TartaRugosa ha letto e scritto di: Daniel Schachter (2001), I sette peccati della memoria. Come la mente dimentica e ricorda. Traduzione di Cristiana Mennella. Mondadori

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Daniel Schachter (2001)

I sette peccati della memoria. Come la mente dimentica e ricorda

Traduzione di Cristiana Mennella

Mondadori

1760229

Terminati lo studio e il lavoro di scrittura, finalmente la scrivania è ritornata in ordine. Archiviati i libri consultati, mi soffermo su Schachter, direttore del dipartimento di Psicologia dell’università di Harvard e già brillante autore di altri testi sulla memoria.

I sette peccati della memoria” è un saggio, ma contemporaneamente un testo divulgativo che, sulla base della volontà di chi l’ha scritto, classifica il mondo complesso della memoria in una forma accessibile a ogni categoria di lettori, mescolando scienza ed esperienza e, soprattutto, agendo da specchio sui nostri “personali peccati” di questa importante funzione cognitiva.

Leggendolo ci si può anche divertire, oltre che a meditare sulle manchevolezze di cui talvolta non ci accorgiamo o di cui ci preoccupiamo in eccesso o, per contro, sottovalutiamo.

Partendo dalla domanda sul come, quando e perché la memoria può crearci problemi, Schachter riflette sulla sua ventennale esperienza di studioso e arriva a individuare una chiave interpretativa che aiuta a districarsi nel labirinto degli scherzi della memoria, anzi delle memorie.

La mia ipotesi è che le disfunzioni mnestiche si possano suddividere in sette grandi trasgressioni: labilità, distrazione, blocco, errata attribuzione, suggestionabilità, distorsione e persistenza. Come i sette peccati capitali, quelli della memoria fanno parte della vita quotidiana e portano guai”.

Il peccato della labilità colpisce maggiormente i young old, i giovani vecchi intorno alla sessantina e li accompagna negli anni a seguire. Man mano che il tempo passa subentra l’oblio: “con il tempo i particolari diventano sfocati e si moltiplicano le interferenze di successive esperienze simili. Ecco quindi che facciamo sempre più affidamento sull’essenziale del ricordo, cercando di ricostruirne i particolari per inferenza e addirittura tirando a indovinare. La labilità comporta un progressivo passaggio dalle descrizioni dettagliate alle ricostruzioni generiche”.

Le variazioni individuali naturalmente sono variabili, poiché anche influenzate dalle circostanze successive alla nascita del ricordo. Che i vecchi amino raccontare spesso gli stessi episodi, potrà annoiare l’ascoltatore, ma sicuramente costituisce per loro un costante ripasso che permette di far riaffiorare quell’evento con una certa precisione, liberandolo dal rischio della labilità. Probabilmente, sarà un ricordo legato a qualcosa di emotivamente importante, essendo l’emozione fondamentale per l’archiviazione dell’esperienza.

L’autore non si limita a elencare i peccati: per ciascuno di essi fornisce una dettagliata spiegazione scientifica legata al funzionamento cerebrale e suggerisce anche opportuni rimedi per contrastarli. Per esempio, quanto più associamo alle situazioni rappresentazioni visive – una mnemotecnica vecchia di duemila anni – tanto più sarà facile salvarle dalla dimenticanza.

Il peccato della distrazione ci invita a ricordare che l’attenzione è il primo ingrediente per la conservazione della memoria: se siamo assorbiti da una telenovela alla TV è probabile che dimentichiamo di spegnere il gas o non registriamo la raccomandazione che ci viene data da qualcuno della famiglia. Consoliamoci, non stiamo perdendo la memoria, più semplicemente pecchiamo di un’attenzione insufficiente al momento della codifica dell’evento. Quindi, per superare questo ostacolo, Schachter invita a utilizzare la memoria prospettica creando promemoria scritti adeguati: “quando annotiamo qualcosa, tutte le informazioni pertinenti sono disponibili nella memoria di lavoro, ma per evitare di non riconoscere poi quanto si è scritto occorre trasferire quanti più dettagli possibili dalla memoria di lavoro al promemoria scritto”. Per evitare, come capita a me e a TartaRugoso, la fatidica domanda mentre si agita un foglietto: “Ma secondo te a che cosa si riferisce?”.

Il peccato di blocco è quello universalmente conosciuto come “ce l’ho sulla punta della lingua”. In questo caso l’informazione non è svanita dalla memoria: è annidata chissà dove pronta a riaffacciarsi con qualche altro suggerimento, ma non è disponibile quando serve. Il blocco è esasperante perché sapete con certezza di poter ritrovare l’informazione, ma allo stesso tempo non ci riuscite. Il non insistere nella ricerca a volte è la cosa migliore perché così lasciamo libera la mente di svincolarsi dall’attenzione conscia e quindi pronta a lavorare in forma autonoma per il recupero. E’ diffuso infatti il fenomeno che la parola cercata riemerga quando siamo impegnati in tutt’altro, facendoci esultare anche se fuori tempo. Di altra natura invece è il blocco conseguente a un’esperienza traumatica, per intenderci il concetto freudiano di rimozione, la cui origine non è ancora compresa ma su cui la neurodiagnostica sta lavorando soprattutto indagando la regione frontale del cervello.

Il peccato di errata attribuzione si verifica quando si ascrive un ricordo a una fonte o a un contesto sbagliati. E’ un peccato che ha ripercussioni in ambito forense: il testimone oculare può riportare pericolosi errori di attribuzione, riferendo informazioni delle quali è convinto siano avvenute in un certo luogo e in una certa ora, mentre invece si riferiscono ad altri momenti. O riconoscere un volto credendo di averlo visto sul luogo dell’incidente, mentre lo si è incrociato in un altro contesto. O, ancora, a distanza di un po’ di tempo dalla prima testimonianza, non essere più sicuro di alcuni dettagli denunciati. Si tratta di una confusione di mancato assemblaggio: “quando si verifica l’evento, l’oggetto rimane slegato dal suo contesto preciso. Il mancato assemblaggio può creare confusione tra gli eventi realmente vissuti e quelli solo pensati o immaginati”. Altrettanto emblematica è la criptomnesia che si verifica quando un individuo riproduce o pensa o suona scritti o idee o canzoni di altri, attribuendoli a se stesso (plagio involontario).

A dare mano forte a questo peccato, si può associare quello della suggestionabilità, ovvero la tendenza a incorporare nei propri ricordi informazioni fuorvianti che provengono da fonti esterne: da altre persone, da materiali scritti o immagini, addirittura dai mezzi di informazione.

Per restare in ambito processuale, domande tendenziose possono influenzare il teste, virando la sua risposta a quella che si desidera realmente ottenere. La cosa diventa ancor più preoccupante con i bambini in età prescolare: insistere con interrogatori o porre domande-suggerimento di un certo tipo può indurre a un racconto non veritiero a causa della debolezza dei sistemi mnestici infantili: Sempre più studi di laboratorio indicano che i bambini faticano a situare il ricordo, vale a dire dove e quando è avvenuto un particolare episodio. Interrogati più volte, cominceranno a crederlo familiare solo perché è stato tirato in ballo spesso. Non ricordando nel dettaglio da dove provenga il senso di familiarità, i piccoli cominciano a mescolare pezzi di episodi passati, o addirittura a introdurre elementi immaginari.

Il peccato di distorsione dà come risultato la produzione di una versione falsata di un episodio o di un pezzo della propria vita perché sottopone alla visione attuale quanto è accaduto in quel passato. La distorsione, in sintesi, dimostra la difficoltà di scindere il ricordo di “come eravamo” dalla valutazione presente di “come siamo”. Questo per esempio può avvenire quando esageriamo i problemi attraversati, oppure l’attribuzione a se stessi solo di successi, scartando i fallimenti. Nel caso del giudizio a posteriori, invece, prevale l’impulso di ricostruire un passato sulla base delle informazioni che nel frattempo si sono accumulate. “L’ho sempre saputo” è più facile da dirsi col senno di poi che al momento in cui accade una circostanza.

Infine, il peccato di persistenza viene giudicato dall’autore come il più invalidante in quanto trova terreno fertile nella depressione e nella ruminazione (tendenza a rimuginare su un pensiero fisso). Al contrario della labilità, della distrazione e del blocco, che implicano l’oblio di informazioni o di eventi che vorremmo ricordare, la persistenza ci porta a ricordare quello che vorremmo tanto dimenticare. Succede a tutti che di fronte a certi eventi della vita restiamo incollati al dolore e al pensiero fisso di quello che è successo (un fallimento, un insuccesso, un lutto, una separazione), ma poi col tempo il dolore si attenua: in età anziana addirittura si tende ad allontanare le emozioni negative a favore di quelle positive. Le persone con un’emotività sana cesseranno di lasciarsi ossessionare dai ricordi dolorosi, mentre i soggetti con uno schema di sé negativo saranno maggiormente inclini a imprimere ben bene e in forma duratura i ricordi delle esperienze negative sino a diventare patologici.

Schachter non ci parla dei sette peccati in forma solo di vizio: sottolinea che ad essi possono essere associate anche virtù.

Nel caso della persistenza, il ricordo preciso di dove è avvenuto un pericolo e che cosa sia successo può fungere come evitamento di un fatto analogo.

Nel caso della labilità, si può considerare l’oblio che interviene col passare del tempo come “effetto pulitore”: inutile serbare informazioni che rimangono inutilizzate per lunghi periodi. Analogamente si può considerare che anche per il blocco e la distrazione sia meglio togliere che aggiungere: un sistema dipendente dall’elaborazione codificherà in maniera approfondita soltanto gli episodi importanti che quindi torneranno in mente con più facilità. Quelli che passano inosservati senza mettere in moto la codifica elaborativa saranno di poco conto e quindi inutili da ricordare.

E se l’errata attribuzione si verifica quando sfuggono i dettagli di un’esperienza, si potrà ragionevolmente considerare che ricordare solo il senso generale può anch’esso essere una risorsa perché ci permetterà ugualmente di trarne vantaggio a discapito dei particolari inessenziali.

Richiamando il fatto che la distorsione è un effetto del bisogno di autostima, un’alta opinione di sé sembra favorire la salute mentale anziché minarla. Le persone che indulgono nelle illusioni positive rendono bene in molti aspetti della loro vita. I depressi invece rendono tutt’altro che bene.

A ben pensarci quindi non si può non concordare con Schachter quando afferma che i sette peccati non sono semplici seccature da minimizzare o evitare, ma spiegano in che modo la memoria attinge al passato per informare il presente, preserva elementi dell’esperienza attuale per servirsene in futuro, ci consente di tornare indietro nel tempo quando lo desideriamo.

Ognuno quindi si consoli: peccare (di memoria) fa bene.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Alessandro Vanoli (2018), Inverno. Il racconto dell’attesa, Il Mulino, Bologna

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Alessandro Vanoli (2018)

Inverno. Il racconto dell’attesa

Il Mulino, Bologna

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Ora che è iniziata la primavera e l’ora legale si è insediata, il ricordo dell’inverno è sfumato, probabilmente anche grazie a una stagione insolitamente mite, priva di piogge, neve e gelo.

Molto lontana quindi dal racconto che Vanoli offre al lettore utilizzando un metodo originale, singolare e suggestivo: leggere la storia dell’umanità attraverso il freddo.

C’è una storia millenaria che ci riguarda e che ha a che vedere col freddo e col ghiaccio. Una storia che comincia quando non eravamo troppo diversi da altri animali e che poi si inoltra su per i secoli, raccontando di riti, feste, abitudini quotidiane, battaglie e tanto altro ancora”.

E nell’epoca in cui TartaRugosa è sprofondata nelle viscere della terra, l’ascolto di cosa accade in superficie corrisponde a vedere la realtà nascosta con la stessa fascinazione prodotta dalla fiaba raccontata di fronte al fuoco del camino, così come ce la propone l’autore. In tre tempi: l’inverno delle origini; l’inverno moderno; l’inverno dell’intimità e dell’attesa.

Come immaginare il primo inverno della storia? “Ovunque i ghiacciai scivolano dalle montagne più alte nelle valli sottostanti e scavano solchi profondi che un giorno saranno laghi. E più il freddo aumenta più i fiumi si seccano e i ghiacciai trattengono l’acqua e il terreno è gelato in profondità. E’ l’inverno della terra, l’ultima grande glaciazione prima che cominci a scorrere il tempo della storia, quello della civiltà e dell’agricoltura”.

E’ proprio grazie all’inverno che l’uomo si è mosso alla conquista del mondo, impara a cacciare, a coprirsi, ad accendere il fuoco. Ed è nel gelo dei suoi mesi che si affermano le prime tradizioni che ancora resistono ai giorni nostri: la nascita di Gesù, i re magi, l’epifania, lo scontro di potere tra papa e imperatore, il presepe, il carnevale, sono tutti eventi che hanno il freddo come protagonista e che ci mostrano come i nostri avi fossero diversi da noi. “Uomini i cui corpi per mesi e mesi non avevano altra possibilità che le basse temperature. Un inverno privo di rifugio e di luoghi caldi dove trascorrere il tempo. Quel freddo lungo e inarrestabile era forse parte di una relazione con il mondo e la natura che abbiamo perso per sempre”.

Così come oggi, XXI secolo, si discute intorno al riscaldamento della terra, qualche secolo fa – tra il 1570 e il 1685 – la temperatura subiva l’andamento opposto, calando di quasi due gradi centigradi. “Perché tutto questo accadesse ancora oggi nessuno è riuscito davvero a spiegarlo. Quel che è certo è che il mondo cambiò: inverni glaciali, estati piovose e primavere sferzate dalla grandine. La natura, insomma, stava cambiando”.

Qualche esempio: il lago di Costanza gelava interamente circa ogni dozzina di anni, così come succedeva ai fiumi Reno e Tamigi, o, per stare in casa nostra, si poteva raggiungere in carrozza Venezia da Mestre sulla laguna ghiacciata.

Ma l’interesse dello storico Vanoli non si sofferma solo sulla ricerca dei simboli religiosi, aprendo varchi di conoscenza sul problema della nascita di Cristo, l’invenzione del presepe, il festeggiamento di San Nicola nelle tradizioni germaniche e il digiuno del mese di Ramadan islamico.

Suggestiva la sua narrazione dei primi passi scientifici della medicina che, proprio grazie al freddo, riesce a prendere distanza da preghiere, fede e ciarlatani. Il primo teatro anatomico fondato da Gian Battista Da Monte è strettamente correlato al clima invernale: “le lezioni di anatomia, infatti, si tenevano principalmente d’inverno proprio per la migliore conservazione dei cadaveri, con una cerimonia pubblica che comprendeva la presenza di varie autorità oltre ai chirurghi e si snodava per ben tre giorni di aperture, dedicati rispettivamente al ventre, al torace e al cranio”.

Sempre nel campo delle scoperte, avvincente la descrizione del passaggio a nord-ovest. A poco più di un secolo dopo la scoperta dell’America, restava aperto il sogno dell’India e dell’Asia e con esso la ricerca del passaggio per accedervi. “Era ormai chiaro a tutti che il passaggio a nord-ovest esisteva, nascosto da qualche parte tra i mari artici, impraticabile durante i mesi invernali e pericoloso durante quelli estivi a causa dello scioglimento dei ghiacci. Per molto tempo l’Artico sarebbe rimasto un mistero e ancora più ignoto l’altro grande inverno geografico, l’Antartide”.

Solo nel febbraio 1775 il comandante inglese James Cook può scrivere:”Che possa esserci un continente di grande estensione vicino al polo io non lo nego:il freddo intensissimo, le numerose isole e le vaste zone di ghiaccio galleggiante, tutto tende a dimostrare che ci debba essere una terra a sud. Ma se queste sono le terre che abbiamo scoperto, che cosa possiamo aspettarci da quelle giacenti ancora più a sud, dato che possiamo ragionevolmente supporre di aver visto le migliori?”. Dobbiamo aspettare il 1911 prima di veder svettare sul ghiaccio la bandiera lasciata dal norvegese Amundsen che col suo equipaggio conquista finalmente l’Antartide.

Non mancano, come sfondo artistico, i riferimenti a grande opere pittoriche e musicali attinenti all’inverno. Le tele di Bruegel, Avercamp, Hokusai, Hiroshige, Monett, Chagall impreziosiscono la lettura del libro, mentre le note del concerto in fa minore di Vivaldi ci ricordano come lo stesso abbia descritto il calendario in musica, di cui Inverno costituisce l’ultimo dei quattro concerti solisti per violino.

In campo letterario chi meglio dei russi può spiegarci il rigore del Generale Inverno? Sulla scia della tormenta di neve che introduce la passione tra Anna Karenina e l’ufficiale Vronskij è inevitabile la citazione del collasso della Grande Armata napoleonica così ben descritta ancora da Tolstoj in Guerra e Pace “Battuti da continue interminabili tormente di neve, incapaci di trovare riparo o cibo se non vestendosi delle pellicce rubate ai moscoviti e uccidendo i propri animali, per freddo spesso si impazzì prima di morire di una morte atroce”. Una nuova tragedia nel secolo successivo la dobbiamo alla Prima guerra mondiale: “Immaginate un’ampia fascia, larga più o meno una quindicina di chilometri, che dalla Manica si estende sino alla frontiera tedesca fino a Basilea, letteralmente cosparsa di cadaveri e solcata da rozze sepolture, in cui fattorie, villaggi e cascinali sono mucchi informi di macerie annerite, in cui i campi, le strade e persino gli alberi sono scavati, straziati e distorti dalle granate e deturpati dalle carcasse di cavalli, buoi, pecore e capre, orribilmente smembrati e sfigurati e sparsi dappertutto… L’inverno fece diventare tutto questo ancora più terribile, trasformando le trincee in trappole mortali”.

Purtroppo dopo pochi decenni il gelo dell’inverno insegue ancora la guerra, questa volta in Russia, opprimendo gli italiani che si ritiravano dal Don, con il fiato che si gela sulla barba e sui baffi, come Rigoni Stern racconta nel Sergente nella neve.

Ormai siamo giunti ai giorni attuali.

La neve la conosciamo sui campi da sci, ben imbacuccati e pronti a rifugiarci al caldo dopo lo sport; il freddo lo lasciamo fuori dalla porta. Dentro, dalla stufa, siamo passati al riscaldamento centralizzato “Nel Vecchio come nel Nuovo Mondo esso mutò rapidamente il volto più intimo delle città, cambiando il senso delle feste e dello stare insieme”.

Che cosa ci è rimasto oggi dell’inverno?

Vanoli ci trascina nel White Christmas di Bing Crosby che ci fa pensare che ogni Natale è bianco, anche senza la neve. Riflette sulle feste come occasioni di consumismo, ma non si vuole ancorare a questa immagine. Dichiara infatti che “le feste non muoiono facilmente: si trasformano, forse, cambiano forme e riti, ma sopravvivono. Il Natale e l’inverno ci chiedono qualcosa e noi forse abbiamo qualcosa ancora da chiedere a loro”.

Questo post lo dedico a Luna, che per un giorno solo non è riuscita a salutare la primavera e ha voluto affidare all’inverno il suo trasferimento altrove.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Francesco Piccolo (2010) MOMENTI DI TRASCURABILE FELICITA’, Einaudi (con il trailer del film del 2019 diretto da Daniele Luchetti con protagonista Pif)

TartaRugosa ha letto e scritto di:  Francesco Piccolo (2010)

MOMENTI DI TRASCURABILE FELICITA’,  Einaudi

TartaRugosa ha letto e scritto di:  Francesco Piccolo (2010)

MOMENTI DI TRASCURABILE FELICITA’,  Einaudi

 

E’ impossibile negarlo: ci sono momenti della vita in cui hai bisogno di dare sfogo a piccole, intime debolezze di solito tenute sotto controllo per via delle convenzioni sociali. Oppure solo per sorridere sui difettucci nascosti che gli altri nemmeno immaginano di te.

Niente di eccezionale, ben inteso: modeste maniacalità, infinitesimali vizietti, imperfezioni mascherate dalla patina del perbenismo.

Permettere loro di far capolino dà come risultato un senso di appagamento, di apprezzabile soddisfazione. Poco importa se talvolta originano un giudizio morale del tutto individualistico: in fondo non si è causato grave danno a nessuno.

Che diamine, nel rapporto con se stessi si può essere generosi e concedersi qualche sporadica deviazione.

Più incredibile riscontrare come questo fenomeno sia diffuso. Non rispetto alla presenza delle suddette debolezze, ma proprio relativamente ai contenuti e agli atteggiamenti delle stesse.

Nel libro di Piccolo ne ho selezionate alcune e mi sono divertita ad annotare, autobiograficamente,  la mia esperienza personale.

Francesco Piccolo:

vedo l’annuncio di un film che aspettavo. C’è scritto: “da venerdì”. Chiudo il giornale sapendo che da venerdì … non so ancora, dove, quando. Ma ci andrò. … Settimana dopo settimana vedo le sale che cambiano, che si riducono; e so che il prossimo giovedì tremerò perché da domani forse non c’è più, il film. … E poi lo lascio andare via, quel film che volevo assolutamente vedere; non potevo perdermelo e me lo perdo, e da domani dirò che me lo sono perso, che mi dispiace.

TartaRugosa:

Annunciano il trailer della prossima uscita di un film il cui regista mi sta a molto cuore. Subito mi allerto, già pregustando il piacere della nuova opera. Naturalmente comunico a TartaRugoso l’evento e, naturalmente, anche lui condivide l’attesa con lo stesso entusiasmo. Nella nostra città sono a poco poco scomparse le sale cinematografiche che ci permettevano una piacevole passeggiata a piedi per poterle raggiungere e, all’uscita, durante il ritorno, scambiarsi commenti e impressioni. E’ rimasto un cinema in periferia e un multisale in un paese limitrofo. Lì esce il film. Entrambi ne gioiamo e ci confermiamo che una delle prossime sere ci andremo, senza ombra di dubbio. Poi una sera uno dei due rincasa troppo tardi, oppure la dannata televisione presenta un programma di attualità cui come si fa a rinunciare, dato i tempi che corriamo? Oppure piove. Oppure fa freddo. Oppure fa caldo. Oppure c’è del lavoro da sbrigare perché ci si è ridotti all’ultimo minuto. I giorni passano. L’entusiasmo scema. Uno dei due dice: Magari lo daranno in TV. L’altro risponde che forse sì, forse addirittura sarà reso disponibile su e-Mule. Entrambi però concordano che bisogna segnarselo da qualche parte, se no va a finire che ce lo si dimentica.

Francesco Piccolo

In treno… mi piace tanto trovare qualcuno che si è seduto al mio posto, sperando che io non arrivi. Lo so che ha guardato l’orologio un sacco di volte, lo so che ogni volta che si avvicinava qualcuno temeva che fosse colui che reclamava il suo posto; lo so che ogni volta ha tirato un sospiro pieno di speranza. E lo so che ora, un paio di minuti prima della partenza, crede di avercela fatta. In quel momento, arrivo io.

TartaRugosa

Adoro i treni, anche se negli ultimi anni ho viaggiato con minor frequenza rispetto al passato. Nel frattempo sono successe delle cose alle Ferrovie Italiane. Per esempio hanno abolito quasi tutti i treni intercity sostituendoli con Frecce varie, che ti garantiscono un arrivo in tempi supersonici a scapito di un prezzo che quasi quasi conviene di più l’aereo (che io aborro). Sulle Frecce è d’obbligo la prenotazione. Accade tuttavia che mentre ti trascini negli angusti spazi dei “siluri”, cercando di capire qual è la tua poltrona, una volta identificatola la trovi occupata. Allora guardi il biglietto in mano, per verificare se il numero segnato è effettivamente quello del corridoio (o del finestrino) e inizi una serie di sguardi per segnalare all’occupante che quello è il “tuo” posto. Se ti va bene, l’altro, sbuffando, si alza, incomincia a trafficare sbattendo contro il tavolino, smontando il computer che già aveva installato, recuperando la borsa, la valigia, i vari capi d’abbigliamento e se ne va alla ricerca del posto giusto. Se ti va  male, inizia una trattativa con l’occupante, il quale ti invita a considerare l’ipotesi che sia tu ad occupare il suo posto, per via che a lui o chi lo accompagna non piace andare contromarcia, oppure al bambino piace stare vicino al finestrino, oppure perché non si era accorto dell’errore, ma adesso come si fa con tutta quella gente? In genere impreco silenziosamente e vado alla ricerca del posto in questo caso sbagliato, preparandomi la giustificazione da eventualmente fornire al controllore.

Francesco Piccolo

Il giorno in cui sta per scattare l’ora legale, o solare. … Perché c’è sempre qualcuno, che pure quando gli hai fatto dei disegnini sulla carta, non è convinto, e dice che secondo lui è il contrario: cioè che dormiremo un’ora in più, e non un’ora in meno come dite tutti (o un’ora in meno e non in più). …Quando sbadigli, o dici di aver fame, o sonno, c’è sempre qualcuno che ti ricorda che è logico, perché sono le dieci, ma è come se fossero le undici; sono le due, ma è come se fosse l’una.

TartaRugosa

Sono incredibilmente dipendente dall’ora legale, perché il suo declinare avvicina le tenebre e questo mi causa un leggero turbamento. Questo fatto (la dipendenza) mi mette in una posizione di forza nelle discussioni. Dopo aver allenato il mio cervello a memorizzare che solare è l’orario naturale, mentre legale è quello artificiale, non temo più nessuno. Perché puntualmente anche nei miei dintorni avvengono dibattiti dello stesso tipo sopra riportati: “no, se diventa più buio è perché porti l’orologio avanti, non indietro”. In una sola cosa cedo all’ovvietà: a mezzogiorno guardo TartaRugoso e dico “Beh, inizio ad apparecchiare. In fondo sarebbe l’una”.

Francesco Piccolo

La soddisfazione di infilare il braccio in fondo al frigorifero del bar o del supermercato e tirare fuori la bottiglia di latte con la scadenza più lontana, che qualcuno ha volontariamente coperto per farmi comprare la bottiglia con la scadenza più vicina.

TartaRugosa

Sottoscrivo parola per parola.

Francesco Piccolo

Quando si comprano le caramelle alla frutta, si scelgono prima quelle che piacciono di più, e alla fine rimangono sempre quelle arancioni e quelle gialle: all’arancia e al limone. Che non mi piacciono e non piacciono quasi a nessuno, per questo rimangono. Però, a quel punto, in assenza delle altre, uno comincia a mangiare pure quelle. E, in assenza delle altre, sono buone.

TartaRugosa

Aggiungo una vena sadica. Il momento della caramella coincide con l’orario che si dedica alla visione TV. E’ abbastanza raro che il vaso dei bonbon contenga quelli alla frutta, però sporadicamente può succedere che i famigerati spicchi arancione o gialli si mescolino a qualche altra leccornia (magari fanno parte integrante di quelle scatole assortite che ricevi come regalo o che vinci in qualche pesca di beneficenza). Sì, lo confesso. Sapendo che TartaRugoso agisce su imitazione e quindi dirà. “E a me no?”, scelgo apposta il fatidico spicchio (di cui il tempo ha reso la carta appiccicosa e difficile da scartare), aspettando con soddisfazione il solito rimbrotto “A me sempre le più schifose”, a cui subito replico “Sono le ultime”.

Francesco Piccolo
Chiudermi a chiave nei bagni delle case dove non sono mai stato e mettermi a curiosare su tutti i prodotti che usano.

TartaRugosa

Non credo sia solo un problema di curiosità. Il bagno per me è un locale mitico: è la prima cosa che vado a controllare in un albergo e di solito il mio giudizio ruota tutto intorno a questo locale e a ciò che mette a disposizione. Se è un tre stelle e fornisce solo le bustine di shampoo e le saponette mi indispettisco. Mi aspetto infatti che ci sia anche la salvietta pulisciscarpe, la cuffietta per la doccia, magari anche la crema per il corpo. Tutti oggetti che infilo nel beauty-case e mi porto a casa, dove li farò invecchiare in un cestino di paglia intrecciato acquistato dieci anni fa ad Alghero.

Se invece frequento il bagno di casa di amici mi piace vedere sui ripiani i prodotti esposti. Avendo il tempo confesso che aprirei boccette e boccettine, come facevo da piccola a casa di mia zia, quando esploravo nelle antine a specchio del mobiletto sopra il lavandino per controllare i colori degli smalti e rubare un po’ di crema Cera di Cupra. Se andava bene, mettevo anche un po’ di fondotinta e annusavo il rossetto.

Francesco Piccolo

Quando va via la luce, e poi torna, tutti gli orologi digitali della casa lampeggiano e segnalano zero punto zero (00:00).

TartaRugosa

In città è abbastanza difficile che ciò accada, mentre nella vecchia casa di campagna è un fenomeno molto più frequente di quanto ci si possa aspettare. E’  sufficiente l’arrivo di un temporale, o chissà quale tipo di accidente (c’è chi nel paese parla di momenti di sovraccarico) per far scattare il salvavita e piombare nei tempi della preistoria. Se effettivamente è in corso un temporale (chissà perché è sempre notte fonda), tengo la pila sul comodino e ogni manciata di minuti, mi alzo perché vedo sparire lo 00:00 e devo quindi riattivare il contatore. TartaRugoso nervosamente reclama e mi invita a lasciare tutto nel buio, che prima o poi il temporale  passerà. Ed io inevitabilmente rispondo che c’è la carne nel freezer.

Francesco Piccolo

Quando sfogli le riviste senza fermarti perché non c’è nemmeno un articolo interessante, e poi le metti subito tra la carta da buttare.

TartaRugosa

E’ mia consuetudine conservare alcuni settimanali (L’Espresso) e il fumetto mensile Julia per il viaggio in treno verso il capoluogo. Un’ora all’andata più un’ora al ritorno sono di solito bastevoli ad esaurire le scorte, poiché spesso i rotocalchi, tra la pubblicità e articoli poco avvincenti, si sfogliano abbastanza rapidamente. Ma capita che invece si concentrino una serie di scritti che allungano il tempo della lettura. E allora, durante le ultime due fermate prima dell’arrivo, la velocità dello scartabello aumenta perché alla stazione ci si deve alleggerire del peso della carta. Se proprio proprio non ce la faccio, me ne rammarico, perché devo riportare il settimanale a casa.

Francesco Piccolo

Aspetto quelli che escono dai camerini e mostrano agli accompagnatori e alla commessa come gli sta il vestito che stanno provando.  Si girano, si mettono di lato. Chiedono:”che dici?” … E poi, tutte le frasi che dice la commessa per essere convincente; soprattutto quando, di fronte a un vestito più grande di quattro taglie, dice con naturalezza: “basta che lo lava una volta e si restringe”.

TartaRugosa

Ahimé, sono una di quelle. I camerini di solito hanno una luce al neon abbagliante che come prima cosa mette in risalto le borse sotto gli occhi e le rughe e già predispone male al resto. Poi, almeno questo è quello che succede a me, ti trovi lì per qualche casualità (un capo che hai visto in vetrina, i saldi di fine stagione interessanti), vestita da tutti i giorni e con una serie di cose a carico, tipo la cartelletta di lavoro, la borsetta, il sacchetto della spesa, l’ombrello. Già metà del camerino viene ingombrato da questo, in più ci si aggiunge il fatto che quasi sempre c’è un unico attaccapanni dove appoggi il capo che hai scelto. Il resto lo accumuli per terra. Se è d’inverno, è improbabile che tu abbia indosso calze o scarpe adeguate all’indumento scelto, quindi il risultato è sempre abbastanza sconfortante. Di fuori la commessa incalza Come va? E tu vergognosamente tiri la tendina e inizi a giustificarti “Ecco, forse visto con queste calze, o con questo maglione … non rende” . E la commessa si affretta a portarti qualche altro capo più adeguato da abbinare, nella speranza di aumentare il numero degli acquisti. Tu fai le smorfie, lo appoggi al corpo, imprechi per le mille imperfezioni che lo specchio ti rimanda, pensi che so a Claudia Schiffer e ti dici che schifo che fai. Ma la commessa insiste: “E’ fatto proprio per lei”, anche se tu vedi che ti balla in vita o che le maniche sono troppo corte. Perché in questo caso è quasi matematico che la commessa ti dica: “Dopo qualche lavaggio un po’ cede”

Se poi parliamo di scarpe, le cose non funzionano meglio. Ho il piede lungo e largo e talvolta necessito del mezzo numero in più, che è veramente eccezionale da trovare. E allora il solerte commesso incomincia a premere la punta della calzatura e con aria convinta e speranzosa ti fa notare “Vede che c’è spazio?”, se però tu rispondi che è un problema non di lunghezza, ma di larghezza, a questo punto respira sollevato e ti rassicura “Non si preoccupi, dopo un po’ che le mette si allargano”. In questo modo ho buttato via in gioventù un certo numero di scarpe, perché non osavo dire di no.


TartaRugosa ha letto e scritto di: Alberta Basaglia (2014) con Giulietta Raccanelli Le nuvole di Picasso Feltrinelli, Milano

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Alberta Basaglia (2014)

con Giulietta Raccanelli

Le nuvole di Picasso

Feltrinelli, Milano

C’è un passato che ritorna, leggendo queste pagine.

Il fatto che Alberta abbia tre anni e una virgola più di me significa aver vissuto più o meno contemporaneamente eventi, cultura, musica, letture di quegli anni. Gli anni del baby-boom, della risalita economica, ma anche gli anni delle conquiste sociali, delle piccole-grandi rivoluzioni, delle contestazioni.

La differenza è che Alberta questo clima l’ha vissuto da protagonista, anziché da spettatrice.

E’ attraverso lo sguardo di una bambina affetta da coloboma che le sue parole scivolano libere, così come le nuvole vaganti nei cieli azzurri disegnate sulla carta da pacchi.

“Ma tu perché guardi con la testa storta?” “Perché guardo storto? Perché così ci vedo meglio”. Una risposta perfetta, positiva e soddisfacente per il pubblico, ma anche per la bambina curiosa, che dalla sua simile si aspettava solo una cosa semplice come le cinque parole ricevute…. Esistono anche modi semplici per comunicare.

Vedere di sghembo non è certo un impedimento: ho vissuto senza limitazioni. Sono stata lasciata libera di decidere il mio modo di vedere. …La vita dei due genitori che mi erano capitati in sorte era talmente identificata nella loro scelta che tutto rientrava nello stesso calderone: l’idea era che tutti, proprio tutti – maschi, femmine, matti, malati, bambini, bambini malati – dovevano avere una possibilità per poter vivere la loro vita. La malattia c’è, non la si nega, ma il fatto che ci sia non deve impedire alla persona in questione di poter vivere e agli altri intorno di poter stare con lei.

Il passo indietro negli anni è vivido. Ci sono i riferimenti a Pippi Calzelunghe (Pippi, Pippi, Pippi che nome, fa’ un po’ ridere,
ma voi riderete per quello che farò!), agli episodi della Freccia Nera (prime identificazioni adolescenziali nell’eroe Aldo Reggiani e la sua amata, l’esordiente Loretta Goggi), ai cartoni del Carosello (Pallina con la sua coda bionda ballare e lucidare i pavimenti con la cera Solex o per non poter sognare sulla vita sempre rosa con la brava Maria Rosa e sul gigante buono che a detta delle mie compagne pensava sempre lui a tutto), ma anche ai primi prodotti di “lusso” e alla prima versione del centro commerciale: la Standa.

Ma non bastava, per nutrire la mia cultura assetata di pop andavo anche alla Standa. Con l’Adriana e la Marisa giravo tra gli scaffali e ascoltavo il sottofondo sonoro, le canzoni “da Standa” appunto: Twist and shout, Nessuno mi può giudicare, E la pioggia che va, Ventinove settembre. Poi, finalmente, con i punti della Mira Lanza sono arrivati il mangiadischi portatile marrone e una radiolina.  … Nella rivoluzione normale di casa nostra si era così costruito uno spazio accogliente per molti generi diversi. Per Patty Pravo, per Mozart, per le canzoni partigiane, per i canti dei minatori del Sulcis. Lucio battisti invece era escluso dalla nostra familiare hit parade; era troppo alto il rischio di aprire l’inevitabile infinito dibattito su un quesito ai tempi fondamentale: “Ma Battisti è di destra o compagno?”.

Sì, c’è proprio tutto. Solo che per Alberta lo sfondo delle sue nuvole è di grande respiro:

Alla fine la casa si svuotava e iniziava il ticchettio della macchina da scrivere della mamma. Nella penombra sentivo il fumo di sigaretta che fluttuava da una camera all’altra, insieme alle parole di Franco e Franca. …Le loro voci in compagnia delle truppe intellettuali evocate: Marcuse, Sartre, Conolly, Goffmann,. Heidegger, Hegel, Marx, Gramsci. Arrivavano tutti puntuali a darmi la buonanotte. Era la mia ninna-nanna, che durava fino a tarda, tardissima ora… C’è quella teoria che dice che se di notte mentre dormi qualcuno ti legge delle cose, tu alla fine le impari, nel sonno, senza nemmeno rendertene conto. Credo che sia quello che è successo a me.

Scorrendo le pagine l’una dopo l’altra si riesce ad entrare in quelle giornate frenetiche, intense, con il kilt rosso e blu, l’infantile invidia per i vestiti a fiori della Rosa, i maglioni senza cuciture preparati dalla Franca con i gomitoli arrivati dalle matasse stese sulle braccia di Alberta: braccia ben dritte in avanti per tenere tesa la lana tra polso e gomito, movimento leggermente ondulatorio per permettere al filo di scorrere veloce e arrotolarsi per bene e con ritmo in mano alla mamma, davanti a me; io da una parte e lei dall’altra della stanza.

Scene di ordinaria quotidianità, come i viaggi in macchina da Gorizia a Venezia e le interminabili soste di Franco dal rigattiere: Franco si aggirava tra i vecchi mobili impolverati e le tante piccole cose di pessimo gusto che in genere affollano questi luoghi …  Tra tanta paccottiglia, annusato il pezzo che gli interessava, partiva con un lungo, lento, ragionato avvicinamento … sfide lanciate a se stesso per riuscire a portare dalla sua il robivecchi.

Lo stesso Franco che sulla spiaggia, dopo cinque brevi, contemplativi minuti, già scalpita e ridacchiando dice: “Bè, adesso andiamo?”. “Ma se siamo appena arrivati!” … A ripensarci, anche il tempo libero può essere noioso se non riesce a entusiasmarti quanto ti entusiasma il tuo mestiere. Beato lui che si è trovato un lavoro che gli è piaciuto così tanto.

E piano piano arrivano le personalità della Franca e del Franco dell’Alberta e dell’Enrico: Nessuno ci ha mai lasciato “di là” perché “non erano cose da bambini”. In quell’ultimo luminoso piano del palazzo della Provincia, le porte non si chiudevano, le parole ci raggiungevano sempre, da una stanza all’altra, insieme all’odore del fumo di sigaretta, al ticchettio della macchina da scrivere e agli squilli del telefono. Queste diverse presenze erano il mio quotidiano. Questa è stata per me la rivoluzione più normale del mondo.

C’è il caffè del Signor Toni, appuntamento irrinunciabile di ogni sabato:

Poi giù di corsa, perché il signor Toni stava aspettando Franco al bar del piano terra. Era il momento del loro caffè. Non c’era settimana che lo saltassero. … Appena ci vedeva ci salutava con un sorriso mesto e gli occhi tormentati di chi convive con la sofferenza mentale e con le sue numerose crisi. Quelle sedute al tavolino del bar evidentemente funzionavano e sono andate avanti per anni. E per anni lui è riuscito a non smarrirsi … Quelle conversazioni con Franco davanti a un caffè riuscivano a non farlo perdere nei suoi fantasmi … Il papà ci avrebbe raggiunto di lì a neanche un’ora.

C’è la Lettera 22 della Franca:

Un giorno capita che sulla libreria-scrivania della mamma, la sua Olivetti carta da zucchero abbia un foglio scritto quasi per intero che spunta fuori dal rullo gommoso … Riconosco nella storia appena letta tutto il lavorio, tutto il fermento che mi stava attorno. Riconosco i medici entusiasti dell’impresa, quelli che venivano a tavola con noi. … Eccolo qui il ribaltone in corso nelle mura dell’ospedale di papà. La mamma con queste sue righe me lo mostrava attraverso le sue parole … Nel 1982 il libro sarebbe uscito col titolo Manicomio, perché?

E intanto corre l’anno Sessantotto:

Sui muri appena fuori dalle aule comparivano scritte nuove “Voglio essere orfano”. I genitori erano diventati istituzioni da abbattere alla luce del sole. Ma papà mio malgrado, per quegli studenti non era da buttare, anzi. Era considerato uno di loro, perché lui dal ’68 stava a Gorizia a riorganizzare i seicento matti dell’ospedale psichiatrico, a smantellare la sua istituzione, mattone dopo mattone. …Contestarlo sarebbe diventato un lusso solo nostro, molto privato.

La storia che oggi noi conosciamo come Legge Basaglia, Alberta l’annuncia con la parole ascoltate in una mitica trasmissione di quei tempi, TV7, direttamente dalla voce di Sergio Zavoli:

Nel novembre del 1962 l’équipe psichiatrica diretta dal professor Franco Basaglia, apre il primo reparto dell’ospedale e inaugura, anche in Italia, la comunità terapeutica.

E lievi come le nuvole, ci sono anche loro, i matti. Le pareti arancioni e blu del signor Velio,  il signor Carletto in portineria e le signore brutte e grasse ma fresche di parrucchiere, fiere delle loro pettinature da casco e bigodino, la Desolina che ricamava immagini sacre, la Maria che stava silenziosa, quando era tranquilla, Ma anche la Romana di anni 11 e i tanti bambini dimenticati che Alberta troverà nel 1978, diventata grande e decisa, per la sua tesi di laurea, di setacciare cento anni di vita dell’ospedale, dal 1872 al 1972, per scoprire quanti bambini dimenticati in vita e in morte siano passati di lì, per farli uscire da quelle carte ammuffite e per leggere le loro storie. … Sempre invisibili, mischiati ai pazienti adulti. Ero decisa a farmi amici anche loro. Solo così avrei potuto controllare l’angoscia e guadagnarmi la forza di raccontarli.

Vedere di sghembo non è certo un impedimento, quando si decide di alzare i tappeti e mostrare la polvere che c’è sotto nascosta.

“Vede, la cosa importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibile diventa possibile. Dieci, quindici, vent’anni fa era impensabile che un manicomio potesse essere distrutto. Magari i manicomi torneranno a essere chiusi e più chiusi di prima, io non lo so, ma a ogni modo noi abbiamo dimostrato che si può assistere la persona folle in un altro modo e la testimonianza è fondamentale. Non credo che il fatto che un’azione riesca a generalizzarsi voglia dire che si è vinto. Il punto importante è un altro, è che ora si sa cosa si può fare”. Avrebbe detto così mio papà, un anno prima di morire, durante il giro di conferenze in Brasile; era il 28 giugno 1979.

Oggi, 2014.

C’è un passato che ritorna, leggendo le pagine di Alberta. Il mio passato con i “miei” matti, in quel parco che ancora domina la città.

A loro, a Franco, alla Franca e ad Alberta dedico uno dei primi successi di Davide Van De Sfroos e una serie di fotografie in attesa della libertà.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Rosamund Young (2017), La vita segreta delle mucche, Garzanti, Milano

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Venti cose da sapere sulle mucche:

  1. Le mucche si vogliono bene … almeno alcune

  2. Le mucche si fanno da baby sitter l’una con l’altra

  3. Le mucche covano rancore

  4. Le mucche inventano giochi

  5. Le mucche si offendono

  6. Le mucche sanno comunicare con le persone

  7. Le mucche sanno risolvere problemi

  8. Le mucche hanno amicizie che durano una vita

  9. Le mucche hanno preferenze riguardo al cibo

  10. Le mucche possono essere imprevedibili

  11. Le mucche possono essere di buona compagnia

  12. Le mucche possono essere noiose

  13. Le mucche possono essere intelligenti

  14. Le mucche amano la musica

  15. Le mucche sanno essere gentili

  16. Le mucche possono essere aggressive

  17. Le mucche sanno essere affidabili

  18. Le mucche sanno perdonare

  19. Le mucche possono essere ostinate

  20. Le mucche sanno essere sagge

Rosamund scrive di getto le osservazioni raccolte nella sua fattoria inglese di Kite’s Nest e sente il dovere di specificare quanto segue:
Mentre mettevo insieme queste pagine, mi sono ricordata che solitamente i libri sono divisi in capitoli. A dire il vero, per la maggior parte, i miei aneddoti si intrecciano l’uno con l’altro a formare un racconto, il che rende la scansione in capitoli inutile e artificiale. Per guidare il lettore, mi sono quindi limitata a inserire titoletti tra le sezioni.

Già l’albero genealogico delle varie generazioni dei bovini stampato a inizio libro segnala la particolarità della scrittura: una sorta di reportage documentaristico dove le immagini sono sostituite dal racconto di storie di vita sociale delle mucche (e anche altri animali della fattoria).

Infatti un conto è osservare un singolo animale, un conto è poter avere l’occasione di seguirne un certo numero per scoprire che, come l’essere umano (fatte le debite proporzioni), anche “i bovini riescono a trovare lo spazio per dedicarsi ad attività extracurricolari, come fare da baby-sitter alla prole di un’amica, piluccare more, ingaggiare qualche round di lotta con un albero o un mucchio di sabbia, giocare a rincorrersi con un gruppo di giovani o con una volpe, oppure discutere con la figlia del parto imminente”.

Grazie a Carla e Gabriele – che non scordano le mie passioni animalesche -questa specie di diario di campagna mi ha portato decenni addietro, quando bambina scrutavo dalle griglie delle feritoie della stalla gli occhioni delle mucche di zia Augusta, mentre, facendo il giro dell’aia, dalle porte aperte del loro rifugio mi beavo dei larghi posteriori su cui le frustate della coda giungevano ritmicamente a scacciar fastidiose mosche. Quell’amore di ieri si è conservato fino ad oggi, trovando conferma delle mie fantasticherie affettive negli episodi narrati nel testo.

Sostiene Rosamund Young:
Di mucche, come di persone, ce ne sono di tutti i tipi. Possono essere molto intelligenti, oppure un po’ dure di comprendonio; amichevoli, premurose, litigiose, docili, creative, un po’ tonte, orgogliose o timide. In una mandria abbastanza grande sono presenti tutte queste caratteristiche, e da molti anni siamo fermamente convinti che è giusto trattare i nostri animali come individui.

E’ di pochi giorni fa la gita a Fabrosa Soprana (Cuneo) organizzata dall’associazione universitaria Environmental per visitare le grotte di Bossea.

L’episodio più divertente della giornata è stato l’inaspettato blocco stradale che ha spostato la meticolosa programmazione del tour.

Un incidente di vetture?

No, sull’incredibile strada immersa fra boschi, castagneti e torrente, quasi ad unica corsia, c’era solo il nostro pullman.

Una frana?

No, anche se il giorno prima aveva diluviato abbondantemente.

Un controllo della polizia?

Nemmeno, in questi borghi totalmente agresti e abitati da poche anime risulta difficile pensare a eventi criminali.

Sotto il sole radioso che illuminava il foliage autunnale siamo scesi quasi tutti, visto che l’annunciato blocco sarebbe durato una decina di minuti.

E praticamente tutti abbiamo immortalato la causa non preventivata.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Kent Haruf (2017), Le nostre anime di notte, Traduzione di Fabio Cremonesi, Enne Enne Editore, Milano

TartaRugosa ha letto e scritto di:
Kent Haruf (2017)
Le nostre anime di notte
Traduzione di Fabio Cremonesi
Enne Enne Editore, Milano

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La notte porta il buio e il silenzio.

La solitudine non cercata in queste parentesi senza luce può spaventare e spingere a soluzioni insolite.

E’ quello che capita a Addie Moore, vedova, che in una sera di maggio sottopone a Louis una proposta irriverente.

Mi chiedevo se ti andrebbe qualche volta di venire a dormire da me.

Cosa? In che senso?

Nel senso che siamo tutti e due soli. Ce ne stiamo per conto nostro da troppo tempo. Da anni. Io mi sento sola. Penso che anche tu lo sia. Mi chiedevo se ti andrebbe di venire a dormire da me, la notte. E parlare.

La vita a settant’anni fa i conti col passato.

Addie, dopo la morte della figlia undicenne Connie, ha mantenuto col marito una relazione di facciata.

Non c’era più intimità fra di noi. Eravamo cordiali e, come dire, formalmente gentili e educati, nient’altro. … Ti prendi cura dell’altro quando sta male e di giorno fai quello che pensi sia il tuo dovere. Carl mi regalava dei fiori per salvare le apparenze e la gente in città pensava, Che carino. Ma tra noi in segreto c’era sempre questo silenzio.

Suo figlio Gene si porta ancora addosso la responsabilità della morte della sorellina e non conduce una vita affettiva serena.

Louis, il secondo protagonista e destinatario dell’insolita proposta, è taciturno e introverso, non ha mai speso molto tempo a parlare di sé e dei suoi sentimenti.

Credo che a volte si sia caratterialmente inadeguati … Questo è un peccato.

Vedovo, non è stato fedele nella sua vita coniugale, ma alla fine ha scelto la moglie e la figlia, rinunciando totalmente alle tentazioni.

Da me non ha mai avuto ciò che avrebbe desiderato. … Io l’ho delusa. Avrebbe dovuto trovarsi qualcun altro.

Sono tutte notizie che si svelano a poco a poco, in una timida intimità che notte dopo notte si sviluppa con Addie, creando un dialogo profondo come mai forse nessuno dei due aveva prima sperimentato.

Il mormorio della gente del paese si alza da subito. Occhi indiscreti seguono quelle visite notturne che, dopo l’iniziale riserbo, diventano sempre più palesi.

E’ scandaloso che due vecchi dormano insieme, questa è l’opinione generale. Solo Ruth rielabora l’iniziale diffidenza e si allea con la nuova coppia “part-time”. Ma Ruth muore.

Non sono esenti dalle perplessità anche i figli di Addie e Louis.

Cosa stai combinando con Addie Moore? … Non sapevo che ti interessasse o che la conoscessi così bene.

Infatti. Prima non era così. Ma è proprio questo a rendere divertente la faccenda. Conoscere bene qualcuno alla mia età, E scoprire che ti piace e che in fondo non sei completamente inaridito.

A me sembra solo imbarazzante.

Ancor peggio la reazione del figlio di Addie, Gene, che in crisi sia affettiva che economica, decide di affidare per un certo periodo il figlioletto Jamie alla nonna.

Ho sentito che anche tu stai qui da mia madre. …Che storia è questa?

Amicizia. Prima di tutto.

Cosa ti prende, chiese Addie. Lo sapevi già.

Cosa mi prende? Mia madre va a letto con un vecchio vicino mentre mio figlio è nella stanza accanto e io non dovrei fare domande.

L’ingresso di Jamie nella casa di Addie provoca radicali cambiamenti.

Le visite notturne, i ricordi e i racconti vengono momentaneamente sospesi. Infatti Jamie ha il sonno disturbato e nei suoi risvegli improvvisi cerca la vicinanza della nonna per essere rassicurato.

Ma si tratta solo dell’inizio perché a poco a poco Louis inizia a diventare un importante punto di riferimento per il ragazzino, facendogli scoprire la natura, i piccoli lavori manuali del giardinaggio, le gite in tenda in mezzo ai boschi, la compagnia di un cane.

Ognuno ritesse i propri strappi interiori e la vita può ancora offrire sogni e progetti.

E così, la vita non è andata bene per nessuno dei due, quantomeno non come ce la aspettavamo, disse Louis.

Anche se adesso, in questo momento, mi sta piacendo molto.

A me sta piacendo più di quanto io pensi di meritare, disse lui.

Oh, ma tu meriti di essere felice. Non credi?

Credo sia quello che mi sta capitando in questi ultimi mesi. Per un motivo o per l’altro.

Succede però che i legami forti si trasformino in ricatti, sfide e minacce.

Gene tenta di ricomporre la sua vita matrimoniale e Jamie se ne va senza poter salutare Louis. Per il piccolo ricominciano gli incubi notturni che vengono interpretati come pessime abitudini date dalla nonna e da chi ora sta al suo fianco.

Voglio che questa storia finisca.

Stai parlando della nostra storia, osservò Louis.

Sto parlando di te che ti intrufoli di notte nella casa di mia madre…. Gente della vostra età che si vede di notte, come fate voi…. Voglio che giri alla larga da lei. Che lasci stare mio figlio. E scordati i soldi di mia madre.

L’aut aut è irreversibile. O Addie rinuncia a quella che crede la sua nuova serenità o non rivedrà mai più Jamie.

E se nella coppia Addie appare come colei più determinata ad affrontare le sfide, ora la posta in gioco è troppo alta e assistiamo alla sua ricapitolazione.

La costruzione di un rapporto delicato e profondo si smantella miseramente di fronte alla drammatica scelta di perseguire la propria felicità o di mantenere il legame col nipotino.

Il conformismo, il giudizio e il pregiudizio, forse anche la gelosia hanno il sopravvento e poco importa che il piccolo Jamie soffra di questa separazione. Per lui la figura di Louis deve svanire definitivamente.

Una storia malinconica pervasa dall’insolenza e dall’invadenza del sociale.

Ma anche una storia fatta di forza e di rimessa in gioco per entrambi i protagonisti impegnati a rivedere il proprio passato e i propri errori in una forma inusuale ma significativa.

Che effetto ti fa adesso. Passare la notte qui.

La verità è che mi piace. Mi piace molto. Se non lo facessi, mi mancherebbe. Tu che ne pensi?

Adoro questa cosa. E’ meglio di quel che speravo. E’ una specie di mistero. Mi piace per il senso di amicizia. Mi piace il tempo che passiamo insieme. Starmene qui al buio di notte. Parlare. Sentirti respirare accanto a me se mi sveglio.

Anche a me piace tutto questo.
E allora parla con me, rispose lei
.

Altro tempo è trascorso. Addie è ora in casa di riposo dopo una frattura all’anca.

In questo tempo si intuisce che Gene e moglie siano rimasti quelli di sempre e che Jamie, crescendo, risolva le tensioni andandosene in camera sua.

E’ anche il tempo dei rimpianti e dei ricordi di una breve parentesi di amore.

Chi riesce ad avere quello che desidera? Non mi pare che capiti a tanti, forse proprio a nessuno. E’ sempre un incontro alla cieca tra due persone che mettono in scena vecchie idee e sogni e impressioni sbagliate. Anche se questo non vale per noi due. Non in questo momento, non oggi.

Di nuovo è Addie a prendere l’iniziativa, questa volta col cellulare.

Ti va di parlare con me?

Pensavo che non avremmo più parlato.

Devo, Non ce la faccio a continuare così. E’ peggio di prima che cominciassimo a vederci.

E Gene?

Lui non lo deve sapere. Possiamo sentirci per telefono la sera.

Amaro, ma pur sempre un accomodamento per ritrovarsi senza stravolgere decisioni incontrovertibili.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Cinzia Bellotti (2017), Nikita Io, non ti abbandono New Press Edizioni, Cermenate (CO)

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Cinzia Bellotti (2017)

Nikita

Io, non ti abbandono

New Press Edizioni, Cermenate (CO)

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Ci sono coppie senza figli, altre con figli perduti e mai nati, altre ancora che  hanno atteso e sperato per anni l’arrivo di un figlio.

Per i coniugi Darno l’adozione non arriva come ripiego consolatorio, ma come un modo diverso di fare famiglia  e dare un futuro a un bambino abbandonato: avrebbero amato chi stava per arrivare senza riserve, esattamente come tante altre coppie fanno con i propri bambini. 

Non ci sono illusioni rispetto alle difficoltà che sicuramente si presenteranno. 

Non voglio essere delusa e l’unica maniera per non esserlo è di non avere aspettative, aspettative che poi potrebbero non reggere il confronto con la realtà, con quello che sarà davvero…

Queste le parole di Margherita al marito Giorgio quando l’idea di procedere con un’adozione internazionale diventa progetto e scatta l’iter di controlli e colloqui con assistenti sociali e psicologi per verificare l’idoneità dei futuri genitori.

A qualche mese dall’avvio della pratica, i servizi sociali iniziarono una serie di accertamenti approfonditi per indagare a fondo le motivazioni dei Darno, i loro profili psicologici, la loro situazione affettiva e relazionale, oltre che le dinamiche famigliari, circa sette o otto incontri con gli assistenti e lo psicologo…

Se tutto fosse filato liscio, avrebbero richiesto l’udienza di adozione con il giudice locale e l’autorizzazione per l’ingresso del minore in Italia. Il tutto a un costo che si aggirava attorno ai venticinquemila euro. Una bella differenza con l’adozione nazionale, del tutto gratuita.

E’ un mondo tutto da scoprire unitamente alle frustrazioni da reggere per la complessa burocrazia e le continue spese da sostenere; ma finalmente a  distanza di due anni dalla scelta di iniziare le pratiche arriva la fatidica telefonata: erano stati abbinati a Nikita, un bambino russo di quattro anni.

Nikita vive in istituto, del suo passato non si sa nulla, comprese le due dita che mancano a una mano.

Certo è che nella sua memoria e nel suo animo si sono impresse dolorose cicatrici derivanti da un percorso di abbandono e solitudine e le privazioni sono difficili da rimarginare quando rappresentano l’unico stile di vita  sperimentato dall’arrivo nel mondo.

Giunge il momento dell’incontro:

Era lì, davanti a loro ed era il figlio che tanto avevano desiderato. Difficile dire come si sentissero. Era come se vivessero un’esperienza mistica, extracorporea. Erano spettatori passivi e increduli della rappresentazione di un pezzo di vita che li riguardava: stavano conoscendo loro figlio.

Dal canto suo, Nikita è irrefrenabile, corre come un forsennato, fruga in tutti gli angoli, parla senza tregua. 

E’ un bambino che da quattro anni e mezzo è rinchiuso in un orfanotrofio .. Per sopravvivere deve probabilmente scendere a compromessi con tutto e con tutti. Forse la sua esuberanza gli permette di essere accettato dagli altri, piccoli e grandi. Non è una passeggiata vivere lì dentro, sono le parole di Giorgio di fronte alle perplessità della moglie. 

Se fosse possibile leggere ciò che si agita nell’animo di questi bambini, probabilmente scopriremmo sentimenti contraddittori e un’oscillazione perpetua fra speranze e paure, anche quando finalmente il destino propone una svolta. 

Su indicazione della vigilatrice, i bambini si disposero su due lunghe file e Nikita nel silenzio generale, passò a baciarli uno per uno sulle labbra. Chi rimaneva guardava con invidia coloro che se ne andavano… erano sempre i più piccoli ad essere scelti e mentre questi se ne andavano, gli altri non potevano fare a meno di sentirsi destinati a un abbandono continuo … 

Il viaggio in Italia non è sufficiente a dileguare il senso di sfiducia. Il contatto con la libertà e lo spazio esterno è inebriante, ma la lingua sconosciuta e la convivenza all’interno delle nuove mura domestiche non facilitano la reciproca comprensione dei componenti della neofamiglia.

Ognuno reagisce come può.

Margherita: La notte di svegliava di soprassalto e rimaneva sdraiata in posizione supina, fissando il vuoto con mille pensieri negativi … Non ce la faccio più, ma poi reagiva, metteva da parte lo scoramento e riprendeva il filo da dove l’aveva lasciato … 

Nikita: Inconsciamente il timore permanente che presto sarebbe finito tutto e che lo avrebbero portato indietro insidiava la sua tranquillità, trasformandolo in un provocatore feroce .. voleva vedere fino a che punto i due fossero determinati a tenerlo, perché era fermamente convinto che prima o poi lo avrebbero riconsegnato al mittente e sarebbero scomparsi dalla sua vita. 

I guai più grossi iniziano con l’accesso alla scuola. La socializzazione con gli altri comporta la necessità di imparare le regole ed è ancora troppo presto perché Nikita capisca che i limiti e i comandi fanno parte di un processo educativo indispensabile per la serena vita in comune. In lui è fresco il ricordo del degrado e dell’autoritarismo ricevuti nell’Istituto Numero 19, un monolite con le sbarre alle finestre, solitario, con un vecchio portone fatiscente e impregnato di un odore sgradevole di chiuso e di minestra frugale. 

Quelle donne gli ricordavano le istitutrici. Dicevano ai bambini cosa fare, quando sedersi, quando giocare, mangiare o dormire …. Non lo sopportava, si sentiva a disagio e quindi si alzava e cominciava a disturbare tutti con qualsiasi cosa avesse tra le mani per sottrarsi alla pressione. .. Non possedeva le benché minime regole di comune convivenza. 

Anche con la madre la situazione non è così diversa:

Con i suoi “no” decisi Margherita gli faceva tornare alla mente i niet delle istitutrici che avevano popolato la sua vita fino a qualche settimana prima e con un riflesso incondizionato reagiva di conseguenza … era alla mercé delle sue emozioni troppo intense da gestire e si sentiva profondamente infelice.

I momenti critici sono esasperati dal contorno sociale. In un paese di provincia in cui non succede mai nulla è inevitabile che le chiacchiere si concentrino su quel bambino russo ingestibile e sull’incapacità dei genitori di educarlo adeguatamente.

La variabile tempo va oltre il consueto trascorrere delle ore, dei giorni e delle stagioni, ma nei colloqui periodici con la psicologa dell’Ente gestore dell’adozione  emerge soprattutto la raccomandazione di saper attendere. 

Quello che mi raccontate è normale, può succedere. Nikita deve imparare a fidarsi di voi e fare pace con le proprie ansie da abbandono 

A scuola i pareri sono diversi.

Non era stato detto apertamente ma l’allusione alla ADHD, cioè al disturbo di deficit di attenzione e iperattività, era chiara. 

Ecco quindi comparire Paola, l’insegnante di sostegno con cui Nikita impara ad acquisire sicurezza giorno dopo giorno.

Con l’insegnante di sostegno si stabilì un rapporto di collaborazione costruttivo e sincero, il contatto era costante, il bambino apprendeva competenze sociali che gli permettevano di rivedere il suo modo di percepirsi come soggetto meritevole di considerazione e apprezzamento anche lontano dalla famiglia. 

Peccato che la parentesi sia breve. La riduzione di orario di Paola scatena una nuova regressione, attivando comportamenti mal adattativi e di aggressività.

Le pagine ora si susseguono in un’inquietante e sconcertante escalation a cavallo tra bullismo e xenofobia, di cui si fanno interpreti non solo i coetanei di Nikita, ma anche coloro incaricati a canalizzare le innate cattiverie infantili per favorire inclusione e integrazione. Muti nel dipanarsi della drammaticità degli eventi non vediamo risparmiare nessuno: educatori, insegnanti di sostegno, maestri, direttrici, presidi.

La maggior parte degli adulti insisteva nel colpevolizzare Nikita, la sua mera presenza, dicevano, causava disagio agli altri e la sua fervida fantasia lo portava a raccontare episodi non reali. 

Scopriremo che non sono solo respingimento, attacco verbale, prevaricazione, isolamento o false accuse a segnare le giornate scolastiche del bambino:

spesso Nikita veniva trascinato fuori dall’aula da alcune maestre facendolo strisciare lungo il pavimento. Lo prendevano per i polsi, con forza … le maestre si raccomandavano con gli alunni di ignorarlo poiché diceva cose senza senso, anzi, consigliavano ai suoi compagni di dargliele sode quando faceva qualche cosa che non andava. 

Il racconto trascina il lettore all’interno di un quasi-giallo psicologico, in cui non sai esattamente dove la storia ti conduca, considerato che al minimo accenno di ripresa positiva, rimbalzano eventi inattesi che provocano il riemergere dei fantasmi mai cancellati negli incubi peggiori di Nikita.

Parallelamente, il ricevimento della lettera di convocazione del Tribunale dei Minori di Milano, angoscia anche i coniugi Darno che vedono all’orizzonte lo spettro del ritiro della tutela del bambino per incapacità genitoriale.

Quello che successe però fu l’esatto contrario …L’incontro con gli assistenti sociali era stato positivo, la relazione avrebbe supportato Margherita e Giorgio dichiarandoli non solo adatti a custodire Nikita, ma anche molto bravi considerate le circostanze alle quali avevano dovuto far fronte. 

Come in tutti gli accadimenti, anche quando la sfortuna sembra avere il sopravvento, si creano le condizioni per accelerare la ripresa dopo la caduta.

In questa storia tanti sono i personaggi avversi con il loro bagaglio di pregiudizi e discriminazioni, ma esiste anche chi riesce ad andare oltre gli stereotipi, le false convinzioni e gli atteggiamenti manipolatori.

Sino alle ultime pagine il fiato è sospeso. Si profila un altro grosso cambiamento, quello del passaggio dalle elementari alle scuole medie. Che ne sarà di Nikita, alle prese con un nuovo scenario del tutto coincidente con un’età di per sé difficile quale quella adolescenziale?

La variabile tempo acquista una rapida accelerazione e ci porta negli anni successivi, quelli occorsi a rielaborare una vita messa a dura prova e cambiata per tutti.

I lunghi giorni di disagio e sofferenza non sono trascorsi invano. Flessibilità, determinazione, tenacia, pazienza, energia, ascolto, difesa dei diritti esercitati dai coniugi Darno si sono rivelati gli insostituibili alleati dell’amore necessario per riparare le ferite del piccolo Nikita e per costruire una relazione di appartenenza reciproca.

 

cinzia bellotti2225

TartaRugosa ha letto e scritto di: PIERRE BAYARD (2007), Come parlare di un libro senza averlo mai letto, Excelsior 1881, Milano (traduzione di Anita Maria Mazzoli)

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Pierre Bayard (2007)

Come parlare di un libro senza averlo mai letto

Excelsior 1881, Milano

(traduzione di Anita Maria Mazzoli)

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Non leggo mai libri che devo recensire; non vorrei rimanerne influenzato(Oscar Wilde)

E’ stata una frase che mi ha fatto sobbalzare, guscio compreso.

Che vengo qui a fare, se non per raccontare a modo mio quel che leggo? Per una tartaruga lenta come me, c’è voluto un po’ di tempo per capire come si fa a parlare di qualcosa che non si conosce in maniera erudita, appropriata e soprattutto convincente per chi ascolta. Bayard non mi ha convinto del tutto, ma in alcune parti del suo ragionamento sì, eccome.

Ecco gli assiomi della non-lettura, secondo l’autore:

1)     Avere una visione d’insieme

principio fondamentale perché “leggere un libro intero è una perdita di tempo … e l’interesse troppo vivo per un libro porta ad escludere tutti gli altri”. Questo assioma è molto rassicurante per un’ossessiva come me, che quando si trova a tu per tu con un libro non perde una riga, note comprese (il che rallenta ulteriormente il mio tempo). Oltretutto l’impresa è a dir poco gigantesca. Pur leggendo poco, un numero sempre maggiore di persone scrive, e inseguire il ritmo non è facile, soprattutto quando la pila di libri si accatasta, l’altezza diventa vertiginosa e il rischio del crollo rasenta la mia sicurezza. A quel punto, inspiegabilmente, TartaRugoso provvede a ristabilire livelli di accettabilità e, per il motto “Occhio non vede, cuore non duole” posso finalmente riprendere la mia abitudine di dedicarmi ad un unico testo, senza troppo soffrire per la perdita. Devo cambiare però abitudine, perché Bayard sostiene che la cultura è soprattutto una questione di orientamento: “non aver letto un libro non ha alcuna importanza per la persona colta … perché è spesso in grado di conoscerne la collocazione, vale a dire il modo in cui si situa rispetto agli altri libri”.

La non-lettura diventa quindi “una vera e propria attività, che consente nell’organizzarsi in proporzione alla vastità dei libri, al fine di non lasciarsi sommergere da essi”. Conoscere la relazione che un libro ha con altri libri significa saperne di più che averlo letto.

2)     Orientarsi rapidamente all’interno di un libro

Secondo l’autore, sfogliare i libri senza leggerli evita di perdersi nei dettagli e “qualsiasi lettura troppo attenta, se non addirittura qualunque lettura, è un impedimento al possesso approfondito del suo oggetto”. A questo punto suggerisce due tecniche per lo sfogliare:

  • lineare: si parte dall’inizio, si saltano righe e pagine e ci si dirige verso la fine
  • circolare: lo sfogliare è disordinato, si saltella da una parte all’altra del libro e non se ne conclude la lettura

Questi modi di procedere sono molto più efficaci di chi passa magari ore infinite su un libro, decidendo poi di non concluderne la lettura

3)  Sentire cosa gli altri ne dicono

Moltissimi libri di cui siamo portati a parlare non sono mai passati effettivamente per le nostre mani, ma il modo in cui gli altri ce ne parlano, ci permette di farci un’idea di ciò che contengono”.

Passato il primo momento di sbigottimento, devo ammettere che alcune osservazioni sono valide, in quanto le ho potuto direttamente verificare suTartaRugoso, che si è molto rinforzato nel suo stile dopo questa lettura. In effetti per lui questi tre assiomi funzionano alla grande. Nella visione d’insieme delle librerie, lui sa sempre al primo colpo dove si colloca un testo, quali gli stanno accanto, l’argomento che tratta, nonché, spesso, la casa editrice e l’anno di pubblicazione.

Per il secondo punto, basta che io prenda un libro precedentemente letto (non letto??) da lui per notare quanto segue: sottolineature, parole  chiave a margine, asterischi nelle prime pagine, poi il testo torna ad essere intonso per rivivacizzarsi alla fine. Elementi più che sufficienti per parlare del contenuto per ore.

Quanto al terzo assioma, ho ancora nelle orecchie una sua brillante recensione di un libro corposo assolutamente non letto, ma di cui mi ero premurata io a fargli notare alcuni passaggi interessanti.

Bayard ha evidentemente ragione. Però, aggiungo io, se si tratta di un romanzo giallo, questo sistema di non leggere fa perdere tutto il fascino della scoperta dell’indizio, salvo accontentarsi di andare subito alla fine e, attraverso la quarta di copertina, assemblare sufficienti informazioni per raccontare la vicenda a chi non la conosce.

Un’altra disquisizione importante fatta da Bayard riguarda il caso della dimenticanza. Un libro può essere letto con estrema attenzione e poi dimenticato. “Non conserviamo nella nostra memoria dei libri omogenei, ma dei frammenti strappati a letture parziali, spesso mescolati gli uni agli altri, e per di più rielaborati dai nostri personali fantasmi”. Afferma, citando Montaigne, che noi dimentichiamo una percentuale altissima dei libri che abbiamo letto per davvero e in forma completa, anzi di essi ci formiamo una specie di immagine interiore costituita non tanto di quello che vi era veramente scritto, bensì di cosa ci ha suscitato nella mente.. Ecco quindi il fenomeno della de-lettura: “un movimento fatto al tempo stesso di scomparsa e di offuscamento dei riferimenti, che trasforma i libri, spesso ridotti al solo titolo o a qualche pagina approssimativa, in vaghe ombre che scivolano sulla superficie della nostra coscienza”. E anche in questo caso devo dargli ragione. L’evanescenza della memoria, dopo un po’ di anni, fa sì che nel riprendere in mano un libro si abbia la sensazione di non averlo letto, se non in alcuni passaggi che ci hanno particolarmente emozionato.

L’autore prosegue dando pure indicazioni di situazioni in cui il non-lettore deve parlare di libri che non ha letto. Quella più divertente è quando questo evento accade davanti alla persona che è autrice del libro stesso.

Molto diplomaticamente Bayard suggerisce: “parlarne bene senza entrare nei dettagli. L’autore non si aspetta affatto un riassunto o un commento argomentato dal suo libro: egli si aspetta solamente che gli si dica di avere apprezzato ciò che ha scritto”. Sarebbe comunque interessante che qualcuno si prendesse la briga di fare un elenco dei libri che per davvero vale la pena di non leggere, neppure secondo i criteri sin qui evidenziati.

Verso la fine (e questo, se uno avesse seguito le istruzioni date, avrebbe veramente risparmiato un bel po’ di tempo) si capisce la vera natura di Bayard, che oltre ad essere professore di letteratura francese, è anche psicanalista.

Non è tanto il libro come tale ad esistere, ma l’insieme di una situazione di comunicazione in cui esso circola e si modifica … è un oggetto mobile … che subisce variazioni sensibili in funzione degli scambi che si producono riguardo ad esso”.

Secondo Bayard “i libri di cui parliamo non sono solo i libri reali che un’immaginaria lettura integrale ritroverebbe nella loro materialità oggettiva, ma anche dei libri-fantasma che sorgono all’incrocio delle virtualità inespresse di ogni libro e del nostro inconscio”.

Questo significa che in ogni libro che leggiamo sarà maggiore la forza espressa dall’inconscio, piuttosto che la precisione della lettura.

Un buon lettore fa una traversata di libri, dato che sa che ciascuno di essi è portatore di una parte di se stesso e può aprirgli una strada … L’invenzione del libro di cui ci si è appropriati, in qualsiasi contesto di parola e scrittura, sarà tanto più credibile quanto più sarà condotto dalla verità del soggetto e inscritto nel prolungamento del suo universo interiore”.

Quindi una nuova forma per sviluppare creatività e immaginazione sarebbe quella di insegnare che un libro si reinventa a ogni lettura e che in ogni libro il lettore debba metterci innanzi tutto del suo.

Nessuna paura dunque a parlare con convinzione di qualcosa che “immaginiamo”: sarà la nostra abilità a renderla coerente con  il contenuto che si suppone che quel testo abbia e il gioco è fatto. Ammesso che i professori-educatori possiedano la stessa tolleranza di Bayard.

Il quale, a supporto di quanto afferma, cita opere letterarie di Musil, Valéry, Eco, Montaigne, Greene, Siniac, Murray, Lodge, Balzac, Soseki, Wilde, in una forma così dettagliata e minuziosa da contraddire se stesso.

TartaRugosa ha letto e scritto di: Duccio Demetrio (2016), Ingratitudine. La memoria breve della riconoscenza, Raffaello Cortina Editore

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Duccio Demetrio (2016)

Ingratitudine. La memoria breve della riconoscenza

Raffaello Cortina Editore

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Ho selezionato, di questo testo, alcuni passaggi che più si avvicinano ai miei ambiti professionali, non a caso definiti da alcuni “ingrati”, visto che mi occupo di persone malate di demenza e di malati terminali.

Certo sarebbero molte le considerazioni da fare sulle grandi e piccole ingratitudini che nel libro vengono esplorate e che suscitano talvolta cupezza e senso di impotenza.

Per esempio:

L’ingratitudine pubblica, verso la cosa pubblica, è lo specchio di costumi privati senza regole, si trasmette in famiglia come un contagio che inquina le nuove generazioni, dissemina sfiducia collettiva anche quando chi accusa ne abbia approfittato a man bassa.

O ancora, sulle piccole ingratitudini:

sono pressoché invisibili, non degne di nota, ma rappresentano a loro modo una degenerazione dei rapporti ormai così diffusa cui non si fa più caso.

L’inventario comprende i rituali del saluto; l’astensione dei grazie e dei prego fino alla loro totale cancellazione dal vocabolario; il buon uso delle scuse dinanzi all’ammissione di un errore.

Nell’”epoca delle passioni tristi” il sentimento di vivere una situazione di crisi in un sistema più globale di per sé in una crisi che pare irreversibile, annienta la speranza del desiderio e nutre maggiormente l’idea di dover sopravvivere contro una minaccia incombente che ogni ingratitudine giustifica.

Tornando  a quanto annunciato più sopra, mi soffermo sulla citazione di Seneca che apre il capitolo “In fuga dalla memoria”:

– è ingrato chi nega il beneficio ricevuto

– ingrato chi lo dissimula

– più ingrato a volte persino chi lo restituisce (e qui molto stimolante è il pensiero della funzione inversa della gratitudine, ovvero quei casi in cui il beneficato per diminuire il peso del favore ricevuto o ripristinare una situazione di non dipendenza o  evitare che il benefattore si trovi una posizione più alta compie un gesto di finta gratitudine)

– ma il più ingrato di tutti è chi lo dimentica

Su quest’ultima dichiarazione vale la pena di riferirsi non tanto ai veri ingrati che annientano nell’oblio più totale ogni accadimento occorso in loro favore, quanto a chi, purtroppo, nell’oblio ci cade a causa di una malattia.

Scrive Demetrio rispetto allo stare accanto a chi soffre:

La gratitudine diventa qualcosa di più che presto ricondurremo al valore alto della riconoscenza. In tal modo, consentiamo a chi soffre di riconoscersi, talvolta, nella nostra presenza, pur non potendo più riconoscerci, chiamarci per nome, ricordare.

Se la mente di costui, o di costei, è divorata dalla malattia, la nostra invece è chiamata a svolgere il compito di ricordare facendo le veci di una memoria ormai assente del tutto. La vicinanza va offerta senza patteggiamenti, senza compensi di sorta. Questa linea di condotta distingue il non credente virtuoso, l’agnostico, l’ateo da chi si attende una ricompensa, se non in questa terra, in “cielo”.

E, aggiungerei, c’è un altro aspetto che il caregiver aggiunge al suo vicariare alla dimenticanza dell’altro e che può essere anch’esso ricondotto all’alto valore della riconoscenza: scoprire un’altra dimensione del sé, una parte così nascosta che si credeva inesistente, ma che al momento opportuno emerge trasportando in una dimensione che va oltre le difficoltà del quotidiano.

E’ la dimensione del riconoscersi come “oggetto amato”, la possibilità di aver conosciuto e accolto la sofferenza umana, la capacità della restituzione (il dono di averti messo al mondo se sei un figlio, l’aver progettato e costruito un lungo tratto della vita insieme alla persona amata se sei coniuge)

Allora, nello stare accanto, nell’accogliere l’oblio dell’altro molto spesso si riesce a collocare la malattia come qualcosa “cui essere grati”, perché ci si è misurati con l’inconoscibile, perché si è attribuito un diverso valore alla quotidianità, perché ci si trasforma e si diventa più attenti, più sensibili, più capaci di comprendere il prossimo.

Può apparire come flebile tentativo di consolazione, ma nella condizione umana transitare o sostare nella sofferenza orienta verso quel percorso che trascende dalle ingratitudini o dalle gratitudini e che trova la sua più alta manifestazione nella riconoscenza.

Nelle sue esplorazioni Demetrio si sofferma sul terreno della prossimità della morte e nell’analisi del romanzo di Guidano “La disattenzione” commenta l’atteggiamento di coloro che, ingrati cronici, non accettano il proprio riconoscersi nemmeno in prossimità dell’atto finale:

non disdegnano affatto, anche giunti al punto di esalare l’ultimo respiro, per farsi coraggio, di rammentare situazioni ed esperienze che li hanno visti radiosamente compiere quelle che si rifiutarono di definire ingratitudini: semmai adempimenti inevitabili, doveri di stato o aziendali, necessità in nome del bene della famiglia.

Consapevole della limitatezza di rifarsi semplicemente a un proprio osservatorio personale, posso confermare che ovviamente esistono persone che rifuggono le ingratitudini inflitte o negano o distorcono i benefici ricevuti e sono le stesse persone che concludono la loro vita come l’hanno vissuta, con rabbia, prepotenza, ingratitudine verso chi comunque decide di stare loro vicino, operatori compresi.

Per molte altre invece la malattia infausta può diventare fonte di gratitudine.

Molte le scritture autobiografiche (Pia Pera “Al giardino ancora non l’ho detto”, Paush “L’ultima lezione”, Mitch Albom “I miei martedì col professore”, Tiziano Terzani “L’ultimo giro di giostra” e l’elenco diventerebbe molto lungo) che rivelano come la gratitudine si possa sublimare nella riconoscenza che è invece superamento, che è oltre passare, che è una laica spiritualità che ci avvicina all’inconoscibile e al mistero dell’esistere.

Interessante un commento che ho trovato tempo fa in un’intervista a Richard Smith, ex direttore  del British Medical Journal, il quale definisce il tumore come la miglior morte possibile:

Si può dire addio, riflettere sulla propria vita, lasciare un ultimo messaggio, visitare luoghi speciali per l’ultima volta, ascoltare le canzoni preferite, leggere le poesie più amate e prepararsi a godere l’eterno oblio.

Un piccolo pezzo di Pietro Calabrese tratto da “L’albero dei mille anni” ci mette a contatto con la realtà vissuta in quel frangente: Perché pensiamo che il bello e il buono sono sempre “altrove”, lontano da noi. Invece sono qui, davanti a noi, ai nostri piedi, e non ce ne accorgiamo finendo col calpestarli e ucciderli. Perché il buono delle cose non è mai così nascosto da non riuscire a scorgerlo, a vederlo, ad assaporarlo. Perché è bella la vita, bello il sole e il freddo dell’inverno, bellissima una giornata di primavera e dolcemente bello il venticello che l’accompagna. Ma chi si ferma mai a riflettere su queste banalità quotidiane?

Il porre un limite al futuro obbliga a riconsiderare la visione delle cose e, per alcuni, a rimediare al peso delle ingratitudini entrate nello svolgersi dell’esistenza.

Il passaggio più alto, quindi, parte dal “riconoscersi”, prima di poter essere riconoscenti.

Secondo Demetrio la riconoscenza corrisponde alla presa di coscienza del senso del nostro essere gettati nella vita. La necessaria ricerca interiore implica un abbassare la guardia e rovistare nella propria interiorità, riconoscere la colpa, sentire la necessità morale del pentimento e dell’espiazione fino all’attuarsi del riscatto e di una possibile redenzione.

Se questo passaggio spesso è visibile sul letto di morte, ciò non significa che non possa avvenire prima nella vita di ogni individuo.

L’ingratitudine infatti può essere condonata solo nel momento in cui siamo capaci di riconoscere l’irreparabilità e l’incancellabilità dell’errore commesso e disposti ad accoglierlo dentro di noi senza affidarlo all’oblio. Riconciliazione, quindi, non perdono come comoda scorciatoia per l’espiazione delle proprie colpe.

Una piccola riflessione infine sulla coppia di parole accettare/accogliere.

Il termine accettare frequentemente solleva moti di rifiuto o di rabbia, probabilmente perché suscita vissuti di passività o sottomissione. Forse, per raggiungere un compromesso con le nostre debolezze, è meglio utilizzare il termine accoglienza, cioè l’apertura e il fare spazio a qualcosa di imprevisto ma che comunque ci fa sentire attivi e capaci di compiere una scelta su ciò che possiamo far entrare in noi.

La discesa nel sé e il riconoscimento dei nostri stati d’animo negativi o ingrati (secondo Christophe André in “Quattro lezioni di pace interiore”) fa sì che essi:

  • diventino paradossalmente meno dolorosi
  • diventino una fonte d’informazione sulla situazione e le nostre reazioni
  • arricchiscano la nostra esperienza perché corrispondono alla vita vera
  • dimostrino che possiamo sopravvivere ai problemi

Se questo percorso diventa consuetudine nella vita di ogni giorno, forse speranze e desiderio possono trovare nuova linfa e alimentare il futuro degli uomini e della terra.

Se invece il processo individuativo indagato da Jung si manifestasse solo sul limitare della vita, potremmo ottimisticamente affidarci alle le parole di  Emanuele Severino “Il mio ricordo degli eterni”:

Poi, quando la vicenda terrena dell’uomo sarà giunta al proprio compimento, sarà necessario che ognuno faccia esperienza

di tutte le esperienze altrui e che in ognuno appaia la Gioia infinita

che ognuno è nel profondo. Essa oltrepassa ogni dolore sperimentato dall’uomo.

 

TartaRugosa ha letto e scritto di: Keisuke Matsumoto (2012), Manuale di pulizie di un monaco buddhista. Spazziamo via la polvere e le nubi dell’anima, Antonio Vallardi Editore, Milano (traduzione di Ramona Ponzini)

TartaRugosa ha letto e scritto di:

Keisuke Matsumoto (2012)

Manuale di pulizie di un monaco buddhista

Spazziamo via la polvere e le nubi dell’anima

Antonio Vallardi Editore, Milano

(traduzione di Ramona Ponzini)

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Sul lato del pensiero musicale, nel 2007 la mia grande novità è stato poter essere invitato su Insensatez di Kosmogabri Chickasaw. Ed è al primo posto.

Poi arriva il resto, con mescolanza fra vecchio e nuovo, come si addice al mio status cronologico.

 

Leggendo questo libro ho scoperto qualche mio tratto buddista. Forse.

Non sono una maniaca delle pulizie, però ho ben chiari certi miei comportamenti rispetto ad esse, le cause che li scatenano e gli effetti che ne derivano. Sicuramente Matsumoto mi ha fatto più volte rispecchiare in alcune affermazioni.

Purtroppo sono ancora ben distante dallo Zengosaidan, ovvero “non pentirti di ciò che hai fatto in passato, non preoccuparti per il futuro e dedicati con tutte le tue forze a non avere mai rimpianti”.

Mi riconosco abbastanza in ciò che invece lo scostamento da questa filosofia comporta, come spiega l’autore: “Credo che le persone che vivono nella società contemporanea, sempre così indaffarate, arrivino a casa stanche, lascino i piatti sporchi nel lavandino, i vestiti nel cesto del bucato e poi si addormentino. La mattina seguente, però, si sveglieranno freschi e riposati? Non è più probabile che si sveglino tristi perché salutano il nuovo giorno circondati da tutte le cose lasciate in disordine la sera prima?”

Mmmh …

La casa in disordine effettivamente mi inquieta e la tendenza a non trascurare almeno bagno e cucina con annessi e connessi, più il rifacimento del letto prima di uscire sono senz’altro attività che mi fanno guardare alla giornata con un senso di maggior leggerezza.

Non c’è luogo come il bagno che sveli il vero volto di una casa. … L’acqua è il fondamento della vita. In una casa normale l’acqua si trova in cucina e in bagno. L’acqua entra nel nostro corpo, circola e poi viene espulsa, ritornando alla natura. Le pulizie di cucina e bagno sono basilari nelle pratiche religiose proprio perché siamo coscienti del fatto che sono i luoghi dove scorre l’acqua…. In qualsiasi tempio buddhista il bagno è sempre pulitissimo e davanti alla porta si troveranno le calzature sistemate con cura. Anche il gabinetto trasmette un senso di pulito e questo fa sì che vi si possano espletare le correlate funzioni con animo sereno. Sicchè, chi ha finito di utilizzarlo, dovendo fare in modo di non turbare tale atmosfera a scapito di chi vi entrerà in seguito, si preoccuperà di lasciare tutto pulito e in ordine. 

Ho inoltre dato una spiegazione al perché i vetri sporchi mi turbano e mi danno la sensazione di essere immersa nello sporco:

Il vetro è simbolo di trasparenza e di non attaccamento alle cose terrene. Se nei giorni nuvolosi i vetri delle finestre sono coperti di ditate, anche la nostra anima si rannuvolerà. Nel buddhismo la cosiddetta “giusta visione”, ossia il vedere attraverso il filtro di noi stessi, il nostro io, sconfigge ogni nube e permette di comprendere la vera essenza delle cose. … Le finestre sono, dunque, in qualche modo legate alla giusta visione delle cose e pulirle fino a farle sembrare trasparenti, fino, cioè, a farci dimenticare della loro esistenza, ci permette di vedere dall’altra parte senza renderci conto che c’è qualcosa che ci separa. Puliamole, dunque, fino a far sparire ogni ombra.

Vorrei essere un po’ più monaca, a questo riguardo, e utilizzare le raccomandazioni  sul come effettuare le pulizie del vetro: è essenziale la carta del giornale. Bisogna utilizzare carta di grandezza commisurata a quella del vetro da pulire, imbevuta della giusta quantità di acqua e detergente, e lucidare a fondo. .. Bisogna prima togliere le macchie più evidenti con movimenti verticali e orizzontale, fino a finire la miscela di acqua e detergente .. suggerisco di mescolare aceto e acqua insaponata. 

Nel testo sono parecchie le indicazioni date sia sul come eseguire le pulizie, sia su quali strumenti utilizzare. Sui pavimenti ho ancora molto da imparare:

I pavimenti vengono puliti ogni giorno, indipendentemente dal fatto che siano sporchi. Grazie a questo tipo di pulizie anche il nostro spirito si manterrà lucente…. Lucidare i pavimenti tutti i giorni vi permette di capire cosa significa realmente pulire la vostra anima. Una stanza sporca e in disordine è segno che anche il vostro spirito è sporco e in disordine.

Però mi consola verificare che sul “come lucidare i pavimenti” sono abbastanza a buon punto:

Per prima cosa bisogna passare la scopa e togliere la polvere, poi si prendono un secchio colmo d’acqua, uno straccio ben strizzato e si pulisce a fondo. Non sono necessari detergenti né stracci per asciugare. Poiché uno straccio ben strizzato trattiene l’acqua, una volta passato sul pavimento quest’ultimo si asciugherà da sé. .. Quando lucidiamo un pavimento non distraiamoci e concentriamoci su ciò che stiamo facendo, con naturalezza ci troveremo faccia a faccia con la nostra anima.

Ecco, guardando anche l’illustrazione dove si vede il monaco diligentemente a carponi che strofina il pavimento, debbo dire che io pure assumo quella posa, a dispetto di tutti gli elettrodomestici in commercio da me giudicati non all’altezza dell’antico olio di gomito, accompagnato dalla modernità di un panno in microfibre che un’amica mi ha suggerito e che, immerso e strizzato nell’acqua bollente, effettivamente ti fa rispecchiare nelle piastrelle.

Comunque l’insegnamento è impari: i monaci vivono nel tempio e non hanno tre gatti che girano per casa, oltre a TartaRugoso.

Sullo stirare temo non ci siano possibilità di recupero:

Anche noi monaci indossiamo l’abito monacale dopo averlo stirato. Così facendo il nostro spirito sarà ben curato e in armonia con il nostro vestiario. Le grinze, inoltre, rimandano la mente alla vecchiaia, sebbene ci siano monaci che continuano a svolgere in maniera ineccepibile le proprie attività anche a ottanta o novant’anni, in perfetta salute. … Stirare è l’attività ideale per chi vuole mantenere giovane il proprio spirito.

Si sente che l’autore è ancora nell’età in cui si pensa che le grinze possano essere ripassate facilmente come con il ferro da stiro!

Molti sono i suggerimenti pratici per chi si voglia avvicinare a meditazioni filosofiche e spirituali attraverso il fare le pulizie.

Chissà se riuscirò prima o poi ad arrivare alla seguente conquista:

Ogni cosa sta dove deve stare. Può sembrare ovvio, ma se si applica concretamente questo principio, non si correrà più il rischio di imbattersi in qualcosa fuori posto. Quando dobbiamo utilizzare un oggetto lo prendiamo dal luogo dove è collocato, ma una volta usato lo rimettiamo dov’era. … Sentire la voce delle cose. Lo spirito non va mai tenuto in una condizione di trascuratezza. Se usate le cose con cura, inizierete a sentire bisbigli all’orecchio dello spirito e sarete in grado di udire la loro stessa voce. Al contempo, è necessario conoscere a fondo lo spazio di sistemazione, ossia la stanza va percepita come se fosse una parte del nostro corpo e va pulita ripetutamente giorno dopo giorno. Capire l’essenza degli oggetti e avere dimestichezza con lo spazio in cui si trovano, ci permetterà di capire dove gli stessi oggetti vogliano essere riposti. E non dimenticate che tutti possono raggiungere questo stato mentale.

Nel mio spazio di solito i bisbigli non sono quelli delle cose, anzi sarebbe più corretto non definire bisbigli le esclamazioni ad alta voce su dove esse dovrebbero trovarsi  e su dove diavolo siano invece sparite.

Tuttavia lo spazio di sistemazione lo conosco proprio bene, considerato che anche nel disordine la maggior parte delle volte alla fine le cose si trovano!

In ogni caso nulla da obiettare sulla serenità dell’ordine. Non so se corrisponda a un ordine spirituale. Per quello che mi conosco, il mettere ordine è un esercizio che svolgo quando ho finalmente terminato qualche compito gravoso che teneva impegnata la mente. Una volta finito l’onere mentale, è quasi automatico che segua analogamente un’operazione di riordino dello spazio fisico.

Temo però che questo sia il processo inverso di ciò che predica la filosofia buddista.