre lui a tutto), ma anche ai primi prodotti di “lusso” e alla prima versione del centro commerciale: la Standa.

Ma non bastava, per nutrire la mia cultura assetata di pop andavo anche alla Standa. Con l’Adriana e la Marisa giravo tra gli scaffali e ascoltavo il sottofondo sonoro, le canzoni “da Standa” appunto: Twist and shout, Nessuno mi può giudicare, E la pioggia che va, Ventinove settembre. Poi, finalmente, con i punti della Mira Lanza sono arrivati il mangiadischi portatile marrone e una radiolina.  … Nella rivoluzione normale di casa nostra si era così costruito uno spazio accogliente per molti generi diversi. Per Patty Pravo, per Mozart, per le canzoni partigiane, per i canti dei minatori del Sulcis. Lucio battisti invece era escluso dalla nostra familiare hit parade; era troppo alto il rischio di aprire l’inevitabile infinito dibattito su un quesito ai tempi fondamentale: “Ma Battisti è di destra o compagno?”.

Sì, c’è proprio tutto. Solo che per Alberta lo sfondo delle sue nuvole è di grande respiro:

Alla fine la casa si svuotava e iniziava il ticchettio della macchina da scrivere della mamma. Nella penombra sentivo il fumo di sigaretta che fluttuava da una camera all’altra, insieme alle parole di Franco e Franca. …Le loro voci in compagnia delle truppe intellettuali evocate: Marcuse, Sartre, Conolly, Goffmann,. Heidegger, Hegel, Marx, Gramsci. Arrivavano tutti puntuali a darmi la buonanotte. Era la mia ninna-nanna, che durava fino a tarda, tardissima ora… C’è quella teoria che dice che se di notte mentre dormi qualcuno ti legge delle cose, tu alla fine le impari, nel sonno, senza nemmeno rendertene conto. Credo che sia quello che è successo a me.

Scorrendo le pagine l’una dopo l’altra si riesce ad entrare in quelle giornate frenetiche, intense, con il kilt rosso e blu, l’infantile invidia per i vestiti a fiori della Rosa, i maglioni senza cuciture preparati dalla Franca con i gomitoli arrivati dalle matasse stese sulle braccia di Alberta: braccia ben dritte in avanti per tenere tesa la lana tra polso e gomito, movimento leggermente ondulatorio per permettere al filo di scorrere veloce e arrotolarsi per bene e con ritmo in mano alla mamma, davanti a me; io da una parte e lei dall’altra della stanza.

Scene di ordinaria quotidianità, come i viaggi in macchina da Gorizia a Venezia e le interminabili soste di Franco dal rigattiere: Franco si aggirava tra i vecchi mobili impolverati e le tante piccole cose di pessimo gusto che in genere affollano questi luoghi …  Tra tanta paccottiglia, annusato il pezzo che gli interessava, partiva con un lungo, lento, ragionato avvicinamento … sfide lanciate a se stesso per riuscire a portare dalla sua il robivecchi.

Lo stesso Franco che sulla spiaggia, dopo cinque brevi, contemplativi minuti, già scalpita e ridacchiando dice: “Bè, adesso andiamo?”. “Ma se siamo appena arrivati!” … A ripensarci, anche il tempo libero può essere noioso se non riesce a entusiasmarti quanto ti entusiasma il tuo mestiere. Beato lui che si è trovato un lavoro che gli è piaciuto così tanto.

E piano piano arrivano le personalità della Franca e del Franco dell’Alberta e dell’Enrico: Nessuno ci ha mai lasciato “di là” perché “non erano cose da bambini”. In quell’ultimo luminoso piano del palazzo della Provincia, le porte non si chiudevano, le parole ci raggiungevano sempre, da una stanza all’altra, insieme all’odore del fumo di sigaretta, al ticchettio della macchina da scrivere e agli squilli del telefono. Queste diverse presenze erano il mio quotidiano. Questa è stata per me la rivoluzione più normale del mondo.

C’è il caffè del Signor Toni, appuntamento irrinunciabile di ogni sabato:

Poi giù di corsa, perché il signor Toni stava aspettando Franco al bar del piano terra. Era il momento del loro caffè. Non c’era settimana che lo saltassero. … Appena ci vedeva ci salutava con un sorriso mesto e gli occhi tormentati di chi convive con la sofferenza mentale e con le sue numerose crisi. Quelle sedute al tavolino del bar evidentemente funzionavano e sono andate avanti per anni. E per anni lui è riuscito a non smarrirsi … Quelle conversazioni con Franco davanti a un caffè riuscivano a non farlo perdere nei suoi fantasmi … Il papà ci avrebbe raggiunto di lì a neanche un’ora.

C’è la Lettera 22 della Franca:

Un giorno capita che sulla libreria-scrivania della mamma, la sua Olivetti carta da zucchero abbia un foglio scritto quasi per intero che spunta fuori dal rullo gommoso … Riconosco nella storia appena letta tutto il lavorio, tutto il fermento che mi stava attorno. Riconosco i medici entusiasti dell’impresa, quelli che venivano a tavola con noi. … Eccolo qui il ribaltone in corso nelle mura dell’ospedale di papà. La mamma con queste sue righe me lo mostrava attraverso le sue parole … Nel 1982 il libro sarebbe uscito col titolo Manicomio, perché?

E intanto corre l’anno Sessantotto:

Sui muri appena fuori dalle aule comparivano scritte nuove “Voglio essere orfano”. I genitori erano diventati istituzioni da abbattere alla luce del sole. Ma papà mio malgrado, per quegli studenti non era da buttare, anzi. Era considerato uno di loro, perché lui dal ’68 stava a Gorizia a riorganizzare i seicento matti dell’ospedale psichiatrico, a smantellare la sua istituzione, mattone dopo mattone. …Contestarlo sarebbe diventato un lusso solo nostro, molto privato.

La storia che oggi noi conosciamo come Legge Basaglia, Alberta l’annuncia con la parole ascoltate in una mitica trasmissione di quei tempi, TV7, direttamente dalla voce di Sergio Zavoli:

Nel novembre del 1962 l’équipe psichiatrica diretta dal professor Franco Basaglia, apre il primo reparto dell’ospedale e inaugura, anche in Italia, la comunità terapeutica.

E lievi come le nuvole, ci sono anche loro, i matti. Le pareti arancioni e blu del signor Velio,  il signor Carletto in portineria e le signore brutte e grasse ma fresche di parrucchiere, fiere delle loro pettinature da casco e bigodino, la Desolina che ricamava immagini sacre, la Maria che stava silenziosa, quando era tranquilla, Ma anche la Romana di anni 11 e i tanti bambini dimenticati che Alberta troverà nel 1978, diventata grande e decisa, per la sua tesi di laurea, di setacciare cento anni di vita dell’ospedale, dal 1872 al 1972, per scoprire quanti bambini dimenticati in vita e in morte siano passati di lì, per farli uscire da quelle carte ammuffite e per leggere le loro storie. … Sempre invisibili, mischiati ai pazienti adulti. Ero decisa a farmi amici anche loro. Solo così avrei potuto controllare l’angoscia e guadagnarmi la forza di raccontarli.

Vedere di sghembo non è certo un impedimento, quando si decide di alzare i tappeti e mostrare la polvere che c’è sotto nascosta.

“Vede, la cosa importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibile diventa possibile. Dieci, quindici, vent’anni fa era impensabile che un manicomio potesse essere distrutto. Magari i manicomi torneranno a essere chiusi e più chiusi di prima, io non lo so, ma a ogni modo noi abbiamo dimostrato che si può assistere la persona folle in un altro modo e la testimonianza è fondamentale. Non credo che il fatto che un’azione riesca a generalizzarsi voglia dire che si è vinto. Il punto importante è un altro, è che ora si sa cosa si può fare”. Avrebbe detto così mio papà, un anno prima di morire, durante il giro di conferenze in Brasile; era il 28 giugno 1979.

Oggi, 2014.

C’è un passato che ritorna, leggendo le pagine di Alberta. Il mio passato con i “miei” matti, in quel parco che ancora domina la città.

A loro, a Franco, alla Franca e ad Alberta dedico uno dei primi successi di Davide Van De Sfroos e una serie di fotografie in attesa della libertà.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Rosamund Young (2017), La vita segreta delle mucche, Garzanti, Milano

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Venti cose da sapere sulle mucche:

  1. Le mucche si vogliono bene … almeno alcune

  2. Le mucche si fanno da baby sitter l’una con l’altra

  3. Le mucche covano rancore

  4. Le mucche inventano giochi

  5. Le mucche si offendono

  6. Le mucche sanno comunicare con le persone

  7. Le mucche sanno risolvere problemi

  8. Le mucche hanno amicizie che durano una vita

  9. Le mucche hanno preferenze riguardo al cibo

  10. Le mucche possono essere imprevedibili

  11. Le mucche possono essere di buona compagnia

  12. Le mucche possono essere noiose

  13. Le mucche possono essere intelligenti

  14. Le mucche amano la musica

  15. Le mucche sanno essere gentili

  16. Le mucche possono essere aggressive

  17. Le mucche sanno essere affidabili

  18. Le mucche sanno perdonare

  19. Le mucche possono essere ostinate

  20. Le mucche sanno essere sagge

Rosamund scrive di getto le osservazioni raccolte nella sua fattoria inglese di Kite’s Nest e sente il dovere di specificare quanto segue:
Mentre mettevo insieme queste pagine, mi sono ricordata che solitamente i libri sono divisi in capitoli. A dire il vero, per la maggior parte, i miei aneddoti si intrecciano l’uno con l’altro a formare un racconto, il che rende la scansione in capitoli inutile e artificiale. Per guidare il lettore, mi sono quindi limitata a inserire titoletti tra le sezioni.

Già l’albero genealogico delle varie generazioni dei bovini stampato a inizio libro segnala la particolarità della scrittura: una sorta di reportage documentaristico dove le immagini sono sostituite dal racconto di storie di vita sociale delle mucche (e anche altri animali della fattoria).

Infatti un conto è osservare un singolo animale, un conto è poter avere l’occasione di seguirne un certo numero per scoprire che, come l’essere umano (fatte le debite proporzioni), anche “i bovini riescono a trovare lo spazio per dedicarsi ad attività extracurricolari, come fare da baby-sitter alla prole di un’amica, piluccare more, ingaggiare qualche round di lotta con un albero o un mucchio di sabbia, giocare a rincorrersi con un gruppo di giovani o con una volpe, oppure discutere con la figlia del parto imminente”.

Grazie a Carla e Gabriele – che non scordano le mie passioni animalesche -questa specie di diario di campagna mi ha portato decenni addietro, quando bambina scrutavo dalle griglie delle feritoie della stalla gli occhioni delle mucche di zia Augusta, mentre, facendo il giro dell’aia, dalle porte aperte del loro rifugio mi beavo dei larghi posteriori su cui le frustate della coda giungevano ritmicamente a scacciar fastidiose mosche. Quell’amore di ieri si è conservato fino ad oggi, trovando conferma delle mie fantasticherie affettive negli episodi narrati nel testo.

Sostiene Rosamund Young:
Di mucche, come di persone, ce ne sono di tutti i tipi. Possono essere molto intelligenti, oppure un po’ dure di comprendonio; amichevoli, premurose, litigiose, docili, creative, un po’ tonte, orgogliose o timide. In una mandria abbastanza grande sono presenti tutte queste caratteristiche, e da molti anni siamo fermamente convinti che è giusto trattare i nostri animali come individui.

E’ di pochi giorni fa la gita a Fabrosa Soprana (Cuneo) organizzata dall’associazione universitaria Environmental per visitare le grotte di Bossea.

L’episodio più divertente della giornata è stato l’inaspettato blocco stradale che ha spostato la meticolosa programmazione del tour.

Un incidente di vetture?

No, sull’incredibile strada immersa fra boschi, castagneti e torrente, quasi ad unica corsia, c’era solo il nostro pullman.

Una frana?

No, anche se il giorno prima aveva diluviato abbondantemente.

Un controllo della polizia?

Nemmeno, in questi borghi totalmente agresti e abitati da poche anime risulta difficile pensare a eventi criminali.

Sotto il sole radioso che illuminava il foliage autunnale siamo scesi quasi tutti, visto che l’annunciato blocco sarebbe durato una decina di minuti.

E praticamente tutti abbiamo immortalato la causa non preventivata.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Kent Haruf (2017), Le nostre anime di notte, Traduzione di Fabio Cremonesi, Enne Enne Editore, Milano

TartaRugosa ha letto e scritto di:
Kent Haruf (2017)
Le nostre anime di notte
Traduzione di Fabio Cremonesi
Enne Enne Editore, Milano

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La notte porta il buio e il silenzio.

La solitudine non cercata in queste parentesi senza luce può spaventare e spingere a soluzioni insolite.

E’ quello che capita a Addie Moore, vedova, che in una sera di maggio sottopone a Louis una proposta irriverente.

Mi chiedevo se ti andrebbe qualche volta di venire a dormire da me.

Cosa? In che senso?

Nel senso che siamo tutti e due soli. Ce ne stiamo per conto nostro da troppo tempo. Da anni. Io mi sento sola. Penso che anche tu lo sia. Mi chiedevo se ti andrebbe di venire a dormire da me, la notte. E parlare.

La vita a settant’anni fa i conti col passato.

Addie, dopo la morte della figlia undicenne Connie, ha mantenuto col marito una relazione di facciata.

Non c’era più intimità fra di noi. Eravamo cordiali e, come dire, formalmente gentili e educati, nient’altro. … Ti prendi cura dell’altro quando sta male e di giorno fai quello che pensi sia il tuo dovere. Carl mi regalava dei fiori per salvare le apparenze e la gente in città pensava, Che carino. Ma tra noi in segreto c’era sempre questo silenzio.

Suo figlio Gene si porta ancora addosso la responsabilità della morte della sorellina e non conduce una vita affettiva serena.

Louis, il secondo protagonista e destinatario dell’insolita proposta, è taciturno e introverso, non ha mai speso molto tempo a parlare di sé e dei suoi sentimenti.

Credo che a volte si sia caratterialmente inadeguati … Questo è un peccato.

Vedovo, non è stato fedele nella sua vita coniugale, ma alla fine ha scelto la moglie e la figlia, rinunciando totalmente alle tentazioni.

Da me non ha mai avuto ciò che avrebbe desiderato. … Io l’ho delusa. Avrebbe dovuto trovarsi qualcun altro.

Sono tutte notizie che si svelano a poco a poco, in una timida intimità che notte dopo notte si sviluppa con Addie, creando un dialogo profondo come mai forse nessuno dei due aveva prima sperimentato.

Il mormorio della gente del paese si alza da subito. Occhi indiscreti seguono quelle visite notturne che, dopo l’iniziale riserbo, diventano sempre più palesi.

E’ scandaloso che due vecchi dormano insieme, questa è l’opinione generale. Solo Ruth rielabora l’iniziale diffidenza e si allea con la nuova coppia “part-time”. Ma Ruth muore.

Non sono esenti dalle perplessità anche i figli di Addie e Louis.

Cosa stai combinando con Addie Moore? … Non sapevo che ti interessasse o che la conoscessi così bene.

Infatti. Prima non era così. Ma è proprio questo a rendere divertente la faccenda. Conoscere bene qualcuno alla mia età, E scoprire che ti piace e che in fondo non sei completamente inaridito.

A me sembra solo imbarazzante.

Ancor peggio la reazione del figlio di Addie, Gene, che in crisi sia affettiva che economica, decide di affidare per un certo periodo il figlioletto Jamie alla nonna.

Ho sentito che anche tu stai qui da mia madre. …Che storia è questa?

Amicizia. Prima di tutto.

Cosa ti prende, chiese Addie. Lo sapevi già.

Cosa mi prende? Mia madre va a letto con un vecchio vicino mentre mio figlio è nella stanza accanto e io non dovrei fare domande.

L’ingresso di Jamie nella casa di Addie provoca radicali cambiamenti.

Le visite notturne, i ricordi e i racconti vengono momentaneamente sospesi. Infatti Jamie ha il sonno disturbato e nei suoi risvegli improvvisi cerca la vicinanza della nonna per essere rassicurato.

Ma si tratta solo dell’inizio perché a poco a poco Louis inizia a diventare un importante punto di riferimento per il ragazzino, facendogli scoprire la natura, i piccoli lavori manuali del giardinaggio, le gite in tenda in mezzo ai boschi, la compagnia di un cane.

Ognuno ritesse i propri strappi interiori e la vita può ancora offrire sogni e progetti.

E così, la vita non è andata bene per nessuno dei due, quantomeno non come ce la aspettavamo, disse Louis.

Anche se adesso, in questo momento, mi sta piacendo molto.

A me sta piacendo più di quanto io pensi di meritare, disse lui.

Oh, ma tu meriti di essere felice. Non credi?

Credo sia quello che mi sta capitando in questi ultimi mesi. Per un motivo o per l’altro.

Succede però che i legami forti si trasformino in ricatti, sfide e minacce.

Gene tenta di ricomporre la sua vita matrimoniale e Jamie se ne va senza poter salutare Louis. Per il piccolo ricominciano gli incubi notturni che vengono interpretati come pessime abitudini date dalla nonna e da chi ora sta al suo fianco.

Voglio che questa storia finisca.

Stai parlando della nostra storia, osservò Louis.

Sto parlando di te che ti intrufoli di notte nella casa di mia madre…. Gente della vostra età che si vede di notte, come fate voi…. Voglio che giri alla larga da lei. Che lasci stare mio figlio. E scordati i soldi di mia madre.

L’aut aut è irreversibile. O Addie rinuncia a quella che crede la sua nuova serenità o non rivedrà mai più Jamie.

E se nella coppia Addie appare come colei più determinata ad affrontare le sfide, ora la posta in gioco è troppo alta e assistiamo alla sua ricapitolazione.

La costruzione di un rapporto delicato e profondo si smantella miseramente di fronte alla drammatica scelta di perseguire la propria felicità o di mantenere il legame col nipotino.

Il conformismo, il giudizio e il pregiudizio, forse anche la gelosia hanno il sopravvento e poco importa che il piccolo Jamie soffra di questa separazione. Per lui la figura di Louis deve svanire definitivamente.

Una storia malinconica pervasa dall’insolenza e dall’invadenza del sociale.

Ma anche una storia fatta di forza e di rimessa in gioco per entrambi i protagonisti impegnati a rivedere il proprio passato e i propri errori in una forma inusuale ma significativa.

Che effetto ti fa adesso. Passare la notte qui.

La verità è che mi piace. Mi piace molto. Se non lo facessi, mi mancherebbe. Tu che ne pensi?

Adoro questa cosa. E’ meglio di quel che speravo. E’ una specie di mistero. Mi piace per il senso di amicizia. Mi piace il tempo che passiamo insieme. Starmene qui al buio di notte. Parlare. Sentirti respirare accanto a me se mi sveglio.

Anche a me piace tutto questo.
E allora parla con me, rispose lei
.

Altro tempo è trascorso. Addie è ora in casa di riposo dopo una frattura all’anca.

In questo tempo si intuisce che Gene e moglie siano rimasti quelli di sempre e che Jamie, crescendo, risolva le tensioni andandosene in camera sua.

E’ anche il tempo dei rimpianti e dei ricordi di una breve parentesi di amore.

Chi riesce ad avere quello che desidera? Non mi pare che capiti a tanti, forse proprio a nessuno. E’ sempre un incontro alla cieca tra due persone che mettono in scena vecchie idee e sogni e impressioni sbagliate. Anche se questo non vale per noi due. Non in questo momento, non oggi.

Di nuovo è Addie a prendere l’iniziativa, questa volta col cellulare.

Ti va di parlare con me?

Pensavo che non avremmo più parlato.

Devo, Non ce la faccio a continuare così. E’ peggio di prima che cominciassimo a vederci.

E Gene?

Lui non lo deve sapere. Possiamo sentirci per telefono la sera.

Amaro, ma pur sempre un accomodamento per ritrovarsi senza stravolgere decisioni incontrovertibili.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Cinzia Bellotti (2017), Nikita Io, non ti abbandono New Press Edizioni, Cermenate (CO)

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Cinzia Bellotti (2017)

Nikita

Io, non ti abbandono

New Press Edizioni, Cermenate (CO)

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Ci sono coppie senza figli, altre con figli perduti e mai nati, altre ancora che  hanno atteso e sperato per anni l’arrivo di un figlio.

Per i coniugi Darno l’adozione non arriva come ripiego consolatorio, ma come un modo diverso di fare famiglia  e dare un futuro a un bambino abbandonato: avrebbero amato chi stava per arrivare senza riserve, esattamente come tante altre coppie fanno con i propri bambini. 

Non ci sono illusioni rispetto alle difficoltà che sicuramente si presenteranno. 

Non voglio essere delusa e l’unica maniera per non esserlo è di non avere aspettative, aspettative che poi potrebbero non reggere il confronto con la realtà, con quello che sarà davvero…

Queste le parole di Margherita al marito Giorgio quando l’idea di procedere con un’adozione internazionale diventa progetto e scatta l’iter di controlli e colloqui con assistenti sociali e psicologi per verificare l’idoneità dei futuri genitori.

A qualche mese dall’avvio della pratica, i servizi sociali iniziarono una serie di accertamenti approfonditi per indagare a fondo le motivazioni dei Darno, i loro profili psicologici, la loro situazione affettiva e relazionale, oltre che le dinamiche famigliari, circa sette o otto incontri con gli assistenti e lo psicologo…

Se tutto fosse filato liscio, avrebbero richiesto l’udienza di adozione con il giudice locale e l’autorizzazione per l’ingresso del minore in Italia. Il tutto a un costo che si aggirava attorno ai venticinquemila euro. Una bella differenza con l’adozione nazionale, del tutto gratuita.

E’ un mondo tutto da scoprire unitamente alle frustrazioni da reggere per la complessa burocrazia e le continue spese da sostenere; ma finalmente a  distanza di due anni dalla scelta di iniziare le pratiche arriva la fatidica telefonata: erano stati abbinati a Nikita, un bambino russo di quattro anni.

Nikita vive in istituto, del suo passato non si sa nulla, comprese le due dita che mancano a una mano.

Certo è che nella sua memoria e nel suo animo si sono impresse dolorose cicatrici derivanti da un percorso di abbandono e solitudine e le privazioni sono difficili da rimarginare quando rappresentano l’unico stile di vita  sperimentato dall’arrivo nel mondo.

Giunge il momento dell’incontro:

Era lì, davanti a loro ed era il figlio che tanto avevano desiderato. Difficile dire come si sentissero. Era come se vivessero un’esperienza mistica, extracorporea. Erano spettatori passivi e increduli della rappresentazione di un pezzo di vita che li riguardava: stavano conoscendo loro figlio.

Dal canto suo, Nikita è irrefrenabile, corre come un forsennato, fruga in tutti gli angoli, parla senza tregua. 

E’ un bambino che da quattro anni e mezzo è rinchiuso in un orfanotrofio .. Per sopravvivere deve probabilmente scendere a compromessi con tutto e con tutti. Forse la sua esuberanza gli permette di essere accettato dagli altri, piccoli e grandi. Non è una passeggiata vivere lì dentro, sono le parole di Giorgio di fronte alle perplessità della moglie. 

Se fosse possibile leggere ciò che si agita nell’animo di questi bambini, probabilmente scopriremmo sentimenti contraddittori e un’oscillazione perpetua fra speranze e paure, anche quando finalmente il destino propone una svolta. 

Su indicazione della vigilatrice, i bambini si disposero su due lunghe file e Nikita nel silenzio generale, passò a baciarli uno per uno sulle labbra. Chi rimaneva guardava con invidia coloro che se ne andavano… erano sempre i più piccoli ad essere scelti e mentre questi se ne andavano, gli altri non potevano fare a meno di sentirsi destinati a un abbandono continuo … 

Il viaggio in Italia non è sufficiente a dileguare il senso di sfiducia. Il contatto con la libertà e lo spazio esterno è inebriante, ma la lingua sconosciuta e la convivenza all’interno delle nuove mura domestiche non facilitano la reciproca comprensione dei componenti della neofamiglia.

Ognuno reagisce come può.

Margherita: La notte di svegliava di soprassalto e rimaneva sdraiata in posizione supina, fissando il vuoto con mille pensieri negativi … Non ce la faccio più, ma poi reagiva, metteva da parte lo scoramento e riprendeva il filo da dove l’aveva lasciato … 

Nikita: Inconsciamente il timore permanente che presto sarebbe finito tutto e che lo avrebbero portato indietro insidiava la sua tranquillità, trasformandolo in un provocatore feroce .. voleva vedere fino a che punto i due fossero determinati a tenerlo, perché era fermamente convinto che prima o poi lo avrebbero riconsegnato al mittente e sarebbero scomparsi dalla sua vita. 

I guai più grossi iniziano con l’accesso alla scuola. La socializzazione con gli altri comporta la necessità di imparare le regole ed è ancora troppo presto perché Nikita capisca che i limiti e i comandi fanno parte di un processo educativo indispensabile per la serena vita in comune. In lui è fresco il ricordo del degrado e dell’autoritarismo ricevuti nell’Istituto Numero 19, un monolite con le sbarre alle finestre, solitario, con un vecchio portone fatiscente e impregnato di un odore sgradevole di chiuso e di minestra frugale. 

Quelle donne gli ricordavano le istitutrici. Dicevano ai bambini cosa fare, quando sedersi, quando giocare, mangiare o dormire …. Non lo sopportava, si sentiva a disagio e quindi si alzava e cominciava a disturbare tutti con qualsiasi cosa avesse tra le mani per sottrarsi alla pressione. .. Non possedeva le benché minime regole di comune convivenza. 

Anche con la madre la situazione non è così diversa:

Con i suoi “no” decisi Margherita gli faceva tornare alla mente i niet delle istitutrici che avevano popolato la sua vita fino a qualche settimana prima e con un riflesso incondizionato reagiva di conseguenza … era alla mercé delle sue emozioni troppo intense da gestire e si sentiva profondamente infelice.

I momenti critici sono esasperati dal contorno sociale. In un paese di provincia in cui non succede mai nulla è inevitabile che le chiacchiere si concentrino su quel bambino russo ingestibile e sull’incapacità dei genitori di educarlo adeguatamente.

La variabile tempo va oltre il consueto trascorrere delle ore, dei giorni e delle stagioni, ma nei colloqui periodici con la psicologa dell’Ente gestore dell’adozione  emerge soprattutto la raccomandazione di saper attendere. 

Quello che mi raccontate è normale, può succedere. Nikita deve imparare a fidarsi di voi e fare pace con le proprie ansie da abbandono 

A scuola i pareri sono diversi.

Non era stato detto apertamente ma l’allusione alla ADHD, cioè al disturbo di deficit di attenzione e iperattività, era chiara. 

Ecco quindi comparire Paola, l’insegnante di sostegno con cui Nikita impara ad acquisire sicurezza giorno dopo giorno.

Con l’insegnante di sostegno si stabilì un rapporto di collaborazione costruttivo e sincero, il contatto era costante, il bambino apprendeva competenze sociali che gli permettevano di rivedere il suo modo di percepirsi come soggetto meritevole di considerazione e apprezzamento anche lontano dalla famiglia. 

Peccato che la parentesi sia breve. La riduzione di orario di Paola scatena una nuova regressione, attivando comportamenti mal adattativi e di aggressività.

Le pagine ora si susseguono in un’inquietante e sconcertante escalation a cavallo tra bullismo e xenofobia, di cui si fanno interpreti non solo i coetanei di Nikita, ma anche coloro incaricati a canalizzare le innate cattiverie infantili per favorire inclusione e integrazione. Muti nel dipanarsi della drammaticità degli eventi non vediamo risparmiare nessuno: educatori, insegnanti di sostegno, maestri, direttrici, presidi.

La maggior parte degli adulti insisteva nel colpevolizzare Nikita, la sua mera presenza, dicevano, causava disagio agli altri e la sua fervida fantasia lo portava a raccontare episodi non reali. 

Scopriremo che non sono solo respingimento, attacco verbale, prevaricazione, isolamento o false accuse a segnare le giornate scolastiche del bambino:

spesso Nikita veniva trascinato fuori dall’aula da alcune maestre facendolo strisciare lungo il pavimento. Lo prendevano per i polsi, con forza … le maestre si raccomandavano con gli alunni di ignorarlo poiché diceva cose senza senso, anzi, consigliavano ai suoi compagni di dargliele sode quando faceva qualche cosa che non andava. 

Il racconto trascina il lettore all’interno di un quasi-giallo psicologico, in cui non sai esattamente dove la storia ti conduca, considerato che al minimo accenno di ripresa positiva, rimbalzano eventi inattesi che provocano il riemergere dei fantasmi mai cancellati negli incubi peggiori di Nikita.

Parallelamente, il ricevimento della lettera di convocazione del Tribunale dei Minori di Milano, angoscia anche i coniugi Darno che vedono all’orizzonte lo spettro del ritiro della tutela del bambino per incapacità genitoriale.

Quello che successe però fu l’esatto contrario …L’incontro con gli assistenti sociali era stato positivo, la relazione avrebbe supportato Margherita e Giorgio dichiarandoli non solo adatti a custodire Nikita, ma anche molto bravi considerate le circostanze alle quali avevano dovuto far fronte. 

Come in tutti gli accadimenti, anche quando la sfortuna sembra avere il sopravvento, si creano le condizioni per accelerare la ripresa dopo la caduta.

In questa storia tanti sono i personaggi avversi con il loro bagaglio di pregiudizi e discriminazioni, ma esiste anche chi riesce ad andare oltre gli stereotipi, le false convinzioni e gli atteggiamenti manipolatori.

Sino alle ultime pagine il fiato è sospeso. Si profila un altro grosso cambiamento, quello del passaggio dalle elementari alle scuole medie. Che ne sarà di Nikita, alle prese con un nuovo scenario del tutto coincidente con un’età di per sé difficile quale quella adolescenziale?

La variabile tempo acquista una rapida accelerazione e ci porta negli anni successivi, quelli occorsi a rielaborare una vita messa a dura prova e cambiata per tutti.

I lunghi giorni di disagio e sofferenza non sono trascorsi invano. Flessibilità, determinazione, tenacia, pazienza, energia, ascolto, difesa dei diritti esercitati dai coniugi Darno si sono rivelati gli insostituibili alleati dell’amore necessario per riparare le ferite del piccolo Nikita e per costruire una relazione di appartenenza reciproca.

 

cinzia bellotti2225

TartaRugosa ha letto e scritto di: PIERRE BAYARD (2007), Come parlare di un libro senza averlo mai letto, Excelsior 1881, Milano (traduzione di Anita Maria Mazzoli)

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Pierre Bayard (2007)

Come parlare di un libro senza averlo mai letto

Excelsior 1881, Milano

(traduzione di Anita Maria Mazzoli)

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Non leggo mai libri che devo recensire; non vorrei rimanerne influenzato(Oscar Wilde)

E’ stata una frase che mi ha fatto sobbalzare, guscio compreso.

Che vengo qui a fare, se non per raccontare a modo mio quel che leggo? Per una tartaruga lenta come me, c’è voluto un po’ di tempo per capire come si fa a parlare di qualcosa che non si conosce in maniera erudita, appropriata e soprattutto convincente per chi ascolta. Bayard non mi ha convinto del tutto, ma in alcune parti del suo ragionamento sì, eccome.

Ecco gli assiomi della non-lettura, secondo l’autore:

1)     Avere una visione d’insieme

principio fondamentale perché “leggere un libro intero è una perdita di tempo … e l’interesse troppo vivo per un libro porta ad escludere tutti gli altri”. Questo assioma è molto rassicurante per un’ossessiva come me, che quando si trova a tu per tu con un libro non perde una riga, note comprese (il che rallenta ulteriormente il mio tempo). Oltretutto l’impresa è a dir poco gigantesca. Pur leggendo poco, un numero sempre maggiore di persone scrive, e inseguire il ritmo non è facile, soprattutto quando la pila di libri si accatasta, l’altezza diventa vertiginosa e il rischio del crollo rasenta la mia sicurezza. A quel punto, inspiegabilmente, TartaRugoso provvede a ristabilire livelli di accettabilità e, per il motto “Occhio non vede, cuore non duole” posso finalmente riprendere la mia abitudine di dedicarmi ad un unico testo, senza troppo soffrire per la perdita. Devo cambiare però abitudine, perché Bayard sostiene che la cultura è soprattutto una questione di orientamento: “non aver letto un libro non ha alcuna importanza per la persona colta … perché è spesso in grado di conoscerne la collocazione, vale a dire il modo in cui si situa rispetto agli altri libri”.

La non-lettura diventa quindi “una vera e propria attività, che consente nell’organizzarsi in proporzione alla vastità dei libri, al fine di non lasciarsi sommergere da essi”. Conoscere la relazione che un libro ha con altri libri significa saperne di più che averlo letto.

2)     Orientarsi rapidamente all’interno di un libro

Secondo l’autore, sfogliare i libri senza leggerli evita di perdersi nei dettagli e “qualsiasi lettura troppo attenta, se non addirittura qualunque lettura, è un impedimento al possesso approfondito del suo oggetto”. A questo punto suggerisce due tecniche per lo sfogliare:

  • lineare: si parte dall’inizio, si saltano righe e pagine e ci si dirige verso la fine
  • circolare: lo sfogliare è disordinato, si saltella da una parte all’altra del libro e non se ne conclude la lettura

Questi modi di procedere sono molto più efficaci di chi passa magari ore infinite su un libro, decidendo poi di non concluderne la lettura

3)  Sentire cosa gli altri ne dicono

Moltissimi libri di cui siamo portati a parlare non sono mai passati effettivamente per le nostre mani, ma il modo in cui gli altri ce ne parlano, ci permette di farci un’idea di ciò che contengono”.

Passato il primo momento di sbigottimento, devo ammettere che alcune osservazioni sono valide, in quanto le ho potuto direttamente verificare suTartaRugoso, che si è molto rinforzato nel suo stile dopo questa lettura. In effetti per lui questi tre assiomi funzionano alla grande. Nella visione d’insieme delle librerie, lui sa sempre al primo colpo dove si colloca un testo, quali gli stanno accanto, l’argomento che tratta, nonché, spesso, la casa editrice e l’anno di pubblicazione.

Per il secondo punto, basta che io prenda un libro precedentemente letto (non letto??) da lui per notare quanto segue: sottolineature, parole  chiave a margine, asterischi nelle prime pagine, poi il testo torna ad essere intonso per rivivacizzarsi alla fine. Elementi più che sufficienti per parlare del contenuto per ore.

Quanto al terzo assioma, ho ancora nelle orecchie una sua brillante recensione di un libro corposo assolutamente non letto, ma di cui mi ero premurata io a fargli notare alcuni passaggi interessanti.

Bayard ha evidentemente ragione. Però, aggiungo io, se si tratta di un romanzo giallo, questo sistema di non leggere fa perdere tutto il fascino della scoperta dell’indizio, salvo accontentarsi di andare subito alla fine e, attraverso la quarta di copertina, assemblare sufficienti informazioni per raccontare la vicenda a chi non la conosce.

Un’altra disquisizione importante fatta da Bayard riguarda il caso della dimenticanza. Un libro può essere letto con estrema attenzione e poi dimenticato. “Non conserviamo nella nostra memoria dei libri omogenei, ma dei frammenti strappati a letture parziali, spesso mescolati gli uni agli altri, e per di più rielaborati dai nostri personali fantasmi”. Afferma, citando Montaigne, che noi dimentichiamo una percentuale altissima dei libri che abbiamo letto per davvero e in forma completa, anzi di essi ci formiamo una specie di immagine interiore costituita non tanto di quello che vi era veramente scritto, bensì di cosa ci ha suscitato nella mente.. Ecco quindi il fenomeno della de-lettura: “un movimento fatto al tempo stesso di scomparsa e di offuscamento dei riferimenti, che trasforma i libri, spesso ridotti al solo titolo o a qualche pagina approssimativa, in vaghe ombre che scivolano sulla superficie della nostra coscienza”. E anche in questo caso devo dargli ragione. L’evanescenza della memoria, dopo un po’ di anni, fa sì che nel riprendere in mano un libro si abbia la sensazione di non averlo letto, se non in alcuni passaggi che ci hanno particolarmente emozionato.

L’autore prosegue dando pure indicazioni di situazioni in cui il non-lettore deve parlare di libri che non ha letto. Quella più divertente è quando questo evento accade davanti alla persona che è autrice del libro stesso.

Molto diplomaticamente Bayard suggerisce: “parlarne bene senza entrare nei dettagli. L’autore non si aspetta affatto un riassunto o un commento argomentato dal suo libro: egli si aspetta solamente che gli si dica di avere apprezzato ciò che ha scritto”. Sarebbe comunque interessante che qualcuno si prendesse la briga di fare un elenco dei libri che per davvero vale la pena di non leggere, neppure secondo i criteri sin qui evidenziati.

Verso la fine (e questo, se uno avesse seguito le istruzioni date, avrebbe veramente risparmiato un bel po’ di tempo) si capisce la vera natura di Bayard, che oltre ad essere professore di letteratura francese, è anche psicanalista.

Non è tanto il libro come tale ad esistere, ma l’insieme di una situazione di comunicazione in cui esso circola e si modifica … è un oggetto mobile … che subisce variazioni sensibili in funzione degli scambi che si producono riguardo ad esso”.

Secondo Bayard “i libri di cui parliamo non sono solo i libri reali che un’immaginaria lettura integrale ritroverebbe nella loro materialità oggettiva, ma anche dei libri-fantasma che sorgono all’incrocio delle virtualità inespresse di ogni libro e del nostro inconscio”.

Questo significa che in ogni libro che leggiamo sarà maggiore la forza espressa dall’inconscio, piuttosto che la precisione della lettura.

Un buon lettore fa una traversata di libri, dato che sa che ciascuno di essi è portatore di una parte di se stesso e può aprirgli una strada … L’invenzione del libro di cui ci si è appropriati, in qualsiasi contesto di parola e scrittura, sarà tanto più credibile quanto più sarà condotto dalla verità del soggetto e inscritto nel prolungamento del suo universo interiore”.

Quindi una nuova forma per sviluppare creatività e immaginazione sarebbe quella di insegnare che un libro si reinventa a ogni lettura e che in ogni libro il lettore debba metterci innanzi tutto del suo.

Nessuna paura dunque a parlare con convinzione di qualcosa che “immaginiamo”: sarà la nostra abilità a renderla coerente con  il contenuto che si suppone che quel testo abbia e il gioco è fatto. Ammesso che i professori-educatori possiedano la stessa tolleranza di Bayard.

Il quale, a supporto di quanto afferma, cita opere letterarie di Musil, Valéry, Eco, Montaigne, Greene, Siniac, Murray, Lodge, Balzac, Soseki, Wilde, in una forma così dettagliata e minuziosa da contraddire se stesso.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Duccio Demetrio (2016), Ingratitudine. La memoria breve della riconoscenza, Raffaello Cortina Editore

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Duccio Demetrio (2016)

Ingratitudine. La memoria breve della riconoscenza

Raffaello Cortina Editore

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Ho selezionato, di questo testo, alcuni passaggi che più si avvicinano ai miei ambiti professionali, non a caso definiti da alcuni “ingrati”, visto che mi occupo di persone malate di demenza e di malati terminali.

Certo sarebbero molte le considerazioni da fare sulle grandi e piccole ingratitudini che nel libro vengono esplorate e che suscitano talvolta cupezza e senso di impotenza.

Per esempio:

L’ingratitudine pubblica, verso la cosa pubblica, è lo specchio di costumi privati senza regole, si trasmette in famiglia come un contagio che inquina le nuove generazioni, dissemina sfiducia collettiva anche quando chi accusa ne abbia approfittato a man bassa.

O ancora, sulle piccole ingratitudini:

sono pressoché invisibili, non degne di nota, ma rappresentano a loro modo una degenerazione dei rapporti ormai così diffusa cui non si fa più caso.

L’inventario comprende i rituali del saluto; l’astensione dei grazie e dei prego fino alla loro totale cancellazione dal vocabolario; il buon uso delle scuse dinanzi all’ammissione di un errore.

Nell’”epoca delle passioni tristi” il sentimento di vivere una situazione di crisi in un sistema più globale di per sé in una crisi che pare irreversibile, annienta la speranza del desiderio e nutre maggiormente l’idea di dover sopravvivere contro una minaccia incombente che ogni ingratitudine giustifica.

Tornando  a quanto annunciato più sopra, mi soffermo sulla citazione di Seneca che apre il capitolo “In fuga dalla memoria”:

– è ingrato chi nega il beneficio ricevuto

– ingrato chi lo dissimula

– più ingrato a volte persino chi lo restituisce (e qui molto stimolante è il pensiero della funzione inversa della gratitudine, ovvero quei casi in cui il beneficato per diminuire il peso del favore ricevuto o ripristinare una situazione di non dipendenza o  evitare che il benefattore si trovi una posizione più alta compie un gesto di finta gratitudine)

– ma il più ingrato di tutti è chi lo dimentica

Su quest’ultima dichiarazione vale la pena di riferirsi non tanto ai veri ingrati che annientano nell’oblio più totale ogni accadimento occorso in loro favore, quanto a chi, purtroppo, nell’oblio ci cade a causa di una malattia.

Scrive Demetrio rispetto allo stare accanto a chi soffre:

La gratitudine diventa qualcosa di più che presto ricondurremo al valore alto della riconoscenza. In tal modo, consentiamo a chi soffre di riconoscersi, talvolta, nella nostra presenza, pur non potendo più riconoscerci, chiamarci per nome, ricordare.

Se la mente di costui, o di costei, è divorata dalla malattia, la nostra invece è chiamata a svolgere il compito di ricordare facendo le veci di una memoria ormai assente del tutto. La vicinanza va offerta senza patteggiamenti, senza compensi di sorta. Questa linea di condotta distingue il non credente virtuoso, l’agnostico, l’ateo da chi si attende una ricompensa, se non in questa terra, in “cielo”.

E, aggiungerei, c’è un altro aspetto che il caregiver aggiunge al suo vicariare alla dimenticanza dell’altro e che può essere anch’esso ricondotto all’alto valore della riconoscenza: scoprire un’altra dimensione del sé, una parte così nascosta che si credeva inesistente, ma che al momento opportuno emerge trasportando in una dimensione che va oltre le difficoltà del quotidiano.

E’ la dimensione del riconoscersi come “oggetto amato”, la possibilità di aver conosciuto e accolto la sofferenza umana, la capacità della restituzione (il dono di averti messo al mondo se sei un figlio, l’aver progettato e costruito un lungo tratto della vita insieme alla persona amata se sei coniuge)

Allora, nello stare accanto, nell’accogliere l’oblio dell’altro molto spesso si riesce a collocare la malattia come qualcosa “cui essere grati”, perché ci si è misurati con l’inconoscibile, perché si è attribuito un diverso valore alla quotidianità, perché ci si trasforma e si diventa più attenti, più sensibili, più capaci di comprendere il prossimo.

Può apparire come flebile tentativo di consolazione, ma nella condizione umana transitare o sostare nella sofferenza orienta verso quel percorso che trascende dalle ingratitudini o dalle gratitudini e che trova la sua più alta manifestazione nella riconoscenza.

Nelle sue esplorazioni Demetrio si sofferma sul terreno della prossimità della morte e nell’analisi del romanzo di Guidano “La disattenzione” commenta l’atteggiamento di coloro che, ingrati cronici, non accettano il proprio riconoscersi nemmeno in prossimità dell’atto finale:

non disdegnano affatto, anche giunti al punto di esalare l’ultimo respiro, per farsi coraggio, di rammentare situazioni ed esperienze che li hanno visti radiosamente compiere quelle che si rifiutarono di definire ingratitudini: semmai adempimenti inevitabili, doveri di stato o aziendali, necessità in nome del bene della famiglia.

Consapevole della limitatezza di rifarsi semplicemente a un proprio osservatorio personale, posso confermare che ovviamente esistono persone che rifuggono le ingratitudini inflitte o negano o distorcono i benefici ricevuti e sono le stesse persone che concludono la loro vita come l’hanno vissuta, con rabbia, prepotenza, ingratitudine verso chi comunque decide di stare loro vicino, operatori compresi.

Per molte altre invece la malattia infausta può diventare fonte di gratitudine.

Molte le scritture autobiografiche (Pia Pera “Al giardino ancora non l’ho detto”, Paush “L’ultima lezione”, Mitch Albom “I miei martedì col professore”, Tiziano Terzani “L’ultimo giro di giostra” e l’elenco diventerebbe molto lungo) che rivelano come la gratitudine si possa sublimare nella riconoscenza che è invece superamento, che è oltre passare, che è una laica spiritualità che ci avvicina all’inconoscibile e al mistero dell’esistere.

Interessante un commento che ho trovato tempo fa in un’intervista a Richard Smith, ex direttore  del British Medical Journal, il quale definisce il tumore come la miglior morte possibile:

Si può dire addio, riflettere sulla propria vita, lasciare un ultimo messaggio, visitare luoghi speciali per l’ultima volta, ascoltare le canzoni preferite, leggere le poesie più amate e prepararsi a godere l’eterno oblio.

Un piccolo pezzo di Pietro Calabrese tratto da “L’albero dei mille anni” ci mette a contatto con la realtà vissuta in quel frangente: Perché pensiamo che il bello e il buono sono sempre “altrove”, lontano da noi. Invece sono qui, davanti a noi, ai nostri piedi, e non ce ne accorgiamo finendo col calpestarli e ucciderli. Perché il buono delle cose non è mai così nascosto da non riuscire a scorgerlo, a vederlo, ad assaporarlo. Perché è bella la vita, bello il sole e il freddo dell’inverno, bellissima una giornata di primavera e dolcemente bello il venticello che l’accompagna. Ma chi si ferma mai a riflettere su queste banalità quotidiane?

Il porre un limite al futuro obbliga a riconsiderare la visione delle cose e, per alcuni, a rimediare al peso delle ingratitudini entrate nello svolgersi dell’esistenza.

Il passaggio più alto, quindi, parte dal “riconoscersi”, prima di poter essere riconoscenti.

Secondo Demetrio la riconoscenza corrisponde alla presa di coscienza del senso del nostro essere gettati nella vita. La necessaria ricerca interiore implica un abbassare la guardia e rovistare nella propria interiorità, riconoscere la colpa, sentire la necessità morale del pentimento e dell’espiazione fino all’attuarsi del riscatto e di una possibile redenzione.

Se questo passaggio spesso è visibile sul letto di morte, ciò non significa che non possa avvenire prima nella vita di ogni individuo.

L’ingratitudine infatti può essere condonata solo nel momento in cui siamo capaci di riconoscere l’irreparabilità e l’incancellabilità dell’errore commesso e disposti ad accoglierlo dentro di noi senza affidarlo all’oblio. Riconciliazione, quindi, non perdono come comoda scorciatoia per l’espiazione delle proprie colpe.

Una piccola riflessione infine sulla coppia di parole accettare/accogliere.

Il termine accettare frequentemente solleva moti di rifiuto o di rabbia, probabilmente perché suscita vissuti di passività o sottomissione. Forse, per raggiungere un compromesso con le nostre debolezze, è meglio utilizzare il termine accoglienza, cioè l’apertura e il fare spazio a qualcosa di imprevisto ma che comunque ci fa sentire attivi e capaci di compiere una scelta su ciò che possiamo far entrare in noi.

La discesa nel sé e il riconoscimento dei nostri stati d’animo negativi o ingrati (secondo Christophe André in “Quattro lezioni di pace interiore”) fa sì che essi:

  • diventino paradossalmente meno dolorosi
  • diventino una fonte d’informazione sulla situazione e le nostre reazioni
  • arricchiscano la nostra esperienza perché corrispondono alla vita vera
  • dimostrino che possiamo sopravvivere ai problemi

Se questo percorso diventa consuetudine nella vita di ogni giorno, forse speranze e desiderio possono trovare nuova linfa e alimentare il futuro degli uomini e della terra.

Se invece il processo individuativo indagato da Jung si manifestasse solo sul limitare della vita, potremmo ottimisticamente affidarci alle le parole di  Emanuele Severino “Il mio ricordo degli eterni”:

Poi, quando la vicenda terrena dell’uomo sarà giunta al proprio compimento, sarà necessario che ognuno faccia esperienza

di tutte le esperienze altrui e che in ognuno appaia la Gioia infinita

che ognuno è nel profondo. Essa oltrepassa ogni dolore sperimentato dall’uomo.

 

TartaRugosa ha letto e scritto di: Keisuke Matsumoto (2012), Manuale di pulizie di un monaco buddhista. Spazziamo via la polvere e le nubi dell’anima, Antonio Vallardi Editore, Milano (traduzione di Ramona Ponzini)

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Keisuke Matsumoto (2012)

Manuale di pulizie di un monaco buddhista

Spazziamo via la polvere e le nubi dell’anima

Antonio Vallardi Editore, Milano

(traduzione di Ramona Ponzini)

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Sul lato del pensiero musicale, nel 2007 la mia grande novità è stato poter essere invitato su Insensatez di Kosmogabri Chickasaw. Ed è al primo posto.

Poi arriva il resto, con mescolanza fra vecchio e nuovo, come si addice al mio status cronologico.

 

Leggendo questo libro ho scoperto qualche mio tratto buddista. Forse.

Non sono una maniaca delle pulizie, però ho ben chiari certi miei comportamenti rispetto ad esse, le cause che li scatenano e gli effetti che ne derivano. Sicuramente Matsumoto mi ha fatto più volte rispecchiare in alcune affermazioni.

Purtroppo sono ancora ben distante dallo Zengosaidan, ovvero “non pentirti di ciò che hai fatto in passato, non preoccuparti per il futuro e dedicati con tutte le tue forze a non avere mai rimpianti”.

Mi riconosco abbastanza in ciò che invece lo scostamento da questa filosofia comporta, come spiega l’autore: “Credo che le persone che vivono nella società contemporanea, sempre così indaffarate, arrivino a casa stanche, lascino i piatti sporchi nel lavandino, i vestiti nel cesto del bucato e poi si addormentino. La mattina seguente, però, si sveglieranno freschi e riposati? Non è più probabile che si sveglino tristi perché salutano il nuovo giorno circondati da tutte le cose lasciate in disordine la sera prima?”

Mmmh …

La casa in disordine effettivamente mi inquieta e la tendenza a non trascurare almeno bagno e cucina con annessi e connessi, più il rifacimento del letto prima di uscire sono senz’altro attività che mi fanno guardare alla giornata con un senso di maggior leggerezza.

Non c’è luogo come il bagno che sveli il vero volto di una casa. … L’acqua è il fondamento della vita. In una casa normale l’acqua si trova in cucina e in bagno. L’acqua entra nel nostro corpo, circola e poi viene espulsa, ritornando alla natura. Le pulizie di cucina e bagno sono basilari nelle pratiche religiose proprio perché siamo coscienti del fatto che sono i luoghi dove scorre l’acqua…. In qualsiasi tempio buddhista il bagno è sempre pulitissimo e davanti alla porta si troveranno le calzature sistemate con cura. Anche il gabinetto trasmette un senso di pulito e questo fa sì che vi si possano espletare le correlate funzioni con animo sereno. Sicchè, chi ha finito di utilizzarlo, dovendo fare in modo di non turbare tale atmosfera a scapito di chi vi entrerà in seguito, si preoccuperà di lasciare tutto pulito e in ordine. 

Ho inoltre dato una spiegazione al perché i vetri sporchi mi turbano e mi danno la sensazione di essere immersa nello sporco:

Il vetro è simbolo di trasparenza e di non attaccamento alle cose terrene. Se nei giorni nuvolosi i vetri delle finestre sono coperti di ditate, anche la nostra anima si rannuvolerà. Nel buddhismo la cosiddetta “giusta visione”, ossia il vedere attraverso il filtro di noi stessi, il nostro io, sconfigge ogni nube e permette di comprendere la vera essenza delle cose. … Le finestre sono, dunque, in qualche modo legate alla giusta visione delle cose e pulirle fino a farle sembrare trasparenti, fino, cioè, a farci dimenticare della loro esistenza, ci permette di vedere dall’altra parte senza renderci conto che c’è qualcosa che ci separa. Puliamole, dunque, fino a far sparire ogni ombra.

Vorrei essere un po’ più monaca, a questo riguardo, e utilizzare le raccomandazioni  sul come effettuare le pulizie del vetro: è essenziale la carta del giornale. Bisogna utilizzare carta di grandezza commisurata a quella del vetro da pulire, imbevuta della giusta quantità di acqua e detergente, e lucidare a fondo. .. Bisogna prima togliere le macchie più evidenti con movimenti verticali e orizzontale, fino a finire la miscela di acqua e detergente .. suggerisco di mescolare aceto e acqua insaponata. 

Nel testo sono parecchie le indicazioni date sia sul come eseguire le pulizie, sia su quali strumenti utilizzare. Sui pavimenti ho ancora molto da imparare:

I pavimenti vengono puliti ogni giorno, indipendentemente dal fatto che siano sporchi. Grazie a questo tipo di pulizie anche il nostro spirito si manterrà lucente…. Lucidare i pavimenti tutti i giorni vi permette di capire cosa significa realmente pulire la vostra anima. Una stanza sporca e in disordine è segno che anche il vostro spirito è sporco e in disordine.

Però mi consola verificare che sul “come lucidare i pavimenti” sono abbastanza a buon punto:

Per prima cosa bisogna passare la scopa e togliere la polvere, poi si prendono un secchio colmo d’acqua, uno straccio ben strizzato e si pulisce a fondo. Non sono necessari detergenti né stracci per asciugare. Poiché uno straccio ben strizzato trattiene l’acqua, una volta passato sul pavimento quest’ultimo si asciugherà da sé. .. Quando lucidiamo un pavimento non distraiamoci e concentriamoci su ciò che stiamo facendo, con naturalezza ci troveremo faccia a faccia con la nostra anima.

Ecco, guardando anche l’illustrazione dove si vede il monaco diligentemente a carponi che strofina il pavimento, debbo dire che io pure assumo quella posa, a dispetto di tutti gli elettrodomestici in commercio da me giudicati non all’altezza dell’antico olio di gomito, accompagnato dalla modernità di un panno in microfibre che un’amica mi ha suggerito e che, immerso e strizzato nell’acqua bollente, effettivamente ti fa rispecchiare nelle piastrelle.

Comunque l’insegnamento è impari: i monaci vivono nel tempio e non hanno tre gatti che girano per casa, oltre a TartaRugoso.

Sullo stirare temo non ci siano possibilità di recupero:

Anche noi monaci indossiamo l’abito monacale dopo averlo stirato. Così facendo il nostro spirito sarà ben curato e in armonia con il nostro vestiario. Le grinze, inoltre, rimandano la mente alla vecchiaia, sebbene ci siano monaci che continuano a svolgere in maniera ineccepibile le proprie attività anche a ottanta o novant’anni, in perfetta salute. … Stirare è l’attività ideale per chi vuole mantenere giovane il proprio spirito.

Si sente che l’autore è ancora nell’età in cui si pensa che le grinze possano essere ripassate facilmente come con il ferro da stiro!

Molti sono i suggerimenti pratici per chi si voglia avvicinare a meditazioni filosofiche e spirituali attraverso il fare le pulizie.

Chissà se riuscirò prima o poi ad arrivare alla seguente conquista:

Ogni cosa sta dove deve stare. Può sembrare ovvio, ma se si applica concretamente questo principio, non si correrà più il rischio di imbattersi in qualcosa fuori posto. Quando dobbiamo utilizzare un oggetto lo prendiamo dal luogo dove è collocato, ma una volta usato lo rimettiamo dov’era. … Sentire la voce delle cose. Lo spirito non va mai tenuto in una condizione di trascuratezza. Se usate le cose con cura, inizierete a sentire bisbigli all’orecchio dello spirito e sarete in grado di udire la loro stessa voce. Al contempo, è necessario conoscere a fondo lo spazio di sistemazione, ossia la stanza va percepita come se fosse una parte del nostro corpo e va pulita ripetutamente giorno dopo giorno. Capire l’essenza degli oggetti e avere dimestichezza con lo spazio in cui si trovano, ci permetterà di capire dove gli stessi oggetti vogliano essere riposti. E non dimenticate che tutti possono raggiungere questo stato mentale.

Nel mio spazio di solito i bisbigli non sono quelli delle cose, anzi sarebbe più corretto non definire bisbigli le esclamazioni ad alta voce su dove esse dovrebbero trovarsi  e su dove diavolo siano invece sparite.

Tuttavia lo spazio di sistemazione lo conosco proprio bene, considerato che anche nel disordine la maggior parte delle volte alla fine le cose si trovano!

In ogni caso nulla da obiettare sulla serenità dell’ordine. Non so se corrisponda a un ordine spirituale. Per quello che mi conosco, il mettere ordine è un esercizio che svolgo quando ho finalmente terminato qualche compito gravoso che teneva impegnata la mente. Una volta finito l’onere mentale, è quasi automatico che segua analogamente un’operazione di riordino dello spazio fisico.

Temo però che questo sia il processo inverso di ciò che predica la filosofia buddista.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Murakami Haruki (2015), La strana biblioteca, Traduzione di Antonietta Pastore. Illustrato da Lorenzo Ceccotti Einaudi

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Murakami Haruki (2015)

La strana biblioteca

Traduzione di Antonietta Pastore

Illustrato da Lorenzo Ceccotti

Einaudi

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Il racconto di Murakami Haruki si legge d’un fiato, presi dalla curiosità di inseguire l’intricato percorso che la via della conoscenza può determinare.

Indubbiamente la voglia di sapere del Ragazzo è insolita. Non sa quanto gli costerà questo suo indagare sul sistema di riscossione delle imposte vigente durante l’Impero ottomano.

Al vecchio brillarono gli occhi … Interessante, molto interessante”.

I libroni che il Vecchio gli consegna possono essere consultati esclusivamente all’interno della biblioteca.

La sala di lettura, confinata al termine di una scala molto lunga, può essere raggiunta dopo una serie di biforcazioni, ora a destra ora a sinistra, che solo il Vecchio conosce.

L’Uomo-pecora che li riceve sa subito cosa rispondere alla domanda del Ragazzo: “Scusi un attimo, signor Uomo-pecora! Non è mica una cella, questa, per caso?. Certo che lo è!, rispose lui.”

Il ragazzo ha solo un mese a disposizione per imparare a memoria quei grossi tomi.

Del Ragazzo sappiamo che è stato ben educato a obbedire, a non rifiutare mai un invito e a gioire delle soddisfazioni altrui; che la sua mamma va in ansia se non lo vede tornare a casa puntuale; che tale ansia è anche determinata dal fatto che il Ragazzo, quando era bambino, è stato morso da un cane molto feroce.

La permanenza in quella cella, però, non assomiglia a una punizione restrittiva.

Portate di cibo delizioso gli vengono fornite da una Ragazzina dolce e bellissima. L’Uomo-pecora che vigila su di lui è severo solo perché teme crudeli punizioni da parte del Vecchio. L’impossibile compito di mandare a memoria quegli enormi tre tomi è in realtà molto accessibile, poiché il Ragazzo diventa lui stesso il collettore delle tasse turco Ibn Armut Hasir.

In una certa misura il soggiorno nella sala di lettura/cella parrebbe fiabesca, non fosse per alcune condizioni date. L’una è che il mondo al di fuori continua e quindi il Ragazzo pensa alla madre preoccupata per il suo mancato rientro e alla possibilità che non dia da mangiare al suo storno.

L’altra, ben più inquietante, è che a missione compiuta, terminato il mese e appreso tutto ciò che i volumi hanno da spiegare, il Vecchio gli segherà la parte superiore del cranio e il suo cervello verrà succhiato.

“- Signor Uomo-pecora, perchè quel vecchio vuole mangiare il mio cervello?

– Perché i cervelli pieni di conoscenze sono squisiti, ecco perché. Sono cremosi. E al tempo stesso granulosi.

– Ma è una cosa mostruosa! Dal punto di vista di chi è succhiato, ovviamente.

– Sì, ma è una cosa che succede in tutte le biblioteche. Più o meno”.

Arriva la notte di luna nuova, quella che “porta via tante cose”.

In quella notte si può tentare la possibilità di fuggire, perché il Ragazzo, la Ragazzina e l’Uomo-pecora desiderano tornare nel mondo.

La fregatura, con i labirinti, è che soltanto alla fine sai se hai preso la strada giusta. Se scopri che ti sei sbagliato, di solito è troppo tardi per tornare indietro. Questo è il problema con i labirinti”.

Tuttavia l’impresa sembra riuscire, peccato che dopo il tortuoso tragitto a piedi nudi (perché le scarpe nuove scricchiolano troppo) lungo le biforcazioni e le porte che si aprono e si chiudono, ancora una volta si debba transitare dalla stanza 107, proprio là dove tutto era iniziato e dove stavolta non c’è solo il Vecchio, ma anche il feroce cane che ha aggredito il Ragazzo quando era bambino. Il cane, fra i denti, stringe lo storno.

Dopo alcuni colpi di scena, finalmente la fuga è riuscita e il Ragazzo torna a casa.

C’è la madre, c’è la colazione sul tavolo apparecchiato, ma non c’è lo storno e non c’è una richiesta di spiegazioni per la sua sparizione.

Dopo quell’accadimento il Ragazzo non va più alla biblioteca civica.

Mi succede di pensare a quelle belle scarpe che ho lasciato là sotto. E all’uomo-pecora e alla bellissima ragazza senza voce. Ma è accaduto veramente? In tutta onestà, non posso esserne sicuro, Ciò che so con certezza è che ho perso le mie scarpe e il mio amato storno”.

Quando la mamma muore, il Ragazzo resta proprio solo. Perché non ci sono più la mamma, le scarpe, lo storno, la Ragazza e l’Uomo-pecora: “Quando sono solo, il buio intorno a me si fa molto profondo. Come in una notte di luna nuova”.

Dal buio della profondità della tana, TartaRugosa medita sulle fasi della luna.

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TartaRugosa ha letto e scritto di: Pia Pera (2016), Al giardino ancora non l’ho detto, Ponte alle Grazie

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Pia Pera (2016)

Al giardino ancora non l’ho detto

Ponte alle Grazie

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E’ alle parole di Emily Dickinson che si ispira il titolo di questo libro, l’ultimo di Pia Pera.

” Al giardino ancora non l’ho detto – / non ce la farei. / Nemmeno ho la forza adesso / di confessarlo all’ape. / Non ne farò parola per strada – / le vetrine mi guarderebbero fisso – / che una tanto timida – tanto ignara / abbia l’audacia di morire. / Non devono saperlo le colline – / dove ho tanto vagabondato – / né va detto alle foreste amanti – / il giorno che me ne andrò – /e non lo si sussurri a tavola – / né si accenni sbadati, en passant, / che qualcuno oggi / penetrerà dentro l’Ignoto. ”

La scrittrice, maggiormente conosciuta per i suoi testi sui giardini, in queste pagine prende congedo dalla sua tenuta, nella campagna di Lucca.

Una sorta di diario non-diario: che il tempo scorre lo capisci dalla descrizione delle fioriture, delle messe a dimora di bulbi, rose e cespugli, dalle operazioni dettate dal susseguirsi delle stagioni.

E dai cambiamenti corporei che Pia descrive sia fisicamente, sia attraversando biografie di altre persone che si sono trovate in analoga situazione.

In questo soliloquio a flusso continuo emergono intrecci di varia natura: filosofici, poetici, letterari, autobiografici, tutti improntati alla presa di coscienza della propria finitudine, ma con un’apertura di orizzonte verso lo spazio più amato, il proprio giardino.

“Vale sempre la pena di piantare un giardino, poco importa se di tempo ne resta poco, se tutto vacilla e la morte avanza. Vale sempre la pena di trasformare uno spazio di terra in un posto accogliente, un luogo dove ci sia più vita”.

E’ un monologo denso, che non risparmia al lettore la partecipazione alle perdite narrate, talvolta con lucida razionalità, altre con nostalgia, altre con misto di speranza e investimento nei diversi tipi di cure.

“E’ cresciuta l’empatia. La consapevolezza che, non diversamente da una pianta, io pure subisco i danni delle intemperie, posso seccare, appassire, perdere pezzi, e soprattutto non muovermi come vorrei.

Mi trovo io stessa in balia. Questo ispira un sentimento di fratellanza col giardino, acuisce la sensazione di farne parte. Altrettanto indifesa, altrettanto mortale.

Forse non è così terribile che le forze lentamente scemino. Andarsene bisogna pure in qualche modo. Chi come me vive in solitudine fatica a rendersi conto che arriva il momento di cedere il passo, che la vita è fatta di fasi e non si resta identici fino alla fine”.

Il giardino è vita. Il giardino ha bisogno di cure. Le forze che si assottigliano sono per Pia fonte di preoccupazione, perché dove non c’è più dialogo tra uomo e paesaggio, la natura irrompe e se ne appropria. L’apprensione per il proprio futuro comprende anche la consapevolezza che ci sarà un inevitabile abbandono della manutenzione necessaria e questo tradimento il giardino ancora non lo conosce.

Pure esiste al tempo stesso un rispecchiamento, un desiderio di reciprocità:

“Non sono più il giardiniere. Sono pianta tra le piante, anche di me bisogna prendersi cura. Cosa è cambiato rispetto a prima? Innaffiavo, scavavo, pacciamavo, seminavo, coglievo, rastrellavo, potavo, bruciavo, concimavo, ramavo,tagliavo l’erba. Ora nulla di tutto questo. Passeggio, guardo, valuto, dico cosa fare, ma soprattutto: mi viene preparato da mangiare, mi viene servito a tavola, vengono lavate e stirate le mie cose, vengo accompagnata in auto. Comincio a somigliare sempre più a una pianta di cui bisogna prendersi cura, divento sorella di tutto quanto vive nel giardino, parte di questa sconfinata materia di cui ignoro confini e profondità”.

Lentamente mutano le prospettive:

“La malattia si distingue in questo: impone un’accelerazione a un processo di perdita che, semplicemente invecchiando, resterebbe impercettibile.

Forse questo bisogna fare nel tempo che resta. Non disperderlo in tentativi vani, ma concentrarsi e sfrondare. Più che mai sfrondare. Accettare serenamente la fine”.

Insieme a Pia viviamo momenti bui, le altalene delle remissioni e delle riacutizzazioni, il travaglio della scelta di eterogenei approcci di cura: i farmaci sperimentali, il Qi Gong, l’agopuntura, l’ayurveda, il bombardamento dei vari consigli forniti dalle testimonianze di altri malati sui poteri di improbabili guaritori, la ricerca delle energie elettromagnetiche nocive nel luogo domestico, il tentativo della terapia chelante. Tutto ciò a sua volta associato all’irrompere del sospetto di essere in mano a ciarlatani imbroglioni e alle decisioni prese all’ultimo minuto di sottrarsi o offrirsi a proposte terapeutiche non convenzionali.

Non solo le trasformazioni del corpo, ma della casa, degli spostamenti degli oggetti, dei libri da eliminare, della gioia per l’arrivo della carrozzina.

“Siamo noi a scegliere, di volta in volta, come vivere quanto ci viene dato. Questo imprevisto: a me la scelta tra farne un momento di frustrazione, o uno spiraglio di libera contemplazione nell’ora forse più bella del giorno, sospesa com’è tra il buio e la luce”.

Pur avendo scelto di vivere da sola, Pia riceve spesso visite e confidenze di amici lontani e vicini con cui condividere ricordi di viaggi, riflessioni sul pensiero buddhista, spostamenti verso studi medici, racconti di altre persone che come lei, hanno amato un giardino e a esso hanno dovuto dire addio.

Filosofi, poeti e scrittori lasciano le loro tracce in questo accompagnamento di sé.

Gradualmente, nella sua casa e nella sua terra, fanno comparsa figure di aiuto:“Quanto mi piace dire agli altri cosa devono fare. Ci voleva da ammalarsi, per scoprire quanto dare disposizioni sia in fondo più gratificante di una faticosa autosufficienza”.

Non è un percorso facile. Pia non pensava di morire a sessant’anni e spesso le piaceva immaginarsi vecchia, con le rughe e i capelli bianchi. Quando la malattia irrompe, però, bisogna fare appello a ciò che rimane e a come è possibile sfruttarlo al massimo e quando anche queste ultime capacità si dissolvono, la meditazione aiuta a tenere sotto controllo paura e terrore nel momento più cupo, quello della notte.

La revisione del proprio esistere si ancora alla similitudine delle stagioni:“Sul finire dell’inverno è sempre il mandorlo il primo a fiorire, adesso è il momento del susino. I meli non ancora, i ciliegi non ancora. Non sboccia tutto insieme, così ciascuno si gode il suo momento di gloria,ognuno a turno può esercitare la sua attrattiva ..Mi piacerebbe facessero così anche gli umani, che si accontentassero di primeggiare nel momento del loro massimo fulgore e accettassero poi di restarsene discretamente in disparte”.

Man mano che le possibilità del corpo si restringono, una nuova dimensione si apre:

“Adesso il giardino è il grembo in cui passo questo tempo fisicamente poco attivo in un senso di pace, serenità. E’ quello che vedo dalla finestra, quando sono sdraiata sul divano a leggere.  .. Il giardiniere e la morte si configura allora così: il rifugiarsi in un luogo ove morire non sia aspro.

E’ tutto di una bellezza, una grazia, un’armonia, che mi sorprendo a desiderare di vedere un’altra primavera ancora, e a pensare: che strano che adesso che ne dubito, che non lo do per scontato, il mondo mi appaia incredibilmente ricco di meraviglie”.

Il 26 luglio 2016 Pia se ne va.

TartaRugosa, nel suo giardino, aveva da poco finito di leggere quelle che sono diventate le sue memorie.

TartaRugosa ha letto e scritto di: ANDREA BAJANI (2016), Un bene al mondo Einaudi, Torino

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Andrea Bajani (2016)

Un bene al mondo

Einaudi, Torino

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Se qualcuno ti chiedesse di dare un volto al dolore, o di descriverne l’odore, o di raccontare la sua forma, o di definirne il colore, che cosa sceglieresti con una sola parola?

E’ una domanda che mi sono posta rincorsa da migliaia di parole sparse nell’aria, non sempre sicure della loro destinazione, ma soltanto vogliose di essere dette. Perché, come scrive Bajani, “una parola, se non ha nessuno a cui dire una cosa, smette di vivere”.

Sul dolore molto si narra, con rabbia, con inquietudine, con disperazione, con frenesia, con disillusione, con saggezza, con ricordo e volontà.

Nell’esperienza personale, tuttavia, mentre si convive con esso in tempo reale, si fa una certa fatica a essere accoglienti e riconoscenti nei suoi confronti.

Il dolore è quella roba dal cui abbraccio vorresti scioglierti e al cui strazio sottrarti. Invano.

Bajani prova invece a guardarlo direttamente, dandogli un’identità ben precisa perché, anche se tu non lo sai, il dolore può già venirti a trovare quando sei nella culla, “la mamma era un’ombra grande distesa su un letto, il dolore un’ombra più piccola che lui cercava di mettere a fuoco. Il dolore gli faceva solletico ai piedi, e il bambino apriva la bocca e rideva”.

Ecco quindi che il dolore diventa un compagno di vita fedele, è felice di starti accanto, conosce tutto di te, ti ama e ti protegge.

Il dolore,qui, nel bambino,  simbolicamente assume la forma del cane. “Il dolore si porta a passeggio nei boschi, cosicché possa incontrare altri dolori, annusarli, riconoscerli e scodinzolare, oppure evitarli perché troppo ringhiosi”.

Questo l’esordio:

C’era un bambino che aveva un dolore da cui non voleva mai separarsi. Se lo portava dappertutto, ci attraversava il paese per andare a scuola tutte le mattine. Quando arrivava in classe,  il dolore si accucciava ai suoi piedi e per cinque ore se ne stava senza fiatare … Quando arrivava a casa … stendeva una tovaglia sul tavolo e mangiava. Il dolore montava sulla sedia accanto, e mentre mangiava, il bambino lo accarezzava. Quando c’erano i genitori, invece , il dolore stava tra i piedi del suo padrone. Di tanto in tanto, il bambino faceva sparire la mano sotto il tavolo e gli offriva un pezzo di pane. Il dolore  avvicinava il muso alla mano, e dopo gli leccava le dita”.

Il dolore del bambino ci appare un dolore docile, morbido, quieto.

Ma c’è anche il dolore grosso del padre che “difficilmente riusciva a tenerlo al guinzaglio. Perciò spesso si liberava con uno strappo e aggrediva chiunque gli passasse vicino. Apriva le fauci, latrava e dopo si sentiva l’urlo di chi era stato colpito”.

La violenza esiste. Esiste il male. Entrambi talvolta possono essere immaginati altrove, anche se troppo spesso si assopiscono dentro le pareti di casa.

Il paese dove vivevano il bambino, il suo dolore e i suoi genitori era un posto che non stava da nessuna parte … era tagliato in due dai binari del treno … Oltre i binari ci andava solo la polizia. Là abitavano dolori anche più feroci. Il bambino andava oltre i binari. Nonostante facesse paura a tutti, al bambino quel mondo sembrava abitato solo da persone gentili”.

Forse perché là, oltre i binari, abita anche la bambina sottile col suo dolore piccolo e spelacchiato che però quando esce lascia dall’altra parte della ferrovia, perché tanto sa che l’avrebbe subito ritrovato al ritorno.

Ma quello sarebbe stato il loro segreto e ogni volta il bambino non dice niente a nessuno “perché un segreto mostrato a tante persone è un segreto che muore”.

E proprio là, dove c’è la ferrovia con il cartello blu della stazione con scritto il nome del paese, era bello poter pensare che “un giorno sarebbero stati lì ad aspettare, pronti a partire. Sarebbero andati anche loro oltre il confine, anche se di quello che c’era dopo non sapevano niente”.

In quel luogo, nell’illusione, prendono forma le lettere mai scritte alla bambina sottile, per acchiappare con lei il sogno di salire sul treno e varcare il confine. Lì, in quelle lettere scritte solo col pensiero “il dolore era più allegro, e tutti e due gli occhi sorridevano quando il treno sfrecciava

Nella storia del bambino, anche il dolore feroce si può addomesticare. Quello del padre era molto grosso, per questo lo affida al figlio, visto che è così bravo con il proprio. Così il bambino aggancia il collare al suo guinzaglio e lo porta fuori.

I dolori del padre e del figlio per la prima volta giocarono insieme. Il dolore del padre era maldestro e forse era la prima volta che giocava davvero. Si alzava di poco da terra e subito ricadeva più pesante e affannato. Eppure alla fine il beneficio fu grande. Correre dietro gli uccelli, inseguire le farfalle che fingevano di essere foglie, fece venire al dolore del padre un muso più mite”.

Il dolore qualche volta scappa, cerca un’altra strada, un’altra casa da abitare, ma è complicato accettare la separazione: “Per molto tempo il dolore non si fece vedere, ma non abbandonò mai il suo padrone. Perché se è vero che il bambino non poteva vivere senza il suo dolore, era vero anche l’inverso: senza il bambino il dolore era un’ombra che girava per strada. .. Per questo, e nonostante ciò era successo, il dolore non avrebbe mai lasciato il bambino. Lo seguiva da lontano quando lo vedeva camminare in paese, e ogni sera dormiva sotto il suo balcone”.

Come tutti i dolori, anche il dolore del padre ha bisogno del suo vero padrone e quando il bambino glielo restituisce per uscire di casa, quando rientra trova una cosa brutta: “una signora disse che doveva farsi coraggio perché dentro c’era la polizia …Il poliziotto gli spiegò che non era successo niente di irreparabile. Era soltanto il dolore del padre che aveva avuto una crisi… disse di stare tranquillo perché avevano chiuso il padre e il suo dolore dentro una stanza”.

Cosa può fare il bambino se non diventare conchiglia in fondo all’abisso e aspettare?

Quella notte …trattenne il respiro e saltò … e scivolò fino in fondo all’abisso … prese la conchiglia tra le dita … Tornò verso la superficie lasciandosi trasportare…Sfondò il mare con un respiro che si spalancò e gli sembrò di respirare tutto il cielo … Di fronte c’era la casa … e tutto fu come era sempre stato, e tutto fu di nuovo per la prima volta”.

Ci si potrebbe domandare come va a finire questa storia.
Cosa ne è del bambino, del suo viaggio che va oltre il confine.

Cosa ne è della bambina sottile che rimane nel paese, oltre la ferrovia.

Cosa ne è delle parole disordinate che volano in una tormenta di suoni, in infinite lettere iniziate con un “caro” e una “cara”.

Cosa ne è del loro amore, delle loro paure, dei loro fedeli dolori.

Cosa ne è del fatto che non sono più bambini, ma adulti.

Ma nelle vie della città che è una qualsiasi città e del paese che non si sa dove sia, pure appaiono le stesse cose di sempre: le piazze, le chiese, le scuole, i negozi, i cimiteri, le stazioni.

Dentro quelle stazioni arrivano e partono treni e dentro i treni persone salgono e scendono, ma nella loro solitudine non sono mai veramente soli, perché il dolore sempre li accompagna tutti.

Qualche volta si allontana, ma poi ritorna perché ha bisogno di qualcuno che si occupi sul serio di lui.

Come la lettura delle parole scivolate nelle pagine di questo libro che, in un tempo senza tempo e in uno spazio senza spazio, a volte un po’ distanti, a volte appiccicate addosso, chiedono di essere abbracciate e amate perché vivono in ognuno di noi.